Libri, arti & culture

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Lunghe e ordinate trecce corvine circondano un viso di ragazza, assorto verso un punto imprecisato. Ha circa quindici anni e i lineamenti, ingenui e perturbati, potrebbero somigliare a quelli di molte sue coetanee, trafitte di sogni davanti al mondo che si sta schiudendo. Sul volto di Magda Minciotti non aleggia però alcuna levità adolescente, piuttosto una postura adulta acquisita tra il 1944 e il ’45, nel periodo della sua prigionia in mano alle SS.

DELLA GIOVANE PARTIGIANA di Chiaravalle, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth, conosciamo il tratto biografico più doloroso grazie al diario di quei mesi pubblicato in un ottimo volume a cura di Anna Paola Moretti. Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione (Edizioni affinità elettive, pp. 314, euro 18 – collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche) è una testimonianza rara e accorata, sistemata da Moretti che va a confermarsi una delle più attente osservatrici sui temi della storia e memoria delle deportazioni femminili. Come nei volumi precedenti (per esempio La guerra di Mariulì, bambina negli anni Quaranta), al metodo rigoroso l’autrice affianca ipotesi e nessi originali di fonti e contesti, ponendosi non solo nell’ottica della ricostruzione meticolosa bensì della relazione responsabile e generosa di colloquiare con le esistenze scoperte. Non è un caso che la prefazione a questo ultimo contributo sia firmata da Luciana Tavernini che fa parte, insieme ad altre, della «Comunità di storia vivente» di Milano che proprio sulle pratiche di vita e le conseguenti interrogazioni si concentra, un punto politico ineludibile.

Dopo settant’anni di silenzio sulla scrittura che l’ha accompagnata per lunghi mesi negli Arbeitslager nazisti, Magda Minciotti – poco prima della sua scomparsa – consegna i suoi appunti al figlio. Invitata a occuparsene, Anna Paola Moretti consulta quella sessantina di foglietti, il retro di ricevute scadute utilizzate dalla ragazza per cominciare il proprio diario, ricopiato in un quaderno dopo la sua liberazione.

SI APRE UNA VICENDA che cuce lo strazio spaesante della guerra a una strana speranza interiore che l’ha sostenuta. E il pensiero si fa subito grande, anche nello spazio angusto di una condizione di prigionia. A espandersi è un desiderio di sopravvivenza, preghiera terrena e ostinata contro l’ingiustizia e lo sfruttamento disumanizzante. L’ulteriore apparato critico e l’approfondimento delle altre carte private della partigiana danno il senso di una rappresentazione densa e inequivocabile che va a completare un passaggio novecentesco cruciale.

Da Ripe (in provincia di Ancona) quel 23 luglio del 1944, a sole due settimane di distanza dal suo arresto, Magda esordisce domandandosi che cosa ne sarà dei suoi sogni, convocando il destino «questa ruota implacabile che gira senza chiedere mai – Sei contenta? Soddisfatta del mio lavoro?». Quindi i viaggi per raggiungere la Germania, giorni di veglie frenetiche. E poi ancora i bombardamenti che arrivano a strattonare Karolinenstrasse nelle notti di una terra poco amata, insieme all’attaccamento per una minuta fenomenologia del quotidiano a ricordare quanto si possano trovare forme di conforto anche nello sfinimento. Come sottolinea Tavernini, centrale è «la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento». Da Norimberga a Bayreuth – dove arriva il primo febbraio del 1945 quando la Siemens sceglie di dislocare manodopera e macchinari in zone meno esposte – i racconti si dipanano tra le ennesime strategie di adattamento e la difficoltà del lavoro condiviso con altre donne provenienti da altri paesi. Infine il dispiacere per la morte di suo fratello Giorgio internato allo Stalag di cui però apprendiamo informazioni non dal diario (il secondo blocchetto di fogli è andato perduto) ma dalle testimonianze di altri compagni di detenzione.

IN QUESTA DIREZIONEConsiderate che avevo quindici anni restituisce un’esperienza che ha funestato l’Europa e al contempo è resoconto di una nuova intermittenza che da oggi non può più essere ignorata o rimossa. È il volto serio di Magda, lunghe e ordinate trecce corvine di ragazza davanti al mondo fuori di sesto.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Sempre complesso restituire la dirompenza politica e simbolica rappresentata dal femminismo, eppure di quella esperienza plurale che, dalla metà dagli anni Settanta in avanti, ha coinciso in Italia con una rivoluzione da cui è stato impossibile tornare indietro, si possono raccontare molte cose a partire da contesti precisi. Per esempio periodizzare e storicizzare la documentazione disponibile, catalogarne e collocarne i numerosi contributi riconoscendo in quella stagione politica un’articolazione di pratiche, di domande e altrettante risposte – che non sono state uguali per tutte.

INSIEME ALLE LIBRERIE delle donne, agli archivi e ai fondi – compresi quelli privati di chi custodisce gelosamente fotografie, carte, registrazioni e diari – in questi anni alcune operazioni editoriali , nella contezza della parzialità, rappresentano un riordino che si configura culturalmente prezioso, le informazioni rimarrebbero altrimenti di difficile reperimento. In molte hanno deciso di riprendere il filo di una vicenda che ne porta all’interno molte altre; significa dare credito al rigore della ricerca che diventa orizzonte storiografico.
Dentro un simile contesto, e al netto delle risposte che sono state cercate e trovate spesso per strade diverse, quella del Movimento Liberazione della Donna assume i contorni rilevanti di una questione ora disponibile nella sua puntuale ricostruzione. Inserita all’interno del partito radicale, Mld nasce nel 1970 e prosegue fino al 1983; a raccontarcene la centralità è Beatrice Pisa, una delle sue protagoniste, in un volume tanto denso quanto meditato: Il Movimento Liberazione della Donna nel femminismo italiano. La politica, i vissuti, le esperienze (Aracne, pp. 469, euro 24). La densità si gioca tra sforzo di indagine e interrogazione di carte, archivi pubblici e privati (come quello inaggirabile di Liliana Ingargiola).

Si illumina in questo modo lo scrigno di un processo politico che nel 1978 contava ben 47 gruppi sparsi sul territorio italiano; attraverso la letteratura grigia, le testimonianze orali ma anche i bollettini dell’epoca, lo statuto, la piattaforma, le relazioni ai convegni e quel bene grande e accessibile conservato ad Archivia (presso la Casa internazionale delle donne di Roma), l’autrice segue il doppio passo della storica esigente e della militante appassionata che cesella una delle «storie possibili» concentrandosi sull’avventura romana.

MLD SI È MOSSO nella mediazione tra liberazione ed emancipazione, in dialogo costante con le istituzioni; questo è forse uno dei punti che ha segnato la sua distanza con altre esperienze femministe italiane coeve. Al centro stava il punto sulla sessualità, (l’identità lesbica sarà cruciale all’interno del collettivo romano separatista di via Pompeo Magno), dell’aborto libero. Dirimenti sono stati, infatti, il self-help come pratica condivisa, la battaglia contro la violenza sulle donne, i consultori. Beatrice Pisa ha il merito di aver riportato all’attenzione storica quelle discussioni, con generosità e altrettanta serietà.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Simone Pieranni ci offre, in un rapido scritto, l’immagine della Cina globale (manifestolibri, pp. 95, euro 8). Ci propone cioé la questione del presentarsi della Cina sull’orizzonte globale e si interroga su cosa significhi. Fino ad un decennio fa, prima della grande crisi, una tale questione si sarebbe detta inverosimile (anche per i «pochissimi» che, come Giovanni Arrighi, se l’erano posta con toni profetici). Oggi invece, corrisponde ad una urgenza dell’intelligenza geopolitica. Centralità globale della Cina, dunque? La cosa puo essere analizzata da due punti di vista. Da un lato, considerando la continuità della grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc e collegata sempre di più, ad una identità fantasmata in un lontano passato imperiale, prima dell’epoca delle umiliazioni, prima della vergogna coloniale subita a partire dal diciannovesimo secolo, capace di ritrovare una forte dinamica. Questa vocazione la Cina la trova a partire dalla grande crisi del 2008. Essa è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da «grande potenza».

