Fascismo-Antifascismo

Casa Pound

MILANO. È un’onda nera, quella che nell’anniversario della morte di Mussolini ha allungato un’ombra sull’Italia. Sempre di più. Da Milano, dove la prefetta promette denunce e dove le mille braccia tese in un saluto romano collettivo dei militanti di Lealtà Azione e CasaPound davanti alle tombe dei repubblichini al Campo 10 del cimitero Maggiore hanno assunto anche il sapore amaro della provocazione diretta alle istituzioni che il 25 Aprile avevano vietato quella stessa manifestazione. A Cremona, dove altri “no” sono stati aggirati e altre braccia si sono alzate per commemorare il segretario del partito fascista Roberto Farinacci, tra bandiere della Repubblica di Salò e le note di “Giovinezza”. Da Dongo, nel Comasco, dove il duce fu catturato, e dove solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato che i nostalgici con corone d’alloro e fiori per i gerarchi fucilati si scontrassero con l’Associazione locale dei partigiani.

Eccola, la geografia nera di un Paese che sembra non riuscire ad archiviare il passato. Una mappa che ha toccato anche Roma con lo striscione appeso da Forza Nuova al Colosseo per gridare “Viva il Duce”. E Vicenza, con il necrologio con tanto di foto di Mussolini apparso per annunciare una manifestazione e un rosario da far recitare a un sacerdote espulso dalla Chiesa per aver negato l’esistenza delle camere a gas naziste. Troppi sfregi. Tanto che la presidente della Camera Laura Boldrini invita il Parlamento a procedere sulla legge in discussione per contrastare con più incisività la propaganda neofascista. «Lo Stato non si faccia deridere dai nostalgici — ha detto — Le manifestazioni fasciste in Italia non possono essere consentite: né il 25 Aprile, né in qualsiasi altro giorno dell’anno. I raduni con tanto di saluti romani di Milano e Cremona rappresentano un affronto alla democrazia nata dalla Resistenza». Anche il presidente milanese dell’Anpi, Roberto Cenati, denuncia «un aumento di rigurgiti fascisti in aperto contrasto con i principi della Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino. Il quadro è preoccupante ed è inaccettabile che a 72 anni dalla Liberazione si ripresentino questi oltraggi».
A Milano, dove la tensione si respira da giorni, i mille neofascisti del saluto romano sono stati il triplo dei 300 che avevano messo in scena lo stesso rito un anno fa. Perché quello del cimitero Maggiore è un film che si ripete da tempo. E che, questo 25 Aprile, il sindaco Beppe Sala e la prefetta Luciana Lamorgese hanno cercato di fermare. Il blitz è avvenuto, con quattro giorni di ritardo, incrociandosi con un un’altra data simbolo dell’estrema destra: il ricordo di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù morto negli anni Settanta dopo un’aggressione da parte di esponenti di Avanguardia Operaia, del repubblichino Carlo Borsani, del consigliere provinciale missino Carlo Pedenovi. Proprio Sala aveva tentato un gesto di «pacificazione », presentandosi alla cerimonia di commemorazione di Ramelli e Pedenovi e deponendo una corona di fiori. Ma di fronte alla parata nera del Campo 10, ha pronunciato parole nette. Perché un conto, ha detto, è la «memoria », un altro «l’apologia di fascismo ». Per questo, adesso, il sindaco invoca denunce delle «autorità competenti». Ma anche «una ferma condanna da parte di tutte le forze politiche. Milano non merita queste offese». Le prime, ha annunciato la prefetta, arriveranno. Anche perché, ha spiegato Lamorgese, quella al cimitero Maggiore è stata «una manifestazione clandestina». La questura sta indagando per identificare chi ha fatto il saluto romano e un fascicolo sarà consegnato «già domani» al procuratore aggiunto Alberto Nobili.

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Buona la 72esima. Decine e decine di migliaia di persone. Una lunga teoria di spezzoni distanti e auto riferiti perché ormai la memoria condivisa non basta più. Anche se antifascista. Non un corteo solo, ma cinque, anche dieci. Cominciamo con lo scoop che si auto avvera: la contestazione alla brigata ebraica, con annessi amici di Israele. Alle 15,17 si accendono i riflettori, la notizia è sempre in piazza San Babila. Ci sono più giornalisti che contestatori con la bandiera della Palestina. Sono tre minuti di fischi e insulti – si dice «attimi di tensione» – poi tanti saluti e arrivederci alla prossima.

LA FESTA POPOLARE più bella, almeno a Milano, anche se a tratti sembra un pranzo di natale in una famiglia dove ci si saluta a malapena, quest’anno è cominciata al mattino. Al cimitero Maggiore, dove centinaia di cittadini hanno portato garofani rossi in omaggio ai partigiani milanesi. Nello stesso luogo, entrando alla spicciolata per il divieto di parata imposto dalla questura, si sono ritrovati trenta fascisti per commemorare i repubblichini.
Però la vera novità del corteo, inutile girarci attorno nella speranza che sia un abbaglio, è lo spettacolo da circo equestre messo in piedi dallo spezzone del Pd per dare senso a una presenza che si fa sempre più imbarazzante nella piazza storica della sinistra italiana. Si sono pittati tutti di blu sventolando le bandierine dell’Europa con indosso la t-shirt «patrioti europei», con servizio d’ordine in giallo canarino e colonna sonora in evidente stato confusionale: la Marsigliese, in un sussulto di macronizzazione (conosceranno il testo poco centrista?), l’Inno di Mameli (dovrebbero conoscerlo) e Heroes di Bowie (tenerezza).


