La rivolta delle donne.Da tre giorni si sono auto-seppellite e rivendicano il lavoro Una sola riemerge per allattare il figlio neonato.“Siamo dure, resisteremo, stavolta non vogliamo solo promesse”
 
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La resistenza dolce delle Marie del Sulcis “Così occupiamo la nostra miniera”

La rivolta delle donne.Da tre giorni si sono auto-seppellite e rivendicano il lavoro Una sola riemerge per allattare il figlio neonato.“Siamo dure, resisteremo, stavolta non vogliamo solo promesse”

 
La rivolta delle donne.Da tre giorni si sono auto-seppellite e rivendicano il lavoro Una sola riemerge per allattare il figlio neonato.“Siamo dure, resisteremo, stavolta non vogliamo solo promesse”

 
IGLESIAS . Si sono date un nome di battaglia uguale per tutte, “Maria”. Si presentano con il volto coperto e l’elmetto in testa, come fossero guerrigliere senza armi, e da tre giorni vivono barricate nel ventre scuro di una delle più antiche miniere di zinco della Sardegna, alle porte di Iglesias. Nel cuore del disastro post-industriale di quest’area un tempo produttiva, quarantamila disoccupati e cinquemila cassintegrati su centoventimila abitanti. «Ecco, entrate, state attenti, in miniera ci vuole cautela». Sedute su blocchi di polistirolo dentro la “Galleria Villamarina” di Monteponi, infinito cunicolo costruito a metà dell’Ottocento dove il vero nemico è l’umidità che s’infiltra nelle ossa, le “Marie del Sulcis” dicono che da qui sotto loro non usciranno. Né oggi, né domani, né chissà.
«Da sei mesi siamo senza stipendio, le nostre famiglie sono alla fame, abbiamo mariti disoccupati e in mobilità, resteremo in miniera fino a che non avremo certezze sui nostri posti di lavoro». Sono in trentasette, hanno dai ventotto ai sessant’anni, tutte dipendenti dell’”Igea”, il grande consorzio di bonifica delle aree minerarie finanziato e voluto dalla Regione Sardegna. Società in liquidazione che avrebbe dovuto salvare, riqualificare e rilanciare queste straordinarie aree di archeologia industriale, e invece oggi rischia di fermarsi per sempre, travolta da debiti, spese opache e cattiva gestione.
Assiepate dietro il grande portone di ferro della “Galleria Villamarina”, le “auto-carcerate” salutano attraverso la grata figli, mariti, padri e madri.
Mani che si stringono, baci, lacrime. Ma anche vita quotidiana: «Fai i compiti», «Ubbidisci a papà». Passano pasti caldi e vassoi di dolci, una giovane mamma esce per allattare il figlio di otto mesi e rientra, a pochi metri dalle sbarre il vescovo di Iglesias, monsignor Zedda, celebra all’aperto la messa della domenica, il coro canta l’Ave Maria, da dietro il passamontagna le occupanti della miniera leggono il libro di Isaia.
Dentro si sta sedute a cerchio, vicine, così il freddo sembra meno pungente. Un po’ più in là dove la Galleria si allarga c’è il “dormitorio”, coperte, sacchi a pelo, teli per fare da barriera all’umidità che gocciola dappertutto. «Ci siamo chiamate “Maria” per un fatto simbolico, perché qui stiamo occupando abusivamente e potremmo essere identificate e denunciate. Anche se — scherza Ornella, che invece dà il suo nome — tutti sanno chi siamo, visto che indossiamo caschi e giubbotti dell’Igea, ossia il nostro datore di lavoro». «Noi siamo forti, siamo dure, possiamo resistere a lungo, quello che ci tratteneva dal seppellirci qua sotto era il pensiero della famiglia. Ma di fronte al baratro, di fronte alle prese in giro dell’azienda e della Regione, abbiamo deciso di agire. Magari anche per sfatare il pregiudizio che le donne dentro le miniere portano sfortuna ».
C’è angoscia, ansia, fatica. Il Sulcis è oggi la regione più povera della Sardegna, alla disoccupazione si somma il disastro ambientale dei residui minerari e degli scarti dell’ormai ex polo industriale di Portovesme.
Le polveri micidiali dei famosi fanghi rossi.
«Attenta, c’è un topo dietro di te». Lo scherzo riesce subito e in quattro saltano su come molle dalla panca improvvisata, suscitando risate collettive. Ilaria: «Ogni tanto cerchiamo di scherzare, ci facciamo coraggio, qui dentro ormai c’è una situazione particolare, discutiamo, votiamo, poi cambiamo idea, rivotiamo… Poi la sera però giochiamo a carte, ci confidiamo, alcune di noi sono nonne, altre da poco madri, è la vita, ma oggi tirare avanti è durissimo». Si chiama complicità. Tra le donne nasce anche nelle situazioni più estreme. Elena: «Noi siamo il welfare italiano, per anni abbiamo supplito alle carenze dello Stato, adesso veniamo anche private della sopravvivenza. Per questo vorrei che una delle ministre che tanto parlano di maternità e famiglia, la Madia per esempio, che ha appena avuto un figlio, o la Guidi, venissero qui, scendessero in miniera per vedere cos’è la vita vera ». Arriva un altro vassoio di dolci. «Aiuto, basta, guardi che solidarietà, qui finisce che ingrassiamo, questi sono i nostri amaretti, sono speciali…».
Domani, martedì, i sindacati incontreranno a Cagliari l’assessore regionale al Lavoro. Ma le “Marie” non si fidano. «Questa volta non può finire come sempre, ci danno un’elemosina, uno o due stipendi, e poi non succede più nulla, anzi continuano a smantellare posti di lavoro. Noi vogliamo certezze. Diteci voi come si fa a vivere, se in una famiglia non c’è più nemmeno uno stipendio. Fa freddo, piove, è umido, ci sono i topi, ma noi restiamo qui. La miniera la conosciamo, non ci fa paura, le donne ci sono sempre state, facevano le cernitrici, un compito durissimo, dovevano dividere e lavare le pietre, nell’acqua gelida, a mani nude… Questo per dire che sappiamo resistere. Il lavoro è tutto».

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