COMPLEMENTARE sarà un’altra domanda: al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano? Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. E, prudentemente, Pieranni analizza le ragioni che vanno a favore o contro quella previsione. Particolare attenzione concede all’opera di Joseph Nye Jr e alla sua teoria del soft power americano: laddove alla domanda sul declino americano si risponde che gli Stati Uniti restano il paese più potente, sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista economico (avendo intrecciato il mondo di un sistema orizzontale di rapporti politici, finanziari, monetari, industriali e commerciali) ma che questa loro condizione, organizzata appunto su strumenti e su un deposito di soft power, non mantiene più una dimensione egemonica.

È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale. Ecco ad esempio i principali fondamentali del soft power cinese secondo Pieranni: «è in questo senso il contrario di quello americano a cui siamo stati abituati in Occidente. La Cina non pone condizioni o problematiche di natura politica: democrazia o meno, gli affari si possono fare egualmente… La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità».

A PARTIRE da questi presupposti, da alcuni anni la Cina si è lanciata nel grande progetto della «via della seta» : un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa. Una grande banca di sviluppo è stata disposta a questo progetto, per la prima volta competitiva con le banche di investimento internazionali (più o meno sotto controllo Usa). Ma la competitività è fortemente sottaciuta da parte cinese ed investitori di tutti i paesi (ivi compresi americani) sono sollecitati alla partecipazione. Su queste basi programmatiche, e più recentemente assumendo una posizione di contrasto con ogni riflusso protezionista ed a favore del mercato globale, la Cina è comparsa come garanzia della globalizzazzione, nello stesso momento in cui le politiche di Trump facevano tremare molti dei paesi fin qui impegnati nell’enorme conflitto di dare regole al mercato globale.

Pieranni sottolinea anche le difficoltà che nel produrre questo progetto e nel portarlo a termine, la Cina si troverà dinanzi. Le vede, ovviamente, nell’asprezza del compito da perseguire sulla «via della seta», nell’incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche (India e Russia particolarmente attive a situare il loro « maldipancia» su una mediana di accettazioni e di rifiuti). Insiste anche sulle incertezze, le turbolenze e gli improvvisi sussulti che la struttura del partito comunista cinese – pur essendosi avviato ad un ulteriore passo nella direzione della trasparenza dei processi decisionali e della democrazia interna del paese – rischia sempre di subire.

MI CHIEDEREI a questo punto, se due ulteriori questioni non debbano essere sollevate. La prima, che è la più importante, riguarda lo studio delle interazioni di questo processo internazionale egemonico intrapreso dalla Cina e l’attuale fase di trasformazione del paese e soprattutto del suo modo di produzione: la mutazione cioé della struttura produttiva, dall’essere il laboratorio industriale globale della produzione mercantile, al rapido ed impetuoso divenire imprenditore del General Intellect, il centro globale della produzione robotizzata ed automatica. L’equilibrio tra questa trasformazione e l’allargamento globale dello spazio finanziario e commerciale non andrà senza difficoltà. E non sarà facile riorganizzare un mercato interno del lavoro che le classi scolarizzate e l’intellettualità di massa cominciano ad occupare in maniera stabile. In secondo luogo, per dirla chiaramente, sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della «nazione» cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un «dragone rosso». Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno.

IL LIBRO di Pieranni non è cosi secco come la nostra presentazione lo ha fatto. È al contrario elegante e fluente ed il ragionamento politico è interrotto da informazioni interessanti e curiose – come ad esempio quelle che riguardano il controllo dei «corridoi» creati sulla «via della seta» e l’espandersi, anche al servizio delle imprese cinesi, delle milizie mercenarie create negli States (Blackwater e altre).

Ed ha, inoltre, il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non puo non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe.

FONTE: Toni Negri, IL MANIFESTO

L’anno di nascita è lo stesso del manifesto: il 1971. Con storie, periodicità, riferimento ideologico (mai abbandonato da nessuno dei due: «quotidiano comunista», «rivista anarchica») e tante altre cose diverse. Comune è invece il destino delle due testate: ancora vive in un panorama editoriale in progressiva desertificazione, entrambe nel loro quarantasettesimo anno di vita. Entrambe antifasciste e di sinistra.

Parliamo del mensile A, che ha organizzato la propria festa domani a Massenzatico (Reggio Emilia), ospite del circolo Arci “Cucine del popolo” (in via Beethoven 79) che si vanta di essere stata la prima casa del popolo in Italia (fu inaugurata il 9 settembre 1893). Da quelle parti il pensiero libertario è di casa e per questo nel penultimo weekend di settembre vi terranno il primo incontro internazionale dei geografi anarchici, che esistono e non sono pochi, in una tradizione che si riallaccia agli ottocenteschi Piotr Kropotkin ed Elisèe Reclus.

Tra i «casi di scuola» che saranno analizzati, quello della repubblica del Rojava, nata dalle ceneri della guerra siriana e sulla spinta dell’autonomismo dei kurdi, fondata sul confederalismo, l’egualitarismo e l’autogestione. Un modello che deve molto alla svolta «anarchica» del leader del Pkk Abdullah Ocalan, che dal carcere di Imrali dov’è sepolto da vent’anni ha rivisto la vecchia impostazione marxista-leninista.

Il programma prevede un dibattito dal titolo lungo e originale: «Non c’è bisogno che le donne tengano sempre la bocca chiusa e la vagina aperta», citazione aperta di Emma Goldman, femminista anarchica di un secolo fa, non suffragetta ma militante libertaria, incarcerata per propaganda anticoncezionale, espulsa dagli Stati Uniti nel 1919 e poi a colloquio con Lenin a Mosca, prima accesa sostenitrice poi disillusa critica della rivoluzione russa. Infine in Spagna, nella Barcellona anarchica del 1936. La sua autobiografia fa discutere ancora oggi e ne parlerà alle 16 Carlotta Pedrazzini, studiosa di Emma Goldman e redattrice di «A».

A parlare di Fabrizio De André e del suo pensiero (anche) anarchico sarà Paolo Finzi, figura storica del giornale, il più giovane tra gli anarchici fermati la sera del 12 dicembre 1969 dopo la strage di piazza Fontana e poi tra i fondatori della rivista festeggiata. Alle 18 dirà la sua sul pensiero di Faber, sull’anarchismo che fu per tutta la vita il suo pensiero di riferimento, sulla loro amicizia. Titolo: «Non ci sono poteri buoni», parole anarchiche ma non per soli anarchici. «Il nostro rapporto con Fabrizio De André è stato molto intenso, davvero speciale – dice Finzi – è sempre stata la sua rivista, quella che a volte teneva piegata in tasca, con la testata ben visibile, durante i concerti. Quella che leggeva per poi telefonare e dirci che cosa gli piaceva e che cosa no. Quella alla quale tante volte ha fatto pervenire il suo sostegno economico. Dopo la sua morte abbiamo voluto continuare il sodalizio tra lui e “A” creando e proponendo alcune iniziative editoriali per ricordare l’amico, il compagno, il pensatore, il poeta».

A sera, cena emiliana assolutamente scorretta (anche nel prezzo: 20 euro, ma in parte finiranno nelle casse di A, al manifesto ne sappiamo qualcosa), con variabile vegetariana e vegana.

