Movimento operaio

Ricorrenze. L’11 settembre l’opera di Karl Marx compirà i suoi primi 150 anni

L’opera che, forse più di qualunque altra, ha contribuito a cambiare il mondo, negli ultimi centocinquant’anni, ebbe una lunga e difficilissima gestazione. Marx cominciò a scrivere Il capitale solo molti anni dopo l’inizio dei suoi studi di economia politica. Se aveva criticato la proprietà privata e il lavoro alienato della società capitalistica già a partire dal 1844, fu solo in seguito al panico finanziario del 1857, iniziato negli Stati Uniti e poi diffusosi anche in Europa, che si sentì obbligato a mettere da parte le sue incessanti ricerche e iniziare a redigere quella che chiamava la sua «Economia».

CON L’INSORGERE della crisi, Marx presagì la nascita di una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne che la cosa più urgente da fare fosse quella di fornire al proletariato la critica del modo di produzione capitalistico, presupposto essenziale per il suo superamento. Nacquero così i Grundrisse, otto corposi quaderni nei quali, tra le altre tematiche, egli prese in esame le formazioni economiche precapitalistiche e descrisse alcune caratteristiche della società comunista, sottolineando l’importanza della libertà e dello sviluppo dei singoli individui. Il movimento rivoluzionario, che egli credeva sarebbe sorto a causa della crisi, restò un’illusione e Marx non pubblicò i suoi manoscritti, consapevole di quanto fosse ancora lontano dalla piena padronanza degli argomenti affrontati. L’unica parte data alle stampe, dopo una profonda rielaborazione del «Capitolo sul denaro», fu Per la critica dell’economia politica, testo che uscì nel 1859 e che venne recensito da una sola persona: Engels.

Il progetto di Marx era quello di dividere la sua opera in sei libri. Essi avrebbero dovuto essere dedicati a: capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato, Stato, commercio estero, mercato mondiale. Quando, però, nel 1862, a causa della guerra di secessione americana, la New York Tribune licenziò i suoi collaboratori europei, Marx – che aveva lavorato per il quotidiano americano per oltre un decennio – e la sua famiglia ritornarono a vivere in condizioni di terribile povertà, le stesse patite durante i primi anni del loro esilio londinese. Non aveva che l’aiuto di Engels, al quale scrisse: «ogni giorno mia moglie mi dice che vorrebbe essere nella tomba con le bambine e, in verità, non posso fargliene una colpa, poiché le umiliazioni e le pene che stiamo subendo sono davvero indescrivibili».

La sua condizione era così disperata che, nelle settimane più buie, vennero a mancare il cibo per le figlie e la carta per scrivere. Cercò anche di ottenere un impiego in un ufficio delle ferrovie inglesi. Il posto, però, gli venne negato a causa della sua pessima grafia. Pertanto, per poter fare fronte all’indigenza, il lavoro di Marx continuò a subire grandi ritardi.
Ciò nonostante, in questo periodo, in un lunghissimo manoscritto intitolato Teorie sul plusvalore, compì un’accuratissima disamina critica del modo in cui tutti i maggiori economisti avevano erroneamente trattato il plusvalore come profitto o rendita. Per Marx, invece, esso costituiva la forma specifica mediante la quale si manifesta lo sfruttamento nel capitalismo. Gli operai trascorrono una parte della loro giornata a lavorare gratuitamente per il capitalista.

QUEST’ULTIMO CERCA in tutti i modi di generare plusvalore mediante il pluslavoro: «non basta più che l’operaio produca in generale, deve produrre plusvalore», ovvero deve servire all’autovalorizzazione del capitale. Il furto di anche solo pochi minuti sottratti al pasto o al riposo di ogni lavoratore significa lo spostamento di un’immensa mole di ricchezza nelle tasche dei padroni. Lo sviluppo intellettuale, l’adempimento di funzioni sociali, il tempo festivo sono per il capitale «fronzoli puri e semplici». Après moi le déluge! era per Marx – anche in considerazione della questione ecologica (da lui presa in considerazione come pochi altri autori del suo tempo) – il motto dei capitalisti, anche se poi, ipocritamente, si opponevano alla legislazione sulle fabbriche in nome della «piena libertà del lavoro». La riduzione dei tempi della giornata lavorativa, assieme all’aumento del valore della forza-lavoro, costituivano, dunque, il primo terreno sul quale andava combattuta la lotta di classe.

NEL 1862, Marx scelse il titolo per il suo libro: Il capitale. Credeva di poter dare subito inizio alla stesura in forma definitiva, ma alle già durissime vicissitudini finanziarie si aggiunsero i gravissimi problemi di salute. Comparve, infatti, quella che la moglie Jenny definì «la terribile malattia», contro la quale Marx avrebbe dovuto lottare per molti anni della sua vita. Fu affetto dal carbonchio, un’orrenda infezione che si manifestava con l’insorgenza, in più parti del corpo, di una serie di ascessi cutanei e di estese, debilitanti foruncolosi. A causa di una profonda ulcera, seguita alla comparsa di un grande favo, Marx fu operato e «rimase, per parecchio tempo, in pericolo di vita». La sua famiglia fu, più che mai, sull’orlo dell’abisso.

