Libri, arti & culture

I lettori dello spagnolo/messicano Paco Ignacio Taibo II conoscono e apprezzano la sua scrittura scoppiettante e da giallista affermato con cui ha conquistato fama internazionale. C’è anche un Taibo narratore di personaggi e storico. Sua è una biografia di Pancho Villa (Tropea, 2006) e sua è la monumentale biografia di Ernesto Guevara pubblicata nel 1996, che ora ritorna, rivista e aggiornata, in occasione dei cinquant’anni dalla uccisione del Che in Bolivia nel novembre 1967: Senza perdere la tenerezza (Il Saggiatore, pp. 1.116, euro 26).

IL RAPPORTO tra Taibo e Guevara ha un antefatto curioso. Nel 1994 uscì un suo libro con il titolo L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (Newton Compton), in cui per la prima volta si faceva chiarezza su un passaggio della biografia guevariana relativo al 1965, data che precede la decisione della spedizione guerrigliera in Bolivia. Taibo, a cui per la prima volta vennero aperti gli archivi cubani (lui disse di aver potuto consultare solo per poche ore alcuni documenti riservati), fu il primo a scrivere di una missione internazionalista in Africa, specificamente in Congo, coordinata da Guevara proprio nel 1965. In seguito, si apprese dell’esistenza di un diario africano, che Guevara visse a Praga dopo l’Africa e poi fece ritorno in incognito a Cuba per addestrare il gruppo di guerriglieri che lo avrebbe accompagnato in Bolivia. Una consegna del silenzio e di riservatezza aveva circondato le vicende di Guevara dal 1964 – quando non comparirà più a Cuba – fino alla morte nel 1967.

DI UNA NUOVA EDIZIONE di questa biografia scritta da Taibo c’era indubbiamente necessità. Negli ultimi vent’anni il dibattito e la ricerca intorno al Che sono proseguiti incessantemente, come ricorda lo stesso autore nella sua nota introduttiva. Cuba ha fornito nuovi particolari biografici su quello che la storiografia ufficiale dell’isola definisce il «guerrigliero eroico».
Fidel Castro ha dato, inoltre, il nulla osta perché fossero pubblicati per la prima volta gli scritti di Guevara rimasti inconclusi e inediti, in particolare gli appunti filosofici e quelli di economia politica che rappresentano il lavoro più maturo della sua produzione teorica e quelli più polemici verso la modellistica sociale ed economica del «socialismo reale» di Mosca e dei paesi dell’Est.
Altri documenti parzialmente inediti sono stati pubblicati relativi al dibattito economico che divampò a L’Avana nei primi anni Sessanta e che vide il Che, pur nella sua carica di ministro dell’Industria, andare in minoranza sull’idea del progressivo abbandono della monocultura della canna da zucchero e di una rapida industrializzazione dell’isola per renderla il più possibile indipendente. Oggi, a differenza di due decenni fa, di Guevara sappiamo quasi tutto e gli inediti – se ce ne sono ancora – non sono fondamentali per un giudizio definitivo sulla sua personalità.

INTANTO – ricorda Taibo nella sua minuziosa ricostruzione biografica – non muore il mito Guevara. La sua icona ha tutti gli ingredienti per resistere al logorio del tempo: l’assassinio in Bolivia a 39 anni, l’abbandono dell’Avana quando era al culmine delle gratificazioni come leader della rivoluzione, la coerenza tra il dire e il fare portata alle estreme conseguenze (come annotava Eduardo Galeano), il volto bello e giovane ritratto in decine di fotografie (in particolare in quella di Alberto Korda che lo raffigura con basco e sguardo rivolto all’orizzonte), l’impossibilità di invecchiare sia nel fisico sia nelle idee, un viaggio giovanile in alcuni paesi latinoamericani a bordo di una moto come farebbe un ragazzo degli anni 2000, la laurea in medicina per rendersi socialmente utile. Grazie a questi ingredienti, Guevara è diventato uno dei riferimenti del 1968 e poi dei movimenti di rivolta successivi, fino a quello recente «no global».
È l’unico mito rivoluzionario che resiste sia in Europa sia in America Latina, dove dell’iconografia comunista non sono sopravvissuti né Lenin né Mao né Trotzsky e neppure Rosa Luxemburg. Per le nuove generazioni, anche se non hanno mai letto i suoi scritti e conoscono ben poco di lui, il Che resta sinonimo di ribellione al potere e di indissolubile rapporto coerente tra etica e politica.

QUELLO CHE PIACE nella lettura delle oltre mille pagine della biografia scritta da Taibo è il rifuggire da facili cliché per sgombrare il campo da interpretazioni un po’ agiografiche o semplicistiche. L’idea che Guevara sia una sorta di moderno Don Chisciotte guerrigliero non gli rende onore. Il Che non è stato soltanto uomo d’azione, ma anche statista (troppo spesso resta in ombra l’esperienza di ministro dal 1961 al 1963, anni decisivi nella transizione cubana) e autore di alcuni libri fondamentali sulla rivoluzione dei barbudos. Un altro errore – si evince dalla lettura di Taibo – è considerare il pensiero politico di Guevara come un nucleo teorico a tutto tondo, un marxismo libertario e umanista da contrapporre al marxismo autoritario ed economicista.

La sua biografia intellettuale è, invece, empiricamente caratterizzata da scelte che avvengono sulla scorta di esperienze, incontri, letture e maturazione politica indotta dall’esperienza a L’Avana. Il Che, all’inizio della sua avventura cubana, era un marxista dottrinario che guardava con favore alle esperienze del «socialismo reale». Poi matura progressivamente un distacco da quei modelli. Ci sono perciò nei suoi scritti intuizioni e spunti critici, non ancora una teoria alternativa al socialismo di Stato. La vita di Guevara si spezza per giunta mentre la sua riflessione è in evoluzione e non ha ancora preso la forma compiuta di un’alternativa al modello sovietico. In soli undici anni, da quando parte nel 1956 con Fidel Castro dal Messico alla volta di Cuba fino alla decisione di guidare la guerriglia in Bolivia, il Che condensa una serie straordinaria di esperienze e riflessioni politiche che lo trasformano in un personaggio assolutamente singolare.

Taibo rifugge pure dal cliché della «rottura» politica tra Castro e Guevara. Preferisce far parlare documenti e testimonianze sulla doccia fredda arrivata nel 1963, quando il Che sferra un attacco ai primi segnali di burocratismo e cerca di modificare il sistema di pianificazione. In quel cruciale 1963 si era aperto lo scontro al vertice del governo cubano a cui contribuiscono due economisti europei, presenti a L’Avana come consulenti: Ernest Mandel e Charles Bettelheim. Il primo sostiene le posizioni di Guevara, il secondo è d’accordo con quanti chiedono una rapida correzione di rotta per tornare al primato dell’agricoltura.
La sterzata finale arriva quando un documento del Consiglio dei ministri ufficializza che l’agricoltura e la canna da zucchero devono tornare il fulcro dell’economia dell’isola. Il Ministero dell’industria, di conseguenza, perde il controllo delle attività produttive. È in quel passaggio che Guevara matura la decisione definitiva di lasciare L’Avana su cui stava meditando da tempo. Taibo riporta una confidenza del Che fatta a un suo collaboratore già nel 1961: «Restiamo qui per cinque anni e poi ce ne andiamo. Anche più vecchi di cinque anni, potremo ancora fare una guerriglia». Poi verranno le missioni sfortunate in Africa e Bolivia, che Taibo ricostruisce puntigliosamente.