L’esibizione di tanta enfasi europeista ai nastri di partenza ha agitato i militanti del centro sociale Cantiere, presenti in piazza con molti rifugiati («Nessuno è illegale»): il quasi contatto è stato disinnescato tra insulti e spinte, protestavano contro la legge Minniti-Orlando sull’immigrazione.

PROSEGUIAMO. Lo spezzone impossibile da esaurire in uno spazio fisico si presenta in disordine sparso lungo tutto il corteo. Il colore è rosso. Sono gli esponenti più (o meno) in vista della sinistra italiana, quasi ignorati, accompagnati dai militanti, tutti alla ricerca di almeno un percorso già segnato dove è impossibile sbagliare strada: qui si va dritti in Duomo con la certezza di un antifascismo a sfumature più o meno accese. Rilassante. C’è Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), c’è Paolo Ferrero (Rifondazione comunista), ci sono Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, dietro lo striscione di Articolo 1-Mdp disperso in fondo al corteo, a centinaia di metri di distanza dal blu tristezza dei renzian-macroniani. Poi, naturalmente, Giuliano Pisapia, il pontiere che tutti abbraccia, l’unico che deve sottoporsi al rito del selfie con i bambini. Per restare ai partiti, ci sono anche le bandiere dei Cinque Stelle ma senza vip al seguito (ognuno li collochi spazialmente dove gli pare e dispiace).
Fin qui lo sguardo più politico-istituzionale, come sempre preceduto dai gonfaloni dei Comuni e dallo spezzone dei deportati, e attraversato da decine di associazioni che poi sono l’ossatura di un popolo che si ostina a cercare una via d’uscita a sinistra pur in assenza di una rappresentanza degna di questo nome – Arci, Acli, Emergency, Naga, comitati di quartiere, ambientalisti, migranti, realtà autogestite, fabbriche, associazioni di donne, i Sentinelli di Milano, i sindacati al gran completo…

CHIUDIAMO con due piacevoli sorprese. La prima è dove lo scarto con la parte più istituzionale della manifestazione si fa evidente. Laggiù in fondo. Qui l’età media si abbassa, i centri sociali ci sono ma non sono più gli unici titolari delle nuove generazioni che non ci stanno, nuove sigle si moltiplicano, nuove identità si solidificano, bandiere mai viste, circolano giornali di carta, c’è un’aria vintage di «comunismi» adolescenti declinati in forme inedite ancora da indagare. La seconda sorpresa invece è sul palco. Si chiama Beppe Sala, il sindaco. Celebra solennemente il 25 aprile e lo fa per lanciare un’altra data, il 20 maggio: «Milano senza muri», vuole fare come a Barcellona. «La Liberazione non è mai finita e oggi noi pensiamo che Liberazione è vincere la paura del nuovo, dell’incontro con chi viene da lontano. Tolleranza, apertura e condivisone sono valori fondanti di questa nuova stagione, valori che affrontiamo con forza contro la paura, l’odio e la separazione. L’accoglienza è un dovere prima di tutto umano che non prevede l’indulgenza verso i terroristi». Il tema è delicato, speriamo che il sindaco (e gli assessori del Pd) abbiano il coraggio di affrontarlo non limitandosi ad organizzare un’allegra sgambata all’insegna dell’accoglienza, senza mettere in discussione le politiche sull’immigrazione del governo di riferimento.

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Ho sempre pensato che di partigiani e di Resistenze ce ne sono stati molti nelle tante geografie e ambienti, contadini e urbani, così come sono stato sempre dell’idea che quando la Storia accelera, lo spazio individuale delle scelte si riduce.

Quello del destino stringe a un feroce faccia a faccia con se stessi. C’è stata la Resistenza eroica e ufficiale, quella politica, militare e organizzata, ma anche una minore fatta dai molti, non meno necessaria, di chi si è dato per generosità un coraggio che forse anche un minuto prima non sapeva di possedere, e quel coraggio l’ha pagato con la propria vita o salvandone un’altra.

Pensando oggi 25 Aprile a quella generazione di cittadini combattenti sembra irrepetibile, come quell’epica lontanissima e lirica dei libri di Beppe Fenoglio che ha raccontato la lotta partigiana in alcuni romanzi formidabili come “Una questione privata”, dove storia individuale e Storia collettiva diventano una cosa.

Ecco, insieme con quella pubblica, eroica (e retorica), è esistita ed esiste anche una Resistenza privata.

Questo si ripete sempre a ogni scontro epocale tra civiltà e barbarie, che è quotidiana, nel Nord e nel Sud del mondo, in un autobus affollato o in un treno per un insulto razzista, in una fabbrica quando le leggi del profitto mettono i lavoratori uno contro l’altro e si diventa piccoli kapò pronti a tutto pur di mantenere un privilegio consumistico; nelle scuole votate al marketing, negli ospedali indirizzati al business etico, laddove si diventa complici del pensiero unico.

Questo conflitto lo stiamo vivendo anche adesso, diverso e in parte sommerso, ma con le stesse lacerazioni umane, prima che sociali e politiche. Lo stiamo vivendo con distanza di valori da allora, una frattura dolorosa tra una forte esperienza del mondo e un sogno di trasformazione e il reality show dell’eterno presente dove “sembra scomparsa la profondità del mondo”, per dirla con le parole di Paolo Volponi.

La nostra Resistenza civile è forse minoritaria, ma c’è.

