Internazionale

Dopo la “Loi Travail” sindacati e movimenti temono una nuova offensiva. Il racconto di una mobilitazione continua sin dai primi minuti dall’elezione all’Eliseo dell’ex ministro dell’economia socialista nel quartiere di Ménilmontant

PARIGI. “Macron dimissioni! Un giorno è sufficiente”. Lo slogan è rimbalzato da twitter al corteo convocato dal collettivo “Fronte sociale” che ha sfilato a Parigi all’indomani dell’elezione a presidente di Emmanuel Macron. Da 7 a 10 mila (1.600 per la polizia) hanno risposto all’appello di alcune federazioni della Cgt, di Sud, dell’Unef e dei movimenti che si sono battuti contro la “Loi Travail”, la riforma del mercato del lavoro già sostenuta dal neo-presidente della repubblica francese quando era membro del governo socialista.

Al primo punto del suo programma Macron ha inserito una nuova riforma del codice del lavoro definita “semplificazione”. Inoltre ha promesso un nuovo attacco alla contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. Infine ha assicurato maggiore libertà ai datori di lavoro nel definire “la durata effettiva del lavoro”, il numero di ore lavorate dai dipendenti. Vecchio pallino delle confindustrie di tutta Europa, e del Medef francese, la Loi Travail in versione El Khomri non è stata abbastanza. Dopo le legislative di giugno la lotta per la destrutturazione delle norme del diritto del lavoro e della precarizzazione ricomincerà.

Preoccupa anche lo strumento legislativo che Macron intende adottare: la decretazione per “ordinanze”. Una scelta in continuità con il governo socialista di Manuel Valls che sospese la discussione parlamentare applicando il famigerato articolo 49.3 della costituzione gollista. Lo stato di emergenza dichiarato nel paese in funzione anti-terrorista è stato applicato per approvare la riforma più contestata della storia della quinta Repubblica. Sembrano le premesse per un ritorno dell’opposizione sociale a un’idea liberista del mercato del lavoro che ha già spianato i socialisti.

Il “Fronte sociale” aveva già manifestato a Parigi il 22 aprile scorso con numeri inferiori. Tra il primo e il secondo turno delle presidenziali il suo appello ha dato una forma politica allo slogan scritto ai piedi della Marianna in place de la République, nella serata del primo turno: “Ni patrie, ni patron, Ni Le Pen, ni Macron”. Indipendentemente dalla “peste o dal colera che arriverà al potere”, il corteo di ieri è stato la “prima mobilitazione sociale” in un paese che vuole rompere con la dialettica artificiale nella quale si è cercato di rinchiudere la politica transalpina: tra il fascio-populismo del Front National e il liberismo compassionevole di Macron.

L’opposizione intende ripartire dalla questione sociale che, insieme a quella della violenta discriminazione delle popolazioni immigrate e dei francesi di nuova generazione, è la radice di una frattura di classe multipla che porta con sé i germi di una radicalità ancora più dirompente.

“Quello che ci aspetta è molto grave – ha detto Romain Altmann (Info-Com Cgt) – una Loi Travail 2”. “Chiunque sia al potere, donna o uomo, mai come oggi da 40 anni abbiamo subito tante regressioni sociali”. Le inquietudini diffuse tra i militanti non hanno spinto ancora le grandi centrali a prendere posizione. L’annuncio di Macron ha prodotto sconcerto anche tra i vertici sindacali. Il primo maggio, Jean-Luc Melenchon ha chiesto di non toccare di nuovo il codice del lavoro, correggendo l’impressione diffusa che Macron voglia rilanciare una “guerra sociale” nel paese. Da Macron nessuna risposta. Durante l’estate la nuova legge potrebbe prendere forma.

Anche la gestione della piazza ieri si è rivelata in continuità con quella precedente dei socialisti. Prima di arrivare a Bastille, un plotone di Crs – vestiti da robocop e armati con fucili a pompa che sparano flashball e proiettili di gomma Lbd 40 millimetri – hanno fatto irruzione nel corpo del corteo. Una “nasse” (gabbia) è stata costruita, il corteo diviso. Colpi di Lbd sono stati esplosi, sono stati denunciati tre feriti in una manifestazione pacifica. L’obiettivo di queste azioni è spezzare il corteo e disperderlo, stavolta senza successo. Già domenica, a pochi minuti dopo la notizia dell’elezione di Macron, la durezza poliziesca ha avuto modo di manifestarsi contro i cortei “selvaggi” e pacifici nel quartiere di Ménilmontant, nell’Est parigino non ancora del tutto bianco e franco-francese.

A piccoli sciami, i gruppi si sono iniziati a muovere in gruppi da dieci a cinquanta, camminando veloci in uno dei quartieri meno imperiali e turistici di Parigi. Appuntamenti volanti alle fermate del metrò Couronnes, Belleville e Jourdain. Evitare le grandi piazze, silegge sui social. Ma la polizia risponde e organizza posti di blocco mobili. Il primo è già fulmineo. In rue Sorbier, davanti a Lieu-dit, uno dei bar più popolari della zona che aggregano le sinistre radicali nella Capitale. Una volante svolta all’incrocio e quasi investe un ragazzo. Alcuni giovani la fermano e sbattono i pugni sui finestrini: “Cassez-vous!” urlano. “Andate via!”.

Camionette bianche sgommano all’incrocio con rue de Ménilmontant. Come da un altro pianeta sbarcano gli agenti Crs e puntano fucili a pompa. Tra loro c’è anche una donna. Un agente si rivolge a un ragazzo con il “Tu” e non il “Voi”. Lui si infuria: “Lei non si deve permettere!”. In Francia il “vous” resta ancora una formalità importante. “Tout le monde déteste la police”: lo slogan delle grandi manifestazioni contro la riforma del mercato del lavoro “Loi Travail” rieccheggia in stradine familiari sotto un gigantesco murales che ricorda la danza di Matisse: “Nous les gars d’Ménilmontant”. Come atto di sfida il plotone con i caschi e gli scudi fende la piccola folla che si è radunata in strada.

A cinquecento metri più in giù, dove mezz’ora prima si celebrava un ”piccolo ballo selvaggio” con una banda e centinaia di giovani, la prima “nasse” della serata è pronta. Camionette e plotoni hanno accerchiato e disperso la folla danzante. “Si può passare, ma non risalire” dice un agente gigante con un passamontagna sotto il casco.

Micro-cortei di giovani e giovanissimi, studenti e precari di diverse nazionalità, si susseguono per ore, mentre gli agenti con le armature li inseguono a fatica. Si riparte per Couronnes. I poliziotti caricano il corteo davanti con bombe stordenti e lacrimogeni, mentre con i manifestanti che li seguono dietro usano gas urticanti per allontanarli. A Rue des Panoyaux si è formata un’altra “nasse” che ha isolato 130 manifestanti pacifici. Nove sono stati fermati dalla Bac, le “brigate anti-criminali”, agenti in borghese vestiti come i manifestanti, mentre una persona avrebbe ricevuto il foglio di via dal quartiere. Gli arrestati sono caricati su un pulmann. I manifestanti hanno cercato di fermarlo, ma sono stati allontanati a furia di spray, mentre una squadra di Crs ha schierato gli scudi.

Di nuovo a rue Sorbier, all’incrocio con rue Ménilmontant, sono state lanciate un paio di bottiglie vuote. In risposta sono stati esplosi lacrimogeni. Il fumo ha invaso i bar. Dopo avere rotto l’accerchiamento il bus è ripartito. Gli sciami dei manifestanti hanno girato il quartiere per radunare le persone. La caccia del gatto al topo è continuata fino a oltre le due di notte. È un primo segnale per chi ieri si è risvegliato a Macronia, un paese che è una pentola a pressione.

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Sabato sera, a Santiago, città dove iniziò nel 1953 la guerriglia contro il governo di Fulgencio Batista con l’assalto alla caserma Moncada, una folla di decine di migliaia di persone ha cominciato a dare l’ultimo saluto a Fidel Castro al grido di «Yo soy Fidel» («Io sono Fidel»).

Come era avvenuto a L’Avana e in tutte le città toccate dalla carovana che ha trasportato le ceneri del líder maximo nell’oriente dell’isola per la rituale sepoltura (quasi mille chilometri tra due ali di folla), la partecipazione popolare all’evento ha superato le previsioni della vigilia. La televisione cubana ha trasmesso tutto in diretta, alternando documentari storici a interviste a gente qualunque.

Si è potuto vedere un paese in lutto che ha perso chi – nel bene e nel male, spesso con eccessi di personalismo – lo ha guidato per oltre cinquant’anni. Vecchi, giovani, finanche bambini, emozionati hanno espresso il loro cordoglio confermando che la controversa figura di Fidel è comunque per tutti i cubani che vivono nel loro paese un padre della patria il cui lascito non potrà essere cancellato con un colpo di spugna.