LA MORTE DI GUEVARA chiuderà un’epoca della rivoluzione cubana e della storia dell’America Latina. Cuba ripiega. Sfuma l’obiettivo guevariano di estendere la rivoluzione in altri paesi del continente (dove prevarranno spietate dittature militari) e di sottrarsi al dilemma o Stati Uniti o Unione sovietica. Implacabili ammonimenti sulle possibili alternative erano già venuti nel 1961 (la tentata invasione a Playa Girón finanziata da Washington) e nel 1962 (la «crisi dei missili», lo scontro Kennedy-Krusciov sull’installazione di ordigni nucleari a Cuba). La rivoluzione cubana in quei frangenti si istituzionalizza e imita, pur mantenendo indubbi margini di autonomia in politica estera e interna, gran parte delle malattie del «socialismo reale», soprattutto nel decennio settanta, definito dagli stessi intellettuali cubani «decade grigia»: burocrazia, inefficienza, partito unico. Solo nel 1987, a vent’anni dalla morte di Guevara, Castro tenterà il recupero delle riflessioni politiche del Che. Il contesto è quello delle riforme della perestrojka avviate da Mikhail Gorbaciov a Mosca. Cuba preferisce cercare altre alternative, scavando nelle origini della propria rivoluzione. Arriverà ben presto però la crisi economica seguita al crollo del «socialismo reale» a rendere più pragmatica la politica dell’Avana giunta con caparbietà e coraggio – non privi di contraddizioni e abbagli – fino al nostro 2017.

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Giovanna Marini, la donna che alla politica le ha sempre «cantate», compie oggi 80 anni. Ma resta l’eterna ragazza della canzone popolare e politica, sempre con la sua chitarra, circondata dai cori (e coristi di ogni età) che attorno a lei si sono riuniti negli anni. E con loro soltanto (il coro della Scuola musicale di Testaccio e quello della località dei Castelli romani dove risiede) festeggerà l’anniversario. Giovanna Marini è innanzitutto una voce, che da cinquant’anni si è dedicata al recupero e rilancio della canzone popolare e di tutte le variazioni poetiche, politiche e sociali che questa è andata acquisendo nelle varie regioni italiane.

Dall’esperienza dirompente di Bella ciao che sconvolse l’elegante festival di Spoleto a metà degli anni 60, la sua voce ha dato fiato, riconoscibilità, armonia e disarmonie a tutti i movimenti che dal ’68 hanno animato il nostro paese. E non solo, perché anche in Francia e in Svizzera i suoi recital sono richiesti e acclamati.

La sua vocazione musicale era nata al Conservatorio di Santa Cecilia, e si è modulata negli anni nelle molte cantate, ballate e elaborazioni di vario genere e forma, che ne fanno oggi una delle maggiori compositrici italiane. Ma ha continuato sempre a suonare, cantare e soprattutto indagare le più antiche sonorità, in ogni angolo d’Italia, dentro la tradizione religiosa come in quella della protesta e del lavoro. Vera erede dello spirito militante di Ernesto De Martino, fu incoraggiata alla ricerca nella musica popolare da Pier Paolo Pasolini.

Le sue canzoni hanno costituito il sound di mille manifestazioni e proteste, il suo orecchio ha aiutato giovani di generazioni diverse a capire di più il mondo entrandoci in sintonia. I suoi corsi alla Scuola di Testaccio come altrove continuano a essere affollati, anche perché il rigore e la preparazione musicale non le hanno mai limitato una simpatia e un calore umano impossibili da arginare. Tanti auguri dal collettivo de il manifesto.

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«Noi oggi chiamiamo all’interezza di un corpo frammenti di inaddomesticato, luoghi guerrieri del presente, del mito, della storia, dell’affabulare». Era il 1987 quando Angela Putino rifletteva su questi temi, tratti da Cosmo – contenuto in Quattro giovedì e un venerdì per la filosofia (collana di Via Dogana). Filosofa, femminista, pensatrice tra le più affascinanti e taglienti che il Novecento italiano ci abbia regalato, scompariva il 16 gennaio di dieci anni fa all’età di 61 anni.

Fattezze minute, pensiero capace di alzare il cielo. Piccola, eppure con occhi spalancati che sostenevano una complessità di visione e di ragionamento che lasciava strabiliate. Chi l’ha conosciuta e amata potrà confermare, chi la vuole vedere «in presenza» anche oggi può farlo grazie al documentario di Nadia Pizzuti, Amica nostra Angela (2012) che contiene diversi video e testimonianze. Tratteggiano una comunità intera, quella del femminismo che si andava costruendo a Napoli, punto di radicamento politico e di contatto con altre realtà sparse nel territorio nazionale. Dal collettivo Transizione al Virginia Woolf e alla comunità di Diotima (di quest’ultima ha fatto parte per diversi anni), le relazioni di Angela Putino erano molteplici. Lucia Mastrodomenico, stella polare di pratiche e amicizia politica (muore due settimane prima di lei) con cui dà vita alla rivista adateoriafemminista, Giovanna Borrello, Alessandra Bocchetti, Lina Mangiacapre, Luisa Muraro e altre ancora.

Il desiderio, era chiaro già da allora, «è una condizione di necessità, forgia gli strumenti». In questo contesto il punto di leva è proprio l’inaddomesticato, il partire da sé, il punto di non tenuta per una donna che la trasporta da una condizione di «estraneità» al suo «essere straniera».
Che cosa ne è dei corpi sessuati, come si acceda alla funzione guerriera, perché sia importante riferirsi alle figure del mito (quando sono parlanti, come Antigone) e quale spazio abbia l’amicizia e la relazione tra donne sono, uno per uno, gli elementi con cui Angela Putino ha contaminato irreversibilmente il pensiero della differenza sessuale italiano. Essendone anzitutto una esigente e a tratti scomoda critica là dove non sentiva corrispondenza tra teoria e materialità delle vite, in quegli interstizi per lei opachi che rimuovevano prima di tutto i corpi e ciò a cui venivano sovente sottoposti.
Alla fine degli anni Novanta nasce intorno a questo nucleo di intendimenti il volume Amiche mie isteriche (Cronopio, 1998) che non si capirebbe a pieno se non si considerasse interno almeno a una delle due traiettorie principali già ampiamente frequentate da Putino, la biopolitica. Nel 2011, i saggi dedicati all’argomento trovano finalmente una sistemazione grazie al paziente lavoro di Tristana Dini I corpi di mezzo (edito da ombre corte) raccoglie dieci saggi brevi tutti già apparsi in riviste o collettanee, tranne uno del tutto inedito, che coprono un arco temporale di tredici anni (dal 1994 al 2007). Quando nei primi anni Novanta Giorgio Agamben, Antonio Negri e Roberto Esposito intervenivano nella discussione pubblica italiana a proposito del bio-potere, già allora il posizionamento di Putino era collocato in maniera magistrale fuori dal terreno della filosofia politica per riconoscere, nella distinzione tra bio-potere e sovranità, il fulcro vero e dolente della faccenda, rubricabile – nella unificazione dei due poteri – nel modo mimetico maschile-patriarcale. È interno a questa disseminazione – teoricamente pionieristica e al contempo scientificamente rigorosa – l’accostamento al pamphlet Amiche mie isteriche, che ha decretato tutta la forza del suo essere fuori dai blocchi identitari, mettendo in discussione lo stesso alveo teorico-politico in cui si riconosceva e con cui non ha mai smesso di porsi dialetticamente a confronto. Nell’Arte di polemizzare tra donne (Sottosopra blu, giugno 1987) spiegava bene cosa fosse il «far guerra» nelle comuni e reciproche ferite. Docente di bioetica e filosofia del linguaggio e della scienza all’università di Salerno, maestra di libertà femminile, Angela Putino ha consegnato pagine di una densità formidabile in cui le incursioni transdisciplinari rappresentano l’ossatura danzante di un pensiero amoroso che ha interrogato l’inaudito. L’articolazione del suo lavoro può essere percorsa in Esercizi di composizione per Angela Putino (Liguori, 2010) a cura di Stefania Tarantino e Giovanna Borrello – ritratto filosofico e politico cruciale.Lunghe e appassionate sono anche le riflessioni contenute in Simone Weil. Un’intima estraneità (Città aperta, 2006), testo inaggirabile in cui Putino conduce una delle sue analisi più alte e originali, allargando il lavoro che aveva già dedicato alla filosofa francese nel 1997 (Simone Weil e la passione di Dio) e aggiungendo alla discussione degli studi weiliani il passaggio sulla teoria del matematico Georg Cantor sugli infiniti in atto. Putino si aggancia a un episodio della biografia di Weil che, nel 1937, aveva partecipato a un incontro sul tema.

