Libri, arti & culture

Il tempo è solo un’idea, una percezione astratta. Il tempo lo puoi riconoscere soltanto nelle rughe che si sono formate sul volto, nelle cartilagini che non funzionano a dovere, nell’immagine allo specchio che non risponde più all’idea che si aveva di sé, oppure nella crescita dei propri figli, ma quando il passare del tempo non è evidenziato da effetti tangibili rimane un’entità astratta. Così sono sorpresa dalla cospicua quantità, 10 anni, di tempo che è passato dalla morte di Alberto Grifi. La scusa di cui si servì per attrarmi a casa sua fu la più banale per un regista che vuole sedurre un’attrice: «puoi aiutarmi a finire un mio lavoro vorrei che leggessi alcune cose, magari anche in francese, se lo sai, e poi se ti va vorrei anche girare alcune scene nuove» Ed io: «certo quando vuoi, figurati, è un onore…». Che poi lui non fosse un regista tradizionale che usava gli attori lo sapevo benissimo, come lui sapeva che anche io col mio teatro non avevo certo un’esperienza classica e quindi mi sarei facilmente prestata ai suoi esperimenti.

Affetti speciali, come lo chiamava Alberto, è stato l’inizio di una storia d’amore, la nostra.

Il vero titolo del film è A proposito degli effetti speciali e lo abbiamo portato alla Biennale di Venezia 2001 nella sezione le giornate degli autori. Quando chiudemmo il montaggio per mandare la copia a Venezia non c’era ancora stato il G8 di Genova, né le twin towers a New York, il discorso di Alberto era piuttosto pacificato e tendeva all’armonia, questi due eventi tragici lo spinsero a riaprire il film e ad inserire una nuova parte di testo, netta e dura, che qui trascrivo.

UNA SORTA DI TESTAMENTO

«Quanto a me intervengo dalla TV, riflesso in uno specchio deformante, pupazzo mostruoso profugo scacciato dalla tracotanza antropocentrica e scampato nelle discariche del subumano, oppure autoritratto da arte degenerata, un lapsus massmediatico che testimonia le menzogne con cui l’impero occulta i suoi crimini, deformato dalla diossina del Vietnam, leucemizzato dalle schegge di uranio impoverito dell’Irak, mutilato dalle mine antiuomo del kossovo, bombardato dalle missioni umanitarie che sterminano sistematicamente soltanto popolazioni civili, sfigurato dai pestaggi negli scontri di piazza e dalla violenza carceraria, ferito, infettato, drogato di droghe spacciate per riconvertire in denaro il traffico di armi, corpo che fu forza lavoro, poi disoccupato, poi carne da cannone, preso in carico da mafie e governi che dai liquami da fogna che circolano ormai nelle sue vene riescono ancora a vampirizzare enormi profitti senza pietà ne vergogna. Il nemico di turno, si dice, è sanguinario, intollerante, diabolico, è certo che massacra i diversi in nome di Allah, infibula clitoridi, lapida le proprie donne, amputa le mani ai ladri, non conosco quella violenza, quell’odio, i gironi senza fine di quell’inferno, ma so qualcosa del nostro paradiso monoteista, capitalista, consumista, degli adoratori del denaro, perché è proprio l’arte degradata a pubblicità che lo pianifica promettendo che tutti i desideri, perfino quelli ancora da inventare saranno soddisfatti, purché quei desideri siano ridotti a merce, e che coloro che desiderano siano merce essi stessi, insignificanti come il comune denominatore che li rende equivalenti: il denaro. I sentimenti di solidarietà umana, di comprensione per i diversi, la generosità, l’amicizia, l’amore dovranno sparire, non danno dei frutti, non sono articoli da supermercato.

Gli uomini sono spesso dei prigionieri e vagamente sentono, come succede a certi uccelli in gabbia a primavera, che c’è qualcosa da fare, il nido, la covata, che è tempo di percorrere i cieli, eppure sanno di non poterlo fare, di essere legati da qualche dura impossibilità e invano continuano a battere la testa contro le sbarre della gabbia fino a impazzire di dolore.

Ma amate seriamente, profondamente e la prigione sarà dissolta come cera dal calore penetrante della simpatia. Sai, tu, che cosa fa sparire la prigione? È ogni affetto profondo, serio, essere amici, essere fratelli, amare, questo apre la prigione per sovrana potenza, per potentissimo incantamento, ma colui che non che non viene a questo rimane nella morte.

«Le strade di Parigi sono piene dei loro cadaveri questo spettacolo spaventoso servirà di lezione!». Lo stato proclamava che così le popolazioni operaie, 60.000 comunardi massacrati per mano dell’esercito, erano state protette dal pericolo degli scioperi. Qualche anno dopo Van Gogh arrivò a Parigi, un uomo indifeso, respinto in amore e rifiutato dalla società piccolo borghese per il suo eccesso di zelo nel soccorrere i minatori feriti; poi rinchiuso in manicomio perché scandalizzava le persone rispettabili che s’indignavano davanti all’arte moderna. Si accorse di essere stato gettato anche lui dall’altra parte della barricata insieme alla vilissima moltitudine che ricominciava a lottare in clandestinità.

Al di là della mano impacciata dell’artista s’intravede come la rabbia popolare, l’ansia di libertà e giustizia represse nel sangue, si vadano a sommare a questo nuovo modo dei pittori divisionisti di dare forma ai corpi che scompone i colori e li ricompone in luce. Un viaggio che sembra giungere alle microstrutture in vibrazione, alla sostanza dell’universo, e non si tratta di astratte formule matematiche, ma della descrizione del mondo, cieli e terre in un canto senza fine, del pianeta come corpo d’amore al quale donarsi totalmente, spinozianamente, un dono che trabocca dai limiti canonici dell’arte per riversarsi come pratica urgente di trasformazione, non della pittura ma della vita. Una scelta che, poi, in tempi di rivoluzione all’inizio del ‘900, teorizzavano anche i futuristi russi e i dadà. Bisognerà liquidare l’impotenza dell’arte perché la realtà stessa divenga il luogo della creazione, per tener viva la vita , per tenere aperte le comunicazioni autentiche fra gli esseri viventi…

Progettare un corpo collettivo, nuovo, configurare una nuova geografia di passioni molto aldilà del limite angusto dell’orizzonte antropocentrico e da lì ricomporre una nuova intelligenza abituata a considerare che è il nostro pianeta, è lui la creatura vivente, composta da un intreccio osmotico di condizioni biologiche di soggetti viventi diversi, di pulsioni libidiche differenti tra loro tante quanti sono i suoi abitanti, non solo quindi gli uomini e le donne ma anche l’infinita varietà degli animali, delle piante e non va dimenticato che nel pensiero primitivo originario tutto è vivente anche il mare, le montagne, il vento, i fiumi».

Alberto nell’ultimo periodo della sua vita sperava di riuscire a editare un libro mettendo insieme i materiali scritti nel corso degli anni, purtroppo non ce l’ha fatta. Forse non avrebbe inserito questo pezzo che segue perché troppo personale, però, proprio per questo l’ho scelto, perché svela inquietudini, solitudine, incertezze, malinconie, sensi di colpa, e, penso, una grande capacità e duttilità di scrittura.

SCRIVERE UN LIBRO

«Viaggiare, viaggiare per odio. Quel che fuggo adesso lo so: è il vuoto. Passo di terra in terra, vado di città in città e non incontro niente. Metropoli immense, autostrade immense… come mai non sento mai niente… Sono io che trasporto il vuoto dovunque vada come un sordo per il quale tutti gli uomini sono muti…Certe volte sono stanco di tante immagini. Vorrei che si aprisse il guscio di plexiglass che mi tiene rinchiuso. Essere qualcuno, essere uno in rapporto agli altri non poteva bastare. Il mio nome non lo voglio più: chiamatemi col vostro nome.

La musica che esce dagli altoparlanti è bella: somma le note l’una all’altra; non abbandona gli uomini.

Nei cinema in fondo alle sale nere vaste come cattedrali il film non smette mai; i volti passano e ripassano sullo schermo; gli occhi sono aperti, le bocche parlano e ognuno può scegliersi il finale che vuole. È una storia d’amore forse, ma dove non si finisce mai di amare. Un uomo guarda una donna per mesi poi per mesi è la donna che guarda l’uomo. Non dormono non si lasciano, continuano a trasalire quando la loro pelle si tocca, e l’uomo accarezza la spalla destra della donna per molto più di venticinque anni. Dicono delle parole. Dicono: Ah! Mh! Come? Vieni! Hai dei puntini neri lì. E i capelli ti piacciono così? Mh, sì, sì.