Cuba ha sicuramente necessità di democrazia politica e di ulteriori riforme, troppo timide finora, ma chi si ostina a descrivere l’isola come un campo di concentramento, seppure tropicale, governato per decenni da un dittatore in divisa militare verde olivo, rischia di aver capito poco o nulla di una storia così peculiare come quella cubana, dove nazionalismo indipendentista con tinte latinoamericane e aspirazioni socialiste si intrecciano e dove – pur con tanti limiti – si è tenuto testa agli Stati uniti che volevano annettersela e poi all’addio di Mosca e dei paesi del «socialismo reale».

C’è invece qualcosa che va capito in quella storia e che spiega pure cosa è accaduto nell’ultima settimana, come hanno dimostrato le telecamere di tutto il mondo, a iniziare dalla statunitense Cnn che ha ormai a L’Avana un ufficio di corrispondenza da molti anni.

A Santiago, il discorso funebre è stato tenuto da un commosso Raúl Castro di fronte a molti invitati stranieri, tra cui i brasiliani Lula da Silva e Dilma Rousseff, il boliviano Evo Morales, il venezuelano Nicolas Maduro (c’era pure Diego Armando Maradona da sempre amico di Cuba): «Fidel, ti giuriamo di difendere la patria e il socialismo. Ci hai mostrato quello che si può diventare: un paese indipendente e rispettato, una potenza in campo medico e nel settore delle biotecnologie».

Il presidente cubano ha poi ribadito, rivolgendosi alla folla e senza nominare il nuovo inquilino della Casa bianca, Donald Trump: «Possiamo superare qualsiasi ostacolo per l’indipendenza e la sovranità della patria. Insieme si può».

È infatti la gelosa difesa della propria autonomia l’immediata preoccupazione del governo dell’Avana di fronte agli annunci bellicosi che vengono da Washington e dalla Florida con l’obiettivo di azzerare quanto fatto da Barack Obama (riapertura delle ambasciate, ripristino di normali relazioni diplomatiche, embargo meno rigido con inediti rapporti commerciali che puntavano all’eliminazione delle misure di penalizzazione economica).

Nel corso del suo breve discorso, Raúl ha fatto pure un annuncio: «Fidel, fino alla fine, rifiutava qualsiasi manifestazione di culto della personalità. Per questo, ci ha lasciato detto che il suo nome non deve essere utilizzato per ricordarlo con monumenti o denominazioni di strade, di piazze e di istituzioni pubbliche».

Un testamento quindi sobrio, che conferma la diversità di Cuba dai rituali a cui ci avevano abituati i paesi del «socialismo reale».

Sobria è stata anche ieri mattina, domenica, la cerimonia di sepoltura delle ceneri di Fidel nel cimitero di Santa Ifigenia a Santiago: pochissimi invitati presenti con i familiari e alcuni rappresentanti del governo.

La tomba, che non ha iscrizioni particolari ed è avvolta dalla bandiera cubana, è vicino ai caduti nell’assalto alla caserma Moncada e non molto distante dal mausoleo dedicato a José Martí, eroe della guerra di indipendenza contro la Spagna che si concluse, dopo trent’anni, nel 1898. A questo ultimo atto era presente anche Ségolène Royal, ministro dell’ecologia di Francia, che ha descritto ai giornalisti la cerimonia finale con parole di stima verso Fidel Castro attirandosi le ire della destra francese.

C’è un’ultima curiosità nell’addio cubano a Fidel.

Ieri, 4 dicembre, era il giorno dedicato a Santa Barbara. Secondo la religione afrocubana della santeria molto rispettata nell’isola, questa santa equivale all’immagine di Shangó nel pantheon dei santi africani: il protettore delle armi, dei fulmini, dell’amore, delle acque, il fustigatore dei malfattori.

La leggenda di Castro, secondo le credenze popolari, è stata sempre protetta da Changó. Quindi, la data di sepoltura può non essere stata casuale.

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Reportage. Agli slogan degli studenti nordamericani si affianca la posizione dei militanti degli anni Sessanta

Fin dalla notte newyorkese che ha sancito la vittoria di Trump, Black Lives Matter è lo slogan più ripetuto nel corso delle proteste seguite all’elezione. Gli fa da contrapposizione l’urlo dei supporter del neo presidente Blue lives Matter. Blue come il colore delle divise della polizia.

Black Lives Matter nasce nel 2012 a seguito dell’uccisione da parte della polizia del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin e oggi è una parte rilevante del movimento studentesco statunitense, insieme a organizzazioni come Stop Mass Incarceration, contro la spregiudicatezza delle incarcerazioni, Fight for $15, che lotta per il raggiungimento di un accordo sul salario minimo garantito, Dreamers, che rivendica i diritti dei cittadini senza documenti e IEC (Incarceration to Education Coalition), per la libertà di accesso all’istruzione per gli studenti con precedenti penali, oltre a vari altri coordinamenti attivi su tematiche come il cambiamento climatico e il costo delle rette universitarie, che qui sono tra le più alte del mondo.

A giudicare dalle aree d’interesse del movimento studentesco sembrerebbe che i giovani prevedessero la vittoria del candidato repubblicano Donald J. Trump e volessero in qualche modo giocare d’anticipo. Ma non è così.
Le contestazioni degli studenti non fanno altro che richiamare l’attenzione della politica e della società civile su questioni rimaste in gran parte inascoltate anche negli otto anni della presidenza Obama, durante i quali, al di là del valore simbolico dell’elezione del “presidente nero”, sono state disattese quasi tutte le aspettative sostanziali.
Un aiuto per cercare d’interpretare meglio anche la schiacciante vittoria di Trump e le presunte capacità preveggenti dei giovani, ci viene dato dai leader del movimento degli anni Sessanta, che rispetto ai loro colleghi odierni possono far affidamento su una memoria storica più ampia.

Il bilancio del mandato democratico di Obama e più in generale della politica statunitense appare infatti decisamente negativo con le dichiarazioni di Carl Dix, portavoce nazionale del Partito Comunista Rivoluzionario, di Jamal Joseph ex Pantera Nera e membro del Black Liberation Army e Cornel West, filosofo, docente emerito presso Princeton e attivista del movimento Democratic Socialist of America.
È proprio quest’ultimo che durante una recente intervista definiva l’eventuale vittoria di Trump come una catastrofe fascista anteposta al disastro neoliberale di una vittoria della Clinton. Nelle sue teatrali arringhe pubbliche West punta il dito in modo inequivocabile contro un sistema che opprime brutalmente le minoranze, specie se afroamericane, a favore di un ristretto gruppo di privilegiati che detengono potere e risorse finanziarie. A una Hillary Clinton che dichiarava di essersi sempre battuta per i diritti dei bambini, West chiedeva a quali bambini si riferisse, tenuto conto che la riforma del Welfare del 1996 firmata da suo marito Bill aboliva gli aiuti federali in vigore dal 1936 per i figli di famiglie con basso reddito. “Nemmeno Ronald Reagan l’avrebbe firmata”.

Ancora più nette le dichiarazioni di Carl Dix, il rivoluzionario, come gli piace farsi chiamare.
Ci vediamo qualche giorno dopo una protesta contro la brutalità della polizia organizzata dal suo partito davanti al carcere di Rikers, in Queens. Il penitenziario è tristemente famoso per gli episodi di violenza nei confronti dei prigionieri, ma anche verso i dipendenti e le guardie della struttura correttiva. Dix mi racconta che il giorno dell’inaugurazione del mandato presidenziale stava incontrando alcuni studenti entusiasti per l’elezione del presidente afroamericano: “La nostra generazione ha già fatto la rivoluzione grazie all’elezione di un presidente di colore.” La risposta di Dix fu lapidaria: “Questo è il mio biglietto da visita. Chiamatemi tra sei mesi se qualcosa cambierà. Se sei mesi vi sembrano pochi, chiamatemi tra un anno.” Nessuno lo ha più chiamato. “Perché è cosi che il potere è impostato”, sostiene Dix, “Repubblicani e Democratici sono il prodotto dello stesso sistema imperiale e capitalista che non permette a nessuno che voglia davvero cambiarlo di raggiungere le posizioni di controllo.”

