Fascismo-Antifascismo

L’Anpi protesta, arriva la condanna del partito regionale e lui si dimette

Catanzaro. Il vecchio camerata catanzarese Natale Giaimo può urlare la sua soddisfazione: «Finalmente è giunto il momento. Onoriamo degnamente uno dei padri nobili della comunità missina». Dal 13 agosto via Giuseppe Umberto Rauti (detto Pino) è nella toponomastica di Cardinale, borgo immerso nei colli che sovrastano Catanzaro, dove l’ex leader Msi nacque nel 1926. Da qui si trasferì a Roma per arruolarsi nel 1943 nella Rsi. Il resto è storia nota.

E domenica a Cardinale per la cerimonia c’erano tutti i Rauti, le figlie Alessandra e Isabella, il nipote emigrato in Toscana Antonio, c’era il sindaco della giunta di centrosinistra Giuseppe Marra (cugino di Rauti). E c’era anche un imbarazzato Umberto Marra, l’assessore ai Lavori Pubblici con delega alla toponomastica che ha la tessera del Pd in tasca, ed è persino segretario del circolo dem. Ha votato a favore della delibera, anzi, ha seguito personalmente la pratica istruita cinque anni orsono su istanza del segretario della sezione Msi, un altro che di cognome fa Marra, Sergio. Divisi, sulla carta e tessera alla mano, dalle idee politiche i Marra si sono trovati poi uniti e d’accordo sull’atto che ha formalizzato l’intitolazione della via. «Una strada vera dopo quella lastricata di sofferenze ma di inossidabile fede che l’ha accompagnato nella sua parabola terrena» ha commentato Francesco Storace sul Giornale d’Italia.

Le polemiche non si sono fatte attendere. A dar battaglia gli antifascisti. Già nei giorni scorsi Anpi, Cgil, Si, Pci, Rifondazione e Mdp avevano contestato la «deprecabile scelta». E anche la segreteria regionale del Pd aveva preso le distanze. «L’intitolazione di una strada a Pino Rauti, per quanto nel suo paese natale, rappresenta un fatto grave da condannare: per la prima volta in Italia si vuole celebrare una figura assolutamente controversa della storia del nostro Paese che nulla ha da condividere con i valori del nostro partito. Ci auguriamo che in tempi rapidi avvenga una chiara presa di distanza altrimenti saremo costretti ad assumere i necessari provvedimenti disciplinari».
Prima che arrivasse la sospensione dal partito, l’assessore dem ha deciso ieri di dimettersi da ogni incarico. «Ho commesso una leggerezza ed è giusto che mi faccia da parte. Sarò sempre un esponente del Pd, a meno che il direttivo regionale non mi spinga ad autosospendermi. Ma anche in questo caso continuerò a votare Pd». I partigiani, che già avevano bloccato l’intitolazione di una strada per Sergio Ramelli a Catanzaro, non si danno per vinti: «Ci opporremo in tutte le sedi anche rivolgendoci al prefetto. Quel che rattrista è constatare la debacle culturale, anche nel Pd, secondo cui l’antifascismo sarebbe un ferrovecchio, una roba superata» rileva Mario Vallone, presidente Anpi. Nel mentre, la Fiamma Tricolore festeggia: «Abbiamo vinto una battaglia che finalmente ha portato ad avere una via intitolata a Rauti».

FONTE: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

Generazione identitaria fa capo a un coordinamento europeo nato in Francia nel 2003 con sezioni in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. In Italia è sbarcata ad aprile del 2015 con un’assemblea a Cinisello Balsamo. Il gruppo è impegnato nel progetto Defend Europe: comprare o affittare navi per ostacolare i soccorsi sulle rotte della migrazione, in Italia soprattutto. A giugno la campagna è stata presentata in varie città italiane, a Bolzano l’assemblea è stata organizzata dal locale Movimento dei giovani padani, suscitando qualche polemica anche all’interno della Lega.

Il loro simbolo (un triangolo) e lo stile grafico della comunicazione si richiamano a Sparta, in un’intervista al blog Ereticamente del 2016 hanno delineato i loro riferimenti teorici: «Julius Evola è uno degli autori che gli identitari prediligono in tutta Europa, assieme ad Alain de Benoist».

Da luglio navigano nelle acque del Mediterraneo con la nave C-Star: «Il nostro obiettivo è svelare il lato oscuro delle Ong – aveva spiegato prima della partenza Lorenzo Fiato, rappresentante italiano del movimento -. La nostra prima iniziativa è stata a maggio, quando abbiamo noleggiato un gommone con cui abbiamo infastidito la rotta della nave Aquarius (la nave di Sos Méditerranée ndr). Volevamo impedirle di partire ma siamo stati fermati dalla Guardia costiera poco fuori Catania». La C-Star, mercantile di 40 metri battente bandiera mongola, è stata noleggiata per 60mila euro da un simpatizzante britannico. L’armatore è la Maritime Global Service Ltd, società inglese con sede a Cardiff, rappresentante legale è lo svedese Sven Tomas Egerstrom, legato a società del settore della sicurezza specializzate nella difesa privata con impiego di ex militari russi e ucraini.