Poiché non posso pensare come Socrate o come Lao Tsé, poiché non posso cambiare la vita degli uomini come Gesù Cristo o come Engels, poiché non saprò mai essere neppure me stesso, assolutamente me stesso, me stesso fino all’estasi, mi rimane questo: battere il suolo coi miei passi. Distendermi. Divorare lo spazio. Divorare gli spettacoli. Vedere sfilare i nomi sui frontespizi delle stazioni, conoscere ogni sorta di donne straordinarie, ogni sorta di uomini, ogni sorta di cani.

Sulle strade senza fine corre la Chevrolet modello 1956. L’aria fischia lungo i finestrini e il vento di sabbia attraversa la strada. Le miglia, gli anni luce, arrivano a tutta velocità. I recinti di filo di ferro rimbalzano…

Ci sono tante figure retoriche, sistemi, postulati, evidenze, macchine. Le macchine per vivere, le macchine per camminare, le macchine perché non ci siano più guerre, le macchine per amare una donna, le macchine per dimenticare la morte.

Ancora più lontano, ancora più tardi. I giorni passati nelle astronavi sono lunghi: corrono all’indietro a tutta velocità. E ci sono molte stelle e galassie ammucchiate all’orizzonte.

Le strade non finiscono, non finiscono mai.

Si vedono cani schiacciati sul bordo delle strade e carcasse di vacche dove si pascolano gli avvoltoi.

Si vedono carcasse di astronavi lungo le orbite del cielo e scheletri nelle loro tute.

Le astronavi nel buio del cosmo avanzano in segreto. Quand’è giorno, vicino alle stelle, tutto esplode.
Jeune homme Hogan diede una gomitata nello stomaco al soldato. La ragazza dagli occhi di carbone gli schiuse le labbra e si mise a ridere; aveva due denti d’oro. Jeune homme Hogan le chiese perché . Disse che l’avevano picchiata. Disse che aveva avuto un incidente di moto. Disse che era stato il dentista.

Non disse niente.
Vorrei davvero scrivere, vorrei davvero scrivere come si spediscono le cartoline. Ma sono cose che non si fanno. Non posso dire semplicemente sono andato qui e poi là e poi ho preso il treno per Benang e un giorno mentre costeggiavo il Panama tra l’isola di Nargana e l’isola di Tikantiki il motore è andato in avaria e ho dovuto pagaiare… O quando ho detto uap uap. Oppure sulla strada di Oaxaca un omone coi baffi su una Cadillac viola ha tirato fuori una rivoltella e mi ha preso di mira gridando: que quieres!

Non li posso dimenticare, non li dimenticherò. Ma è così: non potrò mai tradurli in altre parole; né trasporli in storie veritiere e leggermente avventurose. Non è successo niente, non è successo niente, non conosco niente. Non vi ho saputo mandare le cartoline quando sarebbe stato necessario. E allora come potrei dire che cosa è la miseria, o l’amore, o la paura… Forse si scrivono romanzi soltanto perché non si sa scrivere una lettera. O viceversa.

Tutte le parole che fanno paura che non si osano scrivere, le parole per cui si sono inventati i simboli i misteri gli aggettivi; desiderio sesso fame sete male piacere paura malattia povertà gelo amore assassinio bellezza aria mare sole; queste parole che brillano che scintillano in silenzio, che sono fredde e brucianti, lontane come le stelle e che non si possono non vedere; le uniche parole vere; le uniche certezze; quelle parole dure lanciate verso il futuro e che filano come razzi acuminati. Per raggiungere queste parole bisogna sfuggire all’altro mondo; bisogna sfuggire alla voluta grigia che sale dentro il corpo e fa scuotere la testa dagli occhi morti…

Dal fondo dello spazio: uomo che non ha mai avuto le idee dei giaguari e neppure le zanne delle scimmie senza pensarci ha fatto le macchine di metallo chiaro. Coi grandi gesti meticolosi. Dei finalmente vivi, ricchi sui loro piedistalli.

Le loro facce sono come pugni.

Le stelle sono pozzi di vendetta perché sono i segni dell’impotenza…

È una guerra contro l’altra organizzazione, quella del caos del brulichio dell’odio…

La luna è simbolo dell’inferno perché ci fa vedere che cosa è il mondo nell’universo.

Le stelle sono pozzi di vendetta perché sono i segni dell’impotenza. Non voglio più vedere la Terra. Non voglio più conoscere la trama della storia. Non voglio più protendermi sulla mia faccia, né conoscere la vecchia sfera del pensiero in cui tutto è prigioniero. Non voglio nemmeno più immaginare questo minuscolo deserto sospeso tra quattro mura. Se ci penserò lo farò come potrebbe farlo una lumaca o uno scarabeo… Maledetto giardino della coscienza! Come potrei stargli ancora davanti, se non posso guardare una mela, o una tavola, senza vedere subito la parete del vuoto…»

Questo che segue è parte di uno scritto inedito di Aldo Braibanti su Transfert per Kamera girato da Alberto Grifi durante le sue improvvisazioni teatrali

Transfert per kamera di Alberto Grifi, è la prima esile esperienza non abortita di questi incroci nella sperimentazione del discorso privato di ognuno di noi, nel suo relazionarsi al dialogo, nel rivarcare la soglia, scendere di nuovo al nucleo col mutuo soccorso dell’infezione, e di nuovo ritrovare l’uscita sul continuum. Ora che preparo, entro il prossimo autunno, l’ultima e più grande sperimentazione di Virulentia, e gli incastri mi esaltano mentre esalto, contro e oltre i falsi e spesso inutili appannaggi della reazione, il recupero della memoria di fronte al lavoro di Alberto ripropone il niente di fatto di quel ricominciamento da capo che è ancora il mio piacere più eccitante – e più necessario. L’incontro del 66-67 è ora evidenziato dall’ulteriore e diverso sviluppo del lavoro mio e di quello di Alberto. Ma così era anche al tempo dell’incontro. Anche allora la diversità validificava le affinità elettive. Il co-transfert non solo non esaurisce i due termini, non solo non li blocca all’appuntamento, ma, violentata la propria funzione terapeutica, o, se si vuole, catartica, si evolve in molti metodi e in una sola insaziabile istanza metodologica. E’ ovvio che di questo ultimo aggettivo si ideogrammano molte varianti semantiche, molte loro gestualizzazioni provvisorie nella officíazione del rito, e la conseguente usura di ogni possibile ideologia. Né sette né chiese. La sperimentazione mi convince sempre di più che il primo percorso del bisogno insopprimibile di legare è oggi più che mai il gesto che slega e non anticipa sintesi artificiali.

Ci basta identificare, nella prassi, vita, ricerca, poesia, amore.

Vorrei aggiungere che l’utilizzazione magica dei mezzi tecnici da parte di Alberto non ci dovrebbe mai fascìnosamente distrarre.

Il discorso di Alberto vale la candela di questa magia, proprio perché mi so ascoltato da lui quando e quanto imparo ascoltarlo.

Il giuoco mi sembra ancora bello e ancora aperto.

Roma, Gennaio 1971

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Ragazza del Novecento, del duemila e oltre, Rossana Rossanda ruba la scena a chiunque nel film che le ha dedicato Mara Chiaretti: fosse anche il comitato centrale del Pci nel ’69, o la trasmissione in prima serata, o i cari amici – Fabrizio Barca, Nadia Fusini, Carlo Freccero, Sandro Lombardi, Philippe Daverio – che vanno a trovarla in occasione del suo compleanno.

Vanno da lei, recando omaggi e sorrisi in quel «giardino segreto» che è la sua residenza parigina. Oggi si può vedere lo straordinario ritratto Essere Rossana Rossanda a Roma alla Casa internazionale delle Donne alle ore 18.

L’EMOZIONE che non vuole trapelare dal suo linguaggio sferzante è ben espresso dalla regia che circonda la protagonista di colori e fiori, ben lontana in ogni caso dal grigiore italiano, quasi un intermezzo settecentesco.

Per noi vedere questo film non è cosa semplice, scorre un secolo di storia sullo schermo e costringe a rimettere in discussione tutto un percorso che ebbe inizio in via Tomacelli nel 1970, quando si preparavano i numeri zero del manifesto. Noi che (in tanti) venivamo dalla facoltà di filosofia di Roma ci sentivamo corazzati dal punto di vista politico, ancora di più per il fatto di non essere mai stati iscritti al Pci, come fosse una medaglia extraparlamentare.

C’è da dire che nella battaglia femminista Rossanda ci spalancava le porte: non perché lei lo fosse all’epoca (sarà un lungo percorso), ma perché era vista da tutti i compagni con un rispetto e un’ammirazione che non rivolgevano neanche ai leader maschi. Non era del resto epoca di leader, ma il fatto di chiamarsi per nome non accorciava le distanze.

Il richiamo del partito riassorbì parte della generazione dei fondatori, i primi ad allontanarsi dal quotidiano da poco fondato. Lei invece è sempre restata a condividere una rotta anche nella nebbia più fitta, fino a una delle ultime assemblee in cui il dissenso diventa più forte.

