Miccia corta. Introduzione alla edizione del 2005

Quella raccontata nella pagine che seguono, e come recita il sottotitolo del libro, è una storia di Prima Linea. Volutamente concentrata su un singolo episodio: la liberazione manu militari di alcune compagne dal carcere di Rovigo, avvenuta il 3 gennaio 1982.

Lo sforzo è stato quello di narrare quella vicenda, comunque fondamentale nella mia vita, come se fosse stata scritta il 3 gennaio stesso: con gli occhi, i riferimenti, i sentimenti, i linguaggi e categorie di allora. Con l’intento di consegnarla alla conoscenza e al giudizio del lettore, senza infingimenti e, per quanto possibile, coscienze del dopo, che risultano spesso falsate, in buona o cattiva fede.

Il racconto si svolge nell’arco temporale di quella giornata e lì si esaurisce, consentendosi unicamente alcuni rapidi e sommari flash back. Uno sguardo che, da quella data, si rivolge all’indietro solo ad alcune vicende e personaggi che in qualche modo, spesso incidentalmente, entrano nel discorso, senza pretesa di esaustività e neppure un particolare criterio, se non quello di offrire alcuni riferimenti di massima, di excursus e di contesto per aiutare il lettore, specie quello più giovane, a meglio inquadrare l’avvenimento che costituisce il cuore e il motivo del racconto e i suoi protagonisti. Ho ritenuto necessario e doveroso farlo, proprio perché non esistevano sinora altri libri sulla storia di Prima Linea e sul percorso che ha portato alla sua costituzione. Lo sguardo retrospettivo sugli avvenimenti anteriori al gennaio 1982 che ho svolto in queste pagine risulterà forse troppo compresso e in alcuni tratti eccessivamente sintetico: ma non voleva essere quello il cuore del racconto, invece concentrato sull’assalto al carcere di Rovigo.

Nulla, invece, c’è qui sul dopo, su ciò che è avvenuto in seguito a quel 3 gennaio 1982, sia con riguardo allo svolgersi dei fatti, sia all’evoluzione del pensiero e delle scelte politiche: l’esperienza del carcere, i processi, le condanne, il dibattito che ha portato allo scioglimento di Prima Linea, la costituzione delle “aree omogenee” dentro le prigioni, il mutato giudizio sul passato e la desistenza dalla scelta delle armi, la battaglia politica in carcere e quella collettiva per una soluzione politica della prigionia, i progressivi e individuali percorsi di uscita, di rientro nella società e, infine, il presente.

Tutto ciò qui manca, per mia scelta precisa. Perché fa parte di altre storie, di un’altra vita, che forse racconterò un’altra volta. Qualche frammento del “dopo” è tuttavia presente nei materiali proposti come postfazione, al fine di dare una pur minima traccia e qualche dettaglio sugli avvenimenti successivi e sugli esiti stessi dell’azione qui raccontata.

Questa dunque non è intesa come la storia di Prima Linea, per quanto io ne sia stato un artefice e l’abbia vissuta tutta, dall’inizio alla fine. Anzi, da prima e sino a dopo. Sono infatti stato tra i primi a promuovere il percorso da cui essa è nata, dopo la militanza in Lotta Continua nei primissimi anni Settanta, mentre sono stato tra gli ultimi a venire catturato, il 15 gennaio 1983, e l’ultimo a uscire dal carcere e terminare la condanna, con il provvedimento di estinzione della pena emesso nel gennaio 2004.

Pur avendovi pensato più volte nel passato, ho infine voluto attendere la scarcerazione definitiva per pubblicare questo racconto. Mi è sembrato giusto per una serie di motivi, che ritengo superfluo esplicitare e che, in ogni caso, riguardano più me che non il lettore.

Il libro non è neppure voluto quale contributo autobiografico, pur riferendo di fatti vissuti in prima persona e fornendo alcuni elementi e informazioni circa la mia traiettoria politica ed esistenziale, essendo il racconto concentrato su di un singolo frammento.

La scelta è stata altra: quella di dare conto di un singolo episodio, l’assalto al carcere di Rovigo, per le particolari valenze che esso a quel tempo ha avuto, sia sul piano della mia vicenda personale sia, più in generale, su quello di un momento fortemente rappresentativo del culmine e della fine di una storia e, in certo senso, di un’epoca, quella della rivolta armata.

Sono infatti sempre stato, e rimango, convinto che il racconto della storia di Prima Linea e di tutta la lunga stagione delle armi e della ribellione non possa che essere un fatto corale, come collettiva è stata quella drammatica esperienza. Ho cercato spesso, ma sinora inutilmente, di convincere coloro che, assieme a me, l’hanno vissuta e determinata della necessità di consegnarne a chi voglia sapere una memoria completa, complessa e anche in parte inevitabilmente differenziata e contraddittoria.

Una memoria non viziata, parziale e distorcente qual è quella cristallizzata nelle carte giudiziarie e non superficiale o inevitabilmente lacunosa, densa di stereotipi e inesattezze, quale quella che deriva da molte delle cronache e da parecchi dei libri pubblicati sulla lotta armata da vari autori o ricercatori.

Ho proposto delle tracce, talvolta provando a coinvolgere anche lo sguardo esterno di giornalisti o scrittori. In qualche occasione sono riuscito a determinare la comune disponibilità di alcuni, che hanno cominciato a confrontarsi e discutere. Ma alla fine, per un motivo o per un altro, l’ipotesi di una cronaca e riflessione dall’interno di quegli anni non è decollata.

Non ci siamo riusciti. Per limiti nostri, per mancanza di tempismo, per la fatica della memoria, per le ferite ancora troppo aperte. O fors’anche per il consueto sforzo di stare dentro il presente e le sue difficoltà in modo pubblico e collettivo. Cioè politico.

Mentre altri hanno vissuto il carcere come ritiro e profittato del tempo chiuso e sospeso per scrivere, o più spesso per fare scrivere la propria storia a giornalisti interessati alle vicende degli “anni di piombo” e in qualche caso alla risonanza editoriale, noi abbiamo cercato di utilizzare quello stesso tempo e quei luoghi per costruire un futuro possibile e un modo non passivo di stare dentro al carcere, elaborando intimamente e pubblicamente la rottura di continuità con la militanza armata ma continuando a interrogarci, riflettere e agire sul e nel presente.

Da tempo ragiono su questo silenzio e mi pare di aver infine ricavato una possibile chiave di lettura: quasi scontata ma al tempo stesso indizio significativo dei drammi sottostanti. È il silenzio dei vinti. Vinti e – ma – sopravissuti. Di coloro che hanno commesso il doppio errore di stare dalla parte del torto e di sopravvivere. Quello stesso rintracciabile in tante altre esperienze rivoluzionarie, in tante tensioni ideologiche che, deviate dai profondi sbagli compiuti e dopo aver preso consapevolezza degli stessi, dell’impietosità della Storia, del rancore perpetuo dei vincitori, non riescono a trovare le parole e, ancor di più, i luoghi in cui raccontarsi. È un silenzio che ha colpito in modo particolare ed evidente Prima Linea, a differenza delle BR, proprio per il suo carattere eretico e refrattario alla dimensione del potere, alla logica meccanicistica e deterministica dello scontro di classe. Una logica, quest’ultima, che risulta comunque consolatoria nella sconfitta, perché oggettivizza le responsabilità e gode di uno scontato riconoscimento in certe aree e culture, omogenee o affini quanto a riferimenti, sentimenti e linguaggi, accreditandosi come Storia e non come storie. Perché, insomma, assume su di sé la sconfitta, essendone costretta, ma rifiuta di considerare e ammettere l’errore, equivocando, non sempre in buona fede, tale ammissione quale abiura.

Di analoghi silenzi, peraltro intrecciati a vicende storiche che hanno direttamente interessato la mia famiglia, ho trovato tracce di impressionante similitudine in libri recenti[1] e meno recenti[2]. Ma tanti altri potrebbero essere i riferimenti e le suggestioni, ad esempio la vicenda degli anarchici e del POUM nella guerra civile spagnola o la stessa marginalizzazione dell’esperienza di Giustizia e Libertà e dei gruppi di combattenti non stalinisti nella Resistenza italiana.

Oltre all’esperienza della sconfitta radicale e senza appello, anche la prigionia costituisce un ulteriore e potente fattore di indicibilità, induttore di silenzio. La violenza della reclusione, l’umiliazione della cattività, così come la condizione dell’essere vinti, non possono essere per davvero e per intero comunicate a chi non l’abbia vissute. Ed è il motivo per cui i reduci di ogni guerra perduta tendono all’isolamento o sanno ritrovarsi solo tra di loro, come tra iniziati, dove tutto è sottinteso perché intimamente conosciuto, dolorosamente e indelebilmente scritto sulla propria pelle.

