Maurizio Landini, sette anni in salita combattendo per i diritti

Landini, da Pomigliano al passaggio in Cgil. Il duello con Marchionne e vinto grazie alla «via giudiziaria». La sovraesposizione mediatica

Quando fu eletto segretario generale il primo giugno del 2010 in pochi conoscevano Maurizio Landini. Certo, era segretario nazionale della Fiom, aveva seguito vertenze «rognose» come Electrolux, Piaggio, Indesit ma nessuno poteva prevedere come «l’uomo con la maglietta della salute» potesse diventare un punto di riferimento per la riconquista della dignità «di chi per vivere deve lavorare».

SCELTO DAL CONTERRANEO reggiano Gianni Rinaldini si propone in continuità nel periodo già lungo dei contratti separati. Proprio in quei giorni però sta per scoppiare la bomba Fiat, quella che segnerà tutta la segreteria Landini. Il «ricatto» di Marchionne parte da Pomigliano, la fabbrica napoletana che diventerà il simbolo della strategia del «manager col maglioncino». In cambio del lavoro e di un nuovo modello – la Panda – ai sindacati e ai lavoratori viene chiesto di rinunciare a buona parte dei diritti conquistati: diciotto turni, pause ridotte da 40 a 30 minuti, aumento dello straordinario obbligatorio e, «più «inaccettabile di tutto», la clausola di salvaguardia sugli scioperi che sanziona lavoratori e organizzazioni che dichiarano scioperi. Il tutto in deroga al contratto nazionale costruendone in pratica uno nuovo: il Contratto collettivo specifico di lavoro.

Landini va a Pomigliano e, nonostante le forti pressioni anche dentro la Cgil per «una firma tecnica», guida la protesta al «modello Marchionne» e la campagna sul No al referendum che si tiene il 22 giugno e il plebiscito voluto da Marchionne e dai sindacati firmatari (Fim, Uilm, Fismic, Ugl) si ferma al 63,4 per cento. Nonostante tutto il mondo politico si schieri per il Sì la Fiom da sola porta il No ad oltre il 36 per cento. Da lì parte la battaglia per i diritti che porta alla grande manifestazione di piazza San Giovanni a Roma del 16 ottobre con un milione di persone, la prima in cui sul palco salgono non solo sindacalisti e lavoratori ma Gino Strada di Emergency e il comitato per l’acqua pubblica inaugurando un modello innovativo di alleanza sociale che si allargherà a Libera di Don Ciotti, a Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky.

SE SUL PIANO MEDIATICO è imbattibile e viene conteso da ogni talk show – da Santoro a Mediaset per finire a La7 perché come ha ricordato ieri Canio Calitri «la crediblità gli viene dal fatto che in tv dice le stesse cose che dice in fabbrica» – a livello organizzativo a Corso Trieste lascia molto a desiderare: accentratore e poco incline all’ascolto in molti territori l’organizzazione ha problemi non da poco.

Se la Fiom torna (o diventa) un punto di riferimento perfino per giovani, precari e disoccupati, Marchionne può sempre sostenere di aver vinto la sua guerra: a Mirafiori vince solo con il 54% (e fra gli operai perde) ma il suo modello si allarga e, “grazie” all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori abilmente utilizzato, caccia la Fiom e la Cgil dalle sue fabbriche: a livello aziendale solo i sindacati firmatari degli accordi possono essere rappresentati.

Le foto dei delegati di Mirafiori che fanno gli scatoloni e arrotolano le foto di Berlinguer e Trentin fanno il giro del mondo. Ma lì parte la «via giudiziaria» e la controffensiva della Fiom. Che rientra in fabbrica «con la Costituzione in mano» grazie alla sentenza della Consulta del 3 luglio del 2013 che sanziona come illegittima la norma ristabilendo la rappresentanza per il maggior sindacato italiano anche nelle fabbriche ormai diventate Fca con sede legale in Olanda e quotata a Londra e poi a New York.

A posteriori si può dunque sostenere che se Marchionne non ha chiuso fabbriche in Italia lo si deve in buona parte alla battaglia Fiom. E non certo all’azione sindacale sempre acritica degli altri sindacati.

Ridurre però i sette anni di Landini alla sola battaglia con Marchionne è riduttivo. L’autonomia e l’indipendenza dei metallurgici della Cgil in piena coerenza con la lezione di Claudio Sabattini sono state riconquistate grazie a proposte innovative come l’uso dei fondi pensione per investire in Italia, la battaglia per una industria verde, le tante vertenze (le manganellate prese con gli operai delle acciaierie di Terni) in cui si è riusciti a rilanciare aziende date per morte, l’alleanza coi precari, la democrazia (il voto dei lavoratori) come precondizione per qualsiasi accordo.

L’ERRORE PRINCIPALE che si imputa a Landini è la presto sotterrata “Coalizione sociale”. Forse lusingato dall’attenzione che media, professori, vip e tanti politici, lancia la manifestazione di piazza del Popolo il 28 marzo 2015 viene da molti (Il Fatto in testa) percepita come la nascita di un partito o come la disponibilità di Landini a sfidare Renzi. In realtà lo stesso Landini fissa un obiettivo molto più sindacale: «Riunire il mondo del lavoro».

Ma tutto finisce lì e il flop è fragoroso.

Da quel momento però Landini corregge la sua posizione, si concentra solo sul sindacato. L’obiettivo è di «riconquistare un contratto nazionale unitario» dopo gli ultimi due separati. La traversata del deserto è lunga e faticosa: parte con il ricostruire i rapporti con Fim e Uilm e passa per una lunghissima trattativa con Federmeccanica. I compromessi accettati sono molti e duri da digerire: il welfare aziendale come quasi unica voce di aumento salariale, lo spazio lasciato al contratto aziendale di secondo livello. Ma l’obiettivo viene raggiunto. A questo punto Landini considera «conclusa una fase». E decide che è «venuto il momento di provare a cambiare la Cgil». Di certo la sfida maggiore delle non poche che ha già affrontato.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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