Com’è andata? «Il nuovo manifesto voleva cambiare. Una vecchia comunista e in più prepotente e insopportabile come me non la sopportavano più…Io ho fatto ricorso all’assemblea e l’assemblea ha votato contro di me». E nel 2012 lascia il giornale. «Sarei molto contenta se mi chiedessero di rientrare», dice. Come il manifesto ha cercato di fare (qui e qui, ndr).

NEL FILM POSSIAMO ripercorrere nel magnifico repertorio di filmati e immagini, la grande ricchezza di esperienze di una vita segnata dal rigore e dalla ragione, personalità già di spicco nella vita politica italiana ben prima del manifesto: farà bene alle nuove generazioni esaminare quegli anni per cogliere la profonda differenza di spessore e stile rispetto ai tempi contemporanei.

Ci piace vederla nei film di repertorio lasciare impietriti i suoi interlocutori nelle tribune elettorali o nel comitato centrale, come immaginarla far sobbalzare Togliatti per la sua decisione, come responsabile della politica culturale del partito, di far stampare libri fuori ordinanza, o a Cuba con Fidel o nel viaggio a Mosca a scoprire il Malevic in cantina e sentirsi anche spiegare che il partito non può stare con le avanguardie perché il popolo non le capisce.

«Darei due parole d’ordine, mai rinunciare alla ragione, mai alla libertà»Rossana Rossanda

La rilettura dell’allontanamento dal partito con il gruppo del Manifesto può essere ancora oggi di qualche insegnamento: «Mi hanno buttata fuori al momento giusto» sostiene, ricordando «il modo miserabile» con cui il partito ha fatto finire se stesso.

LA MITOLOGIA che l’ha sempre accompagnata, nel film ci arriva ammorbidita dai lievi colloqui con gli amici che la sollecitano perfino al racconto di stravaganze, di lati personali sempre stemperati da un tocco di ironia.

«La fondazione del giornale la ricordo con stupore e allegria – afferma – era un tentativo di essere comunisti e cioè coscienti della vita collettiva e dei suoi bisogni liberatori. Questo era l’insegnamento del ’68. Come movimento operaio eravamo abituati a far tacere le ragioni della persona di fronte ai bisogni di tutti».

E del ’68 indica la scoperta del problema delle donne come la cosa che segna il cambiamento più durevole. Senza dimenticare l’incubo dell’8 marzo, data fatidica in cui «bisognava sempre scrivere qualcosa» e tutti i redattori maschi si chiudevano nelle loro stanze.

Le siamo grati per essere un modello di come si sta dalla parte del torto.

OGGI LA PROIEZIONE ALLA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE DI ROMA

Oggi, la regista Mara Chiaretti parlerà del film «Essere Rossana Rossanda», insieme a Maria Luisa Boccia e Ida Dominijanni, nell’ambito dell’iniziativa dedicata alla proiezione del docufilm. L’appuntamento è alle 18 presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma (Centro Congressi, via della Lungara 19) che, insieme al Centro Riforma dello Stato, organizza l’evento.

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I lettori dello spagnolo/messicano Paco Ignacio Taibo II conoscono e apprezzano la sua scrittura scoppiettante e da giallista affermato con cui ha conquistato fama internazionale. C’è anche un Taibo narratore di personaggi e storico. Sua è una biografia di Pancho Villa (Tropea, 2006) e sua è la monumentale biografia di Ernesto Guevara pubblicata nel 1996, che ora ritorna, rivista e aggiornata, in occasione dei cinquant’anni dalla uccisione del Che in Bolivia nel novembre 1967: Senza perdere la tenerezza (Il Saggiatore, pp. 1.116, euro 26).

IL RAPPORTO tra Taibo e Guevara ha un antefatto curioso. Nel 1994 uscì un suo libro con il titolo L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (Newton Compton), in cui per la prima volta si faceva chiarezza su un passaggio della biografia guevariana relativo al 1965, data che precede la decisione della spedizione guerrigliera in Bolivia. Taibo, a cui per la prima volta vennero aperti gli archivi cubani (lui disse di aver potuto consultare solo per poche ore alcuni documenti riservati), fu il primo a scrivere di una missione internazionalista in Africa, specificamente in Congo, coordinata da Guevara proprio nel 1965. In seguito, si apprese dell’esistenza di un diario africano, che Guevara visse a Praga dopo l’Africa e poi fece ritorno in incognito a Cuba per addestrare il gruppo di guerriglieri che lo avrebbe accompagnato in Bolivia. Una consegna del silenzio e di riservatezza aveva circondato le vicende di Guevara dal 1964 – quando non comparirà più a Cuba – fino alla morte nel 1967.

DI UNA NUOVA EDIZIONE di questa biografia scritta da Taibo c’era indubbiamente necessità. Negli ultimi vent’anni il dibattito e la ricerca intorno al Che sono proseguiti incessantemente, come ricorda lo stesso autore nella sua nota introduttiva. Cuba ha fornito nuovi particolari biografici su quello che la storiografia ufficiale dell’isola definisce il «guerrigliero eroico».
Fidel Castro ha dato, inoltre, il nulla osta perché fossero pubblicati per la prima volta gli scritti di Guevara rimasti inconclusi e inediti, in particolare gli appunti filosofici e quelli di economia politica che rappresentano il lavoro più maturo della sua produzione teorica e quelli più polemici verso la modellistica sociale ed economica del «socialismo reale» di Mosca e dei paesi dell’Est.
Altri documenti parzialmente inediti sono stati pubblicati relativi al dibattito economico che divampò a L’Avana nei primi anni Sessanta e che vide il Che, pur nella sua carica di ministro dell’Industria, andare in minoranza sull’idea del progressivo abbandono della monocultura della canna da zucchero e di una rapida industrializzazione dell’isola per renderla il più possibile indipendente. Oggi, a differenza di due decenni fa, di Guevara sappiamo quasi tutto e gli inediti – se ce ne sono ancora – non sono fondamentali per un giudizio definitivo sulla sua personalità.

INTANTO – ricorda Taibo nella sua minuziosa ricostruzione biografica – non muore il mito Guevara. La sua icona ha tutti gli ingredienti per resistere al logorio del tempo: l’assassinio in Bolivia a 39 anni, l’abbandono dell’Avana quando era al culmine delle gratificazioni come leader della rivoluzione, la coerenza tra il dire e il fare portata alle estreme conseguenze (come annotava Eduardo Galeano), il volto bello e giovane ritratto in decine di fotografie (in particolare in quella di Alberto Korda che lo raffigura con basco e sguardo rivolto all’orizzonte), l’impossibilità di invecchiare sia nel fisico sia nelle idee, un viaggio giovanile in alcuni paesi latinoamericani a bordo di una moto come farebbe un ragazzo degli anni 2000, la laurea in medicina per rendersi socialmente utile. Grazie a questi ingredienti, Guevara è diventato uno dei riferimenti del 1968 e poi dei movimenti di rivolta successivi, fino a quello recente «no global».
È l’unico mito rivoluzionario che resiste sia in Europa sia in America Latina, dove dell’iconografia comunista non sono sopravvissuti né Lenin né Mao né Trotzsky e neppure Rosa Luxemburg. Per le nuove generazioni, anche se non hanno mai letto i suoi scritti e conoscono ben poco di lui, il Che resta sinonimo di ribellione al potere e di indissolubile rapporto coerente tra etica e politica.

QUELLO CHE PIACE nella lettura delle oltre mille pagine della biografia scritta da Taibo è il rifuggire da facili cliché per sgombrare il campo da interpretazioni un po’ agiografiche o semplicistiche. L’idea che Guevara sia una sorta di moderno Don Chisciotte guerrigliero non gli rende onore. Il Che non è stato soltanto uomo d’azione, ma anche statista (troppo spesso resta in ombra l’esperienza di ministro dal 1961 al 1963, anni decisivi nella transizione cubana) e autore di alcuni libri fondamentali sulla rivoluzione dei barbudos. Un altro errore – si evince dalla lettura di Taibo – è considerare il pensiero politico di Guevara come un nucleo teorico a tutto tondo, un marxismo libertario e umanista da contrapporre al marxismo autoritario ed economicista.

La sua biografia intellettuale è, invece, empiricamente caratterizzata da scelte che avvengono sulla scorta di esperienze, incontri, letture e maturazione politica indotta dall’esperienza a L’Avana. Il Che, all’inizio della sua avventura cubana, era un marxista dottrinario che guardava con favore alle esperienze del «socialismo reale». Poi matura progressivamente un distacco da quei modelli. Ci sono perciò nei suoi scritti intuizioni e spunti critici, non ancora una teoria alternativa al socialismo di Stato. La vita di Guevara si spezza per giunta mentre la sua riflessione è in evoluzione e non ha ancora preso la forma compiuta di un’alternativa al modello sovietico. In soli undici anni, da quando parte nel 1956 con Fidel Castro dal Messico alla volta di Cuba fino alla decisione di guidare la guerriglia in Bolivia, il Che condensa una serie straordinaria di esperienze e riflessioni politiche che lo trasformano in un personaggio assolutamente singolare.