 

In ogni caso, la storia di Prima Linea sinora non era mai stata scritta. I fatti forse allora erano troppo vicini. Ora sono probabilmente divenuti troppo lontani. Ma non dispero che questo Miccia corta possa innescare finalmente un prossimo lavoro più ampio e collettivo. È un valore aggiunto che mi auguro di consegnare a queste pagine.

Che escono in un momento probabilmente tra i peggiori degli ultimi anni. Anzi degli ultimi due decenni. Un momento in cui è crescente e concretamente operante uno spirito rancoroso e ulteriormente vendicativo rispetto a quelle vicende e agli anni Settanta. Uno spirito che paradossalmente è divenuto più forte ed esplicito man mano che è trascorso tempo da quei fatti e da quelle lacerazioni.

Basti pensare che la prima proposta legislativa per un provvedimento di amnistia e indulto rispetto a quelle vicende è del 1985. Proposta reiterata e variamente modulata negli anni seguenti, sostenuta da schieramenti trasversali in Parlamento e da una parte non piccola di intellettuali, giornalisti, opinion leader. Infine tramontata, così come altre iniziative legislative di civiltà giuridica e umanizzazione delle pene a più vasto raggio, come ad esempio l’abolizione dell’ergastolo.

A distanza di parecchi lustri, è esplosa invece l’ansia carceratrice anche nei confronti di coloro che, a suo tempo, erano scappati all’estero. L’unico terreno su cui quasi tutto il centrodestra e parte non irrilevante del centrosinistra sembrano infatti convergere è la carcerazione di quanti 30 anni fa sfidarono le istituzioni. Il carcere come valore, le manette come simbolo positivo costituiscono a oggi il lascito più avvelenato di quella stagione e della cultura dell’emergenza che ha contraddistinto e pervertito nel profondo non solo le strutture e la cultura giuridica ma, più in là, le procedure della politica, le modalità e i contenuti dei processi di formazione del consenso. È stata la madre di tutte le emergenze, che ha poi figliato quelle sulla corruzione e sulla mafia, sino a sistematizzarsi in una cultura giuridica corrente.

Ciò è stato possibile anche perché la storia di quegli anni permane come un buco nero, un’occasione di riconciliazione mancata.

Nella coscienza sociale e nell’immaginario pubblico è stata sapientemente e efficacemente depositata una lettura e una memoria parziale e falsata che vuole i militanti armati di quegli anni come fonte di tutti i mali, gli errori, le storture e le nefandezze della storia della Repubblica nella seconda metà del Novecento. Come nelle antiche città greche, il pharmakos è stato espulso fuori dalle mura, facendogli assumere le colpe e le maledizioni di tutti.

Naturalmente, noi non siamo stati innocenti. L’innocenza l’abbiamo perduta dopo il 12 dicembre 1969, data di crinale con quella strage di piazza Fontana, a proposito della quale, con la consueta acutezza, Adriano Sofri in un’intervista ha detto: «Alla violenza indiscriminata della strage si aggiunse la menzogna, il senso del complotto, della persecuzione. Innocenti come eravamo toccava a noi per diritto, diritto che è divenuto poi la nostra dannazione, tirare la prima pietra. Poi quando l’hai scagliata non sei più innocente. E non a caso ne tiri un’altra e un’altra ancora. Fino a diventare un lanciatore di pietre»[3].

Fino a concepire e praticare l’omicidio politico un atto di giustizia, com’è stato con il commissario Luigi Calabresi nel maggio 1972, momento cardine del nostro percorso e, più in generale, di quello involutivo del movimento. Come ha ben ricordato Aldo Cazzullo: «L’assassinio di Luigi Calabresi è il primo anello della catena. È lo sparo che riaccende la guerra civile italiana, combattuta con le armi nel biennio 1943-1945, rinfocolata sulle piazze nel tempo della guerra fredda, e poi mimata a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80»[4].

L’origine della mia e nostra storia armata è tutta qui. Sono, siamo, diventati dei lapidatori. Il che è stato feroce. Per giunta dalla mira resa via via più imprecisa da un manicheismo semplificatorio, dall’infinita presunzione di essere sempre e comunque nel giusto. Ma sarebbe storicamente falsante e monco non ricordare che c’è stata anche e prima un’età dell’innocenza, per quanto ambigua sia questa parola. C’è stato un lungo periodo in cui la violenza era stata solo subìta, pur se, va onestamente detto, l’accettazione e anzi teorizzazione della violenza politica come motore della storia e del progresso era già, e da tempo, parte del corredo ideologico della sinistra. E dunque occorrerebbe riconoscere che non si possono ridurre i fenomeni sociali e culturali, pur violenti, a delitti, non si può fare seriamente la storia di quegli anni (e in generale: si vedano i recenti dibattiti sull’uccisione del filosofo fascista Giovanni Gentile) senza tenere presente la complessità e i contesti, senza ricordare le cause prime e scatenanti della lacerazione armata.

Quelle che Giovanni Pellegrino – che nella seconda metà degli anni Novanta è stato presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo e che di tali materie rimane senz’altro tra i più autorevoli e obiettivi conoscitori – ha così riepilogato: «Nel periodo 1968-1974 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione (…); a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di stato (…) tre grandi stragi impunite nel periodo 1969-1974 (…); gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage (…)»[5].

È questa una verità documentata negli atti parlamentari e che ha portato lo stesso Giovanni Pellegrino a dichiarare: «La Commissione stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate così: eravamo un Paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità, ma una guerra c’era»[6]. Ed è per questo motivo, sempre secondo Pellegrino, che «continuare ad affrontare una questione di questa portata, le ferite aperte da una guerra civile, con lo strumento penale, con l’incriminazione penale, a trenta, a venti, a quindici anni di distanza, francamente mi sembra una cosa estranea al senso civile di una democrazia che voglia dirsi davvero matura»[7].

E ancora: «In tutti i capoluoghi di regione, in uffici privati, erano dislocate tra il 1950 e il 1984, strutture miste di polizia da cui dipendevano dei civili, per lo più infiltrati, che operavano alla dipendenza diretta dell’ufficio sicurezza del ministero dell’Interno e da quello che ne rappresentava il cuore e cioè l’Ufficio Affari Riservati. Queste strutture periferiche “parallele” raccoglievano notizie, infiltravano gruppi estremisti, operavano autonome indagini rispetto all’attività giudiziaria ufficiale»[8].

Si tratta della cosiddetta “Gladio civile”, una rete di strutture illegali e “coperte” con funzioni di provocazione e inquinamento, documentata dalla Commissione parlamentare ma anche da specifiche inchieste giudiziarie – come quella del giudice Carlo Mastelloni – che vedeva come “Grande vecchio” (ma non certo come unico regista e responsabile) Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale e iscritto alla P2, stranamente ben considerato anche in certa sinistra, tanto da potersi concedere lo sfizio di tenere per anni la rubrica di gastronomia sul democratico “L’Espresso”, quella stessa rivista che, con Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, negli anni Sessanta aveva meritoriamente e coraggiosamente squarciato il velo sul “tintinnar di sciabole”, sulle trame e voglie golpiste di generali, vertici istituzionali ed esponenti politici.

Si tratta di verità che non hanno comportato alcuna conseguenza, né sotto il profilo penale, né sotto quello della responsabilità politica, né sul piano della valutazione e censura morale e professionale.

È un’altra storia d’Italia, rimasta sepolta nelle montagne di carta dei documenti e nei tanti armadi della vergogna, che trova spiegazione anche nell’assoluta continuità degli apparati statali e polizieschi dell’Italia repubblicana con quelli del fascismo. Basti pensare che ancora nel 1960, 62 dei 64 prefetti di prima classe provenivano dai ranghi dell’amministrazione dello Stato nel regime mussoliniano. E così pure tutti i 241 viceprefetti, i 135 questori e i 139 vicequestori[9].

