Gli anni Settanta gettati alle spalle

«Miccia corta» di Sergio Segio, ovvero il racconto dell’azione che portò alla liberazione di alcune detenute politiche di «Prima Linea» raccontata da uno dei protagonisti dell’assalto al carcere di Rovigo

Pochi giorni dopo la strage di via Fani e il sequestro Moro, Rossana Rossanda scrisse un famoso articolo, quello nel quale parlava di «album di famiglia» a proposito dei rapitori del presidente della Dc. Non intendeva solo dire che i sequestratori di Moro venivano effettivamente dalla sinistra, allora un’eresia per buona pare della miope sinistra, ma anche che nella loro fraseologia si avvertiva un’eco precisa che rinviava al Pci, o almeno al Pci dei decenni precedenti. Parlava delle Brigate rosse e aveva ragione. Avrebbe avuto invece torto qualora si fosse trattato di altre formazioni armate, e in particolare di Prima linea. Quest’ultima, infatti, era a tutti gli effetti espressione, sia pur armata, di quel caotico movimento insurrezionale del quale il vertice brigatista diffidava profondamente e con il quale le Br non si identificarono mai. Con il Pci, fosse pure quello di Pietro Secchia, non aveva nulla a che spartire. Del principale gruppo armato italiano dopo le Br, appunto Prima linea, si è quasi persa la memoria. Mentre proliferavano le narrazioni autobiografiche degli ex brigatisti i militanti di Prima linea sono rimasti in silenzio. Con Miccia corta (Derive e approdi, pp. 244, € 15.00), Sergio Segio, uno dei principali dirigenti dell’organizzazione e l’ultimo ad aver finito di scontare la sua pena, rompe quel mutismo. Il suo libro sarà presentato, con la lettura di alcuni passi, sabato prossimo a Milano, alle 18, presso il Boccascenacafè, Palazzo Litta, Corso Magenta 24.

Miccia corta non vuole essere una storia di Prima linea, si propone anzi esplicitamente di raccontare un solo episodio, l’attacco al carcere di Rovigo che, il 3 gennaio `82, portò alla liberazione di quattro terroriste tra cui Susanna Ronconi, compagna di Segio e fondatrice di Prima linea dopo aver militato nelle Br. Avrebbe dovuto trattarsi di un’operazione incruenta. Si concluse invece con la morte di un passante, il falegname di 64 anni Angelo Furlan, ucciso dalla bomba usata per far saltare il muro di cinta del carcere. Forse Segio ha scelto di raccontare proprio quell’episodio perché gli pesa ancor più delle altre l’uccisione di Furlan, morto non solo «per caso» ma anche quando i reduci di Prima linea avevano già capito che la battaglia era persa, sparavano solo per liberare i detenuti senza più voler uccidere nessuno. Ma forse lo ha scelto anche perché quella vicenda crepuscolare, quasi l’ultimo atto di una lotta armata battuta, gli permette di raccontare le origini di Prima linea con gli occhi di chi ha già alle spalle la sconfitta, i ripensamenti, i dubbi, di chi ha già visto l’esplosione della mattanza nelle carceri, così opposta ai sogni e ai miti degli inizi, il moltiplicarsi dei pentimenti e delle denunce. Segio non racconta la storia di Prima linea. La riassume a partire da una rotta che è politica e culturale oltre che militare.

Da questo punto di vista l’autore resta fedele all’imperativo di limitare la narrazione all’evasione da Rovigo. Lo sguardo sugli anni `70 è sempre quello di chi è già stato sconfitto e di chi, senza rinnegarla, ha già preso intimamente le distanze dalla propria biografia. E’ già quello del 3 gennaio 1982, quando Segio aveva abbandonato quel che restava di Prima linea per limitare la sua attività al tentativo di far evadere quanti più detenuti politici possibile, in nome di una «coerenza» che è molto più umana ed esistenziale che politca e progettuale.

