Gita, ebrea e tedesca, nei gironi infernali del ‘900

Pubblicato da Keller «I sogni di Hitler» della scrittrice ceca Radka Denemarkova

Pubblicato da Keller «I sogni di Hitler» della scrittrice ceca Radka Denemarkova

In una lingua nervosa, martellante e barocca, i drammi e le violenze del ventesimo secolo sembrano tradursi in una centrifuga dove colpa e vergogna tengono prigionieri carnefici e vittime Un bambino sta scavando con la paletta una buca nel giardino della sua grande casa di campagna a Puklice, paesino del sud della Moravia, quando la terra si fa improvvisamente dura per un ostacolo resistente, che si rivelerà poi un oggetto molto più interessante delle solite formine. Denis ha trovato il suo tesoro personale: un teschio umano. Con la surreale prospettiva rovesciata del bambino che vede portarsi via il giocattolo più prezioso siamo trascinati nel vortice del romanzo della scrittrice Radka Denemarkova (1968) I soldi di Hitler, pubblicato in ceco nel 2006 e ora tradotto in italiano da Angela Zavettieri per Keller editore (pp. 328, euro 16, domani alle 11 la presentazione a Venezia, presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati, Ca’ Bernardo, con la partecipazione dell’autrice).
In un momento in cui è difficile trovare temi provocatori, questo romanzo dalla lingua nervosa, martellante, barocca, che si scontra a più riprese col crudo realismo dei fatti, riesce a fotografare uno di quegli snodi temporali in cui giudicare gli avvenimenti storici diventa un’ardua impresa. Come in altri romanzi cechi recenti sui traumi lasciati in eredità dalla resa dei conti del dopoguerra (basti pensare a Barocco rustico di Jiri Hajicek e L’espulsione di Gerta Schnirch di Katerina Tuckova), lo sguardo dell’autrice si sofferma sui primi mesi dopo la liberazione, visti in tutta la loro forza devastatrice attraverso gli occhi di Gita Lauschmann, ebrea tedesca di Puklice.
La vita di una ragazzina di buona famiglia, che nell’ex Cecoslovacchia apparteneva non solo alla minoranza tedesca, ma anche a quella ebrea, si trasforma in un calvario, come se su di lei si fosse accanito tutto il male del Novecento. Il primo dei gironi infernali che la protagonista è costretta ad attraversare è quel «là» dei campi di concentramento, luogo indicibile che lascia in eredità un’esile parvenza di vita alla protagonista, su cui pende la condanna «ad aspettare colui che compirà l’ultimo gesto». Il ritorno alla vita normale si rivelerà impossibile e saranno proprio i nodi che la legano ai simboli dell’infanzia – siano essi luoghi (il giardino di meli) o oggetti (il seggiolone da bambino) – a provocare le continue devastazioni che sarà costretta a subire.
Al primo ritorno la attende la sconvolgente scoperta che la sua vita è stata cancellata come se non fosse mai esistita: tornando dal campo di concentramento rovina infatti i piani dei cechi che si erano spartiti le proprietà del padre, condannato in quanto collaborazionista. Se era finita nei campi in nome di un ebraismo che la sua famiglia non aveva mai praticato e nonostante fosse di lingua tedesca, dopo la guerra sarà proprio l’uso di quella lingua, in un momento in cui trionfava il disgusto per tutto ciò che era tedesco, la causa delle nuove umiliazioni. Gita viene ora infatti vista dai compaesani (che prima avevano spesso lavorato per il padre) come un ostacolo al nuovo ordine. Verrà quindi prima quasi lapidata e poi lasciata morire di fame, come era avvenuto al più sfortunato fratello Adolf tornato poco prima di lei, e si salverà solo grazie alla pietà di una donna incinta che le darà da mangiare di nascosto.
Il secondo ritorno, raccontato con reticenza, avrebbe provocato nella sua vita rovine ancora maggiori: dopo una sua nuova visita per recuperare il seggiolone, tre ragazzi di Puklice organizzano una missione punitiva a Praga nel corso della quale le uccidono il figlioletto di quattro mesi e la violentano, scaraventandola sulla soglia della follia.
I cinque ritorni a Puklice che hanno luogo nell’estate e nell’autunno del 2005 dovrebbero condurre alla definitiva resa dei conti: a tornare nel paesino natio è questa volta, dopo la riabilitazione del padre, la rispettabile dottoressa Lauschmann. La richiesta di risarcimento, nelle sue intenzioni più morale che finanziario (desidererebbe una riparazione simbolica sotto forma di un monumento al padre), fa però sorgere nei discendenti dei suoi torturatori di un tempo l’idea che voglia defraudarli dei loro averi. «L’ombra sospetta del furto fraudolento» si sposta così sulla vittima. Il microcosmo del villaggio si fa metafora di un mondo insensibile a qualunque invito a ripensare criticamente il proprio passato se vengono minacciati i beni materiali.
Le sbarre interiori si rivelano comunque impossibili da oltrepassare e l’unica salvezza è scappare dal proprio corpo, da una testa troppo grande, troppo piena di violenze, lasciar fuoriuscire l’energia maligna accumulata (e la Denemarkova non esita nemmeno dinanzi all’espediente, a dire il vero narrativamente inutile, delle stimmate di cui soffrirebbe la protagonista). L’unico interlocutore Gita lo troverà proprio in Denis, l’unico a sentirsi colpevole per le atrocità del passato (era stato, se così si può dire, «testimone» dell’assassinio del fratello della protagonista nel grembo materno). È nelle discussioni con lui che Gita si rende conto di quanto assurda sia la propria volontà di risarcimento morale: «Per il monumento a mio padre avevo pensato di usare i soldi del Fondo ceco-tedesco per il futuro. Mi hanno inviato un risarcimento finanziario per gli anni trascorsi nel campo di concentramento (…) La mia vita è un giro folle compiuto sempre sulla stessa giostra, Denis. In fondo questi soldi sono di Hitler».
Martoriata dalla vita, Gita troverà pace soltanto nelle pagine del diario che scriverà nelle ultime settimane di vita, dove riuscirà a far riaffiorare anche l’immagine archetipica della responsabilità paterna, quel simbolo che il padre portava su una manica: «Questa, ragazzina, si chiama croce uncinata, la faccio solo perché i nostri mi lascino stare». Il cerchio allora si chiude, nessuno è privo di responsabilità, ognuno dei personaggi ha le sue colpe, tutti gli sforzi sono inutili.
Gita ha continuato testardamente a recarsi nel posto sbagliato nei momenti meno opportuni (ma ci sono momenti opportuni per situazioni del genere?). Alla fine non riuscirà a ricostruire un’identità personale e non solo la sua visione del passato resterà limitata e condizionata, ma anche il presente sarà sempre deformato dalle istantanee di episodi lontani nel tempo, che si inceppano nel suo cervello, e dai flash improvvisi delle tragedie vissute. Nei Soldi di Hitler la storia del ventesimo secolo si traduce insomma in una centrifuga deformante in cui colpa e vergogna tengono prigionieri carnefici e vittime, in cui verità e menzogne non si escludono a vicenda, e perfino il perdono può diventare un’ammissione di complicità.

0 comments

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Sign In

Reset Your Password