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Dossier illegali, parla Tavaroli "Io e il presidente Telecom"

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L´ex capo della Security: Tronchetti sapeva tutto, così l´ho protetto

Io, Cipriani e Mancini non siamo "tre amici al bar" in combriccola contro Pirelli

Non ha avuto il coraggio di prendersi le sue responsabilità sui report che ci chiedeva MILANO - Un Giuliano Tavaroli un po´ appesantito, ma muscoloso, con l´occhio limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il patteggiamento a quattro anni e due mesi: «Sì, ho letto ovviamente i nuovi verbali di Tronchetti Provera». Scuote la testa: «E l´ho anche visto in tv in un´intervista sdraiata di Fabio Fazio, a prendere le distanze da me, a dire che quasi manco mi conosceva».

Ma, scusi, Tavaroli, si è sentito offeso?

«A livello personale non m´importa, qua c´è un´offesa professionale. E posso consentire ai giornalisti e ai magistrati di scherzare, al mio datore di lavoro no. Tronchetti sa bene che mentre lavoravo per lui ho fatto conferenze alla Nato, e anche in decine di università, perché la nostra Security aziendale era un modello. Adesso, tentano di farci passare, attraverso i loro avvocati, come un´accozzaglia di manigoldi. E lui? Fa finta di niente».

Ma lei e il dottore che rapporti avevate?

«Lui sembra voler interpretare il ruolo del gran signore che ha avuto un maggiordomo un po´ infingardo, faccia pure, Tronchetti. Perché in effetti mi sono occupato anche di questioni personali e familiari... »

E cioè?

«Bah, gli esempi sono tanti. Un Natale mi chiama perché le figlie, di ritorno da Saint Moritz, sono state controllate e fermate in frontiera, e io a mia volta chiamo e corro. A Pasqua, un´altra emergenza. Bisognava aiutare il figlio di un amico, un ragazzo con seri problemi, che doveva finire in comunità, ma andava in giro. Tronchetti e il padre avevano paura che potesse commettere delle stupidaggini, eccoci qua, siamo noi che ci attiviamo per farlo sorvegliare ventiquattr´ore su 24, meglio di una mamma. Cose normali, sacrosante, per carità, ma... ».

Ma nell´udienza preliminare, il dottore sostiene che vi vedevate poco, lo stretto indispensabile.

«Non ci vedevamo certo tutti i giorni, ma certo che ci sentivamo e, quando serviva, viaggiavamo anche insieme. E nei casi di emergenza era Tronchetti, o la sua segretaria personale, che mi chiamavano. Bastava chiedere alla mitica signora Longaretti come stavano le cose».

Anche con i tabulati telefonici si sarebbe potuto ricostruire la dinamica dei rapporti. È stato fatto?

«Non mi risulta, sarebbe stato davvero utile analizzarli per dimostrare quanto la Security vivesse "dentro" l´azienda e per l´azienda lavorava. Come investigatore, mi chiedo come mai in Procura non siano state passate in rassegna nemmeno le mie mail, che raccontano giorno per giorno che cosa fosse, nella realtà e non nella fantasia, la sicurezza di Pirelli e Telecom, la nostra vera storia. Sin dall´inizio ho chiesto che fossero esaminati i nostri computer, erano la cartina di tornasole più chiara».

Anche questo non sarà stato fatto dai sostituti procuratori...

«Esatto, non mi risulta».

Ma si troveranno questi vostri computer che erano stati sequestrati?

«Spero di sì, specie se qualcuno vuole capire».

Ci aiuti a capire lei come funzionava. Per esempio, il dottore l´ha chiamata per proteggere qualche persona importante in difficoltà?

«Più d´una volta. Mi chiamò per il suo amico Luca Cordero di Montezemolo, quando dovevano eleggerlo presidente di Confindustria. Vado da Tronchetti e vedo uscire Cesare Romiti. Il quale, mi dicono, non voleva che Montezemolo si presentasse, e parlava di un verbale giudiziario degli anni Ottanta, una vecchia inchiesta di Torino».

Lei è sicuro di quello che sta dicendo?

«Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con Caselli».

C´è stato questo pranzo?

«Che c´è stato è sicuro, ma io non ho partecipato».