Nonostante la conclamata scelta iniziale, Segio non riesce però a evitare di raccontare le vicende che a quell’esito avevano portato, e probabilmente non sarebbe stato possibile farlo. Ricapitola la stagione dei gruppi extraparlamentari e delle stragi di stato, la «perdita dell’innocenza» che da piazza Fontana in poi almeno contribuì a spingere molti verso la scelta delle armi. Riassume la stagione dello spontaneismo armato di sinistra e poi della nascita e della crescita di Prima linea. Allude quindi frequentemente alle differenze tra le organizzazioni armate «di movimento» e le Br. Prima di tutto la determinazione nel non considerare la lotta armata come irreversibile per vederla invece come una necessità momentanea, passibile di ripensamenti a seconda delle esigenze imposte dal ciclo di lotte sociale: un’impostazione che per Segio spiega la dissociazione collettivamente adottata da quasi tutta Prima linea. Poi il tentativo di non staccare l’organizzazione armata dalle lotte diffuse, e di restare nonostante tutto all’interno del movimento di massa. Infine l’idiosincrasia per il moralismo rigido e il «professionismo» tipico delle Brigate rosse.

E’ la distanza tra un’organizzazione che si voleva, ed era, erede della tradizione comunista, davvero tutta interna a quell’«album di famiglia» di cui parlava Rossana Rossanda, e un’altra che al comunismo, per come si è dato nella realtà storica, faceva riferimento a parole ma di fatto era già oltre quella vicenda e quella tradizione, ed era dunque espressione, sia pur deviata, del movimento degli anni `70. Solo che quella differenza e quello scarto, che sono poi propri di tutta la vicenda dei `70, dell’intero movimento insurrezionale di allora e non solo di quello armato, Segio li richiama continuamente senza mai soffermarvisi davvero. La differenza tra Brigate rosse e Prima linea, dunque la specificità di quest’ultima, è spesso enunciata, mai definita, illustrata anche dal punto di vista dei comportamenti, mai raccontata davvero. Miccia corta è un prologo, l’anticipazione di quella «storia corale e collettiva di Prima linea» che Segio spera, e lo dice chiaramente, possa un giorno essere scritta.

E’ un auspicio condivisibile. Sarebbe un testo utile per ripristinare la verità storica di quegli anni, falsata da un’immagine mediatica che ha ridotto quell’intera fase a uno scontro tra lo stato e le Brigate rosse con tutt’alpiù per contorno una guerra civile strisciante tra opposti estremismi. Ma il libro di Segio capita in un momento particolare, dopo il diluvio mediatico messo in moto dalle rivelazioni di Achille Lollo da Rio de Janeiro. E’ dunque opportuno chiedersi a cosa possa e debba servire una ricostruzione storica onesta dello scontro che si verificò in Italia allora. La pacificazione di cui molto s’è straparlato negli ultimi giorni c’entra pochissimo. Segio cita un’affermazione di Susan Sontag dalla quale è difficile dissentire: «Fare pace significa dimenticare. la riconciliazione richiede che la memoria sia limitata». Le reazioni alla nota intervista di Lollo confermano le parole di Susan Sontag. La pacificazione poggia su amnesia e rimozione, non sul ricordo che, al contrario, rinfocola e riattizza odi e inimicizie. Neppure si può più sperare che liberare la storia degli anni `70 dalla falsificazione che la ha ridotta a insensata esplosione di violenza possa rivelarsi utile per la ripresa di un conflitto sociale che langue per motivi ben più strutturali e radicati.

Il sospetto che a essere interessati dalla faccenda siano sopratuttto ultracinquantenni motivati da un qualche coinvolgimento personale a vario titolo è legittimo. E tuttavia uscire dagli anni `70 risulta puntualmente impossibile. Gli spettri di allora continuano da oltre vent’anni a essere evocati, per essere impugnati nelle maniere più improprie e spesso torbide. Restituire a quella storia la sua realtà, riportarla nei suoi confini senza deformazioni interessate e senza abbandonarsi ai voli fantasiosi delle dietrologie, ridare al movimento quel che fu suo – la continuità con la tradizione comunista incarnata da molte organizzazioni tra cui le Br, ma anche le fratture, le discontinuità, le anticipazioni, la scoperta di istanze nuove e diverse da quelle «operaie e proletarie» – è forse necessario non solo e non tanto per liberare gli anni `70 dalle menzogne, ma per liberare la lotta politica di questo paese, tutti noi e in particolare la sinistra, dagli anni `70 stessi. Per poterli infine catalogare nel registro del passato e dimenticare. Per poterli superare.

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