Conflitto sociale

Via Orfeo. Virginio Merola offre al centro sociale l’ex caserma Staveco entro la fine del mese. Esplode la polemica all’interno dello Pd, renziani sul piede di guerra: un favoritismo nei confronti di un collettivo che ha occupato illegalmente per anni

Bologna. Un’ondata di proteste. Bologna ha risposto così allo sgombero di Làbas, centro sociale amatissimo dagli abitanti del centro e capace di mettere assieme negli anni una serie di attività che hanno portato nell’ex caserma occupata dal 2012 migliaia e migliaia di persone. Le proteste e il clamore hanno spinto la giunta del sindaco Pd Merola a svelare in fretta e furia una soluzione a cui stava lavorando da tempo, e che – se attuata prima – avrebbe evitato lo sgombero di martedì scorso, con tanto di manganellate e attivisti trascinati via dalla celere.

Il sindaco ha detto di voler offrire al centro sociale uno spazio alternativo entro fine mese, l’assessore all’economia Lepore ha concretizzato poche ore dopo l’offerta: l’ex caserma Staveco, non troppo lontana dalla vecchia sede di Làbas e capace di contenere tutte le attività del collettivo che aveva anche creato un servizio nido e un dormitorio per senza casa, e ospitava ogni mercoledì un apprezzatissimo mercato contadino.

È bastato l’annuncio per fare esplodere la polemica all’interno dello stesso Pd. Il fuoco amico è arrivato dai renziani, che hanno stigmatizzato quel che giudicano un favoritismo nei confronti di un collettivo che ha occupato illegalmente per anni. «In una città giusta democratica e di sinistra gli spazi si assegnano con bandi trasparenti senza favoritismi e premiando chi rispetta leggi e regole», ha scritto ad esempio la consigliera comunale dem Santi Casali. Non la pensano così altri suoi colleghi di partito, che invece hanno accolto a braccia aperte la proposta della giunta. Altri ancora dicono che alla Staveco vedrebbero meglio  «un grande parco per bambini». Insomma, la maggioranza alle prese con la doppia questione occupazioni-legalità va subito in tilt, tra l’altro a meno di due mesi dal congresso che deciderà il futuro del Pd di Bologna.

Non ci saranno solo i fari dei renziani a scandagliare l’operato della giunta. La Lega Nord annuncia in caso di trasferimento del collettivo in una nuova sede un doppio esposto a Procura e Corte dei Conti. Contrari sono anche i centristi di Insieme Bologna: «Se Làbas vuole avere spazi faccia come tutte le associazioni ovvero segua le regole». Tradotto: partecipino ad un bando e poi si vedrà. Come se non bastasse anche alcune associazioni hanno manifestato un certo malessere. «Stiamo chiedendo da anni una sede – dicono ad esempio i genitori di Angsa Bologna, l’associazione delle famiglie con bimbi autistici – ma fino ad ora abbiamo avuto promesse non mantenute, proposte indecenti e patti disattesi. Dobbiamo occupare anche noi?». Per Merola se non gestita bene la questione Làbas ha tutte le potenzialità per trasformarsi in Vietnam politico, col rischio di scontentare tutti, comprese le migliaia di bolognesi che da un giorno all’altro si sono ritrovate orfane dell’amato centro sociale.

Nel frattempo gli attivisti del collettivo sgomberato hanno dato vita a un mercato contadino all’aperto, hanno indetto un’assemblea cittadina per fine mese e per il 9 settembre annunciano un corteo «per riaprire Làbas». Nel tentativo di disinnescare la manifestazione il sindaco ha convocato i militanti il 29 agosto e ha raccontato di essersi opposto per due anni a uno sgombero voluto non dal Comune ma da Procura e proprietà, e cioè Cassa depositi e prestiti. L’appuntamento del 29 non sarà disertato da Làbas, che però chiede  «fatti e scelte concrete e coraggiose», non solo annunci.

Martedì scorso a essere sgomberato è stato anche il centro sociale Crash. Gli attivisti promettono di rioccupare. Nel frattempo la loro legale Marina Prosperi attacca: «Il decreto di sequestro è confuso e dice che Crash è stato occupato nel 2015, quando invece il centro sociale esiste dal 2009 ed è stato celebrato anche un processo per quei fatti. Ne consegue che lo sgombero è stato eseguito forzando la realtà dei fatti storici e giuridici».

FONTE: Giovanni Stinco,  IL MANIFESTO

Diritto alla città.  I movimenti: «Dov’è stato fino a ora? Ha avuto quattro anni per trovare una soluzione». La Fiom: «Gli sgomberi sono una vigliaccata». Davanti all’ex caserma Masini Merola cariche violente contro gli attivisti. Corteo nazionale il 9 settembre

BOLOGNA. Doppio sgombero ieri mattina a Bologna. Ad essere chiusi i centri sociali Làbas e Crash. Il primo occupato dal 2012 quando alcuni attivisti riaprirono una caserma abbandonata da tempo in centro città e di proprietà di Cassa depositi e prestiti. Il secondo, alla periferia nord di Bologna, era attivo dal 2009 quando fu occupato uno stabile attualmente di proprietà di un fondo immobiliare.

