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Cosa significa essere comunisti

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Commemorando Rina Gagliardi, questo giornale ha ricordato che «era comunista». Non suonava solo come il rispetto per l´ideale professato fieramente da Rina. Era anche la conferma che si può essere comunisti ed essere persone ammirevoli, com´è stata Rina per chiunque l´abbia conosciuta. È ovvio –direte. Non tanto. Non si potrebbe dire allo stesso modo di qualcuno–non ancora, almeno, e spero mai: «Era nazista». Anche questo è ovvio? No: fiumi d´inchiostro sono corsi attorno alla equivalenza fra nazismo e comunismo. Dunque una distinzione resta. Si può dire così: che ci sono stati, e ci sono ancora, moltissimi modi di essere comunisti. E modi altrettanto numerosi e diversi di smettere di essere comunisti. Si può dirlo più radicalmente, com´è stato detto –da Naipaul, forse- dell´islam: che esistono altrettanti islam quanti musulmani. Era un pensiero decisivo per prevenire i giudizi all´ingrosso, ma era anche un modo di rassicurarsi. Si è poi preferito riconoscere che, con una vasta gamma di variazioni ed eccezioni, c´è un´impronta comune a una larga parte dell´islam contemporaneo: la confusione fra legge religiosa e civile, un patriarcalismo più resistente e anzi riattizzato, un´inclinazione fatalista, un´insofferenza verso l´eventualità che non si creda in Dio... Si stenterà altrettanto ad ammettere che esistano altrettanti comunismi quanti comunisti. Si riconoscerà che nel primato del collettivo che ha segnato almeno il comunismo leninista c´è una dedizione dell´individuo alla causa e al gruppo, un´abnegazione, paragonabile all´abbandono del fedele a Dio e della coscienza personale alla Chiesa di certe fedi religiose.
Esiste un´antropologia comunista renitente alle differenze individuali: il culto della potenza ("Quante divisioni ha il Papa?"), il primato del Partito (che ha mille occhi, e tu due: e meglio avere torto col Partito che ragione contro); l´assolutismo del dogma e la dannazione dell´eresia (extra ecclesiam nulla salus, e anche extra partitum); il feticismo dell´organizzazione, e così via. Tuttavia c´è uno scampo, un´uscita d´insicurezza. Rina Gagliardi, così affettuosa, intelligente, colta, romantica, e così rigorosamente comunista –è l´autocertificazione che conta- lo ha provato, e con lei tanti altri. Si dirà che lo spartiacque fra la bella umanità e il cinismo politico è il potere: esserne respinti è la vera salvezza, conquistarlo è la disgrazia. Nell´amore di sempre di Rina per Rosa Luxemburg (e nell´ordine per Maria Callas e Mina) era decisiva la sconfitta di Rosa, e anzi il suo andare alla morte come a un sacrificio solidale. In coloro che hanno serbato un più tenace attaccamento al comunismo, nonostante tutto, ha sempre avuto un peso decisivo la pretesa totalitaria all´ortodossia del comunismo che aveva preso il potere e dei suoi satelliti, e dunque la scelta di contrapporgli coraggiosamente l´eterodossia minoritaria degli sconfitti e dei ribelli. Tutto questo era già successo nelle chiese con un Dio ultraterreno. Ho nominato i modi di smettere d´essere comunisti.
È uscita in questi giorni in volume una raccolta di scritti di Renzo Foa intitolata così: «Ho visto morire il comunismo». È un libro di storia e di politica, ma anche un´autobiografia di fatto: Renzo ha visto morire anche il suo comunismo, e lo racconta. Renzo Foa è morto prima del tempo un anno fa. Era figlio di due genitori preziosi e «importanti»: Lisa Giua e Vittorio Foa. Ambedue quei genitori avevano, ciascuno a suo modo, trovato nella storia eterodossa del movimento operaio e del socialismo l´orientamento che li aveva ancorati a una «parte» senza sottomettersi al dogma e ai suoi sacerdoti: Lisa nei figli della rivoluzione che la rivoluzione aveva divorato, soprattutto il fine Bucharin, e poi nella sinistra rivoluzionaria del dopo ´68, Vittorio nel partito d´Azione e nel sindacato e nel socialismo di sinistra.