La filosofa napoletana ci conduce in una rilettura cantoriana del «funzionamento» della differenza sessuale in relazione a Simone Weil; questo il «retroterra» per comprendere come l’abietto e la verità stiano l’uno accanto all’altra camminando dalla stessa parte. In quel silenzio, frutto di uno scacco linguistico, si sgrana un «fuori», un vuoto che non chiede di essere colmato e che si apre al «tu» della relazione. Solo in questo modo la «sventura», intesa impropriamente come sola miseria simbolica che inchioda a una impossibilità di agire, cambia di segno. Quel «resto», che è lo stesso abietto – termine che prevede non corpi anonimi bensì l’esposizione stessa della carne intesa come nuda vita – è la possibilità infinita della differenza femminile di essere estranea alla conta pur essendo la condizione stessa affinché quella conta possa darsi. È un fuori che bisogna continuare a fare esistere, pensa Putino, perché possa moltiplicarsi – come accade negli infiniti cantoriani.

Sono trascorsi dieci anni e sembra ancora di vedere la sua figuretta inerpicata nella collina sopra Mergellina, insieme ai suoi gatti. Nel frattempo ci ha anche insegnato a pensare. Pensare e sentire l’altra. E immaginare, «nella curvatura del reale», la festa che è stata, e può essere ancora, il femminismo.

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LA RIVISTA ADATEORIAFEMMINISTA DIVENTA UN LIBRO

La rivista, nata nel 2006 grazie ad Angela Putino e Lucia Mastrodomenico, è un notevole laboratorio di pratiche. Questo perché attorno alla redazione sono cresciute generazioni politiche di donne che hanno lavorato alacremente e in relazione tra loro. Ora la rivista, consultabile su web, diventerà in febbraio un volume cartaceo che sarà utile avere e consultare. Comprenderà tutti i numeri fino a ora pubblicati, insieme all’ultimo editoriale del 2016 «Il mondo salvato dalle ragazzine» e si intitolerà «La teoria non è un ombrello. Dieci anni di adateoriafemminista (2006-2016)», a cura di Stefania Tarantino, Tristana Dini, Nadia Nappo, Lina Cascella (Orthotes editrice).

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«La vittoria del fascismo», scrivono Pierre Dardot e Christian Laval nelle prime pagine del loro Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, trad. di Ilaria Bussoni, pp. 142, 15 euro), «è una possibilità con cui dobbiamo fare i conti. E nessuno potrà dire ‘noi non sapevamo’». È un’affermazione che condivido, pur non avendo qui lo spazio per qualificarla e precisarla, come sarebbe necessario. Dà in ogni caso il senso dell’urgenza politica che pervade il testo dei due autori francesi. A differenza dei ponderosi volumi da loro scritti negli ultimi anni – La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista e Del Comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo (entrambi editi da DeriveApprodi), a cui va aggiunto Marx, Prénom Karl (Gallimard, 2012) – questo nuovo libro è una sorta di manifesto, un lungo pamphlet pensato e scritto come un intervento direttamente politico. Vale la pena dunque di discuterlo in quanto tale, anche tenendo presente la notevole influenza che in particolare La nuova ragione del mondo ha esercitato nel dibattito italiano.

LO SFONDO di Guerra alla democrazia è definito dal processo di radicalizzazione e rafforzamento del «neoliberalismo» negli anni successivi all’inizio della grande crisi economica e finanziaria nel 2007/8. È un processo che andrebbe indagato sulla scala globale che il «neoliberalismo» ha assunto come riferimento fondamentale fin dalla sua origine. Qui tuttavia, coerentemente con i loro obiettivi, Dardot e Laval si soffermano in particolare sull’Europa. Centrale è per loro, del tutto comprensibilmente, la «lezione greca», ovvero la sconfitta del tentativo di Syriza – nella prima metà del 2015 – di rompere politicamente con la continuità neoliberale dell’austerity. Il giudizio è molto netto: «vista da oggi, la partita sembrava truccata. La lezione greca dimostra che nessuna inflessione può venire davvero dall’interno del gioco istituzionale europeo, proprio per la forza del ricatto che viene esercitato sui recalcitranti nei confronti della linea dominante».

QUESTO «RICATTO» ricapitola nella prospettiva di Dardot e Laval i capisaldi del neoliberalismo (in particolare nella sua variante «ordoliberale»), esasperandone le caratteristiche «anti-democratiche» e «oligarchiche». Sono qui ripresi i tratti fondamentali della ricostruzione «genealogica» del neoliberalismo proposta – innestando significative integrazioni e correzioni su una traccia foucaultiana – in La nuova ragione del mondo.

Con quel libro Dardot e Laval hanno contribuito a «spiazzare» l’immagine dominante a «sinistra» del neoliberalismo, criticandone in particolare l’interpretazione puramente «negativa» (smantellamento delle regole, riduzione dei margini d’azione dello Stato). Il neoliberalismo è piuttosto a loro giudizio «una forma di potere positiva e originale», capace di plasmare le «forme di vita» e le «condotte» sincronizzandole alla «logica del capitale». Il nuovo libro di Dardot e Laval è in particolare molto efficace nell’analizzare il radicale svuotamento della democrazia rappresentativa che si è determinato negli ultimi anni in Europa, nel segno dell’affermarsi di quel «nuovo concetto di sovranità» di cui parlò nel dicembre 2011 (dopo la destituzione di Papandreu in Grecia) l’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet.

Il fatto è, tuttavia, che la parte «propositiva» del manifesto di Dardot e Laval, interamente ritagliata attorno a un’intransigente «rivendicazione di democrazia», non mi pare davvero all’altezza delle stesse sfide indicate nella parte analitica. Il problema, del resto, era già presente – sotto il profilo teorico – in La nuova ragione del mondo, dove gli stessi Dardot e Laval scrivevano che «che è più facile evadere da una prigione che uscire da una razionalità».

ORA, CHIUNQUE ABBIA VISTO ad esempio Papillon sa che per progettare un’evasione è fondamentale lo sguardo che si getta ai muri della propria prigione. E ho l’impressione che la particolare interpretazione della categoria foucualtiana di «governamentalità» proposta da Dardot e Laval finisca per fare velo alle crepe di quei muri ben più di quanto non contribuisca a individuarle e ad allargarle. Tanto è vero che i riferimenti alla «promozione di forme di soggettivazione alternative» e alle «contro-condotte» come terreno di lotta e resistenza, nelle ultime pagine di quel libro, lasciava un po’ spiazzati. Né il successivo Del comune ha contribuito a risolvere il problema di comprendere – per dirla nel modo più semplice possibile – da dove e come possano emergere queste contro-condotte capaci di definire un’alternativa al neoliberalismo.

