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Feltrinelli, non solo dubbi sotto quel traliccio

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La morte dell'editore «guerrigliero» tra dietrologia e storia. Quarant'anni dopo, non regge a una seria ricostruzione storica l'ipotesi ripescata dell'omicidio. Si è trattato di un tragico «incidente sul lavoro».

Quaranta anni fa, il 15 marzo 1972, a Segrate fu trovato un corpo senza vita dilaniato dagli effetti di una carica esplosiva ai piedi di un traliccio dell'alta tensione. In quei giorni Milano ospitava i lavori del XIII congresso nazionale del Pci, l'assise che elesse Enrico Berlinguer segretario generale. Il 16 marzo, mentre veniva scoperto dall'altra parte della città, a San Vito di Gaggiano, un altro sostegno dell'alta tensione minato, gli investigatori appurarono che l'uomo del traliccio di Segrate altri non era che il noto editore Giangiacomo Feltrinelli.
Appena fu identificato il corpo senza vita, l'opinione pubblica si divise: se per moderati, conservatori e neofascisti l'evento era la prova di come le accuse di guerriglierismo mosse a Feltrinelli fossero fondate, un ampio schieramento che andava dal Psi ad Avanguardia operaia non volle credere a ciò che le apparenze lasciavano supporre. Come sostennero molti militanti politici e intellettuali schierati a sinistra, tra cui Camilla Cederna, l'editore era stato assassinato; il suo cadavere sotto il traliccio era una macabra messinscena. Una voce leggermente differente fu quella di Potere operaio che, essendo in rapporti stretti con l'editore, definì Feltrinelli un rivoluzionario caduto in combattimento, anche se non mancò, per comprensibili ragioni di sicurezza, di associarsi a coloro che lessero l'evento come un'uccisione.
A quaranta anni di distanza credo sia necessario, andando oltre le letture tese a vittimizzare o a demonizzare l'editore, ricondurre la vicenda entro l'alveo della ricostruzione storica, lasciando in disparte quel flusso di sospetti, ipotesi e congetture - spesso fantapolitiche - che possiamo definire dietrologia. Anche perché, oltre alle testimonianze di amici e compagni (che in un primo momento, comprensibilmente, minimizzarono la propensione guerrigliera di Feltrinelli), sono disponibili, ormai da qualche anno, varie fonti istituzionali extraprocessuali: dal carteggio interno degli organi di polizia alla documentazione riservata del Partito comunista italiano.
La tesi della messinscena è stata recentemente riproposta in un articolo di Ferruccio Pinotti pubblicato il 1 marzo su Sette, supplemento del Corriere della sera. Il fulcro del ragionamento ruota attorno a una perizia medica che secondo l'autore riaccrediterebbe la pista dell'uccisione. Prescindendo dal fatto che i contenuti di tale perizia erano già noti all'epoca dei fatti (si legga, ad esempio, la relazione sulla vicenda conservata tra le carte del Pci presso la Fondazione Gramsci o le affermazioni di Giulio Maccacaro su l'Unità e sul Corriere della sera del 26 marzo 1972), e che dunque la «scoperta» di Pinotti non è propriamente quello che si definisce uno scoop, lo studio delle fonti ci dice che se è vero che Feltrinelli ebbe numerosi nemici (tra cui il capo della Divisione affari riservati, Federico Umberto D'Amato, affiliato alla P2 come altri comprimari di questa vicenda) che progettarono finanche di rapirlo o ucciderlo, è altresì vero che egli scelse autonomamente e consapevolmente la via della lotta armata di tipo «propagandistico».
Il fatto che tale scelta fu «provocata» anche dalla pubblicazione dell'opuscolo Feltrinelli: il guerrigliero impotente, partorito nell'aprile 1971 dalla mente dello stesso D'Amato (il quale - stando a un documento citato da Aldo Giannuli - sembrerebbe aver rivendicato l'operazione) e che la vicenda del traliccio non sia esente da «ombre», non può tuttavia stravolgere quella che appare essere l'interpretazione più probabile: ovvero quella che Feltrinelli morì per un tragico «incidente sul lavoro».