«Abbiamo raccolto oltre 160mila euro con il crowdfunding – ha spiegato ancora Fiato -, soldi che serviranno per sostenere la nostra missione che dovrebbe svolgersi lungo le coste libiche. Le autorità locali sono dalla nostra parte». I tre obiettivi campeggiano sui siti dei promotori del viaggio: monitorare le Ong; «distruggere le imbarcazioni vuote, così che non possano essere riutilizzate dagli scafisti delle mafie»; «se necessario, salvare migranti che rischiano di affogare» assicurandosi però che «arrivino al primo porto sicuro non europeo». Il giorno dopo il sequestro della nave Iuventa dell’organizzazione non governativa Jugend Rettet, sul profilo Facebook di Generazione identitaria è comparso il post: «Le Ong a esclusione di Save the Children non firmano il regolamento voluto dal governo. Avevamo ragione noi: Ong scafisti!». Interessante che citino solo Save the Children, visto che a firmare erano state anche Moas e Proactiva Open Arms. Citano solo la Ong su cui agivano i due uomini della Imi Security Service che hanno dato l’avvio alle indagini contro Iuventa. Società, per altro, in rapporti con Gian Marco Concas, uno dei portavoce di Generazione identitaria, come raccontato da Famiglia cristiana.

La navigazione della C-Star è molto tormentata: ha già subito un duplice stop, prima a Suez e poi a Cipro, e poi di nuovo a Creta, deve le autorità li hanno dichiarati ospiti non graditi. A Catania, dove pure minacciavano di sbarcare, ci sono state proteste con lo striscione «Il mare aperto ai migranti, ma chiuso invece a razzisti e fascisti». Iniziative di anti C-Star anche in Tunisia.

A Cipro il 26 luglio è scoppiato un vero e proprio caso: il comandante, il suo vice e sette componenti dell’equipaggio sono stati accusati di traffico di esseri umani e documenti falsi, poi scagionati, per la presenza a bordo di 20 srilankesi: 15 sono sbarcati e hanno fatto rientro a casa, 5 hanno chiesto asilo politico. Per le Ong sarebbero rifugiati che avrebbero pagato il «passaggio», per Generazione identitaria erano apprendisti marinai che facevano pratica.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

 

Nel quadro dell’azione delle destre contro l’assistenza e la solidarietà verso chi fugge da fame e guerre, si stanno anche animando articolazioni pericolose come Gioventù identitaria, una sorta di coordinamento europeo nato in Francia nel 2003, con sezioni in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia, che punta ad armare navigli per respingere nel Mediterraneo i barconi dei migranti attraverso una criminale azione diretta.

Il progetto ha assunto il nome di «Defend Europe» e si ripropone di comprare o affittare navi per poi andare a ostacolare le operazioni di soccorso sulle rotte della migrazione che approdano in Europa, in Italia soprattutto. A tale scopo hanno lanciato una raccolta fondi che ha raggranellato in poco tempo oltre 64 mila euro, in buona parte attraverso PayPal, che ha subito congelato il conto dichiarando di non accettare versamenti a favore di «organizzazioni che predicano l’odio, la violenza o intolleranza razziale».

A maggio sono però riusciti ad impedire con una loro imbarcazione, messa di traverso nel porto di Catania, l’uscita per i soccorsi della nave francese Aquarius della Ong Sos Mediterraneé.

Ora è la volta di un altro tentativo con una nuova nave di 40 metri, la C-Star, affittata a Gibuti e, proprio in queste ore, diretta nel porto di Catania per imbarcare neofascisti italiani, francesi e tedeschi e successivamente spostarsi a largo della Libia per ostacolare i soccorsi.

Quelli di Generazione identitaria si definiscono «Patrioti», parlano di «amore per le proprie culture» e si scagliano contro chi alimenta «violenza e razzismo verso le nostre identità, con il chiaro intento di distruggerle». Le loro parole d’ordine sono: «terra, etnia e tradizione» e i loro nemici «tutti coloro che hanno deciso di supportare l’immigrazione di massa»: il mondo sindacale, la Chiesa Cattolica e l’antagonismo antifascista. Il simbolo adottato è quello che a suo tempo veniva inciso sugli scudi degli opliti spartani, la lambda, una sorta di triangolo verso l’alto che indicava il nome arcaico di Sparta.

Con il termine «Remigrazione», Generazione identitaria propone, tra l’altro, l’abolizione di qualsiasi tipologia di Ius Soli, il congelamento di tutti i processi di naturalizzazione, l’abolizione di qualsiasi tipo di ricongiungimento familiare, pene detentive per datori di lavoro che assumano immigrati non regolari, il divieto di costruzione di mosche e minareti e «lotta senza quartiere al razzismo anti-italiani».
Lorenzo Fiato, il loro segretario italiano, nello scorso mese di giugno, in una sorta di tour informativo, ha presentato il progetto di Defend Europe toccando città come Catania, Olbia, Brescia, Modena e, come ultima tappa Bolzano, dove ha tenuto una pubblica assemblea insieme alla Lega.

Neanche tanto nascosta la natura neofascista del gruppo. In un’intervista al blog «EreteicaMente» animato, tra gli altri, da Mario Merlino (ricordate? il provocatore di Avanguardia nazionale infiltratosi tra gli anarchici nel 1969), Generazione identitaria non ha disdegnato di indicare tra i propri principali riferimenti Julius Evola, il padre del neonazismo italiano.

FONTE: Saverio Ferrari, Marinella Mandelli, IL MANIFESTO

CHIOGGIA. Dai saluti romani e gli inni al regime, agli agenti della Digos tra gli ombrelloni. Dai comizi nostalgici e i cartelli con le immagini di Mussolini, alla polizia scientifica sull’arenile. È bufera sul caso di “Punta Canna”, la spiaggia fascista di Chioggia il cui titolare, Gianni Scarpa, esalta pubblicamente il Duce e fa propaganda in mezzo a centinaia di bagnanti del lido («qui vige il regime, la democrazia mi fa schifo, se non vi piace me ne frego!»). Dopo la denuncia di “Repubblica”, ieri questura e prefettura di Venezia si sono attivate sulla vicenda: Scarpa è stato denunciato per apologia di fascismo, la Procura della Repubblica di Venezia aprirà un fascicolo ed è probabile che all’imprenditore — su questo punto il pallino è in mano al Comune di Chioggia — verrà revocata la concessione della spiaggia.