Chiuderà la serata il cantastorie (anarchiche e sociali) Alessio Lega, appena uscito con il suo ultimo disco Mare Nero (e dall’ospedale per un intervento andato bene). Il cantautore salentino, immigrato a Milano, ritorna a Massenzatico con il suo ricco repertorio. Qualche classico dell’anarchismo spunterà, anche quella canzone su Lugano (bella?), la stessa che si ascolta a tutto volume anche in alcune iniziative del sindacalismo confederale (dove ci sono pure degli anarchici, ma in maggioranza si trovano oggi in sindacati libertari e alternativi, di base). Poi tutti a nanna. Con la consapevolezza che venti chilometri a sud/est sul palco ci sarà Vasco Rossi, roba da centinaia di migliaia di persone.

«Non son l’uno per cento, ma credetemi esistono», cantava degli anarchici Leo Ferrè, uno di loro, un De André francese. Forse saranno meno dell’uno per cento, ma in molte parti del mondo esistono. Magari sono molti più di quanti lo stesso Ferré potesse sospettare. E lottano insieme a noi. Vite spericolate, direbbe Vasco.

FONTE: Angelo Mastrandrea, IL MANIFESTO

Al Convegno di Toronto, alla York University, nell’occasione del Convegno per i 150 anni della pubblicazione del I libro de Il capitale di Marx (1867), organizzato da Marcello Musto, molti relatori hanno sentito il bisogno di evocare Dante e il suo Inferno. Lo hanno fatto William Clair Roberts della McGill University di Montreal, peraltro autore di Marx’s Inferno: The Political Theory of Capital, Ursula Huws, della Herfordshire, Gran Bretagna, che ha immaginato Marx come un novello Virgilio, e Mauro Buccheri, della York University. Immaginare il capitalismo come un inferno dantesco in un ambiente come quello canadese della York University, dove è facile incontrare per strada anatre, procioni, scoiattoli e dove gli studenti di tutte le etnie si muovono con gli zaini e gli auricolari, educati, ben vestiti, ordinati e terribilmente soli con se stessi e con il loro mondo globalizzato tutto dentro lo smartphone, suscita una forte sensazione di contrasto. Questi stessi studenti hanno partecipato in massa al convegno.

DOV’È L’INFERNO? L’ho trovato qualche giorno dopo a Times Square a New York, un luogo dove i racconti che la Grande Mela sa fare di se stessa la ritrovi nei volti della folla, tra una limousine e i sacchi della spazzatura, tra grattacieli e un traffico rumorosissimo. Di quest’inferno e di altri simili si è parlato alla quieta York, dove le analisi su e a partire dal Capitale di Marx si sono succedute fino a una splendida conclusione di Immanuel Wallerstein.
La maggior parte dei relatori ha provato ad analizzare, o meglio, a rivisitare oggi, molti dei temi che rappresentano i punti decisivi della teoria marxiana del modo di produzione capitalistico. Forte attualizzazione di Marx senza tuttavia eccedere in facili nuovismi. Se la cosiddetta globalizzazione, con la conseguente crisi del 2008 (da cui in parte, ma solo in parte, Usa e Canada sono forse usciti, l’Europa no), crisi ovviamente evocata da una gran parte dei relatori, si è affermata, riportando la parola capitalismo al posto del più generico e ambiguo termine modernità, ciò è accaduto perché il sistema capitalistico ha portato alle estreme conseguenze, accrescendolo in modo esponenziale, quel che c’era già nel XIX secolo, quando Marx parlava di mercato mondiale.

Del resto, il termine globalizzazione rievocò maldestramente la metafora della mano invisibile di Adam Smith, quella stessa metafora che fu oggetto della critica di Marx. Niente di nuovo sotto il sole? No. È solo che l’esigenza generale emersa in questo convegno è di superare annacquamenti analitici di una riflessione sul tempo storico che perde il senso critico e si ammorbidisce in filosofie vaghe che ammiccano al potere politico. Come ha osservato Moishe Postone dell’Università di Chicago: «il termine “capitalismo” è stato reintrodotto sia in più ampie discussioni accademiche che in quelle intellettuali come una concezione che ora appare più analiticamente adeguata di «modernità», che è stata dominante nei decenni postbellici». Postone, come altri, prende le distanze da opzioni culturaliste e genericizzanti per richiamarsi alla specificità di una forma storica come quella capitalistica che tuttavia possiede il potere della globalizzazione.

UN ASPETTO della globalizzazione è la fluidità con cui si ricostituiscono classi, razze, etnie. Questo è uno dei problemi più complessi e difficili da affrontare sul piano politico, perché mentre il capitalismo, di crisi in crisi, procede nel suo incessante dominio, la dislocazione delle classi e di donne, uomini e bambini che vengono sfruttati in ogni angolo del mondo, si muove continuamente e si nasconde dietro la fiction estetica di ciò che Marx disse della società capitalistica, che si presentava appunto come un immenso ammasso di merci. Merci non accatastate nelle periferie, ma oggi nascoste nei containers e offerte feticisticamente in forma di spettacolo non stop ai consumatori nelle mall, queste grandi caverne di Platone del XIX secolo dove non è dato al prigioniero di liberarsi.
Come organizzare i lavoratori, essendo essi oggi in processi di produzione disseminati nel mondo anche per uno stesso prodotto? Come riaprire il tema della cooperazione, modo con cui gli uomini, come afferma Marx, sviluppano la facoltà della specie umana e, nello stesso tempo, mezzo del peggiore sfruttamento dispotico? I discorsi sulla sparizione della classe operaia hanno l’aria di una resa connivente.

UN CONTRIBUTO IMPORTANTE è stato sicuramente quello di John Bellamy Foster sul tema ecologico e l’interpretazione di Marx e del Capitale in tale contesto. Egli ha mostrato come sia possibile leggere il Capitale come una critica ecologica dell’economia politica. Silvia Federici ha discusso la concezione marxiana del lavoro riproduttivo, che ha anticipato l’attuale dispiegarsi delle relazioni di genere con il capitalismo storico, ma ha anche criticato Marx perché non vide il processo di formazione della famiglia del proletariato caratterizzato dallo sfruttamento delle donne e dei bambini e l’introduzione del salario di famiglia.

Forse, per segnalare l’attualità di Marx vale la pena citare questo passo del Capitale:
«L’industria moderna non considera e non tratta mai come definitiva la forma di un processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria, mentre la base di tutti gli altri modi di produzione passata era sostanzialmente conservatrice. Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, assieme alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Così essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione nell’altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi».

FONTE: Alfonso M. Iacono, IL MANIFESTO

NEW YORK.Nel 2010 la casa editrice canadese Red Quill Books ha pubblicato Historical Materialism il primo capitolo di The Communist Manifesto illustrated; una graphic novel basata sul Manifesto del Partito Comunista scritto da Marx ed Engels nel 1848. Dopo l’uscita di The Bourgeoisie e The Proletariat, nel 2015 è stato pubblicato il quarto e ultimo volume The Communists. L’opera è già stata tradotta in spagnolo, francese e tedesco. Ho intervistato a New York George S. Rigakos (Professor of the Political Economy of Policing presso la Carleton University di Ottawa), ideatore del fumetto e fondatore della casa editrice.

Chi ha avuto l’idea di re-immaginare il Manifesto del Partito Comunista come un fumetto?

È venuta a me mentre stavo provando a spiegare il concetto di lotta di classe ad un amico. Ho pensato che alcune tematiche del Manifesto si sarebbero prestate facilmente ad un formato a fumetti. C’è un gruppo perfido e una storia di fondo in cui i due avversari – la borghesia e il proletariato – sono venuti alla luce. C’è sfruttamento, violenza e poi, naturalmente, liberazione ed i campioni di un mondo migliore: i comunisti. Credo che il pamphlet fosse maturo per un adattamento a fumetti. Naturalmente l’obiettivo era comunicare agevolmente le idee di base per fare in modo che gli studenti si interessassero al lavoro di Marx.

