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La tortura contro i militanti

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Brani tratto dal libro “Una vita in Prima linea”, di Sergio Segio, Rizzoli editore, 2006

 Al riguardo ho l’esperienza del primo arresto, nel 1976, quando la polizia mi massacrò di botte prima di portarmi in questura e, poi, in Fatebenefratelli, mentre mi interrogavano. Altri tempi. Allora non sapevano perché trasportassi delle armi in una borsa, ero un giovane studente preso per caso assieme a un collega dell’università, si chiedevano chi fossi e a suon di botte cercavano di capirne di più.

Ora sanno di aver vinto e non hanno più una stretta necessità di estorcere informazioni, anche se – come saprò in seguito – a Daniela, durante un trasferimento, hanno riservato un trattamento più duro, simulando un’esecuzione con la pistola alla tempia alla montagnetta di San Siro; un giochetto che, a quanto pare, talvolta diverte gli sbirri e non solo quelli sudamericani. Nell’anno precedente, in particolare, si erano scatenati. Un Comitato contro la tortura promosso dal Partito Radicale, in un dossier aveva documentato una sessantina di episodi di torture e pestaggi. Dopo il sequestro del generale Dozier e la sua liberazione, l’indicazione venuta dai vertici della polizia e del ministero era di non andare per il sottile, perché era giunta l’ora di farla finita. Lo aveva rivelato Franco Fedeli, direttore della rivista “Nuova polizia” [Cfr. “L’espresso”, 21 marzo 1982].

In attesa della nuova polizia, però, quella vecchia e i carabinieri usavano sovente incappucciare i militanti catturati, talvolta trasferirli in case anonime e torturarli per giorni, sia con i metodi classici sia con quelli artigianali ed estemporanei. A due dei nostri, Adriano e Fernando, nell’agosto 1979, dopo le varie razioni di botte, il sale e l’aceto sparsi sulle ferite in una caserma nei pressi di Teramo, i carabinieri si erano inventati di costringerli a stare sulla punta dei piedi, legargli i testicoli con uno spago teso e assicurato a una finestra: se i talloni fossero stati appoggiati a terra, i testicoli si sarebbero strappati.

Peggio era andata a Franchino e Guglielmo, presi nel gennaio 1982 a Tuscania, dopo un conflitto a fuoco in cui erano morti due carabinieri e Lucio, il giovane compagno “Olmo” che veniva dalle Squadre di Orbassano e con il quale, venti giorni prima, avevo assaltato il carcere di Rovigo. Il destino gli aveva presentato rapidamente il conto. Per avere tempo e tranquillità di somministrare il “trattamento” agli arrestati, a beneficio dei telegiornali, i carabinieri avevano fatto addirittura finta di sottrarli al linciaggio della folla e di trasferirli. Un reality, si direbbe ora. Ma, in quel caso, gli incappucciati erano carabinieri. I veri terroristi, Franchino e Guglielmo, erano già rinchiusi in un luogo discreto e appartato sotto le grinfie dei torturatori; vi sarebbero rimasti tre giorni, sempre incappucciati, tra botte e finte esecuzioni, con spilli sotto le unghie dei piedi e testicoli schiacciati con le pinze e bruciati con le sigarette. Storie come tante, di fronte alle quali la magistratura ha fatto come le tre scimmiette e il ministro dell’Interno Rognoni ha sempre negato [Cfr. Progetto Memoria, Le torture affiorate, Sensibili alle foglie editore, 1998]. Il segretario di uno dei partiti di governo, il socialdemocratico Pietro Longo, iscritto alla P2, aveva dichiarato anzi che qualche cazzotto ai terroristi arrestati lo avrebbe volentieri dato pure lui. E, in effetti, l’unico torturatore processato, un dirigente della DIGOS di Genova, lo fece eleggere deputato nelle sue file. Del resto, sconvolto per il sequestro di Aldo Moro, anche uno dei padri della Repubblica, Ugo La Malfa, aveva invocato la pena di morte.

 ***

 Simile fu la vicenda di Ennio Di Rocco, ucciso nel luglio 1982 nel supercarcere di Trani. Era un ragazzo romano di borgata, militante delle BR-Partito Guerriglia. Sotto tortura aveva rivelato i preparativi in corso per sequestrare Cesare Romiti. L’11 gennaio, davanti al magistrato di Roma, Domenico Sica, dopo che gli avvocati Eduardo Di Giovanni e Giovanna Lombardi avevano fatto riscontrare al magistrato cicatrici ed ecchimosi sul suo corpo, Di Rocco aveva dichiarato: «La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere, perché incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione da squadrette di tre o quattro persone – picchiato con calci, pugni e bastonate e in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro (mostro il relativo segno e l’ufficio dà atto che il Di Rocco presenta un segno di arrossamento con escoriazione centrale). […] Per un certo periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di aver detto nulla sotto questo trattamento. Il giorno dopo (non riesco a essere preciso per le condizioni in cui mi trovavo, incappucciato) c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi a un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto e in testa […]. In tutto questo periodo sentivo gli urli dell’altro compagno, che ritengo fosse Petrella, che però ovviamente non vedevo».

Del tutto analoga la deposizione dell’altro compagno arrestato e torturato, Stefano Petrella. I due non avevano avuto alcun contatto con l’esterno, né con gli avvocati, né possibilità di incontro tra di loro, dunque la corrispondenza, sin nei particolari tra i due racconti era indiscutibile prova di veridicità. Si tratta di due delle rare deposizioni ufficiali in cui vennero descritti i trattamenti subiti dalle forze dell’ordine dopo l’arresto per estorcere informazioni, perché i militanti quasi sempre ritenevano che denunciare le torture, rendendo dichiarazioni al magistrato, fosse una forma di collaborazione con lo Stato, una legittimazione della giustizia borghese. Con qualche ragione, dato che anche nel caso di denunce circostanziate, gli autori rimanevano impuniti e anzi spesso promossi.

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