(il manifesto)
Orsola Casagrande
Spegni la censura, accendi Blackout. Lo slogan è chiaro e riassume in poche parole cosa c'è al palo. L'amministrazione comunale di Torino, centro sinistra, comunica a Radio Blackout (dal '92 la radio del movimento) che il contratto di affitto nello stabile che ospita gli studi (e che è di proprietà del comune) è scaduto e che non c'è all'orizzonte un rinnovo. E' importante ricostruire i fatti in questa triste vicenda. La notizia dello sfratto arriva infatti all'associazione che gestisce la radio per vie non ufficiali, nonostante la decisione di mandare via Blackout sia stata presa nel consiglio comunale del 14 novembre 2009. Una decisione che anticipa la scadenza del contratto di locazione, prevista per il 30 dello stesso mese. Nel comunicatto ufficiale della commissione consiliare del Comune si legge : «I locali di proprietà comunale in via Cecchi 21/A, affidati all'associazione che gestisce la stazione radiofonica - punto di riferimento per l'area antagonista torinese - sono oggetto di un progetto di ristrutturazione per un utilizzo sociale che non sarà compatibile con la presenza della radio. Il contratto non sarà quindi rinnovato e Palazzo Civico concorderà una nuova sistemazione per l'associazione Radio Blackout, la quale finora ha sempre pagato regolarmente l'affitto della sede di via Cecchi». La precisazione sull'affitto è in risposta all'interpellanza presentata da due consiglieri dell'area An-Pdl, per i quali era inaccettabile che dei locali comunali venissero dati in gestione ad una radio che «incita sistematicamente alla violenza». Detto, fatto. Dal 30 novembre radio Blackout ha esattamente 4 mesi di tempo per sgombrare i locali che saranno «invece destinati alla creazione dell'HUB Multiculturale in via Cecchi, uno spazio di integrazione sociale per i giovani della città». Con un grazie per il generoso contributo delle fondazioni Vodafone Italia e Umana Mente ( Gruppo Allianz) firmatarie di una convenzione con il comune piemontese: 800.000 euro verserà la prima e 400.000 la seconda. Una cifra, chiosano a Blackout, assolutamente non paragonabile al misero affitto (1.300 euro mensili) versato da una piccola radio autogestita, punto di riferimento per l'area antagonista della città. La radio deve andar via perchè la sua presenza è «incompatibile» con la futura destinazione d'uso e il progetto di riqualificazione di un'area cittadina, che, a detta del sindaco Chiamparino è una delle più degradate della città.
Ma Radio Blackout è in città un'istituzione. E non a caso. E' la radio che in questi anni ha accompagnato il movimento, ma anche e soprattutto le trasformazioni della città, le lotte, raccontandole sempre puntualmente e mettendo a disposizione i suoi spazi a quanti volessero dire la loro su ciò che accade in città. Amici, Radio Blackout ne ha tanti. Lo ha dimostrato l'iniziativa di mercoledì scorso a Palazzo Nuovo, sede dell'università. C'erano il sociologo Marco Revelli, il musicista dei Subsonica Max Casacci. C'erano giornalisti di altre testate, c'erano soprattutto molti studenti. Marco Revelli ha sottolineato il «clima opprimente, ottuso, opaco che si respira ormai da anni a Torino», governata da una «comunità politica di micro-lobbies». Revelli ha aggiunto che «le censure non mi piacciono mai, nè quelle del governo cinese su Google nè quelle operate dalle amministrazioni di centro sinistra. Non mi piacciono soprattutto le censure amministrative, burocratiche, nascoste dietro espedienti, come appunto la fine di un contratto di locazione». Radio Blackout ha ribadito Revelli, non piace perché «è una voce libera, da ipoteche commerciali e da ipoteche amicali-politiche, sta fuori dalle filiere e forse per questo è più vulnerabile. Se noi guardiamo alla quantità di spazi pubblici che l'amministrazione offre a destra e a sinistra a cifre modiche purchè questi beneficiari abbiano un qualche padrino nell'ambito del fronte politico bipartisan, abbiamo la dimensione dell'ingiustiza che qui viene praticata. Evidentemente Radio Blackout non ha amici in quella filiera, non fa parte di una qualche cerchia riconducibile in qualche misura al reticolo di interessi e aggregazioni che costituisce la società politica torinese come si è ridotta in questi ultimi decenni, terminali di microlobbies, come si vede nel dibattito politico che c'è questa città».
Una città il cui clima da precchi anni è davvero opprimente, ottuso, opaco. Un clima, che Revelli rifiuta, perché non appartiene alla storia di questa città che è invece fatta «dal confronto, conflitto ma anche sinergia tra burocrazie ottuse come era quella sabauda, come era l'esercito dei Savoia e dei suoi amministratori e gruppi di visionari, spesso incazzati, quelli che hanno fatto il Risorgimento. Oggi sembrano sopravvivere solo le burocrazie ottuse, i visionari non si vedono più. Qualcuno si ascolta dalle onde di Radio Blackout».
Naturalmente la censura che rischia di colpire Blackout è quella che a livello nazionale vuole colpire le testate libere, come il manifesto. E lo vuol fare a colpi di mozioni di fiducia.