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News per Miccia corta29 - 04 - 2008 Esce oggi un saggio-testimonianza di luigi manconi. Un´idea del terrorismo della violenza( "Com´è potuto
accadere", si chiede l´autore, "che sia venuto meno il principio
dell´intangibilità della vita umana?" Un articolo
imbarazzante pubblicato su "Quaderni Piacentini" SIMONETTA FIORI È un tema rimosso, ricacciato nel fondo delle coscienze,
liquidato soprattutto da coloro che ne furono corresponsabili. Forse una parte
di sé inconfessabile, un vissuto tortuoso con il quale si fanno i conti
privatamente, più difficile farne diario in pubblico, specie quando si
ricoprono ruoli di responsabilità. È quel sentimento di prossimità al
terrorismo che negli anni Settanta spinse parte del movimento e dell´opinione
pubblica - se non ad aderire - a comprendere e giustificare il brigatismo
rosso, una zona grigia impastata - se non di atti direttamente violenti -
d´un´idea sbagliata di "violenza giusta". Il merito di questo nuovo
libro di Luigi Manconi - Terroristi
italiani. Le Brigate Rosse e la guerra totale 1970-2008 - è proprio quello di
strappare il velo di reticenze che nel tempo è andato ispessendosi sul furore
dei Settanta, anche se il taglio interpretativo e la proposta politica non
mancheranno di far discutere (Rizzoli, pagg. 186, euro 18,50). Tanto più
significativo appare l´intervento di Manconi, senatore dell´Ulivo per due
legislature e sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi, quanto
più colpisce a destra l´afasia di coloro i quali in quegli stessi anni
civettarono con la violenza o ne furono rabbiosi artefici, una promiscuità mai
dibattuta tra i dirigenti postfascisti di Alleanza Nazionale. Altalenante tra saggio sociologico e testimonianza, la
riflessione di Manconi appare segnata dal vissuto dell´autore, professore di
Sociologia dei fenomeni politici presso l´Università Iulm di Milano e
responsabile del servizio d´ordine di Lotta
Continua nella stagione in cui venne ucciso Luigi Calabresi. Sull´approccio scientifico dei primi capitoli
prevale ben presto l´autobiografia, con l´adozione della prima persona plurale
e un´intonazione che non è certo rivendicativa – come potrebbe esserlo? – ma
neppure sconfessione nitida, piuttosto un´accettazione
"compassionevole" e "non indulgente" della propria
personale dissociazione tra la vita di allora e quella di oggi. Quel che ne
scaturisce – forse al di là delle stesse intenzioni dell´autore – è un saggio di
riscatto generazionale, sintetizzabile nella massima di Joschka Fischer, l´ex ministro tedesco finito sotto accusa per aver
ospitato in casa negli anni Settanta terroristi armati della Raf (inchiesta
conclusa con un´archiviazione): «Questa è la mia biografia, questo sono io.
Senza di essa sarei qualcun altro (e non mi piacerebbe per nulla)». Con quali
costi per la collettività è sottinteso. La tesi del libro è che il terrorismo sia tuttora dentro la
società italiana, seppure in dimensioni assai ridotte e in condizioni diversificate
rispetto alla matrice brigatista di quarant´anni fa. In nessun´altra democrazia
occidentale il fenomeno è durato così a lungo, con tale intensità di potenza
militare e con altrettante vittime. Questa offerta terroristica che corre
ancora sottotraccia presenta significativi elementi di continuità rispetto alle
vecchie Br, anche grazie al persistere di subculture di sinistra e di un alto
tasso di ideologizzazione del senso comune che induce perfino le tifoserie
calcistiche a ricavare simboli e legittimità dai codici della politica. Compito
delle classi dirigenti è disinnescare "questa indistinta disponibilità
alla violenza" intervenendo là dove prevalgono l´esclusione e la
precarietà de lavoro. Ma accanto a questo c´è un altro lavoro da compiere,
forse ancora più arduo: fare definitivamente i conti con gli anni di piombo,
con quello "scialo di morte" che trentacinque anni fa precipitò nella
notte la democrazia italiana. Una riflessione mancata, impedita da reticenze o
semplificazioni, paure e ipocrisie. Un bilancio difficile e doloroso, al quale
ha contribuito di recente l´importante libro di Mario Calabresi, accolto
dall´autore come un notevole passo in avanti nella "testimonianza
civile" e nel "monito morale". «Alla tragedia del terrorismo»,
scrive Manconi, «s´è sommata la tragedia culturale dell´incapacità di
"comprenderlo" e "pensarlo"». Forse anche di assumersene la
responsabilità. In Terroristi italiani Manconi si fa carico della sua parte,
quella della generazione che è approdata alla democrazia attraverso un
tirocinio assai poco democratico. Spietate ed efficaci le pagine in cui viene
descritta l´euforia collettiva che al principio degli anni Settanta azzerò ogni
forma di ritrosia morale e autocontrollo, l´impetuosa scelta della violenza
