News per Miccia corta

30 - 03 - 2007

La pietas e il bene pubblico il conflitto di fronte al terrorismo

(la Repubblica, 31 marzo 2007)

 

 

 

 

Per il sacrificio di Moro, che decretò la disfatta delle Br, si può evocare l´Antigone

 

 

GIUSEPPE D´AVANZO

 

 

«Non c´è ragion di Stato che vale una vita umana», dice Piero Fassino, «bisognava trattare perché la vita di Moro era altrettanto importante di quella di Mastrogiacomo». Sono consapevole che queste mie opinioni troveranno – nella congiuntura dei tempi – poco consenso o molta irritazione. La prudenza consiglierebbe di dissimularle. Nello stesso tempo, credo che siano in ballo alcune questioni essenziali che decidono, in una parola, che cosa è nel nostro Paese il bene pubblico, come va interpretato, chi lo deve rappresentare. Ho la sensazione che siamo nei pressi di quel famoso punto critico che mette in movimento un brusco rovesciamento. Non controllato, può provocare un esito inatteso (e, a naso, molto italiano). Se rovesciamento deve essere, che almeno se ne parli. Che gli argomenti siano alla luce del sole.

Sorprendono le dichiarazioni di Fassino. Sorprendono chi conosce la sua storia di leader politico di prima fila che, a Torino, ha avuto a che fare con la ferocia del terrorismo rosso. Sorprende il modo che ha scelto per parlarne, combinato in quel nuovo paradigma del discorso pubblico (vedi al titolo: «Chiedi scusa!») che postula «l´occultamento banalizzante delle ragioni dei conflitti del passato». Penso che Fassino non se ne sia reso conto, ma – senza trovare una risposta – mi chiedo come un politico, custode di molte dolorose responsabilità in quei tempi tetri, possa aver dimenticato che il sacrificio di Aldo Moro decretò la disfatta delle Brigate Rosse. Fu una sconfitta che la famiglia di Aldo Moro pagò a carissimo prezzo. A caro prezzo la pagò nel tormento, «nel dubbio, nell´interrogazione, mai passivamente», un´élite politica (e penso a Zaccagnini, Berlinguer, Cossiga, Montini) convinta di dover preservare non lo Stato italiano (che cos´è lo Stato senza cittadini?), ma l´unità della stessa società italiana, la possibilità stessa di coltivare un futuro di pace, senza sangue, senza morte, senza violenza.

In fondo, non è nemmeno questo che sorprende di più perché l´argomento decisivo che propone e convince Fassino è un altro. È la prevalenza del dovere privato sulla ragione pubblica. La questione è antica. È una tragedia antica.

Evocata spesso fuori luogo, appare qui il caso di richiamarsi all´Antigone e a un dilemma vivo da 2500 anni. Si conosce l´intreccio. Creonte ha ben regnato; ha difeso la città; l´ha salvata dalla catastrofe; l´ha protetta dall´aggressione del nemico. Ora deve decidere della colpa di Polinice. Polinice non è un nemico tra gli altri, è «il fratello che vuole annichilire il fratello e la terra che l´ha nutrito». Creonte decide di dare in pasto ai cani il suo cadavere vietandone la sepoltura non «in un impeto d´ira, di irragionevole, delirante volontà di vendetta». Creonte sa che Polinice ha ancora, dopo la sua morte, un consenso sotterraneo a Tebe. Per questo, all´enormità del peccato deve seguire l´enormità della pena. La luce che orienta Creonte (e ne è spaventato, prega, si lamenta) è il destino della città perché «soltanto nella polis c´è la salvezza». Antigone, forse, ne intende addirittura le ragioni, ma è assolutamente estranea al comando di quella legge. Non c´entrano nulla etica, diritto, politica. La legge della polis è per lei priva di senso; un mero artificio; una convenzione; un niente a petto dell´energia che suscita in lei l´obbligo morale. Non se ne sente vincolata né invoca un compromesso né un nuovo diritto né un altro ordine politico. Vuole dare sepoltura a suo fratello, soltanto questo. L´alterità di quel che gli appare il suo dovere privato è radicale. Antigone vuole esclusivamente fare ciò che deve. «Quando due figure – scrive Massimo Cacciari – si affrontano con l´arma più tremenda, la parola, e scoprono reciprocamente di essere per destino impotenti all´ascolto, lì scoppia il conflitto incomponibile». Antigone e Creonte, anche se estranei ad ogni odio personale, possono conciliarsi «solo nel darsi reciproca morte». Non c´è posto per entrambi nella polis. O l´uno o l´altro. O la pietas o il bene pubblico.

Voglio dire che se Fassino pretende di parlare a nome delle ragioni di Antigone (ma qui il problema – come è evidente – non è Fassino, ma un´intera classe politica che deve chiarire a se stessa la sua missione) potrà poi parlarci, nella stessa scena, come Creonte? Potrà dire «Noi», dopo avere detto «Io»? Potrà parlare a nome del bene pubblico? C´è un´inconciliabilità così radicale, così assoluta nel dialogo tra le leggi della pietas e della polis che, evocarle dallo stesso pulpito – entrambe – rende inattuale, per dir così, e l´una e l´altra. L´ambiguità della metamorfosi può diventare un gioco maligno e «c´è il pericolo che molti poveri diavoli ne abbiano a riportare seri danni». Perché di un Paese che conta a decine di migliaia "i morti per lavoro", è difficile pensare che sia un Paese che considera sacra ogni vita umana. È soltanto un Paese scettico, cinico, pietoso che di nulla si commuove e di tutto si commuove. È un Paese così biologicamente realista, da non sopportare idee estreme (anche se non esistono idee che non siano estreme). Fosse anche quella del bene pubblico (e non ce n´è di più estreme, in Italia). È un Paese che rifiuta e diffida dell´"interesse collettivo" come se fosse una trappola per topi o un gioco a perdere perché l´italiano si sente innanzitutto altro: membro della propria famiglia e della propria rete di relazioni. Conviene tenersi lontano da ogni ipocrisia civile e dire che questo discorso avrebbe avuto un identico valore anche per Daniele Mastrogiacomo, se il suo destino avesse chiamato in causa la sovranità dello Stato. Dopo che Adjmal Nashkbandi e Rahmatullah Hanefi saranno tornati ai loro affetti, come Daniele, sarà utile ragionare su quanto è maturato – nella pubblica riflessione – in queste settimane e prevedere – per quanto può ancora accadere nelle prossime – quali saranno le nostre mosse e la nostra "dottrina". In quali sentieri ci incammineremo tutti? Nel varco indicato da Antigone o lungo la strada sorvegliata da Creonte? Quale che sia la scelta, non è senza conseguenze.

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