Miccia corta: leggi la recensione

10 - 10 - 2005
fonte documento: Memori

Susanna Ronconi - Pagine di un altro tempo


da Memori (www.memori.it)

5 Ottobre 2005
Susanna Ronconi - Diario Minimo dal carcere
Pagine di un altro tempo


A volte, Fenoglio insegna, la guerra è anche una questione privata. Ed è stato così per Sergio Segio quel 3 gennaio del 1982 quando, oltre a liberare le compagne di lotta, ha liberato la sua di compagna, quella Susanna che arrivava di corsa poco dopo l’esplosione. Militante delle Brigate Rosse prima, e successivamente del gruppo Prima Linea, Susanna Ronconi è stata una delle figure di spicco del terrorismo armato tra gli anni Settanta e Ottanta. Dopo aver scontato diversi anni di carcere ha lavorato come operatrice sociale ed è membro del comitato editoriale del mensile “Fuoriluogo”, che ha contribuito a fondare nel 1995, dedicato alle politiche sociali in tema di droghe, dipendenze e welfare e con il quale tuttora collabora. Da alcuni anni ha attivato percorsi di formazione di cittadini al metodo autobiografico e di raccolta di memorie del territorio. Ma Susanna Ronconi ha raccolto anche le sue di memorie durante i difficili anni del carcere. Che ora si trovano proprio sul sito di Segio con il titolo “Diario minimo da un altro tempo”. Ricordando i giorni in cui, nel 1983, era rinchiusa nel carcere di massima sicurezza di Voghera, scrive: ” Le divise informi di stoffa ruvida con stampigliato sulla schiena ``Trani - 1944`` (ma eravamo belle lo stesso, bastardi, Dio se eravamo belle). E quando mettevano brutta musica a tutto volume sparata dagli altoparlanti in tutti i corridoi per impedirci di comunicare tra noi, noi cantavamo più forte, fino a gonfiare le vene del collo. E quando, al momento dell’arrivo, ci mettevano nude in fila e ci facevano fare sei flessioni e poi ci cacciavano a forza sotto le docce calde, per vedere se la vagina, rilassata dal calore, lasciava cadere esplosivi, messaggi cifrati, documenti politici, lettere d’amore clandestine, cacciavamo le lacrime in gola e cercavamo i nostri sguardi più sprezzanti e, perfino, qualche scintillio di ironia. E quando, rivestite delle divise naziste, e calze color militare che scendevano al polpaccio ad ogni passo e scarpe di cartone, incalzate dal fiato sul collo dello sbirro che dava il ritmo dell’apertura dell’infinita teoria dei cancelli blindati ripetendo ``muoviti puttana``. Sì, anche allora eravamo belle, bastardi, Dio se eravamo belle”.

(M.R.)

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