Abbiamo ora, in un testo più esplicitamente politico, una risposta a questo problema? «L’unica alternativa possibile al neoliberalismo», scrivono in Guerra alla democrazia Dardot e Laval, «parte dall’immaginario». Ok, suona bene «immaginario». Né mi sogno di contestare la potenza politica dell’immaginazione – al contrario. Ma questa potenza dovrà ben essere materialmente qualificata e impiantata in processi sociali e politici determinati – dovrà essere nutrita da e a sua volta nutrire lotte. Qui si parla di un «blocco democratico internazionale», di una «federazione europea e mondiale» di «coalizioni democratiche». Se ne può dire qualcosa di più?

I LORO «CONTORNI programmatici» non si possono definire, perché – ci informano i due autori in modo un po’ sorprendente – «averne la pretesa significherebbe contravvenire al principio stesso della democrazia». Si può dire allora qualcosa sulla loro composizione e organizzazione? Solo in negativo, sembrerebbe: occorre «rompere una volta per tutte con la logica del partito e degli spauracchi della rappresentanza». Alla fine, tuttavia, proprio nell’ultima pagina del libro un paio di regole «non negoziabili» vengono pur sempre formulate: la «rotazione delle cariche» e la «non rieleggibilità nelle funzioni pubbliche». Chissà che ne direbbe, in Italia, il movimento 5 stelle…

Vi sono molti passaggi interessanti e originali in Guerra alla democrazia, ad esempio la ripresa della definizione aristotelica di democrazia come potere dei poveri, e dunque di «una parte della polis». Ripeto tuttavia che lo svolgimento di una proposta politica che si vorrebbe radicalmente democratica, federativa e cooperativa è davvero molto debole, se non evanescente, in questo libro. Completamente eluso, in particolare, rimane nella «pars construens» il problema del potere – della costruzione di un rapporto di forza che consenta appunto di «immaginare» (e dunque di praticare) un’«alternativa possibile».

DARDOT E LAVAL sono autori di libri importanti, sono schierati politicamente da quella che io considero essere la «parte giusta». La loro critica, sulla base di un’analisi realistica di quel che è diventato lo Stato nel tempo neoliberale, di ogni «statualismo» e «nazionalismo» di sinistra è oggi davvero preziosa in Europa – così come la loro insistenza sulla necessità di tenere aperta la «questione europea» pur criticando a fondo l’Unione europea «per come esiste oggi». E trovo condivisibile la loro insistenza sull’importanza, nella prospettiva di una reinvenzione dell’«internazionalismo», di un lavoro sulle norme e sulle istituzioni del «comune».

SE DARDOT E LAVAL criticano tuttavia con qualche ragione gli approcci «economicistici» alla crisi contemporanea in Europa, a me pare che il loro approccio sconti un «riduzionismo» di segno opposto – finendo per nutrire una teoria della «pura politica», dove il riferimento alla democrazia appare svuotato di ogni determinazione materiale. A me pare, al contrario, che la teoria politica di cui abbiamo bisogno oggi – come esito di un lavoro collettivo in cui Dardot e Laval sono interlocutori fondamentali – debba necessariamente articolarsi con una nuova critica dell’economia politica. Letta in una chiave politica, e rinnovata a fronte dell’attuale realtà del capitalismo, una categoria «antica» – quella di lotta di classe – potrebbe mettere al riparo da ogni rischio di «riduzionismo», tanto «economico» quanto «politico».

La versione integrale di questo articolo si può leggere nel sito www.euronomade.info

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Aveva una voce quasi priva di tenerezza con cui sussurrava amore all’orecchio di migliaia di persone e rivoluzione al cuore di milioni, e grandi occhi che rapidi nascondevano la solitudine dietro un velo. Così la descriveva Maya Angelou nel 1970, chiedendosi: Che cosa le è successo, Miss Simone? È quello che nel 2015 ha provato a raccontare il documentario di Liz Garbus, a cui quest’anno si aggiunge (in Italia nella traduzione di Elena Montemaggi per Il Saggiatore) la biografia scritta da Alan Light. Il libro è un’integrazione del documentario e si basa sulla stessa messe di materiale, tra cui i diari e le lettere dell’Alta Sacerdotessa del Soul, e ne racconta la vita, l’arte, il disagio psichico sfociato in una diagnosi di disturbo bipolare negli anni ‘80, il drammatico rapporto con la figlia, gli anni caotici, lo sbando e il complicato ritorno all’attività concertistica. Ne racconta anche i tempi, in particolare il decennio dei Sessanta, di cui Nina Simone fu protagonista partecipando attivamente alla causa dei neri americani. «Se era brillante e al contempo instabile non era forse perché viveva in un momento storico altrettanto brillante e instabile?», si chiede Light nell’introduzione. Secondo Attallah Shabazz, figlia maggiore di Malcolm X, «semmai erano i tempi a essere in conflitto con lei».

Se fosse ancora viva, Nina Simone sarebbe contenta dei nostri tempi? Il fatto che nel 2013 – dieci anni dopo la sua morte, cinquanta dopo il sogno del Reverendo King e durante il secondo mandato del primo presidente afroamericano della storia – sia nato il movimento Black Lives Matter l’avrebbe fatta tuonare di rabbia. Nella migliore delle ipotesi, questa si sarebbe tramutata in un inno molto più incendiario di Mississippi Goddam, la canzone scritta nel 1964 dopo l’assassinio di Medgar Evers in Mississippi e le bombe nella chiesa battista di Birmingham, in Alabama, che uccisero quattro bambine nere. Oggi la Dottoressa Simone avrebbe 83 anni, due meno di Toni Morrison, e sicuramente una medaglia presidenziale al collo come Ella e Aretha, ma ciò non avrebbe fatto di lei un’icona serafica nell’Olimpo dei neri d’America.

Eunice Waymon era cresciuta a Tryon, North Carolina, dove i binari della ferrovia dividevano la città in due, da una parte i bianchi dall’altra i neri. Binari che lei attraversava per andare a lezione di pianoforte da un’insegnante bianca, una bambina nera trasformata in piccola schiava dal talento per la musica: accompagnava la madre, ministro battista, nelle funzioni in chiesa, suonava per il coro, andava a scuola, aiutava in casa, prendeva lezioni, si esercitava per ore. A dodici anni, al primo recital, vide i genitori in fondo alla sala e i bianchi seduti davanti. Pretese per loro due posti in prima fila, ma quell’episodio traumatico fu determinante per il suo futuro impegno di attivista. Un’altra fonte di rabbia e frustrazione fu la mancata ammissione al Curtis Institute che mise fine al sogno di diventare la prima pianista classica nera. Per guadagnarsi da vivere iniziò a suonare nei club e a incidere dischi, diventando una straordinaria pianista e interprete che non dimenticò mai né l’imprinting di Bach né la rabbia provata da bambina.

Nina Simone ha dato ai neri l’orgoglio di quell’identità che lei stessa ha cercato tutta la vita: To be young, gifted and black è una grande canzone d’amore per la sua gente prima che un inno motivazionale (Barack Obama aveva otto anni all’epoca, abbastanza grande da ricordarsela). Un’identità che per le donne è più difficile da trovare: «Chi sono, da dove vengo, mi piaccio davvero?», si chiedeva. «Se sono nera e bellissima, e lo sono davvero e ne sono consapevole, allora non mi interessa se qualcuno afferma il contrario». Canzoni come Four Women sono decisamente universali: la cruda riflessione sulla condizione delle donne afroamericane vale per ogni donna non emancipata.

Forse quello che oggi la renderebbe felice è vedere in testa a molte classifiche di fine anno opere discografiche come Lemonade, il visual album di Beyoncé, un’autobiografia individuale e corale allo stesso tempo, l’opera ambiziosa di una donna che esce rigenerata da una crisi profonda. Una gloriosa affermazione di identità, autoconsapevolezza, creatività, emancipazione e potere che esalta la sorellanza e un mondo matriarcale in cui non esiste post-verità.