Alberto Vourvoulias è professore di giornalismo presso l’Accademia Americana di Roma e in precedenza è stato direttore della sezione latino americana di Time Magazine. Lo incontro nella sua casa a Brooklyn per parlare del movimento Dreamers e per farmi spiegare quali sono stati i risultati ottenuti dall’amministrazione Obama sulla delicata questione dei cittadini “senza documenti”. Dopo una lunga esposizione Vourvoulias fa notare che sebbene da una parte l’istituzione dei permessi di lavoro Daca abbia concesso ai figli degli immigrati irregolari di poter lavorare temporaneamente per un periodo di due anni, dall’altro, l’amministrazione del presidente afroamericano s’è fatta carico del più alto numero di deportazioni della storia del Paese, dopo che sempre un’altra amministrazione democratica, quella Clinton, aveva iniziato a costruire i primi muri tra Messico e USA.
Evidenzia delle criticità anche Jamal Joseph, oggi professore presso la Columbia University, ma che fin dalla sua militanza nelle Black Panther maturò la convinzione che numerosi problemi della società moderna potessero essere ricondotti allo sfruttamento liberal capitalista sviluppatosi grazie all’istituzione della schiavitù “sulla quale questo paese s’è letteralmente costruito”, come spiega il professor della Cornel University Edward E. Baptist nel suo libro: The Half Has Never Been Told: Slavery and the Making of American Capitalism.
Durante la conversazione nel suo studio che affaccia sul viale principale del campus della Columbia University, Jamal Joseph si spinge oltre e paragona l’attuale struttura privata carceraria e il relativo sfruttamento della forza lavoro dei prigionieri a una moderna forma di schiavitù. Ampiamente sottopagati “i detenuti lavorano per alcuni dei marchi più famosi, come Victoria Secrets, Wholefoods, oltre a produrre articoli da campeggio e microprocessori.” Questa opinione è rafforzata dalle parole di Greg Tate, musicista, scrittore, professore di studi americani presso la Brown University, membro della Black Rock Coalition  e con un passato come editor nel Village Voice: “ll paradosso di tutto ciò è che a causa dei precedenti penali, una volta usciti dal carcere non riescono a trovare un posto di lavoro nelle stesse aziende per le quali producevano quando erano dietro le sbarre”

Proprio sul parallelismo tra schiavitù e sistema carcerario – privato – statunitense, negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi sociologici, come ricordava qualche mese fa a Radio24 il professor Luconi, docente di storia americana presso l’Università di Firenze. Con un giro d’affari di miliardi di dollari e quasi due milioni e mezzo di persone dietro le sbarre, delle quali diverse centinaia di migliaia lavorano per colossi come Ibm, Boeing, Motorola, Microsoft, Dell, HP, Intel, AT&T etc., lo sviluppo di questo apparato “ha visto i democratici ugualmente responsabili”, dichiara Pina Piccolo, poetessa italoamericana e attivista, stabilitasi in Italia dopo aver vissuto trent’anni negli USA.

Anche i normali lavoratori vivono una condizione poco invidiabile, come mi fa notare un ex direttore della TV Discovery Channel. Ci vediamo una domenica a pranzo nel cuore del Lower East Side. “Il milione e mezzo dei dipendenti statunitensi di Wall Mart, – la più grande multinazionale al mondo della grande distribuzione – riesce a mangiare grazie ai buoni pasto federali. Le tasse degli americani sovvenzionano una delle compagnie più redditizie del pianeta.” Scopro che cita una ricerca del 2014 effettuata dall’organizzazione Americans for Tax Fairness elaborata grazie agli studi redatti nel 2013 dal Democratic Staff of the U.S. Committee on Education and the Workforce, i cui risultati furono pubblicati nel 2014 dalla rivista Forbes e che attestavano in $6.2 miliardi il costo dei dipendenti di Wall Mart per i contribuenti Americani, tra buoni pasto federali, assistenza sanitaria e programmi per la casa. Ricerca che che Wall Mart contestò subito dopo.

Qualche mese prima Forbes aveva pubblicato un’altro studio, redatto questa volta da ricercatori dell’università di Berkeley, che evidenziava come gli oltre 3 milioni e mezzo di dipendenti dell’industria dei fast food costasse ai contribuenti 7 miliardi di $ di cui all’incirca la metà per i programmi d’assistenza sanitaria per i bambini dei dipendenti di aziende come McDonalds, Pizza Hut, Taco Bell, KFC, che ricevono mediamente un salario di $8,69 l’ora, ben lontano dai $15 richiesti come salario minimo.
In un’intervista dell’Aprile scorso, Ed Rensi presidente di McDonald USA per 13 anni, fa notare che l’introduzione del salario minimo di 15$ porterebbe a un azzeramento dei profitti per il 90% dei punti vendita in franchising e che in Europa, dove le regole sui salari sono più rigide, l’azienda ha iniziato a sperimentare con successo l’introduzione di chioschi automatici che prendono le ordinazioni, tagliando di fatto migliaia di posti di lavoro.

Insomma, invece di ripensare le politiche commerciali si preferisce perseguire la strada della riduzione del costo del lavoro.

Provo a cercare una voce di positività rivolgendomi a Romie Williams, studentessa all’NYU grazie a una borsa di studio elargita dalla fondazione Gates con la quale riesce a pagare i $ 30 mila dollari annuali di retta per i suoi corsi di studio. Il programma Gates Millennium Scholars favorisce l’accesso a un’istruzione d’eccellenza per “gli studenti di colore.” Romie studia “Social Justice” con un focus in “Urban Education Reform” e presiede numerosi gruppi extra scolastici come la Black Student Union, Feminists of Color Collective, LGBTQ Student Center. Adesso è a Londra per una residenza all’estero all’interno del suo percorso di studi. Le chiedo che cosa pensa della recente vittoria di Trump, se ritiene che con Sanders le cose sarebbero andate diversamente, oppure se, come dicono Cornel West e Carl Dix, tutto dovrebbe essere cambiato perché così i politici sono unicamente il prodotto di un capitalismo corrotto.
Secondo Romie “i politici non sono che l’espressione degli elettori. L’apparato di controllo deve essere sfidato e cambiato con una rivoluzione, anche se molti sono spaventati all’idea del cambiamento.“
Le chiedo allora a che tipo di rivoluzione si riferisca, tenuto conto che proprio chi dovrebbe essere sfidato ha permeato sia l’apparato educativo che i media, lasciando alle persone ben poca autonomia, tenuto conto che è difficile sfidare qualcuno quando è lui che procura le risorse economiche per gli studi prestigiosi che poi permettono di trovare un buon lavoro con il quale pagare i debiti contratti all’università. Mi risponde che per il momento non ha una soluzione a questa domanda.

Con queste premesse era impensabile aspettarsi un supporto incondizionato al partito democratico volto solo a ostacolare la vittoria di Trump, che anzi, dopo aver ricevuto aspre critiche anche dai suoi è stata grottescamente percepita come “l’unica alternativa al sistema per cercare di bilanciare le risorse di un paese iniquo e contraddittorio” come mi ha detto John Vaughan, uno dei numerosi supporters di Trump intervistati dalle televisioni di mezzo mondo fuori dall’hotel Hilton la notte delle elezioni.

Se Vaughan abbia ragione o meno è difficile da dire.
Sicuramente il movimento studentesco dovrà cambiare solo il destinatario delle proprie proteste, che non saranno più rivolte al “potere amico” rappresentato dal presidente afroamericano, bensì verso il nuovo corso del tycoon newyorkese. Gli argomenti di contestazione, invece, rimarranno sostanzialmente gli stessi e soprattutto è quasi certo che se non saranno attuate delle specifiche politiche sociali, la condizione di povertà di 45 milioni di cittadini americani, la precarietà dei quasi 16 milioni di “undocumented people” e lo sfruttamento della popolazione carceraria a favore delle corporation private, continueranno a rimanere questioni irrisolte.

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«È nostro dovere – scriveva Viginia Woolf in Le Tre Ghinee – pensare: che società è questa in cui ci troviamo a vivere? Cosa significano queste cerimonie e perché dovremmo prendervi parte?» Non dobbiamo mai smettere di chiederci che prezzo siamo disposte a pagare per fare parte di questa civiltà e delle istituzioni al maschile che la sostengono. Queste parole risuonano oggi con rinnovato vigore.

Bisogna sempre pensare contro il proprio tempo, soprattutto ora che ci troviamo a raccogliere i pezzi di un sogno infranto: la prima donna eletta alla presidenza degli Stati Uniti. Come ha scritto Donna Haraway su Facebook: «Sì ho pensato che avremmo lottato insieme nel contesto dell’amministrazione neoliberale e parzialmente progressista di Clinton. Ho pensato che il cambiamento climatico e l’estinzione e tante altre cose sarebbero rimasti temi centrali. Devono esserlo ancora. Ma ora dovremmo unirci per combattere fascismo, razzismo scatenato, misoginia, antisemitismo, islamofobia, anti-immigrazione, e molto altro. Sento il cuore spezzarsi e ri-radicalizzarsi».

Sì, la parola chiave è ri-radicalizzarsi – superare questa sconfitta traumatica, imparare dai nostri errori e dagli errori altrui per sviluppare una nuova prassi politica.

Derrida, d’altro canto, ricorda il carattere suicida della democrazia. Partirei dalla consapevolezza che la democrazia in sé non ci salverà, non in una fase storica di ascesa di nuovi populismi. Negli anni Trenta del XX secolo, l’epoca di Virginia Woolf, si è votato «democraticamente» per i partiti nazional-socialisti, che hanno poi affossato le libertà più basilari e commesso immani atrocità. La ripetizione di questi fenomeni induce a chiedersi perché la democrazia rappresentativa non sia capace di sviluppare anticorpi verso gli elementi reazionari. Penso ovviamente all’uso strumentale che del referendum è stato fatto in Gran Bretagna, Olanda e Italia.

