Brani dai libri

Citazioni

Cronologie

Peppino Impastato, l'icona e la realtà

Stampa
PDF
A 34 anni dall'assassinio di Peppino Impastato possiamo dire che l'impegno dei familiari, di alcuni compagni di militanza, del Centro a lui intitolato, sia riuscito a ottenere una vittoria completa, definitiva. I mandanti del delitto sono stati condannati, la relazione della Commissione parlamentare antimafia ha indicato con nomi e cognomi i responsabili del depistaggio, il film a lui ispirato ha fatto conoscere al grande pubblico la sua figura, proliferano centri, associazioni, comitati che portano il suo nome, eppure ci troviamo dentro una storia tutt'altro che conclusa.
Nei primi mesi dell'anno scorso la Procura di Palermo ha riaperto le indagini e dalle notizie che sono circolate sembra che si parta da zero. Si dice spesso che l'Italia è un paese senza memoria ma forse sarebbe più rispondente al vero dire che c'è una memoria selettiva, fatta di cancellazione della realtà e devozione per l'icona. Anche per Peppino Impastato si può fare la stessa considerazione. Si è formata un'icona, soprattutto in seguito al successo del film e ormai i «cento passi» sono diventati la metafora che ha eclissato o emarginato la realtà e la colonna sonora che ha piallato altre voci. Così, nelle iniziative che si susseguono con ritmo incalzante, Peppino è diventato un chierichetto della legalità, un giullare dell'antimafia, il protagonista di piazzate notturne che mai si sarebbe sognato di fare, il fiore nel fango, il Che Guevara della provincia siciliana, altrettanto improbabile come il Che delle magliette.
(...) La proposta che quello che è stato fatto per il delitto Impastato venisse fatto per altri eventi, delitti, stragi, su cui non c'è una verità giudiziaria, o è molto parziale, non è stata accolta. Non si è avuto, e tutto lascia prevedere che non si avrà, qualcosa di simile per Portella della Ginestra, per piazza Fontana, per piazza della Loggia a Brescia, per la stazione di Bologna, i grandi buchi neri della storia d'Italia. E il processo riaperto per la strage di via d'Amelio, dopo le rivelazioni di Spatuzza, pare che debba riscrivere solo parzialmente una sentenza fondata su dichiarazioni che troppo tardivamente sono state ritenute false e depistanti. Con ogni probabilità rimarrà ancora oscuro il ruolo dei «mandanti esterni».
(...) La vicenda legata alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, centellinate con un accorto dosaggio mirante a calibrare l'istogramma dell'attenzione mediatica, è esemplare: poche persone, con al centro il padre Vito e un fantomatico uomo dei servizi, avrebbero deciso le sorti del Paese e il rampollo di un uomo di mafia è stato accreditato come il rivelatore della «vera» storia d'Italia. Finché il gioco è diventato troppo evidente e si è cercato di rimediare facendo scattare, almeno per qualche tempo, l'arresto. L'azione dei magistrati, alcuni dei quali hanno sacrificato la vita, è stata e rimane benemerita, l'attacco continuo che hanno subito, negli ultimi, lunghissimi, anni, da Berlusconi è semplicemente vergognoso, ma sulla loro strada possono presentarsi personaggi che più che ad aiutare a ricostruire la verità contribuiscono ad allontanarla. E questo avviene in un paese in cui depistaggi e complicità si consumano all'interno dei corpi istituzionali. Scarantino, il falso pentito per la strage di via d'Amelio, in buona parte seguiva un canovaccio scritto o dettato da altri. Ed è fin troppo facile addossare tutto sulle spalle di chi non c'è più.
La battaglia per la verità riguarda ancora oggi la vicenda di Peppino. Si sono riaperte le indagini sul depistaggio, è stato ascoltato il fratello di Peppino, è stato ascoltato chi scrive, è stata interrogata la casellante del passaggio a livello in servizio la notte del delitto, data per irreperibile per decenni. Bisogna partire da alcuni punti fermi: le condanne dei mandanti (delle persone individuate come esecutori due sono morte, vittime della guerra di mafia, un'altra è viva, e non ho mai capito bene perché non è stata incriminata), la relazione sul depistaggio. Si torna a parlare di neofascisti, di servizi, delle amicizie di Badalamenti con i carabinieri, si rispolvera il vecchio fascicolo dell'assassinio di due carabinieri nella casermetta di Alcamo Marina nel gennaio del 1976, e ora, dopo l'assoluzione di Giuseppe Gulotta, che era stato condannato all'ergastolo in seguito a confessioni strappate con torture, si cerca di far luce su quell'evento, collegandolo con altri delitti, tra cui quello di Peppino. Bene, si indaghi, per quanto è possibile indagare dopo tanti anni, ma la traccia fondamentale è quella già segnata, con risultati che vanno considerati definitivi.
* Estratto dall'introduzione alla alla nuova edizione del libro «Peppino Impastato anatomia di un depistaggio», presentato a Cinisi nel corso delle iniziative per ricordare Peppino Impastato nel 34° anniversario dell'assassinio

Comments

Name *
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Submit Comment