È il primo esperimento di questo tipo?

No. Esiste una tradizione di libri a fumetti che derivano dall’adattamento di opere o biografieradical. Ad esempio oggi ci sono diverse biografie a fumetti su Che Guevara ed un adattamento a fumetti del Capitale in spagnolo. Red Quill ha pubblicato una versione manga del Capitale.

Perché un fumetto? A chi è destinato questo lavoro?

Soprattutto agli studenti ma anche a tutti quelli che semplicemente si divertono a comunicare idee con i libri a fumetti. La maggior parte delle persone che compra la graphic novel dice “fico!” e poi ti rendi conto che stanno leggendo Marx. Non abbiamo alterato il testo, lo abbiamo semplicemente rivisto e adattato. Nella versione completa del fumetto abbiamo incluso anche il testo originale del Manifesto.

Quante copie sono state vendute fino a questo momento?

Sicuramente è il nostro best seller e riceviamo ordini da ogni parte del mondo. A volte compagni e organizzazioni di lavoratori che vogliono fare un bel regalo ai loro amici o ai propri membri ci chiamano nel periodo natalizio. Recentemente ho scoperto che gli attivisti del movimento Black Lives Matter a Brooklyn stanno usando la nostra graphic novel per avvicinare le persone all’opera di Marx. Sono davvero contento per questo.

Immagino che alla base di questo lavoro ci sia anche una necessità politica, quale? Su quali aspetti hai voluto mettere l’accento?

La necessità è rappresentata dalla natura dell’attuale crisi e dalla mancanza concreta di una visione alternativa per il futuro. L’applicazione bolscevica di Marx è stata ampiamente screditata per buone ragioni ma poi abbiamo completamente abbandonato il dibattito per un cambiamento programmatico. Oggi c’è un ritorno di interesse nei confronti di politiche alternative e Marx deve essere parte della discussione. Dal punto di vista tematico, la rivoluzione gioca un ruolo fondamentale nel linguaggio figurato del Manifesto illustrato, così come nell’originale.

È stato difficile trasferire l’essenza dell’opera di Marx in un fumetto?

Creativamente non credo sia stato particolarmente difficile per me. Come ho detto il libro si presta facilmente a questo adattamento. È stato davvero divertente e la tensione era soprattutto politica. Cosa ho enfatizzato? Come presenti le idee e cosa lasci fuori dall’appendice? Ci sono molte persone che avrebbero fatto delle scelte differenti.

Molte situazioni sono state attualizzate. Che metodo di lavoro hai seguito per scrivere la sceneggiatura? Qual è stato il passaggio nel testo più difficile da trasformare in fumetto?

Ho portato alla luce le parti di testo che pensavo fossero emblematiche per trasmettere il messaggio e che si prestavano ad una rappresentazione a fumetti. Poi ho organizzato il pensiero politico costruendo e ordinando una narrativa senza riscrivere il testo. Infine ho diviso il lavoro in quattro parti: materialismo storico, borghesia, proletariato e comunisti. È stato comunque difficile comunicare attraverso una singola immagine lo sfruttamento di centinaia di capitalisti e pre-capitalisti che ha condotto all’emancipazione comunista. Victor Serra, l’illustratore, ha seguito passo per passo il processo e sono orgoglioso del risultato finale.

Nella prima scena Marx si lamenta davanti alla sua tomba leggendo dei presunti crimini commessi in nome del comunismo. Non si salva nulla delle esperienze socialiste? Sto pensando ad esempio a Fidel Castro.

Sì è pensieroso e non offre risposte al vecchio rivoluzionario che sta perdendo la fede e viene a visitarlo. Questo perché il sentiero rivoluzionario è quello che gli serve per riconciliarsi.

Credo ci sia molto da imparare dai fallimenti, o come preferisci chiamare quello che è rimasto sotto la parvenza del così chiamato comunismo. Non si può ignorare l’oppressione dello Stato ma sono d’accordo sul fatto che questi fallimenti ci devono insegnare a ragionare su nuove applicazioni.

Cosa accadrà dopo Castro? Come avverrà la transizione da un sistema che ha meriti importanti ma che tuttavia ha messo la museruola al suo popolo? Senza coinvolgere Marx, credo che si permetterà agli avvoltoi aziendali e ai sicari dell’economia di calare su Cuba ancora una volta per farla a pezzi e impoverire il popolo. Non c’è risposta al di fuori di Marx.

Cosa puoi raccontarci del disegnatore Red Victor / Victor Serra? Perché hai scelto lui?

È fantastico. Abbiamo avuto un’ottima collaborazione, inizialmente lavorava per un’agenzia argentina. Mi piace il suo stile e la sua attenzione per i dettagli. Quando gli ho inviato le idee per le immagini, a volte le ha rifiutate perché mancavano di autenticità. “Quel modello di automobile è stato diffuso in Russia solo 10 anni dopo”, mi spiegava cose di questo tipo che nessun altro avrebbe potuto notare. Questo mi ha dato grande sicurezza; lavorando insieme sono diventato meno prescrittivo, ero felice di lasciare a lui le scelte creative. Victor era orgoglioso del suo lavoro e lo ha dimostrato.

Red Quill Book è un collettivo editoriale come funziona? A cosa state lavorando in questo momento?

Siamo sempre alla ricerca di nuove proposte adatte a noi. Continuiamo a pubblicare lavori accademici critici e fumetti radicali. Questo è quello per cui ci conoscono e non cambieremo. Non pubblichiamo tonnellate libri, non vogliamo questo. Siamo selettivi in modo tale da poter seguire il libro attraverso l’intero processo. Le nuove piattaforme digitali hanno permesso alle persone creative di concentrarsi di più sul processo e sulla collaborazione e la nostra piccola casa editrice non esisterebbe senza tutto questo. Riesco a vederci andare più lontano per ri-animare testi radicaldimenticati e a lungo ignorati che potrebbero vedere una nuova vita come libri a fumetti. Questa continua ad essere la nostra missione

FONTE: IL MANIFESTO

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«La tragedia di un popolo» di Orlando Figes (Mondadori) e «Lenin» di Victor Sebestyen (Rizzoli). Riproposta da Bollati Boringhieri «Lenin a Stalin. 1917-1937 Cronaca di una rivoluzione tradita» di Victor Serge. Ritanna Armeni invece racconta la relazione amorosa di Lenin con Inessa Armand

In un Paese come l’Italia, dove il sistema mediatico vive di ricorrenze e celebrazioni e un decennale o un ventennale non si negano mai, è difficile evitare un certo stupore a fronte della sordina con cui i media hanno sin qui affrontato quell’episodio minore del XX Secolo che è stata la Rivoluzione russa. È possibile che qualcosa in più venga offerto in autunno, allo scadere dei cent’anni dall’Ottobre rosso, ma anche in questo caso risulterebbe stridente una periodizzazione storica che identifica la Rivoluzione solo con la presa del potere bolscevica invece di misurarsi con tutto il 1917 e oltre, essendo ormai assodato che la Grande Rivoluzione è stata invece un evento lungo, tanto che nella sua monumentale La tragedia di un popolo (Oscar Mondadori, pp. 1098, euro 20, traduzione di Raffaele Petrillo) lo storico inglese Orlando Figes ne rintraccia l’inizio nel 1891 e la conclusione nel 1924.