Alla luce della documentazione disponibile, credo non sia corretto lasciare intendere - come fa Pinotti sull'interto del Corriere della sera, Sette - che Feltrinelli e il suo gruppo fossero infiltrati dal Mossad (responsabile della supposta uccisione dell'editore) o affermare come sia «noto che l'editore nell'ultima fase della sua vita» avesse «contatti con ambigue figure come Carlo Fumagalli» (esponente della destra atlantista e in contatto con i servizi segreti). Quest'ultima, ad esempio, è un'illazione priva di fondamento, alimentata da personaggi quali il generale dei carabinieri Francesco Delfino o da confidenze di seconda mano raccolte dal giudice Giovanni Arcai. Oltre a essere smentita dall'assenza di riscontri oggettivi, la rappresentazione di un Giangiacomo Feltrinelli incapace di controllare l'affidabilità della sua organizzazione clandestina, colluso con la destra eversiva e in balia dei più disparati servizi segreti (per Delfino la «regia unica» dei rapporti tra l'editore e Fumagalli avrebbe avuto come riferimento Cia, Kgb e Mossad...) risponde, per usare le parole di Nanni Balestrini (in «L'editore»), a una logica «stalinista» per la quale «il negativo va sempre addossato a un complotto del nemico». Insomma, anziché ragionare sulle scelte dell'editore - condivise, in quegli anni, da minoranze comunque consistenti - si preferisce negare l'evidenza, facendo così un torto alla storia, al movimento operaio e alla memoria dello stesso Feltrinelli.
Rispetto alla dinamica dell'incidente, le «carte di polizia» oggi disponibili collimano con i risultati dell'inchiesta delle Brigate rosse (il resoconto di chi guidò il nucleo di sabotatori a San Vito di Gaggiano, noto con lo pseudonimo di «Günter», registrato su nastro da Piero Morlacchi) e la testimonianza di un membro del gruppo che andò a Segrate (riportata in «Senior Service» di Carlo Feltrinelli). Dai documenti delle autorità è possibile apprendere come nel settembre 1972 il capo della Polizia Angelo Vicari comunicasse al ministero dell'Interno alcune informazioni, «apprese fiduciariamente» dal magistrato Ciro De Vincenzo, tra cui quella che «al momento dello scoppio, si trovassero sul posto altre due persone, di cui una a terra, rimasta pure ferita, ed una sul traliccio, alle spalle di Feltrinelli». Anche in un documento «ufficioso» che circolava nelle stazioni e nelle caserme dei carabinieri, redatto nel giugno 1972 e intercettato dal Pci, si ricostruiva la vicenda in modo più o meno simile (l'unica differenza è che si addossava la responsabilità dell'incidente, anziché allo stesso Feltrinelli, a «colui che, ai piedi del traliccio, stava innescando l'esplosivo»). Dato che per conoscere tali particolari occorreva essere in contatto con una fonte vicina al piccolo nucleo di sabotatori, la fonte fiduciaria di De Vincenzo era, con tutta probabilità, l'ambiguo Marco Pisetta, il quale - tuttavia - nel suo (o pseudo-suo) «Memoriale» ricostruiva l'incidente in modo un po' differente (Günter avrebbe partecipato all'azione di Segrate insieme a Feltrinelli). In ogni modo, pur mettendo la sordina alla fonte Pisetta, qualsiasi ipotesi «complottista» sembra potersi escludere.
Detto ciò, è anche vero che la vicenda presenta alcune zone d'ombra, sulle quali sarebbe bene proiettare più luce: dal ruolo del delatore (o doppiogiochista) Marco Pisetta, alla questione della data del decesso, dalla scomparsa delle chiavi del furgone Volkswagen utilizzato dagli attentatori e parcheggiato nei pressi del traliccio, alle fin troppo «puntuali» cronache del giornalista del Corriere Giorgio Zicari (anch'egli iscritto alla P2 e risultato - grazie alle rivelazioni di Giulio Andreotti - un collaboratore del Sid e degli Affari riservati).