L’OPERAZIONE ha messo in contemporanea i sigilli su due centri sociali che negli ultimi anni sono stati protagonisti, in città e non solo. Crash ha appoggiato i grandi scioperi dei facchini Si-Cobas in Emilia e nel 2014 è stato il regista delle occupazioni abitative che hanno fatto esplodere a Bologna la discussione sulle soluzioni da dare a chi finiva travolto dalla crisi. Làbas invece, oltre a intrecciare le proprie attività col tessuto cittadino diventando un punto di riferimento per moltissimi abitanti della zona, è stato uno dei cuori pulsanti dell’esperienza di Coalizione civica, rete della sinistra cittadina che ha sfidato il sindaco Pd Virgilio Merola alle ultime amministrative e ha portato in Consiglio comunale due eletti.

UN DOPPIO SGOMBERO che è piombato su una città mezza vuota per le ferie agostane, e che ha sorpreso molti. Sicuramente gli attivisti di Crash che a luglio avevano concordato con l’ufficiale giudiziario un rinvio dello sfratto a settembre, e che invece hanno scoperto con l’arrivo della celere che venerdì scorso era stato emanato un decreto di sequestro urgente. «Non ho potuto vedere il provvedimento ma potrebbe essere stato emesso in assenza dei presupposti di legge, quindi arbitrariamente» commenta la legale Marina Prosperi.

GLI ATTIVISTI DI LÀBAS sapevano dello sgombero in arrivo, e due sere fa hanno lanciato l’allarme con una catena di sms. Ieri mattina si sono fatti trovare di fronte al cancello dell’ex caserma: sono stati trascinati via a forza dagli agenti e manganellati. Nella mischia oggetti di ogni tipo sono stati lanciati contro le forze dell’ordine e una balla di fieno usata come barricata ha preso fuoco forse a causa di un petardo. La questura ha lamentato sei feriti, una decina invece i manifestanti. Contro lo sgombero si sono espressi Cgil, Fiom (che ha parlato di «vigliaccata»), Arci, Legambiente, Sinistra Italiana con i deputati Nicola Fratoianni e Giovanni Paglia, Possibile con l’europarlamentare Elly Schlein. Che fine faranno i due stabili sgomberati? Sono destinati alla «valorizzazione». L’ex Crash è di proprietà del fondo immobiliare Prelios, Làbas di un fondo controllato da Cdp che annuncia per l’ex caserma la «realizzazione di un complesso con prevalente funzione residenziale».

È PROPRIO SU LÀBAS che si gioca una partita politica importante. Più volte il sindaco Merola ha espresso apprezzamento per le attività del centro sociale, e da anni era in corso una trattativa per trovare uno spazio alternativo visto che la proprietà dell’ex caserma aveva più volte fatto capire che ad un certo punto sarebbe rientrata in possesso del suo stabile, su cui per altro pendeva un decreto di sequestro disposto dalla procura. Così è successo, lo sgombero è arrivato e nella polemica è finito Merola, colpevole per molti (e anche per alcuni consiglieri della sua maggioranza Pd) di non avere trovato per tempo una via d’uscita. Il primo cittadino ha spiegato che il doppio sgombero è stato attivato da «un’autonoma attività della magistratura» sulla quale «non ho titolo per interferire». Poi l’apertura: «Auspico che si riesca ad avviare un percorso per trovare una soluzione alternativa».

A RILANCIARE LA SFIDA gli stessi attivisti di Làbas, che per il 9 settembre annunciano un corteo per riaprire la caserma sgomberata a meno che non si trovino prima «soluzioni anche alternative ma concrete e all’altezza». Una trattativa informale tra le parti negli ultimi anni c’è sempre stata e almeno una proposta è stata scartata, tutto questo però senza mai portare a soluzioni tangibili o a rotture. Si vedrà se Merola riuscirà in un mese a tirare fuori dal cilindro quello che non si è mai visto in due anni.

DOPO AVER FESTEGGIATO il doppio sgombero la destra si prepara ad ogni evenienza. «Se Merola troverà spazi pubblici per queste persone mi rivolgerò alla Corte dei Conti e depositerò un esposto in Procura» ha detto la consigliera comunale della Lega Lucia Borgonzoni. Quella dell’esposto è una strategia classica, che non sempre ha pagato ma che è riuscita a portare Merola a chiedere lo sgombero del centro sociale Atlantide nel 2015.

L’EFFETTO IMMEDIATO dello sgombero è stato l’interruzione di tutte le attività di Làbas, compreso il dormitorio che dava un tetto a 20 persone. «Bologna si ritrova più povera – attacca Federico Martelloni di Coalizione Civica – lo dicono le migliaia di persone che hanno frequentato Làbas. E mentre succede vedo un Pd che discute del suo congresso, marziani che non si accorgono di quel che capita. Questo sindaco mi sembra estremamente fragile di fronte agli altri poteri cittadini».