SUL FRONTE DELL’EDITORIA l’offerta è solo lievemente meno avara. È stato pubblicato in italiano, a vent’anni tondi dall’edizione originale, il tomo di Figes, che è probabilmente la più rilevante rilettura della Rivoluzione Russa uscita dopo la fine dell’Urss. Odoya ha pubblicato invece, cinquant’anni dopo l’edizione francese, 1917. L’anno della Rivoluzione Russa, di Roland Gaucher. (pp.351, euro 24, traduzione di P. Radius). Nonostante l’autore, al secolo Roland Goguillot, fosse un fascista condannato a cinque anni per collaborazionismo dopo Vichy, la sua è una cronaca brillante, ricchissima di dettagli storici, coinvolgente come un romanzo. Ovviamente il fascistone francese non ha alcuna simpatia per i bolscevichi, tuttavia è impressionante scoprire che la sua narrazione è più onesta e molto meno preconcetta di quelle dei tantissimi liberal che intrecciano ricerca storica e demonizzazione ideologica, sino a rendere difficile distinguere l’una dall’altra.

È IL CASO del principale e più recente volume uscito in Italia sull’onda del centenario: Lenin. La vita e la rivoluzione (Rizzoli, pp. 553, euro 25, traduzione di Chicca Galli e Roberta Zuppet), dell’ungherese Victor Sebestyen che si propone un doppio obiettivo esplicito sin dal titolo originale: Lenin the Dictator. An Intimate Portrait. Mira a intrecciare la biografia pubblica e quella privata del leader bolscevico, privilegiando il secondo aspetto, ma anche a confermare la sua responsabilità assoluta nella degenerazione dell’Urss, dovuta non solo alle scelte politiche ma anche alla personalità autoritaria e al carattere dittatoriale.

È un’impresa che, pagina dopo pagina, si rivela più difficile del previsto, tanto che spesso lo storico deve intervenire con commenti personali per «indirizzare» il giudizio del lettore. Il Lenin che descrive, infatti, è sì estremamente ruvido e violento negli scontri politici, ma è anche l’opposto, cortese e rispettoso, al di fuori della politica. Risulta persino agli occhi ipercritici di Sebastyen assolutamente disinteressato e onesto e la sete di potere che l’autore gli attribuisce non appare mai supportata dai fatti. La dedizione incondizionata e fanatica di Lenin, già nota e sottolineata da suoi contemporanei, è rivolta tutta e solo alla Rivoluzione: una passione tanto pervasiva da non lasciare spazio alcuno neppure all’ambizione personale.

CHE VLADIMIR ILIC ULIANOV avesse un carattere autoritario e poco disposto ad ascoltare le ragioni degli altri è certo. Nella polemica era spietato, ma privo della vendicatività che avrebbe invece segnato Stalin. Dopo che due tra i principali dirigenti bolscevichi, Zinovev e Kamenev, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre avevano portato la loro opposizione all’insurrezione sino al punto di parlarne apertamente sul giornale, con tutto il rischio che ciò comportava, Lenin, dopo la vittoria, non si sognò neppure di punirli o epurarli. Al contrario.

LO STORICO UNGHERESE si diffonde a lungo sulla relazione con Inessa Armand, nata in Francia, cresciuta in Russia nella migliore borghesia, sposata con un importante industriale e proprietario terriero, che fu il grande amore del dirigente comunista e amica di sua moglie Nadja Krupskaja, in una sorta di bizzarra relazione politico-amorosa a tre. Anche qui, però, l’intento preventivamente polemico gli impedisce di cogliere la realtà emotiva di quella relazione. Sebastyen sa tutto di quella storia, ma lo riduce a una serie di informazioni fredde, che ne tradiscono la verità.

PER SINCERARSENE basta fare un paragone con il bellissimo libro che a Inessa e alla sua relazione con Lenin ha dedicato Ritanna Armeni, Di questo amore non si deve sapere (Ponte alle Grazie, pp. 235 euro 16). La vicenda è la stessa, ma la giornalista e scrittrice italiana ne coglie le implicazioni profonde, la affronta con l’empatia che difetta all’ungherese. Fa emergere la fragilità di Lenin, il suo tradizionalismo, la sua resistenza a una passione che trova minacciosa per il suo lavoro proprio come gli capitava con la musica di Beethoven. Mette in risalto la complessità non solo dell’amore tra il russo e la francese, ma anche del rapporto tra Inessa e Nadja, il loro punto d’incontro intorno al tentativo di imporre una specie di femminismo bolscevico, nel quale la liberazione delle donne e quella dal capitalismo sono inscindibile, che va a sbattere contro il muro della sottovalutazione dei maschi, grande capo incluso.

PER ASSURDO, la figura di Vladimir Ulianov esce più ridimensionata dal lavoro di una scrittrice che non gli è ostile che da quello dello storico che si proponeva di demolirlo. Il mondo degli esiliati rivoluzionari campeggia necessariamente anche nel libro di Sebestyen, avendo Lenin passato in esilio gran parte della vita, ma ridotto spesso a una sfilata di macchiette. Nel libro di Ritanna Armeni, che pure lo tratta molto meno diffusamente, riacquista la sua realtà e la sua vitalità.

Allo stesso modo, il nodo centrale della continuità tra Lenin e lo stalinismo è appena accennato da Sebestyen, perché data per ovvia. È stato Figes a segnalare che non ci sono tracce della disposizione contro le correnti che, decisa da Lenin, diventerà arma micidiale nelle mani di Stalin. Di conseguenza non c’è neppure modo per valutare il modo molto diverso in cui quella disposizione fu tradotta in pratica. Sebestyen ricorda la reazione di Lenin alle manifestazioni di adorazione nei suoi confronti dopo l’attentato contro di lui dell’agosto 1918: «È oltraggioso! Mi chiamano genio, uomo straordinario. C’è del misticismo in tutto questo». Ma aggiunge che Lenin è ugualmente responsabile del culto della personalità, non avendo fatto niente per proibirlo. Riduce la messa in guardia contro Stalin contenuta nel testamento a «diverbio di natura personale». Cita la polemica di Lenin contro la burocratizzazione del partito, ma la derubrica a ipocrisia.

COSÌ, PER INDAGARE le continuità e le discontinuità tra la prima fase della Rivoluzione e quella segnata dal Piano quinquennale e dal Grande Terrore continua a essere molto più utile, a 80 anni dalla sua uscita e nonostante una sguardo troppo poco critico su Ulianov, il Victor Serge di Da Lenin a Stalin. 1917-1937 Cronaca di una rivoluzione tradita (Bollati Boringhieri, pp. 185, euro 15, traduzione di Sirio Di Giuliomaria, Introduzione di David Bidussa).

Le rimozioni sono eloquenti. Il silenzio che i media hanno calato sulla Rivoluzione è un festeggiamento: quello della vittoria non sulla dittaura sovietica ma sulle istanze sociali dell’Ottobre rosso. Ed è anche il riflesso di una paura confessata apertamente da Sebastyen. In fondo, conclude lo storico, le condizioni per l’emergere di un nuovo Lenin e di un nuovo bolscevismo ci sono di nuovo tutte. Anche per questo meno e peggio si parla della Rivoluzione che fece tremare il mondo, meglio è.

FONTE: ANDREA COLOMBO, IL MANIFESTO

È focalizzato sui populismi (anche «di sinistra») e democrazia post-rappresentativa il seminario inaugurale dell’Archivio Luciano Ferrari Bravo: oggi a Padova con inizio alle 14.30, nell’aula B1 di Ca’ Borin all’interno della storica sede di Scienze Politiche, ne ragionano il ricercatore della Normale di Pisa Loris Caruso, la filosofa femminista Ida Dominijanni e Marco Revelli, docente all’Università del Piemonte Orientale e saggista.

Un appuntamento che restituisce non solo l’originale e preziosa eredità di Ferrari Bravo, ma soprattutto permetterà di attivare la ricerca al di là di miopi orizzonti di potere. Padova, insomma, si candida ancora come «laboratorio politico» sul terreno dei movimenti, delle mutazioni e dei saperi conflittuali. Perché più che le alchimie istituzionali, elettorali contano sempre le analitiche consapevolezze sullo «stato di cose presente».