Risulta un´indagine vostra sull´ingegner Carlo De Benedetti. È sempre Tronchetti a ordinarle il report sulle utenze, soprattutto elettriche, delle case dell´ingegnere, per sapere quanto tempo passa all´estero?

«Eh, si sa che in vari momenti tra i due non correva buon sangue».

È proprio vero che stavate aiutando l´Inter di Moratti contro Luciano Moggi?

«La pratica Ladroni, come la chiamavamo noi, riguarda le indagini sui rapporti tra la Juventus e gli arbitri. Volete sapere a quando risale? Al 2002... Succede che un arbitro bergamasco, ammiratore e amico di Giacinto Facchetti, anche lui bergamasco, un giorno scoppia e gli racconta i retroscena di quella che sarà Calciopoli. All´Inter vanno in fibrillazione, si spiegano alcune espulsioni, alcuni rigori assurdi e così Tronchetti consiglia a Moratti di chiamarmi».

Siete andati dalla magistratura?

«Era quello che volevo, ma la situazione è complessa e do a Moratti l´unico suggerimento possibile, e cioè portare Facchetti, come fonte confidenziale, dai carabinieri. Può parlare, resterà anonimo, l´indagine comincerà».

All´Inter che dicono?

«Tentennano, preferiscono non esporre Facchetti, forse hanno paura, io non posso intervenire più di tanto. Moratti mi dice che ha capito come stanno le cose e ne soffre, è preoccupatissimo, ma non vuole distruggere il calcio italiano. Allora che cosa possiamo fare? Si prepara un documento, che finisce sui tavoli dei sostituti procuratori Francesco Greco e Ilda Boccassini. E l´arbitro, convocato, va in procura, ma non è così facile come sembra... Fa scena muta. L´inchiesta Calciopoli non parte quindi da Milano, com´era possibile, ma partirà qualche anno dopo, a Napoli».

Davanti al gup Mariolina Panasiti s´è molto parlato dei dossier sull´ex sindaco di Telecom Rosalba Casiraghi.

«In una riunione con Carlo Buora, Tronchetti e Rocco di Torre Padula si fa il punto su come la stampa parla dell´azienda. Non bene, ci sentiamo sotto tiro e c´è il sospetto che sia la Casiraghi a soffiare le informazioni ai giornalisti. Nasce così la decisione di capire meglio».

Glielo consegnate fisicamente il dossier?

«A lui bastava quello che riferivo io. Un solo dossier legge di sicuro, quello relativo alla cognata, la signora Soriani, la seconda moglie del fratello, della quale durante l´interrogatorio davanti alla Panasiti, dice di non ricordarsi nemmeno il cognome... ».

Lei adesso è uscito dal processo Telecom e ha patteggiato la condanna per truffa e associazione per delinquere. Si sente uno sconfitto?

«No, e nemmeno un capro espiatorio. Mi sento di avere pagato i miei debiti e i miei errori, altri non l´hanno fatto. Io e la mia famiglia sì, e a caro prezzo. Ieri a scuola, mia figlia, di sette anni, si sente dire da un amichetto: "Tuo papà ha fatto delle cose brutte". Ma questo è inaccettabile, perché non ho fatto nulla di brutto, se non proteggere un´azienda, le sue strutture, i suoi uomini. Sono finito in un´inchiesta che non è arrivata alla verità e mi sa che il marasma non è ancora finito, perché comincia il processo per rito ordinario, quello che vede Emanuele Cipriani, il titolare dell´agenzia di investigazioni accusata dei dossieraggi illegali, come principale imputato. Immagino che lui mi chiamerà a testimoniare in aula, a settembre. E, come testimone, ho l´obbligo di dire la verità, e non posso nemmeno avvalermi della facoltà di non rispondere».

Lei, dunque, spera di ricevere finalmente le domande giuste? Sia il gip Gennari che il gup Panasiti, rimandando gli atti alla procura, hanno chiesto di indagare di più...

