Conflitto sociale

Più di un’ora di riunione fra l’assessore al patrimonio di Roma Capitale Andrea Mazzillo col suo staff da un lato del tavolo e dall’altro la delegazione delle associazioni che hanno sede all’edificio di via di Sant’Ambrogio, nel centro della Capitale. Un incontro seguito ai sigilli che le forze dell’ordine hanno apposto incatenando la sede, con un inatteso blitz giovedì mattina.

E un nome è venuto spontaneo alle labbra: Kafka. Una specie di universo surreale in cui ogni cosa è anche il suo contrario.

Con molta convincente energia, l’assessore Mazzillo insisteva sulla volontà politica di prendere iniziative per risolvere questa situazione  e le molte situazioni analoghe in tutta Roma.

Poi, senza neanche riprendere fiato, aggiungeva che probabilmente queste iniziative non sarebbero servite a niente.

È già pronta una direttiva di moratoria sugli sfratti e gli sgomberi, annuncia; ma probabilmente «gli uffici» (una misteriosa, impersonale entità che incombeva su tutto il dialogo) non ce la faranno passare, trincerandosi dietro le inflessibili leggi contabili dello stato. E comunque anche se riusciremo a ottenere la moratoria, questa non si applica allo spazio di via Sant’Ambrogio perché non si può ritornare indietro su un atto amministrativo già compiuto.

Volontà politica dichiarata contro inflessibillità amministrativa? Oppure inflessibilità amministrativa come scudo per una volontà politica insufficiente? O addirittura – come da allusioni ricorrenti nel discorso dell’assessore Cinque Stelle – scontro fra due volontà politiche, quella della giunta e quella occulta che manipola la burocrazia («un complotto?», ha detto uno dei delegati)? O tutte e tre le cose insieme? O nessuna delle tre?

Kafka, appunto.

Alla fine degli anni ’90, l’ex scuola di via Sant’Ambrogio 4 era un edificio abbandonato e in rovina. Una serie di associazioni (il «Rialto occupato», il Circolo Gianni Bosio, il Forum movimenti acqua, Transform, Attac…) l’hanno rimesso a nuovo a loro spese e ne hanno fatto uno dei luoghi di cultura e di politica di base fondamentali a Roma.

Il Rialto è un punto di riferimento per il teatro di avanguardia e per le arti figurative; il Circolo Gianni Bosio ha fatto nel corso di questi anni almeno quattrocento concerti (li ho contati) e duecento seminari e incontri, laboratori musicali (per esempio, l’unico corso di zampogna a Roma) ed è un punto di riferimento internazionale sulle culture orali e popolari; il Forum ha promosso il referendum sull’acqua pubblica; e così via.

E invece di ringraziarci e darci una medaglia, ci sbattete fuori e ci chiedete pure cifre fantascientifiche come se avessimo fatto lucrose attività commerciali? Davvero il mondo alla rovescia.

Nella riunione è venuto fuori il numero di 750 realtà di questo genere in tutta Roma.

Certo, sono diverse, alcune più credibili di altre, Ma una cifra simile nel suo complesso significa che è questo il modo diffuso, molecolare, quasi del tutto volontario, in cui produce cultura la città di Roma. E lo trattano come un problema di contabilità e di «legalità».

Evidentemente, altre forme di illegalità diffusa e macroscopica a Roma non esistono. O non si toccano.

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Bobigny. In piazza si è verificato l’incontro fra quelli che subiscono l’arbitrio poliziesco ogni giorno, ed erano la maggioranza, e quelli che lo subiscono ogni volta che si rivoltano, e non erano pochi
«Vedo facce di persone che non sono controllate tutti i giorni come noi: grazie per la vostra presenza»: ringraziamenti a parte, dal momento che essere là era il meno che si potesse fare, questa frase pronunciata da uno degli oratori merita di essere citata perché riassume un’alleanza che ha iniziato ad abbozzarsi a Bobigny, sabato scorso. L’alleanza fra chi talvolta si espone all’arbitrio da parte delle forze dell’ordine perché afferma un disaccordo radicale con quanto esse difendono; e chi invece agli abusi della polizia è esposto per nascita. Infatti, una cosa è rischiare di essere controllati, gassati, percossi, accecati, anche uccisi perché si manifesta la propria opposizione con più o meno vigore, l’altra, ben più dolorosa, è essere esposti al medesimo rischio semplicemente perché si è nati in una certa zona, in un certo ambiente socioculturale. Come succede a Théo, Adama, Zyed e Bouna.