Ma andiamo con ordine. Ieri mattina il questore, Vito Danilo Gagliardi, che ha definito il caso «raccapricciante», ha inviato a “Playa Punta Canna” i poliziotti della Digos e della scientifica per verificare la situazione e capire da quanto tempo e con quali modalità va avanti la singolare “politicizzazione estremista” dello stabilimento balneare: un lido posto tra le ultime dune di Sottomarina, verso la foce del Brenta, frequentato ogni giorno da oltre 650 clienti.

Gli agenti della questura hanno acquisito anche gli audio e le immagini pubblicate dal nostro giornale. In una registrazione si sente Scarpa che intrattiene i bagnanti con un discorso amplificato dalle casse in spiaggia: «A me la democrazia mi fa schifo… Io sono totalmente antidemocratico e sono per il regime. Ma non potendolo esercitare fuori da casa mia, lo esercito a casa mia. A casa mia si vive in totale regime… ». Poi, dopo un’intemerata contro Papa Francesco («lo rimandiamo a Buenos Aires con un ponte, visto che non vuole costruire i muri»), l’attacco ai tossicodipendenti («li sterminerei tutti”) e al «50% della popolazione mondiale che è merda e qui dentro non entra».

Parole choc gridate in un luogo pubblico (la spiaggia è in concessione ma resta demaniale), un posto arredato con cartelli che esaltano la “legge del fucile”, l’“uso del manganello sui denti” e le “camere a gas”.

«Storia sconcertante — commenta Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane — Vi ringrazio per avere portato alla luce e denunciato questa vicenda, ma è preoccupante che lo debba fare il giornalismo e non le autorità, le istituzioni, la politica. Troppo spesso assenti. Dove sono, mi chiedo?».

Torniamo a Scarpa. Con i suoi inni a Mussolini, le foto dei saluti romani e i “me ne frego”, con i suoi comizi balneari che incitano alla violenza e alla discriminazione, il titolare di “Punta Canna” sfida due leggi del nostro ordinamento: la legge Scelba (che vieta l’apologia di fascismo) e la legge Mancino (sull’odio e la discriminazione razziale). «Il caso Chioggia è uno scandalo sul quale chiederemo al governo di riferire in aula», attacca Lele Fiano, deputato Pd.

La storia di “Punta Canna” ha suscitato indignazione sul web, nella politica (la presidente della Camera Laura Boldrini se ne è occupata personalmente) e tra le associazioni antifasciste. «È sconvolgente che ci sia stata tolleranza su quanto accadeva in un lido molto conosciuto e frequentato — dice Diego Collovini dell’Anpi veneto — Penso anche a chi ha concesso la spiaggia a questo signore». Le concessioni demaniali passano dal Comune. «Stiamo approfondendo per capire che cosa sia accaduto — assicura il vicesindaco di Chioggia, con delega al Demanio, Marco Veronese — Ci sono due temi: uno è quello della concessione, e ci siamo attivati. L’altro è penale: se è stato commesso un reato, va punito». Va giù duro il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: «Porteremo la vicenda in Parlamento perché non è possibile che tutto sia avvenuto senza che nessuna autorità si sia accorta di nulla, e solo dopo l’inchiesta giornalistica di Repubblica qualcosa si sia mosso. Vogliamo che sia fatta chiarezza e che la concessione demaniale sia ritirata ».

Interrogazioni urgenti al ministro degli Interni, Marco Minniti, sono annunciate anche da Antonio Misiani del Pd, che parla di «vergogna intollerabile » («la spiaggia va chiusa, la simbologia nazifascista non è folklore»), e dalla senatrice di Articolo 1 Lucrezia Ricchiuti («continuo a denunciare il riorganizzarsi di gruppi neonazifascisti, spero che il ministro questa volta si attivi»).

Fonte: PAOLO BERIZZI, LA REPUBBLICA

 

Casa Pound

NOSTALGIA del fascismo? Gli episodi degli ultimi tempi, dal raduno con braccia tese nel saluto romano al cimitero monumentale di Milano alla lista ispirata palesemente al fascismo nel comune mantovano di Sermide fanno pensare ad un ritorno di fiamma del passato.
LA realtà è più sfumata. Per prima cosa non si può dimenticare che, fino a vent’anni fa, c’era un partito al governo — Alleanza Nazionale — che affondava le proprie radici, non del tutto recise, nel (neo)fascismo. Infatti, quando Gianni Alemanno diventò sindaco di Roma nel 2008 fu salutato al Campidoglio da un manipolo di camerati con il saluto romano. E un beniamino dei tifosi della Lazio andò alla curva dello stadio per festeggiare il goal con la stessa modalità nostalgica (ovviamente senza nessuna sanzione).

C’è quindi un retroterra assai solido rispetto a questi ultimi episodi; e girando l’Italia si incontrano osti con il vino Benito, locali con scritte del ventennio, bancarelle con cimeli del Duce, fino al caso dello stabilimento balneare di Chioggia di cui dava conto Repubblica ieri. Il fascismo è stato un fenomeno di tale importanza, penetrato “totalitariamente” in ogni ganglio della società per due decenni, che non è bastato l’eroismo dei pochi che hanno combattuto per la libertà per estirparlo dalla cultura politica profonda del nostro paese. Ancora una volta, “non è stata una parentesi”. Anzi, come diceva Piero Gobetti, narrava la nazione come ne fosse l ‘autobiografia. Con un lascito così ingombrante e senza aver fatto alcun esame di coscienza lasciando, o forse sperando,che si stendesse una coltre di oblio sul passato senza doverlo rinvangare, non sorprende che di tanto in tanto riemergano fenomeni di nostalgia. Ma questi sono solo la punta di un iceberg: ma non di un fascismo risorgente, quanto della debolezza della cultura liberale e democratica.