Tacere, non fare quella scelta, significa ancora abdicare al proprio dovere di esseri umani, permettere una violenza, un’ingiustizia, diventare indifferenti di fronte a una sopraffazione tra forti e deboli, soprattutto rispetto ai popoli migranti, due volte vittime di un capitalismo selvaggio che sottomette globalmente e respinge localmente.

Come allora, anche oggi una parte maggioritaria del nostro paese, minacciata dalla crisi, anestetizzata dal pensiero debole, orfana della politica, sta cedendo alle lusinghe di un’indifferenza che è diventata ideologia forte, poetica del social solo, narcisismo di massa e preludio a una nuova barbarie, se ci pensiamo bene già in corso da tempo.

La Resistenza privata, prima ancora di quella collettiva, non ha bisogno di grandi esibizioni, basta essere fino in fondo cittadini, ci sono persone civili che la esercitano quasi senza rendersene conto, altri devono fare uno sforzo maggiore perché disabituati a prendere la parola.

Sì, perché la Resistenza è fatta anche di nuove parole, la lotta avviene anche e soprattutto nel lessico, nel rimettere in circolo certi vocaboli civili, e anche nel fare con passione un racconto diverso, onesto della realtà, e praticare un pensiero sovversivo cercando di riportare in luce ciò che l’informazione asservita alle logiche dell’inserzionista, e la cattiva cinematografia, trasformano in accattivante, anestetizzante e odiosa fiction.

Questo dobbiamo e possiamo fare ogni giorno e per tutti i giorni dell’anno.

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Questura e prefettura hanno vietato a Milano la parata nazifascista prevista per la mattina del 25 aprile al Campo 10 del Cimitero Maggiore. La decisione è stata presa dopo forti pressioni, esercitate da un ampio fronte antifascista, nei confronti anche del sindaco e dell’amministrazione comunale, composto da Anpi, Aned (l’associazione dei deportati), Arci, Camera del lavoro, oltre che da alcuni centri sociali (Lambretta, Zam e Cantiere). Anpi e Cgil hanno espresso «grande soddisfazione per questo segnale di discontinuità» che arriva dopo che «per quattro anni abbiamo dovuto assistere al vergognoso spettacolo delle celebrazioni dei nostalgici fascisti». Il sindaco Sala ha spiegato che «ho deciso di fare così perché questo è un momento storico in cui più forti sono i rischi di un ritorno al passato, probabilmente se ci fosse stato Pisapia in questo momento avrebbe fatto lo stesso».
I gruppi neofascisti, però, pur costretti a entrare alla spicciolata, non intenderebbero rinunciare a forme di presenza organizzata. Da qui la decisione degli antifascisti di mantenere comunque l’iniziativa «Porta un fiore al partigiano», già prevista al Campo della Gloria, dove sono iscritti i nomi e riposano i resti di 1.913 partigiani, di 604 perseguitati per motivi razziali e di 459 deportati e bruciati nei campi di sterminio, accanto a molti altri caduti militari nei lager tedeschi.

Tra le tombe delle SS
Il Cimitero Maggiore di Milano è divenuto negli ultimi anni teatro di manifestazioni, proprio in occasione della giornata del 25 aprile. Al Campo 10 a partire dalla metà degli anni Sessanta sono stati riuniti i resti di alcune centinaia di caduti della Repubblica sociale. L’Osservatorio democratico sulle nuove destre quest’anno ha approntato un dossier non solo sulle manifestazioni neofasciste nei cimiteri milanesi, ma anche su chi in questo campo è stato sepolto. Tra coloro che qui giacciono, spiccano i nomi di nove volontari italiani nelle 24^ e 29^ Divisione Granadier delle SS, di centocinquanta delle Brigate nere, di più di cento della Legione Ettore Muti e di oltre quaranta della Decima Mas. Qui sono state tumulate alcune delle figure che hanno fatto la storia del ventennio fascista e della Rsi: Alessandro Pavolini, l’ultimo segretario nazionale del Partito fascista repubblicano, oltre che comandante generale delle Brigate Nere, i gerarchi Francesco Maria Barracu e Carlo Borsani, e Francesco Colombo, il capo della Ettore Muti. Oltre a costoro, Armando Tela uno dei luogotenenti della banda Koch, partecipe diretto di torture e sevizie nella famigerata “Villa Triste” di via Paolo Uccello (Villa Fossati), dove si fece uso di corde per appendere i prigionieri, di tenaglie per strappare unghie, daghe di ferro da arroventare e mettere sotto i piedi dei partigiani. In questo campo sono anche stati sotterrati tre (sempre della Legione Muti) facenti parte del plotone di esecuzione che fucilò all’alba del 10 agosto 1944 i quindici Martiri di piazzale Loreto.
Negli scorsi anni i neofascisti hanno sfilato in corteo per i vialetti del camposanto, con alcune centinaia di militanti, principalmente di Lealtà azione e Casa Pound, rigidamente strutturati, quasi in divisa, con giubbotti neri con impressi teschi o lo stemma della propria organizzazione. Giunti al Campo 10, i partecipanti a queste parate, rimanendo in formazione, in una sorta di rito collettivo, salutano romanamente, tra bandiere della Repubblica sociale italiana. Particolarmente grave, lo scorso anno, è stata la manifestazione organizzata il giorno precedente da alcune associazioni di reduci della Rsi e della Decima Mas (qualche decina i partecipanti); oltre ad esibire il labaro della 29^ Divisione delle Waffen SS, in cui militarono volontari italiani, alcuni dei partecipanti ostentatamente indossavano berretti con il simbolo delle SS, scattando a un dato momento in un saluto romano al grido del motto nazista Sieg Heil!