Tra le zone d'ombra, quella della data dell'attentato e della morte di Feltrinelli (che tutti fanno risalire a martedì 14 marzo 1972) appare in tutta la sua evidenza. Mi limito a segnalare alcuni documenti, tra cui un'informativa anonima del 16 marzo (attribuibile al Sid o alla Divisione Affari riservati) nella quale, dopo aver informato di come da «una fotografia di una donna e di un bambino, trovata sul cadavere» il commissario Luigi Calabresi fosse giunto a individuare Feltrinelli, si puntualizzava come il decesso dell'attentatore venisse fatto risalire «dal medico di Segrate alla notte tra il lunedì e il martedì», cioè alla notte tra il 13 e il 14 marzo. Nel corso della stessa notte - proseguiva il rapporto - «contadini di Segrate hanno riferito di aver sentito un boato» e ad «un'ora dello stesso giorno è fermo l'orologio con datario trovato, insieme a tre cariche di dinamite non esplose» a San Vito di Gaggiano. Un altro documento, un telegramma prefettizio del 16 marzo, confermerebbe tale scenario (ritrovamento di «orologio stesso tipo quello trovato ieri in comune Segrate con datario bloccato giorno 13 et lancetta ferma at ore 11»), reso altresì pubblico da un articolo del Corriere del 19 marzo, nel quale si esplicita come il datario del timer ritrovato a San Vito di Gaggiano fosse appunto «bloccato sul giorno 13».
Come si giunge dunque a stabilire il 14 marzo come giorno della morte di Feltrinelli? In assenza di riscontri inoppugnabili, probabilmente tale ipotesi fu accreditata dalla notizia - apparsa fin dal 16 marzo - che all'interno del furgone Volkswagen ci fosse, tra altro materiale, «anche una fascetta con sei quotidiani tutti a data 14 marzo». Una prova inconfutabile. Se, ovviamente, «genuina» (cioè, per essere espliciti, se non inventata di sana pianta o frutto di un inquinamento della «scena del crimine»). I dubbi, a riguardo, permangono. Anche perché alcuni indizi accreditavano, in ogni caso, l'ipotesi del 13 marzo già prima dall'individuazione delle citate carte di polizia. A cominciare da alcuni brani contenuti in articoli di giornale (nei quali si accenna al «fatale 13 marzo») per giungere al già menzionato racconto «a caldo» di Günter, dove questi utilizza l'espressione il «giorno precedente il 13», lasciando intendere come il 13 marzo fosse, per l'appunto, il giorno dell'attentato. Del resto, la stessa agendina di Feltrinelli riportava, seppur in codice, l'indicazione dell'incontro con i suoi due complici per le ore 19:00 del 13 marzo.
La questione della data e le altre zone d'ombra dell'affaire (su cui ho riferito in un convegno organizzato dalle università di Brown e Harvard lo scorso 3 marzo) non sono a mio avviso sufficienti per ribaltare la lettura «consolidata» sulla fine di Feltrinelli. Dato che non sono un dietrologo, mi limito solamente a registrare come il rapporto tra potere e cittadinanza fosse notevolmente asimmetrico, tanto che gli inquirenti decidevano liberamente, a propria discrezione, cosa dare o non dare in pasto alla pubblica opinione.

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MILANO - Tra il dicembre del 1970 e il settembre del 1972 - e cioè prima e dopo l’omicidio del commissario Luigi Calabresi - il servizio segreto militare dell’epoca, il Sid, disponeva di un affidabilissimo spione nel vertice milanese di Lotta Continua. “Como”, questo era il suo nome in codice, partecipava a riunioni su argomenti molto delicati, conosceva leader come Giorgio Pietrostefani e Mauro Rostagno e tutti i dirigenti delle lotte operaie alla Pirelli-Bicocca dove, con tutta probabilità, lavorava. Un informatore preciso, un osservatore attento, capace di cogliere e segnalare tempestivamente l’intera attività della sinistra extraparlamenta re: dai primi vagiti delle Brigate rosse alle azioni dei Comitati unitari di base. Un solo tema, curiosamente, è ignorato nelle ventisette informative che il Sismi ha inviato alla magistratura milanese, proprio quello più importante: l’omicidio Calabresi.
