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Dalla disfatta l'ultima chiamata per la ricerca di un luogo comune

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L'enormità  della sconfitta che abbiamo subito nelle ultime elezioni politiche ci obbliga ad un atteggiamento diverso dal passato e ad assumerci responsabilità  guardando in faccia le cose per come sono.
Non è una sconfitta tra tante, è una disfatta che riguarda tutta la sinistra, sia quella riformista sia quella di alternativa e radicale. Una disfatta che non investe solo - e forse neanche prevalentemente - l'ambito elettorale, ma più in radice quello sociale del nostro paese, evidenziando lo scollamento ormai conclamato tra le forze organizzate della sinistra e i soggetti che esse dicono di rappresentare o credono di rappresentare, lasciati senza voce e senza sogni.
Guardare in faccia le cose significa per noi, che siamo parte in causa, cogliere questo dato di drammaticità, sapendo che l'amaro non si stempera neanche se una legge elettorale incostituzionale viene in soccorso per consentirti di eleggere deputati in Parlamento, o se per una manciata di voti il maggioritario sballa le proporzioni della vittoria dell'uno sull'altro. Il sistema elettorale in Italia è truccato, ed ha modificato nel profondo il modo di pensare degli elettori e il rapporto tra politica e persone. Non possiamo prescindere da ciò e confondere tra loro le cause con gli effetti. È in questo mare amaro che dobbiamo nuotare. In questo sistema dobbiamo intervenire. A questo popolo così condizionato dobbiamo imparare a parlare. E sfuggire, per non precipitare nell'impotenza, dalla consolatoria constatazione di essere effetto di una causa esterna: dato il maggioritario, la sinistra radicale è destinata a stare fuori dal Parlamento, alla mera testimonianza. Dunque che colpa abbiamo noi?
Nessuno che abbia a cuore che vinca la politica delle ragioni degli ultimi e che si ponga grandi compiti trasformativi può dire di aver fatto un passo in avanti in questi anni di crisi. Troppo spesso abbiamo cercato conferme nel coltivare ciascuno il proprio orto, distratti dalla giustezza delle nostre nobili ragioni, ciascuno le proprie. Eppure questa distrazione oggi sarebbe imperdonabile: ci impedirebbe la visione degli elementi potenzialmente vitali del mondo circostante. Un capitalismo agonizzante,una situazione sociale esplosiva, ed il bipolarismo ha subito un duro colpo. Non è questo il momento di affrontare la questione dell'unità della sinistra diffusa e delle sue organizzazioni sulla base di ciò esse condividono?
La realtà si è squadernata con una limpidezza assoluta anche per dirci in modo spietato chi siamo e come siamo percepiti. In questo mondo, certo. Nel nostro Paese e nel nostro tempo, non altrove. Non conta nulla?
La sinistra, o meglio quello che in passato è stata la sinistra, è divisa e frammentata, sostanzialmente muta, tutta presa da discussioni interne che nessuno ascolta e che non suscitano alcun interesse fuori di essa. Se non si capisce in questo contesto che non è più il tempo dell'ordinaria amministrazione, ma di una vera e propria rivoluzione, significa, nella migliore delle ipotesi, scegliere di fare malinconicamente i curatori fallimentari delle rispettive ditte.
Crediamo che non sia sufficiente proseguire ognuno a testa bassa con la operosità solita, gli strumenti consueti, l'instancabile fare quotidiano, come se la tenacia fosse sufficiente ad aprire i varchi per nuovi percorsi di liberazione da costruire. Noi pensiamo che vada fatto uno sforzo di più: di pensiero e di azione. E che la nostra generosità oggi, come compagni e compagne di Rifondazione, sia di fronte ad una prova ulteriore, superiore: mettere a disposizione tutto ciò che abbiamo accumulato in termini di elaborazione, competenze, saperi, pratiche di lotta, per far scorrere linfa di nuovo, insieme ad altri ed altre.
Costruire e ancora costruire un luogo comune per progettare qui ed ora la strada del cambiamento. Uno spazio in cui tutti i soggetti politici, sociali, sindacali, di movimento a sinistra del Pd aprano la strada per la costruzione di una grande sinistra di alternativa. Provare a far sì che non sia la convivenza dei singoli orti, la gigantografia dei limiti di ciascuno, e quindi che non muoia prima ancora di nascere.
Questa è la sfida che abbiamo davanti.Saremo capaci di metterci la testa e il cuore?

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