Taibo rifugge pure dal cliché della «rottura» politica tra Castro e Guevara. Preferisce far parlare documenti e testimonianze sulla doccia fredda arrivata nel 1963, quando il Che sferra un attacco ai primi segnali di burocratismo e cerca di modificare il sistema di pianificazione. In quel cruciale 1963 si era aperto lo scontro al vertice del governo cubano a cui contribuiscono due economisti europei, presenti a L’Avana come consulenti: Ernest Mandel e Charles Bettelheim. Il primo sostiene le posizioni di Guevara, il secondo è d’accordo con quanti chiedono una rapida correzione di rotta per tornare al primato dell’agricoltura.
La sterzata finale arriva quando un documento del Consiglio dei ministri ufficializza che l’agricoltura e la canna da zucchero devono tornare il fulcro dell’economia dell’isola. Il Ministero dell’industria, di conseguenza, perde il controllo delle attività produttive. È in quel passaggio che Guevara matura la decisione definitiva di lasciare L’Avana su cui stava meditando da tempo. Taibo riporta una confidenza del Che fatta a un suo collaboratore già nel 1961: «Restiamo qui per cinque anni e poi ce ne andiamo. Anche più vecchi di cinque anni, potremo ancora fare una guerriglia». Poi verranno le missioni sfortunate in Africa e Bolivia, che Taibo ricostruisce puntigliosamente.

LA MORTE DI GUEVARA chiuderà un’epoca della rivoluzione cubana e della storia dell’America Latina. Cuba ripiega. Sfuma l’obiettivo guevariano di estendere la rivoluzione in altri paesi del continente (dove prevarranno spietate dittature militari) e di sottrarsi al dilemma o Stati Uniti o Unione sovietica. Implacabili ammonimenti sulle possibili alternative erano già venuti nel 1961 (la tentata invasione a Playa Girón finanziata da Washington) e nel 1962 (la «crisi dei missili», lo scontro Kennedy-Krusciov sull’installazione di ordigni nucleari a Cuba). La rivoluzione cubana in quei frangenti si istituzionalizza e imita, pur mantenendo indubbi margini di autonomia in politica estera e interna, gran parte delle malattie del «socialismo reale», soprattutto nel decennio settanta, definito dagli stessi intellettuali cubani «decade grigia»: burocrazia, inefficienza, partito unico. Solo nel 1987, a vent’anni dalla morte di Guevara, Castro tenterà il recupero delle riflessioni politiche del Che. Il contesto è quello delle riforme della perestrojka avviate da Mikhail Gorbaciov a Mosca. Cuba preferisce cercare altre alternative, scavando nelle origini della propria rivoluzione. Arriverà ben presto però la crisi economica seguita al crollo del «socialismo reale» a rendere più pragmatica la politica dell’Avana giunta con caparbietà e coraggio – non privi di contraddizioni e abbagli – fino al nostro 2017.

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Giovanna Marini, la donna che alla politica le ha sempre «cantate», compie oggi 80 anni. Ma resta l’eterna ragazza della canzone popolare e politica, sempre con la sua chitarra, circondata dai cori (e coristi di ogni età) che attorno a lei si sono riuniti negli anni. E con loro soltanto (il coro della Scuola musicale di Testaccio e quello della località dei Castelli romani dove risiede) festeggerà l’anniversario. Giovanna Marini è innanzitutto una voce, che da cinquant’anni si è dedicata al recupero e rilancio della canzone popolare e di tutte le variazioni poetiche, politiche e sociali che questa è andata acquisendo nelle varie regioni italiane.

Dall’esperienza dirompente di Bella ciao che sconvolse l’elegante festival di Spoleto a metà degli anni 60, la sua voce ha dato fiato, riconoscibilità, armonia e disarmonie a tutti i movimenti che dal ’68 hanno animato il nostro paese. E non solo, perché anche in Francia e in Svizzera i suoi recital sono richiesti e acclamati.

La sua vocazione musicale era nata al Conservatorio di Santa Cecilia, e si è modulata negli anni nelle molte cantate, ballate e elaborazioni di vario genere e forma, che ne fanno oggi una delle maggiori compositrici italiane. Ma ha continuato sempre a suonare, cantare e soprattutto indagare le più antiche sonorità, in ogni angolo d’Italia, dentro la tradizione religiosa come in quella della protesta e del lavoro. Vera erede dello spirito militante di Ernesto De Martino, fu incoraggiata alla ricerca nella musica popolare da Pier Paolo Pasolini.

Le sue canzoni hanno costituito il sound di mille manifestazioni e proteste, il suo orecchio ha aiutato giovani di generazioni diverse a capire di più il mondo entrandoci in sintonia. I suoi corsi alla Scuola di Testaccio come altrove continuano a essere affollati, anche perché il rigore e la preparazione musicale non le hanno mai limitato una simpatia e un calore umano impossibili da arginare. Tanti auguri dal collettivo de il manifesto.

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«Noi oggi chiamiamo all’interezza di un corpo frammenti di inaddomesticato, luoghi guerrieri del presente, del mito, della storia, dell’affabulare». Era il 1987 quando Angela Putino rifletteva su questi temi, tratti da Cosmo – contenuto in Quattro giovedì e un venerdì per la filosofia (collana di Via Dogana). Filosofa, femminista, pensatrice tra le più affascinanti e taglienti che il Novecento italiano ci abbia regalato, scompariva il 16 gennaio di dieci anni fa all’età di 61 anni.

Fattezze minute, pensiero capace di alzare il cielo. Piccola, eppure con occhi spalancati che sostenevano una complessità di visione e di ragionamento che lasciava strabiliate. Chi l’ha conosciuta e amata potrà confermare, chi la vuole vedere «in presenza» anche oggi può farlo grazie al documentario di Nadia Pizzuti, Amica nostra Angela (2012) che contiene diversi video e testimonianze. Tratteggiano una comunità intera, quella del femminismo che si andava costruendo a Napoli, punto di radicamento politico e di contatto con altre realtà sparse nel territorio nazionale. Dal collettivo Transizione al Virginia Woolf e alla comunità di Diotima (di quest’ultima ha fatto parte per diversi anni), le relazioni di Angela Putino erano molteplici. Lucia Mastrodomenico, stella polare di pratiche e amicizia politica (muore due settimane prima di lei) con cui dà vita alla rivista adateoriafemminista, Giovanna Borrello, Alessandra Bocchetti, Lina Mangiacapre, Luisa Muraro e altre ancora.

Il desiderio, era chiaro già da allora, «è una condizione di necessità, forgia gli strumenti». In questo contesto il punto di leva è proprio l’inaddomesticato, il partire da sé, il punto di non tenuta per una donna che la trasporta da una condizione di «estraneità» al suo «essere straniera».
Che cosa ne è dei corpi sessuati, come si acceda alla funzione guerriera, perché sia importante riferirsi alle figure del mito (quando sono parlanti, come Antigone) e quale spazio abbia l’amicizia e la relazione tra donne sono, uno per uno, gli elementi con cui Angela Putino ha contaminato irreversibilmente il pensiero della differenza sessuale italiano. Essendone anzitutto una esigente e a tratti scomoda critica là dove non sentiva corrispondenza tra teoria e materialità delle vite, in quegli interstizi per lei opachi che rimuovevano prima di tutto i corpi e ciò a cui venivano sovente sottoposti.
Alla fine degli anni Novanta nasce intorno a questo nucleo di intendimenti il volume Amiche mie isteriche (Cronopio, 1998) che non si capirebbe a pieno se non si considerasse interno almeno a una delle due traiettorie principali già ampiamente frequentate da Putino, la biopolitica. Nel 2011, i saggi dedicati all’argomento trovano finalmente una sistemazione grazie al paziente lavoro di Tristana Dini I corpi di mezzo (edito da ombre corte) raccoglie dieci saggi brevi tutti già apparsi in riviste o collettanee, tranne uno del tutto inedito, che coprono un arco temporale di tredici anni (dal 1994 al 2007). Quando nei primi anni Novanta Giorgio Agamben, Antonio Negri e Roberto Esposito intervenivano nella discussione pubblica italiana a proposito del bio-potere, già allora il posizionamento di Putino era collocato in maniera magistrale fuori dal terreno della filosofia politica per riconoscere, nella distinzione tra bio-potere e sovranità, il fulcro vero e dolente della faccenda, rubricabile – nella unificazione dei due poteri – nel modo mimetico maschile-patriarcale. È interno a questa disseminazione – teoricamente pionieristica e al contempo scientificamente rigorosa – l’accostamento al pamphlet Amiche mie isteriche, che ha decretato tutta la forza del suo essere fuori dai blocchi identitari, mettendo in discussione lo stesso alveo teorico-politico in cui si riconosceva e con cui non ha mai smesso di porsi dialetticamente a confronto. Nell’Arte di polemizzare tra donne (Sottosopra blu, giugno 1987) spiegava bene cosa fosse il «far guerra» nelle comuni e reciproche ferite. Docente di bioetica e filosofia del linguaggio e della scienza all’università di Salerno, maestra di libertà femminile, Angela Putino ha consegnato pagine di una densità formidabile in cui le incursioni transdisciplinari rappresentano l’ossatura danzante di un pensiero amoroso che ha interrogato l’inaudito. L’articolazione del suo lavoro può essere percorsa in Esercizi di composizione per Angela Putino (Liguori, 2010) a cura di Stefania Tarantino e Giovanna Borrello – ritratto filosofico e politico cruciale.Lunghe e appassionate sono anche le riflessioni contenute in Simone Weil. Un’intima estraneità (Città aperta, 2006), testo inaggirabile in cui Putino conduce una delle sue analisi più alte e originali, allargando il lavoro che aveva già dedicato alla filosofa francese nel 1997 (Simone Weil e la passione di Dio) e aggiungendo alla discussione degli studi weiliani il passaggio sulla teoria del matematico Georg Cantor sugli infiniti in atto. Putino si aggancia a un episodio della biografia di Weil che, nel 1937, aveva partecipato a un incontro sul tema.