GLI ATTIVISTI DI CRASH fanno sapere che rioccuperanno. «Sgombero dopo sgombero, scontro su scontro, abbiamo sempre continuato ad occupare spazi abbandonati sia pubblici che privati mettendoli a servizio di un laboratorio di politica antagonista, di culture radicali e alternative, di aggregazione giovanile e non solo. E così faremo in assenza di risposte al forte bisogno che esprime il nostro territorio di spazi legati alla pratica dell’auto-gestione e dell’auto-organizzazione».

FONTE: Giovanni Stinco, IL MANIFESTO

Le proteste delle associazioni in consiglio comunale. La giunta a Cinque Stelle ha pubblicato un bando “per associazioni che si occupano di beni comuni” il giorno prima dello sgombero. Un ordine del giorno che impegnava la giunta a rinunciare ai bandi per il patrimonio indisponibile è stato respinto

A tre giorni dalla manifestazione «Roma non si vende»a cui hanno partecipato diecimila persone, la giunta Raggi ha provveduto a ri-sgomberare il Rialto Sant’Ambrogio, sede tra l’altro del coordinamento romano dell’acqua pubblica, la prima «stella» del movimento che fa capo a Beppe Grillo. I vigili hanno murato il palazzo che ospiterà, un giorno, gli uffici della Sovrintendenza capitaloni ai beni culturali. Coerente con le leggi mercatiste e meritocratiche dei Cinque stelle, un nuovo spazio è stato messo a bando fuori dal centro storico. Ad avviso dell’assessore al patrimonio e al bilancio Andrea Mazzillo le associazioni ospitate al Rialto potranno concorrere e nel caso aggiudicarselo. «Poi con il nuovo regolamento sulle concessioni si aprirà una fase di vera valorizzazione dei beni comuni nel rispetto delle regole» ha aggiunto Mazzillo. «Una scelta vergognosa – sostengono le associazioni del «Rialtoliberato» – pubblicare un simile bando il giorno prima del nuovo sgombero».

La precisazione di Mazzillo è singolare dato che è stata proprio l’amministrazione a non rispettare le sue regole negli ultimi vent’anni, scaricando gli oneri su più di 800 associazioni che hanno ricevuto avvisi di sfratto e richieste di risarcimenti da centinaia e milioni di euro, pur avendo pagato regolarmente il canone sociale. La stessa Corte dei Conti ha chiarito tramite sentenza la giustezza delle assegnazioni del patrimonio indisponibile alle realtà sociali.

La decisione ha provocato le proteste delle associazioni anche in consiglio comunale dove ieri si è discusso sul patrimonio. «Il regolamento presentato non ci sembra che vada nella direzione di risolvere la situazione – sostiene Stefano Fassina (Sinistra per Roma) – Bisogna revocare la delibera 140 e scrivere delle nuove norme a tutela e valorizzazione dei beni comuni. Bisognava evitare di chiudere uno spazio durante la transizione in corso. Cosa che non è avvenuta». L’assemblea capitolina ha respinto un ordine del giorno di Fassina che impegnava la giunta a evitare i bandi, adottando strumenti partecipativi per il patrimonio e la tutela del Welfare.

SEGUI SUL MANIFESTO

Movimenti. Scomodo, il mensile d’informazione auto-prodotto dai liceali di Roma aveva lanciato l’occupazione simbolica dell’albergo di viale Giustiniano Imperatore, il “Bidet” costruito da Caltagirone e abbandonato da anni.

Occupare uno spazio, per liberarlo una notte. Così gli studenti che realizzano e sostengono “Scomodo” – il giornale nato dalle scuole romane e oggi con una tiratura da 7500 copie gratuite – si sono incontrati mercoledì notte in via Giustiniano Imperatore nel quartiere intorno alla Basilica San Paolo a Roma. Volevano denunciare la speculazione e sostenere il riuso del patrimonio abbandonato e hanno scelto quello che nella Capitale è ormai noto come il “Bidet”. Costruito dalla società Acqua Marcia legata a Francesco Caltagirone, l’immensa struttura è abbandonata da una decina d’anni. Uno scheletro bianco da 180 camere senza rifiniture e, ancora, senza nome. Uno dei resti di una lunga, e infausta, stagione urbanistica che ha devastato Roma, dal centro alle periferie.

Appuntamento alle 20, pranzo a sacco e notte fino all’alba con la musica. Le feste a sorpresa, e i blitz di denuncia contro le speculazioni urbanistiche e per il riuso del patrimonio abbandonato, sono la cifra politica di questa promettente iniziativa editoriale giunta al terzo numero. E, com’è tradizione nei movimenti giovanili che si aggregano intorno a progetti culturali indipendenti, le feste servono anche per l’autofinanziamento. Scomodo è un giornale “esclusivamente cartaceo” e sostiene un’idea di slow news: le notizie, le inchieste, gli approfondimenti vanno prodotti su carta per creare informazione “critica e indipendente”. In queste serate gli studenti medi e universitari, adolescenti e ragazzi, più di 200 – una redazione di massa e a rete – organizzano anche installazioni artistiche, spettacoli, dj-set. Sono blitz nel deserto di una città tramortita, sola, buia.

