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News per Miccia corta28 - 05 - 2008 Ecco il “volto buono” del razzismo. Almifrante, tra manganello e modernità
(Liberazione, giovedì 29 maggio 2008)
Rina Gagliardi
E dunque, di botto, dopo parecchi lustri di oblio, Giorgio Almirante torna d'attualità. Un segno inequivocabile dei tempi oscuri che stiamo vivendo, certo. Ma anche l'ennesima furbizia di un revisionismo storico (e toponomastico) che sfrutta a dovere anche la smemoratezza diffusa. Chi sa più, tra i giovani d'oggi, chi era Giorgio Almirante, che cosa è stato, che cosa ha fatto o detto? Gianni Alemanno, invece, lo sa bene - come tutti i dirigenti politici "postfascisti", di formazione rautiana o romualdiana o servelliana che siano. Perciò rivendica oggi il suo "diritto" a celebrare il capo del fascismo italiano del dopoguerra, sia pure nella forma simbolica d'una strada o d'una piazza. Per sancire, anche così, la ri-legittimazione piena d'una storia, di una posizione politica, di una ideologia. E per passare davvero a una "Terza Repubblica" che, dopo la lunga e instabile transizione dell'ultimo quindicennio, porti a compimento la sepoltura definitiva della Prima: cioè la fine dell'antifascismo come collante nazionale e unica religione laica del Paese. Allo scopo, la figura di Almirante si presta bene, quasi a perfezione: è vero che diresse, pressoché da autocrate, il Movimento Sociale Italiano per la bellezza di 254 mesi complessivi; è vero che ebbe successi televisivi nelle Tribune politiche dei primi '70; è vero che fu "quasi" sdoganato da Bettino Craxi (e dall'allora imprenditore rampante Silvio Berlusconi) al quale fornì un sostegno (decisivo) per la liberalizzazione del sistema televisivo; ma è vero anche che, alla fin fine, per tutta la durata della Prima Repubblica non contò quasi nulla. Restò un politico marginale ed emarginato - il politico che non poteva tenere comizi in tante città d'Italia, il leader al quale i lavoratori del "Cantagallo" si rifiutarono una volta di servire il pranzo. Altri tempi, certo, colmi di passione civile e di (sano?) settarismo.
La storia politica di Giorgio Almirante, figlio di una famiglia di attori con ascendenze nobili, ha una data d'inizio molto precisa: 1938, anno delle leggi razziali. Al giovane fascista, laureando in lettere e fino ad allora distintosi solo come fiduciario del Guf, quelle leggi accendono il sacro fuoco dell'impegno. Già redattore del quotidiano Il Tevere , diventa segretario di redazione della rivista La difesa della razza , dove sviluppa una linea apertamente razzista e antisemita. A chi obiettava che, con quel provvedimento, il regime mussoliano si appiattiva quasi totalmente sul nazismo tedesco, Almirante rispondeva così: «Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l'Italia abbia mai tentato. E' veramente assurdo sospettare che il movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza […] possa servire ad un asservimento ad una potenza straniera». In diversi altri articoli, spiegava la necessità di liberare l'Italia da "ebrei e meticci", soprattutto dai primi, usi notoriamente ad infiltrarsi nei giornali. E argomentava con parole chiarissime la piena coerenza tra cattolicesimo e razzismo: «Noi ci vantiamo di essere cattolici e buoni cattolici. Ma la nostra intransigenza non tollera confusion di sorta… Nel nostro operare di italiani, di cittadini, di combattenti, nel nostro credere obbedire e combattere, noi siamo esclusivamente e gelosamente fascisti. Esclusivamente e gelosamente fascisti nella teoria e nella pratica del razzismo». Anni dopo, Almirante sconfesserà questi concetti, e arriverà a sostenere che, in quegli anni, non era possibile (sic) pensarla diversamente. Ma non sconfesserà mai, ad ogni buon conto, la sua attività repubblichina. Dopo l'8 settembre 1943, infatti, Almirante diviene (secondo la celebre espressione di Luciano Violante) un "ragazzo di Salò": si arruola nella Guardia Nazionale Repubblicana, lavora con il ministro della cultura popolare Mezzasoma, diventa tenente della brigata nera del Minculpop. Un combattente repubblichino. Un fucilatore di partigiani, come lo definì nel 1971 Luigi Pintor in una delle prime e più appassionate campagne de il manifesto , a proposito del bando del maggio '