IL MORO (era questo il suo soprannome), però, si riprese e, fino al dicembre del 1865, realizzò la vera e propria stesura di quello che sarebbe diventato il suo magnum opus. Inoltre, a partire dall’autunno del 1864, partecipò assiduamente alle riunioni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, per la quale redasse, durante otto intensissimi anni, tutti i principali documenti politici. Studiare di giorno in biblioteca, per mettersi al passo con le nuove scoperte, e portare avanti il suo manoscritto nel corso della notte: fu questa la sfibrante routine alla quale si sottopose Marx fino all’esaurimento di ogni energia e allo sfinimento del suo corpo.

CAPITALELIBROZesssssssssssssssssss

Anche se aveva ridotto il suo progetto iniziale di sei libri a tre volumi sul capitale, Marx non voleva abbandonare il proposito di pubblicarli tutti insieme. Scrisse, infatti, a Engels: «non posso decidermi a licenziare nulla prima che il tutto mi stia davanti. Quali che siano i difetti che possono avere, questo è il pregio dei miei libri: essi costituiscono un tutt’uno artistico, risultato raggiungibile soltanto grazie al mio sistema di non darli alle stampe prima che io li abbia interamente davanti a me». Il dilemma di Marx – «ripulire una parte del manoscritto e consegnarla all’editore o finire di scrivere prima tutto completamente» – venne risolto dagli eventi. Marx fu colpito da un altro attacco di carbonchio, il più virulento di tutti, e fu in pericolo di vita. A Engels raccontò che ne era «andata della pelle»; i medici gli avevano detto che le cause della sua ricaduta erano stati l’eccesso di lavoro e le continue veglie notturne: «la malattia veniva dalla testa». A seguito di questi avvenimenti, Marx decise di concentrarsi sul solo Libro Primo, quello inerente il «Processo di produzione del capitale».TUTTAVIA, I FAVI continuarono a tormentarlo e, per intere settimane, Marx non fu nemmeno in grado di stare seduto. Egli tentò persino di operarsi da solo. Si procurò un rasoio ben affilato e raccontò a Engels di essersi «estirpato lui stesso quella cosa dannata». Stavolta, il completamento dell’opera non venne procrastinato a causa «della teoria», ma per «ragioni fisiche e borghesi».
Quando, nell’aprile del 1867, il manoscritto venne finalmente ultimato, Marx chiese all’amico di Manchester – che l’aveva aiutato incessantemente per un ventennio – di inviargli il denaro per poter disimpegnare «il vestiario e l’orologio che si trovano al Monte dei pegni». Marx era sopravvissuto con il minimo indispensabile e senza quegli oggetti non poteva partire per la Germania, dove era atteso per la consegna del manoscritto da dare alle stampe.
Le correzioni delle bozze si protrassero per tutta l’estate e quando Engels fece notare a Marx che l’esposizione della forma del valore risultava troppo astratta e che «risentiva della persecuzione dei foruncoli», questi gli rispose: «spero che la borghesia si ricorderà dei miei favi fino al giorno della sua morte».Il capitale venne messo in commercio l’11 settembre del 1867. Un secolo e mezzo dopo la sua pubblicazione,  è annoverato tra i libri più tradotti, venduti e discussi della storia dell’umanità. Per quanti vogliano comprendere cosa sia davvero il capitalismo, e anche perché i lavoratori debbano lottare per una «forma superiore di società, il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo», Il capitale è, oggi più che mai, una lettura semplicemente imprescindibile.

FONTE: Marcello Musto, IL MANIFESTO

Qual­che anno fa, recen­sendo il bel libro di Enzo Tra­verso Il secolo armato. Inter­pre­tare le vio­lenze del Nove­cento (Fel­tri­nelli, 2012), richia­mavo l’opportunità di aggiun­gere alle vio­lenze legate alle guerre e ai regimi tota­li­tari, da lui esplo­rate con molto acume, quelle «indu­striali». A par­tire dal regime di fab­brica, intes­suto di vio­lenza e gang­ste­ri­smo padro­nali, che domi­nava tra le due guerre alla Ford, un caso che Tra­verso citava invece come esem­pio di classe ope­raia che già negli anni Trenta «cono­sceva il lusso» di «appar­ta­menti dotati non solo di un bagno ma anche di riscal­da­mento cen­tra­liz­zato, tele­fono, fri­go­ri­fero, lava­trice e tele­vi­sore, com­presa un’auto in garage». Di que­ste e altre vio­lenze, con­clu­devo, oltre che di quelle più note e visi­bili di natura poli­tica, è «mate­riato» il Nove­cento e sarebbe bene incor­po­rarle nei «discorsi» sul secolo. Lo straor­di­na­rio libro di James R. Green The Devil Is Here in These Hills. West Virginia’s Coal Miners and Their Bat­tle for Free­dom (New York, Atlan­tic Mon­thly Press, 2015, pp. 440, $28) pro­prio di que­sto parla. È la sto­ria di come i mina­tori del West Vir­gi­nia hanno strap­pato il diritto alla libertà di orga­niz­za­zione e di presa di parola pas­sando attra­verso decenni di lotte duris­sime, da fine Otto­cento ai primi anni Qua­ranta del secolo suc­ces­sivo. Lo hanno fatto, mostra Green in pagine che dovreb­bero essere adot­tate nelle scuole di ogni ordine e grado, ma in par­ti­co­lare dove si stu­dia diritto, ricor­rendo in certi casi alla vio­lenza orga­niz­zata e col­let­tiva per rispon­dere al regime auto­ri­ta­rio e dispo­tico, alle vio­lenze e alle vio­la­zioni siste­ma­ti­che della lega­lità da parte degli impren­di­tori e delle auto­rità poli­ti­che di vario livello spesso impe­gnate a dar man forte al capi­tale. Tant’è vero che dap­prima nel 1912–13 e di nuovo un decen­nio dopo, nei primi anni Venti, si parla di vere e pro­prie «guerre minerarie».