Verso le undici è arrivata la polizia in tenuta antisommossa. E i ragazzi sono stati sgomberati. La loro unica notte dalle parti di Garbatella è stata evidentemente giudicata troppo “scomoda”. Il “Bidet” intoccabile. Nell’affrontamento con le forze dell’ordine più volte i ragazzi (all’incirca 500) hanno urlato agli agenti: “Chiediamo diritti, cultura, ci danno polizia. Questa è la loro democrazia”. “Ma che fate, avete visto che scempio è questo posto? Noi vogliamo cultura e voi avete caschi e manganelli? Via i caschi, via i caschi!”. E poi, qui e lì, lo slogan che rimbalza dalle lotte francesi contro la riforma del mercato del lavoro “Loi Travail”: “Tout le monde déteste la police”.  “Vergogna!” hanno urlato ancora. Un sentimento diffuso in città che ha trovato, tra gli adolescenti, una voce. Davanti ai cordoni di polizia i ragazzi hanno mostrato il loro giornale, urlando ancora: “Leggi scomodo!”. “Notte scomoda!”.

Qualche manganellata è volata. Colpisce che a Roma ci siano ragazzi tra 15 e 19 anni disposti a farsi manganellare per difendere un giornale cartaceo auto-prodotto e le iniziative gemmate dal suo primo nucleo: oltre alle “notti scomode” c’è Orfico, progetto di arte visiva e musica d’avanguardia, e Voci della Metropoli, piattaforma multimediale di racconto della città.

La festa si è tenuta lo stesso. La “notte scomoda”, mai espressione è stata più calzante, è continuata nel vicino parco Schuster. I ragazzi lo hanno raggiunto in un corteo improvvisato. Schierati in una carreggiata, compatti e con un buon passo, hanno continuato a sventolare il giornale, simbolo di una comunità culturale appena sgomberata e combattiva. “Leggi Scomodo!”. Non era il libretto rosso, ma un segno di identificazione collettiva attorno alle 60 pagine del giornale distribuito in 120 tra scuole e università che progetta di diventare più grande. Per l’estate è in cantiere un numero di 200 pagine e una tiratura da 10 mila copie. Per realizzarlo, i giovani redattori hanno lanciato un crowdfunding molto articolato. Vogliono raggiungere 25 mila euro per coprire le spese. Un esperimento che potrebbe moltiplicarsi tra gli studenti di altre città.

Sinistra Italiana ha presentato un’interrogazione parlamentare sull’accaduto: “presenteremo nei prossimi giorni in Parlamento – sostiene il segretario Nicola Fratoianni – atti ispettivi affinché l’impegno di questi giovani non sia lasciato da solo nell’azione di denuncia del degrado in cui versa parte del patrimonio culturale di questa città».

SEGUI SUL MANIFESTO

Roma.  Forenza: «Sugli spazi sotto sfratto decide la politica non la burocrazia»

Sono cinque i denunciati per la rioccupazione del Rialto Sant’Ambrogio, avvenuta a Roma lo scorso 24 febbraio, dopo la chiusura da parte dei vigili su impulso delle procedure avviate dalla Corte dei Conti che oggi mettono a rischio più di 800 tra centri sociali e interculturali, teatri, presidi sanitari, onlus, associazioni di sostegno ai malati, organizzazioni di volontariato nella Capitale.

Il Rialto è la sede del comitato nazionale per l’acqua pubblica e quel giorno, insieme alla rete Decide Roma, agli esponenti delle associazioni ospitate al portico d’Ottavia e della sinistra cittadina e nazionale (da Sandro Medici a Stefano Fassina di Sinistra Italiana e Paolo Ferrero di Rifondazione) il comitato lo ha riaperto. Dopo un incontro con l’assessore al bilancio Andrea Mazzillo è stata intavolata una trattativa per individuare una nuova sede per il Rialto che oggi ospita, tra l’altro, il circolo Gianni Bosio, l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, il Forum ambientalista, Transform.

Dopo la manifestazione di venerdì 10 marzo, organizzata da Decide Roma, la giunta Raggi sembra avere recepito alcune richieste del movimento: scrivere un regolamento sui «beni comuni urbani» in maniera partecipata. Su molti altri punti – a cominciare dallo strumento del bando e sugli sfratti in corso – ci sono ancora distanze. Sabato 18 marzo è previsto un incontro tra movimento e giunta. In questa partita complessa, dove a rischio è la vita sociale e culturale della Capitale, è inserito anche il Rialto.

17 europa1 Eleonora_Forenza_
Eleonora Forenza, eurodeputata dell’Altra Europa

 

 

 

 

 

 

 

 

Con altri quattro attivisti Eleonora Forenza, deputata europea dell’Altra Europa, ha ricevuto la notifica della denuncia. «Quel giorno ero al mio posto – racconta – con gli attivisti che si battono per il diritto all’acqua bene comune, che hanno vinto il referendum del 2011, e hanno restituito uno spazio come il Rialto alla città. Come ero al mio posto, tra chi lotta, nel giugno scorso all’occupazione simbolica del teatro Valle, uno spazio chiuso da quasi tre anni. Lì ho ricevuto una denuncia per resistenza e occupazione».