La vittoria di un misogino, incapace, maschilista e pericoloso razzista quale è Trump rende più che mai evidente la vulnerabilità e i limiti della democrazia rappresentativa. Assistiamo a un re-imporsi delle retoriche razziste della politica dell’emergenza e della crisi, Trump ha marciato proprio sul senso di insicurezza diffuso tra le classi meno abbienti americane. All’alba del Terzo millennio Bush aveva una strategia simile. Certo il ritorno in auge del populismo presenta importanti elementi di novità, da indagare con urgenza.

Tutti i populismi – che siano di destra o di sinistra – si equivalgono. A destra, gli appelli astratti alla nozione sacralizzata di autenticità culturale hanno sostituito le retoriche del sangue e del suolo. A sinistra, le classi devastate da declino economico e austerità hanno autorizzato l’espressione pubblica della rabbia dei bianchi – per lo più uomini: whitelash, colpo di ritorno dei bianchi.

Comportandosi come un’etnia urbana in pericolo di estinzione, producono forme virulente di populismo ultra-nazionalista. Fanno del loro senso di vulnerabilità un vero cavallo di battaglia – come se le sole ferite che contano fossero le loro. Queste ferite inflitte alle classi più vulnerabili sono state interpretate come disincanto politico post-ideologico, ma non si può dire che il populismo di sinistra non sia altrettanto misogino e xenofobo. Io mi oppongo fermamente ad entrambe le versioni: tutti i populismi ruotano attorno al perno della supremazia maschile e della bianchezza. Basti considerare il sostegno entusiasta che un intellettuale come Žižek ha prestato a Trump nei giorni cruciali prima delle elezioni americane. La misoginia di Žižek è nota, tuttavia stavolta si è svenduto alle destre e dovrebbe essere ritenuto responsabile per una tale deriva.

Certo, la sinistra ha enormi responsabilità: è anche grazie agli errori dei precedenti leader e delle vecchie coalizioni «democratiche» che i repubblicani hanno vinto. D’altra parte, il populismo di destra di personaggi quali Trump e Johnson è una forma così palese di manipolazione da risultare nauseante, si esercita sulle persone più colpite da ristrettezze economiche.

Questi manipolatori usano i/le migranti e tutte le soggettività «altre» come capri espiatori. Appellarsi a tali leader nazionalisti significa riprodurre quello che Deleuze e Guattari chiamavano micro-fascismo. E i micro-fascisti sono a destra tanto quanto a sinistra.

Sul piano filosofico, non posso fare a meno di interpretare queste elezioni attraverso il Nietzsche di Deleuze: siamo nel regime politico della «post-verità», alimentato da passioni negative quali risentimento, odio e cinismo. In quanto docente ritengo che il mio compito risieda nel combattere con gli strumenti critici del pensiero, dell’insegnamento, ma anche della resistenza politica: non solo nelle aule, ma nella sfera pubblica.

In quanto filosofa ritengo necessario portare avanti una critica dei limiti della democrazia rappresentativa, a partire dallo spinozismo critico e dall’esperienza storica dei femminismi. Non possiamo fermarci all’antagonismo, non è sufficiente la fede nella dialettica della storia, dobbiamo elaborare una politica dell’immanenza e dell’affermazione, che richiede cartografie politiche precise dei rapporti di potere dai quali siamo attraversate/i. Abbiamo bisogno di ri-radicalizzare in primis noi stesse/i.

Nel mio lavoro ho sempre sostenuto che l’afflizione e la violenza conducono all’immobilismo, non sono foriere di cambiamento. All’indomani della vittoria di Trump ne sono ancora più convinta: occorre mettersi alla ricerca di forme di opposizione costituenti, capaci di dar vita a politiche concrete. Non nego che il processo in corso sia doloroso e difficile. Tuttavia, come ha sostenuto Hillary Clinton, la rabbia non è un progetto, va trasformata in potenza di agire, organizzata, indirizzata non solo «contro», ma anche «per».

Risulta chiaro a tutte/i che Trump è il baratro di negatività della nostra epoca, che avevamo bisogno di tutto meno che della sua vittoria. Mi permetto però di chiedere: e poi? Siamo contro l’alleanza tra neolibersimo e neofondamentalismo che Trump oggi, come Bush ieri, incarna a pieno. Dobbiamo però accordarci su cosa vogliamo, cosa desideriamo costruire insieme come alternativa. Dobbiamo capire chi e quante/i siamo «noi».

La risposta, e la reazione a questi fenomeni, passa attraverso la composizione collettiva di pratiche collegate all’etica dell’affermazione di alternative condivise e situate. Quello delle passioni negative non è il linguaggio che propongo come antidoto all’avvelenamento dei nostri legami sociali. Pertanto mi chiedo: siamo capaci di immaginare pratiche e teorie politiche affermative, di creare orizzonti sociali di resistenza? Di che strumenti ci dotiamo per non arrenderci al nichilismo e all’individualismo?

Abbiamo dalla nostra parte parte potenti etiche politiche: da Spinoza a Haraway, da Foucault a Deleuze. Abbiamo pratiche all’altezza della sfida: dalle Riot Grrrl alle Pussy Riot, passando per le cyborg-eco-femministe e le attiviste antirazziste e antispeciste, innumerevoli irriverenti e cattive ragazze rivendicano autodeterminazione, creano nuovi immaginari e nuove forme di affettività. Muse ispiratrici per modelli di soggettività alternativi a quelli costruiti sull’isolamento, queste cattive ragazze ci insegnano che le modalità di resistenza alle violenze e alle contraddizioni del presente viaggiano di pari passo alla creazione di stili di vita in grado di sostenere i desideri di trasformazione.

Forse in Italia vedremo questa potenza politica nelle piazze il 26 novembre. Ed è forse giunto il momento che la sinistra impari dal pensiero e dalle pratiche femministe, dai movimenti antirazzisti e ambientalisti. È inaccettabile che nel 2016 come nel 1966 i sedicenti intellettuali di sinistra sminuiscano il portato delle nostre lotte riducendole a politiche identitarie. È tempo di ri-radicalizzare la sinistra mostrandole gli effetti del suo stesso sessismo e della sua negazione della politica affermativa femminista.

(traduzione di Angela Balzano)

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II plauso e il giubilo di conservatori, speculatori e corrotti, per il governo che avrà la Spagna e per il suo presidente che sarà di nuovo Mariano Rajoy, dopo quasi un anno, due tornate elettorali e grazie all’astensione del Psoe. Meno entusiasmo per gli oltre dieci milioni di elettrici ed elettori che, con il loro voto, speravano di realizzare una alternativa di sinistra. Al di là di questi sentimenti contrapposti è evidente che si sta formando un governo che continuerà a demolire lo stato sociale, a distruggere l’ambiente e a togliere libertà e diritti, soprattutto alle donne e ai soggetti politici antagonisti.

Una triplice alleanza, come già l’ha battezzata Pablo Iglesias, tra PP, Psoe e Ciudadanos. Oggi è questa l’essenza della governabilità della Spagna che taglia fuori quella metà del paese che non ha votato per nessuno di loro. Una nomina per Rajoy, frutto di una decisione storica del Psoe e di quei baroni socialisti che affermano, per calmare una base in rivolta, che l’astensione serve solo ad impedire terze elezioni e non a rinunciare a costruire dall’opposizione l’alternativa alle destre. Opposizione su cosa, quando, con chi? Forse i deputati socialisti si opporranno alla nuova ondata di sacrifici e tagli allo stato sociale che Rajoy farà per obbedire alla Commissione europea? O finirà l’assurda chiusura socialista ai 67 deputati di Unidos-Podemos, a cui l’astensione socialista lascia ora il compito di organizzare, in parlamento e nel paese, l’opposizione?

Uno dei tanti tweet in rete, lapidario, profila lo scenario dei prossimi giorni <@Psoe dopo questo, sinceramente passo a Podemos. Straccio la tessera. Già avete un socialista in meno>. Ma non sarà un compito facile, quello di Podemos, perché comunque la crisi socialista rischia di disperdere forze e soprattutto perché in questi mesi Podemos è apparso ininfluente, chiuso in un dibattito interno che ne ha di fatto paralizzato l’iniziativa politica e sociale. Situazione di stallo per una causa oggettiva, l’assoluta impraticabilità della sua proposta di alternativa alle destre basata su una alleanza con il Psoe, avversata in primo luogo dagli stessi socialisti.

La sfida che ora vive Podemos è occupare lo spazio di opposizione che gli è stato lasciato, riprendere l’iniziativa, non solo in parlamento, dove i deputati non sono sufficienti a cambiare le cose, ma soprattutto nel paese per evitare che la crisi del Psoe sfoci di fatto in una crisi più generale dell’intera sinistra. Le condizioni per ribaltare i rapporti di forza, oggi favorevoli alle destre, ci sono. Il governo che si insedierà nei prossimi giorni è debole, travolto dagli scandali e destinato ad alimentare una conflittualità sociale che metterà a dura prova non solo Rajoy, ma anche la scelta fatta dai socialisti di astenersi.