«Guerre», sot­to­li­nea oppor­tu­na­mente Green, che sono andate per­dute nella memo­ria col­let­tiva d’oltre Atlan­tico e che figu­rano solo di sguin­cio anche nei libri di sto­ria del lavoro. Forse per­ché, osserva, gli stu­diosi che sim­pa­tiz­zano per la causa del lavoro «ten­dono a foca­liz­zare la loro atten­zione su inci­denti nei quali gli scio­pe­ranti erano vit­time di vio­lenza» e «sono rilut­tanti a get­tare troppa luce su ciò che è avve­nuto quando gli scio­pe­ranti imbrac­cia­vano i fucili per com­bat­tere con­tro le di solito supe­riori forze armate mobi­li­tate dagli impren­di­tori». Ecco allora l’attenzione con­cen­trata su san­gui­nose scon­fitte ope­raie come lo scio­pero fer­ro­via­rio gene­rale del 1877, la vicenda di Hay­mar­ket da cui ori­gina il Primo mag­gio (al quale Green stesso ha dedi­cato il bel­lis­simo e molto apprez­zato Death in the Hay­mar­ket, Pan­theon Books, 2006), lo scon­tro side­rur­gico di Home­stead del 1892, il mas­sa­cro mine­ra­rio di Lud­low del 1914. E, per con­verso, la ten­denza a dimen­ti­care il West Vir­gi­nia, che per giunta si porta die­tro lo stigma, che noi ben cono­sciamo per i grandi studi di Ales­san­dro Por­telli su altri mina­tori appa­la­chiani, di un’«arretratezza» con­ge­nita. Di Por­telli e della sua for­mi­da­bile lezione di ricerca mi ha par­lato costan­te­mente Green tutte le volte che ci siamo visti nei lun­ghi anni che gli sono occorsi per scri­vere que­sto libro. Il suo primo con­tatto col West Vir­gi­nia risale al 1978, quando, inca­ri­cato di scri­vere un arti­colo mili­tante su uno scio­pero allora in corso, si rivolse al padre della «nuova sto­ria del lavoro», David Mont­go­mery, che all’epoca inse­gnava a Pitt­sburgh e che lo indi­rizzò a un suo dot­to­rando di quell’area. Comin­ciava così un rap­porto con le miniere del West Vir­gi­nia che non si è mai inter­rotto, anche se nel frat­tempo Green, che adesso è pro­fes­sore eme­rito alla Uni­ver­sity of Mas­sa­chu­setts dopo averci inse­gnato per decenni, si è occu­pato di nume­rose altre que­stioni di sto­ria del lavoro: dai socia­li­sti dell’Oklahoma, all’uso pub­blico della sto­ria, ai «mar­tiri di Chi­cago». Fin­ché qual­che anno fa ha ripreso in mano que­sta vicenda con l’idea di scri­vere un libro da stu­dioso ma che potesse indi­riz­zarsi anche a un pub­blico più generale.