Il cippo agli squadristi
Manifestazioni apologetiche del fascismo si sono in questi anni tenute non solo al Cimitero Maggiore, ma anche al cimitero Monumentale, presso un sacrario fatto erigere nel 1925 da Mussolini, dove in una cripta furono progressivamente raccolte le salme di tredici squadristi caduti negli anni Venti. L’opera, tra il liberty e l’art déco, di qualche metro di altezza, era originariamente composta dalle statue di tre giovinetti in posa eroica, uno dei quali con in braccio un fascio littorio sormontato da un’aquila con le ali aperte. Finita la guerra il fascio e l’aquila furono asportati, così la targa commemorativa.
Per il neofascismo milanese, celebrare le gesta di chi assaltava sedi e giornali di sinistra, manganellava e assassinava o aveva militato nei reparti militari e di polizia della Rsi, non è solo un’iniziativa per suscitare clamore. È il tentativo di affermare un’altra “memoria”, quella dei “vinti”. Un fatto di identità.

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ANPI

Anche il Pd si sfila dalla manifestazione dei partigiani: è divisiva. Il presidente nazionale Smuraglia: ci dispiace. Abbiamo fatto il possibile ma non possiamo escludere qualcuno

Per il terzo anno consecutivo la comunità ebraica romana non parteciperà al corteo organizzato dall’Associazione nazionale partigiani il 25 aprile per l’anniversario, quest’anno il 72esimo, della Liberazione. La motivazione è sempre la stessa, ribadita ieri dalla presidente della comunità Ruth Dereghello: «La scelta dell’Anpi di Roma di cancellare la storia e far sfilare gli eredi del gran Muftì di Gerusalemme che si alleò con Hitler». I palestinesi.
Nelle scorse settimane c’erano stati tentativi di ricomporre la frattura che risale al 2013, quando non fu fatto intervenire dal palco di porta San Paolo il rappresentante dell’associazione amici di Israele; l’anno successivo finì a spintoni dopo che alcuni rappresentanti della comunità che sfilavano dietro le insegne della brigata ebraica (che ha partecipato alla guerra di Liberazione inquadrata nel ’45 nell’esercito britannico) tentarono di cacciare dal corteo un gruppo di palestinesi con le loro bandiere.

Il dialogo non ha portato però a nulla, come ha spiegato ieri il presidente dell’Anpi di Roma Fabrizio De Sanctis: «Non abbiamo ricevuto risposta al nostro invito. E non ci ha fatto sapere niente neanche il Pd». Poco dopo anche il commissario del Pd romano Matteo Orfini ha fatto sapere che il partito non aderirà al corteo: «Purtroppo è diventato un elemento di divisione».
La divisione tra il Pd e l’Anpi ha anche un’altra ragione: la scelta congressuale dell’Associazione partigiani di schierarsi per il no al referendum sulla riforma costituzionale. Scelta che il Pd ha attaccato in ogni modo, immaginando anche l’esclusione dell’Anpi dalle feste dell’Unità della scorsa estate. Poi si rimediò, per la disponibilità del presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia di partecipare a un confronto con Matteo Renzi proprio alla festa del partito di Bologna.

Chiamato in causa ieri, Smuraglia si è detto «dispiaciuto» per la decisione della comunità ebraica romana. «Abbiamo fatto il possibile per far partecipare tutti al corteo di Roma, anche volendo non possiamo selezionare chi far intervenire e chi no – ha aggiunto. La comunità ebraica solleva una diatriba che rovina l’immagine del 25 aprile, non può lamentarsi se vengono anche rappresentanti dei palestinesi. L’unica raccomandazione che facciamo a tutti e che non si venga con bandiere che non siano quelle dei partigiani».
La comunità ebraica romana ha deciso di riunirsi il 25 aprile in via Balbo, un tempo sede della brigata ebraica, con l’intenzione di «celebrare il 25 aprile senza faziosità e senza ambiguità». Secondo la presidente Dereghello «l’Anpi non rappresenta più i veri partigiani». La sindaca Virginia Raggi ha fatto sapere che interverrà a entrambe le manifestazioni. Il corteo romano dell’Anpi quest’anno avrà un percorso diverso, non partirà più dal Colosseo ma dalla zona periferica della Montagnola, dove il 10 settembre 1943 caddero 53 tra militari e civili nel tentativo di impedire l’ingresso a Roma alle truppe naziste.

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MILANO. Beppe Sala, per il suo primo 25 aprile da sindaco di Milano, ha ereditato una piccola grana. Anzi due. Niente di preoccupante, ci sono già passati altri, e se la caverà benissimo anche lui con il suo buon senso indiscutibilmente antifascista. E così passerà anche questo 72esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, la festa più bella dell’anno. Sempre, nonostante le prevedibili polemiche che ogni anno accompagnano il corteo che come una forza della natura si svolge da Porta Venezia a piazza Duomo. Tutti insieme ma non troppo appassionatamente perché ormai gli antifascisti più o meno militanti che gravitano attorno ai partiti non si sopportano più. Ma il 25 aprile è anche un dovere. Proprio per tutti.

Prima grana. I fascisti, pettoruti e torvi nella postura, sempre alla ricerca di un fazzoletto di terra per esibire saluti romani e revisionismi insopportabili anche solo da vedere nei post del giorno dopo. Anche quest’anno si radunano al cimitero Maggiore, campo 10, in omaggio ai repubblichini lì sepolti (organizzano Casa Pound e Lealtà e Azione). Qualche decina di camicie nere e la copertura mediatica del rituale è garantita.