DA QUESTO PUNTO DI VISTA Ferrari Bravo è stato (e rimane) il pioniere del lavoro intellettuale come supporto indispensabile alla critica del «sistema». Nel filone dell’operaismo, ha coltivato fin dagli anni Settanta – insieme agli altri docenti di Scienze Politiche – la riflessione sulla crisi del fordismo fino a saper intuire sul versante giuridico e politico gli effetti dell’attuale governance più o meno globale.

Arrestato il 7 aprile 1979 da Pietro Calogero, subì oltre cinque anni di detenzione preventiva per poi essere prosciolto dall’accusa di insurrezione e reintegrato nell’Ateneo. Scomparso il 26 aprile 2000, finora i suoi saggi fondamentali erano raccolti in Dal fordismo alla globalizzazione (manifestolibri).

Ora finalmente l’intera produzione di Ferrari Bravo è accessibile on line all’indirizzo www.archivioLFB.eu grazie al lavoro collettivo di Serena Angelucci, Luca Basso, Giada Bonu, Beppe Caccia, Claudio Calia, Sandro Chignola, Stefano Crabu, Sebastian Kohlscheen, Omid Firouzi, Clara Mogno, Alberto Montaruli, Corinna Morini, Caterina Peroni, Luigi Emilio Pischedda, Devi Sacchetto e Stefano Visentin. Il sito contiene libri, articoli, materiali d’inchiesta e alcuni inediti che rappresentano la miglior «piattaforma» per le iniziative future, destinate ad alimentare ricerche e dibattiti sul neo-municipalismo, sul lavoro postoperaio e sull’effettiva consistenza di modelli come la logistica.

«L’ARCHIVIO LFB ha un’ambizione ulteriore rispetto a quella di fungere da punto di raccolta degli scritti di Luciano. L’attitudine sperimentale sulla quale battiamo muove dal presupposto che sia necessario tirare una linea rispetto al passato: fare un passo oltre i riferimenti identitari, le logiche di gruppo, la conseguente frammentazione soggettiva. Provando a riprodurre lo stile con cui Luciano aveva affrontato la sua epoca e anticipato la nostra» affermano i promotori dell’iniziativa di oggi.

«Tracciare una linea significa per noi ostinatamente ricominciare. Creare uno spazio dove sia possibile mettere in comune intelligenze e condividere strumenti, a beneficio in particolare di chi oggi si affaccia al mondo e vuole provare a trasformarlo, afferrandolo da un punto di vista di parte». Una bella scommessa, che si giocherebbe anche Ferrari Bravo.

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Il tempo è solo un’idea, una percezione astratta. Il tempo lo puoi riconoscere soltanto nelle rughe che si sono formate sul volto, nelle cartilagini che non funzionano a dovere, nell’immagine allo specchio che non risponde più all’idea che si aveva di sé, oppure nella crescita dei propri figli, ma quando il passare del tempo non è evidenziato da effetti tangibili rimane un’entità astratta. Così sono sorpresa dalla cospicua quantità, 10 anni, di tempo che è passato dalla morte di Alberto Grifi. La scusa di cui si servì per attrarmi a casa sua fu la più banale per un regista che vuole sedurre un’attrice: «puoi aiutarmi a finire un mio lavoro vorrei che leggessi alcune cose, magari anche in francese, se lo sai, e poi se ti va vorrei anche girare alcune scene nuove» Ed io: «certo quando vuoi, figurati, è un onore…». Che poi lui non fosse un regista tradizionale che usava gli attori lo sapevo benissimo, come lui sapeva che anche io col mio teatro non avevo certo un’esperienza classica e quindi mi sarei facilmente prestata ai suoi esperimenti.

Affetti speciali, come lo chiamava Alberto, è stato l’inizio di una storia d’amore, la nostra.

Il vero titolo del film è A proposito degli effetti speciali e lo abbiamo portato alla Biennale di Venezia 2001 nella sezione le giornate degli autori. Quando chiudemmo il montaggio per mandare la copia a Venezia non c’era ancora stato il G8 di Genova, né le twin towers a New York, il discorso di Alberto era piuttosto pacificato e tendeva all’armonia, questi due eventi tragici lo spinsero a riaprire il film e ad inserire una nuova parte di testo, netta e dura, che qui trascrivo.

UNA SORTA DI TESTAMENTO

«Quanto a me intervengo dalla TV, riflesso in uno specchio deformante, pupazzo mostruoso profugo scacciato dalla tracotanza antropocentrica e scampato nelle discariche del subumano, oppure autoritratto da arte degenerata, un lapsus massmediatico che testimonia le menzogne con cui l’impero occulta i suoi crimini, deformato dalla diossina del Vietnam, leucemizzato dalle schegge di uranio impoverito dell’Irak, mutilato dalle mine antiuomo del kossovo, bombardato dalle missioni umanitarie che sterminano sistematicamente soltanto popolazioni civili, sfigurato dai pestaggi negli scontri di piazza e dalla violenza carceraria, ferito, infettato, drogato di droghe spacciate per riconvertire in denaro il traffico di armi, corpo che fu forza lavoro, poi disoccupato, poi carne da cannone, preso in carico da mafie e governi che dai liquami da fogna che circolano ormai nelle sue vene riescono ancora a vampirizzare enormi profitti senza pietà ne vergogna. Il nemico di turno, si dice, è sanguinario, intollerante, diabolico, è certo che massacra i diversi in nome di Allah, infibula clitoridi, lapida le proprie donne, amputa le mani ai ladri, non conosco quella violenza, quell’odio, i gironi senza fine di quell’inferno, ma so qualcosa del nostro paradiso monoteista, capitalista, consumista, degli adoratori del denaro, perché è proprio l’arte degradata a pubblicità che lo pianifica promettendo che tutti i desideri, perfino quelli ancora da inventare saranno soddisfatti, purché quei desideri siano ridotti a merce, e che coloro che desiderano siano merce essi stessi, insignificanti come il comune denominatore che li rende equivalenti: il denaro. I sentimenti di solidarietà umana, di comprensione per i diversi, la generosità, l’amicizia, l’amore dovranno sparire, non danno dei frutti, non sono articoli da supermercato.

Gli uomini sono spesso dei prigionieri e vagamente sentono, come succede a certi uccelli in gabbia a primavera, che c’è qualcosa da fare, il nido, la covata, che è tempo di percorrere i cieli, eppure sanno di non poterlo fare, di essere legati da qualche dura impossibilità e invano continuano a battere la testa contro le sbarre della gabbia fino a impazzire di dolore.

Ma amate seriamente, profondamente e la prigione sarà dissolta come cera dal calore penetrante della simpatia. Sai, tu, che cosa fa sparire la prigione? È ogni affetto profondo, serio, essere amici, essere fratelli, amare, questo apre la prigione per sovrana potenza, per potentissimo incantamento, ma colui che non che non viene a questo rimane nella morte.

«Le strade di Parigi sono piene dei loro cadaveri questo spettacolo spaventoso servirà di lezione!». Lo stato proclamava che così le popolazioni operaie, 60.000 comunardi massacrati per mano dell’esercito, erano state protette dal pericolo degli scioperi. Qualche anno dopo Van Gogh arrivò a Parigi, un uomo indifeso, respinto in amore e rifiutato dalla società piccolo borghese per il suo eccesso di zelo nel soccorrere i minatori feriti; poi rinchiuso in manicomio perché scandalizzava le persone rispettabili che s’indignavano davanti all’arte moderna. Si accorse di essere stato gettato anche lui dall’altra parte della barricata insieme alla vilissima moltitudine che ricominciava a lottare in clandestinità.