Dal grande al pic­colo schermo

Il risul­tato, dopo anni di vasta ricerca e di non meno vasta revi­sione, sono que­ste oltre quat­tro­cento pagine, un set­timo delle quali fitte di note, che si leg­gono come un romanzo per­ché la mate­ria è da romanzo o da film. In effetti di un epi­so­dio di que­sta sto­ria, lo scon­tro che nel luglio 1921 vide il corag­gioso sce­riffo (e pisto­lero pro­vetto) favo­re­vole ai mina­tori Sid Hat­field soc­com­bere sotto i colpi dei sicari impren­di­to­riali, si è occu­pato il regi­sta John Say­les nel western ope­raio Mathewan(1987). Dalla seconda di coper­tina del libro Say­les assi­cura che «The Devil Is Here in These Hills è la più com­pren­siva e com­pren­si­bile sto­ria delle guerre del car­bone del West Vir­gi­nia che io abbia letto». Gli fanno eco, dalla quarta di coper­tina, stu­diosi del cali­bro di Elliott Gorn e Glenda Gil­more. Ma anche il mondo della tele­vi­sione si è inte­res­sato al libro e alla sua sto­ria, come dimo­stra il fatto che la sezione di Boston della Pbs, la tv pub­blica d’oltre Atlan­tico, ha com­prato i diritti per rea­liz­zare un docu­men­ta­rio tratto da The Devil. Il titolo del libro, con quell’allusione al «dia­volo» che abita nelle col­line del West Vir­gi­nia, è tratto da una frase di un ex-imprenditore e poi iso­lato poli­tico pro­gres­si­sta che nel 1912 così stig­ma­tizza il com­por­ta­mento pre­da­to­rio dei padroni delle miniere nei con­fronti dei loro lavo­ra­tori, sot­to­li­neando come «Dio non cam­mina in que­ste col­line». L’espressione adom­bra la forte reli­gio­sità che per­mea, come ci ha inse­gnato Por­telli, gli Appa­la­chi, la vasta regione degli Stati Uniti distesa per quasi quat­tro­cento con­tee e tre­dici stati, lungo l’omonima catena mon­tuosa che taglia tra­sver­sal­mente il paese, con al cen­tro l’hinterland di alcuni stati del Sud: appunto West Vir­gi­nia, Ken­tucky, Ten­nes­see e Ala­bama. È una reli­gio­sità che ritro­viamo oltre vent’anni dopo quando, di fronte all’avanzata del sin­da­cato nel clima di pro­fondo rin­no­va­mento sociale del New Deal, la figlia di un mina­tore pro­rompe in un canto di vit­to­ria che dice: «Signore, signore siamo indi­pen­denti ora/ ora quando incon­tri il padrone non devi inchinarti/ non è un re — non lo è mai stato in alcun modo». Tra que­sti versi e la frase del poli­tico del primo Nove­cento ci sono le due «guerre» che vedono datori di lavoro e mina­tori gli uni con­tro gli altri armati, sullo sfondo delle alterne for­tune dell’industria del car­bone, un set­tore attra­ver­sato dalla costante ten­sione, ma anche dalle con­ver­genze e inte­gra­zioni fun­zio­nali, fra le pic­cole imprese a base locale e le grandi cor­po­ra­tions nazio­nali. È un con­te­sto nel quale spicca l’incessante spinta padro­nale al taglio dei costi da lavoro, per incre­men­tare i mar­gini di pro­fitto fisio­lo­gi­ca­mente limi­tati, e al rigido con­trollo sociale attra­verso la for­mula pre­da­to­ria della com­pany town. In essa tutto appar­tiene al padrone, il sala­rio è ero­gato almeno in parte in buoni redi­mi­bili solo presso lo spac­cio impren­di­to­riale, le mal­sane cata­pec­chie ope­raie sono di pro­prietà dell’impresa che può espel­lere i dipendenti-inquilini a pro­prio pia­ci­mento, lo spa­zio fisico e men­tale dei lavo­ra­tori è ridotto all’osso.

Lo stigma dello stereotipo

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Eppure, seguendo attra­verso una miriade di fonti, lavo­ra­tori, impren­di­tori e resto della comu­nità, Green mostra come anche in que­ste ter­ri­bili con­di­zioni chi lavora rie­sca a tro­vare il corag­gio per alzare la testa, supe­rare le divi­sioni fra nativi di lin­gua inglese, migranti cala­bresi e mina­tori afroa­me­ri­cani venuti dal Sud, seg­menti di forza lavoro tanto diversi e che i pro­prie­tari delle miniere cer­cano in ogni modo di gio­care gli uni con­tro gli altri. Le «guerre» scop­piano non per­ché, come sug­ge­ri­sce cedendo a uno ste­reo­tipo nazio­nale su que­ste zone il «New York Times» nel 1921, siamo in pre­senza del «mon­ta­naro pri­mi­tivo» che cono­sce solo la legge del taglione e della fore­sta. Legge testi­mo­niata, a dire dell’autorevole foglio, dalla lunga, ata­vica tra­di­zione delle faide fami­gliari scop­piate in West Vir­gi­nia sin dal Sette-Ottocento. Ma al con­tra­rio, dimo­stra bene Green, le «guerre» scop­piano per la fer­rea oppo­si­zione che i tanto «moderni» impren­di­tori oppon­gono all’introduzione in que­ste aree di una «moder­nità» poli­tica a loro sgra­dita, quella della libera rap­pre­sen­tanza delle parti sociali, del tra­sfe­ri­mento in sede eco­no­mica dello spi­rito di un’autentica cit­ta­di­nanza allar­gata. È l’opposizione inve­te­rata a que­sto, al ten­ta­tivo di por­tare la Dichia­ra­zione d’Indipendenza e magari anche un po’ di socia­li­smo fra i boschi del West Vir­gi­nia che arma le mili­zie padro­nali, così come gli sce­riffi e i poli­tici sta­tali infeu­dati ai grandi inte­ressi eco­no­mici che man­dano le truppe della Guar­dia nazio­nale, quando non bastano i pri­vati, a spa­rare sui lavo­ra­tori. I quali a loro volta si mobi­li­tano, seguendo l’invito pro­ve­niente da Mother Jones, l’indomabile anziana orga­niz­za­trice di ori­gine irlan­dese. Stando al reso­conto di un gior­nale locale, nel 1913 — di fronte alla bar­bara ucci­sione di un mina­tore, Cesco Estep, reo solo si essersi ribel­lato all’ordine di eva­cua­zione della sua casa a opera degli sgherri padro­nali — Jones «saluta Cesco nella sua strada verso il cielo» e poi, rivolta a chi è rima­sto, gli intima di pren­dere il fucile e «man­dare i respon­sa­bili all’inferno».