La filosofa napoletana ci conduce in una rilettura cantoriana del «funzionamento» della differenza sessuale in relazione a Simone Weil; questo il «retroterra» per comprendere come l’abietto e la verità stiano l’uno accanto all’altra camminando dalla stessa parte. In quel silenzio, frutto di uno scacco linguistico, si sgrana un «fuori», un vuoto che non chiede di essere colmato e che si apre al «tu» della relazione. Solo in questo modo la «sventura», intesa impropriamente come sola miseria simbolica che inchioda a una impossibilità di agire, cambia di segno. Quel «resto», che è lo stesso abietto – termine che prevede non corpi anonimi bensì l’esposizione stessa della carne intesa come nuda vita – è la possibilità infinita della differenza femminile di essere estranea alla conta pur essendo la condizione stessa affinché quella conta possa darsi. È un fuori che bisogna continuare a fare esistere, pensa Putino, perché possa moltiplicarsi – come accade negli infiniti cantoriani.

Sono trascorsi dieci anni e sembra ancora di vedere la sua figuretta inerpicata nella collina sopra Mergellina, insieme ai suoi gatti. Nel frattempo ci ha anche insegnato a pensare. Pensare e sentire l’altra. E immaginare, «nella curvatura del reale», la festa che è stata, e può essere ancora, il femminismo.

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LA RIVISTA ADATEORIAFEMMINISTA DIVENTA UN LIBRO

La rivista, nata nel 2006 grazie ad Angela Putino e Lucia Mastrodomenico, è un notevole laboratorio di pratiche. Questo perché attorno alla redazione sono cresciute generazioni politiche di donne che hanno lavorato alacremente e in relazione tra loro. Ora la rivista, consultabile su web, diventerà in febbraio un volume cartaceo che sarà utile avere e consultare. Comprenderà tutti i numeri fino a ora pubblicati, insieme all’ultimo editoriale del 2016 «Il mondo salvato dalle ragazzine» e si intitolerà «La teoria non è un ombrello. Dieci anni di adateoriafemminista (2006-2016)», a cura di Stefania Tarantino, Tristana Dini, Nadia Nappo, Lina Cascella (Orthotes editrice).

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«La vittoria del fascismo», scrivono Pierre Dardot e Christian Laval nelle prime pagine del loro Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, trad. di Ilaria Bussoni, pp. 142, 15 euro), «è una possibilità con cui dobbiamo fare i conti. E nessuno potrà dire ‘noi non sapevamo’». È un’affermazione che condivido, pur non avendo qui lo spazio per qualificarla e precisarla, come sarebbe necessario. Dà in ogni caso il senso dell’urgenza politica che pervade il testo dei due autori francesi. A differenza dei ponderosi volumi da loro scritti negli ultimi anni – La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista e Del Comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo (entrambi editi da DeriveApprodi), a cui va aggiunto Marx, Prénom Karl (Gallimard, 2012) – questo nuovo libro è una sorta di manifesto, un lungo pamphlet pensato e scritto come un intervento direttamente politico. Vale la pena dunque di discuterlo in quanto tale, anche tenendo presente la notevole influenza che in particolare La nuova ragione del mondo ha esercitato nel dibattito italiano.

LO SFONDO di Guerra alla democrazia è definito dal processo di radicalizzazione e rafforzamento del «neoliberalismo» negli anni successivi all’inizio della grande crisi economica e finanziaria nel 2007/8. È un processo che andrebbe indagato sulla scala globale che il «neoliberalismo» ha assunto come riferimento fondamentale fin dalla sua origine. Qui tuttavia, coerentemente con i loro obiettivi, Dardot e Laval si soffermano in particolare sull’Europa. Centrale è per loro, del tutto comprensibilmente, la «lezione greca», ovvero la sconfitta del tentativo di Syriza – nella prima metà del 2015 – di rompere politicamente con la continuità neoliberale dell’austerity. Il giudizio è molto netto: «vista da oggi, la partita sembrava truccata. La lezione greca dimostra che nessuna inflessione può venire davvero dall’interno del gioco istituzionale europeo, proprio per la forza del ricatto che viene esercitato sui recalcitranti nei confronti della linea dominante».

QUESTO «RICATTO» ricapitola nella prospettiva di Dardot e Laval i capisaldi del neoliberalismo (in particolare nella sua variante «ordoliberale»), esasperandone le caratteristiche «anti-democratiche» e «oligarchiche». Sono qui ripresi i tratti fondamentali della ricostruzione «genealogica» del neoliberalismo proposta – innestando significative integrazioni e correzioni su una traccia foucaultiana – in La nuova ragione del mondo.

Con quel libro Dardot e Laval hanno contribuito a «spiazzare» l’immagine dominante a «sinistra» del neoliberalismo, criticandone in particolare l’interpretazione puramente «negativa» (smantellamento delle regole, riduzione dei margini d’azione dello Stato). Il neoliberalismo è piuttosto a loro giudizio «una forma di potere positiva e originale», capace di plasmare le «forme di vita» e le «condotte» sincronizzandole alla «logica del capitale». Il nuovo libro di Dardot e Laval è in particolare molto efficace nell’analizzare il radicale svuotamento della democrazia rappresentativa che si è determinato negli ultimi anni in Europa, nel segno dell’affermarsi di quel «nuovo concetto di sovranità» di cui parlò nel dicembre 2011 (dopo la destituzione di Papandreu in Grecia) l’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet.

Il fatto è, tuttavia, che la parte «propositiva» del manifesto di Dardot e Laval, interamente ritagliata attorno a un’intransigente «rivendicazione di democrazia», non mi pare davvero all’altezza delle stesse sfide indicate nella parte analitica. Il problema, del resto, era già presente – sotto il profilo teorico – in La nuova ragione del mondo, dove gli stessi Dardot e Laval scrivevano che «che è più facile evadere da una prigione che uscire da una razionalità».

ORA, CHIUNQUE ABBIA VISTO ad esempio Papillon sa che per progettare un’evasione è fondamentale lo sguardo che si getta ai muri della propria prigione. E ho l’impressione che la particolare interpretazione della categoria foucualtiana di «governamentalità» proposta da Dardot e Laval finisca per fare velo alle crepe di quei muri ben più di quanto non contribuisca a individuarle e ad allargarle. Tanto è vero che i riferimenti alla «promozione di forme di soggettivazione alternative» e alle «contro-condotte» come terreno di lotta e resistenza, nelle ultime pagine di quel libro, lasciava un po’ spiazzati. Né il successivo Del comune ha contribuito a risolvere il problema di comprendere – per dirla nel modo più semplice possibile – da dove e come possano emergere queste contro-condotte capaci di definire un’alternativa al neoliberalismo.

Abbiamo ora, in un testo più esplicitamente politico, una risposta a questo problema? «L’unica alternativa possibile al neoliberalismo», scrivono in Guerra alla democrazia Dardot e Laval, «parte dall’immaginario». Ok, suona bene «immaginario». Né mi sogno di contestare la potenza politica dell’immaginazione – al contrario. Ma questa potenza dovrà ben essere materialmente qualificata e impiantata in processi sociali e politici determinati – dovrà essere nutrita da e a sua volta nutrire lotte. Qui si parla di un «blocco democratico internazionale», di una «federazione europea e mondiale» di «coalizioni democratiche». Se ne può dire qualcosa di più?