Gli ostacoli che ancora oggi vengono continuamente frapposti alla espansione dei diritti civili, un tempo non a caso sostenuti solo da sparute minoranze attive come quella dei radicali di Marco Pannella, sono un segno della difficoltà a far diventare moneta corrente i cardini dello stato di diritto. Separazione dei poteri, rispetto per le minoranze, accettazione (in ogni ambito) del dissenso, faticano ad infrangere il profondo desiderio per una figura di autorità che metta tutti a tacere. Sia la società civile, ripiegata a fare i propri interessi senza nessun senso dello Stato, che la politica, scissa tra incapacità a rispondere alle domande dei cittadini e pulsioni plebiscitarie stimolate da capi e capetti, favoriscono un allontanamento dai principi e dalle istituzioni democratiche.
È in questo contesto che matura l’insoddisfazione radicale verso “il sistema” e fanno breccia coloro che propongono visioni alternative e modalità diverse di agire politico. Il fenomeno Casa Pound, pur nella sua dimensione ancora limitata, è emblematico della capacità di attrazione che hanno riferimenti nostalgici mixati con quella domanda di identità e appartenenza che circola nella società italiana. Ancora più del pasticheideologico di Casa Pound, attrae l’offerta di una militanza che si trasforma in comunità politica. Se movimenti come questo, e altri che ruotano nella galassia nera dell’estrema destra, si radicano in fasce giovanili è perché tutti i partiti hanno abbandonato il rapporto con la società civile, o lo attivano solo in maniera strumentale, senza quel coinvolgimento ideale e progettuale che rilancerebbe la loro immagine.
La democrazia necessita di continua manutenzione per non farla scadere a ritualità. Questi segnali di una ricerca di alternative radicali incrinano la certezza che le istituzioni e i principi che le governano siano al riparo da crisi più profonde.

Fonte: PIERO IGNAZI,  LA REPUBBLICA

 

E un forte rapporto con i servizi di intelligence Usa. Indagini della magistratura italiana hanno stabilito il suo coinvolgimento nelle stragi degli anni Settanta

Quando il 23 maggio 1974, nel corso della cosiddetta «Rivoluzione dei garofani» che mise fine alla dittatura in Portogallo, un reparto di fucilieri di Marina appartenenti al nuovo Governo fece irruzione al numero 13 di rua das Pracas a Lisbona, presso gli uffici dell’Aginter Presse, si scoprì un enorme archivio con documenti e microfilm riguardanti ogni paese del mondo. Un’officina per la fornitura di falsi documenti con visti e timbri dei principali Paesi europei, un centro di reclutamento e addestramento di mercenari, nonché i nomi dei referenti di un’organizzazione fascista internazionale denominata «Ordre et Tradition» e del suo braccio militare Oaci («Organization d’action contre le communisme international»).

Si erano messe le mani sulla più importante centrale internazionale eversiva allora esistente, nascosta dietro una finta agenzia di stampa, finanziata, come si scoprirà, dal precedente governo portoghese, ma anche da ambienti dell’estrema destra francesi, belgi, sudafricani e sudamericani, oltre che da alcuni servizi segreti occidentali quali la Cia, la Dgs spagnola e il Kyp Greco.

Questa vicenda è stata ora ricostruita da Andrea Sceresini in un agile lavoro giornalistico dal titolo Internazionale Nera. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea (Chiarelettere, pp. 173, euro 15).

TORNANDO AL 1974, nell’ottobre di quello stesso anno, in Portogallo, la Commissione per lo smantellamento della Pide (il servizio segreto salazarista) permise agli inviati del settimanale «L’Europeo», Corrado Incerti, Sandro Ottolenghi e Piero Raffaelli, di visionare gli incartamenti ritrovati. Il tempo di fotografare non più di 500 documenti, poi utilizzati per alcuni servizi giornalistici.

L’Aginter Presse prese corpo a Lisbona nel 1966 grazie all’iniziativa di un gruppo di reduci dell’Oas (l’Organisation de l’armée secrète, la formazione terroristica nata per contrastare l’indipendenza algerina). Qui, già sul finire del 1962, si era trasferito l’ex capitano dell’esercito francese Yves Guillou, che assumerà lo pseudonimo di Ralf Guérin Sérac. Per le sue competenze e la sua esperienza di ufficiale dei commandos e dei servizi di sicurezza, fu inizialmente ingaggiato come istruttore dalla «Legione portoghese», l’organizzazione paramilitare del regime, quindi dalle unità antiguerriglia dell’esercito.
Guérin Sérac venne presto raggiunto a Lisbona da altri reduci dell’Oas, oltre che da ex combattenti dell’Angola e dell’Indocina. Secondo il rapporto finale della commissione d’inchiesta portoghese, furono i ministeri della difesa e degli esteri a finanziare sistematicamente l’Aginter Presse.

IL PORTOGALLO, posto alla periferia dell’Europa, retto da una feroce dittatura fascista, con soli nove milioni di abitanti e privo di un esercito numeroso, abbisognava per la sua guerra in Africa ai movimenti di liberazione, in difesa dei suoi possedimenti coloniali, di personale militare specializzato e di mercenari, oltre che di strutture non ufficiali cui affidare operazioni «sporche», come l’infiltrazione, l’insediamento di informatori e di provocatori, oltre che la liquidazione dei dirigenti dei movimenti di liberazione.