Al di là della mano impacciata dell’artista s’intravede come la rabbia popolare, l’ansia di libertà e giustizia represse nel sangue, si vadano a sommare a questo nuovo modo dei pittori divisionisti di dare forma ai corpi che scompone i colori e li ricompone in luce. Un viaggio che sembra giungere alle microstrutture in vibrazione, alla sostanza dell’universo, e non si tratta di astratte formule matematiche, ma della descrizione del mondo, cieli e terre in un canto senza fine, del pianeta come corpo d’amore al quale donarsi totalmente, spinozianamente, un dono che trabocca dai limiti canonici dell’arte per riversarsi come pratica urgente di trasformazione, non della pittura ma della vita. Una scelta che, poi, in tempi di rivoluzione all’inizio del ‘900, teorizzavano anche i futuristi russi e i dadà. Bisognerà liquidare l’impotenza dell’arte perché la realtà stessa divenga il luogo della creazione, per tener viva la vita , per tenere aperte le comunicazioni autentiche fra gli esseri viventi…

Progettare un corpo collettivo, nuovo, configurare una nuova geografia di passioni molto aldilà del limite angusto dell’orizzonte antropocentrico e da lì ricomporre una nuova intelligenza abituata a considerare che è il nostro pianeta, è lui la creatura vivente, composta da un intreccio osmotico di condizioni biologiche di soggetti viventi diversi, di pulsioni libidiche differenti tra loro tante quanti sono i suoi abitanti, non solo quindi gli uomini e le donne ma anche l’infinita varietà degli animali, delle piante e non va dimenticato che nel pensiero primitivo originario tutto è vivente anche il mare, le montagne, il vento, i fiumi».

Alberto nell’ultimo periodo della sua vita sperava di riuscire a editare un libro mettendo insieme i materiali scritti nel corso degli anni, purtroppo non ce l’ha fatta. Forse non avrebbe inserito questo pezzo che segue perché troppo personale, però, proprio per questo l’ho scelto, perché svela inquietudini, solitudine, incertezze, malinconie, sensi di colpa, e, penso, una grande capacità e duttilità di scrittura.

SCRIVERE UN LIBRO

«Viaggiare, viaggiare per odio. Quel che fuggo adesso lo so: è il vuoto. Passo di terra in terra, vado di città in città e non incontro niente. Metropoli immense, autostrade immense… come mai non sento mai niente… Sono io che trasporto il vuoto dovunque vada come un sordo per il quale tutti gli uomini sono muti…Certe volte sono stanco di tante immagini. Vorrei che si aprisse il guscio di plexiglass che mi tiene rinchiuso. Essere qualcuno, essere uno in rapporto agli altri non poteva bastare. Il mio nome non lo voglio più: chiamatemi col vostro nome.

La musica che esce dagli altoparlanti è bella: somma le note l’una all’altra; non abbandona gli uomini.

Nei cinema in fondo alle sale nere vaste come cattedrali il film non smette mai; i volti passano e ripassano sullo schermo; gli occhi sono aperti, le bocche parlano e ognuno può scegliersi il finale che vuole. È una storia d’amore forse, ma dove non si finisce mai di amare. Un uomo guarda una donna per mesi poi per mesi è la donna che guarda l’uomo. Non dormono non si lasciano, continuano a trasalire quando la loro pelle si tocca, e l’uomo accarezza la spalla destra della donna per molto più di venticinque anni. Dicono delle parole. Dicono: Ah! Mh! Come? Vieni! Hai dei puntini neri lì. E i capelli ti piacciono così? Mh, sì, sì.

Poiché non posso pensare come Socrate o come Lao Tsé, poiché non posso cambiare la vita degli uomini come Gesù Cristo o come Engels, poiché non saprò mai essere neppure me stesso, assolutamente me stesso, me stesso fino all’estasi, mi rimane questo: battere il suolo coi miei passi. Distendermi. Divorare lo spazio. Divorare gli spettacoli. Vedere sfilare i nomi sui frontespizi delle stazioni, conoscere ogni sorta di donne straordinarie, ogni sorta di uomini, ogni sorta di cani.

Sulle strade senza fine corre la Chevrolet modello 1956. L’aria fischia lungo i finestrini e il vento di sabbia attraversa la strada. Le miglia, gli anni luce, arrivano a tutta velocità. I recinti di filo di ferro rimbalzano…

Ci sono tante figure retoriche, sistemi, postulati, evidenze, macchine. Le macchine per vivere, le macchine per camminare, le macchine perché non ci siano più guerre, le macchine per amare una donna, le macchine per dimenticare la morte.

Ancora più lontano, ancora più tardi. I giorni passati nelle astronavi sono lunghi: corrono all’indietro a tutta velocità. E ci sono molte stelle e galassie ammucchiate all’orizzonte.

Le strade non finiscono, non finiscono mai.

Si vedono cani schiacciati sul bordo delle strade e carcasse di vacche dove si pascolano gli avvoltoi.

Si vedono carcasse di astronavi lungo le orbite del cielo e scheletri nelle loro tute.

Le astronavi nel buio del cosmo avanzano in segreto. Quand’è giorno, vicino alle stelle, tutto esplode.
Jeune homme Hogan diede una gomitata nello stomaco al soldato. La ragazza dagli occhi di carbone gli schiuse le labbra e si mise a ridere; aveva due denti d’oro. Jeune homme Hogan le chiese perché . Disse che l’avevano picchiata. Disse che aveva avuto un incidente di moto. Disse che era stato il dentista.

Non disse niente.
Vorrei davvero scrivere, vorrei davvero scrivere come si spediscono le cartoline. Ma sono cose che non si fanno. Non posso dire semplicemente sono andato qui e poi là e poi ho preso il treno per Benang e un giorno mentre costeggiavo il Panama tra l’isola di Nargana e l’isola di Tikantiki il motore è andato in avaria e ho dovuto pagaiare… O quando ho detto uap uap. Oppure sulla strada di Oaxaca un omone coi baffi su una Cadillac viola ha tirato fuori una rivoltella e mi ha preso di mira gridando: que quieres!

Non li posso dimenticare, non li dimenticherò. Ma è così: non potrò mai tradurli in altre parole; né trasporli in storie veritiere e leggermente avventurose. Non è successo niente, non è successo niente, non conosco niente. Non vi ho saputo mandare le cartoline quando sarebbe stato necessario. E allora come potrei dire che cosa è la miseria, o l’amore, o la paura… Forse si scrivono romanzi soltanto perché non si sa scrivere una lettera. O viceversa.

Tutte le parole che fanno paura che non si osano scrivere, le parole per cui si sono inventati i simboli i misteri gli aggettivi; desiderio sesso fame sete male piacere paura malattia povertà gelo amore assassinio bellezza aria mare sole; queste parole che brillano che scintillano in silenzio, che sono fredde e brucianti, lontane come le stelle e che non si possono non vedere; le uniche parole vere; le uniche certezze; quelle parole dure lanciate verso il futuro e che filano come razzi acuminati. Per raggiungere queste parole bisogna sfuggire all’altro mondo; bisogna sfuggire alla voluta grigia che sale dentro il corpo e fa scuotere la testa dagli occhi morti…

Dal fondo dello spazio: uomo che non ha mai avuto le idee dei giaguari e neppure le zanne delle scimmie senza pensarci ha fatto le macchine di metallo chiaro. Coi grandi gesti meticolosi. Dei finalmente vivi, ricchi sui loro piedistalli.

Le loro facce sono come pugni.

Le stelle sono pozzi di vendetta perché sono i segni dell’impotenza…

È una guerra contro l’altra organizzazione, quella del caos del brulichio dell’odio…

La luna è simbolo dell’inferno perché ci fa vedere che cosa è il mondo nell’universo.

