Desaparecidos argentini. Benefici ai torturatori, una vergogna assoluta

Prosegue la campagna del governo argentino che mira a disattivare la politica dei diritti umani.
È iniziata con funzionari che hanno messo in discussione, al ribasso, il numero dei desaparecidos e degli assassinati durante la dittatura militare, rispetto a quel totale di 30mila di cui parlano milioni di argentini. Come se il problema non fosse il piano regionale e sistematico di sterminio che colpì il nostro popolo e l’umanità.
Chi contesta il fatto che nei campi di sterminio morirono sei milioni di ebrei? O che nel genocidio armeno del 1915 le truppe ottomane uccisero un milione e mezzo di persone? Solo i filonazisti nel primo caso, solo lo Stato turco nel secondo.

I desaparecidos sono gli assenti sempre presenti. Vittime di un crimine contro l’umanità, un crimine che permane finché gli scomparsi non ricompaiono. Chi potrà mai spiegare alle madri e ai familiari per quale ragione i responsabili di genocidio stiano ricevendo misure di beneficio, benché fino a oggi non si siano pentiti per i crimini perpetrati, né abbiano dato informazioni utili al ritrovamento?

Per poter concedere benefici agli autori della repressione, perpetratori di crimini contro l’umanità, la Corte suprema ha giustificato l’ingiustificabile. Con tre voti contro due, ha equiparato i crimini contro l’umanità ai delitti comuni, così da poter ridurre le pene.

Chi sconta una pena per i reati che ha commesso deve essere trattato in modo umano e ricevere tutte le garanzie alle quali ha diritto nel quadro delle leggi vigenti in ogni paese. Ma questo non significa riconciliazione, né tantomeno che lo Stato accordi benefici agli autori dei crimini peggiori verificatisi nella storia nazione.

La Chiesa cattolica argentina ha cercato, in più occasioni, di proporre vie d’uscita alla situazione che vive il paese; ad esempio la cosiddetta «Legge dell’oblio». Insomma, il passato è doloroso, occorre guardare avanti e pensare a una riconciliazione. Oggi la Chiesa torna a proporre la riconciliazione, come passo importante per chiudere le ferite che, come ha scritto Eduardo Galeano, in America latina continuano a essere aperte.

Tuttavia, non basta dire alla società che la storia è piena di fatti dolorosi e che c’è da guardare avanti. Si raccoglie quello che si semina, non ci sono alternative. Tutti noi vogliamo chiudere le ferite, ma non in qualunque modo e a qualunque prezzo. Non può esservi riconciliazione senza ammissione di colpa, pentimento e successivo perdono; per questo la riconciliazione con i persecutori argentini non è né sarà possibile. Riconciliazione non è oblio, non è impunità. Esiste un diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione del danno commesso. Nella fattispecie, è imperativo sapere dove sono i desaparecidos, che ne è stato di loro; le forze armate, le forze di sicurezza debbono rompere la congiura del silenzio, questa sospensione della coscienza che li rende collettivamente complici.

Papa Francesco sta collaborando alla declassificazione degli archivi del Vaticano rispetto ai fatti accaduti durante la dittatura in Argentina, perché sa che senza giustizia non c’è riconciliazione, non c’è pace.

Il cammino è ancora molto lungo. Con il governo di «Cambiemos» sono aumentati il negazionismo rispetto al terrorismo di Stato di quegli anni, l’autonomia di forze armate, apparati di sicurezza e servizi segreti, la violenza istituzionale, la persecuzione politica; parallelamente sono peggiorati tutti gli aspetti legati alla giustizia sociale che ci permettono di pensare ai diritti umani in una prospettiva integrale e non solo relativamente a un determinato periodo storico. Non è un caso che i giudici della Corte suprema proposti da questo governo abbiano votato a favore dei benefici agli oppressori, un vero affronto al popolo argentino, paragonabile agli indulti decisi a suo tempo da Carlos Menem.
* Premio Nobel della Pace e presidente del Servizio Paz y Justicia e della Commissione provinciale per la memoria

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