Tutto si è svolto in un parco, sotto la passerella Marie-Claire, eroina suo malgrado di un processo per aborto che nel 1972 avrebbe aperto la strada alla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza. Come il municipio, il tribunale civile di Bobigny ha la particolarità di assomigliare a una moderna fortezza, la cui massa offre pochi accessi controllati. La passerella di accesso al palazzo destinato a incarnare la giustizia che si reclamava per Théo era chiusa da forze dell’ordine armate fino ai denti: come stupirsi se qualcuno ha voluto forzare il blocco in quel luogo dedicato per coincidenza a una ragazza che aveva in comune con Théo l’origine proletaria e il fatto di essere stata vittima di uno stupro.

Sgombriamo intanto il campo dalle notizie menzognere: chi ha cominciato a prendersela con la polizia sulla passerella Marie-Claire non erano alcune decine di persone, come ha sostenuto le Parisien, ed esterne al raduno, come ha sostenuto le Monde. Erano invece una delle componenti importanti del movimento, e completamente mescolate con la folla di migliaia di persone di tutte le età e provenienze (la cifra di duemila dichiarata dalla prefettura può tranquillamente essere raddoppiata) che occupavano il parco dove avrebbero dovuto rimanere confinate. E quello che ha straripato, prendendo la forma delle sassaiole contro la polizia, delle vetrine spaccate e dell’incendio di cassonetti e automobili, erano tanto i corpi, corpi stanchi di battere i piedi per terra nel freddo umido e nell’immobilità forzata, che due passioni condivise da tutti. Le stesse due passioni che la primavera dell’anno scorso animarono le strade delle grandi città francesi: la gioia e la collera.

Le ragioni della collera sono state espresse, in genere molto bene, dalle oratrici e dagli oratori che si alternavano su un palco improvvisato: chi incitava la folla a scandire il ritornello «tutti detestano la polizia», chi ha parlato dei due milioni di donne congolesi violentate in questi ultimi anni da delinquenti al soldo dei datori di lavoro di chi occupava la passerella.

Il grido «justice pour Théo» (giustizia per Théo) si associava di continuo alla denuncia di altri crimini della polizia: lo stupro razzista di quel ragazzo sembra la goccia che fa traboccare il vaso, l’ultimo abuso; come era stata l’anno scorso la legge el-Khomry (modifica peggiorativa del Codice del lavoro, presentata dalla ministra Myriam el-Khomry, ndT). Per non parlare dell’ignominia finale, la polizia delle polizie, la polizia al quadrato, che si arroga poteri perfino sul significato delle parole, inventando lo stupro accidentale.

Quanto alla gioia, l’abbiamo vista sui volti delle manifestanti di banlieue quindicenni; le quali, quando ho fatto loro notare che per fare quello che stavano facendo era meglio coprirsi la faccia, mi hanno risposto con un «chissenefrega» così deciso che non c’era niente da aggiungere. La gioia era anche quella dei saccheggiatori del Franprix (supermercato) ridenti, le braccia cariche di bottiglie di whisky e champagne, uno spettacolo fatto per rassicurare l’opinionista Finkelkraut e i suoi sodali: non tutti i discriminati sulla base della razza sono musulmani. (…) La ragione di questa gioia che si sentiva serpeggiare fra i presenti fin dall’inizio, quando si era ancora agli interventi, era nell’essere insieme, nell’incontro fra quelli che subiscono l’arbitrio poliziesco ogni giorno, ed erano la maggioranza, e quelli che lo subiscono ogni volta che si rivoltano, e non erano pochi.

Questi ultimi, saggi attivisti o potenziali rivoltosi arrabbiati, sanno bene che è solo alleandosi con i primi che la loro pratica politica avrà qualche chance di sfociare in qualcosa. E al tempo stesso i primi, abitanti delle banlieues sollevatisi davanti alla violenza subita da Théo e dagli altri, constatavano che la loro marginalità politica stava forse perdendo colpi. Dunque, non c’era da stupirsi se tutti si rallegravano per questo inizio di fusione fra la rivolta delle banlieues e la testa del corteo.

*scrittore francese, attivista e militante, autore, tra gli altri, dei romanzi polizieschi Y, Rue de la Cloche, In fondo agli occhi del gatto