Le stelle sono pozzi di vendetta perché sono i segni dell’impotenza. Non voglio più vedere la Terra. Non voglio più conoscere la trama della storia. Non voglio più protendermi sulla mia faccia, né conoscere la vecchia sfera del pensiero in cui tutto è prigioniero. Non voglio nemmeno più immaginare questo minuscolo deserto sospeso tra quattro mura. Se ci penserò lo farò come potrebbe farlo una lumaca o uno scarabeo… Maledetto giardino della coscienza! Come potrei stargli ancora davanti, se non posso guardare una mela, o una tavola, senza vedere subito la parete del vuoto…»

Questo che segue è parte di uno scritto inedito di Aldo Braibanti su Transfert per Kamera girato da Alberto Grifi durante le sue improvvisazioni teatrali

Transfert per kamera di Alberto Grifi, è la prima esile esperienza non abortita di questi incroci nella sperimentazione del discorso privato di ognuno di noi, nel suo relazionarsi al dialogo, nel rivarcare la soglia, scendere di nuovo al nucleo col mutuo soccorso dell’infezione, e di nuovo ritrovare l’uscita sul continuum. Ora che preparo, entro il prossimo autunno, l’ultima e più grande sperimentazione di Virulentia, e gli incastri mi esaltano mentre esalto, contro e oltre i falsi e spesso inutili appannaggi della reazione, il recupero della memoria di fronte al lavoro di Alberto ripropone il niente di fatto di quel ricominciamento da capo che è ancora il mio piacere più eccitante – e più necessario. L’incontro del 66-67 è ora evidenziato dall’ulteriore e diverso sviluppo del lavoro mio e di quello di Alberto. Ma così era anche al tempo dell’incontro. Anche allora la diversità validificava le affinità elettive. Il co-transfert non solo non esaurisce i due termini, non solo non li blocca all’appuntamento, ma, violentata la propria funzione terapeutica, o, se si vuole, catartica, si evolve in molti metodi e in una sola insaziabile istanza metodologica. E’ ovvio che di questo ultimo aggettivo si ideogrammano molte varianti semantiche, molte loro gestualizzazioni provvisorie nella officíazione del rito, e la conseguente usura di ogni possibile ideologia. Né sette né chiese. La sperimentazione mi convince sempre di più che il primo percorso del bisogno insopprimibile di legare è oggi più che mai il gesto che slega e non anticipa sintesi artificiali.

Ci basta identificare, nella prassi, vita, ricerca, poesia, amore.

Vorrei aggiungere che l’utilizzazione magica dei mezzi tecnici da parte di Alberto non ci dovrebbe mai fascìnosamente distrarre.

Il discorso di Alberto vale la candela di questa magia, proprio perché mi so ascoltato da lui quando e quanto imparo ascoltarlo.

Il giuoco mi sembra ancora bello e ancora aperto.

Roma, Gennaio 1971

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Ragazza del Novecento, del duemila e oltre, Rossana Rossanda ruba la scena a chiunque nel film che le ha dedicato Mara Chiaretti: fosse anche il comitato centrale del Pci nel ’69, o la trasmissione in prima serata, o i cari amici – Fabrizio Barca, Nadia Fusini, Carlo Freccero, Sandro Lombardi, Philippe Daverio – che vanno a trovarla in occasione del suo compleanno.

Vanno da lei, recando omaggi e sorrisi in quel «giardino segreto» che è la sua residenza parigina. Oggi si può vedere lo straordinario ritratto Essere Rossana Rossanda a Roma alla Casa internazionale delle Donne alle ore 18.

L’EMOZIONE che non vuole trapelare dal suo linguaggio sferzante è ben espresso dalla regia che circonda la protagonista di colori e fiori, ben lontana in ogni caso dal grigiore italiano, quasi un intermezzo settecentesco.

Per noi vedere questo film non è cosa semplice, scorre un secolo di storia sullo schermo e costringe a rimettere in discussione tutto un percorso che ebbe inizio in via Tomacelli nel 1970, quando si preparavano i numeri zero del manifesto. Noi che (in tanti) venivamo dalla facoltà di filosofia di Roma ci sentivamo corazzati dal punto di vista politico, ancora di più per il fatto di non essere mai stati iscritti al Pci, come fosse una medaglia extraparlamentare.

C’è da dire che nella battaglia femminista Rossanda ci spalancava le porte: non perché lei lo fosse all’epoca (sarà un lungo percorso), ma perché era vista da tutti i compagni con un rispetto e un’ammirazione che non rivolgevano neanche ai leader maschi. Non era del resto epoca di leader, ma il fatto di chiamarsi per nome non accorciava le distanze.

Il richiamo del partito riassorbì parte della generazione dei fondatori, i primi ad allontanarsi dal quotidiano da poco fondato. Lei invece è sempre restata a condividere una rotta anche nella nebbia più fitta, fino a una delle ultime assemblee in cui il dissenso diventa più forte.

Com’è andata? «Il nuovo manifesto voleva cambiare. Una vecchia comunista e in più prepotente e insopportabile come me non la sopportavano più…Io ho fatto ricorso all’assemblea e l’assemblea ha votato contro di me». E nel 2012 lascia il giornale. «Sarei molto contenta se mi chiedessero di rientrare», dice. Come il manifesto ha cercato di fare (qui e qui, ndr).

NEL FILM POSSIAMO ripercorrere nel magnifico repertorio di filmati e immagini, la grande ricchezza di esperienze di una vita segnata dal rigore e dalla ragione, personalità già di spicco nella vita politica italiana ben prima del manifesto: farà bene alle nuove generazioni esaminare quegli anni per cogliere la profonda differenza di spessore e stile rispetto ai tempi contemporanei.

Ci piace vederla nei film di repertorio lasciare impietriti i suoi interlocutori nelle tribune elettorali o nel comitato centrale, come immaginarla far sobbalzare Togliatti per la sua decisione, come responsabile della politica culturale del partito, di far stampare libri fuori ordinanza, o a Cuba con Fidel o nel viaggio a Mosca a scoprire il Malevic in cantina e sentirsi anche spiegare che il partito non può stare con le avanguardie perché il popolo non le capisce.

«Darei due parole d’ordine, mai rinunciare alla ragione, mai alla libertà»Rossana Rossanda

La rilettura dell’allontanamento dal partito con il gruppo del Manifesto può essere ancora oggi di qualche insegnamento: «Mi hanno buttata fuori al momento giusto» sostiene, ricordando «il modo miserabile» con cui il partito ha fatto finire se stesso.

LA MITOLOGIA che l’ha sempre accompagnata, nel film ci arriva ammorbidita dai lievi colloqui con gli amici che la sollecitano perfino al racconto di stravaganze, di lati personali sempre stemperati da un tocco di ironia.

«La fondazione del giornale la ricordo con stupore e allegria – afferma – era un tentativo di essere comunisti e cioè coscienti della vita collettiva e dei suoi bisogni liberatori. Questo era l’insegnamento del ’68. Come movimento operaio eravamo abituati a far tacere le ragioni della persona di fronte ai bisogni di tutti».

E del ’68 indica la scoperta del problema delle donne come la cosa che segna il cambiamento più durevole. Senza dimenticare l’incubo dell’8 marzo, data fatidica in cui «bisognava sempre scrivere qualcosa» e tutti i redattori maschi si chiudevano nelle loro stanze.

Le siamo grati per essere un modello di come si sta dalla parte del torto.

OGGI LA PROIEZIONE ALLA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE DI ROMA

Oggi, la regista Mara Chiaretti parlerà del film «Essere Rossana Rossanda», insieme a Maria Luisa Boccia e Ida Dominijanni, nell’ambito dell’iniziativa dedicata alla proiezione del docufilm. L’appuntamento è alle 18 presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma (Centro Congressi, via della Lungara 19) che, insieme al Centro Riforma dello Stato, organizza l’evento.

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