Paradigmatica di questa continuità, entro e grazie alla quale si sono potute sviluppare deviazioni, infiltrazioni nella sinistra e veri e propri disegni di provocazione, sistematizzati nella cosiddetta strategia della tensione, è la figura di Marcello Guida, questore a Milano, città cardine e laboratorio privilegiato di quella strategia nel periodo di piazza Fontana e della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta nei locali nella questura dove era sottoposto a interrogatorio, dei pervicaci depistaggi delle indagini e delle coperture e impunità assicurate ai gruppi estremisti e terroristi della destra. Guida, funzionario dello Stato fascista, era stato direttore del carcere-confino di Ventotene, dove erano rinchiusi militanti e dirigenti dell’opposizione al regime, comprese figure di riferimento dei partiti comunista, socialista e azionista. Tra di loro, Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, che, secondo alcuni, nel giorno dei funerali delle vittime della strage milanese rifiutò di stringere la mano all’ex direttore del confino.

Quella della strategia della tensione è una storia parallela e nascosta, figlia della guerra fredda e della realpolitik, che è ormai trascorsa senza lasciare traccia alcuna nella pubblica opinione e nella società civile – e lasciandone invece di inevitabili e persistenti, in termini di continuità fisiche e culturali e di vincoli omertosi, negli apparati statali – ma che pure dovrebbe porre qualche riflessione in più su quegli anni, sullo Stato democratico e sulle risposte che si sono poi date al fenomeno armato. Circa quest’ultimo aspetto, ancora tutto da sviscerare, un capitolo riguarda anche il PCI, nell’epoca in cui il gioco si era fatto duro. E sporco.

Un partito comunista che scelse di entrare pesantemente – e dal proprio punto di vista coerentemente – nella partita, mettendo direttamente a disposizione della lotta contro il movimento armato e l’area della sinistra rivoluzionaria e autonoma propri apparati e militanti, attraverso l’azione del responsabile della sezione problemi dello Stato nel PCI, il senatore Ugo Pecchioli; anzi, «Pekkioli, il ministro-ombra dell’Interno», per come lui stesso si è definito nella prefazione al libro di memorie[10], con la stessa simpatica autoironia che contraddistingue anche il ministro titolare dell’epoca, Francesco Cossiga: uno dei pochi che si concede – purtroppo raramente e mai per intero – il lusso di dire qualche piccola verità su di quegli anni, essendo peraltro l’unico ad avere avuto il coraggio e l’onestà delle dimissioni, all’indomani dell’omicidio Moro.

In un’intervista a Michele Brambilla sul magazine del “Corriere della Sera”, l’ex presidente della Repubblica, mette in discussione la stessa appropriatezza della definizione di terroristi con la quale tutti qualificano i militanti della lotta armata: «Io, Kossiga con la kappa, sono stato stalinista quando chiamai terrorismo ciò che invece avrei dovuto chiamare eversione (…). Chiamare soltanto terroristi i brigatisti rossi degli anni Settanta fu una falsificazione semantica come scrivere Kossiga con la doppia esse dei nazisti»[11].

In precedenza, in occasione del ventennale del Settantasette, in un articolo a firma Gian Antonio Stella sullo stesso settimanale, Cossiga aveva affermato ancor più nettamente: «Piano con i “terroristi”. Rileggendoli ora, quei dati, e considerando che sono state sei o settemila le persone finite in carcere per periodi più o meno lunghi, va ricordato che aveva ragione Moro: ci trovavamo davanti a un grosso scoppio di eversione. Non di terrorismo. Il terrorismo ha una matrice anarchica che punta sul valore dimostrativo di un attentato o di una strage. L’eversione di sinistra non ha mai fatto stragi. Ci trovavamo davanti a una sovversione. A un fenomeno politico. A un capitolo della storia politica del Paese»[12].

Nel suo libro di memorie, Ugo Pecchioli riferisce dei costanti contatti e incontri con i responsabili dei servizi, a partire dall’allora capo del SISDE, il generale Giulio Grassini: «Volevo essere informato su come procedevano le indagini, avere elementi per iniziative parlamentari e confermare la nostra piena disponibilità alla lotta contro il terrorismo». E aggiunge: «Non mi incontravo solo con i capi dei servizi, ma per queste e altre ragioni analoghe, anche con esponenti delle forze armate, soprattutto dei carabinieri e con numerosi magistrati che indagavano sulle BR e sui fascisti». Circa i rapporti con il generale Dalla Chiesa: «Ci scambiavamo opinioni sullo stato della sicurezza, lui mi dava qualche informazione sulle attività in corso e io lo mettevo al corrente delle nostre iniziative e talvolta di segnalazioni che ci erano pervenute».

Ciò che Pecchioli non ha raccontato è che tali segnalazioni erano frutto del lavoro di militanti “coperti” del PCI, appositamente inseriti in ambiti dell’Autonomia e della sinistra extraparlamentare, su iniziativa della struttura di vigilanza del partito e della sua direzione. Nemmeno è ancora stata resa di pubblico dominio la collaborazione del suo partito con il generale Dalla Chiesa anche a operazioni speciali e coperte, quali quella che avrebbe preso il nome in codice “Olocausto”, consistita nell’infiltrazione di un militante del PCI nei gruppi armati, in un periodo particolarmente delicato e di crinale, vale a dire il 1978, l’anno del caso Moro. Dopo l’infiltrazione nel gruppo clandestino, il militante riferiva ogni informazione di cui entrava in possesso al proprio partito e direttamente al generale Dalla Chiesa e ai responsabili dei carabinieri[13].

Naturalmente, è del tutto plausibile che la virulenza ed estensione dell’attacco armato contro le istituzioni abbia fatto allora considerare dai responsabili del partito comunista giustificate quelle pratiche, che ora si possono giudicare inquietanti, se non illegali.

Pure, questi episodi, ancora sottaciuti a distanza di decenni, testimoniano di un clima d’eccezione in cui, non solo agli estremisti, tutti i mezzi apparvero leciti e praticabili, e furono effettivamente praticati.

Giova ricordare che i vertici dei servizi, coi quali Pecchioli ebbe costanti rapporti di collaborazione, e lo stesso generale Dalla Chiesa risultarono poi iscritti alla Loggia P2.

Va peraltro ricordato che Ugo Pecchioli, oltre a essere il dirigente del PCI, poi PDS, più addentro a queste tematiche e vicende, fu anche tra i pochi ad avere il coraggio e l’onestà intellettuale di dire in seguito pubblicamente alcune piccole verità politiche, decisamente scomode e negate spesso e tuttora anche all’interno del suo partito. Ovvero che i militanti della lotta armata in Italia «non erano burattini i quali facevano quello che gli ordinava di fare il burattinaio o, peggio, dei mercenari». Erano «gente che credeva fermamente in quelle teorie e pratiche», che portava avanti un’attività capace di «avere presa, soprattutto tra le nuove generazioni e i settori del mondo operaio». «Ricordo che nel 1973 il sequestro dimostrativo di Amerio, il dirigente della FIAT che fu sottoposto a un “processo proletario” e poi rilasciato, venne da noi condannato severamente come un atto criminale, provocatorio e irresponsabile. Ma quella nostra condanna non fu compresa e condivisa da settori non marginali di lavoratori». E ancora: «Se dovessi pormi un quesito, a tanti anni di distanza, mi domanderei perché, mentre nel ’68 ci eravamo sforzati di capire quel movimento e la critica nei nostri confronti, nel ’77, quando l’uso della violenza aveva già una diffusione, non ci siamo resi conto che quel movimento voleva riforme per cambiare le istituzioni, per trasformare la qualità della vita».

Come ho avuto modo di scrivere sul quotidiano “l’Unità” in occasione della scomparsa di Ugo Pecchioli[14], si tratta di frammenti di una lettura che, senza rinunciare alla condanna aspra e al giudizio netto, non si accontenta di una certa retorica fuorviante (“fascisti rossi”, “criminali isolati”), che pure è fortemente appartenuta al PCI e al sindacato dell’epoca, ma onestamente, sia pure a posteriori, riconosce la motivazione ideale e un certo grado di consenso operaio e sociale a chi scelse la lotta armata nei primi anni Settanta e, in qualche modo, ammette che essa trasse se non ragioni certo alimento da un contesto di ingiustizia sociale, di democrazia bloccata (e, in parecchi frangenti, minacciata dall’interno stesso dello Stato e dei suoi apparati) e dall’incapacità istituzionale e partitica, sinistra compresa, di accogliere e dare risposta alle domande e ai bisogni che ampi movimenti sociali radicali posero in quegli anni; la degenerazione violenta dei quali fu favorita proprio da queste sordità.

Dall’ultima di queste citate considerazioni[15], emerge una domanda che risulta a tutt’oggi insoddisfatta e che evidenzia l’insufficiente riflessione, specie a sinistra, su quegli anni e sulle derive armate dei movimenti.