Cos’è successo quel giorno?
Dopo la riappropriazione del Rialto, peraltro senza che fossero tolti i sigilli, c’è stato un intervento delle forze dell’ordine che hanno impedito il passaggio delle persone. Ci hanno detto che non ci sarebbero state conseguenze, qualora l’incontro con l’assessore fosse andato a buon fine.

Ora si è aperto un tavolo…
Proprio grazie a quel gesto di riappropriazione da parte delle associazioni. Mi auguro che la negoziazione continui e possa allargarsi, contribuendo a risolvere la situazione degli spazi che sono sotto sfratto o sgombero. Aspettiamo i fatti e non solo le parole.

La giunta sostiene di non potere intervenire sulle decisioni della Corte dei conti, se non entro certi limiti. Cosa ne pensa?
La cosa che più mi stupisce è che un partito che ha quasi il 30 per cento dei consensi si trinceri dietro la burocrazia contro la quale sostiene di non potere fare nulla. Al Rialto l’assessore al bilancio Mazzillo lo ha ripetuto più volte. La politica deve invece prendere una decisione e trovare soluzioni. Il movimento 5 stelle sostiene di fare della partecipazione dei cittadini una bussola. In realtà, da quando è al governo a Roma, continuano sgomberi, chiusura di spazi e la limitazione della partecipazione attiva di donne e uomini.

Tra molte difficoltà, la giunta Raggi sembra comunque intenzionata a intervenire. Non crede?
Mi sembra che ci sia ancora un divario enorme tra le parole e i fatti. Continueremo a chiedere che i fatti vadano in direzione di una maggiore partecipazione. Fin’ora l’unico spazio a cui hanno dato via libera è la costruzione dello stadio della Roma.

*** Scuola popolare di musica di Testaccio. Giovanna Marini: “Ci sgombereranno solo con la forza”

SEGUI SUL MANIFESTO

Più di un’ora di riunione fra l’assessore al patrimonio di Roma Capitale Andrea Mazzillo col suo staff da un lato del tavolo e dall’altro la delegazione delle associazioni che hanno sede all’edificio di via di Sant’Ambrogio, nel centro della Capitale. Un incontro seguito ai sigilli che le forze dell’ordine hanno apposto incatenando la sede, con un inatteso blitz giovedì mattina.

E un nome è venuto spontaneo alle labbra: Kafka. Una specie di universo surreale in cui ogni cosa è anche il suo contrario.

Con molta convincente energia, l’assessore Mazzillo insisteva sulla volontà politica di prendere iniziative per risolvere questa situazione  e le molte situazioni analoghe in tutta Roma.

Poi, senza neanche riprendere fiato, aggiungeva che probabilmente queste iniziative non sarebbero servite a niente.

È già pronta una direttiva di moratoria sugli sfratti e gli sgomberi, annuncia; ma probabilmente «gli uffici» (una misteriosa, impersonale entità che incombeva su tutto il dialogo) non ce la faranno passare, trincerandosi dietro le inflessibili leggi contabili dello stato. E comunque anche se riusciremo a ottenere la moratoria, questa non si applica allo spazio di via Sant’Ambrogio perché non si può ritornare indietro su un atto amministrativo già compiuto.

Volontà politica dichiarata contro inflessibillità amministrativa? Oppure inflessibilità amministrativa come scudo per una volontà politica insufficiente? O addirittura – come da allusioni ricorrenti nel discorso dell’assessore Cinque Stelle – scontro fra due volontà politiche, quella della giunta e quella occulta che manipola la burocrazia («un complotto?», ha detto uno dei delegati)? O tutte e tre le cose insieme? O nessuna delle tre?

Kafka, appunto.

Alla fine degli anni ’90, l’ex scuola di via Sant’Ambrogio 4 era un edificio abbandonato e in rovina. Una serie di associazioni (il «Rialto occupato», il Circolo Gianni Bosio, il Forum movimenti acqua, Transform, Attac…) l’hanno rimesso a nuovo a loro spese e ne hanno fatto uno dei luoghi di cultura e di politica di base fondamentali a Roma.

Il Rialto è un punto di riferimento per il teatro di avanguardia e per le arti figurative; il Circolo Gianni Bosio ha fatto nel corso di questi anni almeno quattrocento concerti (li ho contati) e duecento seminari e incontri, laboratori musicali (per esempio, l’unico corso di zampogna a Roma) ed è un punto di riferimento internazionale sulle culture orali e popolari; il Forum ha promosso il referendum sull’acqua pubblica; e così via.

E invece di ringraziarci e darci una medaglia, ci sbattete fuori e ci chiedete pure cifre fantascientifiche come se avessimo fatto lucrose attività commerciali? Davvero il mondo alla rovescia.

Nella riunione è venuto fuori il numero di 750 realtà di questo genere in tutta Roma.

Certo, sono diverse, alcune più credibili di altre, Ma una cifra simile nel suo complesso significa che è questo il modo diffuso, molecolare, quasi del tutto volontario, in cui produce cultura la città di Roma. E lo trattano come un problema di contabilità e di «legalità».

