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News per Miccia corta03 - 07 - 2008 Radiografia di una lotta armata. Luigi Manconi ricostruisce una delle tante anomalie italiane
(il manifesto, 3 luglio 2008) La storia, unica in Europa, di un terrorismo di sinistra che persiste da quarant'anni «Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale, 1970-2008»
Andrea Colombo
Perché proprio qui? Perché in Italia e solo
in Italia, fra tutti i paesi sviluppati il terrorismo «da quasi
quarant'anni persiste e si riproduce»? Domanda complessa, alla quale si
può rispondere solo in via ipotetica e che comprende numerose altre
domande a tutt'oggi inevase. C'è davvero continuità tra la lotta armata
dei tardi '70 e i nuovi brigatisti, quelli che hanno assassinato
Massimo D'Antona e Marco Biagi? Gli undici anni che separano gli ultimi
fuochi delle vecchie Br dai primi spari degli epigoni vanno considerati
solo come interruzione o rappresentano una cesura cera e propria? E
perché in quel lungo lasso di tempo, negli anni in cui il terrorismo
pareva sparito per sempre, il nostro paese non è riuscito a voltare
pagina, a «elaborare» gli anni '70? E ancora, procedendo a ritroso,
perché in quel decennio lontano e vicinissimo un numero relativamente
alto di giovani scelse di sparare, gambizzare, uccidere?
Rispondere a quella domanda iniziale, a prenderla sul serio, è un'impresa, quasi un azzardo. Affronta la prova, credo per la prima volta in un panorama bibliografico pur sterminato com'è quello sul terrorismo italiano, Luigi Manconi. L'ex portavoce dei Verdi ed ex sottosegretario alla Giustizia nell'ultimo governo Prodi ha tre carte pesanti da giocare. E' un sociologo esperto e capace. Ha alle spalle numerosi lavori sul terrorismo italiano, molti dei quali scritti «all'epoca dei fatti», lavorando dunque sul campo e in presa diretta. In quanto ex militante ed ex dirigente di Lotta continua, per un periodo responsabile del servizio d'ordine di quell'organizzazione, conosce dall'interno l'ambiente e la cultura diffusa nei quali si sviluppò la gestazione dei gruppi armati degli anni '70. Il risultato è un libro (Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale, 1970-2008, Rizzoli, 2008, pp 362, euro 18.50) ricco di spunti, suggestioni e riflessioni, probabilmente meno sistematico di quanto ci si aspetterebbe leggendone i primi capitoli ma in compenso decisamente coinvolgente e fertile. Perché lo sguardo «esterno» dello studioso regge fino a un certo punto, poi viene travolto dalla partecipazione diretta ed emotiva di chi con quella vicenda mantiene giocoforza un rapporto di altro tipo, nel quale scindere l'analisi fredda dal coinvolgimento è impossibile. Nella prima parte della sua ricerca, Manconi mette in fila e in ordine gli elementi «di cornice» che spiegano, senza ovviamente giustificarla, l'esplosione della lotta armata di sinistra nei '70: la tendenza italiana a connotare politicamente ogni manifestazione del senso comune, e in particolar modo quelle più apertamente sub culturali, illustrata partendo dal caso del tifo organizzato che solo da noi acquista, sin dalla sua nascita, una valenza di schieramento politico; l'eredità della guerra civile, del fascismo e della Resistenza; la concezione, in buona parte già presente nel Movimento operaio tradizionale, della violenza giusta, «levatrice della storia», sempre e comunque "difensiva" in quanto reazione a una ingiustizia sociale ben più feroce e intimamente violenta; infine la reazione, o meglio l'assenza di reazione positiva, alle spinte dal basso da parte di un sistema politico bloccato, elemento che se non presiede alla nascita del terrorismo italiano certamente ne agevola fortemente la diffusione. A ragion veduta, tuttavia, Manconi fa precedere l'elenco e l'analisi di questi fattori da un capitolo iniziale su piazza Fontana, l'episodio violentissimo, sconvolgente e traumatico che molti terroristi pongono all'origine della loro scelta