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Oltre trecento attivisti e famiglie hanno occupato un gigantesco stabile dell’istituto previdenziale degli architetti e degli ingegneri abbandonato da anni. La mediazione dell’assessore all’urbanistica di Roma Paolo Berdini
ROMA. I movimenti per il diritto alla casa hanno occupato un gigantesco palazzo vuoto dell’istituto previdenziale degli ingegneri e degli architetti Inarcassa nel quartiere Ostiense a Roma. Più di 300 attivisti sono saliti sul tetto, mentre le forze dell’ordine in tenuta antisommossa e scortate dalle camionette hanno circondato lo stabile. L’occupazione, dicono i Blocchi precari metropolitani, è «la risposta dei movimenti al piano assistenziale alternativo, a sfratti e sgomberi» in corso anche sotto la giunta Raggi. L’assessore all’Urbanistica e alle Infrastrutture Paolo Berdini ha visitato l’occupazione in via Silvio D’Amico e ha convocato una riunione d’urgenza del tavolo di lavoro con l’assessore regionale, Fabio Refrigeri, per lunedì pomeriggio. L’obiettivo è individuare una soluzione per le persone coinvolte nell’occupazione «e anche la possibilità di accogliere temporaneamente le famiglie sgomberate in immobili pubblici». L’occupazione intende anche denunciare l’uso del patrimonio accumulato nel tempo attraverso i contributi dei liberi professionisti iscritti agli ordini. “Questo ente non solo ha diverse proprietà immobiliari vuote ma ha vessato non poco gli inquilini residenti negli alloggi che gli appartengono sia con affitti lunari che con prezzi di vendita esorbitanti, minacciandoli di sfratto qualora non avessero accettato questi veri e propri ricatti” sostiene il movimento.
Il ritorno all’occupazione in una città ridotta a un deserto è stato inteso come una reazione alla decisione del Comune di reiterare il bonus casa per chi ancora vive nei Centri di assistenza alloggiativa temporanea ed è in possesso dei requisiti richiesti, di sgomberare coloro che occupano per necessità un alloggio popolare e di combattere le cosiddette occupazioni abusive.La decisione è in continuità con delibera 50 adottata dal commissario prefettizio Tronca, che ha gestito la Capitale dopo il disastro Marino, che prevede tra l’altro anche una serie di sgomberi. Tutto fermo sul fronte della Regione Lazio che aveva pur sempre adottato una delibera sull’emergenza casa e stanziato 200 milioni di euro già dal 2014. Un primo, ma insufficiente, passo verso una programmazione delle politiche abitative. Nulla si muove anche sulla battaglia, ormai storica, dei movimenti per il diritto all’abitare contro l’articolo 5 del cosiddetto “piano Lupi”, che prevede il taglio delle utenze agli stabili occupati, oltre

“Continua così la nostra campagna per il diritto all’abitare e la segnalazione del patrimonio privato e pubblico utilizzabile per far fronte ad un’emergenza dimostrata anche dalla morosità in aumento tra coloro che non ce la fanno più a sostenere un mutuo: almeno 37mila famiglie hanno chiesto la sospensione del pagamento delle rate negli ultimi 6 anni). La questione è seria e va affrontata seriamente. Fino a quando questo non avverrà continueremo con queste iniziative di denuncia e di riappropriazione» si legge in una nota diffusa dal movimento.

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ROMA Dopo i sigilli al centro sociale Corto Circuito, è toccato al Brancaleone. Un’altro spazio storico, nato all’interno del ciclo di occupazioni che ha animato Roma e le sue periferie dalla fine degli anni ’80, chiude i battenti su ordine della magistratura mentre la politica alza le mani in segno di impotenza. Il sequestro penale del Brancaleone è un salto di qualità, un segnale minaccioso per tutti gli altri spazi e per la città intera. Come era avvenuto nel caso del Corto Circuito si colpisce una delle strutture più longeve e radicate. I sigilli rischiano di scatenare un effetto domino preoccupante.
La storia di questo posto era cominciata nel 1990 con l’occupazione di una palazzina in via Levanna sulla via Nomentana. Cinque anni più tardi, grazie ad una campagna cittadina cui il Brancaleone partecipò, la giunta Rutelli riconosceva con la delibera 26 il valore sociale delle occupazioni e si impegnava ad assegnare gli spazi occupati di proprietà comunale. Così, nel 1996 gli attivisti avevano ottenuto l’assegnazione del posto. Il «Branca», come viene amichevolmente chiamato, continua a crescere, si dedica soprattutto alla produzione culturale e prende in affitto una sala concerti in uno stabile confinante con la sede storica. Succede però che l’amministrazione Marino vari un’altra delibera, la 140, che si propone di definire le «linee guida per il riordino del patrimonio indisponibile in concessione».

Nei fatti, il sindaco prima e il commissario Tronca poi hanno calato una scure di controlli, morosità e promesse di nuovi bandi che minaccia decine di spazi sociali e associazioni di tutto il territorio capitolino. In questo contesto arriva lo sgombero di ieri. «Dopo quasi vent’anni di delibera 26 – protestano quelli del Brancaleone – l’amministrazione comunale ha deciso di cancellare spazi culturali autogestiti, centri sociali, e le numerose realtà portatrici di cultura indipendente e solidarietà».

Il fascicolo della magistratura che giustifica lo sgombero porta il reato di occupazione abusiva. Il capo d’imputazione è paradossale: stiamo parlando di un posto che ha pagato per anni regolarmente il canone di affitto. Virginia Raggi in campagna elettorale aveva promesso di sventare sgomberi come questo e mettere mano alla faccenda. All’impegno della sindaca era seguito, nello scorso mese di agosto, un ordine del giorno votato in assemblea capitolina che sollecitava un nuovo regolamento. Da settimane si rimpallano la questione gli assessorati competenti: la cultura, il patrimonio e il bilancio.