Evidentemente, altre forme di illegalità diffusa e macroscopica a Roma non esistono. O non si toccano.

SEGUI SUL MANIFESTO

Bobigny. In piazza si è verificato l’incontro fra quelli che subiscono l’arbitrio poliziesco ogni giorno, ed erano la maggioranza, e quelli che lo subiscono ogni volta che si rivoltano, e non erano pochi
«Vedo facce di persone che non sono controllate tutti i giorni come noi: grazie per la vostra presenza»: ringraziamenti a parte, dal momento che essere là era il meno che si potesse fare, questa frase pronunciata da uno degli oratori merita di essere citata perché riassume un’alleanza che ha iniziato ad abbozzarsi a Bobigny, sabato scorso. L’alleanza fra chi talvolta si espone all’arbitrio da parte delle forze dell’ordine perché afferma un disaccordo radicale con quanto esse difendono; e chi invece agli abusi della polizia è esposto per nascita. Infatti, una cosa è rischiare di essere controllati, gassati, percossi, accecati, anche uccisi perché si manifesta la propria opposizione con più o meno vigore, l’altra, ben più dolorosa, è essere esposti al medesimo rischio semplicemente perché si è nati in una certa zona, in un certo ambiente socioculturale. Come succede a Théo, Adama, Zyed e Bouna.

Tutto si è svolto in un parco, sotto la passerella Marie-Claire, eroina suo malgrado di un processo per aborto che nel 1972 avrebbe aperto la strada alla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza. Come il municipio, il tribunale civile di Bobigny ha la particolarità di assomigliare a una moderna fortezza, la cui massa offre pochi accessi controllati. La passerella di accesso al palazzo destinato a incarnare la giustizia che si reclamava per Théo era chiusa da forze dell’ordine armate fino ai denti: come stupirsi se qualcuno ha voluto forzare il blocco in quel luogo dedicato per coincidenza a una ragazza che aveva in comune con Théo l’origine proletaria e il fatto di essere stata vittima di uno stupro.

Sgombriamo intanto il campo dalle notizie menzognere: chi ha cominciato a prendersela con la polizia sulla passerella Marie-Claire non erano alcune decine di persone, come ha sostenuto le Parisien, ed esterne al raduno, come ha sostenuto le Monde. Erano invece una delle componenti importanti del movimento, e completamente mescolate con la folla di migliaia di persone di tutte le età e provenienze (la cifra di duemila dichiarata dalla prefettura può tranquillamente essere raddoppiata) che occupavano il parco dove avrebbero dovuto rimanere confinate. E quello che ha straripato, prendendo la forma delle sassaiole contro la polizia, delle vetrine spaccate e dell’incendio di cassonetti e automobili, erano tanto i corpi, corpi stanchi di battere i piedi per terra nel freddo umido e nell’immobilità forzata, che due passioni condivise da tutti. Le stesse due passioni che la primavera dell’anno scorso animarono le strade delle grandi città francesi: la gioia e la collera.

Le ragioni della collera sono state espresse, in genere molto bene, dalle oratrici e dagli oratori che si alternavano su un palco improvvisato: chi incitava la folla a scandire il ritornello «tutti detestano la polizia», chi ha parlato dei due milioni di donne congolesi violentate in questi ultimi anni da delinquenti al soldo dei datori di lavoro di chi occupava la passerella.

Il grido «justice pour Théo» (giustizia per Théo) si associava di continuo alla denuncia di altri crimini della polizia: lo stupro razzista di quel ragazzo sembra la goccia che fa traboccare il vaso, l’ultimo abuso; come era stata l’anno scorso la legge el-Khomry (modifica peggiorativa del Codice del lavoro, presentata dalla ministra Myriam el-Khomry, ndT). Per non parlare dell’ignominia finale, la polizia delle polizie, la polizia al quadrato, che si arroga poteri perfino sul significato delle parole, inventando lo stupro accidentale.

Quanto alla gioia, l’abbiamo vista sui volti delle manifestanti di banlieue quindicenni; le quali, quando ho fatto loro notare che per fare quello che stavano facendo era meglio coprirsi la faccia, mi hanno risposto con un «chissenefrega» così deciso che non c’era niente da aggiungere. La gioia era anche quella dei saccheggiatori del Franprix (supermercato) ridenti, le braccia cariche di bottiglie di whisky e champagne, uno spettacolo fatto per rassicurare l’opinionista Finkelkraut e i suoi sodali: non tutti i discriminati sulla base della razza sono musulmani. (…) La ragione di questa gioia che si sentiva serpeggiare fra i presenti fin dall’inizio, quando si era ancora agli interventi, era nell’essere insieme, nell’incontro fra quelli che subiscono l’arbitrio poliziesco ogni giorno, ed erano la maggioranza, e quelli che lo subiscono ogni volta che si rivoltano, e non erano pochi.