Il 26 dicembre 1946, Almirante è tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano: ne sarà segretario tra il 1947 e il 1950, e poi, alla fine del lungo regno di Arturo Michelini (il fascista moderato, legatissimo ai poteri forti romani) dal 1969 al 1987. Soprattutto, ne sarà il padre-padrone, il primo vero esempio di "cesarismo" in un partito politico italiano. Almirante decideva tutto, oltre naturalmente alla linea politica, sceglieva gli uomini e le funzioni, si costruiva comitati centrali "blindati" - e designava i successori, come capitò al trentacinquenne Gianfranco Fini, detto il "delfino", l'uomo che ad Almirante deve tutto e di cui Almirante si fidava di più. Almirante, soprattutto, parlava. Parlava bene, era universalmente considerato un oratore affascinante - in Parlamento arrivò a pronunciare discorsi-fiume, di otto o dieci ore. Cavalcava tutte le cause "nazionali", dall'italianità di Trieste alla difesa della comunità italiana del Trentino. Si batteva contro tutte le buone cause, dalla legge Scelba sull'antifascismo all'introduzione del divorzio, e ne cavalcava molte tra le più cattive, come la reintroduzione della pena di morte - proposta negli anni '70, nel corso dell'emergenza terrorista. Ma soprattutto perseguiva un'ambizione: far uscire l'Msi dalla minorità e dalla marginalità che egli stesso aveva per altro potentemente alimentato, e costruire una "grande destra" anticomunista, antidemocratica, neo-autoritaria, in fusione perfetta tra sovversivismo e law and order . Scrive Marco Revelli: «Alla morte di Michelini, …la nuova linea imposta da Almirante salda organicamente politica d'ordine e radicalità, offrendo come baluardo all'opinione pubblica di destra intimorita dalla rivolta studentesca e operaia l'iniziativa muscolare dei propri giovani e la capacità del Movimento sociale di porsi all'incrocio delle più diverse iniziative anticomuniste, ortodosse o meno che siano». Nascono da qui i tentativi, rapidamente abortiti, dell'alleanza con i monarchici e dell'esperienza della "Destra nazionale", che per un breve momento offrirà al Msi i suoi maggiori successi elettorali. E', appunto, la linea del "doppio petto" coniugato ai manganelli: da un lato, lo scatenamento delle piazze, lo squadrismo, la riammissione di "Ordine nuovo", il filo sotterraneo con il macrocosmo dell'estremismo fascista, i legami con l'Internazionale nera di tutta Europa; dall'altro lato, l'idea del "Fronte anticomunista" capace di mettere insieme le più disparate "maggioranze silenziose", quelle che vogliono ordine e tranquillità, autorità dello Stato, rispetto delle tradizioni e della religione patria. Da questo punto di vista, pur non riuscendo mai ad allargare davvero la sua area di influenza, e pur non approssimandosi mai a una costruzione politica che non fosse quella missina, Almirante è stato un precursore. Molte delle sue intuizioni le potete vedere, realizzate, nella Destra attuale, quella che ha espugnato Roma e il governo nazionale. Quella che ha potuto dirsi "postfascista", "afascista", non più fascista. Almirante, invece, fu un un fascista non pentito, fino alla fine dei suoi giorni - al massimo si spinse al motto di De Marsanich "non rinnegare, non restaurare". Inaugurò il XIIesimo mission con una frase destinata, tra le tante, a rimanere celebre: "Il fascismo è qui….". Fu un fascista politico, che restò per tutta la vita ammiratore di Mussolini. Lo fu dal punto di vista, se così si può dire, "ideale", oltre che ideologico - il suo Msi dell'inizio portava tracce più che esplicite degli ordinamenti sociali di Salò e del fascismo repubblichino. Lo fu come critico "implacabile" della democrazia rappresentativa: tra i suoi libelli più noti, si contano un "Processo al Parlamento" e un "Processo alla Repubblica". Lo fu, anche, come cultore e fan di figure politicamente inequivocabili, come il collaborazionista francese Robert Brazillach (fucilato da De Gaulle) o come il dittatore spagnolo Primo de Rivera. O come il suo "maestro" politico Mezzasoma, ministro della cultura popolare della Rsi. E lo fu, infine, nel legame particolare, da sempre coltivato dalla destra, con le strutture recondite del potere militare. Forse, si spinse anche molto oltre, quando "coprì" una delle stragi più oscure del dopoguerra, quella di Peteano - dalla quale uscì amnistiato per raggiunti limiti di età. Si deve sempre avere rispetto per gli avversari. Ma, posto che a Rieti, Giarre, Locorotondo, San Severo, Foggia, Montecorvino Rovella, Ragusa, Lecce, Praia a Mare ed a Santa Caterina Villarmosa a Giorgio Almirante è già stata inopinatamnete intitolata una via, c'è una qualche buona ragione per intitolargliene una anche a Roma?
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