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Nel giugno 1979 arrivò nelle edicole e vendette subito uno sproposito il primo e molto atteso numero di una nuova rivista. Si chiamava Metropoli ed era redatta, come spiegava il primo editoriale, «da un collettivo di compagni che, nel suo insieme, ha attraversato il ’68, l’autunno caldo delle lotte di fabbrica; poi ancora l’esperienza breve e felice di Potere operaio, l’area dell’autonomia e dintorni; successivamente il movimento del ’77 ed in particolare la sua ala beffarda e creativa». Quando la rivista, in gestazione già da un paio d’anni, vide finalmente la luce molti dei suoi redattori erano in galera oppure inseguiti da mandati di cattura per una quantità di reati sufficienti a riempire mezzo codice penale. Erano stati spiccati il 7 aprile e pochi mesi dopo, il 21 dicembre, una nuova raffica avrebbe colpito quasi tutti i redattori scampati alla prima falcidie. Il secondo numero del giornale sarebbe in effetti uscito quasi un anno più tardi, nell’aprile 1980, pensato e spesso anche scritto nelle patrie galere. Altri 5 fascicoli sarebbero seguito nel 1981, mentre il «caso 7 aprile» continuava a tenere banco sulle prime pagine.

CON UNA BIOGRAFIA del genere era inevitabile che la rivista restasse indebitamente incisa nella memoria come un giornale dal piglio quasi militare, scritto sotto il fischio delle pallottole. Nulla di più distante dalla verità. Metropoli era sì una rivista di battaglia, ma con obiettivi infinitamente più ambiziosi di un intervento a raggio corto nel «dibattito» tra movimento e organizzazioni combattenti. C’era anche questo, né poteva essere diversamente nell’Italia del 1979, ma non si trattava certo dell’elemento centrale.
Metropoli si misurava con una trasformazione complessiva dell’assetto sociale, delle dinamiche del comando e delle forze produttive allora solo agli albori ma di cui già coglieva la portate e le dimensioni, e che intuiva essere destinata a stravolgere l’intero catalogo del discorso politico e rivoluzionario che si era snodato nel decennio precedente. Veniva rimesso in discussione proprio tutto: dalla concezione della rivoluzione come presa del potere alla mitologia dell’eguaglianza intesa come elemento che accomuna capitalismo e socialismo, sino alla possibilità del superamento rivoluzionario e non vuotamente umanistico della logica schmittiana amico/nemico.

A RIGORE e nonostante il senso comune immagini il contrario, Metropoli non è una rivista degli anni ’70, se non per la composizione della redazione nella quale figurano alcuni dei principali dirigenti operaisti del decennio rosso, come Bifo, Lucio Castellano, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Paolo Virno, Lauso Zagato. È invece un giornale che da quel decennio mira a prendere consapevolmente commiato per attrezzarsi e affrontare una fase che intravede radicalmente diversa. Tra i tanti contenuti ancora oggi preziosi, la sezione sulla Frontiera che occupa una postazione centrale nel numero 6 della rivista fissa punti cardinali a tutt’oggi validi e indica un orizzonte che a 35 anni di distanza è ancora lo stesso.
La frattura col passato è evidente già nei linguaggi scelti, a partire dalla decisione di raccontare il sequestro Moro con un fumetto: neppure i più sprezzanti avrebbero potuto immaginare che ci fossero in giro togati tanto decerebrati da spulciare quelle vignette per trovare indicazioni precise sulla realtà del sequestro. Invece andò proprio così. La rottura linguistica e la scelta di procedere per via di inchiesta sociale concreta sarebbero state anche più marcate se la rivista avesse potuto uscire sempre e non solo nel suo primo numero per come era stata pensata: obiettivo reso proibitivo dal soggiorno carcerario di quasi tutta la redazione. Metropoli mantenne sempre, però, un’attenzione giornalistica e non solo riflessiva forte sull’universo delle periferie urbane e sugli scenari internazionali. New York, che non era ancora un ghetto dorato aperto solo ai benestanti, campeggia praticamente in tutti i fascicoli, ma altrettanto viva era l’attenzione profetica per i paesi dell’Est. Nel primo numero figura un ampio «Dossier Polonia» curato da Piperno che anticipava di un anno gli scioperi di Danzica a la nascita di Solidarnosc.

A RILEGGERLI OGGI, nel bellissimo reprint in due volumi in anastatica edito da PGreco (euro 38), i numeri di Metropoli sono anche una testimonianza storica affascinante: registrano infatti, come in un’istantanea nitida, la breve fase in cui si delineava la rivoluzione produttiva e sociale in procinto di sconvolgere tutti gli assetti precedenti, incluso quello sovversivo, lasciando però ancora aperta l’opzione di una sua possibile evoluzione verso la liberazione dal lavoro invece che in direzione di un rinsaldamento del dominio reso possibile proprio dalla minore necessità del lavoro.
C’è un elemento in più che rende questa raccolta preziosa: compaiono qui, nella rivista o nei più densi e teorici materiali di riflessione contenuti nella collana acclusa «Pre-Print», i pezzi migliori nella produzione di Lucio Castellano, scomparso nel 1995. Per chi lo ha conosciuto e ancor più per chi non ha avuto questa fortuna è l’occasione giusta per scoprire o riscoprire l’audacia della sua intelligenza, la lucidità delle sue analisi dissacranti quanto taglienti, l’anticipo con cui sapeva cogliere dinamiche e domande che oggi sembrano quasi ovvie ma che allora erano invece difficilmente prevedibili.

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Nel 1944 Sándor Kopácsi è un giovane operaio. Viene dal nord dell’Ungheria e si unisce alla Resistenza contro i tedeschi. Saluta con entusiasmo l’arrivo delle truppe sovietiche e, quindi, la liberazione, in seguito alla quale entra nel partito e conosce una rapida carriera che lo porterà a diventare questore di Budapest a soli trent’anni. Come tale, andrà incontro a quel fatale autunno del 1956 che Kopácsi racconta in Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello (edizioni e/o, pp. 419, euro 18, traduzione di Angela Trezza, postfazione di Aldo Natoli), il romanzo della sollevazione popolare ungherese in cui la vicenda personale del narratore si intreccia sempre più strettamente con quelle di una Budapest e di un intero paese in fiamme.
Kopácsi crede nel socialismo, nella sua capacità di ricostruire materialmente e moralmente la sua Ungheria uscita pesantemente sconfitta dalla Seconda guerra mondiale dopo essersi messa dalla parte della Germania di Hitler.

CREDE NEL PARTITO e nella sua capacità di agire per il bene del paese anche quando, alla fine degli anni ’40, hanno luogo processi montati ed esecuzioni nei confronti di dirigenti del partito accusati di deviazionismo titoista. La prima vittima è László Rajk, che viene accusato di aver ordito un complotto con la Jugoslavia di Tito e con gli imperialisti contro il governo del suo paese.
Una volta diffusasi l’accusa negli ambienti militari e della sicurezza, József Szilágyi, superiore diretto di Kopácsi, dice a quest’ultimo che non c’è niente di vero. «Il compagno László Rajk non è colpevole – gli confida -. È una storia montata dai servizi di sicurezza sovietici e dai loro colleghi ungheresi». L’autore e protagonista del racconto è incredulo e colto da stupore. Gli ci vorrà del tempo per rendersi pienamente conto di quanto accaduto in quella particolare fase della storia ungherese e per ripensare alla vicenda di Rajk, giustiziato nel 1949.
Sono gli anni di Mátyás Rákosi, all’epoca segretario generale del partito. Uomo dal potere pressoché illimitato, con un passato significativo: il battaglione ungherese delle Brigate Internazionali che avevano preso parte alla guerra di Spagna portava il suo nome. Kopácsi è emozionato la prima volta che si presenta al suo cospetto, e nota che quell’uomo è informato di tutto e indovina tutto. Diventerà suo addetto prima di essere nominato questore.