Lezioni per il presente

Fra i mina­tori emer­gono mili­tanti sin­da­cali socia­li­sti come Frank Keene che, forte della sua diretta espe­rienza in miniera, per decenni tesse la tela dell’organizzazione, den­tro, fuori, a lato del grande, ma a tratti, a livello nazio­nale, con­tro­verso e com­pro­mis­so­rio, sin­da­cato indu­striale, com­pren­dente cioè lavo­ra­tori qua­li­fi­cati e non, della Uni­ted Mine Wor­kers of Ame­rica. Emer­gono le donne che fanno comu­nità e par­te­ci­pano a pieno titolo alle lotte. Emer­gono l’idea e la pra­tica di una demo­cra­zia vis­suta come aspi­ra­zione quo­ti­diana e in con­ti­nua evo­lu­zione che si pro­ietta dai mar­gini eco­no­mici e poli­tici del paese verso il suo cen­tro per scuo­terlo. Come con­clude Green, «durante la loro mar­cia verso la libertà, i mina­tori orga­niz­zati del West Vir­gi­nia e le loro fami­glie assun­sero degli enormi rischi e fecero grandi sacri­fici. Lo fecero per­ché com­pre­sero che cosa una vit­to­ria poteva signi­fi­care per loro, per le loro fami­glie, per i loro vicini e per i loro com­pa­gni nelle miniere». Ma con­tem­po­ra­nea­mente «la loro lotta allargò e appro­fondì il signi­fi­cato della libertà in tutta l’America indu­striale». Una libertà, va riba­dito, come pra­tica rela­zio­nale e col­let­tiva che parte non dalla miope pri­gione della sovra­nità indi­vi­duale, ma dalla comune espe­rienza sul luogo di lavoro. Di fonte al modo col quale il lavoro è svi­lito oggi sotto tutte le lati­tu­dini rileg­gere que­ste pagine di una sto­ria appa­ren­te­mente tanto lon­tana pare qual­cosa di più di un sem­plice eser­ci­zio anti­qua­rio. Inter­roga la nostra capa­cità quo­ti­diana di rispet­tare noi stessi.

Dallo spettacolo «Lavoravo all’Omsa»

Fab­bri­che por­tate all’estero, o che pas­sano con­ti­nua­mente di mano, in attesa di un acqui­rente, fab­bri­che chiuse per sem­pre, occu­pate e auto­ge­stite. Nell’epoca del capi­tale «libero, astratto e solo» non sol­tanto non sono più garan­titi i posti di lavoro, ma nem­meno gli sta­bi­li­menti, com­presi quelli sto­rici che, fino a uno o due decenni fa, erano una tetra­gona cer­tezza. In Lavo­rare manca(Einaudi, pp.213, euro 19), Gio­vanna Bour­sier e Gabriele Polo rac­con­tano, attra­verso otto casi emble­ma­tici, azien­dali o di distretto pro­dut­tivo, l’ultimo tratto di sto­ria del capi­ta­li­smo ita­liano, «peri­co­loso per sé e per gli altri».
Lo fanno dando voce diret­ta­mente agli ope­rai (di qui il sot­to­ti­tolo del libro «La crisi vista dal basso»), spesso uni­che vit­time dei gio­chi di quella finanza che ormai cono­sciamo troppo bene e che se ne infi­schia com­ple­ta­mente della pro­du­zione, rico­no­scendo al limite solo il mar­chio, o meglio, come si suole dire oggi, il «brand». Sono voci man­te­nute ano­nime dagli autori, non per l’esigenza di «pro­teg­gere» la fonte, ma per­ché ognuno parla a nome di tutti i com­pa­gni, coin­volti allo stesso modo nella mede­sima espe­rienza di dismis­sione e disoc­cu­pa­zione, di ridi­men­sio­na­mento azien­dale o, nei casi che si pos­sono con­si­de­rare, mal­grado tutto, a lieto fine, come quelli della Innse e della Maflow, di riscatto.
Prima di tutto, que­ste sto­rie, che toc­cano Torino, Milano e Ber­gamo, la Roma­gna e la Valle Ufita, il Sul­cis e Mon­fal­cone, rac­con­tano quanto il lavoro sia duro. Da anni si sostiene che la classe ope­raia non esi­sta più, ma la descri­zione delle man­sioni, se lavori in una fab­brica di auto­mo­bili o divani, oppure sei occu­pato in un can­tiere o den­tro una miniera, è già di per sé un rac­conto di classe: «I pezzi di car­pen­te­ria arri­vano grezzi – rac­conta un ope­raio metal­mec­ca­nico – i tec­nici pre­pa­rano un pro­gramma di lavoro che viene messo sulle mac­chine e l’operatore in base al pro­gramma ese­gue. L’abilità sta nel sapere come piaz­zare i pezzi, come mon­tarli sulle mac­chine che tra­pano, fre­sano, tor­ni­scono (…) per­ché la tol­le­ranza di errore su pezzi grandi decine di metri è di un cen­te­simo di mil­li­me­tro, dieci volte meno dello spes­sore di un capello». Oppure: «Il divano va avanti – spiega una lavo­ra­trice – si ferma, riparte, si riferma e chi lavora lo segue fino alla fine del mon­tag­gio. Il tutto dai cin­que ai sette minuti, a seconda della gran­dezza di quel divano. Che va alzato, spo­stato, seguendo la luce rossa che lam­peg­gia e che dice quando non si dovrebbe lavo­rare per­ché la catena è in movi­mento. Ma il tempo non è mai abba­stanza e, per recu­pe­rare, biso­gna lavo­rare anche cam­mi­nando».
Le sto­rie rac­colte da Polo e Bour­sier rac­con­tano non solo lo stress da lavoro, ma anche quello per man­te­nerlo, le pre­oc­cu­pa­zioni fami­liari, un’angoscia che è pub­blica, ma soprat­tutto pri­vata. E, dun­que, nar­rano quell’inventarsi ini­zia­tive sem­pre più cla­mo­rose per richia­mare l’attenzione dei poli­tici e dell’opinione pub­blica, ad esem­pio salendo su una cimi­niera, sul tetto della fab­brica o, come quei quat­tro ope­rai della Innse e il sin­da­ca­li­sta Fiom, per otto giorni sul car­ro­ponte, minac­ciando di but­tarsi giù se la fab­brica fosse stata sman­tel­lata.
Qual­cuno, al costo di un sacri­fi­cio aggiun­tivo, con­qui­sta le prime pagine dei gior­nali e le tele­ca­mere dei cosid­detti talk show. Primi tra tutti i mina­tori del Sul­cis: «Adesso che siamo tutti fuori, diretti e indotto, con lo sta­bi­li­mento fermo – dice un lavo­ra­tore Alcoa – è penoso pen­sare a tutti i giorni in cui, entrando qui den­tro, con il car­tel­lino tim­bravi anche il rischio di un pez­zetto di tumore, qui di tre volte supe­riore alla media regio­nale». Ma anche le lavo­ra­trici della ex Omsa, che per 55 giorni, nel gennaio-febbraio del 2010, occu­pa­rono i can­celli della nota fab­brica di calze, come gli ope­rai della Fiat trent’anni prima, per impe­dire che il padrone Nerino Grassi spo­stasse la pro­du­zione in Ser­bia: «Lì era­vamo in 350 a mobi­li­tarci, tutte si davano da fare, ci aiu­ta­vano i cit­ta­dini di Faenza e anche gente da fuori. In quei giorni tutti veni­vano davanti all’Omsa, poli­tici e sin­da­ca­li­sti, anche per­ché c’erano le ele­zioni in arrivo».
Le fab­bri­che cam­biano, ma le forme di lotta, ine­vi­ta­bil­mente, sono sem­pre le stesse.