Di Pecchioli, particolarmente nella sinistra più radicale, si usa spesso ricordare solo l’intransigenza nei confronti di quei movimenti e delle loro derive, nonché la spregiudicatezza; del resto, la tremenda logica del fine che giustifica i mezzi in quegli anni era condivisa e applicata da tutti: dal movimento, dai gruppi armati, dagli stessi apparati istituzionali e investigativi preposti alla lotta antiterrorismo e dai partiti politici, PCI compreso, come le vicende sopra ricordate testimoniano.

Pure occorre rammentare – e mi pare di forte significato – che anche Pecchioli negli ultimi anni della sua vita si fece sostenitore dei provvedimenti di indulto per i reati di terrorismo, sottoscrivendo nella XI legislatura il disegno di legge n. 1058.

Proposte di indulto e amnistia che si sono trascinate sempre più stancamente, sino a venire definitivamente depennate dall’agenda e dall’attenzione politica. Fors’anche grazie alla rinascita delle BR nella seconda metà degli anni Novanta (confermando così l’intramontabilità dell’affermazione di Carlo Marx, secondo cui la Storia si manifesta prima come tragedia e poi si ripete come farsa; una farsa con risvolti sanguinosi ma pur sempre farsa, come dimostrano le vicende, le dinamiche organizzative maniacali, l’inconsistenza politica, l’imperizia militare e gli esiti delle cosiddette nuove BR). Peraltro, si tratta di provvedimenti che ormai avrebbero valore solo simbolico e politico, avendo la quasi totalità dei condannati per la lotta armata scontate per intero le pene comminate.

Ed è paradossale la litania che ha sempre accompagnato il dibattito sull’indulto, laddove molti commentatori ed esponenti politici per respingere quella prospettiva amavano e amano ripetere che non si può passare un colpo di spugna e di impunità, che non è possibile indulgere al “perdonismo”. Un discorso che poteva avere plausibilità negli anni Settanta-inizio Ottanta, ma assai di meno successivamente, allorché, appunto, la totalità dei militanti di quella stagione ha scontato lunghe pene. E la pena è l’altra faccia del perdono. Come ha scritto Hannah Arendt: «L’alternativa al perdono, ma non il suo opposto, è la pena, che ha in comune col primo il tentativo di porre un termine a qualcosa che senza interferenza potrebbe proseguire indefinitamente»[16].

Le pene per quella stagione, certo terribile, sono invece considerate e volute infinite.

Le nuove BR anche in questo sono cadute a fagiolo, funzionando da contingente pretesto, ma in effetti da tempo ogni minima disponibilità e reale attenzione politica era stata archiviata.

Gia nel settembre 1994, rispondendo a una mia sollecitazione sul tema dell’indulto, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga mi scriveva: «Gentile Signor Segio, temo anch’io fermamente che il problema anche da me posto di una “rivisitazione” della tragica storia del terrorismo e dell’eversione nel quadro più ampio delle condizioni politiche interne e internazionali degli ultimi cinquant’anni sia stato accantonato. E mi rimprovero di averne in parte la colpa, per essere stato io personalmente, Cossiga con la “K”!, uno di quelli che l’ha sollevato. Ma il motivo centrale di ciò è che, salvo alcune frange (ad esempio una parte, ma solo una parte, del “Manifesto”) la “sinistra ufficiale”, a causa dell’esperienza consociativa, è ancora fortemente “autoritaria” e anti-garantista per quanto attiene i problemi della giustizia, e anzi nel suo seno militano gli organizzatori e i leader del “partito dei giudici” e i sostenitori della “via giudiziaria alle riforme”, se non più “al socialismo”».

In quello stesso periodo, l’allora ministro Giuliano Ferrara, egualmente da me sensibilizzato al problema, mi rispondeva invece in una lettera: «È una questione ovviamente molto delicata, che il governo valuterà con l’attenzione dovuta».

Come si sa, in realtà, né il governo di centro-destra, né i precedenti di pentapartito, né i successivi di centro-sinistra, hanno mai seriamente voluto affrontare la questione, infine accantonandola.

A parte gli apprezzabili ma singoli casi di attenzione e iniziativa su temi della detenzione politica e del carcere, insomma, gli schieramenti parlamentari e politici sono stati omogenei nel chiudere il problema nel cassetto e nelle celle. Diversamente da quanto scriveva Cossiga, a mio giudizio e per la mia esperienza, a sinistra vi è stata probabilmente una minore ostilità, se non nei riguardi dell’indulto certo nei confronti dei diritti dei detenuti e dell’applicazione di riforme e leggi penitenziarie. Ad esempio, allorché a Torino io e Susanna Ronconi fummo costretti a uno sciopero della fame stanti le discriminazioni e il vero e proprio accanimento operato in più occasioni nei nostri confronti dal presidente del tribunale di sorveglianza[17] (nel 1996 costretto ad abbandonare la magistratura, poiché accusato e processato per abusi e per aver favorito esponenti della criminalità organizzata), uno dei più autorevoli e qualificati esponenti del PCI, Luciano Violante, già magistrato e allora vicepresidente del Gruppo parlamentare, prese nettamente posizione. E così ci scrisse in una lettera nell’ottobre 1989: «Qualunque sia la ragione per la quale siete detenuti (voi conoscete le mie posizioni sul terrorismo), quella fase è finita e nessuno può togliervi i diritti che la legge vi riconosce e nessuno può usare la propria discrezionalità per effettuare ritorsioni. E se è un magistrato a comportarsi in questo modo, la cosa è ancora più grave perché da un giudice la società si aspetta il rispetto e non la manipolazione della legge. Altrimenti l’indipendenza e l’irresponsabilità politica dei giudici non ha senso. Vi allego il bollettino delle Commissioni di ieri, che reca il resoconto della discussione, in Commissione Giustizia, sul vostro caso».

 

In generale e in definitiva, ci si è accontentati della vittoria militare, accantonando rapidamente le domande politiche e anche gli episodi di “guerra sporca”, che hanno segnato e fatto parte della storia parallela e nascosta di questo Paese, che è passata rapidamente via, come una goccia di pioggia sul vetro di una finestra.

Espunta quella storia di deviazioni istituzionali da ogni possibile memoria, passati indenni tutti i suoi responsabili, attivi e passivi, si è malamente girata la pagina di quegli anni e di quello scorcio di Novecento.

Ora è rimasto solo il dolore di quanti sono stati colpiti, dei loro famigliari. Ma anche di quelli dei militanti uccisi o a lungo incarcerati: come – caso forse più unico che raro – ha voluto indirettamente ma significativamente ricordare un uomo politico di destra, Gianfranco Anedda, capogruppo di AN alla Camera: «Il dolore delle famiglie delle vittime, che non è uguale ma si avvicina molto al dolore delle famiglie dei condannati, non può essere oggetto di analisi e di critica. È dolore e basta. Un dolore immenso che va rispettato»[18].

Ed è rimasto l’eterno accanimento nei confronti dei vinti. In base al quale anche coloro che hanno pagato per intero il proprio conto con la giustizia e sono tornati liberi, vivono un quotidiano, sottile ma non di meno concreto e perenne, ostracismo. Per costoro gli inviti a scomparire, gli impedimenti a trovare lavoro o coltivare una professione, a prendere parola e dunque a esistere, talvolta gli insulti e le minacce sono diventati una faticosa realtà, costante e anzi crescente in modo inversamente proporzionale al tempo trascorso.

Una pena infinita, aggiuntiva e successiva a quella del carcere, che vede preoccupantemente tra i suoi propugnatori non pochi magistrati.

 

Indubitabilmente la storia di Prima Linea, a differenza di quella delle BR e analogamente a quella del movimento del Settantasette, è più difficile da raccontare, poiché meno “riconoscibile” dal punto di vista dell’appartenenza di linguaggi, categorie e cosmogonie ai luoghi comuni dell’ortodossia comunista.

Non a caso non è stata sinora per nulla considerata a livello di attenzione storica ed è banalizzata dall’informazione mass-mediata, segnata invece da un’attenzione pressoché esclusiva alla vicenda delle Brigate Rosse.

E non credo ciò derivi dalla considerazione di un diverso grado di rilevanza dei rispettivi fenomeni, insostenibile perlomeno in termini quantitativi. PL infatti è stata l’organizzazione con un numero maggiore di militanti: 923 quelli processati (cui vanno aggiunti quelli delle altre articolazioni organizzative a essa collegate o a essa successive, di cui si parla anche in questo libro) a fronte dei 911 delle BR.

La difficoltà risiede altrove.