Spesso, da giornali e televisioni, viene data una rappresentazione di Podemos e del suo dibattito, come di un partito bloccato in una lotta per l’egemonia, tra i due maschi dominanti Pablo Iglesias e Íñigo Errejón, o diviso tra il dare maggiore importanza alla strada o il consolidare la sua forza nelle istituzioni. Se fosse solo così Rajoy e il suo governo potrebbero dormire sonni tranquilli. Ma Podemos è più complesso di come, spesso, viene raccontato. Basta guardare il percorso che gli ha permesso in pochi anni di raccogliere oltre cinque milioni di voti. Un risultato che non è dipeso solo dall’essere un partito espressione del movimento degli indignati del 2011, ma soprattutto dalla capacità di raggiungere e mettere in rete i volti con cui quel movimento si è radicato nel territorio, di dargli una rappresentanza istituzionale. In tutti i grandi comuni dove governa insieme ai movimenti contro gli sfratti, alle maree che hanno animato la lotta per l’istruzione e la sanità pubblica, da Barcellona con la sindaca Colau a Madrid con la sindaca Carmena, dai Paesi Baschi, dalla Galizia a Valencia.

Anche l’assemblea cittadina di Podemos Madrid, riunita in questi giorni per il rinnovo della direzione regionale, influenza ulteriormente il dibattito interno, verso un Podemos rinnovato, decentrato e dove non solo le donne contino di più, ma proprio le femministe con le loro idee di politica e di vita materiale. Podemos è un partito ancora in costruzione. Se nel congresso che si terrà a gennaio prevarrà questo volto di Podemos e si riuscirà a trasformare queste, che per ora sono state solo alleanze elettorali, in un’idea nuova di partito in grado di modificare i rapporti di forza fra destre e sinistre e impedire che la crisi del socialismo spagnolo si risolva in una dissoluzione di un patrimonio storico, cosa che renderebbe impraticabile la possibilità di far crescere in Spagna l’alternativa alle destre.

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Il ferro è caldo e va battuto: in sintesi sembra questa la strategia di Bernie Sanders e dei suoi all’indomani della Convention di Philadelphia. Per quanto si sia conclusa in una sconfitta, la campagna per le primarie di Sanders è rimasta ineguagliata per il numero di persone mobilitate e di donazioni ricevute (con un contributo medio di 30 dollari).
E Sanders ha intenzione di non sprecare il capitale politico che è stato capace di accumulare: del resto, l’aveva detto che non sarebbe finita con la Convention e – dopo aver congegnato la campagna elettorale più trascinante della storia d’America e con una lotta per l’egemonia nel Partito democratico ancora tutta da giocare – non intende certo tornare come se niente fosse al suo seggio di Senatore del Vermont.

Un capitale politico

La campagna di Clinton è giunta esausta all’appuntamento con Trump. La retorica elettorale dell’establishment democratico si regge sulla filosofia del meno-peggio e sulla paura che «such a man» diventi presidente: l’evocazione della paura – l’arma che ha permesso a Trump di ottenere la nomination – gli viene ora rivoltata contro.
E, in fondo, questo argomento ha svolto la sua funzione persuasiva anche su Sanders, che ha accettato la sconfitta alle primarie e chiesto ai suoi sostenitori di appoggiare Clinton nella sua corsa inarrestabile verso la Casa bianca. Un sondaggio recente del Pew Research Center rileva che l’85% dei sostenitori di Sanders voterà democratico a novembre, ma anche che il livello di soddisfazione fra gli elettori sia ai minimi da decenni. Dopo la scelta sofferta di un (imbarazzato) endorsement alla sua nemesi, Bernie Sanders decide di gestire politicamente quell’insoddisfazione che registrano i sondaggi e lancia un nuovo soggetto politico, battezzandolo con un nome che continua la tradizione delle «parole che pesano» inaugurata con «I’m a socialist»: si tratta di Our Revolution.

Creature post Filadelfia

Our Revolution è un’organizzazione noprofit, una creatura post-primarie che nasce per convogliare le energie creative del movimento politico creatosi intorno a Sanders e si pone come obiettivi di rivitalizzare la democrazia americana, potenziare i leader progressisti e aumentare la coscienza politica generale. La logica di fondo è: «Election days come and go, but the struggle must continue».

E questa lotta, in particolare, è una lotta che mai prima aveva avuto tanto spazio nell’orizzonte delle elezioni americane.

Our Revolution è stata lanciata con una serie di email alla mailing list dei supporters: email che – fun fact – sono state considerate spam da Gmail, come tutte le precedenti della campagna di Sanders.

Sanders invitava i suoi a ritrovarsi tutti per seguire il suo primo grande discorso di ripartenza. Come da manuale di rivoluzione 2.0, il 24 agosto, alle 9 di sera sull’Atlantico, alle 6 sul Pacifico, decine di migliaia di sanderistas si sono trovati in più di 2.600 locations sparse per gli Stati uniti (salotti, backyards, sale in affitto e luoghi pubblici) per collegarsi in streaming con quel senatore del Vermont che ha dato una scossa inaspettata alla noiosissima scena politica istituzionale americana.
Our Revolution riassorbe l’attivismo politico e sociale messo in moto dalla campagna per le primarie e cerca di connetterlo con le esperienze di associazionismo disperse sul territorio che possono servire da infrastruttura per un nuovo movimento politico: un movimento che ambisca ad avere influenza sulla politica ufficiale, a tutti i livelli istituzionali.

«Brothers and Sisters»

Le donne e gli uomini del movimento («brothers and sisters», con l’appellativo usato da Bernie) sono chiamati a candidarsi per tutte le posizioni elettive che saranno rinnovate nei prossimi anni, dagli school board nei distretti amministrativi locali fino al Senato federale. L’8 novembre prossimo – e si tende a dimenticarlo offuscati dal troppo parlare di presidenziali – si voterà anche per l’elezione di undici governatori di Stato (tra i quali il Vermont di Bernie Sanders) e di 435 membri della la House of Representatives e per un terzo dei seggi senatoriali. Quanto al Senato, verrà eletta una cosiddetta Class, cioè 34 senatori, eletti in altrettanti Stati, in questo caso, tra gli altri: California, New York e Vermont (ma non è in gioco il seggio di Bernie Sanders, il cui mandato come junior senator scadrà nel 2018).

«Our Revolution – ha detto Sanders ai suoi sostenitori radunati a Burlington (Vermont) o raggiunti via web – è ispirata dalla storica campagna presidenziale Bernie 2016. Coinvolgerà centinaia di migliaia di persone che lotteranno dal basso per un cambiamento negli school boards, nei loro consigli municipali, assemblee legislative locali e federali.

Non solo: si occuperanno di questioni fondamentali come finanziamento della politica, ambiente, sanità, lavoro, questioni di genere, e faranno tutto quanto è in loro potere per creare un’America fondata sul principio della giustizia economica, sociale, razziale e ambientale». Sanders ha dettato la sua linea politica: Our Revolution è un progetto politico a lungo termine che aspira a mobilitare le nuove generazioni («dai 45 anni in giù») perché «se abbiamo intercettato la grande maggioranza dei giovani di questo Paese, – e menziona esplicitamente i giovani delle minoranze – significa che le nostre idee sono il futuro degli Stati Uniti d’America». Quella che Sanders dice di aver vinto è la «battaglia idologica».

Lo spazio che la stampa americana – e con quella americana quella globale – sta dando a Our Revolution è coerente con quello che ha dato al suo guru per tutti i mesi di campagna per le primarie: irrisorio.

Il New York Times si limita a riportare le vicende interne allo staff di Sanders (l’ammutinamento di vari membri dopo la nomina di Jeff Weaver – che fa campagne per Bernie da più di trent’anni – a presidente dell’organizzazione); al di là della questione del finanziamento all’organizzazione la polemica sullo staff rivela forse che esiste un comando verticistico e che la nostra rivoluzione si fa dal basso, sì, ma il suo apparato manageriale non ama la partecipazione democratica.

In certi quartieri dei berners corre la voce che Weaver rappresenti più un problema che una risorsa, mentre Claire Sandberg e Kenneth Pennington – in fuga dal comitato di Our Revolution – pare stiano navigando verso Brand New Congress.

Movimenti apartitici

Se Our Revolution è la gemmazione ufficiale della campagna «A future to believe in» – in altre parole: si può fregiare a buon diritto del marchio Bernie Sanders – il movimento dei berners ha, com’era prevedibile, messo al mondo anche qualche figlio illegittimo. Uno dei più eclatanti è proprio quello di Brand New Congress, idea di un gruppo di supporters nata come tentativo di pensare al post-novembre quando ancora Sanders era un possibile concorrente di Donald Trump.