L’isola 1.700 le fabbriche che hanno dichiarato lo stato di crisi in tutta la Sardegna. Siderurgico, metallurgico e chimico i settori più colpiti.

Oltre 300 lavoratori bloccano per 2 ore e mezza gli accessi all’aeroporto di Cagliari. Rifiutano la chiusura dello stabilimento deciso dalla multinazionale Usa leader dell’alluminio Tra i possibili acquirenti: si defila la tedesca Aurelius, in forse gli svizzeri di Glencore

Il giorno più caldo dell’anno annuncia la temperatura sociale dei prossimi mesi. Una «folta delegazione» di lavoratori dell’Alcoa di Portovesme, in Sardegna, ha raggiunto ieri mattina con un corteo di auto la rotonda stradale di ingresso all’aeroporto di Cagliari Elmas, bloccandola per circa due ore e mezza. L’iniziativa è stata decisa al termine di un’assemblea iniziata alle 5,30 di mattina nello stabilimento.
La polizia è intervenuta, limitandosi però a controllare a breve distanza il gruppo di lavoratori (almeno 300) che con petardi, fumogeni, striscioni e slogan rendeva impossibile il traffico in entrata e uscita dall’aeroscalo. Gli operai hanno volantinato a lungo, spiegando le ragioni della protesta a quanti dovevano prendere l’aereo o ne erano appena scesi. Si è formata una coda di auto di quasi un chilometro, e molti passeggeri in partenza hanno preferito abbandonare le auto sul ciglio della strada e raggiungere a piedi il terminal. Quando sembrava che gli agenti fossero sul punto di caricare, i lavoratori hanno smantellato il presidio, ammonendo di essere pronti a tornare in qualunque momento.
La vertenza è iniziata in gennaio, quando la multinazionale statunitense – il primo produttore mondiale di alluminio – ha annunciato la riduzione del 5% della sua produzione globale, che in Europa significa la chiusura di uno dei due stabilimenti spagnoli e dell’unico presente in Italia. La decisione non era stata presa affatto bene la dipendenti e sindacati. 500 i lavoratori direttamente alle dipendenze della multinazionale, altrettanti nell’indotto dell’area industriale di Portoscuso; in totale il 25% degli occupati in un territorio che da anni vede solo dismissioni e zero investimenti. È questa condizione generale che ha fatto immediatamente salire la tensione tra i lavoratori, come ha potuto sperimentare in diretta tv l’ex ministro leghista Giancarlo Castelli (in studio da Michele Santoro), tacitato per le spicce da un delegato di un’altra fabbrica chiusa nella zona – l’Euroallumina – peraltro iscritto di un sindacato altrove decisamente più docile: la Cisl. Già in febbraio una manifestazione arrivata fino a Roma, sotto la sede del ministero dello sviluppo, era stata attaccata dalla polizia che tirava manganellate senza tanti complimenti.
Gli stessi sindacalisti in piazza ieri mattina, non hanno certo fatto mistero di non saper più come gestire una vertenza bollente. «Non siamo più in grado di tenere la situazione sotto controllo – ha spiegato qualcuno di loro in chiaro affanno – Gli animi sono esasperati, ogni momento è buono per tornare in piazza. Finora siamo riusciti a coordinate tutte le azioni di protesta, ma i lavoratori non ce la fanno più, è una pentola a pressione pronta a esplodere».
Più flemmatica la Fiom, che certo ha maggiore confidenza con i conflitti aspri. Ha invitato l’Alcoa «a non venire meno agli impegni assunti il primo agosto scorso al ministero dello Sviluppo economico». Al ministero dello sviluppo spetta infatti «la ricerca di nuovi investimenti industriali che siano in grado di dare una prospettiva allo stabilimento di Portovesme e al settore dell’alluminio». Mentre Alcoa «deve riaffermare la disponibilità espressa in quella sede a mantenere attivi gli impianti, pur in un quadro di programmata riduzione dell’attività degli stessi, fino al 31 dicembre, salvaguardando l’occupazione di tutti i lavoratori».
Il problema è che il possibile acquirente individuato inizialmente – il gruppo tedesco Aurelius – ha fatto ben presto marcia indietro. Il ministero sta verificando l’interessamento – che sembra già svanito – del fondo di investimento Klesh; ma soprattutto della multinazionale svizzera Glencore. Il tempo passa, e il timore dei lavoratori di trovarsi nella stessa situazione degli operai di termini Imerese (dove pure è scomparso l’investitore) aumenta. E con questa paura anche la tensione. Stamattina si riunisce il coordinamento Rsu per decidere ulteriori azioni di protesta.

