Primo maggio no expo. Chiesta estradizione per i greci arrestati (e scarcerati)

No Expo. Ora la parola passa a Syriza. In Grecia circola indignazione anche per la diffusione delle foto e dei nomi dei ragazzi inquisiti

No Expo. Ora la parola passa a Syriza. In Grecia circola indignazione anche per la diffusione delle foto e dei nomi dei ragazzi inquisiti. «La pubblicazione di quei volti viola la legislazione europea sulla privacy, in Italia non esiste la presunzione di innocenza?»

Il Tribunale per il riesame di Atene ha scarcerato i cinque ragazzi, tutti giovanissimi, arrestati ieri nella capitale greca su richiesta della Procura di Milano. I cinque, finiti in manette insieme ad altrettanti italiani catturati a Milano, sono accusati di aver preso parte agli scontri avvenuti nel capoluogo lombardo il primo maggio scorso, durante il corteo No Expo.

Sono liberi ma sottoposti ad obbligo di firma due volte al mese. Tra poco più di una settimana è prevista la sentenza sull’estradizione richiesta dall’Italia. Mentre dalla nostra sponda dell’Adriatico la figura mitologica dell’ «anarchico greco», militante radicale munito di bottiglia incendiaria che si aggira per le città al fine di produrre più danni possibili, ha assunto nuova consistenza, in Grecia si affaccia lo spettro di un ingorgo diplomatico.

Sorgono parecchi dubbi circa l’operazione giudiziaria. Intanto, per la sproporzione tra i fatti e le richieste: analoghe domande di estradizione sono arrivate in precedenza solo dagli Stati uniti per i membri della «17 novembre», organizzazione armata attiva tra il 1975 e il 2002 o dalla Turchia per i militanti curdi. A differenza dei casi precedenti si mette in piedi un’operazione di polizia internazionale, con tanto di prove del Dna, volta a colpire persone accusate di aver infranto una vetrina o dato fuoco a una macchina.

C’è poi la fattispecie di reato contestata agli arrestati, quell’articolo 419 del codice penale sulla «devastazione e saccheggio» che ereditiamo dai codici fascisti — e utilizzata poi per gli ultras e per i manifestanti del g8 genovese del 2001 — e che innesca dispositivi di difficile traduzione nell’ordinamento greco. Ioanna Kurtovik, avvocato, fa parte della Rete per i Diritti Politici e Sociali (Dyktio) e difende i cinque inquisiti.

Si dice «sbalordita» del fatto che in Italia si rischino tra i dieci e i quindici anni di carcere per aver preso parte a scontri durante un corteo. Per non parlare della «compartecipazione psichica» utilizzata accanto alla «devastazione e saccheggio» nel caso dei processi che hanno seguito il g8 del 2001.
Circola indignazione anche per la diffusione delle foto e dei nomi dei ragazzi inquisiti. «La pubblicazione di quei volti viola la legislazione europea sulla privacy — spiega Kurtovik al manifesto — In Italia non esiste la presunzione di innocenza?». Subito dopo l’arresto è stato occupata simbolicamente la sede del municipio di Agia Paraskevi, nell’Attica a nord di Atene, dove i cinque ragazzi risiedono.

Ieri mattina centinaia di persone hanno presidiato il Tribunale. Mentre si attende una presa di posizione ufficiale di Syriza, il primo a scoprire le carte è stato il presidente del municipio, che si è detto contrario all’estradizione.

La presa di posizione del partito di governo è un nuovo banco di prova per la sua reputazione a sinistra e presso i movimenti sociali, stretto tra gli obblighi imposti dal mandato di cattura europeo e una richiesta di estradizione che pare una forma di accanimento politico. Sono annunciate assemblee e nuove azioni. I giorni che ci separano dalla sentenza saranno intensi.

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