Nei suoi riferimenti fondanti, eccentrici ed eretici rispetto alla tradizione della sinistra comunista, come già accennato in precedenza. L’eresia comporta il non avere patria e chiese. E dunque neppure approdi, riconoscibilità e comprensione, anche postume.

Nella sua esperienza di crinale tra internità al movimento e organizzazione esterna armata, difficile ma coscientemente perseguita. Le posizioni di confine facilmente producono il rifiuto, la negazione di appartenenza e il misconoscimento da entrambi i territori che si volevano unire e tenere in relazione.

Ma, tra i vari motivi rintracciabili nella rimozione o banalizzazione dell’esperienza di Prima Linea operata da media, ricercatori e storici, sicuramente non ultimo è il percorso di scioglimento e, in esso, la scelta della dissociazione politica. Vale a dire il compimento di quanto, dall’inizio, era da noi stato teorizzato: la reversibilità della scelta delle armi e l’estinzione delle forme organizzative.

Nell’estate 1983, dopo una Conferenza d’organizzazione tenuta nel carcere di Torino, dove erano presenti quasi tutti i militanti e le militanti poiché era in corso il maxi-processo contro Prima Linea, abbiamo collettivamente dichiarato superata e sconfitta la lotta armata e conseguentemente formalizzato lo scioglimento dell’organizzazione combattente. Un fatto unico: sia nella sua dinamica di condivisione orizzontale, sia nella scelta di autoestinzione, sia nella progressiva ma coerente radicalità con cui, da lì in avanti, furono messi in crisi i fondamenti teorici e politici della rottura rivoluzionaria e della presa violenta del potere. Insomma, della mitologia novecentesca dalla quale eravamo stati partoriti e della quale eravamo stati epigoni.

Con ciò, immediatamente e contemporaneamente, PL si guadagnò l’inimicizia di una larga parte della sinistra, antagonista e non, che a quei miti non intendeva rinunciare, pur spesso non avendo mai cercato soggettivamente di tradurli veramente in pratica politica. E sono stati davvero pochi coloro che, militando nella sinistra extraparlamentare o simpatizzando con essa nei primi anni Settanta, hanno avuto l’onestà intellettuale di riconoscere le continuità, e non solo indicare le rotture, con la seconda metà di quel decennio, con “La peggio gioventù”, per usare il titolo del libro di Valerio Morucci[19], senz’altro il più utile e acuto, pur con significative omissioni, tra i tanti scritti da ex brigatisti.

“La meglio gioventù”, quella che, dopo l’uscita del film di Marco Tullio Giordana, si è autocelebrata nell’omonimo volume edito dalla rivista “Diario”[20] (e le cui cronache e ricordi si fermano, non a caso, al 1975), ha invece generalmente sempre e tenacemente respinto continuità e contiguità, viceversa innegabili ed evidenti.

Tra i meno smemorati, Paolo Mieli, che ha scritto: «Non credo che chiunque da giovane abbia militato nella sinistra o nella destra extraparlamentare, anche se non ha avuto niente a che fare col terrorismo, possa sentirsi completamente innocente per quel che accadde. Tutti. Me compreso»[21]. Una posizione tanto onesta e generosa quanto solitaria. Lo stesso Sofri ha diversamente sostenuto che l’estremismo della prima metà degli anni Settanta è stato il freno, anziché la culla, della lotta armata: «Nella seconda metà degli anni Settanta noi cominciamo ad andare da un’altra parte. E il terrorismo non più tenuto a bada dall’estremismo politico, che aveva una sua razionalità, esplode. E arrivano le cose orrende, poi le cose feroci, poi le cose gratuite e poi le cose cannibalesche»[22].

Come se prima queste tremende cose non ci fossero state. Come se la scelta delle armi non fosse giunta in linea diretta di continuità con la violenza teorizzata e praticata (uso di armi compreso) da parte delle strutture a ciò deputate dei gruppi extraparlamentari, Lotta Continua e Potere Operaio in primo luogo, ma non solo loro.

Inevitabile, insomma, che la riflessione critica promossa dagli ex di Prima Linea sui fondamenti stessi del mito rivoluzionario come presa violenta del potere e il riesame storico delle premesse e passaggi che portarono alle organizzazioni armate, trovassero molta ostilità a sinistra (oltre che, naturalmente e per motivi diversi, a destra).

Basti guardare alle contrarietà e polemiche, per non dire campagne di aggressione, subìte dal segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti allorché, nel 2004, con coraggio e rigore ha autorevolmente posto al suo partito, alla sinistra tutta e ai movimenti la fondamentale questione della nonviolenza e piani di riflessione non molto diversi da quelli da noi avanzati allora con la dissociazione.

Basti ricordare che il crollo del Muro di Berlino arriverà solo sei anni dopo l’inizio di quel nostro percorso. E così pure ancora doveva venire la coscienza diffusa della fine del fordismo e della centralità operaia, dell’avvento della produzione immateriale e della comunicazione come forma dell’agire politico. In quei primi anni Ottanta, la sinistra nel suo complesso, tranne sparute enclaves di intelligenza critica e sperimentatrice, era attardata e ripiegata nella resistenza e nella nostalgia di qualcosa che non c’era più. Del resto, lo stesso valeva per noi sino al giorno prima.

Fu perciò inevitabile che le nostre riflessioni trovassero una messa al bando, provocassero smarrimento e rifiuto. Demolivano identità vecchie e polverose ma non sapevano né potevano indicare il nuovo. Al contempo, ricordavano quali erano le culture, gli ambiti e le pratiche politiche dalle quali il nostro percorso si era originato, in una sequenza di rotture, certo, ma anche di continuità.

Nello stesso momento, le posizioni che PL in quel momento sviluppava ed evidenziava sciogliendosi ma, contemporaneamente, aprendo un percorso egualmente collettivo rivolto a una soluzione politica della detenzione, producevano un eguale e contrario ostracismo da parte della magistratura dell’emergenza, degli apparati istituzionali e delle parti politiche che la sostenevano, avendole delegate proprie funzioni. La magistratura, infatti, era ovviamente interessata a sponsorizzare e valorizzare il “pentimento”, cioè la delazione e collaborazione giudiziaria di ex militanti. D’altro canto, quella stessa magistratura oggettivamente riceveva conferma della propria centralità dalle posizioni continuiste, “irriducibilmente” rivendicate o silenziosamente coltivate, che coinvolgevano buona parte delle BR in carcere.

La nascita di una nuova e diversa possibilità che si manifestava a partire dalle scelte e posizioni di PL – e la forza che a questa derivava dalla massiccia adesione della totalità dei suoi ex militanti, che man mano si allargava ad altre aree e componenti – non poteva che sortire il concreto tentativo da parte dei magistrati di bloccare il nostro cammino, a beneficio delle altre due polarizzazioni in cui in quella fase si dividevano i militanti incarcerati, in modo certo eccessivamente schematico ma non di meno reale e fondato: “irriducibilismo”, ovvero continuismo teorico, e “pentimento”, ovvero delazione.

Un tentativo che, oltre che nella pratica quotidiana, si tradusse in un clamoroso documento che 36 magistrati, in pratica quasi tutti i pubblici ministeri e giudici istruttori che avevano seguito negli anni precedenti le inchieste sulla lotta armata, nella primavera 1984 indirizzarono al presidente del Consiglio Bettino Craxi, al vicepresidente del Consiglio della Magistratura Gian Carlo De Carolis, al ministro di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli, al ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, al capo della polizia Rinaldo Coronas, al comandante generale dei carabinieri Riccardo Bisogniero, al direttore del SISDE Emanuele De Francesco.

Il documento lamentava «un diffuso senso di smobilitazione rispetto all’impegno che, con i noti risultati, era stato profuso nella lotta al terrorismo e all’eversione». Secondo i sottoscrittori del testo, la tendenza alla smobilitazione e a considerare superata la fase dell’emergenza era riscontrabile: nella riduzione degli organici degli apparati antiterrorismo; nei progetti di legge in tema di riduzione dei termini della carcerazione preventiva; nei progetti di legge tesi a ridurre le pene anche a «dissociazioni meramente verbali e/o di principio dal terrorismo e dalla pratica eversiva»; nell’«eccessivo abbattimento di taluni livelli di sicurezza raggiunti in passato all’interno delle cosiddette carceri speciali»; nel calo di attenzione rispetto alla protezione e al sostegno del reinserimento lavorativo dei cosiddetti «grandi pentiti».