Probabilmente è per questo che della fonte “Como” non c’è traccia in alcuna delle indagini sull’assassinio del commissario. Né in quelle degli anni ‘70, né in quelle svolte dopo l’arresto di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Nemmeno nei fascicoli, ancora aperti, dell’inchiesta-stral cio condotta dal sostituto procuratore Massimo Meroni. Peccato, perché se “Como” fosse stato individuato e interrogato tempestivamente, avrebbe potuto dire cose molto interessanti. Oggi ne dice solo una, ma chiara e allarmante: sull’omicidio Calabresi sono state svolte inchieste scollegate, settoriali, e “a tesi”: i nuovi elementi che contraddicevano la pista più “alla moda” in un certo momento storico, venivano - e a quanto pare vengono ancora - accantonati. E’ questa, del resto, la ricetta classica che ha prodotto la pozione velenosa dei “misteri d’Italia”. Ma in questo caso c’è un ingrediente in più, dal sapore speciale, resistente: s’avverte all’inizio degli anni ‘70 ma perdura, come un retrogusto sgradevole, fino alla fine degli anni ‘80, quando Leonardo Marino decide di pentirsi davanti ai carabinieri della “Pastrengo”, gli stessi che - tramite il centro di controspionaggi o di Milano - vent’anni prima avevano gestito la preziosa “fonte interna”. Le informative hanno giaciuto fino al 1993 negli archivi romani del Sismi, il servizio segreto che nel 1977 ereditò l’intera produzione del Sid. Nel giugno di quell’anno, il giudice istruttore milanese Guido Salvini, (che stava indagando su vicende del tutto diverse: l’eversione neofascista) chiese alla direzione del servizio segreto la trasmissione di “tutto il materiale prodotto” da una serie di fonti riservate nelle quali si era imbattuto. Per il giudice era quasi una operazione di routine, resa possibile dall’ottimo rapporto di collaborazione instaurato col Sismi. Una operazione, a volte, improduttiva: le richieste, infatti, venivano avanzate “al buio”, senza conoscere il settore di attività della fonte. E, nel verminaio di quegli anni, non era raro che le fonti sull’estrema destra incrociassero quelle sull’estrema sinistra. Quando il fascicolo “Como” arriva nel suo ufficio, Salvini s’accorge rapidamente che quel materiale non è utile alla sua inchiesta. Lo mette da parte. “Repubblica” ha recuperato l’intera produzione di “Como” e l’ha mostrata a una quindicina di persone: ex dirigenti di Lotta Continua (Giorgio Albonetti, Luigi Manconi, Sergio Saviori), ex leader operai della Pirelli-Bicocca (Mario Mosca, tra i tanti), ex brigatisti come Alberto Franceschini. Con varie sfumature, tutti hanno concordato sul fatto che le carte prodotte dalla fonte non possono essere il frutto di un lavoro a tavolino: quelle riunioni effettivamente si svolsero, le persone citate nei documenti (anche marginali, note in cerchie molto ristrette) in quegli anni facevano effettivamente parte dei gruppi di estrema sinistra. Raffaello De Mori, per esempio: anni dopo sarebbe stato indicato da Renato Curcio come una sorta di padre spirituale, “Como” lo individua fin dal 1971 come vicino alle Br. Tutti i testimoni dell’epoca sono rimasti piuttosto sorpresi per l’assenza di notizie sul caso Calabresi. L’unica traccia della vicenda è in poche righe di accompagnamento (datate settembre 1972) a due documenti del dibattito interno a Lotta Continua che “Como” fa avere al Servizio: “La fonte informa - annota l’agente incaricato di tenere i contatti - che le due relazioni non hanno trovato consensi in quanto non lascerebbero sufficiente spazio di manovra alle bande rivoluzionarie armate”. “Como”, come si vede, era ben tarato sui sintomi eversivi, però tace sul più grave tra i fatti di eversione accaduti nel corso