GLI AVVENIMENTI si snodano davanti agli occhi di un Kopácsi che identifica i suoi obiettivi con quelli del partito, la sua fiducia in esso è incrollabile anche nel periodo delle persecuzioni volute da Rákosi ai danni dei presunti nemici del sistema. Non ha la capacità critica di esaminare accuratamente i fatti e mostra una certa ingenuità nella fede che coltiva verso la massima istituzione dell’Ungheria di allora. Conosce bene il mondo operaio e ha modo, in diverse occasioni, di mostrare la sua umanità anche da questore di Budapest, una carica importante nella quale continuerà a sentirsi al servizio del popolo e che non concepirà mai in modo prevalentemente burocratico.

NEL MARZO DEL 1953 piange per la morte di Stalin, ma dopo lo choc della denuncia dello stalinismo e dei suoi crimini da parte di Nikita Chrušcëv, a margine del XX congresso del Pcus, nel febbraio del 1956, smette di avere fiducia in Rákosi, definito «il miglior allievo di Stalin». Non si rende, però, realmente conto di quanto accade in Polonia e a Budapest nel prosieguo di quello stesso anno. Non sa dare ancora l’esatto valore ai funerali e alla riabilitazione di Rajk ed è sorpreso dalla manifestazione del 23 ottobre che condurrà all’insurrezione. Nel corso dei disordini e dei combattimenti farà del suo meglio per svolgere le mansioni a lui affidate in quanto questore. Cercherà sempre di fare scelte dettate dal senso dell’equilibrio pur sentendosi spaesato a causa del rapido – e per lui ancora incomprensibile – svolgersi degli eventi dai quali verrà trascinato come in un vortice, e saranno gli intenti del governo guidato da Imre Nagy a farlo passare dalla parte degli insorti che finisce per considerare la vera anima del movimento operaio al quale resta fedele. Di questa scelta dovrà rispondere dopo la repressione della rivolta, quando dovrà sottoporsi alla giustizia dei vincitori.

SÁNDOR KOPÁCSI racconta questa storia in prima persona descrivendo un’Ungheria che passa dai fermenti postbellici a quelli della sollevazione popolare. Su questo sfondo ha luogo la storia d’amore con la moglie Ibolya, bella partigiana dalla quale ha una figlia, Judit, che nei giorni trascorsi da rifugiata all’ambasciata jugoslava di Budapest con alcuni membri del governo insorto, si affeziona alla figura bonaria del primo ministro che chiama «zio Imre». In lei Sándor vede sua madre che da piccola, nel cortile della casa operaia in cui abitava, sparava contro gli aerei dell’esercito bianco. Ma questo succedeva nel 1919.

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Saggi. «Malinconia di sinistra» del filosofo e storico Enzo Traverso per Feltrinelli. Tre eventi visti non come fine di una prospettiva di liberazione, ma tappe di un processo in divenire. È con il crollo del Muro che cala il sipario su un secolo iniziato con l’auspicio della rivoluzione sociale. Con la fine del socialismo reale il centro della scena è occupato da opzioni politiche di sinistra nostalgiche del passato

La «fine di un’epoca», così buona parte della stampa mondiale ha commentato la morte di Fidel Castro, l’«ultimo comunista». Che cosa significa la fine di un’epoca? Intanto che ogni linea di continuità è recisa, ogni nesso tra passato e presente negato. Le categorie, le motivazioni e perfino il senso delle parole hanno cambiato di segno. Forse si tornerà a parlare di socialismo, di comunismo, ma questi non somiglieranno ai loro avi novecenteschi più di quanto la democrazia antica non assomigli alla moderna democrazia parlamentare: remota invenzione di una idea a cui si rende l’omaggio dovuto a una ragione originaria, ai primi avventati esploratori di una forma politica ancora irrisolta. E come della democrazia greca si ricorderà esser stata fondata sull’esclusione e sulla schiavitù, del socialismo si dirà, con altrettanta ragione, esser stato edificato sulla trascendenza oppressiva del partito e dello stato.

Ma se da Atene e Sparta ci separa una enorme distanza temporale, così non è per la Russia dei soviet o per la rivoluzione cubana. E se è vero che l’implosione delle società socialiste ha mandato in frantumi la gabbia che imprigionava ogni soggettività desiderosa di trasformare radicalmente lo stato di cose esistente, è anche vero che la «nuova ragione del mondo», la dottrina neoliberista, si è rapidamente appropriata delle energie scaturite da quella implosione. La fine del socialismo realizzato si è data così nella forma di un’occasione mancata, di un senso di impotenza posto sotto il segno della malinconia.

IL COLORE DELLA MALINCONIA è, come insegnavano gli antichi, il nero: l’«atra bile», l’umore cupo della tristezza e del disfacimento. Può sorprendere, allora, una storia di questa affezione, di questa condizione dello spirito, dipinta con tutt’altro colore: il rosso della rivoluzione sociale, sia pure sbiadito nel tempo mesto della sconfitta. Malinconia di sinistra. Una tradizione nascosta, così si intitola un nuovo libro di Enzo Traverso (Feltrinelli, pp.240, euro 25) pronto ad incrociare, però traendone qualche insegnamento e qualche speranza proiettata nel futuro, le tonalità depressive che pervadono il nostro tempo. Più che nella «sinistra», parola i cui contorni sono sempre più indistinti ed equivoci, è tra i «rivoluzionari» che hanno marciato sotto la bandiera dell’eguaglianza che l’autore insegue le orme di questa tradizione. Solo le rivoluzioni, infatti, o le insorgenze che ne costituiscono, o immaginano di costituirne le tappe, possono sperimentare nel profondo la sconfitta, la perdita, il dolore della caduta. La prudenza del riformismo, con i suoi compromessi e le sue mediazioni, può andare incontro a battute di arresto, sospensioni, ma non a una disfatta catastrofica.

SULLA NATURA della malinconia, sulle sue allegorie e rappresentazioni esiste un imponente corpus interpretativo, di natura estetica, morale, filosofica, antropologica, psicoanalitica. Traverso, pur dandone conto, si sofferma essenzialmente su due aspetti: la perdita e il lutto: la prima destinata a una permanenza sconsolata, il secondo suscettibile di una elaborazione che ne consente il superamento, nonché la generazione di nuova energia e motivazione alla lotta. Dunque, in tutto il corso della sua storia, quella che fu chiamata «rivoluzione socialista» ha vissuto catastrofiche sconfitte, massacri spaventosi, lunghi periodi di ibernazione. I punti alti dello scontro si sono quasi sempre conclusi con tragiche capitolazioni: il 1848, la Comune parigina del 1870, forse la più celebre e vivida rappresentazione della disfatta, la rivoluzione russa del 1905, la rivolta spartachista. Eppure quel sangue versato, quelle cadute rovinose non revocavano il senso e il fine del processo rivoluzionario, la sua prospettiva storica e le speranze che aveva suscitato. Anzi, ne costituivano l’alimento.

UN PATRIMONIO EMOZIONALE  e conoscitivo al tempo stesso, un’istanza imprescindibile di riscatto. In fondo, la battaglia, impari, era stata ingaggiata contro un formidabile potere di oppressione, il cui sanguinoso trionfo non poteva che confermarne i tratti inumani e dunque inaccettabili. E riaccendere, così, le speranze e le passioni rivolte al suo rovesciamento. Insomma quella tradizione che dall’omaggio reso da Marx ai caduti della Comune, fino ai massacri rappresentati nelle pellicole di Eisenstein, risuona ancora nelle strofe di canzoni come Morti di Reggio Emilia. Ma che, pur confinata nella penombra, vive, appunto, di una tonalità malinconica, di una commozione luttuosa, di un dolore per la sconfitta di quella umanità insorgente tanto immersa nella materialità della vita quanto lontana dalla retorica dell’eroe, che pervade, invece, le onoranze funebri celebrate dalla destra.