come forma di lotta, l´adozione di modelli marziali e virilisti, l´icona di Che
Guevara e dell´epopea guerrigliera declinata con il gappismo resistenziale,
quel mito della Resistenza tradita denunziato di recente dal presidente
Napolitano. «Com´è potuto accadere che per migliaia di giovani uomini e donne»,
si domanda Manconi, «sia venuto meno il principio della intangibilità della
vita umana?». Eppure quel valore assoluto venne sciaguratamente
ridimensionato, la "violenza giusta" teorizzata e spesso praticata,
la violazione della legge sempre legittimata. Ma era proprio necessario che
andasse così? Secondo la storica Anna
Bravo, ex militante di Lotta Continua ed autrice di A colpi di cuore, le
cose potevano andare anche diversamente. La violenza fu una scelta, non il risultato
di un processo ineludibile. Fu una scelta di pochi, accecati da una tradizione
combattentista maschile. Manconi non evita il confronto con la propria storia
complicata. «In quegli anni», scrive, «militai nell´organizzazione Lotta
Continua: conobbi direttamente, e direttamente ne feci esperienza e ne fui
corresponsabile, quell´intreccio tra mezzi legali, extralegali e illegali, e
quel crinale tra uso della forza a carattere difensivo e uso della forza con
finalità offensiva. A distanza di quasi quarant´anni, la cosa mi viene
frequentemente ricordata e rimproverata. Nello stesso periodo scrissi e
discussi con altri militanti un articolo, torvo fino all´idiozia e
sostanzialmente filoterroristico, pubblicato sui Quaderni Piacentini con la
firma parzialmente pseudonimica. Anche questo a distanza di decenni mi viene
ricordato con solerzia. Non me ne lamento affatto. Lo ritengo inevitabile». Ma
fino a quando? Fino a quando, insiste Manconi, saremo costretti a dar conto di
queste nostre "parole ignobili"? E in un paragone un po´ troppo
disinvolto, raffronta la sua generazione ai ventenni che sotto Mussolini
scrivevano parole filofasciste: anche loro ripetutamente costretti a
giustificarsi. L´accostamento non regge, ma restituisce lo stato d´animo
dell´autore, come incalzato da una richiesta estenuante di confessione e
pentimento. Da qui "la chiamata in correità" nei confronti
d´una zona dell´opinione pubblica che in quegli infiammati anni affiancò Lotta
Continua nella sciagurata campagna contro il commissario Calabresi. Ecco
sfilare i più bei nomi del diritto e della filosofia, dell´editoria e della
letteratura, Manconi pesca a piene mani dagli appelli contro "il
torturatore di Pinelli", "non per rivalsa" ma per restituire lo
spirito del tempo. Un comune sentire, un "Maelstrom
esistenziale-culturale" che finisce per legittimare la violenza e nel
quale vengono risucchiati gruppi sociali e ambienti intellettuali, non estesi
ma culturalmente egemoni. Tutti - sembra dire Manconi - tutti pur con responsabilità
diverse dobbiamo fare i conti con quella stagione. La reticenza – è la tesi di Terroristi italiani – non annida
solo nelle zone di complicità morale con le azioni terroristiche. È anche di
chi non ha voluto riflettere «sul tema della violenza in alcune tradizioni
politiche culturali, da quella marxista alla cattolica all´azionista». A questa
"mancata esplorazione sulla violenza rivoluzionaria" Manconi affianca
la "mancata esplorazione sulla violenza reazionaria". La definitiva
resa dei conti appare ostacolata soprattutto da quella parte di classe
dirigente che non si è assunta la responsabilità politico-morale dei
comportamenti dello Stato nel torbido decennio dei Settanta. Dalla madre di
tutte le stragi Piazza Fontana, tuttora senza colpevoli, alle carneficine successive,
le istituzioni sono apparse sideralmente distanti e ostili, minacciate da
aspiranti golpisti, colpevoli di depistaggi e mancate verità. Se prima non si
riconoscono queste ombre e incompiutezze - è la chiave più condivisibile di
Manconi - sembra difficile voltar pagina. Quel che in fondo auspica Terroristi italiani è una sorta di "pacificazione nazionale", "una prescrizione politica del passato", nel "presupposto ineludibile della tutela delle vittime e dell´accertamento giudiziario delle responsabilità". Un´operazione-verità alla quale possano partecipare tutti, vittime e terroristi, senza esclusioni di sorta. Come in tutte le guerre, commenta Manconi, l´epilogo si suggella con "la restituzione dei prigionieri". Prevale qui verso i detenuti politici la cifra simpatetica, incalzano gli interrogativi se l´esperienza del male sia un passaggio necessario per operare nel bene. Forse sono queste le pagine meno convincenti di tutto il volume, che danno come acquisita la categoria di "guerra civile simulata". Una percezione bellica che stava nella testa di chi sparava, non in chi rimaneva sul selciato, disarmato e senza vita.
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