Insomma, secondo i magistrati, la legislazione e gli apparati dell’emergenza dovevano essere mantenuti e così il trattamento duro nelle carceri, stante che «è attualmente in corso un processo di riaggregazione delle organizzazioni armate operanti ancora nel Paese, nella prospettiva di una ripresa dell’attività terroristico-eversiva».

Al di là delle generiche affermazioni e degli apodittici allarmismi, il documento poi esplicitamente indicava la necessità di bloccare il percorso aperto da Prima Linea: «Parallelamente al processo di riaggregazione in corso all’esterno delle carceri, analogo processo (sia pure con prospettive diverse) è in atto all’interno del circuito carcerario, specialmente nell’area rappresentata da detenuti appartenenti o appartenuti a Prima Linea, CoCoRi e Autonomia in genere. (…) Le ragioni di tale riaggregazione sono molteplici. Tra le altre, vi è certamente quella di presentarsi come corpo compatto e omogeneo rispetto allo Stato, così da poter fruire “in blocco” (dai responsabili di omicidio agli imputati di reati cosiddetti minori) dell’allentamento del regime di sicurezza nelle carceri. Ma non si può affatto escludere che taluno intenda strumentalizzare detto processo di riaggregazione per elaborare piani di evasione o riprendere contatti criminosi con l’esterno. A tale proposito si ricordi che: (…) in un incontro avvenuto a Milano, alcuni tra i più noti capi di PL (Galmozzi, Segio, Rosso, Bignami, etc.) hanno chiesto al Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena di essere inviati, al termine del processo in corso a Milano stesso, al carcere di Fossombrone, così da crearvi un’altra area omogenea. Segio e altri, però, prima di essere arrestati, avevano studiato per mesi un clamoroso piano di evasione di massa da Fossombrone, poi abbandonato all’ultimo momento per difficoltà sopravvenute».

Il lungo documento – che secondo i magistrati «deve essere considerato estremamente riservato e non destinato ad alcuna forma di pubblicità» – si chiudeva auspicando che il legislatore non arrivasse a riconoscere la dissociazione come percorso di uscita dalla lotta armata, né a modificare le leggi speciali in materia di carcerazione preventiva, né ad attenuare il regime carcerario e l’articolo 90, né dunque a consentire la costituzione delle aree omogenee proposte da PL. Proposta che aveva invece incontrato l’attenzione e la disponibilità di Nicolò Amato, già pubblico ministero al processo Moro e allora a capo delle carceri, pure verso il quale era rivolta la critica dei 36, per le aperture manifestate nei nostri confronti.

Nonostante la richiesta di segretezza, il documento venne alla luce grazie al quotidiano “il manifesto”, che lo pubblicò integralmente il 26 maggio 1984 con il titolo «La Loggia dei trentasei». Sottotitolo: «Il documento dei magistrati antiterrorismo tifosi di leggi speciali, pentiti e supercarceri». Sommario: «Il documento che qui pubblichiamo è straordinario. È, forse, il sintomo più clamoroso del cancro che fiorisce sul corpo della Prima Repubblica. È la prova che la P2 laureata esiste perché in tutte le istituzioni c’è una metastasi di P2 senza nome. Il caso è clamoroso. 36 magistrati che si arrogano il diritto di riunirsi periodicamente e inviare alle massime autorità dello Stato i loro “suggerimenti” sull’uso della giustizia. Tutto questo è già eversivo di per sé: stamani i carabinieri dovrebbero bussare alla porta di questi 36 supercittadini e il magistrato escluso dalla lobby dovrebbe chiedere conto e ragione di questa associazione».

Altrettanto duri l’intervento di Valentino Parlato e il corsivo di Rossana Rossanda che accompagnavano la pubblicazione del documento da parte del quotidiano[23]. Peraltro, la stessa editorialista, dopo aver in precedenza sponsorizzato la “dissociazione degli innocenti”, vale a dire quella degli imputati del 7 aprile, progressivamente divenne a sinistra la più severa, e autorevole, tra le voci critiche rispetto alla “dissociazione dei colpevoli”, vale a dire del percorso politico-carcerario dell’area di Prima Linea. Paradossalmente, in ciò convenendo con quello che il documento dei magistrati si prefiggeva: negare agibilità, interlocuzione e sbocchi politici al nostro percorso di dissociazione e desistenza, premessa per quella soluzione politica, ridimensionamento generale delle pene e ristabilimento di condizioni di carcerazione civili e democratiche, paventata dai magistrati. Percorso invece e diversamente collettivo, dignitoso e trasparente.

Ho citato il significativo episodio non già per riattualizzare polemiche datate e polverose contrapposizioni ma in quanto mi pare esso sia obiettiva e storica testimonianza di una parte dei motivi che stanno alla base degli ostracismi che hanno accompagnato l’itinerario di Prima Linea e favorito la sua successiva espunzione dalla ricerca storica.

Il documento dei 36 lo dice esplicitamente: pur abbandonate le armi, a differenza delle BR e di altri gruppi, i militanti continuano a voler essere soggetto collettivo e politico, a cercare un percorso comune e valido per tutti di uscita dalle leggi speciali, dal carcere e dalla precedente esperienza armata. Accettando di pagare, perché forti erano state le responsabilità, anche individuali, e dolorose le ferite inferte. Ma, assieme e in maniera trasparente, adoperandosi per modificare il carcere, ridurre le pene, contrastare la spirale dell’odio e del rancore attraverso una proposta di riconciliazione[24], senza perseguire scappatoie individuali, logiche di scambio o mercimoni sottobanco.

E questo non veniva (e non viene) tollerato e perdonato.

Dagli uni, i sostenitori dell’emergenza e della vendetta infinita, perché quel percorso ha consentito a quei militanti di non rinunciare alla propria dignità personale e alle proprie tensioni sociali (non a caso molti di loro, me compreso, terminata la detenzione, hanno lavorato e lavorano nell’associazionismo, nel volontariato, nella cooperazione sociale), cioè senza aderire ai riti e alle forche caudine della spoliazione di sé, del rendersi lavagne bianche, e perché ha sottratto spazio e credibilità sia alle logiche continuiste sia al pentitismo, che in certo senso costituiscono due facce di una stessa medaglia.

Da altri, una certa sinistra in apparenza radicale e in sostanza conservatrice, perché quel percorso ha rotto il conformismo di miti e impianti teorici e politici ormai consunti e inservibili nella trasformazione del presente, oltre a separarsi dalle consuete e indecenti ipocrisie dei vizi privati e delle pubbliche virtù, riti invece tollerati e praticati da quella stessa sinistra.

Da altri ancora, coloro che nella stagione dell’estremismo e della violenza politica avevano lanciato il sasso per poi nascondere la mano, perché quel sofferto percorso e la capacità di gestire collettivamente la sconfitta e ammettere l’errore, assumendone sino in fondo esiti e conseguenze, svelava indirettamente la pochezza di molte dichiarazioni di “innocenza” ed estraneità, le soluzioni di salvezza individuale, la miseria della mancanza di un’etica della responsabilità. Ovvero e appunto l’incapacità di tenere, e di rendere, conto delle conseguenze delle decisioni che si erano assunte, delle parole dette, degli atti, dei processi che si era contribuito ad avviare.

 

Nulla di quanto questo libro contiene è frutto di invenzione o di artifizio narrativo. I fatti riportati, sin nei dettagli, sono veri, tranne le eventuali imprecisioni dovute alla distanza temporale, in ogni caso su aspetti non rilevanti.

Ma se il racconto è, cerca di essere, rigoroso e trasparente, se i fatti sono riportati con la fedeltà e lo sforzo di obiettività che derivano dall’averli vissuti direttamente e intensamente, la verità non può che essere parziale e soggettiva.

Da tempo – da quando ho scavato sino in fondo all’errore di pensare che, poiché vi sono verità per cui vale la pena di morire, ve ne possono essere altre che legittimino l’orrore di uccidere – credo che vadano valutate con cautela le verità supposte assolute. Esistono punti di vista, esperienze, convinzioni che possono essere forti e anche rocciose, che vanno naturalmente difese con il rigore della buona fede e dei buoni motivi che si ritengono di avere, ma anche con la consapevolezza che sono solo una faccia che compone il prisma della realtà.

Non è dunque la guerra delle verità e dei punti di vista che mi interessa, perché penso che la capacità di mettersi anche dal punto di vista degli altri sia ciò che rende la propria esperienza e le proprie verità più ricche e capaci di diventare un contributo fertile al racconto del passato.

Io qui fornisco il mio con trasparenza e assenza di cautele. Da più parti, c’è chi potrà risentirsi, offendersi o sdegnarsi. Pur nel massimo rispetto per le opinioni e le esperienze di ciascuno, preferisco essere scomodo e anche urtante che non ipocrita o reticente.