Gli antifascisti tutti, come sempre, hanno lanciato appelli alle istituzioni per impedire la lugubre messa in scena, ma anche per quest’anno la lezione che ne ricavano è sempre la stessa: non si può pretendere di togliere agibilità anche politica ai fascisti appellandosi solo ai divieti e alle “forze dell’ordine” confidando in chi le governa.

Anche il sindaco Beppe Sala nei giorni scorsi ha fatto il suo dovere cercando lumi in questura e prefettura. La risposta che ha ricevuto è prevedibile come tutto il resto, da qui la dichiarazione non proprio di fuoco rilasciata ieri: “Dal nostro punto di vista credo ci sia la volontà di non permettere una manifestazione all’interno del cimitero, però siamo altrettanto coscienti che non si può vietare l’ingresso, quindi ci affidiamo al buon senso e alla responsabilità, non crediamo che una manifestazione sia necessaria, sappiamo che si raduneranno persone e ci sarà una gestione attenta da parte del prefetto”. Sfileranno tra le tombe, punto.

La seconda grana, invece, viene sempre coperta dai media con grande enfasi e cronache fotocopia degli anni precedenti: il titolo è “contestazione alla brigata ebraica”. C’è sempre stata e ci sarà, appuntamento in piazza San Babila. Quest’anno l’episodio si arricchisce di un particolare inedito: sembra che in piazza ci saranno anche alcuni militanti filo palestinesi che aderiscono alla campagna globale di boicottaggio lanciata dal gruppo Bds contro Israele. Per questo motivo Anpi e Pd, forse enfatizzando un po’ troppo, hanno lanciato un appello per “isolare e restringere ogni tipo di provocazioni e inaccettabili contestazioni”. Appello raccolto dal sindaco, anche lui d’accordo a “difendere” la Brigata ebraica. Di più. Giovedì, in Commissione affari costituzionali alla Camera, verrà formalizzata una proposta di legge per attribuire la Medaglia d’oro al valor militare alla Brigata ebraica (iniziativa dei deputati del Pd Fiano e Quartapelle e di Cicchitto di Ap).

Come sempre, le due “grane” non coinvolgeranno più di tanto le decine e decine di migliaia di milanesi che si ritroveranno in piazza il 25 aprile.

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Storia del Novecento. Il volume di Davide Conti «Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana», attraverso una ricca ricerca di archivio ricostruisce le carriere di personaggi «rimossi» e mai epurati, che si sono reinventati identità pubbliche in democrazia

Il volume di Davide Conti (Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Einaudi, pp.271, euro 30) torna a interrogare uno dei passaggi storici più appassionanti e controversi della storia italiana, così come a riattualizzare uno dei motivi «classici» della storiografia della seconda metà del secolo scorso.

Attraverso una ricca ricerca archivistica, il libro ricostruisce le meno note carriere e funzioni svolte dai «presunti» (in quanto mai processati) «criminali di guerra» nel neonato contesto democratico. Si tratta di uomini che, organici al fascismo e operanti in seno alle sue strutture più repressive, non solo non vennero sottoposti a processo o epurati o estradati, ma soprattutto vennero reinseriti negli apparati dello Stato postfascista, diventando questori, prefetti, capi dei servizi segreti, ministri della nuova Repubblica.

Le biografie prese in esame consentono di illuminare alcuni dei nodi più significativi della storia dell’immediato secondo dopoguerra e al contempo gettano una luce tanto inquietante, quanto significativa sulle vicende coeve e seguenti (dalla strage di Portella della Ginestra, alla riorganizzazione in senso anticomunista dei corpi di pubblica sicurezza tra la fine degli anni Quaranta e il decennio successivo, alle varie misure di sorveglianza e ordine pubblico adottate contro il movimento operaio e sfociate «nella repressione brutale e luttuosa dei conflitti sociali», ai golpe dei primi anni Settanta).
Sono dunque le vicissitudini di questo personale politico e militare a essere esemplificative, per quanto di certo non in modo assoluto e univoco, degli esiti «della transizione italiana sul piano della continuità degli apparati di forza dello Stato».

La chiave di lettura utilizzata e suffragata da un prezioso materiale documentario è infatti quella ruotante attorno al paradigma della continuità dello Stato. E, non a caso, è uno dei memorabili lasciti di Claudio Pavone a essere posto in esergo del volume. Scriveva questi nel 1974: «La fascistizzazione dell’apparato burocratico non fu dunque» di parata, dal momento che «il fascismo, come forma storicamente sperimentata di potere borghese, non si esaurisce nei quadri del partito fascista, ma è un sistema di dominio di classe in cui proprio gli apparati amministrativi tradizionalmente autoritari hanno parte rilevante. Di parata va piuttosto definita, dato il fallimento dell’epurazione, la democratizzazione post-resistenziale».

Da qui prende le mosse la ricostruzione di Conti, non trascurando l’importante contributo degli studi che da anni si concentrano sul fallimento del processo epurativo italiano, sul congelamento di alcuni istituti innovativi repubblicani, sul permanere di una certa cultura istituzionale (al pari della legislazione fascista) e contemporaneamente soffermandosi sui caratteri originali della «nazione repubblicana», sulle questioni di fondo relative al nesso nazionale-internazionale.