«Se lo dicono loro... Io sono stato un maresciallo dei carabinieri, sezione antiterrorismo, e la mia carriera successiva nasce dalla strada, non dalle raccomandazioni della politica. Quando mi sono congedato, sono stato chiamato da un cacciatore di teste a lavorare per Italtel e quando entro in Pirelli, il primo aprile del 1996, Cipriani è già lì. Lavorava sotto il manager Sola. Io, Cipriani e Marco Mancini non siamo dunque "tre amici al bar" che cercano di creare una combriccola a danno di Pirelli. Non ho portato via un euro, se molti credono che taccio perché ho un tesoretto all´estero, sbagliano. Tronchetti non mi ha coperto d´oro per non parlare e non sono stato zitto, è stato lo stesso gip Gennari a dire che ho collaborato. Non ho nulla di più dei miei stipendi. Ho il mio lavoro, un curriculum di tutto rispetto che hanno provato a infangare per salvare il presidente».

Il quale si è costituito parte civile contro di lei.

«Sì, lui e Afef. Ma siamo seri, che cosa volete che me ne importasse di indagare sui familiari di Afef? Tronchetti è un codardo, non ha avuto il coraggio di prendersi le sue responsabilità sui report che ci chiedeva, ha preferito offendere la dignità dei professionisti al suo servizio».

Ma lei e Cipriani siete amici o no?

«Sono amico di Mancini e ho un rapporto di conoscenza con Cipriani, punto e basta. Quando stavo in Italtel non mi sono mai servito dell´agenzia di Cipriani. Lo rincontro a Firenze tra il 78 e il 79. Lui faceva il funzionario di banca, ma fremeva per fare l´investigatore. Il suo idolo era Mancini, che lavorava per i servizi. Cipriani fa domanda per entrare nel Sisde, ma non ce la fa. Apre allora un´agenzia di investigazioni. Le nostre frequentazioni sono diverse. Per intenderci, io l´oratorio e gli scout, lui i figli di papà... ».

Ora siete grandi e, all´apice delle carriere, siete incappati nella legge.

«Già e quando scoppia l´inchiesta, passano sei mesi in cui non succede nulla. Io lavoro in Romania, poi a gennaio mi chiama Tronchetti Provera, che preme per riavermi in azienda in Italia. Facciamo una riunione con il capo del personale Gustavo Bracco e il capo del legale Francesco Chiappetta e lo stesso Tronchetti. Pensano di ripristinare, sempre con me a capo, un servizio più limitato di Security. Sempre a gennaio, c´è un altro incontro con Tronchetti, ed è presente anche il funzionario Valente. Il presidente si mostra preoccupato perché, mi dice, Cipriani ha consegnato alla Procura la password del dvd, e cioè la chiave del "forziere" che conteneva tutti i dossier della Polis d´Istinto. E là esistono anche due o tre pratiche che fanno paura a Tronchetti Provera, e lui stesso mi cita alcuni file sui politici, Fassino e D´Alema, che sono citati in Oak Fund, e Aldo Brancher».

E che cosa pensate di fare?

«Le ipotesi sono tante, ma in realtà l´azienda si paralizza. Si muove solo dopo la procura, e quando sa di non poter agire diversamente. E a me cambiano le carte sul tavolo. A giugno 2006 vengo licenziato, mi buttano a mare, prendono le distanze. Da gennaio a settembre 2006 mi cucinano e a settembre vado in galera. Un anno, di cui otto mesi e 13 giorni in isolamento. Del resto Tronchetti Provera conosce bene il metodo per far fuori qualcuno, quando arriva in Pirelli mandato da Mediobanca. Riesce a dare l´ultima spallata a Leopoldo Pirelli, ai tempi di Tangentopoli, quando lui e i manager vanno in procura. Indicativo sarà il discorso che Alberto Pirelli fa alla commemorazione del padre».

Ma, secondo lei, l´inchiesta milanese ha mai puntato a Tronchetti?

«Forse all´inizio, ma non so... Tronchetti mese dopo mese contava sempre di meno sullo scacchiere degli affari. Anzi, mentre Tronchetti tratta l´uscita di scena con il banchiere Giovanni Bazoli e la vendita di Telecom è ormai considerata cosa fatta, l´inchiesta finisce, puf».

Ma Tronchetti perché avrebbe avuto bisogno di lei per contattare chicchessia?

«Sì, so che dice così, ma è falso. Ovvio che poteva avere contatti con chiunque, ma è anche vero che c´era gente come D´Alema e Tremonti che non ci tenevano a vederlo».