«Registriamo che per l’ennesima volta a essere muta è la politica e il governo di Roma – protestano gli attivisti del cartello Decide Roma, che da tempi non sospetti ha posto la questione pubblicamente – Questo sgombero è solo l’ennesimo tassello nel disegno di una città in cui a governare continuano a essere i giudici e la magistratura contabile. Si potrebbero trovare soluzioni per salvaguardare realtà diverse tra loro, dagli spazi sociali a quelli associativi, fino a quelli dove si svolgono attività culturali e ricreative. Ma si lascia che a parlare siano sono le carte bollate e la burocrazia».

Per Stefano Fassina, deputato e consigliere comunale di Sinistra per Roma, «si sta prefigurando uno scenario inquietante». «Sono ormai decine le realtà che operano in ambito culturale e sociale sgomberate o che rischiano lo sfratto nei prossimi giorni – prosegue Fassina – Nel corso della discussione sul bilancio capitolino presenterò un ordine del giorno per chiedere una sospensione degli sfratti in attesa di un regolamento per l’uso sociale del patrimonio capitolino». giu.sa.

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Napoli. Manifestazione per il No al referendum ieri mattina a Napoli. Lavoratori di realtà a rischio come Almaviva Contact, sindacati di base, comunità migranti, precari della scuola e studenti: in circa cinquemila hanno sfilato fino alla prefettura e, in piazza Plebiscito, hanno tenuto un’assemblea pubblica.

La campagna popolare per il No proseguirà con iniziative di informazione e flash-mob in metro: i versi di Rino Gaetano e Pino Daniele riarrangiati in difesa della Costituzione.
La mattinata è stata però segnata dall’intervento della polizia.

Un gruppo di disoccupati, attivisti e precari in emergenza abitativa hanno provato a occupare in modo simbolico la sede provinciale del Pd. Avrebbero voluto esporre dal balcone degli striscioni contro le politiche del governo Renzi ma hanno trovato gli uffici chiusi. Agenti in tenuta antisommossa li hanno bloccati all’interno dell’androne del palazzo.

Uno dei partecipanti racconta: «Una settantina di attivisti, compreso famiglie con bambini, hanno deciso questa azione prima di confluire nel corteo. La sede del partito democratico era chiusa, la celere è arrivata solo dopo, guidata dal solito vicequestore Fiorillo, e ha caricato delle persone che pacificamente già uscivano per un’iniziativa che non aveva avuto luogo. Quali erano le esigenze di ordine pubblico? La celere ha tenuto sequestrate settanta persone, compresi bambini, senza motivo per un’ora». Molti sono stati identificati, un ragazzo è stato portato in Questura e poi liberato dopo essere stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e invasione di edificio pubblico.

Il vicequestore aggiunto Maurizio Fiorillo è stato uno dei protagonisti delle cronache sul G8 di Genova 2001. Il 12 settembre scorso, in occasione della visita di Matteo Renzi a Napoli, i manifestanti hanno raccontato che avrebbe urlato a più di uno «ti sparo in testa!». Anche ieri mattina sembra che siano state fatte minacce, manganello alla mano, mentre il gruppo era chiuso in uno spazio angusto, senza vie di fuga. Domenica scorsa, ancora per l’arrivo del premier Renzi in città, la polizia ha attivato gli idranti contro il corteo di protesta.

I disoccupati chiedono da mesi un tavolo con la Regione Campania per avviare progetti finanziati dai fondi Ue che abbiano reali ricadute sui quartieri della città, a partire da Bagnoli, ma – scrivono – «emergenze sociali come il lavoro, la precarietà e la casa vengono gestite come problema di ordine pubblico».

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Il Tribunale di Roma ha deciso di applicare la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza nei confronti di Luca Fagiano, attivista del movimento per il diritto all’abitare «Coordinamento cittadino di lotta per la casa». Per Paolo Di Vetta, attivista dei «Blocchi precari metropolitani», oltre alla sorveglianza speciale gli è stato imposto l’obbligo di non allontanarsi dalla Capitale, in pratica l’obbligo di dimora.

Contro gli esponenti romani dei movimenti per la casa sono state disposte misure che in passato hanno riguardato la criminalità organizzata e sono state introdotte dal fascismo per gli oppositori politici. Solo all’inizio della storia repubblicana si provò a usarle contro partiti o movimenti. Fagiano e Di Vetta, protagonisti da anni delle lotte contro gli sfratti e delle occupazioni abitative a Roma, non possono uscire di casa prima di una certa ora e devono rincasare entro una certa ora. Si tratta di misure molto invasive: ogni violazione di questo regime comporta un reato. Se si viene denunciati, la pena aumenta. In questa situazione rischiano di trovarsi anche altri esponenti del movimento romano per i quali è stato attivato il primo scalino che porta alla pericolosità sociale, cioè l’avviso orale.