Va detto che il nome dell’Aginter Presse era già emerso nel corso delle indagini sulla strage del 12 dicembre 1969 a Milano. Solo poche ore dopo il tragico evento, infatti, il Sid (il servizio segreto militare) indicava in Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino i responsabili degli attentati commessi nella stessa giornata a Roma, su ordine di Guérin Sérac e Robert Leroy dell’Aginter Presse. Nella stessa nota si faceva anche esplicito riferimento all’infiltrazione nelle file anarchiche, in specifico nel circolo «22 marzo», di esponenti di Avanguardia nazionale con il proposito di addebitare al movimento libertario la colpa delle azioni terroristiche.

IL GIUDICE ISTRUTTORE Guido Salvini, nell’ambito delle ultime indagini sulla strage di piazza Fontana, cercò a sua volta di ricostruire le gesta dell’Aginter Presse. «Aappare assai probabile – scrisse nelle sue conclusioni – che l’Aginter Presse sia intervenuta in Italia, sul piano dell’ispirazione e in parte del piano operativo, nella strategia delle stragi e dei più gravi attentati» fornendo «a partire dalla fine degli anni Sessanta, un protocollo di intervento, valido anche per gli altri Paesi europei, alle organizzazioni dei singoli Paesi, fra cui l’Italia, in termini di tecniche di infiltrazione e addestramento all’uso degli esplosivi, ispirando probabilmente anche singoli attentati o campagne terroristiche».

«Ordine nuovo è la struttura prevalentemente responsabile, in termini di esecuzione materiale, degli attentati del 12 dicembre 1969», attuando in seguito anche «tramite Gianfranco Bertoli la strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973» e «molto probabilmente la strage di piazza della Loggia a Brescia Avanguardia nazionale è probabilmente responsabile degli attentati “minori” del 12 dicembre 1969». Queste ulteriori conclusioni, contenute nella seconda ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Guido Salvini, hanno trovato più di una conferma, non solo in sede storica, ma anche in successive diverse sentenze processuali.

CON LA CADUTA del regime dittatoriale in Portogallo, nell’aprile 1974, l’Aginter Presse fuggì precipitosamente da Lisbona, trasferendosi a Madrid sotto la protezione dei servizi segreti spagnoli. Nella capitale spagnola aveva intanto trovato da tempo rifugio un nutrito gruppo di latitanti di «Ordine nuovo» e «Avanguardia nazionale». Particolarmente eclatante fu, in Spagna, l’azione condotta il 9 maggio 1976, quando pochi mesi dopo la scomparsa di Francisco Franco, a Montejurra, in Navarra, Stefano Delle Chiaie, Augusto Cauchi, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini, insieme ai «Guerriglieri di Cristo Re» e altri neofascisti argentini, francesi e portoghesi, parteciparono armati, all’assassinio a colpi di pistola di due giovani democratici, ferendone numerosi altri, nel corso di una manifestazione organizzata dal movimento carlista, dislocatosi sotto la guida di Carlos Hugo su posizioni antifranchiste.

L’Aginter Presse fu molto di più di un’organizzazione fascista internazionale. Fu, infatti, in grado di esercitare azioni terroristiche e di sabotaggio, di impiantare vere e proprie operazioni di guerra grazie a strutture militari coperte, di condurre missioni finalizzate all’infiltrazione e alla guerra psicologica, di colpire obiettivi umani e militari. Rappresentò in buona sostanza una sorta di sub-agenzia collegata ai servizi segreti occidentali e da questi utilizzata per operazioni all’estero «coperte». Ciò accadde in Africa, Sudamerica ed Europa.

INDISCUTIBILI furono i suoi rapporti con la Cia. Alcuni dei suoi stessi uomini, come Robert Leroy e Jay Simon Salby, d’altro canto già provenivano da esperienze di collaborazione con la Nato o addirittura, come nel caso di Salby, avevano partecipato al soldo degli americani al fallito sbarco a Cuba, alla Baia dei porci.
In questa sua veste l’Aginter Presse operò anche sul piano politico, svolgendo un’azione di coordinamento e di raccordo delle diverse realtà neofasciste e anticomuniste su scala internazionale, quasi una funzione di cerniera.

Diversi i meriti del lavoro di Andrea Sceresini. Non solo quello di aver ricostruito il contesto storico e politico, collocandovi vicende assai poco conosciute come l’operazione «Blue Moon», il progetto di diffusione delle droghe nei movimenti giovanili occidentali, ma anche di aver rintracciato alcuni dei protagonisti, riuscendo a strappare, come nel caso di Jean-Marie Laurent, a suo tempo numero due dell’Aginter Presse, soprannominato «Lafitte», un’intervista tutt’altro che scontata.

Un appunto: il non aver indicato le fonti storiche e giudiziarie utilizzate (un limite) e l’aver dato eccessivo credito alle parole di Vincenzo Vinciguerra, ex ordinovista, responsabile della strage di Petano del 31 maggio 1972.

