G8. A Genova fu tortura, l’Italia patteggia

g8 di Genova

G8 del 2001. Il governo patteggia davanti a Strasburgo per sei ricorsi (su 65). Alle vittime di Bolzaneto che hanno accettato, lo Stato verserà 45 mila euro a testa

Ci sono voluti sedici anni perché un governo italiano ammettesse che a Genova, durante il G8 del 2001, lo Stato ha praticato la tortura.

Il patteggiamento con il quale l’Italia ha chiuso sei ricorsi pendenti davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, è un riconoscimento di colpa.

Ai sei cittadini, vittime delle violenze inflitte all’interno della caserma di Bolzaneto, che hanno richiesto l’intervento di Strasburgo denunciando l’inefficacia delle condanne penali comminate dai tribunali italiani (nel 2013 la Cassazione aveva respinto la richiesta di contestare il reato di tortura), e che hanno accettato – unici, tra i 65 ricorrenti, italiani e stranieri – la «risoluzione amichevole» proposta dal governo di Roma, lo Stato dovrà risarcire una somma di 45 mila euro a testa, per danni morali e materiali, e per le spese di difesa.

CON L’ACCORDO RAGGIUNTO con Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E – riferisce la Cedu – si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».

Un modo un po’ gattopardesco di fare riferimento ad una legge specifica sulla tortura richiesta invece esplicitamente da Strasburgo e per ultimo qualche giorno fa anche dal Comitato diritti umani dell’Onu. E infatti, tanto sfuggente è la posizione di Roma che subito dopo il governo mette a verbale il proprio impegno «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine».

SEMPRE BENVENUTI, ma non basta. Perché la tortura in Italia viene contemplata «strutturalmente», come ha sottolineato la stessa Cedu nella sentenza Cestaro, malgrado il 50% degli italiani, secondo un sondaggio Doxa per Amnesty, non lo creda possibile.

«Sono 30 anni che l’Italia prende impegni, e speriamo che la vittima di turno delle promesse non rispettate non sia stavolta la Corte di Strasburgo», commenta il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, che è «in attesa della sentenza sulle torture subite nel carcere di Asti da due detenuti che dovrebbe arrivare da un giorno all’altro». Sul caso di questi detenuti, prima ancora della Cedu, fu lo stesso tribunale di Asti a fare presente che il reato contestato sarebbe stata la tortura, se solo il reato – nella fattispecie delle Convenzioni internazionali – fosse presente nel nostro ordinamento.

«IL GIORNO IN CUI L’ITALIA arriverà a riconoscere che, oltre alla Diaz e a Bolzaneto, ha compiuto violenze contro liberi cittadini anche nelle strade e nelle piazze, sarà finalmente un vero atto di giustizia. Se poi riuscisse persino a concedere un processo a Carlo Giuliani, che non lo ha mai avuto per l’archiviazione decisa da un giudice, allora sarebbe davvero una rivoluzione per la giustizia». Sono le parole accorate di Haidi Giuliani, la madre del ragazzo ucciso da un carabiniere a Piazza Alimonda.

Per Nicola Fratoianni, segretario di SI che a Genova era tra i manifestanti contro il G8, «nessun risarcimento potrà mai cancellare quello di cui lo Stato Italiano si rese responsabile in quei giorni». Purtroppo dalla stessa sua parte, allora, c’era anche l’attuale sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore.

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