Ma vi è, però, un altro grado della melanconia, che cresce nel corso della storia del Novecento per raggiungere il suo culmine nel fatidico 1989. Questa tonalità emotiva, sempre meno capace di trarre dalla negatività dell’esperienza nuova energia non è generata da una vittoria sul campo dell’avversario di classe. A generarla è il suicidio delle rivoluzioni vittoriose o la loro «corruzione», una patologia endogena che, passo dopo passo, ne ha corroso le ragioni e le promesse. Che pure sono esistite ed hanno messo in movimento grandi masse.

LA MORTE DI FIDEL CASTRO, per tornare a questo evento fortemente simbolico, avviene, a dispetto di qualsiasi enfasi celebrativa, in una atmosfera di mestizia in cui si mescolano quelle ragioni e quel morbo degenerativo. Comunque sarà ricordata o ripensata nel futuro, è ben difficile che l’esperienza della rivoluzione cubana, possa più rappresentare un «faro» o uno «sprone», una indicazione per il tempo a venire. La morte del Che e quella di Fidel rappresentano, in qualche modo, gli estremi opposti della malinconia rivoluzionaria. Se la prima rappresenta ancora una bandiera, la seconda completa tardivamente quella cesura, quella soluzione di continuità, quella fine, che nel 1989 ha avuto la sua data simbolica e «definitiva». Ma molte sono le «fini» che la avevano preceduta. Prima tra tutte quella consumatasi a Praga vent’anni prima. E poi la deriva corrotta e autoritaria che ha segnato la deriva delle lotte anticoloniali e di «liberazione nazionale». Delle tre rivoluzioni che alimentarono l’immaginario degli anni Sessanta e Settanta: quella anticapitalistica in Occidente, quella antiburocratica all’Est e quella antimperialista al Sud, di nessuna si può dire che sia andata a buon fine. Eppure hanno cambiato il volto del pianeta e ridisegnato le mappe del conflitto. Sotto l’oppressione del rapporto di capitale, certamente, ma anche nell’acuirsi della sua crisi e delle sue contraddizioni.

CHE FARE, dunque, in questo frangente, tra la pretesa di dannazione eterna per ogni ragione e passione della rivoluzione sconfitta avanzata dai vincitori, e quella inclinazione nostalgica, restia a prender commiato dalla teleologia «progressista» e a cimentarsi con uno scenario radicalmente trasformato? Contro ogni musealizzazione della memoria, che la separa per sempre dalla capacità di esercitare una influenza reale sul presente, Traverso ripropone, sulle orme del filosofo francese Daniel Bensaid, quella concezione benjaminiana del tempo come processo aperto e incompiuto e per questo sempre disponibile ad affacciarsi sul futuro dell’utopia, quella memoria dei vinti che, come riteneva Reinhart Koselleck, possiede un contenuto di conoscenza superiore a quella dei vincitori. Ma che, come la rivoluzione stessa, è inseparabile dalla malinconia. Senza la triste rimembranza delle occasioni perdute, non si tornerebbe a riannodarne i fili interrotti. Questa malinconia senza rassegnazione è, alla fine, la consapevolezza di una storia che, pur avendo pagato enormi prezzi, non è riuscita a trasformare il mondo come aveva voluto. E dunque l’affermazione di una impresa che resta ancora da compiere.

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Il filosofo e storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman è senza dubbio una delle figure che più hanno rinnovato lo studio delle immagini. Nella sua sterminata produzione si è interessato tanto al coinvolgimento delle immagini nella formazione del sapere, quanto alla loro capacità di agire nella storia, attraverso quello che potremmo definire come un «atto d’immagine» (per riprendere una fortunata formula dello storico dell’arte Horst Bredekamp). I suoi saggi più recenti affrontano la questione dell’immagine nel suo significato politico, come gesto di resistenza o come modalità che permette di pensare la complessità del presente.

L’ESPOSIZIONE SOULÈVEMENTS, che Georges Didi-Huberman ha curato per il Jeu de Paume a Parigi, solleva anch’essa una serie di questioni politiche, attraverso il dispiegamento di un «atlas» delle forme della sollevazione nella modernità, secondo il modello fornito, ormai un secolo fa, da Aby Warburg.
La mostra (fino al 15 gennaio 2017) si incentra sulle relazioni che si stabiliscono tra immagini realizzate in contesti ed epoche diverse, soffermandosi in particolare sulla definizione di alcune tipologie visuali, che rimandano ad altrettanti gesti e atteggiamenti corporei, attraverso le quali si dispiega il percorso espositivo: «elementi scatenati», «gesti intensi», «parole esclamate», «conflitti incendiari», «desideri indistruttibili».
Questi titoli dal forte impatto emotivo scandiscono le diverse sezioni dell’esposizione, articolando insieme una serie di elementi apparentemente disparati: opere d’arte, documenti d’archivio, fotografie, ritagli di giornale, film e video sono presentati senza alcuna gerarchia tra epoche, materiali e supporti diversi.

L’effetto è quello di una costellazione di gesti, messi in rapporto tra loro attraverso una temporalità non-lineare, incentrata su una serie di temi declinati attraverso modalità estremamente eterogenee tra di loro.
Nella sezione dedicata alle «parole esclamate», ad esempio, la destrutturazione dadaista del linguaggio coesiste con l’installazione video Easy to remember (2001) di Lorna Simpson, in cui delle bocche di donne e uomini african-american mormorano il motivo di una canzone, suggerendo una presa di parola collettiva che prende forma nonostante l’imposizione del silenzio.

NELLA SEZIONE DEDICATA agli «elementi scatenati» troviamo ad esempio La Sculpture mouvante (1920) fotografia di Man Ray che mostra delle lenzuola stese agitate dal vento, mentre, poco più in là, un montaggio fotografico dell’artista brasiliano Helio Oiticica relativo ai Parangolé (1972) in cui i gesti, i colori, i tessuti e i corpi interagiscono insieme.
La mostra è improntata al pathos e a un’espressività che appaiono spesso sganciati dall’evento, inteso come il momento in cui fa irruzione il gesto di rivolta, al punto che non di rado si perde di vista il nesso tra l’immagine, il gesto e la sollevazione. Il pathos tende a prendere il sopravvento, rischiando di non cogliere la possibilità di osservare gesti e immagini come qualcosa che esprime affetti ed emozioni, ma anche significato, conflitto e possibilità di agire.

COME SPESSO ACCADE nei tentativi che ambiscono a una dimensione enciclopedica, il risultato appare per la verità piuttosto parziale. Le scelte del curatore emanano dai suoi specifici interessi che, certo, spaziano attraverso continenti ed epoche storiche diverse, ma lasciano fuori aspetti cui spetterebbe forse un qualche ruolo se ci si vuole interrogare sulle forme storiche della rivolta. Salta agli occhi, in particolare, come la mostra presenti il soggetto della sollevazione come un soggetto maschile e, tendenzialmente, europeo. Le lotte femministe sono totalmente assenti (se escludiamo una caricatura di Daumier contro le donne socialiste che, nell’800, chiedevano il diritto al divorzio).

Questo vuoto è tanto più evidente se consideriamo che la mostra mette a fuoco una serie di rivolte storicamente significative: il sessantotto, la rivoluzione francese, la Comune parigina, la rivoluzione messicana, la guerra di Spagna e, in misura minore, le rivolte che hanno infiammato i paesi arabi in anni recenti. Se escludiamo le isteriche fotografate da Charcot all’ospedale della Salpétrière, l’unico soggetto femminile in grado di sollevarsi è rappresentato dalle madri argentine di plaza de Mayo.