FONTE: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

L’11 aprile scorso c’era stata l’irruzione al consiglio comunale di Monza al grido «No alle case ai profughi», giovedì sera è stata la volta di Milano, con una ventina di militanti di Casa Pound che sono riusciti interrompere la seduta inveendo contro l’accoglienza. Questa dell’integrazione sembrerebbe essere divenuta in tutta Italia la battaglia principale dei «fascisti del terzo millennio». Ma il neofascismo segue a ruota, cercando propri spazi, la traiettoria delle destre che ambiscono al governo del Paese, della Lega in special modo. L’opposizione allo Ius soli ne sta evidenziando sempre più la contiguità. Emblematico lo scontro, anche fisico, il 15 giugno scorso, con la gazzarra dei parlamentari leghisti dentro l’aula del Senato e le contemporanee scaramucce di strada all’esterno, protagonisti Casa Pound e Forza nuova. Una battaglia che morde. Il ribaltamento nei sondaggi in pochi mesi con la maggioranza degli italiani portata a bocciare la legge sul diritto di cittadinanza per chi è nato in Italia da genitori stranieri, rappresenta un pessimo segnale.

Sullo sfondo, nell’ambito del successo del centro-destra nelle ultime elezioni amministrative, la forte ripresa elettorale leghista rappresenta un dato preoccupante. La media nel Centro-Nord per il partito di Salvini è stata del 14 per cento, con percentuali tra 20 e 30 per cento in Lombardia. Ad Alessandria (13,82%), Piacenza (12,90%), Lodi (14,22%) e Monza (14,21%) la Lega è il secondo partito più votato. A Genova (12,95%) è il terzo. A Parma raggiunge il 12 per cento. Accanto all’exploit della Lega vanno anche segnalati i risultati dei Fratelli d’Italia che raggiungono il 14% a La Spezia e oscillano tra il 6 e l’8 in certe zone di Toscana, Emilia Romagna, Lazio e Venezia Giulia.

In questo contesto il caso di Casa Pound che raggiunge il 4,81% a Todi e soprattutto il 7,84% a Lucca, con due eletti, divenendo la terza forza politica della città. I dati evidenziano una tendenziale omogeneità, attorno all’1,5% dei consensi, là dove Casa Pound ha presentato proprie liste. Da qui una sorta di euforia con proclami a un prossimo ingresso nelle aule parlamentari, dove «far volare sedie e schiaffoni».
Monza, la terza città della Lombardia, la coalizione vincente di centro-destra si è invece avvalsa del sostegno dei neofascisti di Lealtà azione, che hanno fatto confluire i loro consensi su una figura, Andrea Arbizzoni dei Fratelli d’Italia (3,86%), che è stato il primo degli eletti con 455 preferenze. Lo stesso candidato a sindaco del centro-destra Dario Allevi ha tenuto la sua prima iniziativa di campagna elettorale proprio nella sede di Lealtà azione. La sua vittoria potrebbe aprire a una pericolosa deriva, con la sponsorizzazione delle iniziative dei gruppi fascisti, se non la diretta distribuzione a loro di alcune deleghe amministrative.

In questo quadro nel campo neofascista si sta delineando un nuovo asse interno, nonché una sorta di sfida da non sottovalutare. La prova di forza del 29 aprile ultimo a Milano, che ha visto un migliaio di camerati di Lealtà azione e di Casa Pound sfilare uniti tra saluti romani al Cimitero Maggiore, dopo il divieto posto dalle autorità a manifestare il 25 aprile, dice di un’alleanza tra la principale organizzazione lombarda, ovvero Lealtà azione, e la formazione guidata da Gianluca Iannone. Lealtà azione, per altro, sta acquisendo nel neofascismo settentrionale, attraverso l’associazione Memento, il testimone della memoria un tempo nelle mani dei reduci della Rsi.

Diverse le iniziative di ripristino di tombe, lapidi e monumenti dei caduti repubblichini, degli squadristi degli anni Venti e dei gerarchi del regime mussoliniano, non solo a Milano, Monza e Crema, ma anche in città di altre regioni come Genova, San Remo, Savona e Alessandria. Nell’occasione del 29 aprile è stata anche lanciata una sfida da parte di queste due organizzazioni con i propri dirigenti in bella vista sfilare in prima fila. La sfida riguarda l’essere legittimamente riconosciuti come fascisti, intenti in atti di apologia, provocando le istituzioni a intervenire sia sul versante giudiziario che politico. Al momento non si conoscono reazioni, tanto meno istituzionali, con un Ministro dell’Interno silente e una magistratura che vede accumularsi sulle proprie scrivanie rapporti di polizia giudiziaria, denunce ed esposti, senza dare segni di vita. La realtà è che si stanno strutturando organizzazioni neofasciste basate su un reclutamento a carattere sempre più giovanile, con un evidente salto generazionale e una disciplina interna assai marcate, con la propensione all’esibizione di tipo paramilitare. Una stagione nuova.

FONTE: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Casa Pound

MILANO. È un’onda nera, quella che nell’anniversario della morte di Mussolini ha allungato un’ombra sull’Italia. Sempre di più. Da Milano, dove la prefetta promette denunce e dove le mille braccia tese in un saluto romano collettivo dei militanti di Lealtà Azione e CasaPound davanti alle tombe dei repubblichini al Campo 10 del cimitero Maggiore hanno assunto anche il sapore amaro della provocazione diretta alle istituzioni che il 25 Aprile avevano vietato quella stessa manifestazione. A Cremona, dove altri “no” sono stati aggirati e altre braccia si sono alzate per commemorare il segretario del partito fascista Roberto Farinacci, tra bandiere della Repubblica di Salò e le note di “Giovinezza”. Da Dongo, nel Comasco, dove il duce fu catturato, e dove solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato che i nostalgici con corone d’alloro e fiori per i gerarchi fucilati si scontrassero con l’Associazione locale dei partigiani.