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POSTI DI LAVORO
Circa 500 persone sono alle dipendenze dell’Alcoa, altrettante nell’indotto. In totale un quarto degli occupati nella zona industriale di Portoscuso

Sciopero di un’ora e presidio davanti al loro stabilimento, a Scandicci (Firenze): i lavoratori della Isi (Italia Solare Industrie – ex Electrolux) si dicono «esasperati» per la mancata erogazione degli stipendi e chiedono certezze per il futuro dell’azienda. «Ci sono 370 famiglie esasperate, che non ricevono lo stipendio e non hanno prospettive – ha spiegato Franco Nigi della Rsu Fiom – Il nuovo soggetto industriale che ha rilevato la maggioranza delle azioni, la Sg Green Power, a oggi è inadempiente e non ha le condizioni per portare avanti il progetto industriale. Il titolare deve farsi da parte per il bene dei lavoratori e le istituzioni devono impegnarsi a trovare nuovi investitori». Per Nigi «le commesse e le richieste ci sono, c’è una nuova linea da 320 persone, ma manca la liquidità». Per oggi è previsto un incontro tra l’assessore regionale al lavoro Gianfranco Simoncini e la proprietà, mentre il sottosegretario al ministero dello Sviluppo, Stefano Saglia, in visita ieri a Firenze, ha annunciato che un tavolo ministeriale dedicato alla Isi è fissato per il 17 novembre a Roma. «L’intuizione iniziale di individuare un investitore nel campo dei pannelli solari – ha sottolineato Saglia – è stata felice ma occorre capire la solidità industriale del gruppo che vuole effettuare questo investimento che è significativo». È intervenuto anche Roberto Rizzo, dell’Idv: «Il progetto di riconversione può davvero rappresentare un modello virtuoso di uscita dalla crisi: è importante che non naufraghi».