«In Val di Susa, come a Roma, Pisa, Torino, Bologna e in tante città abbiamo assistito a un utilizzo tutto politico degli istituti di prevenzione, dentro uno sviluppo del diritto penale – un diritto «del nemico» per combattere la guerra contro i poveri in corso – denuncia in una nota il movimento – Si vogliono punire le soggettività, invece che i reati specifici. Cercando in questo modo anche di scoraggiare il conflitto e svuotare le piazze. Il tentativo di togliere la voce ai nostri compagni impedendogli di andare in piazza rafforza la nostra determinazione di lottare per i nostri diritti».

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ROMA Abbiamo dato notizia delle lettere di sfratto inviate dall’amministrazione grillina del municipio VIII di Roma all’Archivio Ingrao, conservato in parte nei locali del municipio, e a Casetta Rossa, spazio autogestito. Palo Pace, presidente del municipio, ha affidato a Facebook la sua replica. Parla di una «ondata mistificatoria» per di più «proveniente dallo zoccolo duro della sinistra». Ma nei fatti conferma quanto abbiamo scritto.

«Al Centro per la Riforma dello Stato fu a suo tempo concesso ‘l’utilizzo temporaneo’ di un locale nella sede del Municipio Roma VIII per poter custodire il materiale del cosiddetto ’Archivio Ingrao’», spiega Pace. E prosegue: «Quello che doveva essere provvisorio, come sempre accade in Italia, è diventato stabile, e tutto il prezioso materiale storico-culturale dell’archivio è rimasto chiuso per anni in una stanza senza alcuna possibilità di poter essere fruito dall’utenza. Le esigenze logistiche del personale richiedono ulteriori spazi che il Municipio intende reperire nella propria sede».

Il succo è: le carte di Pietro Ingrao devono lasciare i locali della sede istituzionale che Pace presiede, senza che si provveda a indicare una destinazione alternativa. «L’immenso patrimonio letterario merita certamente una migliore allocazione», specifica Pace, senza tuttavia sentirsi in dovere di chiarire come pensi di risolvere questa faccenda. Eppure, diversi cittadini hanno scritto in calce al suo testo per chiedergli proprio questo: dove conta di ospitare l’archivio? Al momento in cui scriviamo Pace non ha risposto. Si è invece premurato di spiegare agli attivisti di Casetta Rossa che la loro esperienza pluriennale deve interrompersi a causa dell’«applicazione di norme di legge o obblighi contrattuali, non rispettati, di carattere amministrativo».

Oggi a Casetta Rossa ci si ritrova per tutto il giorno per protestare contro l’avviso di sfratto. Ci saranno molti cittadini, ma per Pace la politica «non c’entra nulla», ci sono automatismi burocratici che non possono essere intralciati. Se questa logica dovesse valere per il resto della capitale, dove la delibera 140 approvata dalla precedente amministrazione minaccia decine di spazi sociali, sarebbe uno stillicidio di sgomberi.

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ROMA Per sgomberare il centro sociale Corto Circuito, luogo storico dei movimenti romani, hanno isolato un quartiere popolosissimo, coi piantoni dei vigili urbani ad ogni angolo di strada, e hanno fatto irruzione nei locali che ospitano una trattoria popolare e che sono sede di attività sportive e culturali. Quello che oggi chiamano «abuso» è un padiglione costruito con tecniche di bioedilizia che avrebbe dovuto rimpiazzare una vecchia ala del centro sociale, che prese le fiamme per un guasto elettrico ormai quattro anni fa. Siamo al Lamaro, periferia sudest di Roma. Subito, fin dalla mattina, un presidio di solidarietà agli sgomberati si apposta nelle vicinanze del centro sociale. «C’è stato un tempo in cui i quartieri prendevano il nome dai palazzinari che li costruivano, questa è la storia di Roma», dice Nunzio D’Erme, occupante del Corto Circuito che ha vissuto tutti i 26 anni di storia di questo posto, per spiegare il Lamaro e il contesto in cui si è sviluppata la storia di questo posto. Che è cominciata dall’uscita del riflusso degli anni Ottanta. Poi la rincorsa degli anni novanta fino a Genova. È qui che nacquero le tute bianche ed è questo luogo che Naomi Klein descrisse in un reportage per spiegare cosa si stava muovendo contro il G8 del 2001. Ed è qui che le nuove generazioni hanno proseguito in questi anni.