E lei che cosa fa?

«Sono io che gli ho fatto fare la pace con D´Alema, per il tramite di Lucia Annunziata, e lo stesso con Tremonti, attraverso l´ex ufficiale della finanza Marco Milanese, che io conoscevo e che lavora con lui, ora è onorevole. Tronchetti confonde i contatti formali con quelli sostanziali. Per quelli formali c´era Perissich e Rocco di Torre Padula. Per gli altri, serviva il fido Tavaroli, ora rinnegato».

Lei dà del falso a Tronchetti, che invece fa l´anima bella, perché ha mentito in altre occasioni?

«Per esempio quando dice che le indagini su Oak Fund sono del 2005, invece sono nate nel 2001, dopo l´acquisto di Telecom dalla cordata di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Voleva sapere a chi erano andati parte dei soldi versati per l´acquisto di Telecom. Si pensava a una parte politica, la sinistra, a cui Tronchetti dava fastidio».

Fastidio?

«Sì, era entrato con i piedi nel piatto in Telecom, appetito da tanti. Voleva fare l´imprenditore indipendente e questo può comportare dei rischi. Ora infatti è sceso a patti con la politica, è nei ranghi, è diventato manovrabile come tanti, tanti altri. Forse è quello che volevano, farlo tornare a più miti consigli. Era una minaccia al potere, non era il potere. Ma di mezzo ci sono finito io, con la mia famiglia».

 

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Dossier illegali Telecom: Tronchetti Provera sapeva.

Articolo tratto dal portale Indymedia al link:

http://piemonte.indymedia.org/article/9242


Il presidente Pirelli Marco Tronchetti Provera dichiara: «sono e totalmente estraneo a qualunque attività illegale in Telecom».

Stando alla sentenza del GUP Dott. Mariolina Panasiti del Tribunale di Milano invece le cose non starebbero proprio così. Tra gli imputati eccellenti ci sono in prima linea Telecom Italia Spa, Pirelli Spa e lui. Marco Tronchetti Provera.

Il Giudice per l’udienza preliminare Dott. Mariolina Panasiti ritiene che “…le manovre contestate agli imputati Tavaroli, Iezzi, Ghigni non sono la risultanza di una loro autonoma ed autoreferenzial e scelta di procedere alla acquisizione di informazioni ovvero alla esecuzione di intrusioni informatiche all’unico fine di stornare risorse economiche dalle società Telecom e Pirelli … essendo emerso, in maniera del tutto univoca, che le richieste di acquisizione di informazioni e di intrusione informatica erano attività strettamente pertinenti a scelte aziendali, nelle due aziende pienamente condivise e conosciute, idonee a soddisfare ed a corrispondere a specifici interessi delle due società e del gruppo dirigente, che in quegli anni era rappresentato dalle medesime persone, nella specie il Presidente Marco Tronchetti Provera e l’Amministratore Delegato Carlo Buora… le società Telecom e Pirelli erano perfettamente consapevoli, non soltanto attraverso gli organi apicali della security , Tavaroli, Iezzi, eventualmente Ghigni per uno specifico settore, ma anche complessivament e nell’ambito aziendale, a tutti i livelli, e soprattutto da parte degli uffici preposti al pagamento delle fatture…”.

Secondo il GUP le operazioni di “dossieraggio” fatte da Tavaroli, Iezzi e Ghigni nell’interesse delle “due società e del loro gruppo dirigente” era un fatto evidente già durante le indagini preliminari. In una relazione della Guardia di Finanza, ed alcuni audit interni di Telecom Italia e un report di KPMG emergevano con chiarezza le responsabilità del Presidente Marco Tronchetti Provera.