I LORO «CONTORNI programmatici» non si possono definire, perché – ci informano i due autori in modo un po’ sorprendente – «averne la pretesa significherebbe contravvenire al principio stesso della democrazia». Si può dire allora qualcosa sulla loro composizione e organizzazione? Solo in negativo, sembrerebbe: occorre «rompere una volta per tutte con la logica del partito e degli spauracchi della rappresentanza». Alla fine, tuttavia, proprio nell’ultima pagina del libro un paio di regole «non negoziabili» vengono pur sempre formulate: la «rotazione delle cariche» e la «non rieleggibilità nelle funzioni pubbliche». Chissà che ne direbbe, in Italia, il movimento 5 stelle…

Vi sono molti passaggi interessanti e originali in Guerra alla democrazia, ad esempio la ripresa della definizione aristotelica di democrazia come potere dei poveri, e dunque di «una parte della polis». Ripeto tuttavia che lo svolgimento di una proposta politica che si vorrebbe radicalmente democratica, federativa e cooperativa è davvero molto debole, se non evanescente, in questo libro. Completamente eluso, in particolare, rimane nella «pars construens» il problema del potere – della costruzione di un rapporto di forza che consenta appunto di «immaginare» (e dunque di praticare) un’«alternativa possibile».

DARDOT E LAVAL sono autori di libri importanti, sono schierati politicamente da quella che io considero essere la «parte giusta». La loro critica, sulla base di un’analisi realistica di quel che è diventato lo Stato nel tempo neoliberale, di ogni «statualismo» e «nazionalismo» di sinistra è oggi davvero preziosa in Europa – così come la loro insistenza sulla necessità di tenere aperta la «questione europea» pur criticando a fondo l’Unione europea «per come esiste oggi». E trovo condivisibile la loro insistenza sull’importanza, nella prospettiva di una reinvenzione dell’«internazionalismo», di un lavoro sulle norme e sulle istituzioni del «comune».

SE DARDOT E LAVAL criticano tuttavia con qualche ragione gli approcci «economicistici» alla crisi contemporanea in Europa, a me pare che il loro approccio sconti un «riduzionismo» di segno opposto – finendo per nutrire una teoria della «pura politica», dove il riferimento alla democrazia appare svuotato di ogni determinazione materiale. A me pare, al contrario, che la teoria politica di cui abbiamo bisogno oggi – come esito di un lavoro collettivo in cui Dardot e Laval sono interlocutori fondamentali – debba necessariamente articolarsi con una nuova critica dell’economia politica. Letta in una chiave politica, e rinnovata a fronte dell’attuale realtà del capitalismo, una categoria «antica» – quella di lotta di classe – potrebbe mettere al riparo da ogni rischio di «riduzionismo», tanto «economico» quanto «politico».

La versione integrale di questo articolo si può leggere nel sito www.euronomade.info

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Aveva una voce quasi priva di tenerezza con cui sussurrava amore all’orecchio di migliaia di persone e rivoluzione al cuore di milioni, e grandi occhi che rapidi nascondevano la solitudine dietro un velo. Così la descriveva Maya Angelou nel 1970, chiedendosi: Che cosa le è successo, Miss Simone? È quello che nel 2015 ha provato a raccontare il documentario di Liz Garbus, a cui quest’anno si aggiunge (in Italia nella traduzione di Elena Montemaggi per Il Saggiatore) la biografia scritta da Alan Light. Il libro è un’integrazione del documentario e si basa sulla stessa messe di materiale, tra cui i diari e le lettere dell’Alta Sacerdotessa del Soul, e ne racconta la vita, l’arte, il disagio psichico sfociato in una diagnosi di disturbo bipolare negli anni ‘80, il drammatico rapporto con la figlia, gli anni caotici, lo sbando e il complicato ritorno all’attività concertistica. Ne racconta anche i tempi, in particolare il decennio dei Sessanta, di cui Nina Simone fu protagonista partecipando attivamente alla causa dei neri americani. «Se era brillante e al contempo instabile non era forse perché viveva in un momento storico altrettanto brillante e instabile?», si chiede Light nell’introduzione. Secondo Attallah Shabazz, figlia maggiore di Malcolm X, «semmai erano i tempi a essere in conflitto con lei».

Se fosse ancora viva, Nina Simone sarebbe contenta dei nostri tempi? Il fatto che nel 2013 – dieci anni dopo la sua morte, cinquanta dopo il sogno del Reverendo King e durante il secondo mandato del primo presidente afroamericano della storia – sia nato il movimento Black Lives Matter l’avrebbe fatta tuonare di rabbia. Nella migliore delle ipotesi, questa si sarebbe tramutata in un inno molto più incendiario di Mississippi Goddam, la canzone scritta nel 1964 dopo l’assassinio di Medgar Evers in Mississippi e le bombe nella chiesa battista di Birmingham, in Alabama, che uccisero quattro bambine nere. Oggi la Dottoressa Simone avrebbe 83 anni, due meno di Toni Morrison, e sicuramente una medaglia presidenziale al collo come Ella e Aretha, ma ciò non avrebbe fatto di lei un’icona serafica nell’Olimpo dei neri d’America.

Eunice Waymon era cresciuta a Tryon, North Carolina, dove i binari della ferrovia dividevano la città in due, da una parte i bianchi dall’altra i neri. Binari che lei attraversava per andare a lezione di pianoforte da un’insegnante bianca, una bambina nera trasformata in piccola schiava dal talento per la musica: accompagnava la madre, ministro battista, nelle funzioni in chiesa, suonava per il coro, andava a scuola, aiutava in casa, prendeva lezioni, si esercitava per ore. A dodici anni, al primo recital, vide i genitori in fondo alla sala e i bianchi seduti davanti. Pretese per loro due posti in prima fila, ma quell’episodio traumatico fu determinante per il suo futuro impegno di attivista. Un’altra fonte di rabbia e frustrazione fu la mancata ammissione al Curtis Institute che mise fine al sogno di diventare la prima pianista classica nera. Per guadagnarsi da vivere iniziò a suonare nei club e a incidere dischi, diventando una straordinaria pianista e interprete che non dimenticò mai né l’imprinting di Bach né la rabbia provata da bambina.

Nina Simone ha dato ai neri l’orgoglio di quell’identità che lei stessa ha cercato tutta la vita: To be young, gifted and black è una grande canzone d’amore per la sua gente prima che un inno motivazionale (Barack Obama aveva otto anni all’epoca, abbastanza grande da ricordarsela). Un’identità che per le donne è più difficile da trovare: «Chi sono, da dove vengo, mi piaccio davvero?», si chiedeva. «Se sono nera e bellissima, e lo sono davvero e ne sono consapevole, allora non mi interessa se qualcuno afferma il contrario». Canzoni come Four Women sono decisamente universali: la cruda riflessione sulla condizione delle donne afroamericane vale per ogni donna non emancipata.

Forse quello che oggi la renderebbe felice è vedere in testa a molte classifiche di fine anno opere discografiche come Lemonade, il visual album di Beyoncé, un’autobiografia individuale e corale allo stesso tempo, l’opera ambiziosa di una donna che esce rigenerata da una crisi profonda. Una gloriosa affermazione di identità, autoconsapevolezza, creatività, emancipazione e potere che esalta la sorellanza e un mondo matriarcale in cui non esiste post-verità.

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Nel giugno 1979 arrivò nelle edicole e vendette subito uno sproposito il primo e molto atteso numero di una nuova rivista. Si chiamava Metropoli ed era redatta, come spiegava il primo editoriale, «da un collettivo di compagni che, nel suo insieme, ha attraversato il ’68, l’autunno caldo delle lotte di fabbrica; poi ancora l’esperienza breve e felice di Potere operaio, l’area dell’autonomia e dintorni; successivamente il movimento del ’77 ed in particolare la sua ala beffarda e creativa». Quando la rivista, in gestazione già da un paio d’anni, vide finalmente la luce molti dei suoi redattori erano in galera oppure inseguiti da mandati di cattura per una quantità di reati sufficienti a riempire mezzo codice penale. Erano stati spiccati il 7 aprile e pochi mesi dopo, il 21 dicembre, una nuova raffica avrebbe colpito quasi tutti i redattori scampati alla prima falcidie. Il secondo numero del giornale sarebbe in effetti uscito quasi un anno più tardi, nell’aprile 1980, pensato e spesso anche scritto nelle patrie galere. Altri 5 fascicoli sarebbero seguito nel 1981, mentre il «caso 7 aprile» continuava a tenere banco sulle prime pagine.