Molto ampie sono le problematiche che riemergono. Innanzitutto, metodologicamente, torna a dimostrarsi produttivo lo studio di singoli percorsi biografici letti come manifestazione di quel più complessivo processo «caratterizzato dalla reimmissione e dal reimpiego nei gangli istituzionali di un personale» organico al Ventennio. A nulla valse infatti per questi uomini l’essere inseriti nelle liste «War Crimes» delle Nazioni Unite, dinnanzi alla scelta di far passare una linea basata sulla ragion di Stato, sul presunto supremo interesse nazionale o, come fu per i funzionari coloniali, sui valori della neutralità dell’amministrazione e sul principio della obbedienza gerarchica, invocati come giustificazione di comportamenti individuali specifici, peraltro a dispetto di quello che sarebbe stato il monito arendtiano sulla «banalità del male».
C’è di più, accanto alla ricostruzione di queste vicende personali e professionali (di cui quella del noto generale Roatta sembra essere l’epilogo più emblematico), Conti ripropone all’attenzione del pubblico una lettura ben consapevole e generale del contesto internazionale, politico e sociale dell’Italia di quel decisivo passaggio storico. Ne esce confermata la centralità degli equilibri internazionali, ovvero l’appartenenza all’area occidentale come legittimazione sia del permanere di determinati gruppi di comando (si pensi all’intreccio tra Democrazia cristiana e Stato), sia del rafforzamento delle classi dominanti, sia del mantenimento di rapporti sociali e di produzione dati.

A lungo si è parlato per il caso italiano della prevalenza di un «modello militarizzato» volto a riprodurre le contrapposizioni internazionali, a depotenziare le istanze innovative provenienti a più livelli e presenti in molti principi della Costituzione, ad allontanare il pericolo di condizionamenti da parte di forze sociali organizzate. Modello peraltro capace di saldare determinate scelte fatte sul piano economico (l’opzione liberista nel permanere di una struttura di capitalismo di Stato) con la natura autoritaria dell’assetto politico (nella stessa forma assunta dalla «democrazia protetta»). Il contrasto che si diede tra amministrazione e politica democratica attesta quella che l’autore rievoca come la profonda rottura tra Stato e Resistenza. Piuttosto che con l’eredità del fascismo, cesura vi fu con le idee, l’orizzonte simbolico e l’ampio lascito resistenziale.

Sempre più studi negli ultimi anni hanno approfondito il contesto della transizione tra fascismo e Repubblica, i soggetti coinvolti e le complesse dinamiche. Le categorie interpretative sono andate in tal senso arricchendosi, sotto il profilo economico, sociale, politico e giuridico. Punto fermo resta, tuttavia, la fecondità di ricerche come questa in grado di intrecciare la ricostruzione di singole vicende (biografiche e istituzionali) con l’analisi dei rapporti sociali (di classe).
Così come resta necessaria un’analisi storica volta a individuare i punti di tensione tra l’elemento formale (la stessa riorganizzazione dello Stato) e quello materiale (in relazione alle lotte dei soggetti in carne e ossa). Letture come queste mostrano come sia fondamentale, oggi più che mai, un progetto di reinvenzione della democrazia a partire dal potenziale trasformativo del conflitto/i e da pratiche politiche capaci di sfidare l’ordine costituito.

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«Come nel 1960», quando Genova insorse contro la possibilità di ospitare il raduno dell’allora Msi, anche ieri il capoluogo ligure ha tenuto a sottolineare il proprio antifascismo. Alla notizia di un raduno di formazioni fasciste e xenofobe, Genova ha contrapposto la sua consueta tenacia, memore di aver costretto i tedeschi, nella seconda guerra mondiale, alla resa «senza condizioni».

to spostato a Sturla quartiere a levante, blindato dalla polizia in previsione di una manifestazione di antifascisti cui hanno preso parte anche Anpi e il sindaco Marco Doria. Quest’ultimo, di recente finito in piena crisi politica, ha tenuto a precisare la propria posizione: «L’importanza di essere qua è evidente, a fronte di posizioni che sono veleno per la democrazia, che seminano razzismo e intolleranza».

Nel corso della manifestazione indetta contro il raduno fascista ci sono stati alcuni scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti, ma tutto si è concluso con qualche lancio di fumogeni e petardi, ma nulla di grave. Intanto dal raduno dei nostalgici arrivavano le consuete parole d’ordine: «I veri rivoluzionari sono Putin e Trump» ha detto Roberto Fiore durante il suo intervento al convegno europee sul tema «Per l’Europa, per le patrie».

«Una grande rivoluzione sta vivendo la Russia di Putin, che non è più comunista, offre soldi per i bambini che nascono e dona terre alle famiglie. e Trump gli sta facendo eco». Altri interventi hanno sottolineato lo sdegno popolare di fronte alla propria iniziativa, richiamando i valori costituzionali sulle libertà di raduno, dimenticando, come accade spesso alle destre, che l’ordinamento legislativo costituzionale italiana proibisce ogni apologia del fascismo.

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L’immagine della locandina non è altro che la riproduzione di un frammento del Polittico della rivoluzione fascista di Gerardo Dottori, un pittore di regime, che lo dipinse nel 1934. Il quadro, in stile futurista, ritrae schiere di squadristi in marcia con bandiere nere, baionette e fez. Un’aperta ed esplicita apologia del fascismo. La locandina è stata approntata da Forza Nuova per promuovere un corteo nazionale, oggi pomeriggio, nelle vie del centro di Milano. Una manifestazione al contempo contro l’Unione europea e le élite finanziarie. «Basta lamentarsi, scendi in piazza contro i governi delle banche e i politicanti da talk-show», questo l’invito.