Eccola, la geografia nera di un Paese che sembra non riuscire ad archiviare il passato. Una mappa che ha toccato anche Roma con lo striscione appeso da Forza Nuova al Colosseo per gridare “Viva il Duce”. E Vicenza, con il necrologio con tanto di foto di Mussolini apparso per annunciare una manifestazione e un rosario da far recitare a un sacerdote espulso dalla Chiesa per aver negato l’esistenza delle camere a gas naziste. Troppi sfregi. Tanto che la presidente della Camera Laura Boldrini invita il Parlamento a procedere sulla legge in discussione per contrastare con più incisività la propaganda neofascista. «Lo Stato non si faccia deridere dai nostalgici — ha detto — Le manifestazioni fasciste in Italia non possono essere consentite: né il 25 Aprile, né in qualsiasi altro giorno dell’anno. I raduni con tanto di saluti romani di Milano e Cremona rappresentano un affronto alla democrazia nata dalla Resistenza». Anche il presidente milanese dell’Anpi, Roberto Cenati, denuncia «un aumento di rigurgiti fascisti in aperto contrasto con i principi della Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino. Il quadro è preoccupante ed è inaccettabile che a 72 anni dalla Liberazione si ripresentino questi oltraggi».
A Milano, dove la tensione si respira da giorni, i mille neofascisti del saluto romano sono stati il triplo dei 300 che avevano messo in scena lo stesso rito un anno fa. Perché quello del cimitero Maggiore è un film che si ripete da tempo. E che, questo 25 Aprile, il sindaco Beppe Sala e la prefetta Luciana Lamorgese hanno cercato di fermare. Il blitz è avvenuto, con quattro giorni di ritardo, incrociandosi con un un’altra data simbolo dell’estrema destra: il ricordo di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù morto negli anni Settanta dopo un’aggressione da parte di esponenti di Avanguardia Operaia, del repubblichino Carlo Borsani, del consigliere provinciale missino Carlo Pedenovi. Proprio Sala aveva tentato un gesto di «pacificazione », presentandosi alla cerimonia di commemorazione di Ramelli e Pedenovi e deponendo una corona di fiori. Ma di fronte alla parata nera del Campo 10, ha pronunciato parole nette. Perché un conto, ha detto, è la «memoria », un altro «l’apologia di fascismo ». Per questo, adesso, il sindaco invoca denunce delle «autorità competenti». Ma anche «una ferma condanna da parte di tutte le forze politiche. Milano non merita queste offese». Le prime, ha annunciato la prefetta, arriveranno. Anche perché, ha spiegato Lamorgese, quella al cimitero Maggiore è stata «una manifestazione clandestina». La questura sta indagando per identificare chi ha fatto il saluto romano e un fascicolo sarà consegnato «già domani» al procuratore aggiunto Alberto Nobili.

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Buona la 72esima. Decine e decine di migliaia di persone. Una lunga teoria di spezzoni distanti e auto riferiti perché ormai la memoria condivisa non basta più. Anche se antifascista. Non un corteo solo, ma cinque, anche dieci. Cominciamo con lo scoop che si auto avvera: la contestazione alla brigata ebraica, con annessi amici di Israele. Alle 15,17 si accendono i riflettori, la notizia è sempre in piazza San Babila. Ci sono più giornalisti che contestatori con la bandiera della Palestina. Sono tre minuti di fischi e insulti – si dice «attimi di tensione» – poi tanti saluti e arrivederci alla prossima.

LA FESTA POPOLARE più bella, almeno a Milano, anche se a tratti sembra un pranzo di natale in una famiglia dove ci si saluta a malapena, quest’anno è cominciata al mattino. Al cimitero Maggiore, dove centinaia di cittadini hanno portato garofani rossi in omaggio ai partigiani milanesi. Nello stesso luogo, entrando alla spicciolata per il divieto di parata imposto dalla questura, si sono ritrovati trenta fascisti per commemorare i repubblichini.
Però la vera novità del corteo, inutile girarci attorno nella speranza che sia un abbaglio, è lo spettacolo da circo equestre messo in piedi dallo spezzone del Pd per dare senso a una presenza che si fa sempre più imbarazzante nella piazza storica della sinistra italiana. Si sono pittati tutti di blu sventolando le bandierine dell’Europa con indosso la t-shirt «patrioti europei», con servizio d’ordine in giallo canarino e colonna sonora in evidente stato confusionale: la Marsigliese, in un sussulto di macronizzazione (conosceranno il testo poco centrista?), l’Inno di Mameli (dovrebbero conoscerlo) e Heroes di Bowie (tenerezza).


L’esibizione di tanta enfasi europeista ai nastri di partenza ha agitato i militanti del centro sociale Cantiere, presenti in piazza con molti rifugiati («Nessuno è illegale»): il quasi contatto è stato disinnescato tra insulti e spinte, protestavano contro la legge Minniti-Orlando sull’immigrazione.

PROSEGUIAMO. Lo spezzone impossibile da esaurire in uno spazio fisico si presenta in disordine sparso lungo tutto il corteo. Il colore è rosso. Sono gli esponenti più (o meno) in vista della sinistra italiana, quasi ignorati, accompagnati dai militanti, tutti alla ricerca di almeno un percorso già segnato dove è impossibile sbagliare strada: qui si va dritti in Duomo con la certezza di un antifascismo a sfumature più o meno accese. Rilassante. C’è Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), c’è Paolo Ferrero (Rifondazione comunista), ci sono Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, dietro lo striscione di Articolo 1-Mdp disperso in fondo al corteo, a centinaia di metri di distanza dal blu tristezza dei renzian-macroniani. Poi, naturalmente, Giuliano Pisapia, il pontiere che tutti abbraccia, l’unico che deve sottoporsi al rito del selfie con i bambini. Per restare ai partiti, ci sono anche le bandiere dei Cinque Stelle ma senza vip al seguito (ognuno li collochi spazialmente dove gli pare e dispiace).
Fin qui lo sguardo più politico-istituzionale, come sempre preceduto dai gonfaloni dei Comuni e dallo spezzone dei deportati, e attraversato da decine di associazioni che poi sono l’ossatura di un popolo che si ostina a cercare una via d’uscita a sinistra pur in assenza di una rappresentanza degna di questo nome – Arci, Acli, Emergency, Naga, comitati di quartiere, ambientalisti, migranti, realtà autogestite, fabbriche, associazioni di donne, i Sentinelli di Milano, i sindacati al gran completo…