 

«“Io ho fatto questo”, dice la mia memoria. “Io non posso aver fatto questo” – dice il mio orgoglio, e resta irremovibile. Alla fine – è la memoria ad arrendersi»[25]: le parole di Friedrich Nietzsche forse possono contribuire a illuminare le dinamiche morali e psicologiche per cui la pubblicistica e memorialistica sulla violenza politica e la lotta armata in Italia proposta da alcuni dei protagonisti risulta talvolta decisamente poco convincente. Tanto più quando ambisce a proporsi come verità oggettiva e non come esperienza vissuta. A maggior ragione quando si caratterizza per guerra di ricordi e di interpretazioni o per rinnovato conflitto tra posizioni e leadership, come nel caso delle memorie dei capi brigatisti.

C’è tuttora un uso politico della memoria che rischia di diventare una professione e che penso contribuisca alla complessiva perdita di senso e mistificazione di ciò che è stato, immiserito in conflitti personali e in eterna lotta di potere, reso così incomprensibile e inservibile per l’oggi.

Io sono sempre stato affezionato allo slogan della mia gioventù, secondo il quale la verità è rivoluzionaria.

La logica del piegare i fatti e la propria coscienza alle necessità politiche e di partito, infatti, è esattamente quella che i movimenti di quegli anni avevano inteso combattere, rimanendone viceversa talvolta schiacciati nell’accettazione di un pensiero e di una pratica secondo i quali il fine giustifica i mezzi.

 

Al di là della stretta vicenda di PL, la storia degli anni Settanta in generale è una storia maledetta. Espunta, con la violenza della rimozione e del silenzio, dalla memoria collettiva, in particolare da quella delle giovani generazioni.

Una rimozione che, per opposte ma convergenti ragioni, è venuta da ambo le parti, dai vinti e dai vincitori. Da un lato, da gran parte di coloro che avevano tentato l’assalto al cielo, per poi precipitare nell’abisso del sangue e nell’inferno delle carceri e da molti di coloro che sono fuggiti all’estero in una logica di salvezza individuale. Un fatto, questo, di certo umano e comprensibile. Vero però è che, in spregio a qualsiasi codice d’onore, alcuni che tenacemente si erano voluti insediare sulla plancia di comando del movimento antagonista e armato furono i primi ad abbandonare la nave in difficoltà. Capi carismatici, teorici dell’insurrezione, profeti della sovversione, comandanti di cellule armate e promotori di organizzazioni combattenti, a un certo punto, senza quasi preavviso si buttarono nelle scialuppe di salvataggio, occupandone gli scarsi posti, incuranti di chi rimaneva indietro, per ottusità magari, ma spesso e contemporaneamente anche per generosità e per senso di responsabilità nei confronti dei più giovani, per quella prigione dell’anima e dell’intelligenza che si chiama coerenza. Questi ultimi, destinati al sacrificio e al linciaggio, avevano deciso che l’amaro calice andava bevuto sino in fondo nell’antica convinzione che la libertà e la salvezza o sono di tutti o non sono di nessuno.

La coerenza è come un veleno: nella dose giusta e nell’equilibrio con altre componenti diventa farmaco. Diversamente, uccide. Così è stato per noi che abbiamo voluto continuare sino all’ultimo. Ottusi, certo. Ma come invece chiamare quanti, apprendisti stregoni e compiaciuti arringatori di assemblee, hanno finto di pensare che bastasse dire «contrordine, compagni»?

In passato ero ed eravamo cultori e praticanti dell’estremismo politico. Oggi, politicamente, mi ritengo attento e partecipe della radicalità. La radicalità attiene ai contenuti, l’estremismo alle forme. Alcuni estremisti dell’epoca lo sono rimasti a tutt’oggi. Specie quelli che non hanno pagato dazio o quelli che, mutatis mutandi, cercano di avvelenare con logiche di potere anche gli attuali movimenti. Anche e proprio loro, gli estremisti di ieri e di oggi, hanno potentemente contribuito, per necessità di autoassoluzione o sia pure di sopravvivenza, alla rimozione e alla falsificazione del passato e delle memorie.

Dall’altro lato, dalla parte dei vincitori, che hanno pervicacemente negato alle insorgenze armate ogni radice sociale e politica, ogni motivazione di reazione ai profondi deficit di democrazia e di giustizia sociale di cui è stata intessuta la storia italiana del dopoguerra, con la particolare e drammatica accentuazione del crinale tra anni Sessanta e Settanta, con la strategia della tensione e delle stragi. Sconfitte quelle insorgenze, processati e schiacciati da un destino di carcere gli autori si è consegnata alla storia e alle nuove generazioni una lettura e un giudizio di quei fenomeni come puramente criminali o, addirittura, psicopatologici. Ma dovrebbero bastare le cifre a svelare quanto si sia piuttosto trattato di un ampio fenomeno di radicalità sociale: secondo una stima, o più probabilmente una sottostima, sono stati 20.000 gli inquisiti per fatti di lotta armata e almeno 4200 sono stati incarcerati a seguito dell’accusa di banda armata o associazione sovversiva. Trecento hanno avuto pene con meno di 10 anni, oltre 3100 più di 10 anni, quasi 600 più di 15 anni, centinaia sono stati gli ergastoli. Oltre 50.000 anni di galera sono stati nel complesso già scontati. Delle migliaia iniziali, quasi 200 sono ancora detenuti, parzialmente o totalmente. Tra loro 77 sono gli ergastolani. Analoga è la cifra di quanti sono fuggiti all’estero.

Decisamente più ampi i numeri se si comprendono le aree di solidarietà attiva nei confronti delle organizzazioni armate e di movimento. L’ex presidente e ministro dell’Interno di quegli anni, Francesco Cossiga, nell’intervista a Gian Antonio Stella citata, ha dichiarato al proposito: «Credo che il fenomeno nel suo insieme, non parlo solo ovviamente dei militanti del “partito armato”, possa aver interessato un milione di persone»[26].

 

Secondo lo scrittore Leonardo Sciascia, relatore di minoranza nella Commissione parlamentare sul caso Moro, l’Italia è un Paese senza memoria e verità. E ciò impone la necessità di ricordare.

«Fare pace significa dimenticare. La riconciliazione richiede che la memoria sia limitata»: scrive invece Susan Sontag nel suo ultimo libro, dedicato alle immagini di guerra e al potere equivoco delle rappresentazioni[27].

Nella mia formazione politica la memoria è sempre stata un valore importante, fondativo dell’identità, se non assoluto: la memoria dell’Olocausto, delle colpe del nazifascismo, dei valori della Resistenza. E, poi, della repressione delle lotte degli anni Cinquanta e Sessanta.

Le mie scelte di militanza e anche il loro radicalismo hanno trovato nutrimento proprio nell’enfatizzazione della memoria. Ma oggi mi capita di pensare che anche la memoria, come del resto la verità, abbiano bisogno di specificazioni.

L’appello alla memoria è spesso relativo a torti subiti, a guerre, violenze, lacerazioni. L’effetto è che facilmente la memoria consegna ai più giovani rancori non sopiti, spirito di rivalsa, continuità delle lacerazioni, più che desiderio di verità.

E allora, forse, una qualche pausa nella memoria, una “dimenticanza”, un’amnestia che non sia rimozione ma capacità di superamento, diventa utile se non necessaria. Per superare bisogna elaborare. Ma per elaborare bisogna conoscere. Non solo i fatti, in sé spesso drammatici e irrimediabili. Ma anche i sentimenti, le motivazioni, le aspettative, i sogni, i desideri e le intenzioni, le culture e i contesti. Le persone, che sono qualcosa di più e di diverso, talvolta di radicalmente diverso, delle loro colpe e funzioni. Una cosa, tra le tante, che allora non avevo e avevamo voluto comprendere e che, in seguito, come contrappasso ci siamo trovati a vivere e tuttora viviamo, perennemente consegnati a quel passato e interamente identificati e appiattiti sui reati per i quali si è stati condannati.

Da questo circolo vizioso non si esce senza una pausa nella memoria, una condivisione e reciprocità di uno sforzo riconciliativo.

Questa è, al di là delle parole scritte, la tensione che sta sullo sfondo del mio argomentare e il piccolo contributo che intendono essere le pagine che seguono.

Circa le vicende narrate, però, in massima parte l’elaborazione ancora non vi è stata. Gli anni Settanta sono un passato che non passa. E anche di questo occorrerebbe chiedersi le ragioni e tentare delle risposte. Non è questo libro la sede, ma pure spero possa in qualche modo contribuire a porre l’esigenza.