CON UNA BIOGRAFIA del genere era inevitabile che la rivista restasse indebitamente incisa nella memoria come un giornale dal piglio quasi militare, scritto sotto il fischio delle pallottole. Nulla di più distante dalla verità. Metropoli era sì una rivista di battaglia, ma con obiettivi infinitamente più ambiziosi di un intervento a raggio corto nel «dibattito» tra movimento e organizzazioni combattenti. C’era anche questo, né poteva essere diversamente nell’Italia del 1979, ma non si trattava certo dell’elemento centrale.
Metropoli si misurava con una trasformazione complessiva dell’assetto sociale, delle dinamiche del comando e delle forze produttive allora solo agli albori ma di cui già coglieva la portate e le dimensioni, e che intuiva essere destinata a stravolgere l’intero catalogo del discorso politico e rivoluzionario che si era snodato nel decennio precedente. Veniva rimesso in discussione proprio tutto: dalla concezione della rivoluzione come presa del potere alla mitologia dell’eguaglianza intesa come elemento che accomuna capitalismo e socialismo, sino alla possibilità del superamento rivoluzionario e non vuotamente umanistico della logica schmittiana amico/nemico.

A RIGORE e nonostante il senso comune immagini il contrario, Metropoli non è una rivista degli anni ’70, se non per la composizione della redazione nella quale figurano alcuni dei principali dirigenti operaisti del decennio rosso, come Bifo, Lucio Castellano, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Paolo Virno, Lauso Zagato. È invece un giornale che da quel decennio mira a prendere consapevolmente commiato per attrezzarsi e affrontare una fase che intravede radicalmente diversa. Tra i tanti contenuti ancora oggi preziosi, la sezione sulla Frontiera che occupa una postazione centrale nel numero 6 della rivista fissa punti cardinali a tutt’oggi validi e indica un orizzonte che a 35 anni di distanza è ancora lo stesso.
La frattura col passato è evidente già nei linguaggi scelti, a partire dalla decisione di raccontare il sequestro Moro con un fumetto: neppure i più sprezzanti avrebbero potuto immaginare che ci fossero in giro togati tanto decerebrati da spulciare quelle vignette per trovare indicazioni precise sulla realtà del sequestro. Invece andò proprio così. La rottura linguistica e la scelta di procedere per via di inchiesta sociale concreta sarebbero state anche più marcate se la rivista avesse potuto uscire sempre e non solo nel suo primo numero per come era stata pensata: obiettivo reso proibitivo dal soggiorno carcerario di quasi tutta la redazione. Metropoli mantenne sempre, però, un’attenzione giornalistica e non solo riflessiva forte sull’universo delle periferie urbane e sugli scenari internazionali. New York, che non era ancora un ghetto dorato aperto solo ai benestanti, campeggia praticamente in tutti i fascicoli, ma altrettanto viva era l’attenzione profetica per i paesi dell’Est. Nel primo numero figura un ampio «Dossier Polonia» curato da Piperno che anticipava di un anno gli scioperi di Danzica a la nascita di Solidarnosc.

A RILEGGERLI OGGI, nel bellissimo reprint in due volumi in anastatica edito da PGreco (euro 38), i numeri di Metropoli sono anche una testimonianza storica affascinante: registrano infatti, come in un’istantanea nitida, la breve fase in cui si delineava la rivoluzione produttiva e sociale in procinto di sconvolgere tutti gli assetti precedenti, incluso quello sovversivo, lasciando però ancora aperta l’opzione di una sua possibile evoluzione verso la liberazione dal lavoro invece che in direzione di un rinsaldamento del dominio reso possibile proprio dalla minore necessità del lavoro.
C’è un elemento in più che rende questa raccolta preziosa: compaiono qui, nella rivista o nei più densi e teorici materiali di riflessione contenuti nella collana acclusa «Pre-Print», i pezzi migliori nella produzione di Lucio Castellano, scomparso nel 1995. Per chi lo ha conosciuto e ancor più per chi non ha avuto questa fortuna è l’occasione giusta per scoprire o riscoprire l’audacia della sua intelligenza, la lucidità delle sue analisi dissacranti quanto taglienti, l’anticipo con cui sapeva cogliere dinamiche e domande che oggi sembrano quasi ovvie ma che allora erano invece difficilmente prevedibili.

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Nel 1944 Sándor Kopácsi è un giovane operaio. Viene dal nord dell’Ungheria e si unisce alla Resistenza contro i tedeschi. Saluta con entusiasmo l’arrivo delle truppe sovietiche e, quindi, la liberazione, in seguito alla quale entra nel partito e conosce una rapida carriera che lo porterà a diventare questore di Budapest a soli trent’anni. Come tale, andrà incontro a quel fatale autunno del 1956 che Kopácsi racconta in Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello (edizioni e/o, pp. 419, euro 18, traduzione di Angela Trezza, postfazione di Aldo Natoli), il romanzo della sollevazione popolare ungherese in cui la vicenda personale del narratore si intreccia sempre più strettamente con quelle di una Budapest e di un intero paese in fiamme.
Kopácsi crede nel socialismo, nella sua capacità di ricostruire materialmente e moralmente la sua Ungheria uscita pesantemente sconfitta dalla Seconda guerra mondiale dopo essersi messa dalla parte della Germania di Hitler.

CREDE NEL PARTITO e nella sua capacità di agire per il bene del paese anche quando, alla fine degli anni ’40, hanno luogo processi montati ed esecuzioni nei confronti di dirigenti del partito accusati di deviazionismo titoista. La prima vittima è László Rajk, che viene accusato di aver ordito un complotto con la Jugoslavia di Tito e con gli imperialisti contro il governo del suo paese.
Una volta diffusasi l’accusa negli ambienti militari e della sicurezza, József Szilágyi, superiore diretto di Kopácsi, dice a quest’ultimo che non c’è niente di vero. «Il compagno László Rajk non è colpevole – gli confida -. È una storia montata dai servizi di sicurezza sovietici e dai loro colleghi ungheresi». L’autore e protagonista del racconto è incredulo e colto da stupore. Gli ci vorrà del tempo per rendersi pienamente conto di quanto accaduto in quella particolare fase della storia ungherese e per ripensare alla vicenda di Rajk, giustiziato nel 1949.
Sono gli anni di Mátyás Rákosi, all’epoca segretario generale del partito. Uomo dal potere pressoché illimitato, con un passato significativo: il battaglione ungherese delle Brigate Internazionali che avevano preso parte alla guerra di Spagna portava il suo nome. Kopácsi è emozionato la prima volta che si presenta al suo cospetto, e nota che quell’uomo è informato di tutto e indovina tutto. Diventerà suo addetto prima di essere nominato questore.

GLI AVVENIMENTI si snodano davanti agli occhi di un Kopácsi che identifica i suoi obiettivi con quelli del partito, la sua fiducia in esso è incrollabile anche nel periodo delle persecuzioni volute da Rákosi ai danni dei presunti nemici del sistema. Non ha la capacità critica di esaminare accuratamente i fatti e mostra una certa ingenuità nella fede che coltiva verso la massima istituzione dell’Ungheria di allora. Conosce bene il mondo operaio e ha modo, in diverse occasioni, di mostrare la sua umanità anche da questore di Budapest, una carica importante nella quale continuerà a sentirsi al servizio del popolo e che non concepirà mai in modo prevalentemente burocratico.

NEL MARZO DEL 1953 piange per la morte di Stalin, ma dopo lo choc della denuncia dello stalinismo e dei suoi crimini da parte di Nikita Chrušcëv, a margine del XX congresso del Pcus, nel febbraio del 1956, smette di avere fiducia in Rákosi, definito «il miglior allievo di Stalin». Non si rende, però, realmente conto di quanto accade in Polonia e a Budapest nel prosieguo di quello stesso anno. Non sa dare ancora l’esatto valore ai funerali e alla riabilitazione di Rajk ed è sorpreso dalla manifestazione del 23 ottobre che condurrà all’insurrezione. Nel corso dei disordini e dei combattimenti farà del suo meglio per svolgere le mansioni a lui affidate in quanto questore. Cercherà sempre di fare scelte dettate dal senso dell’equilibrio pur sentendosi spaesato a causa del rapido – e per lui ancora incomprensibile – svolgersi degli eventi dai quali verrà trascinato come in un vortice, e saranno gli intenti del governo guidato da Imre Nagy a farlo passare dalla parte degli insorti che finisce per considerare la vera anima del movimento operaio al quale resta fedele. Di questa scelta dovrà rispondere dopo la repressione della rivolta, quando dovrà sottoporsi alla giustizia dei vincitori.

SÁNDOR KOPÁCSI racconta questa storia in prima persona descrivendo un’Ungheria che passa dai fermenti postbellici a quelli della sollevazione popolare. Su questo sfondo ha luogo la storia d’amore con la moglie Ibolya, bella partigiana dalla quale ha una figlia, Judit, che nei giorni trascorsi da rifugiata all’ambasciata jugoslava di Budapest con alcuni membri del governo insorto, si affeziona alla figura bonaria del primo ministro che chiama «zio Imre». In lei Sándor vede sua madre che da piccola, nel cortile della casa operaia in cui abitava, sparava contro gli aerei dell’esercito bianco. Ma questo succedeva nel 1919.