È una vicenda che ha caratteristiche particolari per la storia di una vertenza legata ai sigilli apposti dalla magistratura e a impietose procedure d’ufficio che insospettiscono per la solerzia. E ha caratteristiche generali perché il «sequestro dell’area» di ieri si inscrive in un attacco più generale agli spazi sociali della Capitale che, secondo una linea decisa dall’amministrazione Marino e ribadita con decisione dal commissario Tronca, vorrebbe che tutti gli spazi comunali, proprio quello che avevano strappato un riconoscimento, vengano rimessi a bando, pagare un canone e rispettare logiche «di mercato». Il sequestro del Corto Circuito arriva per decisione della magistratura. La giunta Raggi, formalmente, non c’entra. Si avverte tuttavia l’assenza di indirizzo politico e di mediazione che la sindaca aveva in parte annunciato in campagna elettorale e ribadito da un ordine del giorno votato in consiglio comunale che cozza con le tentazioni securitarie di certo grillismo.

«La nuova amministrazione dispone degli strumenti per fermare questa oscenità – spiegano quelli del Corto Circuito – Innanzitutto far sentire il suo ruolo di proprietario dell’area e degli stabili. E poi superare definitivamente il contenzioso con la Corte dei conti che riguarda centinaia di realtà di Roma e che solo atti politici dovuti da parte della nuova giunta possono risolvere». Dal Campidoglio parla il consigliere grillino Pietro Calabrese: «Si tratta di un intervento per cui c’è un’ordinanza da tempo a seguito delle segnalazioni di cittadini – dice – Abbiamo ricevuto soltanto stanotte l’ordinanza e ci avevano assicurato che non c’era sgombero e che eliminato il pericolo di sicurezza si sarebbe permesso agli occupanti di rientrare». Gli fa eco il presidente del municipio di Cinecittà: «Né il Municipio né il Comune sono stati messi al corrente di tale operazione, perché non di competenza di questa amministrazione».Gli altri spazi, riuniti nel cartello Roma Comune, parlano di «una città in cui il commissariamento sembra non esaurirsi mai» e chiedono alla sindaca Raggi «di prendere posizione netta a difesa del Corto Circuito e di tutti gli spazi di partecipazione e autogestione a rischio sgombero».

In serata, un grande corteo ha attraversato le strade del quartiere e poi è arrivato dentro il recinto del centro sociale, nel giardino intitolato a Stefano Cucchi. Qui si discutono gli ultimi sviluppi della vicenda, che vincolano l’esito di questa storia alle decisioni dell’amministrazione comunale. Il Comune è stato nominato custode giudiziario di questo posto» spiegano gli occupanti. Adesso ci sono quindici giorni di tempo per decidere se sanare gli «abusi» – che altro non sono che esperimenti di autorecupero – e restituire l’area a chi l’ha prima strappata all’abbandono e poi fatta vivere, oppure lasciare che l’autorità giudiziaria proceda alla demolizione. «Adesso è il Campidoglio che deve esprimersi – avverte Federico Mariani, un altro occupante – Non si sfugge a questa situazione».

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BOLOGNA Giornalisti tenuti a distanza e uno sgombero eseguito da decine di agenti in tenuta anti sommossa. Così a Bologna ieri mattina è caduta l’ultima occupazione abitativa, quella di via Mario de Maria, nel cuore del quartiere della Bolognina. Un doppio edificio di cinque piani di proprietà privata, rimasto inutilizzato per anni e dal marzo 2014 diventato la casa di un centinaio di persone, famiglie con bambini e single.

Ieri mattina all’alba è arrivato l’ormai più volte annunciato sgombero, con le forze dell’ordine che si sono presentate poco prima delle sei del mattino blindando la zona e stabilendo un cordone di sicurezza per tenere lontani i manifestanti che si sono poi radunati in zona col passare delle ore. I contatti tra attivisti – un centinaio – e le forze dell’ordine sono stati numerosi. Per tre volte gli attivisti di Social Log hanno tentato di avvicinarsi, per tre volte gli agenti sono scattati in avanti manganellandoli. Poi altre due cariche con tanto di inseguimento in mezzo al traffico in tilt e cassonetti ribaltati dagli attivisti. Nel frattempo, a poche centinaia di metri, lo sgombero veniva portato a termine.

E qui, visto che i giornalisti sono stati tenuti per scelta a distanza, i racconti sono due, diversissimi. Secondo l’assessore alla casa del Comune di Bologna, Virginia Gieri, «le persone sono uscite serenamente». Gieri ha raccontato di essere sempre stata in contatto con il vicequestore per garantire che tutto andasse liscio per le famiglie all’interno dell’occupazione. Ed è andata così? «Assolutamente sì».