Il giovane Renzo aveva cercato la sua strada, divincolandosi da quei genitori «gruppettari» (come diceva con ironia affettuosa, perché li amava molto) e aderendo al Pci. Era un comunista «ufficiale», era in questo la sua originalità. Probabilmente era questa la radice di un percorso che l´avrebbe portato a una rottura clamorosa col comunismo e a un vero passaggio di fronte, che appariva meno necessario a chi, ancoratosi a uno dei filoni di minoranza, spontaneisti o libertari e soprattutto nobilitati dalla sconfitta, avrebbe resistito al passo che apparisse come un tradimento degli ideali originari.
La Chiesa comunista aveva ereditato e perfezionato dalle chiese religiose la nozione del rinnegato, e ne fece sempre un uso spietato. Dalla vittoria della rivoluzione russa alla guerra fredda, salva la parentesi della seconda guerra detta mondiale, non si era voluto lasciare alcuno spazio fuori dalla contesa fra comunismo e capitalismo, e si erano accolti col magnanimo nome di transfughi quelli che passavano le linee della loro classe per venire di qua, e si erano banditi col marchio d´infamia di rinnegati quelli che rompevano con le virgole del dogma e la disciplina di partito per rivendicare la libertà propria e di tutti. Poi era finita la guerra fredda, e già prima si era tentata la strada del neutralismo e del mondo terzo, e però quell´idea del rinnegato durava, e a Renzo successe di farne le spese, tanto più che la sua vicenda era stata bruciante e vistosa, dalla direzione dell´Unità al Sabato e poi a Liberal e al Giornale. Del resto, i concetti di cui si abusa, compreso quello del rinnegato, hanno delle effettive incarnazioni, e mi ricordo che una volta Vittorio Foa, di fronte al voltafaccia di uno per un piccolo tornaconto personale –non importa chi, naturalmente- commentò: «Un rinnegato» –e scherzava, ma solo al cinquanta per cento. Renzo, che nel corso della sua peripezia diede un´importanza centrale al dialogo e alla discussione con suo padre –ne restano volumi- avrebbe volentieri riscattato il senso originario del rinnegamento: perché le fedi assolute, e dunque il comunismo, si rinnegano, una volta che si riconosca che non sono correggibili, e che non basta premettere loro l´aggettivo «vero»: il «vero comunismo», da contrapporre al «comunismo reale».
Gli scritti raccolti nel libro di Marsilio mostrano bene questo itinerario, dalle forti corrispondenze dal Vietnam e la Cambogia, alla domanda da tempi supplementari su Gorbaciov e la riformabilità del comunismo –e l´incontro con Dubcek, il leader della Primavera di Praga del ´68 che vent´anni dopo Renzo trasse dall´ombra cui era stato condannato- alla rilettura dei grandi denunziatori calunniati della tirannide e dell´impostura –Viktor Kravcenko, che, come lui, «aveva masticato fin da piccolo pane e rivoluzione», Arthur Koestler, giù fino ai perseguitati cubani- fino ai segni del crollo dell´89 e ai suoi autori principali, Reagan e Wojtyla. È istruttivo leggere, e sarebbe sciocco cavarne un senno di poi su ragioni e torti. Ci sono tanti comunismi, tanti islamismi, e soprattutto tante storie di persone e anni di nascita e luoghi di vita e di morte. Primo Levi, che vide profilarsi sulla soglia del campo i soldati dell´Armata Rossa, non avrà avuto gli stessi sentimenti di Margarete Buber-Neumann prigioniera prima del gulag sovietico e poi del lager nazista. Relativismo? Infatti –ma con giudizio.
Ho messo insieme nel ricordo due persone accomunate almeno dall´assenza di cinismo: Rina Gagliardi, che avevo conosciuto a Pisa ragazza e quasi mascotte col suo amato fratello, ed era stata colpita poi, più di quanto fosse nelle mie intenzioni, da una mia frase sul movimento di quegli anni come «uno stato d´animo», e Renzo Foa, che aveva cominciato dai «buoni maestri» e si buttò poi nelle «cattive compagnie», l´una che si è rivendicata comunista fino alla fine, l´altro che alla fine si dichiarava anticomunista. Uno convinto che «l´unica vera ribellione interessante è quella individuale», l´altra che, come ha scritto Rossanda ricordandola, non si è comunisti da soli. C´è un modo di essere comunista che non è così estraneo a un modo di smettere di esserlo. È la lezione utile: quel che non siamo più, quel che non vogliamo più.