della sua attività di spia. “Sarebbe molto strana - commenta il sostituto procuratore Massimo Meroni - la mancata attivazione di una fonte di tale livello in presenza di un evento tanto grave”. L’uso del condizionale nasce dal fatto che il pm Meroni ha appena saputo dal cronista dell’esistenza di “Como”. Se, come comunicò il Sismi a Salvini quando nel ‘93 accolse la richiesta di trasmissione, le ventisette informative sono veramente “tutta” la produzione, si deve immaginare che sia accaduto questo: il 19 maggio del 1972 viene ucciso il commissario Calabresi. Immediatamente i sospetti cadono su Lotta Continua (anzi, come oggi ricorda Libero Riccardelli, titolare delle prime indagini sul delitto, “erano proprio i carabinieri della ‘Pastrengo’ a spingere verso quella pista”) ma il controspionaggi o di Milano, cioè gli stessi carabinieri, non attiva la fonte Un comportamento inspiegabile. Ed è stato proprio Salvini a porre l’interrogativo più inquietante. L’ha fatto a metà dello scorso gennaio, durante il dibattito pubblico nel corso del quale parlò per la prima volta (ma rispetto a uno solo dei ventisette documenti e indicando un diverso nome in codice) di questo infiltrato: “Viene il dubbio - osservò - che certe azioni siano state materialmente compiute dai militanti ma che alle spalle ci fossero interessi ben diversi”. In parole povere: secondo il giudice milanese, l’infiltrato non ha detto nulla del delitto perché sapeva che il Servizio non era contrario a che fosse commesso. Un agente provocatore. D’altra parte “Como”, in una delle informative, riferisce di essersi comportato come tale: “Io appoggio la mozione”, fa sapere a proposito dell’intervento di un delegato di Bologna che aveva sostenuto la necessità che L.C. entrasse in clandestinità. L’ipotesi di un movente istituzionale nell’omicidio Calabresi non è nuova. E’ una delle piste eterne, che ciclicamente ritornano, e che mai sono state seriamente coltivate. Di certo, dopo tanto tempo, le carte prodotte da “Como” non sono sufficienti ad accreditarla. La brusca interruzione della sequenza delle informative può essere spiegata in modo più banale: che il Sismi (tradendo la “lealtà” di cui Salvini dà atto nelle prime pagine della sua sentenza-ordina nza contro i neofascisti) abbia tenuto per sè una parte della documentazione. Questo proprio quando, dall’inchiesta sui neofascisti milanesi, emergevano nuovi elementi sulle deviazioni della “Pastrengo” negli anni ‘70. Un’omissione dolosa o un errore? Chissà. Che la produzione di un infiltrato nel vertice di Lotta Continua potesse avere qualche importanza nelle indagini sull’omicidio Calabresi, non poteva sfuggire né al Sismi né ai carabinieri. Se non altro perché il generale Umberto Bonaventura, l’uomo che nel 1988 raccolse la confessione di Leonardo Marino, entrò nella “Pastrengo” nel marzo del 1972, quando “Como” era ancora in attività. Ed era al Sismi di Roma quando le carte dell’informatore furono inviate alla magistratura. C’è una sola persona che può chiarire il mistero, ed è lo stesso “Como”. “Ma - dice il sostituto Meroni - quella per l’omicidio Calabresi non è una indagine su un reato di strage, perciò il Sismi, se chiedessi di rivelare l’identità della fonte, potrebbe validamente opporre il segreto di Stato”. Forse val la pena di tentare comunque: l’ opposizione del segreto di Stato sull’identità della fonte “Como” sarebbe già una risposta.

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questo commento di Pereira50 è preso letteralmente da un articolo di giovanni mria bellu, pubblicato da "la Repubblica" del 17 marzo 2001. Citare le fonti è sempre utile e corretto!
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