CHIUDIAMO con due piacevoli sorprese. La prima è dove lo scarto con la parte più istituzionale della manifestazione si fa evidente. Laggiù in fondo. Qui l’età media si abbassa, i centri sociali ci sono ma non sono più gli unici titolari delle nuove generazioni che non ci stanno, nuove sigle si moltiplicano, nuove identità si solidificano, bandiere mai viste, circolano giornali di carta, c’è un’aria vintage di «comunismi» adolescenti declinati in forme inedite ancora da indagare. La seconda sorpresa invece è sul palco. Si chiama Beppe Sala, il sindaco. Celebra solennemente il 25 aprile e lo fa per lanciare un’altra data, il 20 maggio: «Milano senza muri», vuole fare come a Barcellona. «La Liberazione non è mai finita e oggi noi pensiamo che Liberazione è vincere la paura del nuovo, dell’incontro con chi viene da lontano. Tolleranza, apertura e condivisone sono valori fondanti di questa nuova stagione, valori che affrontiamo con forza contro la paura, l’odio e la separazione. L’accoglienza è un dovere prima di tutto umano che non prevede l’indulgenza verso i terroristi». Il tema è delicato, speriamo che il sindaco (e gli assessori del Pd) abbiano il coraggio di affrontarlo non limitandosi ad organizzare un’allegra sgambata all’insegna dell’accoglienza, senza mettere in discussione le politiche sull’immigrazione del governo di riferimento.

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Ho sempre pensato che di partigiani e di Resistenze ce ne sono stati molti nelle tante geografie e ambienti, contadini e urbani, così come sono stato sempre dell’idea che quando la Storia accelera, lo spazio individuale delle scelte si riduce.

Quello del destino stringe a un feroce faccia a faccia con se stessi. C’è stata la Resistenza eroica e ufficiale, quella politica, militare e organizzata, ma anche una minore fatta dai molti, non meno necessaria, di chi si è dato per generosità un coraggio che forse anche un minuto prima non sapeva di possedere, e quel coraggio l’ha pagato con la propria vita o salvandone un’altra.

Pensando oggi 25 Aprile a quella generazione di cittadini combattenti sembra irrepetibile, come quell’epica lontanissima e lirica dei libri di Beppe Fenoglio che ha raccontato la lotta partigiana in alcuni romanzi formidabili come “Una questione privata”, dove storia individuale e Storia collettiva diventano una cosa.

Ecco, insieme con quella pubblica, eroica (e retorica), è esistita ed esiste anche una Resistenza privata.

Questo si ripete sempre a ogni scontro epocale tra civiltà e barbarie, che è quotidiana, nel Nord e nel Sud del mondo, in un autobus affollato o in un treno per un insulto razzista, in una fabbrica quando le leggi del profitto mettono i lavoratori uno contro l’altro e si diventa piccoli kapò pronti a tutto pur di mantenere un privilegio consumistico; nelle scuole votate al marketing, negli ospedali indirizzati al business etico, laddove si diventa complici del pensiero unico.

Questo conflitto lo stiamo vivendo anche adesso, diverso e in parte sommerso, ma con le stesse lacerazioni umane, prima che sociali e politiche. Lo stiamo vivendo con distanza di valori da allora, una frattura dolorosa tra una forte esperienza del mondo e un sogno di trasformazione e il reality show dell’eterno presente dove “sembra scomparsa la profondità del mondo”, per dirla con le parole di Paolo Volponi.

La nostra Resistenza civile è forse minoritaria, ma c’è.

Tacere, non fare quella scelta, significa ancora abdicare al proprio dovere di esseri umani, permettere una violenza, un’ingiustizia, diventare indifferenti di fronte a una sopraffazione tra forti e deboli, soprattutto rispetto ai popoli migranti, due volte vittime di un capitalismo selvaggio che sottomette globalmente e respinge localmente.

Come allora, anche oggi una parte maggioritaria del nostro paese, minacciata dalla crisi, anestetizzata dal pensiero debole, orfana della politica, sta cedendo alle lusinghe di un’indifferenza che è diventata ideologia forte, poetica del social solo, narcisismo di massa e preludio a una nuova barbarie, se ci pensiamo bene già in corso da tempo.

La Resistenza privata, prima ancora di quella collettiva, non ha bisogno di grandi esibizioni, basta essere fino in fondo cittadini, ci sono persone civili che la esercitano quasi senza rendersene conto, altri devono fare uno sforzo maggiore perché disabituati a prendere la parola.

Sì, perché la Resistenza è fatta anche di nuove parole, la lotta avviene anche e soprattutto nel lessico, nel rimettere in circolo certi vocaboli civili, e anche nel fare con passione un racconto diverso, onesto della realtà, e praticare un pensiero sovversivo cercando di riportare in luce ciò che l’informazione asservita alle logiche dell’inserzionista, e la cattiva cinematografia, trasformano in accattivante, anestetizzante e odiosa fiction.

Questo dobbiamo e possiamo fare ogni giorno e per tutti i giorni dell’anno.

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