La versione degli occupanti racconta una storia diversa, che parla di manganellate, due feriti e l’utilizzo di uno spray urticante (eventualità esclusa invece dalla questura). Di sicuro i vicini di casa hanno sentito urlare dentro l’edificio mentre gli agenti risalivano i piani. In un video diffuso in rete si vede un occupante ora ricoverato in ospedale raccontare di essere stato buttato a terra e pestato da più agenti.

Tutti gli sgomberati – un centinaio – sono stati assistiti dal Comune e ieri notte sono stati alloggiati chi in dormitorio, i single, chi in strutture di accoglienza e hotel della zona, le famiglie. Lo sgombero era stato disposto dalla Procura per dare seguito a un sequestro giudiziario, firmato dal pm Antonello Gustapane e vistato dal procuratore aggiunto Valter Giovannini.

Ora in città non resta più nessuna occupazione abitativa. La più grande, quella dell’ex Telecom di via Fioravanti, era stata sgomberata nell’ottobre 2015 e aveva portato il sindaco Virginio Merola a promettere: «Mai più sgomberi con la forza». Sullo stabile sgomberato ieri era stata intavolata dall’ex assessore al welfare Amelia Frascaroli una lunga trattativa per regolarizzare la situazione, trattativa poi arenatasi tra inconvenienti burocratici e richieste economiche della proprietà giudicate troppe esose.

A Bologna resta ora la grande occupazione del collettivo Làbas, che dal 2012 «abita» in un’ex caserma ora di proprietà di un fondo di investimenti legato alla Cassa depositi e prestiti. Anche su Làbas, che accoglie da tempo una ventina di senza casa con il progetto «Accoglienza degna», pende un decreto di sequestro firmato nel dicembre dell’anno scorso. Nel frattempo il collettivo ha partecipato alle ultime amministrative impegnandosi nell’avventura di Coalizione civica, rete della sinistra cittadina che ha portato due consiglieri in Comune. È proprio una di loro, la consigliera Emily Clancy a sparare a zero contro lo sgombero: «Si è consumato l’ennesimo violento sgombero di famiglie con impiego spropositato di forze dell’ordine e senza alcuna mediazione da parte della giunta». Il deputato di Sinistra Italiana Giovanni Paglia annuncia invece un’interrogazione al ministro Alfano per chiedere conto dell’operato delle forze dell’ordine.

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ROMA

Ciao Virginia, siamo 700 donne, siamo occupanti, sfrattate, studentesse, lavoratrici, mamme, single, sposate, siamo eritree, italiane, russe, brasiliane, africane, arabe, alcune di noi vivono nelle occupazioni altre no, altre stanno per essere sfrattate. Siamo parte del movimento di Action, abbiamo deciso di scriverti a partire dalla convinzione che il diritto all’abitare sia uno dei principali fattori che determinano la qualità della vita e il rispetto dei diritti di cittadinanza. Ed è proprio su questo punto che vorremmo confrontarci con te, sull’insostenibile situazione del mercato abitativo romano, sull’ impossibilità di accesso ad una casa popolare e sulla costante e crescente emergenza sfratti e sgomberi, gestiti unicamente come tema di ordine pubblico.

Crescono le diseguaglianze sociali e le povertà anche a causa di redditi pro capite sempre più esigui e sempre più irrilevanti quando parliamo di donne. Infatti, quando parliamo di crisi, quando parliamo di emergenza casa, noi siamo colpite due volte– spesso discriminate, sfruttate nei luoghi di lavoro, licenziate perché abbiamo figli o ne siamo in “dolce” attesa- .Non a caso nei processi di lotta per la casa, il nostro ruolo non è marginale, poiché la casa è il primo spazio, luogo sicuro da cui ripartire, da cui costruirsi una vita dignitosa, da cui elaborare percorsi di resilienza e per noi anche di riscatto! Tuttavia, le diverse amministrazioni che si sono succedute in Campidoglio, non hanno saputo cogliere l’ importanza del valore Costituzionale dell’ abitare. Così nei vari anni, abbiamo assistito a un costante aumento estrattivo del consumo di suolo, a un progressivo sfollamento dei poveri dal centro città oltre il confine delle periferie, a una continua svendita del patrimonio pubblico che comunque non ha prodotto ricchezza e né benessere per i suoi cittadini. Per tutto questo la nostra lotta agisce nei territori, per contrastare, provare ad arginare lo strapotere di alcuni a scapito di molti.

Noi liberiamo grandi immobili privati o pubbici che sono oggetto di speculazione, liberiamo questi spazi vuoti e abbandonati e li riempiamo di vite, di bambini, di una socialità che diversamente in questa città avrebbe trovato posto, se non per strada o sotto i ponti.Proviamo, in assenza della politica, a sanzionare noi i veri colpevoli del disagio, dell’ emergenza abitativa, degli sfratti violenti operati contro una umanità povera e disperata.