armata e che è stato da più parti identificato come lo spartiacque che separa una sorta di «età dell'innocenza» della sinistra rivoluzionaria dell'epoca da una radicale perdita di fiducia nello stato democratico tra le cui conseguenze figura anche la lotta armata. E' un'interpretazione cui Manconi concede massimo credito, pur senza sposarla del tutto. Nel libro lascia infatti ampio spazio alle voci che in merito nutrono serie perplessità. Quella di Adriano Sofri, secondo cui del tutto «innocente» la sinistra degli anni '60 e '70 non lo era neppure prima della strage, non avendo mai bandito la violenza dal proprio orizzonte. Quella, molto più drastica, di Anna Bravo che nel mito dell'innocenza stroncata il 12 dicembre 1969 individua un mito «giustificazionista». Pur dichiarandosi convinto del ruolo esiziale svolto da quella strage, e dal successivo e torbidissimo comportamento dello Stato, Manconi non si spinge affatto sino a indicarla come la sola fonte, né la principale, delle successive tragedie. Cautela giustificata: se è certo che quella vicenda ebbe un peso enorme sulle coscienze e sulle scelte degli allora «ragazzi di movimento» è altrettanto certo che il mito della «perdita dell'innocenza» presenta davvero un tasso elevato di giustificazionismo. Per quel movimento, ben prima del 12 dicembre, la violenza non era solo un'opzione possibile. Il ricorso alle armi era universalmente ritenuto, almeno in linea teorica e di principio, indispensabile, né poteva essere diversamente essendo proprio la conferma dell'opzione rivoluzionaria l'elemento che più di tutti marcava la frattura, insanabile, tra «nuova» e «vecchia» sinistra. Ma, per quanto complesso e articolato sia il tema delle responsabilità culturali addebitabili alla sinistra rivoluzionaria, resta evidente l'incapacità tutta italiana di superare quella fase, segnalata anche dalla tendenza a rinfacciare ancora oggi ai protagonisti di allora la «colpa» di aver creato il «brodo di coltura» del terrorismo. E' un vizietto di cui Manconi molto si lamenta, ma che è in realtà corollario inevitabile della incapacità di superare «in toto» quella fase storica. Un blocco nel quale giocano un ruolo decisivo i parenti della vittime. Ovvio quindi che l'autore, pur col massimo rispetto per tutti, esalti le voci di chi, come Mario Calabresi, prospettano un modo diverso di rapportarsi con quel passato, fondato non sul perdono né sull'oblio ma sulla capacità di porsi con lucidità di fronte al passato e alle sue tragedie. E' invece solo un alibi il discorso, oggi più che mai diffuso, secondo cui sarebbe impossibile chiudere quel conto essendo ancora aperta la partita con un terrorismo rosso mai del tutto scomparso. Per Manconi molti dei fattori che connotavano le antiche Br sono rintracciabili anche negli omonimi del 2000. In particolare la comune origine sociale (e culturale), a partire da quello che viene qui definito «operaismo armato». Le Br furono infatti questo: un'organizzazione operaia e comunista armata, come lo sono oggi, fatte le debite proporzioni, i tardi epigoni del terrorismo rosso. La sussistenza di tratti comuni tra vecchie e nuove Br segnala una certa continuità culturale, alla quale si accompagna però una radicale discontinuità storica e sociale, motivata prima di tutto proprio da quella perdita di centralità e di protagonismo della classe operaia e del conflitto operaio che, per Manconi, era già all'origine della sconfitta brigatista nei primi anni '80. La possibilità che in Italia, come in tutto l'occidente, permangano e si acuiscano forme endemiche di terrorismo è senz'altro realistica. Ma si tratterebbe di fenomeni lontanissimi da quelli degli anni '70, quando ancora un brigatista ex operaio Fiat poteva dichiarare di fronte alla corte che lo giudicava: «Sono un operaio comunista e ho fatto quello che da sempre fanno gli operai comunisti. Ho cercato di fare la rivoluzione».
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