Brand New Congress è (per ora) un gruppo informale che si pone gli stessi macro-obiettivi di Sanders (e riproduce la retorica anti-establishment), ma sceglie di concentrarsi sulle elezioni al Congresso del 2018. Bnc si presenta come una piattaforma apartitica di supporto a coloro – preferibilmente non politici di professione – che vogliono candidarsi alle primarie (democratiche o repubblicane: in caso di sconfitta si corre comunque da indipendenti) e condividono con Bnc alcuni punti programmatici: competenza («be good at what they do»), dedizione alla cosa pubblica («serving their people»), rinnovamento delle cariche (rottamazione).

Inoltre Bnc – che si propone in una struttura verticistica – chiede ai candidati che aderiscono al progetto un’adesione totale al programma («agree on the whole platform»), che richiama altre esperienze europee, autodichiaratesi a-partitiche, di discesa in politica attraverso l’antipolitica.
Infine Bnc è pronta a presentare propri candidati anche alle primarie repubblicane, qualora sia il partito più forte nel distretto in questione, scelta che la distingue da Our Revolution. Quanto al legame di questo progetto con Our Revolution, per ora si registra un mutuo ignorarsi.

Con il lancio di Our Revolution Sanders inaugura una strategia politica che riesce a sfruttare la flessibilità del sistema politico americano, aperto alle incursioni degli outsider, e che evoca una volontà di insediarsi in profondità nella società americana e di divenire una forza politicamente e culturalmente egemone, ma soprattutto autonoma dal Partito democratico.

Se all’indomani della Convention e dell’endorsement quasi obbligato a Clinton, Sanders e il suo movimento sembravano destinati ad essere cooptati all’interno del partito ora sembra che abbiano preso una strada diversa. Sanders potrà così rispettare il patto con Clinton ma allo stesso tempo comincia a costruire un’organizzazione politica a partire dalle numerose cariche elettive che il sistema politica americano prevede.

Dall’altro lato, Our Revolution continuerà a dialogare con tutte i gruppi, come i Verdi di Jill Stein o i trotzkisti di Socialist Alternative, che hanno sostenuto o seguito con simpatia la campagna di Sanders ma che non ne hanno condiviso l’endorsement a Hillary, e che appoggiano Stein alle Presidenziali di novembre.

Our Revolution, invece, guarda ben al di là delle Presidenziali, anche se non manca di volerne influenzare l’esito: ambisce ad essere i luogo di il catalizzatore di tutte le esperienze politiche di base che, pur animando la vita politica del Paese, ne restano ai margini perché disperse.

Dal 2011 gli Stati uniti sono stati attraversati da un ciclo di lotte ampio e innovativo: la battaglia del Wisconsin (la più grande mobilitazione operaia e anti-austerity nella storia dell’America contemporanea), Occupy Wall Street, la «Fight for 15$» (la lotta dei lavoratori dei fast food), le mobilitazioni studentesche per l’accesso all’educazione superiore gratuita, la People’s Climate March e, soprattutto, Black Lives Matter.

La campagna di Sanders non è certo l’espressione a livello elettorale di queste esperienze – anzi, ha dimostrato dei limiti nel dialogarci – tuttavia emerge dalle stesse dinamiche. Ma ad ora non è dato sapere se Our Revolution sarà lo strumento che finalmente coalizzerà questi soggetti, organizzerà il 99% e preparerà la resa dei conti con gli oligarchi di Wall Street.

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BERLINO Maxi-rivolta a Berlino Est contro lo «Stato di polizia». La più violenta manifestazione degli ultimi cinque anni nella capitale tedesca.

Da una parte 1.800 poliziotti in assetto di guerra pronti ad assediare il «quartier generale» degli «Autonomen» a Friedrichshain; dall’altra 3.500 attivisti di estrema sinistra che non hanno alcuna intenzione di lasciare gli (ultimi) squat in mano agli speculatori immobiliari.

Risultato: ore di scontri frontali, cariche e contro-assalti, salve di gas lacrimogeni e lancio di oggetti più o meno contundenti. Disordine pubblico e guerriglia urbana mentre bruciano le auto parcheggiate e i paramedici corrono e soccorrono peggio degli infermieri al fronte.
Più di qualunque immagine, degli scatti «virali» nei social-media, delle testimonianze giocoforza parziali, raccontano i numeri ufficiali della «notte del 9 luglio».

Un vero e proprio bollettino di guerra: 86 manifestanti arrestati, 123 poliziotti feriti, altre decine tra fermi e perquisizioni.

È L’epilogo della tensione (senza strategia) delle forze dell’ordine a Berlino, che hanno battuto senza sosta la Rigaerstrasse per oltre un mese. Il risultato delle contromisure per arginare «violenza e illegalità degli estremisti di sinistra» riassumono alla centrale della Landespolizei nella «piazza del ponte aereo», di fronte all’aeroporto (ora centro-profughi) di Tempelhof.

Da qui il casus belli, acceso dai fumogeni all’ultimo piano del centro sociale Abstand (Distanza) da sempre nel mirino della polizia così come del ministero dell’interno della città-Stato. «Fuori i porci da via Riga» è lo slogan scandito contro i Robocop in divisa dagli attivisti berlinesi, che sbattono i cucchiai sul fondo delle pentole e sparano «razzetti» contro i plotoni di agenti. Prima di passare al lancio di bottiglie e sassi che colpiscono le auto di servizio e infrangono le vetrine dei negozi.

«Avete venduto tutta Berlino» spiegano gli «Autonomen» con uno striscione calato dalle finestre dell’Abstand. E «ora volete sgomberare l’ultimo angolo libero di quel che resta della città» riassume uno dei portavoce del centro sociale.

Così, non resta che «resistere» ed estendere il «caso» politicamente fino e oltre il palazzo del Senato e il Municipio Rosso. Qui il sindaco – che è anche governatore del Land – Michael Müller (Spd) prova a spegnere la contestazione, appellandosi ai «residenti di Rigaerstrasse» e chiedendo di aprire un tavolo di confronto su «richieste e necessità».

Ma la sua disponibilità spacca in due la coalizione di governo. Frank Henkel, senatore con delega all’interno (Cdu) boccia anche solo l’ipotesi del dialogo: «Ciò che è accaduto sabato a Friedrichshain è un’orgia di violenza di sinistra».

Di più: i democristiani nel Senato di Berlino avvertono il Bürgermeister Müller: «Il governo si sta dimostrando troppo morbido nei confronti della violenza di sinistra, nonostante i rapporti delle forze dell’ordine continuino a segnalare l’aumento di questo genere di azioni nell’intera Germania».

Intanto, all’Abstand, fanno sapere che la «guerra» è tutt’altro che finita, e «quest’estate sarà calda, molto calda».

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Pablo Iglesias

L’atmosfera di festa unita alla certezza di poter compiere un cambio storico, è già riscontrabile sulle carrozze della metropolitana nei dintorni di Legazpi, la stazione vicina al luogo dove si è svolto l’atto conclusivo della campagna di Unidos Podemos.

Il colpo d’occhio fa effetto: decine di migliaia di persone affollano la spianata di Madrid Rio, pronti a seguire con attenzione tre ore di comizio nel quale si alternano i leader della confluenza di sinistra che oggi sfida alle urne il partito popolare e il partito socialista. Tutti sembrano convinti che il momento più importante sia giunto: in un colpo solo si può superare il Psoe, ottenendo così «il sorpasso» come viene definito in Spagna, e porre in grave difficoltà Mariano Rajoy e il Pp, identificato con corruzione, politiche di austerità e malgoverno.

Nello spiazzo ci sono bandiere viola, per lo più, ma è nutrita anche la presenza di Izquierda Unida e del partito comunista spagnolo. Il pubblico – come sempre agli eventi di Podemos – mischia generazioni, identità politiche e un coro continuo: «Sì se puede». Ci si prova a riparare dal caldo torrido sui lati del palco, contornato da piante di lavanda che fanno estate e voglia di ozio accompagnata da birra ghiacciata.

Ma intorno è tutta un’altra atmosfera, perché si respira la certezza di vivere un momento storico. C’è la volontà di compiere l’ultimo sforzo, il traguardo è lì vicino, o almeno così appare.

Sul palco, alle 21, in un’ottica organizzativa puntuale e che non lascia niente al caso arrivano i protagonisti accompagnati da una musica in crescendo (sottofondo dello spot emozionante ambientato in un teatro): arrivano Pablo Iglesias, leader e candidato alla presidenza del consiglio dei ministri spagnolo e il numero due della formazione politica, Íñigo Errejón. Quest’ultimo è giovanissimo (è del 1983) e gigantesco nella sua preparazione teorica.

Le malelingue lo danno in contrasto, neanche troppo velato, con Iglesias e c’è chi giura che in caso di risultato negativo alle elezioni potrebbe diventare il numero uno. Di sicuro Íñigo Errejón non ama Monedero uno dei fondatori di Podemos che ieri era in prima fila, ma sotto il palco. Salirà solo alla fine, ricordato da Iglesias insieme ad altri che hanno «indicato il cammino».