Questi ultimi, saggi attivisti o potenziali rivoltosi arrabbiati, sanno bene che è solo alleandosi con i primi che la loro pratica politica avrà qualche chance di sfociare in qualcosa. E al tempo stesso i primi, abitanti delle banlieues sollevatisi davanti alla violenza subita da Théo e dagli altri, constatavano che la loro marginalità politica stava forse perdendo colpi. Dunque, non c’era da stupirsi se tutti si rallegravano per questo inizio di fusione fra la rivolta delle banlieues e la testa del corteo.

*scrittore francese, attivista e militante, autore, tra gli altri, dei romanzi polizieschi Y, Rue de la Cloche, In fondo agli occhi del gatto

SEGUI SUL MANIFESTO

Oltre trecento attivisti e famiglie hanno occupato un gigantesco stabile dell’istituto previdenziale degli architetti e degli ingegneri abbandonato da anni. La mediazione dell’assessore all’urbanistica di Roma Paolo Berdini
ROMA. I movimenti per il diritto alla casa hanno occupato un gigantesco palazzo vuoto dell’istituto previdenziale degli ingegneri e degli architetti Inarcassa nel quartiere Ostiense a Roma. Più di 300 attivisti sono saliti sul tetto, mentre le forze dell’ordine in tenuta antisommossa e scortate dalle camionette hanno circondato lo stabile. L’occupazione, dicono i Blocchi precari metropolitani, è «la risposta dei movimenti al piano assistenziale alternativo, a sfratti e sgomberi» in corso anche sotto la giunta Raggi. L’assessore all’Urbanistica e alle Infrastrutture Paolo Berdini ha visitato l’occupazione in via Silvio D’Amico e ha convocato una riunione d’urgenza del tavolo di lavoro con l’assessore regionale, Fabio Refrigeri, per lunedì pomeriggio. L’obiettivo è individuare una soluzione per le persone coinvolte nell’occupazione «e anche la possibilità di accogliere temporaneamente le famiglie sgomberate in immobili pubblici». L’occupazione intende anche denunciare l’uso del patrimonio accumulato nel tempo attraverso i contributi dei liberi professionisti iscritti agli ordini. “Questo ente non solo ha diverse proprietà immobiliari vuote ma ha vessato non poco gli inquilini residenti negli alloggi che gli appartengono sia con affitti lunari che con prezzi di vendita esorbitanti, minacciandoli di sfratto qualora non avessero accettato questi veri e propri ricatti” sostiene il movimento.
Il ritorno all’occupazione in una città ridotta a un deserto è stato inteso come una reazione alla decisione del Comune di reiterare il bonus casa per chi ancora vive nei Centri di assistenza alloggiativa temporanea ed è in possesso dei requisiti richiesti, di sgomberare coloro che occupano per necessità un alloggio popolare e di combattere le cosiddette occupazioni abusive.La decisione è in continuità con delibera 50 adottata dal commissario prefettizio Tronca, che ha gestito la Capitale dopo il disastro Marino, che prevede tra l’altro anche una serie di sgomberi. Tutto fermo sul fronte della Regione Lazio che aveva pur sempre adottato una delibera sull’emergenza casa e stanziato 200 milioni di euro già dal 2014. Un primo, ma insufficiente, passo verso una programmazione delle politiche abitative. Nulla si muove anche sulla battaglia, ormai storica, dei movimenti per il diritto all’abitare contro l’articolo 5 del cosiddetto “piano Lupi”, che prevede il taglio delle utenze agli stabili occupati, oltre

“Continua così la nostra campagna per il diritto all’abitare e la segnalazione del patrimonio privato e pubblico utilizzabile per far fronte ad un’emergenza dimostrata anche dalla morosità in aumento tra coloro che non ce la fanno più a sostenere un mutuo: almeno 37mila famiglie hanno chiesto la sospensione del pagamento delle rate negli ultimi 6 anni). La questione è seria e va affrontata seriamente. Fino a quando questo non avverrà continueremo con queste iniziative di denuncia e di riappropriazione» si legge in una nota diffusa dal movimento.

SEGUI SUL MANIFESTO

ROMA Dopo i sigilli al centro sociale Corto Circuito, è toccato al Brancaleone. Un’altro spazio storico, nato all’interno del ciclo di occupazioni che ha animato Roma e le sue periferie dalla fine degli anni ’80, chiude i battenti su ordine della magistratura mentre la politica alza le mani in segno di impotenza. Il sequestro penale del Brancaleone è un salto di qualità, un segnale minaccioso per tutti gli altri spazi e per la città intera. Come era avvenuto nel caso del Corto Circuito si colpisce una delle strutture più longeve e radicate. I sigilli rischiano di scatenare un effetto domino preoccupante.
La storia di questo posto era cominciata nel 1990 con l’occupazione di una palazzina in via Levanna sulla via Nomentana. Cinque anni più tardi, grazie ad una campagna cittadina cui il Brancaleone partecipò, la giunta Rutelli riconosceva con la delibera 26 il valore sociale delle occupazioni e si impegnava ad assegnare gli spazi occupati di proprietà comunale. Così, nel 1996 gli attivisti avevano ottenuto l’assegnazione del posto. Il «Branca», come viene amichevolmente chiamato, continua a crescere, si dedica soprattutto alla produzione culturale e prende in affitto una sala concerti in uno stabile confinante con la sede storica. Succede però che l’amministrazione Marino vari un’altra delibera, la 140, che si propone di definire le «linee guida per il riordino del patrimonio indisponibile in concessione».

