![]() |
News per Miccia corta10 - 04 - 2007 Quei comunisti spariti nei gulag una tragedia nascosta dal silenzio(
SIMONETTA FIORI
Prima la tragedia, poi un tenace silenzio imbarazzato. Quello tra la sinistra italiana e i gulag è stato un rapporto difficile e controverso, lungamente segnato dalla guerra fredda. Se tra gli anni Sessanta e Settanta una memorialistica dŽautore riuscì a rompere il velo di reticenze - Una giornata di Ivan Denisovic, il romanzo choc di Solgenitsyn, uscì da Einaudi nel 1963, Arcipelago Gulag nel 1974 da Mondadori - è nel decennio successivo che la storiografia è divenuta più consapevole, fino alle ricostruzioni complete messe a punto negli anni Novanta dalla Fondazione Feltrinelli, grazie anche allŽapertura degli archivi sovietici. LŽinclinazione prevalente, tra i militanti del Pci, è stata per diversi decenni quella di voltare la testa da unŽaltra parte. Confessò una volta Eric J. Hobsbawm: «Ho preferito rivolgere altrove la mia lente di storico per non dover scrivere dei gulag». Una delle prime e più clamorose testimonianze italiane fu quella di Dante Corneli, un operaio comunista di Tivoli finito nel lager di Stalin. Il suo Il redivivo tiburtino uscì nel Anche la sinistra non comunista - negli anni più bui della guerra fredda - aveva scelto quella che Valiani chiamava "astensione silenziosa". Ha raccontato Andrea Graziosi che quando Franco Venturi tornò disgustato nel 1950 da Mosca, dove per tre anni era stato addetto culturale presso lŽambasciata, i suoi amici azionisti lo invitarono a un sorta di prudenza. «Si avvertiva come imminente il pericolo di una reazione clerico-fascista. Sparare contro lŽUrss avrebbe significato indebolire la sinistra italiana». Meglio parlar dŽaltro, almeno fino al Cinquantasei. Non erano state poche le vittime italiane della repressione politica in Urss, tra 1919 e il 1951. Quasi un migliaio di persone, dicono le ricerche di Elena Dundovich e Francesca Gori: trecentocinque arrestati, cento condannati a morte e fucilati, centoquarantuno destinati ai campi di lavoro correzionale, gli altri privati dei diritti civili, emarginati, allontanati dai posti di lavoro. Un numero che potrebbe apparire esiguo rispetto ai milioni di vittime sovietiche, ma che getta luce sui rapporti tra Mosca e il Partito comunista italiano. Specie dopo lŽassassinio di Kirov, il 1 dicembre del 1934, un clima di sospetto crescente avvolse la comunità italiana. Sempre più capillare il controllo dellŽNkvd - la polizia politica sovietica - sullŽemigrazione straniera di ogni nazionalità. Come un ossessivo ritornello risuonavano le accuse. Trotzkismo o - nella variante italiana - bordighismo. Terrorismo. Spionaggio. Un aiuto fondamentale alle "indagini" proveniva dai funzionari che lavoravano nella "sezione quadri" della Terza Internazionale. Furono gli stessi leader comunisti a consegnare i loro compagni al dittatore georgiano. A queste gravissime responsabilità non si sottrassero i dirigenti italiani Palmiro Togliatti e Antonio Roasio, Domenico Ciufoli e Paolo Robotti: alti e medi funzionari del Pci pronti a passare informazioni allŽNkvd. Tra i perseguitati non solo emigrati politici, ma anche ballerini e circensi, decoratori e musicisti, operai e contadini: tutti inermi davanti ai plotoni dŽesecuzione ordinati da Stalin. LŽincubo non sarebbe finito con la guerra. Negli anni Quaranta, chi desiderava tornare a casa doveva sottoporsi al giudizio dei dirigenti del Pci. Occorreva garantire che, una volta in Italia, non si sarebbe sporcata lŽimmagine dellŽUrss. Spettò a Paolo Robotti, cognato di Togliatti e implacabile stalinista, misurare la "condizione morale" dei richiedenti. Molti furono "i casi dubbi", meglio trattenerli a Mosca. Gli altri costretti a tacere, ancora per molto tempo.
I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori
|