Noi non occupiamo le case popolari ma sperimentiamo all’ interno delle occupazioni e nei territori in cui esistiamo, processi generativi dei commons, di rigenarazione urbana aperta e accessibile a tutt@. Le nostre case, le nostre occupazioni, sono luoghi centrali e mai frontiere, in cui si incrociano e si confrontano diverse pratiche politiche istituzionali e dal basso. Certamente abbiamo consapevolezza che la questione abitativa riguarda Roma così come tutto il nostro Paese. Infatti si è smesso di investire nel patrimonio pubblico, l’ abitare da “Bene Comune” e di diritto è diventato esclusivamente bene “privatistico”. Ad aggiungere un carico ad una situazione già molto pesante, ci ha pensato l’ex Ministro Lupi,attrraverso la Legge 47 del 28 marzo/14, in cui vi è il famoso art. 5 che dispone, ordina per chi non ha casa, per chi occupa, la cancellazione della residenza o l’inaccessibilità a richiederla e di conseguenza non ha il diritto di allacci delle utenze, come acqua, luce, gas. Questo articolo impedisce l’ accesso anche ai più basilari diritti come poter iscrivere i propri figli a scuola, avere il medico di base e cure mediche.

La Legge Lupi, così come tutti i dispositivi di legge locali e nazionali sull’ abitare, hanno solo introdotto il principio secondo cui, se sei povero, non hai diritto di esistere, ti cancello e ti tolgo anche la carta di identità, se sei povero non hai diritto di visibilità, non puoi vivere nel centro della città.

Le nostre lotte, le azioni legittime di liberare stabili in assenza di politiche adeguate, ha portato negli anni ad ottenere risultati importanti per tutti i senza casa. Ultimo risultato è stato il Piano Straordinario della Regione Lazio. Questo è un altro punto con cui vorremmo con Te confrontarci. Attuare il Piano Casa, potrebbe risolvere una parte dell’ emergenza abitativa, riattivare il piano delle assegnazioni erp, ridisegnare una parte di città a beneficio degli ultimi attraverso la rigenerazione del patrimonio pubblico e privato dismesso o abbandonato.

La nostra paura, quella che non ci fa dormire la notte, quella che ci ha spinto a fare lo sciopero della fame, un mese e mezzo fa circa, è quella di rimanere occupanti per sempre, è quella di restare invisibili, è quella di non poter offrire ai nostri figli, a chi ci è accanto e a noi stesse, una opportunità di riscatto e di diritti.

La pratica delle occupazioni abitative per noi non è una ideologia ma una necessità per non morire di povertà, il nostro obiettivo è e rimane quello di poter avere, accedere ad una casa popolare, sociale. La nostra ideologia invece è quella di voler costruire un mondo migliore,soprattutto in questo tempo di guerre, costruire nel nostro piccolo delle comunità, territori accoglienti e accessibili, attraverso la cultura dell’ inclusione, di processi partecipativi, di solidarietà e di comune. Siamo convinte che promuovere politiche pubbliche per la casa significa anche contrastare le povertà e promuovere sicurezza sociale fatta di benessere, di convivenza, di città a misura di donne. Certe che l’ attivazione di processi di rigenarazione urbana di molti edifici dismessi, di processi partecipativi dal basso, di assunzione dell’ abitare come bene comune, possano essere i pròdromi coraggiosi del tanto agognato cambiamento.

E adesso siamo nell’attesa del seguito, la speranza, tra le tante amarezze di oggi, di un po’ di dolce nel prossimo futuro.

***Alessandra, Federica, Giovanna, Rosy, Mila, Paola, Pina, Barbara, Sabina, Sabrina, Maurita, Mamite, Danja, Eleonora, Esmeralda, Zufan, Valentina, Marilena, Djemaje, Khadija, Hope, Taralunga, Maria, Arianna, Francesca, Gisele, Magdalena, Giulia, Francesca, Rita, Magda, Donatella, Stella, Letebheran, Letziesky, Julia, Soledad, Howetash, Wubet, Amina, Betty, Simona, Silvy, Rossana, Paola, Francesca, Sonia, Alessia, Daniela, Gisley, Daniela, Carla, Rosa, Gisela, Rosio, Maura, Sofia, Giovanna, Yenni Patricia, Kebret, Mariachiara, Velania, Florica, Aydefeer, Romica, Mihaela, Florina, Helen Paola, Carmen, Mercedes, Genet, Halina, Ileana, Fatna, Sara, Luciana, Jessica, Paola, Emilia, Rose, Maria, Olga, Maria Rosa, Giannina, Simona, Angela, Lela, Ilenia, Juana Irma, Nina, Giorgia, Roberta, Sandra, Valeria, Alice, Francesca, Sole

Le prime 100 firme che rappresentano tutta la comunità insorgente e solidale di Action Diritti

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