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avatar Damiano
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" Il comunismo è il movimento reale delle cose" K. Marx,

niente di meno, niente di più

Saluti
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avatar Maria Şerban
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La premessa materiale del comunismo di Marx era interessante, ma per ora non mi risulta ci sia nessun movimento reale che si muova per invertire lo stato di cose. Non negherei che occuparsi degli “ultimi” e difendere il lavoro salariato sia valido e giusto... ma ne deriva che è comunismo?... Il comunismo me lo immagino come un “mondo” che riesca a contrastare efficacemente la precarietà occupazionale (il lavoro “flessibile”, che trasforma un ente naturale generico in ente intercambiabile flessibile e precario: una situazione che la globalizzazione finanziaria non consente di superare). Me lo immagino al di fuori del mondo intriso di riferimenti e suggestioni oniriche di Negri... Le moltitudini non mi ispirano fiducia, non ne vedo molte allargarsi davanti a me.
La rifondazione comunista è difatti utopica perché sono venute meno le basi materiali del vecchio comunismo. Ognuno di noi potrebbe riproporre un comunismo che scaturisca dalla propria visione del mondo, ma l’avvertirsi del “comunismo” solo nella coscienza individuale renderebbe sempre impotenti e spettatori. Alla fine non basta dichiararsi comunisti e spostare il discorso politico sul personale. Queste sono sempre state pratiche abusate da molti. È noto inoltre il riciclaggio politico diffuso di chi ne ha abusato.

E ho improvvisato anche alcuni commenti su certi temi toccati da Adriano Sofri nell’articolo...

Io personalmente ritengo che l’unico comunismo realmente esistito sia stato il comunismo storico novecentesco: un esperimento di ingegneria sociale dall’alto che non aveva molto a che fare con il comunismo secondo Marx. Il filosofo marxista Costanzo Preve per esempio pare insista sul fatto che una rifondazione del comunismo storico novecentesco incanalato nei due filoni complementari dell’ortodossia (Stalin, Mao, Togliatti, Berlinguer) o dell’eresia (Bordiga, Trotzky, Rosa Luxemburg) è „storicamente impossibile: mancano le basi materiali che avevano messo il comunismo come fenomeno storico e non come affabulazione onirica (Ingrao) o come blaterare narcisistico (Bertinotti), e cioè la presenza dominante della classe operaia, salariata e proletaria di fabbrica” (su www.comunitarismo.it). Ciò che dovrebbe contare da ora in poi è trovare un modo per non autodistruggers i e disperdersi.

Il comunismo marxiano non è una fede, ma emerge come un convincimento filosofico razionale (teoria strutturalistic a dei modi di produzione inserita in una filosofia idealistica ed universalistica della storia), e secondo Preve (che si riferisce all’Italia) “il suo crollo dissolutivo, più endogeno che esogeno, fa sì che ogni sua «rifondazione» non può avvenire sulla base identitaria di una nicchia militante di antiberlusconia ni che si credono marxiani, ma sulla base di una rifondazione globale di tutto il problema”... Bisogna rendersi conto che sul piano pratico si è lontani da una rifondazione del genere. Ci si troverebbe quindi in una situazione in cui ciò che conta è uscirne in modo non distruttivo, e avanzare nel progetto dell’analisi e delle risposte, contribuendo a far comprendere le forme del conflitto e a rendere reale un’esigenza di classe. E forse non si dovrebbe continuare a sperare che il soggetto rivoluzionario possa essere la classe operaia o il partito politico organizzato. Del resto Marx non ha mai offerto un ritratto della classe operaia come soggetto che tendesse a rivoluzionare i rapporti di forza, ma si è riferito al lavoratore collettivo cooperativo associato dall’ingegnere all’ultimo manovale insieme al general intellect, inteso come potenza del sapere tecnico.

L’articolo di Adriano Sofri cita inoltre come autori principali del crollo dell’89 Reagan e Wojtyla... Il destino del comunismo storico del Novecento fu invece segnato da un fatto più banale, secondo me: quelle comuniste erano nazioni il cui tessuto sociale era intriso da paradossali e insanabili contraddizioni (conosciute e deliberatamente taciute dalle dirigenze comuniste ortodosse).
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avatar Maria Şerban
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Di Rina Gagliardi ha scritto anche Stefano Moracchi:
http://attuazionista.blogspot.com/2010/06/rina-gagliardi- e-laristocrazia.html
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avatar Maria Şerban
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Adriano Sofri scrive inoltre: "fiumi d'inchiostro sono corsi attorno alla equivalenza fra nazismo e comunismo".
Personalmente trovo insignificanti sia le giustificazioni particolaristic he
che quelle universalistich e dei crimini del nazismo e del comunismo.
Ma il paragone è secondo me improponibile. A me un'equivalenza più originale e molto meno politicamente corretta sembrerebbe quella tra il fascismo, il comunismo ed il normale capitalismo liberale. I compari non sono quindi due, come vorrebbe il Massimo Luogo Comune del pensiero unico liberale, ma tre. Il nazismo ha deportato gli ebrei ad Auschwitz, il comunismo di Stalin (quindi non di Marx) ha fatto le fosse di Katyn, mentre il normale capitalismo liberale ha fatto Dresda, Hiroshima e Nagasaki, più il macello della prima guerra mondiale ed i macelli colonialistici protratti.

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