Nei fatti, il sindaco prima e il commissario Tronca poi hanno calato una scure di controlli, morosità e promesse di nuovi bandi che minaccia decine di spazi sociali e associazioni di tutto il territorio capitolino. In questo contesto arriva lo sgombero di ieri. «Dopo quasi vent’anni di delibera 26 – protestano quelli del Brancaleone – l’amministrazione comunale ha deciso di cancellare spazi culturali autogestiti, centri sociali, e le numerose realtà portatrici di cultura indipendente e solidarietà».

Il fascicolo della magistratura che giustifica lo sgombero porta il reato di occupazione abusiva. Il capo d’imputazione è paradossale: stiamo parlando di un posto che ha pagato per anni regolarmente il canone di affitto. Virginia Raggi in campagna elettorale aveva promesso di sventare sgomberi come questo e mettere mano alla faccenda. All’impegno della sindaca era seguito, nello scorso mese di agosto, un ordine del giorno votato in assemblea capitolina che sollecitava un nuovo regolamento. Da settimane si rimpallano la questione gli assessorati competenti: la cultura, il patrimonio e il bilancio.

«Registriamo che per l’ennesima volta a essere muta è la politica e il governo di Roma – protestano gli attivisti del cartello Decide Roma, che da tempi non sospetti ha posto la questione pubblicamente – Questo sgombero è solo l’ennesimo tassello nel disegno di una città in cui a governare continuano a essere i giudici e la magistratura contabile. Si potrebbero trovare soluzioni per salvaguardare realtà diverse tra loro, dagli spazi sociali a quelli associativi, fino a quelli dove si svolgono attività culturali e ricreative. Ma si lascia che a parlare siano sono le carte bollate e la burocrazia».

Per Stefano Fassina, deputato e consigliere comunale di Sinistra per Roma, «si sta prefigurando uno scenario inquietante». «Sono ormai decine le realtà che operano in ambito culturale e sociale sgomberate o che rischiano lo sfratto nei prossimi giorni – prosegue Fassina – Nel corso della discussione sul bilancio capitolino presenterò un ordine del giorno per chiedere una sospensione degli sfratti in attesa di un regolamento per l’uso sociale del patrimonio capitolino». giu.sa.

SEGUI SUL MANIFESTO

Napoli. Manifestazione per il No al referendum ieri mattina a Napoli. Lavoratori di realtà a rischio come Almaviva Contact, sindacati di base, comunità migranti, precari della scuola e studenti: in circa cinquemila hanno sfilato fino alla prefettura e, in piazza Plebiscito, hanno tenuto un’assemblea pubblica.

La campagna popolare per il No proseguirà con iniziative di informazione e flash-mob in metro: i versi di Rino Gaetano e Pino Daniele riarrangiati in difesa della Costituzione.
La mattinata è stata però segnata dall’intervento della polizia.

Un gruppo di disoccupati, attivisti e precari in emergenza abitativa hanno provato a occupare in modo simbolico la sede provinciale del Pd. Avrebbero voluto esporre dal balcone degli striscioni contro le politiche del governo Renzi ma hanno trovato gli uffici chiusi. Agenti in tenuta antisommossa li hanno bloccati all’interno dell’androne del palazzo.

Uno dei partecipanti racconta: «Una settantina di attivisti, compreso famiglie con bambini, hanno deciso questa azione prima di confluire nel corteo. La sede del partito democratico era chiusa, la celere è arrivata solo dopo, guidata dal solito vicequestore Fiorillo, e ha caricato delle persone che pacificamente già uscivano per un’iniziativa che non aveva avuto luogo. Quali erano le esigenze di ordine pubblico? La celere ha tenuto sequestrate settanta persone, compresi bambini, senza motivo per un’ora». Molti sono stati identificati, un ragazzo è stato portato in Questura e poi liberato dopo essere stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e invasione di edificio pubblico.

Il vicequestore aggiunto Maurizio Fiorillo è stato uno dei protagonisti delle cronache sul G8 di Genova 2001. Il 12 settembre scorso, in occasione della visita di Matteo Renzi a Napoli, i manifestanti hanno raccontato che avrebbe urlato a più di uno «ti sparo in testa!». Anche ieri mattina sembra che siano state fatte minacce, manganello alla mano, mentre il gruppo era chiuso in uno spazio angusto, senza vie di fuga. Domenica scorsa, ancora per l’arrivo del premier Renzi in città, la polizia ha attivato gli idranti contro il corteo di protesta.

I disoccupati chiedono da mesi un tavolo con la Regione Campania per avviare progetti finanziati dai fondi Ue che abbiano reali ricadute sui quartieri della città, a partire da Bagnoli, ma – scrivono – «emergenze sociali come il lavoro, la precarietà e la casa vengono gestite come problema di ordine pubblico».

SEGUI SUL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password