Non a caso, dopo approfondite indagini investigative delle autorità inquirenti era stata totalmente eslcusa la sussistenza del reato di ‘appropriazione indebita’ in quanto, come s’è visto, essendo state le somme asseritamente sottratte usate per finalità e interessi delle due società e nella piena consapevolezza delle stesse manca la condotta appropriativa costituente il delitto. A sostegno di tale tesi il GUP svolge la seguente osservazione: “…fin dalla fase dell’inizio delle indagini del G.I.P. Dott. Gennari, invero, pare univocamente evidenziato che le operazioni complessivament e realizzare in concorso tra i funzionari della security (Tavaroli, Iezzi, Ghigni) e i titolari delle agenzie investigative (Cipriani, Bernardini, Spinelli) lungi dal poter essere riportate ad iniziative esclusive ed autonome dei diretti imputati, realizzate, secondo l’ipotesi accusatoria formulata, da una ‘security impazzita’ al fine di drenare risorse dalle due società Telecom e Pirelli, siano state in realtà eseguite sulla scorta di un interesse aziendale alla esecuzione delle operazioni, talora di un interesse pressoché esclusivo del Presidente delle due società, in ogni caso nell’ambito di una gestione dei compiti e dei ruoli della security pienamente conosciuta, ma anche condivisa a livello aziendale sia a livello di vertici della azienda, sia a livello dei vari funzionari e quadri… si percepisce a piene mani che si trattava di operazioni finalizzate espressamente a perseguire intenti di protezione delle due società, in un periodo in cui vedevano un unico Presidente, che trovavano la loro individuazione esclusivamente con riferimento a personaggi che, nella politica ovvero nel mondo finanziario, erano ritenuti ‘ostili’ alle due aziende, ovvero in particolare al Presidente Tronchetti Provera… le attività investigative contestate sono state realizzare con le società e per esse i suoi vertici, pienamente consapevoli di quanto si andava realizzando (al riguardo va precisato che tale consapevolezza può estendersi, sulla scorta degli atti acquisiti, alla esecuzione degli accertamenti da parte delle agenzie investigative, nondimeno non può tout court ampliarsi immediatamente, allo stato, alla consapevolezza da parte del management dei metodi assai spesso illeciti con cui le informazioni venivano acquisite) da parte del settore security … gli ingenti costi per la esecuzione delle operazioni, ivi compresi i costi che le aziende e la Procura assumono essere frutto di appropriazione indebita da parte degli imputati sopra indicati, sono stati invece pienamente approvati dalle aziende, sono stati inseriti nei bilanci (e si badi bene, si tratta di società quotate in borsa), approvati dal Consiglio di Amministrazione, dal Collegio Sindacale, con Bilanci sottoscritti dall’A.D. e dal Presidente delle sue società…”.


Pensate che solo il budget annuo complessivo della Funzione Security (che attenzionava cani e porci) passò da 8,6 milioni di euro del 2002 ai 61,8 milioni di euro dell’anno 2005. Addirittura nell’anno 2004 risulta che la security Telecom, per le attività intelligence e di dossieraggio illegale ha sforato il budget del doppio spendendo (dai 60 milioni di euro stanziati) oltre 120 milioni di euro. Fiume di denaro registrato nei bilanci delle due società di Tronchetti Provera. In entrambi i Consigli di Amministrazione sia di Telecom Italia Spa che di Pirelli Spa sedevano l’A.D. Buora ed il Presidente Marco Tronchetti Provera “ …. i quali hanno approvato il bilancio dei due diversi settori security delle due aziende senza alcun rilievo di sorta (né da parte loro né da parte di eventuali collaboratori specificamente preposti alla preparazione del bilancio…) per le spese effettuate, approvando tra l’altro anche il bilancio relativo all’anno 2004, in relazione al quale la Security di Telecom ha sforato il budget del doppio…”.

C’è anche la strana storia del “Conto del Presidente” di cui il Presidente non sapeva nulla. Su cui transitavano fior di miliardi. Aperto ed utilizzato ad sua insaputa (ricorda vagamente la casa del Ministro Scajola) . In riferimento al “Conto del Presidente” ed alla consapevolezza dello stesso da parte del Presidente Marco Tronchetti Provera il Giudice Panasiti scrive: “…il cosiddetto Conto del Presidente ovvero il Conto del ‘Top management’ gestito da Velente è una realtà, e non già un’indicazione fantasiosa pervenuta dal Ghigni ovvero dal Tavaroli, è circostanza che deve essere ritenuta pacifica anche alla luce delle dichiarazioni del Presidente delle due società all’epoca dei fatti, Marco Tronchetti Provera, rese in sede di esame in fase di indagini, il quale, pur nel permanere nel suo ostinato diniego di ogni consapevolezza di quanto accadeva nelle aziende da lui - almeno formalmente - gestite, financo nella consapevolezza di quegli elementi di conoscenza comunemente condivisi in azienda da dipendenti e dirigenti dei più diversi livelli, ed addirittura portati alla conoscenza della collettività in convention di security … ha ammesso che effettivamente vi era presso Telecom un conto chiamato ‘del Presidente’ di cui nondimeno lui non sapeva nulla…”