Forza Nuova, nata nel settembre 1997, è tra le più vecchie fra le formazioni neofasciste post-missine. Di stampo integralista cattolico, si ispira senza infingimenti, da sempre, alla Guardia di ferro rumena fondata da Corneliu Zelea Codreanu, uno dei più sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto, attivo negli anni Trenta e Quaranta, che arrivò a collaborare con i nazisti e praticare l’azione terroristica su larga scala. I «legionari» (così si facevano chiamare) della Guardia di ferro furono soprattutto protagonisti di spaventosi pogrom antiebraici, tra gli altri quello di Bucarest del 22 gennaio 1941.

Un atto bestiale. Irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo. Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo «carne ebrea». «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati. Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di ferro. Più di un centinaio furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi.

Costituita da Roberto Fiore (già promotore alla fine degli anni Settanta di Terza posizione) e da Massimo Morsello (prima nella sezione del Fuan di Via Siena a Roma, insieme a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, poi nei Nar), ambedue fuggiti a Londra nel 1980 (inseguiti da mandati di cattura per associazione sovversiva e banda armata, e successivamente condannati rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a otto anni e due mesi), Forza Nuova è stata più volte oggetto di attenzioni da parte della magistratura. Moltissimi sono stati gli episodi che hanno visto militanti e dirigenti di Fn, o che vi avevano fatto parte, condannati per aggressioni violente.

L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma riguardo la natura di questa organizzazione di particolare rilevanza sono stati due pronunciamenti della Cassazione. Quello del 10 febbraio 2011 (sentenza 4938 della Quinta sezione penale), che dopo aver assolto dall’accusa di diffamazione il direttore e un giornalista del Corriere della Sera, denunciati da Roberto Fiore, per l’intervista a un politico che definiva l’organizzazione «chiaramente fascista» e «portatrice di valori quali la xenofobia, il razzismo, la violenza e l’antisemitismo», affermava che «alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista, segnatamente delle leggi razziali», la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo». Con ciò ribadendo il contenuto di un’altra precedente sentenza dell’8 giugno 2010, sempre della Corte di Cassazione, avversa anch’essa a un’altra denuncia di Fiore, che ritenne invece «pienamente giustificato l’uso delle espressioni» «nazifascisti» e «neofascisti» nei confronti di Forza nuova.

Da tempo, Forza Nuova sta cercando un proprio spazio a destra della stessa destra più razzista, radicalizzando parole d’ordine soprattutto contro i profughi, ma anche seminando odio e veicolando notizie false e allarmistiche. Di recente, ad esempio, è arrivata ad accusare i migranti, sulle proprie pagine Facebook, di essere portatori dei batteri della meningite.

«Memoria antifascista», composta dalle associazioni che ricordano i compagni uccisi a Milano dai fascisti e dalle forze dell’ordine nel dopoguerra, e il «Comitato lombardo antifascista» (che ha raccolto in regione più di 25mila firme per chiedere lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste), unitamente all’Anpi, si ritroveranno oggi pomeriggio in piazza Fontana per un presidio. Il sindaco Giuseppe Sala, dal canto suo, si era esposto nei giorni scorsi dichiarando che «avrebbe fatto tutto il possibile per impedire la manifestazione neofascista». Alle parole non sono però seguiti i fatti. La gestione dell’avvenimento è stata infatti appaltata al questore. Risultato: Forza nuova, pur senza corteo, è stata autorizzata a tenere un comizio all’Arco della Pace, non lontano dal centro cittadino.

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MILANO Europa svegliati, per il bene dell’uomo bianco / Europa svegliati prima che sia troppo tardi / Europa svegliati ora», dice la canzone Europe Awake del 1984 degli Skrewdriver, il gruppo organizzato da Ian Stuart, la prima band inglese apertamente di estrema destra, fiancheggiatrice del National Front, fondatrice della rete Rock against communism (Rac).

E Europe Awake è il nome del raduno internazionale previsto per oggi, 19 novembre a Milano, in cui si esibiranno gruppi nazi-rock provenienti anche dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Norvegia. Sulla locandina accanto ai due martelli incrociati, il simbolo degli Hammerskin, compare anche l’insegna di Blood and Honour, con la Totenkopf, il teschio che adornava la divisa delle SS, con dietro una svastica a tre gambe, il cosiddetto Triskel già utilizzato da una divisione delle Waffen SS nel secondo conflitto mondiale.
A far da struttura portante per questi avvenimenti emerge sempre più il ruolo degli Hammerskin milanesi (con sede presso la Skinhouse di Bollate), tutt’uno con Lealtà azione, l’organizzazione neofascista data in crescita in Lombardia.

BLOOD AND HONOUR Inizialmente la sigla Blood and Honour («Sangue e onore»), uno dei motti delle SS, fu utilizzata nel 1979, agli albori del movimento naziskin in Gran Bretagna, sia come fanzine musicale sia come vero e proprio bollettino del movimento. Erano i tempi di Ian Stuart, già dirigente a Londra dello Young national front, che riuscì con la sigla Rock against communism, nell’aprile 1983, a organizzare il primo concerto nella zona orientale di Londra, a Stratford.

Da qui il costituirsi di una ragnatela con contatti solo in parte legati agli avvenimenti musicali, ben oltre la Gran Bretagna, in Belgio, Olanda, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti, Australia e perfino Giappone.