In ogni modo, il titolo del libro di Susan Sontag mi pare centrato: se si imparasse a riconoscere anche il dolore degli altri, senza metterlo sempre e solo in contraddizione con il proprio, diventerebbe meno difficile liberare il futuro dalle prigioni dell’odio e del rancore, della coazione a ripetere. O, dall’altra parte, a liberare il presente dal peso di ragioni che non sanno trovare per affermarsi e tutelarsi altra forma dal carcere e dalla vendetta infinita.

Anche perché il dolore e il rancore non stanno mai da una parte sola e facilmente si alimentano a vicenda. E se tutto, se anche questo, viene riportato ai puri rapporti di forza, significa che in realtà non ci si è allontanati dal Novecento, dai suoi miti e dai suoi riti.

D’altro canto, è ben vero che questo è un Paese senza verità. O, meglio, capace di verità a senso unico, di memorie parziali e non disinteressate. Basti pensare alla stagione delle stragi: capita di leggere di sondaggi o questionari svolti nelle scuole dai quali emerge che la gran parte dei giovani è convinta che la strage di piazza Fontana, quella che alla fine degli anni Sessanta innescò la strategia della tensione, o quella di piazza della Loggia a Brescia nel 1974, siano state opera delle BR.

Non so quanti, oltre a chi ne ha l’interesse perché deve difendere impunità e preservare la tenuta stagna degli armadi più oscuri della ragion di Stato e degli scheletri in essi contenuti, possano accontentarsi di queste conclusioni, di questa falsa e cattiva memoria.

 

«Ti dirò qual è stata la più triste scoperta della mia vita: i perseguitati non erano in nulla migliori dei persecutori. Posso benissimo immaginarli a ruoli scambiati». Quest’immagine letteraria di Milan Kundera[28], nell’ultimo tratto della lotta armata, ma poi anche in carcere, mi si è sempre più palesata nella vita reale. Il tribunale brigatista, il carcere del popolo, erano decisamente meno rispettosi della dignità e dei diritti delle persone di quanto non lo fossero le galere della Repubblica italiana. La mia idea di lotta per il comunismo era sempre e invece stata quella di un luogo e di una comunità in cui tribunali e carceri non avevano alcuna legittimazione a esistere, al pari dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nelle mie contraddizioni, in quel remoto passato, non ero ancora arrivato a estendere questa considerazione alla pena di morte, praticata pure da PL, che è la quintessenza della barbarie e la massima negazione dei valori di giustizia ed eguaglianza che pure volevamo affermare.

Anche nella vicenda che costituisce il cuore di questo racconto è morto un uomo, Angelo Furlan, pensionato iscritto al PCI, investito accidentalmente dall’esplosione da noi provocata. Una morte non voluta, che ci colpì subito profondamente.

Nel processo per quell’episodio, nell’ottobre 1985, ormai da tempo arrestati, ci trovavamo tutti nella gabbia del tribunale. Durante una pausa, mentre i giudici si erano ritirati, al gabbione si avvicinarono Maria Teresa Furlan, figlia di Angelo e suo marito, Giovanni Bordin. Spontaneamente e con un velo agli occhi ci stringemmo a lungo le mani con forza, senza bisogno di parole.

Il loro fu un gesto di grande generosità e forza morale. Lo e li ricorderò sempre con immensa gratitudine.

Questo libro, non fosse per il pudore, è idealmente dedicato proprio a Angelo Furlan, vittima imprevista e non voluta di quella giornata di crinale tra speranza e stanchezza, tra nuovo inizio e inesorabile fine, tra spirito d’amore e senso di morte.

Assieme, un ricordo e una dedica voglio fare a Lucio Di Giacomo, il nostro compagno “Olmo”, che rimase ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri pochi giorni dopo l’azione descritta in queste pagine, cui aveva partecipato. Il rispetto e la pietas per i caduti dovrebbe, credo, saper prescindere da torti e ragioni. Così purtroppo ancora non è, e ci sono morti e dolori ancor più sepolti e indicibili, che non possono avere una parola di ricordo senza suscitare indignazioni e ci sono famigliari dei tanti compagni morti che non possono avere la solidarietà umana di una pubblica parola di conforto.

Per motivi assai diversi e privati, nell’occasione di questo libro, voglio ricordare Rolando. Io e lui sappiamo perché. Mi spiace molto che non ci sia più. Mi avrebbe fatto piacere un suo giudizio su questo racconto.

 

Profitto qui per ringraziare tutti gli amici, vecchi e nuovi, che hanno letto le bozze del libro, fornendomi talvolta utili osservazioni o aiutandomi nella ricerca dei refusi, come nel caso del valido aiuto di Cecco e Paola.

Per una volta, anche Susanna non è stata ipercritica nei confronti delle cose che dico e scrivo: mi pare un buon segno.

Infine, la scelta di pubblicare Miccia corta con DeriveApprodi non è da considerarsi neutra o casuale ma risponde alla precisa volontà di non trasformare il racconto di quel passato in operazioni commerciali, oltre che a ragioni di amicizia con l’editore. Un sentimento che continuo a ritenere fondamentale nella mia vita e prioritario nelle mie scelte, così come lo è stato nell’intera mia militanza politica e nei fatti qui narrati.

 

«Quando si uccidono grandi sogni scorre molto sangue», scrive sempre Kundera[29].

Questo è quel che è successo e che qui provo a esporre, con lo sforzo di calarmi fedelmente nelle convinzioni, i pensieri, i sentimenti, il linguaggio dell’epoca.

Di quel gennaio 1982.

Senza coscienza del dopo e dell’oggi. Questa credo sia semmai rintracciabile nelle cose che ho detto e fatto nei successivi vent’anni, in carcere e nel volontariato, nei nuovi movimenti e nell’impegno professionale. Ma fa parte di un’altra vita.

 

S.S.

 

[1] Andrea Berrini, Noi siamo la classe operaia. I duemila di Monfalcone, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2004; Giampaolo Pansa, Prigionieri del silenzio, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2004.

[2] Giacomo Scotti, Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito, Lint, Trieste, 1991; Luigi Lusenti, La soglia di Gorizia, Edizioni Comedit 2000, Milano, 1998.

[3] “Corriere della Sera”, 2 aprile 2004.

[4] Aldo Cazzullo, Il caso Sofri, Mondadori, Milano, 2004.

[5] “l’Unità”, 12 ottobre 1997.

[6] “Il Messaggero”, 18 maggio 1997.

[7] Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Einaudi, Torino, 2000.

[8] “ANSA”, 16 maggio 1997.

[9] Cfr. Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile – Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2002.

[10] Ugo Pecchioli, Tra misteri e verità. Storia di una democrazia incompiuta, Baldini&Castoldi, Milano, 1995.

[11] In “Sette”, 7 febbraio 2002.

[12] In “Sette”, 13 febbraio 1997.

[13] Cfr. Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile – Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2002.

[14] “l’Unità”, 15 ottobre 1996.

[15] Tratte, oltre che dal citato libro di Ugo Pecchioli, da una sua intervista a “l’Unità” del 17 maggio 1995.

[16] Hannan Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1991. Cfr. anche Jacques Derrida, Perdonare, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004.

[17] Si vedano nei materiali della postfazione i documenti Appello per Segio e Ronconi, In semilibertà scortata e La giustizia non fa vendette.

[18] “Secolo d’Italia”, 10 marzo 2004.

[19] Valerio Morucci, La peggio gioventù, Rizzoli, Milano, 2004.

[20] La meglio gioventù. Accadde in Italia 1965-1975, “Diario del mese”, anno II, n. 5, 5 dicembre 2003.

[21] “Corriere della Sera”, 6 marzo 2004.

[22] “Corriere della Sera”, 2 aprile 2004.

[23] Valentino Parlato, Trentasei grandi fratelli, in “il manifesto”, 26 maggio 1984; Rossana Rossanda, Un gruppetto politico, ibidem.

[24] È di quello stesso periodo il Manifesto sulla riconciliazione, del quale fui tra i promotori ed estensori, che vide l’adesione di centinaia di detenuti politici. Il documento è stato pubblicato integralmente ne “il manifesto” del 17 genaio 1985.

[25] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 2002.

[26] “Sette”, 13 febbraio 1997.

[27] Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003.

[28] Milan Kundera, Il valzer degli addii, Bompiani, Milano, 1977.

[29] Milan Kundera, La vita è altrove, Adelphi, Milano, 1990.

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