Usa, stop al business delle prigioni private

È consueto che in Italia il carcere non faccia notizia, a meno non si tratti di violenze o fughe, utilizzabili per alimentare domande securitarie. Infatti, quasi nessuno si è accorto, nonostante la presenza del ministro Andrea Orlando, che a Venezia il 7 settembre è stato presentato il bel docufilm «Spes contra spem. Liberi dentro», con la regia di Ambrogio Crespi, voluto e prodotto da «Nessuno tocchi Caino», da tempo impegnata per l’abolizione della pena di morte nel mondo e, in Italia, nella ancor più ardua battaglia contro l’ergastolo «ostativo», quello che rende la pena effettivamente perpetua, a meno non si «collabori con la giustizia», ovvero si mandi qualcun altro in galera al proprio posto.

Il docufilm mostra e dimostra come, nonostante e contro l’ergastolo, un gruppo di condannati nel carcere milanese di Opera, da decenni dietro le sbarre, spesso nell’isolamento del famigerato articolo 41bis, continui a coltivare speranza e recupero di umanità.

Quello che appariva meno scontato è che ai media nostrani, pronti a enfatizzare quelle che assai raramente avvengono in Italia, sfuggano anche le rivolte carcerarie, quando si verificano in altri Paesi.

Come quella che il 7 settembre in Florida, all’Holmes Correctional, ha visto la ribellione di 400 reclusi. Una premessa alla ben più imponente e produttiva protesta invece pacifica indetta, significativamente nell’anniversario della rivolta di Attica del 1971, il 9 settembre, nelle prigioni di 24 Stati: il più grande sciopero dei prigionieri nella storia degli Stati Uniti.

Tanti i motivi alla base, nel paese che detiene il record dell’incarcerazione di massa, con quasi due milioni e mezzo di reclusi, un quarto della popolazione detenuta di tutto il mondo.

Uno è quello preminente: la protesta contro condizioni di semi-schiavitù, con forme intense di sfruttamento che vedono i carcerati costretti a lavorare per pochi centesimi l’ora o addirittura gratis. Un sogno di tanti imprenditori, questo, che qualcuno ha provato a realizzare anche in Italia.

Negli USA, del lavoro recluso senza diritti si avvantaggiano multinazionali come Wal-Mart, McDonald, Victoria’s Secret, Nordstrom, AT&T Wireless, realizzando profitti incalcolabili, considerando che i detenuti lavoratori statunitensi sono ben 900 mila.

Si tratta di uno dei capitoli più cospicui del business penitenziario. L’altro, connesso a questo, è quello delle carceri private (che pure, ricorrentemente e non a caso, trova alfieri e proponenti anche nel nostro Paese). Adesso, la buona notizia è che il 18 agosto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato l’intenzione di chiudere e revocare i contratti a tutte le prigioni private, che gestiscono una fetta non indifferente del sistema, circa 130 mila detenuti.

La decisione fa seguito a un’approfondita indagine dalla quale è risultato che, oltre a essere costose (e, come è facile capire, autoriproducenti), le carceri privatizzate conseguono risultati inferiori a quelle pubbliche.

Nella politica penitenziaria Usa, insomma, sinora non si è trattato di delitto e castigo, né tantomeno di riabilitazione: si è trattato di una questione di soldi. Ora, forse, le intenzioni dichiarate di Obama e del Dipartimento della Giustizia e, dall’altra parte, il movimento dei detenuti, con la grande capacità di mobilitazione che dimostra, incepperanno il lucroso meccanismo, concausa, assieme alla «war on drugs», dell’enorme espansione delle carcerazioni negli Stati Uniti negli scorsi decenni.

Chissà che queste ventate positive non portino consiglio ed emulazione anche in Italia, dopo il lungo e grande – ma ancora privo di effetti concreti – lavoro degli «Stati generali dell’esecuzione penale» e, anche, il troppo lungo silenzio dei detenuti.

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