Insieme a Iglesias ed Errejon c’erano anche la responsabile del programma di governo, Carolina Bescansa, la stella nascente di Podemos, classe 1988, Irene Montero e poi il sindaco di La Coruna Xulio Ferreiro (di Marea Atlantica), Monica Oltra vice presidente della comunità valenciana e Alberto Garzón, leader di Izquierda Unida.

Prima degli interventi, Ada Colau da Barcellona ha salutato in video la folla.

C’erano tutti per l’atto conclusivo di una campagna che – come è stato ricordato – dura ormai da due anni e ha finito per logorare molti. Non Unidos Podemos che tra video e spot elettorale regge l’urto di tre ore di parole e interventi, in un crescendo che si conclude con l’intervento finale di Pablo Iglesias. Prima di lui i suoi compagni e compagne avevano già ricordato gli argomenti salienti della volata finale. Innanzitutto il voto contro il Pp e  la corruzione di un partito che presenta Unidos Podemos come «los malos» e come forza anti sistema.

In secondo luogo sono stati ricordati i punti fermi del programma elettorale: transizione energetica, politiche sociali, del lavoro e di accoglienza per i rifugiati, insieme alla volontà di garantire i servizi essenziali pubblici per tutti: educazione e sanità. Nel cambio attenzione particolare è riservata ai temi del femminismo. Grande protagonista il poeta valenciano Miguel Hernandez, pluricitato.

Il primo momento rilevante della serata è stato senza dubbio l’intervento di Alberto Garzón di Izquierda Unida.

Mentre il pubblico ha cominciato a intonare cori repubblicani, «España mañana sera republicana» (un argomento di tensione rispetto a Podemos che non ha mai spinto troppo sulle istanze anti monarchiche), Garzón ha ricordato che «ci hanno detto che siamo contro il sistema, ma è il sistema che è contro di noi» e ha portato parecchio in avanti il discorso: «Da domani, ha detto, la mobilitazione popolare non deve fermarsi, perché dovremo essere per strada a difendere un governo (un eventuale governo di Unidos Podemos ndr) che sarà ostacolato dalle oligarchie di questo paese».

Il processo di confluenza tra partito eventualmente al governo e forze e pulsioni popolari, sull’esempio sudamericano bolivariano, in Spagna ormai è un dato acquisito. Le persone al comizio finale, tanti i giovanissimi molti dei quali con i genitori, si esaltano alle parole di Garzón perché è chiaro a tutti che se la vittoria è «sulla punta delle nostre dita», come sottolineerà Errejon da lì a poco, è anche chiaro che le forze che si muovono contro questo cambiamento sono tante e subdole.

Ma quello che sorprende – oltre al seguito inter generazionale di questa forza politica – è la capacità di rendere popolari e mainstream teorie e pratiche politiche che da noi vengono ancora definite «radicali» e vengono relegate a un nicchia politica ormai completamente irrilevante. Ieri al comizio finale i toni si sono accesi: contrariamente agli interventi televisivi i leader politici hanno parlato con la volontà di convincere gli ultimi indecisi e con la forza di inchiodare la propria visione politica e futura in un ambito ben preciso della sinistra.

Gli interventi di Errejon e di Iglesias sono stati da manuale e dovrebbero essere ascoltati (è tutto in streaming e disponibile on line) da chi ancora oggi si ostina a paragonare Podemos al Movimento Cinque stelle o altre forze populiste e fondamentalmente di destra che si muovono nel panorama europeo.

Unidos Podemos, innanzitutto, ed è emerso chiaramente ieri, è anti fascista. La memoria storica in Spagna è ancora vicina, il franchismo è caduto solo quarant’anni fa.

Dire «fascismo» in Spagna è quindi qualcosa di «mostruoso» che ancora oggi viene percepito come differenza politica fondamentale rispetto ad altri partiti. E sulle politiche dell’accoglienza la differenza, ad esempio con i Cinque stelle, è lampante: ieri tutti i discorsi hanno sottolineato la necessità di rendere tutti i migranti cittadini con pari diritti come gli spagnoli.

Ma Iglesias si è spinto ancora più in là con un intervento che oggi tutti i quotidiani spagnoli sottolineano per la sua forza ideologica. Iglesias ha provato a collegare Unidos Podemos alla storia spagnola «di cui siamo orgogliosi». Fin dai tempi della resistenza a Napoleone, per arrivare a quella anti franchista. In questo senso Iglesias ha reso popolari e comprensibili a tutti i tre significanti vuoti di Laclau: «patria, ordine e legge».

Sono concetti complicati per la sinistra, ma non in Spagna. Perché Unidos Podemos li ha riempiti di significati su cui ha finito per giocare tutta la sua comunicazione. C’era uno striscione esemplificativo ieri a Madrid: «La patria es la gente».

Non si tratta quindi di minimizzare, di semplificare, anzi: è il contrario. Unidos Podemos ha caricato di significato parole che in Spagna sono sentite, percepite, comprendendo che per arrivare al potere bisogna parlare a tutti, sottolineando le proprie radici: popolari, socialiste, libertarie, anti franchiste.

Il tutto appoggiato su un partito organizzato, disciplinato, capace di gestire più livelli di comunicazione e creare un’attenzione su cui poi riversare tutto il peso ideologico di politiche di sinistra.

Iglesias ha ricordato come l’unico voto utile del 26J sia quello di Unidos Podemos, ha nuovamente ricordato al partito socialista la volontà di formare un governo che sia davvero del cambio e ha esaltato il pubblico quando ha ricordato il 15M – il giorno degli indignados – come un potenziale giorno di festa nazionale.

Sta qui forse il segreto: rileggere la storia spagnola sotto un altro punto di vista, capace di creare quell’attivazione emozionale che oggi porta Unidos Podemos a costituire un esempio di «sinistra» vera e maggioritaria. E lo scarto con altre forze considerate populiste e anti sistema è evidente e lampante.

E se non fosse sufficiente basti la frase finale di Allende con cui Iglesias ha chiuso il suo intervento: «la historia es nuestra y la hacen los pueblos».

Intervista. Pun Ngai, docente presso l’Hong Kong Polytechnic University, si occupa dei lavoratori migranti impegnati nell’industria e nelle costruzioni: sono loro i principali protagonisti di scioperi e proteste. «Non è ancora tempo per dire addio alla lotta di classe»

Nel corso degli ultimi anni lo sviluppo economico cinese pare aver imboccato una nuova strada, con delocalizzazioni verso l’interno del paese e all’estero, mentre alcuni commentatori hanno sottolineato l’emergere di un’ampia classe media. Tuttavia, i conflitti che attraversano il paese hanno raggiunto un nuovo picco all’inizio del 2016. Il numero di lavoratori migranti interni che si spostano verso le città continua a crescere e ha superato il 20% della popolazione, circa 270-280 milioni: impegnati soprattutto nell’industria e nelle costruzioni, sono loro i principali protagonisti di centinaia di scioperi e proteste che, per ora, raramente superano il livello della singola azienda e sono variamente contenute da un poderoso apparato di sicurezza.

Proprio intorno a queste questioni iniziamo la nostra intervista con Pun Ngai, docente presso l’Hong Kong Polytechnic University e in Italia per una serie di incontri a Roma (6 giugno), Bologna (7 giugno) e Padova (8 giugno).
Pun Ngai ha pubblicato vari saggi sulle trasformazioni lavorative e sulle migrazioni in Cina, come il recente Migrant Labor in China: Post-Socialist Transformations (Polity Press). Tra le sue opere tradotte in Italia: Cina, la società armoniosa (Jaca Book 2012), Morire per un iPhone (Jaca Book 2015) e La fabbrica globale (Ombre Corte 2015).

In questi anni diversi istituti di ricerca hanno riscontrato un nuovo picco della conflittualità operaia in Cina. Dal suo punto di vista, che cosa caratterizza la situazione attuale nelle fabbriche e, più in generale, nel mondo del lavoro in Cina?

L’elemento che più caratterizza questa fase è la radicalizzazione della diseguaglianza sociale. Mentre ci sono i nuovi ricchi nella lista dei top 500 di Fortune, si assiste alla crescita di una nuova classe operaia composta di oltre 500 milioni di lavoratori urbani e di contadini-operai: la più numerosa al mondo. Con il rallentamento dello sviluppo economico e la sovrapproduzione, i conflitti cresceranno.

Qualche anno fa («il manifesto», 13 dicembre 2012) parlammo della crescita di una nuova generazione di operai, migranti e precari, in una situazione di stallo tra nessun avanzamento sociale e nessuna possibilità di ritirata. Che cosa è cambiato da allora?