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Saggi. «Malinconia di sinistra» del filosofo e storico Enzo Traverso per Feltrinelli. Tre eventi visti non come fine di una prospettiva di liberazione, ma tappe di un processo in divenire. È con il crollo del Muro che cala il sipario su un secolo iniziato con l’auspicio della rivoluzione sociale. Con la fine del socialismo reale il centro della scena è occupato da opzioni politiche di sinistra nostalgiche del passato

La «fine di un’epoca», così buona parte della stampa mondiale ha commentato la morte di Fidel Castro, l’«ultimo comunista». Che cosa significa la fine di un’epoca? Intanto che ogni linea di continuità è recisa, ogni nesso tra passato e presente negato. Le categorie, le motivazioni e perfino il senso delle parole hanno cambiato di segno. Forse si tornerà a parlare di socialismo, di comunismo, ma questi non somiglieranno ai loro avi novecenteschi più di quanto la democrazia antica non assomigli alla moderna democrazia parlamentare: remota invenzione di una idea a cui si rende l’omaggio dovuto a una ragione originaria, ai primi avventati esploratori di una forma politica ancora irrisolta. E come della democrazia greca si ricorderà esser stata fondata sull’esclusione e sulla schiavitù, del socialismo si dirà, con altrettanta ragione, esser stato edificato sulla trascendenza oppressiva del partito e dello stato.

Ma se da Atene e Sparta ci separa una enorme distanza temporale, così non è per la Russia dei soviet o per la rivoluzione cubana. E se è vero che l’implosione delle società socialiste ha mandato in frantumi la gabbia che imprigionava ogni soggettività desiderosa di trasformare radicalmente lo stato di cose esistente, è anche vero che la «nuova ragione del mondo», la dottrina neoliberista, si è rapidamente appropriata delle energie scaturite da quella implosione. La fine del socialismo realizzato si è data così nella forma di un’occasione mancata, di un senso di impotenza posto sotto il segno della malinconia.

IL COLORE DELLA MALINCONIA è, come insegnavano gli antichi, il nero: l’«atra bile», l’umore cupo della tristezza e del disfacimento. Può sorprendere, allora, una storia di questa affezione, di questa condizione dello spirito, dipinta con tutt’altro colore: il rosso della rivoluzione sociale, sia pure sbiadito nel tempo mesto della sconfitta. Malinconia di sinistra. Una tradizione nascosta, così si intitola un nuovo libro di Enzo Traverso (Feltrinelli, pp.240, euro 25) pronto ad incrociare, però traendone qualche insegnamento e qualche speranza proiettata nel futuro, le tonalità depressive che pervadono il nostro tempo. Più che nella «sinistra», parola i cui contorni sono sempre più indistinti ed equivoci, è tra i «rivoluzionari» che hanno marciato sotto la bandiera dell’eguaglianza che l’autore insegue le orme di questa tradizione. Solo le rivoluzioni, infatti, o le insorgenze che ne costituiscono, o immaginano di costituirne le tappe, possono sperimentare nel profondo la sconfitta, la perdita, il dolore della caduta. La prudenza del riformismo, con i suoi compromessi e le sue mediazioni, può andare incontro a battute di arresto, sospensioni, ma non a una disfatta catastrofica.

SULLA NATURA della malinconia, sulle sue allegorie e rappresentazioni esiste un imponente corpus interpretativo, di natura estetica, morale, filosofica, antropologica, psicoanalitica. Traverso, pur dandone conto, si sofferma essenzialmente su due aspetti: la perdita e il lutto: la prima destinata a una permanenza sconsolata, il secondo suscettibile di una elaborazione che ne consente il superamento, nonché la generazione di nuova energia e motivazione alla lotta. Dunque, in tutto il corso della sua storia, quella che fu chiamata «rivoluzione socialista» ha vissuto catastrofiche sconfitte, massacri spaventosi, lunghi periodi di ibernazione. I punti alti dello scontro si sono quasi sempre conclusi con tragiche capitolazioni: il 1848, la Comune parigina del 1870, forse la più celebre e vivida rappresentazione della disfatta, la rivoluzione russa del 1905, la rivolta spartachista. Eppure quel sangue versato, quelle cadute rovinose non revocavano il senso e il fine del processo rivoluzionario, la sua prospettiva storica e le speranze che aveva suscitato. Anzi, ne costituivano l’alimento.

UN PATRIMONIO EMOZIONALE  e conoscitivo al tempo stesso, un’istanza imprescindibile di riscatto. In fondo, la battaglia, impari, era stata ingaggiata contro un formidabile potere di oppressione, il cui sanguinoso trionfo non poteva che confermarne i tratti inumani e dunque inaccettabili. E riaccendere, così, le speranze e le passioni rivolte al suo rovesciamento. Insomma quella tradizione che dall’omaggio reso da Marx ai caduti della Comune, fino ai massacri rappresentati nelle pellicole di Eisenstein, risuona ancora nelle strofe di canzoni come Morti di Reggio Emilia. Ma che, pur confinata nella penombra, vive, appunto, di una tonalità malinconica, di una commozione luttuosa, di un dolore per la sconfitta di quella umanità insorgente tanto immersa nella materialità della vita quanto lontana dalla retorica dell’eroe, che pervade, invece, le onoranze funebri celebrate dalla destra.

Ma vi è, però, un altro grado della melanconia, che cresce nel corso della storia del Novecento per raggiungere il suo culmine nel fatidico 1989. Questa tonalità emotiva, sempre meno capace di trarre dalla negatività dell’esperienza nuova energia non è generata da una vittoria sul campo dell’avversario di classe. A generarla è il suicidio delle rivoluzioni vittoriose o la loro «corruzione», una patologia endogena che, passo dopo passo, ne ha corroso le ragioni e le promesse. Che pure sono esistite ed hanno messo in movimento grandi masse.

LA MORTE DI FIDEL CASTRO, per tornare a questo evento fortemente simbolico, avviene, a dispetto di qualsiasi enfasi celebrativa, in una atmosfera di mestizia in cui si mescolano quelle ragioni e quel morbo degenerativo. Comunque sarà ricordata o ripensata nel futuro, è ben difficile che l’esperienza della rivoluzione cubana, possa più rappresentare un «faro» o uno «sprone», una indicazione per il tempo a venire. La morte del Che e quella di Fidel rappresentano, in qualche modo, gli estremi opposti della malinconia rivoluzionaria. Se la prima rappresenta ancora una bandiera, la seconda completa tardivamente quella cesura, quella soluzione di continuità, quella fine, che nel 1989 ha avuto la sua data simbolica e «definitiva». Ma molte sono le «fini» che la avevano preceduta. Prima tra tutte quella consumatasi a Praga vent’anni prima. E poi la deriva corrotta e autoritaria che ha segnato la deriva delle lotte anticoloniali e di «liberazione nazionale». Delle tre rivoluzioni che alimentarono l’immaginario degli anni Sessanta e Settanta: quella anticapitalistica in Occidente, quella antiburocratica all’Est e quella antimperialista al Sud, di nessuna si può dire che sia andata a buon fine. Eppure hanno cambiato il volto del pianeta e ridisegnato le mappe del conflitto. Sotto l’oppressione del rapporto di capitale, certamente, ma anche nell’acuirsi della sua crisi e delle sue contraddizioni.

CHE FARE, dunque, in questo frangente, tra la pretesa di dannazione eterna per ogni ragione e passione della rivoluzione sconfitta avanzata dai vincitori, e quella inclinazione nostalgica, restia a prender commiato dalla teleologia «progressista» e a cimentarsi con uno scenario radicalmente trasformato? Contro ogni musealizzazione della memoria, che la separa per sempre dalla capacità di esercitare una influenza reale sul presente, Traverso ripropone, sulle orme del filosofo francese Daniel Bensaid, quella concezione benjaminiana del tempo come processo aperto e incompiuto e per questo sempre disponibile ad affacciarsi sul futuro dell’utopia, quella memoria dei vinti che, come riteneva Reinhart Koselleck, possiede un contenuto di conoscenza superiore a quella dei vincitori. Ma che, come la rivoluzione stessa, è inseparabile dalla malinconia. Senza la triste rimembranza delle occasioni perdute, non si tornerebbe a riannodarne i fili interrotti. Questa malinconia senza rassegnazione è, alla fine, la consapevolezza di una storia che, pur avendo pagato enormi prezzi, non è riuscita a trasformare il mondo come aveva voluto. E dunque l’affermazione di una impresa che resta ancora da compiere.

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