LE RIVOLTE ANTI-COLONIALI sono altrettanto rimosse dall’orizzonte di questa esposizione. La loro (scarsa) presenza sembra improntata alla figura del fantasma e al processo ancora attivo di rimozione del passato coloniale della Francia, con le conseguenze disastrose che conosciamo: la figura di Frantz Fanon è evocata come un’ombra, la guerra d’Algeria è sottintesa in alcune opere di Raymond Hains che suggeriscono proprio il clima di censura di quegli anni, mentre non c’è traccia delle sollevazioni che hanno infiammato la Francia nel 2005.

Ma al di là di queste scelte, viene da chiedersi se sia davvero inevitabile che il tentativo di pensare il nesso tra estetica e politica in una mostra che si svolge in un museo di arte debba necessariamente essere così sbilanciato verso l’estetica. Si potrebbero citare degli esempi alternativi, ma senza allontanarsi troppo, è lo stesso Didi-Huberman, in alcuni dei suoi saggi, a fornire una chiave di lettura capace di tenere insieme forma e contenuto, segnalando il portato politico di quanto avviene nella sfera delle sensazioni.
La mostra del Jeu de Paume sceglie di pensare la sollevazione attraverso l’eroismo dell’epopea: ogni singolo gesto di rivolta rischia così di essere recuperato all’interno di grandi narrazioni che quei gesti tentavano incessantemente di smantellare.

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Quando cominci a leggere Sai dove trovarmi potresti pensare che si tratti dell’ennesimo «amarcord», una nostalgia di reduci. E invece non è affatto così: perché in questo romanzo nessuno degli amici che si ritrovano nella casa di campagna di Alessandro e Stefania ha l’aria di esserlo; e poi, infatti, scopri che, sia pure in forme non esplicitamente politiche, tutti hanno continuato ad occuparsi della società in cui vivono (che è poi proprio l’essenza della politica); e capisci che la storia raccontata nel libro non è affatto l’agiografico ritorno, romantico e un po’ melanconico, alle spensieratezze della gioventù in cui così spesso cade chi comincia ad invecchiare.

No, questo libro è la cronaca – una bella cronaca – di un amore, dentro un contesto che ha la precisione di un saggio storico: su un momento particolare della storia del nostro paese, gli anni ’70 ; su un’esperienza molto particolare come è stato il Manifesto-Pdup; su una città particolarissima, Bergamo, provincia bianchissima dove, tuttavia, si può dire abbia avuto sue radici importantissime un singolare movimento politico, piccolo ma culturalmente prestigioso, nato, curiosamente, dall’incontro di un gruppo di giovani ex Dc e di un gruppo di comunisti, prevalentemente operai. L’uno e l’altro particolarmente intelligenti.

È OVVIO CHE IL RACCONTO di Carlo Simoncini è in modo speciale appassionante per chi ricorda la sede del Pdup di Bergamo a via Quarenghi, per avere vissuto in prima persona i dibattiti che la animavano e le lotte che vi si organizzavano. E però il libro – proprio per l’accuratezza dell’analisi storica che fa da sfondo alla vicenda sentimentale di Lorenzo e Greta – riveste un grande interesse generale come squarcio su un tempo difficile ma bellissimo, quegli anni ’70 in cui tanta parte di una generazione venne coinvolta nell’affascinante tentativo di cambiare il mondo. E perché dà finalmente conto di cosa sia realmente stato quel movimento nato nel ’68 (e che in Italia durò più di un decennio), solitamente ridotto dalla vulgata corrente a nulla più che un moto antiautoritario, «sesso droga e rock and roll».

SCORRENDO LE PAGINE di questo libro torna alla memoria di cosa siano state realmente fatte le giornate dei «sessantottini», un po’ di tutti, ma certo in particolare degli «pduppini», che sono stati parte di una vicenda un po’ particolare, perché il Manifesto nacque dall’incontro di due generazioni diverse e la contaminazione fu utile ad ambedue. (Mi hanno molto divertita gli accenni ai nostri ricorrenti litigi con Lotta Continua, alla disgraziata vita delle nostre coalizioni con gli altri gruppi della «nuova sinistra»).

Colpisce, intanto, l’attenzione alle lotte operaie, per gli studenti la vera e propria scoperta della fabbrica, di quel lavoro duro e sfruttato che i figli del ceto medio avevano sempre ignorato. E di qui la maturazione di un’idea di libertà meno meschina di quella (ahimé) oggi nuovamente corrente: che non poteva essere individuale, ma – come ci aveva spiegato Marx e anche il contemporaneo Marcuse – qualcosa che nasce o muore per tutti, a seconda di quali sono i rapporti sociali di produzione. E poi – ecco un altro tratto di quell’epoca – la scoperta che le riunioni potevano farsi anche in parrocchia «perché i preti non sono più tutti come quelli di una volta».

LA QUESTIONE POLITICA che emerge con più nitidezza e ricchezza di dettagli è la vicenda dell’aborto, anche perché la protagonista della storia d’amore è un medico che opera nei reparti ospedalieri di ginecologia. Viene così riportata alla luce non solo la storia del referendum, assai più conosciuta, ma quella dell’impegno oscuro e difficilissimo che ci fu per far rispettare la legge, la famosa 194, che non ci era del tutto piaciuta per i sotterfugi che consentiva ai medici obiettori di coscienza (o sedicenti tali) e per i limiti all’autonomia delle donne che continuava ad imporre. E che però le compagne, e i compagni, si impegnarono fino in fondo a far attuare perché rappresentava comunque una conquista.

Questa dei comitati di vigilanza per l’applicazione della legge è una storia poco nota e che qui viene finalmente ricordata. E le interruzioni del testo narrativo lasciate alla penna di Greta che la racconta in prima persona, aprono uno squarcio prezioso su quel periodo.
Così come aiutano a ricordare le diffidenze, quando non anche il vero contrasto, che si determinò nelle organizzazioni di sinistra all’irrompere in quegli anni del «nuovo femminismo». Un terremoto in particolare nel Manifesto-Pdup che per primo – e inizialmente irriso dalle altre formazioni di sinistra – ne riconobbe la valenza e cui aprì le porte delle proprie sedi e le pagine dei propri giornali. Il primo articolo femminista – Il maschio come valore – fu pubblicato addirittura nel numero 4 della rivista, nel 1969. Ma poi la spinta al separatismo si fece coì forte che coinvolse anche una gran parte delle nostre compagne.

RICORDO LA LETTERA pubblicata sul quotidiano nel 1976 a firma del collettivo femminista di Bologna (molte firme ma non di tutte le compagne) in cui si diceva: «Non restituiamo la tessera perché questo implicherebbe una valutazione negativa del Pdup che invece è un buon partito, però non la rinnoviamo perché la sua pratica non è conciliabile con la nostra pratica».

Rossana Rossanda commentò allora a latere sulla stessa pagina del giornale dicendo che capiva il valore di quella proposta estrema e, tuttavia, aggiungeva: «Penso che abbiate torto». E poi ci sono gli episodi in cui compare Eliseo Milani – un comizio in un posto ostile, una cena fra amici, una discussione. Riportano tutti con vivezza alla memoria questo grande bergamasco, militante arrivato dalla concreta vita operaia al comunismo (prima al Pci, poi, per via del suo coraggio politico, al Manifesto-Pdup ), di cui Lucio Magri quando morì ebbe a scrivere con ragione che egli rappresentava: «un pezzo di storia comunista italiana più di tanti verbali di direzione sempre volutamente elusivi».

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