Cioè, in Telecom, dal “Conto del Presidente” uscivano 120 milioni di euro per pagare i dossieraggi le intercettazioni illegali, tutti - dal top management sino all’ultimo fattorino - sapevano tranne lui. Il Presidente. Marco Tronchetti Provera. Lui ignorava totalmente.

Non sapeva nulla neanche del c.d. “sistema di preallarme” installato su tutti i telefoni dei dirigenti di Telecom Italia e Pirelli (nonché di Tronchetti Provera) un sofisticato sistema che rileva con discrezione l’intercettazione da parte dell’Autorità Giudiziaria. Ignorava parimenti l’esistenza del “Tiger Team”, nucleo di specialisti informatici in Telecom che con una diavoleria di software ha rubato le email e i documenti dagli hard disk dei concorrenti di Telecom (e delle persone sgradite a Tronchetti Provera). Nel verbale di udienza del 26 marzo 2010 la deposizione di uno di questi haker. Fabio Ghioni: “…il management di Telecom aveva deciso di esplorare la via dell’intelligence fatta in modo telematico, per poter avere dei vantaggi competitivi, nei confronti di potenziali concorrenti…”.

Insomma un’altra spy story sul modello di Coeclerici Spa (non a caso Tronchetti Provera e Paolo Clerici son in affari).

E allora ci sia consentito di scomodare anche stavolta il Prof. Vincenzo Roppo.

Il teorema Roppo nel CIR-Finivest case: “ … Silvio Berlusconi non poteva non sapere della corruzione del giudice Vittorio Metta, chiamato nel 1991 a decidere chi dovesse controllare la casa editrice Mondadori. Perchè i soldi finiti al giudice venivano da un conto estero della Fininvest, e Berlusconi era all'epoca il numero uno del Biscione … Sarebbe assolutamente fuori dall'ordine naturale degli accadimenti umani che un bonifico di circa 3 miliardi di lire sia disposto ed eseguito per finalità corruttive senza che il dominus della società, dai cui conti il bonifico proviene, ne sia a conoscenza e lo accetti. Pertanto è da ritenere che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva, corresponsabili tà che come logica conseguenza comporta la responsabilità della stessa Fininvest...

E Quindi? E quindi è “... assolutamente fuori dall'ordine naturale degli accadimenti umani...” che 120 milioni di euro “... siano disposti ed eseguiti per finalità illegali senza che il dominus della società ne sia a conoscenza e lo accetti...” I vertici di Telecom e Pirelli “ ...non potevavo non sapere ... e pertanto è da ritenere che siano corresponsabili della vicenda illegale, corresponsabili tà che come logica conseguenza comporta la responsabilità della stessa Telecom e Pirelli e del suo Presidente Marco Tronchetti Provera.

Il magistrato della Procura di Milano Mariolina Panasiti potrebbe tranquillamente fare copia/incolla delle sentenza CIR/Fininvest, sbianchettare Fininvest/Berlusconi e scriverci sopra Telecom-Pirelli e Marco Tronchetti Provera.


Doc. pdf. "Decreto Giudizio Telecom Spa”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/jun2010/decreto_giudizio_telecom_dossier.pdf
Doc. pdf: "Verbale Udienza Preliminare Telecom”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/jun2010/verbale__udienza__preliminare_telecom_dossier.pdf
Doc. pdf: "Avviso conclusione indagini Telecom"
http://piemonte.indymedia.org/attachments/jun2010/avviso_conclusione_indagini_telecom.pdf
Doc. pdf: "Telecom Corte Costituzionale"
http://piemonte.indymedia.org/attachments/jun2010/telecom_corte__costituzionale.pdf
Doc. pdf: "Richiesta Rinvio a Giudizio Telecom"
http://piemonte.indymedia.org/attachments/jun2010/richiesta_rinvio_giudizio_telecom.pdf


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