Non c’è stato nessun cambiamento, a parte il fatto che il problema è diventato più serio. Dopo il 2012 e 2013, la crescita dei salari nelle zone industriali della Cina costiera ha subito un rallentamento, ma il costo della vita, in particolare degli affitti, continua a salire nelle aree urbane. Molti lavoratori migranti fanno fatica a stabilirsi nelle città con le loro famiglie, il che produce il fenomeno delle famiglie divise e dei bambini che rimangono nelle zone rurali.
In Cina non ci sono gli slum nelle aree industriali, semplicemente perché il regime dei dormitori è un loro valido sostituto, ma allo stesso tempo il regime della fabbrica-dormitorio occulta i bisogni di riproduzione sociale e rende possibile la circolazione dei migranti tra diversi stabilimenti e tra le città, privandoli della vita famigliare o di comunità. I migranti che vorrebbero tornare nelle loro città di origine scoprono che i loro piccoli appezzamenti sono stati requisiti dal governo locale per scopi industriali o commerciali, oppure che il mercato dei prodotti agricoli è sempre più dominato dalle importazioni di prodotti statunitensi quali i semi e i fertilizzanti. La terra agricola non è più quindi un mezzo di sostentamento per questi migranti di ritorno. Un tale dilemma non può essere sciolto senza un cambiamento strutturale.

Lei ha studiato la Foxconn per molti anni. Come definirebbe la situazione oggi?

Il calo dei profitti di Apple e la saturazione del mercato con iPad e iPhone ha dei contraccolpi ovvi per la Foxconn. Il numero dei suoi dipendenti in Cina è calato da 1,3 milioni a meno di un milione. Il paradosso è che oggi gli operai della Foxconn non svolgono abbastanza lavoro straordinario, e il loro salario è così diminuito del 15 o 20% rispetto agli anni scorsi. Siccome il salario di base per una giornata di lavoro di otto ore è troppo basso, gli operai migranti cinesi dipendono dagli straordinari.

Nei suoi saggi, ha recentemente sostenuto l’idea che sia necessario tornare al concetto di classe. Perché pensa che possa essere utile per la comprensione di questi fenomeni?

Parlo di classe perché è il concetto basilare per comprendere i rapidi cambiamenti che coinvolgono il mondo neoliberale. L’«addio alla classe» è un discorso egemonico occidentale, che sostiene lo sviluppo del capitale multinazionale. È un discorso che maschera la lotta in corso nelle società del Terzo mondo, dove gli agenti del cambiamento storico rimangono gli operai e i contadini che vengono sfruttati dal capitale globale e sono privi del sostegno delle amministrazioni locali. Quello di classe è un concetto di base per comprendere non soltanto la composizione e la stratificazione della società, ma anche il potere potenziale degli agenti che storicamente hanno cercato di cambiarla.

Dalla Cina giungono notizie dell’introduzione su larga scala dei robot nelle imprese multinazionali. Lei crede che questo processo possa modificare i rapporti di potere dentro le stesse fabbriche?

Sì, un modo per il capitale per risolvere il problema della sovrapproduzione è aggiornare le manifatture e creare nuovi mercati per nuovi prodotti. Molte industrie oggi producono robot poi utilizzati in differenti settori: si va dall’automobilistico all’elettronico fino ad altre produzioni con un alto valore aggiunto. Una sostituzione di manodopera con robot potrà avere un grande impatto nella relazione capitale-lavoro, e modificare il rapporto di potere nelle fabbriche. Se la sopravvivenza della nuova classe operaia cinese venisse minacciata, sarà anche probabile la nascita di un movimento luddista cinese.

Molti attori economici vedono oggi nella Cina una possibilità di spingere la crescita e gli investimenti. Discorsi come quello sulla nuova via della seta sono utilizzati, anche in Europa, per immaginare possibilità di sviluppo, ma sappiamo poco, in realtà, di cosa stia succedendo nel paese asiatico. Cosa ne pensa?

Il capitale cinese che «va fuori» è costretto dalle logiche dell’economia neoliberale: difficilmente potrà generare un mondo migliore. Molti ricercatori cinesi direbbero che gli investimenti cinesi all’estero sono migliori di quelli statunitensi in termini di benefici per le società locali. Per me è solo una questione di gradazione. La sovrapproduzione in Cina, soprattutto nelle industrie pesanti come l’acciaio, ha reso necessario per i capitali andare all’estero per cercare nuove possibilità d’investimento. Questo non è certo un nuovo internazionalismo.

Qual è l’impatto di questi processi nell’opinione pubblica cinese?
La gran parte delle élite e dei membri della classe media sono favorevoli a queste trasformazioni. Essi pensano che dopo il lungo periodo di povertà, la Cina si sia alzata in piedi. Queste élite propongono un «sogno cinese» per sfidare il «sogno americano». La maggior parte della classe operaia non ha alcuna possibilità di condividere il «sogno cinese», ma il 10% della classe media o superiore è fiera del fatto che la Cina sia diventata un paese importante.

Una versione più lunga dell’intervista uscirà su www.connessioniprecarie.org

Belfast

Nella notte del 30 maggio, a Belfast, anonimi hanno fatto irruzione al cimitero di Milltown, nel quartiere nazionalista cattolico di Falls Road, e preso di mira le tombe di volontari dell’Ira. Tra queste lo storico memoriale repubblicano che ospita i resti di Bobby Sands. Con spray verde hanno imbrattato le lapidi e la targa commemorativa della proclamazione della Repubblica, letta di fronte al General Post Office di Dublino il 24 aprile del 1916, durante quella Rivolta di Pasqua di cui quest’anno ricorre il centenario. L’atto vandalico segna il culmine di una recrudescenza dei settarismi in Irlanda del Nord, già segnalata da altri accadimenti simbolicamente gravi, come la ricomparsa in molti luoghi di bandiere di quei gruppi paramilitari lealisti che a differenza dell’Ira si sono mostrati meno propensi ad abbracciare le strategie democratiche del «processo di pace».

Proprio in questi giorni la leadership di Sinn Féin ha fatto invece passi da gigante per la pacificazione. Il suo vicepresidente e vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness, ha rotto uno storico tabù deponendo una corona sulla Somme, dove molti irlandesi persero la vita durante la prima guerra mondiale combattendo nei ranghi dell’esercito britannico. È la prima volta che accade, poiché la partecipazione irlandese alla grande guerra al fianco dei nemici è sempre stata vista dai repubblicani come un tradimento. Proprio in quei mesi, infatti, in patria si lottava contro gli inglesi per l’indipendenza dell’isola.

Nelle sei contee del Nord la tensione è palpabile. Nei mesi passati si è registrata una certa dose di nervosismo seguito al doppio omicidio, tra il maggio e l’agosto scorsi, di due personaggi legati al mondo repubblicano, Jock Davison e Kevin McGuigan, di cui il secondo era un’importante figura dell’Ira. L’anno precedente avevamo assistito all’arresto sui generis di Gerry Adams per l’inchiesta attorno all’omicidio di Jean McConville del 1972. Dopo l’evento, una figura chiave dell’Ira, Bobby Storey, aveva lanciato durante un comizio un avvenimento sinistro: «We haven’t gone away, you know» («non ce ne siamo andati, lo sapete»).

Nel frattempo, si uccide persino nelle 26 contee del Sud, o Repubblica d’Irlanda che dir si voglia. Qui nel corso dell’anno, una faida tra gang che ha portato all’assassinio di 7 persone – l’ultimo il 24 maggio 2016 – ha coinvolto anche un altro membro dell’Ira ed ex prigioniero politico, Michey Barr, freddato in un pub del nord di Dublino, a pochi passi dal centro. L’associazione dei prigionieri politici repubblicani (Irpwa) ha in merito diramato un comunicato di solidarietà, e al funerale sono state arrestate 15 persone, di cui 12 rilasciati senza accuse subito dopo.

Nel frattempo, si rincorrono tra Belfast e Derry voci di ulteriori aggregazioni tra le varie fazioni del repubblicanesimo, tra cui quella tra il Republican Network for Unity (Rna, ancora fautore della lotta armata) e il Republican Socialist Movement (Rsm). Questo sulla scorta di altre fusioni recenti di vari gruppi paramilitari per riformare Óglaigh na hÉireann, l’Esercito Repubblicano Irlandese.

Una settimana fa, il 27 maggio, verso Newtownbutler, nella contea di Fermanagh, una vasta area è stata bloccata al traffico per un ordigno. Qualche giorno prima a Cushendun nella contea di Antrim è stata ritrovata un’altra bomba, subito disinnescata, e il 1 aprile, lo stesso era accaduto a Kilnaleck, nella contea di Cavan. Avvenimenti all’ordine del giorno, in un’Irlanda in cui il processo di pace si muove faticosamente in un’atmosfera che in certi casi sembra far ripiombare indietro nel tempo di qualche decennio fa.

Il tutto sotto la spada di Damocle della Brexit, vista dai repubblicani come una privazione del diritto all’autodeterminazione degli irlandesi. I lealisti sono schierati a favore, mentre Sinn Féin è contrario, per ovvi motivi legati alla battaglia per un Irlanda Unita. McGuinness ha già annunciato che un’eventuale uscita dalla Ue imporrebbe un referendum, da tenersi sia a nord che a sud dell’isola, per sondare l’effettiva volontà del popolo irlandese di riunificarsi. Difficile che ciò avvenga, ma è facile prevedere che lo scenario potrebbe comportare un qualche problema per i fragili equilibri del processo di pace.

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