Blood and Honour, non più semplicemente una fanzine, si costituì dunque progressivamente come punto di riferimento di organizzazioni neonaziste, bande nazi-rock, case editrici e discografiche, negozi di abbigliamento e luoghi di ritrovo. A suo modo, in forme nuove, una nuova Internazionale nera.

IL VENETO FRONTE SKINHEADS In quegli anni fu il Veneto fronte skinheads a rappresentare la succursale italica di Blood and Honour. Il Vfs fece fin dall’inizio esplicita professione di razzismo, riconoscendo come propri maestri Giovanni Preziosi, Alfred Rosenberg, Julius Evola, Corneliu Codreanu, Léon Degrelle e Ante Pavelic. Senza infingimenti manifestò anche ammirazione per il Terzo Reich hitleriano, i suoi leader e i suoi simboli, la Guardia di Ferro rumena, il regime di Vichy, gli ustascia croati, l’Oas e il Ku Klux Klan.

MISURE DI CONTRASTO In Germania, Blood and Honour fu messa fuori legge il 14 settembre 2000. Secondo il ministro dell’interno di allora, il socialdemocratico Otto Schily, si trattava di un’organizzazione xenofoba e razzista. Anche la sezione spagnola di Blood and Honour nel 2005 fu smantellata. Secondo la Guardia civil il gruppo si finanziava con il traffico di armi. In Belgio, ai primi di settembre del 2006, dopo un’indagine durata due anni furono invece arrestati 17 uomini, undici dei quali militari (tra loro due sottufficiali), accusati di appartenere a Blood and Honour e voler mettere in atto azioni terroristiche.

COMBAT 18 Dopo la morte improvvisa, a soli 35 anni, di Ian Stuart, avvenuta il 24 settembre 1993 in un incidente stradale, fu il gruppo Combat 18 ad assumere il controllo di Blood and Honour.

Combat 18 (C18), in cui i numeri 1 e 8 stanno a indicare le due corrispondenti lettere dell’alfabeto A e H, cioè le iniziali di Adolf Hitler, è stato ed è in realtà un gruppo terroristico e clandestino. Nei suoi bollettini si incitava alla violenza e all’assassinio nei confronti dei nemici, debitamente indicati in «liste nere». Si passava dai comunisti ai membri del Partito laburista, ai funzionari delle organizzazioni dei rifugiati, agli attivisti antirazzisti.

UNA RETE EUROPEA Non furono solo parole. Centinaia nel complesso gli episodi, tra aggressioni e assalti, che furono addebitati a Combat 18. Il gruppo mantenne fin dall’inizio stretti rapporti con altri gruppi neonazisti, in particolare dell’Austria, dell’Olanda, della Danimarca, della Germania, della Norvegia e della Svezia.

Combat 18 rivendicò anche, insieme ai Lupi bianchi, gli attentati che nel mese di aprile del 1999 (dal 17 al 30) sconvolsero Londra. Ben tre in pochi giorni (a Brixton e nell’East End, quartieri abitati in prevalenza da immigrati, e in un bar gay di Old Compton Street), con bombe piene di chiodi che causarono tre morti e oltre 130 feriti.

IL NOME DI COMBAT 18 riapparirà in Russia, il 27 novembre 2009, dopo l’attentato al treno Nesvky Express (27 vittime in totale), attuato con un ordigno di 7 kg di tritolo posto tra le rotaie della linea ad alta velocità Mosca-San Pietroburgo e fatto brillare tramite un comando a distanza.

THE HAMMERSKIN NATION Gli Hammerskin sono uno dei gruppi più pericolosi e violenti della scena neonazista, in lotta nel mondo per imporre la «supremazia della razza bianca». Costituitisi come Confederate hammerskins verso la fine degli anni Ottanta, a Dallas nel Texas per mano di alcuni fuoriusciti dal Ku Klux Klan, raggiunsero una certa diffusione all’inizio del duemila con 19 sezioni statali (definite «capitoli») e 10 straniere (Canada, Gran Bretagna, Francia, due in Germania, Olanda, Spagna, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda).
I suoi militanti sono stati infatti più volte condannati per aver assaltato sinagoghe ebraiche o compiuto brutali pestaggi. Nel loro curriculum anche l’assassinio di alcuni giovani di origine africana. Modellati come una setta, gli Hammerskin si ispirano al neopaganesimo e ai miti nordici. Per potervi accedere è indispensabile essere bianchi e dimostrare una «sana conoscenza dell’ideologia nazionalsocialista».

LA CAPITALE DEGLI HAMMER In Italia la «capitale» degli Hammerskin è Milano, dove opera da sempre la sua componente più numerosa. Qui, non a caso, sono stati organizzati negli ultimi anni alcuni dei principali raduni europei: a Cinisello Balsamo, il 29 maggio 2010, per il ventesimo anniversario della costituzione della rete europea; il 26 novembre 2011, a Bollate, per l’HammerFest 2011 Italy; il 15 giugno 2013 al quartiere Rogoredo, con un migliaio di neonazisti anche dagli Usa (tra loro esponenti del Ku Klux Klan). L’ultimo, il 28 novembre 2015, fu un concerto di bande nazi-rock provenienti da mezza Europa, sempre a Milano, dal titolo Hammerfest 2015.
Il sindaco Beppe Sala si è detto indisponibile ad accogliere questo avvenimento. Ma ormai a decidere sono questure e prefetture. Per loro le leggi di contrasto all’istigazione razziale, etnica e religiosa non esistono più.

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