IN PIAZZA Il sindacato coreano guida la protesta

SEOUL
Al G20 non piace la società  civile organizzata. Fino all’ultimo il contro-vertice promosso dalla rete «Azione di risposta del popolo coreano al G20», guidata dal sindacato Kctu, è stato a rischio. Il governo ha fatto pressioni sull’università  di Sogang per rimuovere il permesso di tenere l’incontro, ma in extremis il vicino centro gesuita ha offerto la sua struttura. Poi è iniziato il blocco degli attivisti asiatici in arrivo all’aeroporto di Incheon, una decina da India e Filippine, tra cui anche il presidente di Ibon, un centro progressista punto di riferimento nell’intera Asia e tra i promotori dell’evento. Ma questo non li ha scoraggiati. Sabato si è tenuta una manifestazione di apertura a cui hanno partecipato oltre 40mila lavoratori, principalmente metalmeccanici, contro il G20, con cariche della polizia. Un successo, se si pensa che il governo coreano del presidente Lee Myung-bak, aveva promesso tolleranza zero. Ma il sindacato coreano è il simbolo della determinazione nella lotta, come dimostrato nelle proteste contro la Wto a Cancun e a Hong Kong. Il presidente della Kctu, Kim Young-hoon, ha aperto i lavori del contro-vertice domenica.
L’evento è stato un’occasione di incontro tra rappresentanti scelti di vari movimenti, latino-americani, asiatici, europei e occidentali, per discutere una nuova strategia globale sul G20. Il mondo è cambiato, la crisi è sempre più profonda e a oggi la pagano soltanto i più deboli e non chi l’ha causata, mentre i paesi più poveri sono sempre più tagliati fuori. Quindi anche la geometria dei movimenti globali sta evolvendo e l’asse si sposta sempre più a sud, ma le reti regionali sono importanti e certo l’Asia è una regione cruciale.
L’esperienza coreana, paese ormai difficile da definire in via di sviluppo, ci mostra che il ruolo dei sindacati è centrale, in particolare quello delle frazioni più di base. Sono queste che oggi organizzano le masse sfruttate di precari e di migranti – in Corea principalmente vietnamiti – e iniziano ad aprirsi anche alle rivendicazioni delle donne. Per questi attori la repressione del governo è durissima, come riconosciuto recentemente al Consiglio Onu per i diritti umani. 
Il G20 è stata l’occasione per ripulire le strade dagli ambulanti e cacciare molti migranti illegali da Seoul e dintorni. In una delle ronde improvvise nelle fabbriche alla periferia, un padre di famiglia vietnamita per scappare si è lanciato dalla finestra morendo. Per lui il contro-vertice ha proposto un sobrio altare di commemorazione.
Le rivendicazioni di fronte alla crisi globale sono nette e dettate da una prospettiva anti-capitalista. Intorno a questa si radunano altri gruppi, da settori ambientalisti radicali che si oppongono alla devastazione della regione di Seoul, alla lega dei contadini, la cui vita è sempre più a rischio in seguito agli accordi di libero scambio – ultimo quello bilaterale che oggi Obama potrebbe firmare con la Corea – che tagliano ogni opportunità per l’agricoltura contadina e familiare. Al punto che la Corea è un paese non più sicuro dal punto di vista alimentare.
Questa coalizione di contadini, operai e migranti è oggi la spina dorsale dei movimenti in Corea come in gran parte dell’Asia. A questo si aggiunga che lì dove gli aggiustamenti strutturali del Fondo monetario e della Banca mondiale hanno calcato di più la mano o la crisi finanziaria del 1997 ha lasciato un segno profondo, come ad esempio in Indonesia e nelle Filippine, un movimento ancora più largo si è strutturato, ad includere reti di base contro il debito o contro i grandi progetti infrastrutturali delle multinazionali occidentali – e oggi anche delle economie emergenti – e per il controllo delle risorse naturali.
Per tutti questi attori sociali il G20 non è legittimo e non può rappresentare le istanze dei popoli del sud, neanche quelli delle economie emergenti. Una critica latente ma non esplicitata alla cooptazione dei governi dei paesi emergenti. Su questo i sindacati Cosatu del Sudafrica, l’Nlc della Nigeria, la Cta dell’Argentina e la Cut del Brasile presenti al contro-vertice dissentono, credendo soprattutto in Brasile, che il governo possa giocare ancora un ruolo diverso.
Ma alla fine per tutti il G20 è incapace di trovare accordi validi e soluzioni sui veri impatti della crisi, eppure rimane il principale campo da gioco della nuova geopolitica mondiale e terreno di scambi pericolosi che vanno fermati. L’agenda del commercio internazionale è in cima alla lista e c’è il rischio di nuove liberalizzazioni. La vera sfida rimane nelle economie emergenti, a partire da India e Brasile, passando per Indonesia e Sud Africa. L’assenza di sponde forti in Cina con cui lavorare è un problema serio, ma forse anche questa situazione muterà.
Per il momento l’appuntamento è per tutti oggi sulla piazza della stazione centrale con il Kctu per far sentire l’opposizione all’apertura del vertice ufficiale in serata.

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6 OTTOBRE Anniversario dei «40.000»
Torino. Il volto di Marx disegnato sul lenzuolo da Pietro Perotti, sotto la scritta: «Avevamo la ragione e la forza, ci è rimasta la ragione. Coraggio compagni». E’ la fine dei 35 giorni di lotta alla Fiat, trent’anni fa. Ieri a Torino il cielo era autunnale come allora. Mentre scorrono le immagini della marcia dei 40mila che chiude un ciclo straordinario iniziato nel biennio 68-69, una domanda attraversa la sala grande della Camera del lavoro di Torino: cosa c’è in comune tra quell’autunno e quello di oggi? Due i filmati, quello realizzato dalla Fiat è muto come muti sono i partecipanti al corteo, «si sentiva solo lo scalpiccio delle scarpe sul selciato», ricorda Marco Revelli. L’altro mostra i cortei operai, i tamburi, altri volti. Il simbolo del lavoro si ribalta e la scena viene presa dalla «massa grigia». Il lavoro, insiste Revelli, viene privato della soggettività e del protagonismo operaio. Nasce la nuova Italia pregna di solitudini che tracimano nel voto alla Lega. Fino all’oggi, dove si pretende di cancellare la lotta nelle aziende per imporre la lotta tra le aziende che sono navi da guerra e l’avversario dell’operaio Fiat non è più il suo padrone, ma l’operaio Volkswagen, ricorda Gianni Rinaldini citando le filosofia di Marchionne.
C’è molto o c’è poco in comune tra la sconfitta operaia dell’80 e la situazione attuale? Dietro la domanda si nasconde una paura: che lo scontro in atto alla Fiat possa concludersi come trent’anni fa. Se ne è discusso, nell’affollatissimo convegno promosso da Fiom e Fondazione Claudio Sabattini, non per commemorare una sconfitta ma per riflettere, cercare nessi e differenze. L’attacco alle condizioni dei lavoratori e il tentativo padronale di riprendere in mano tutte le leve del comando sono uguali. Ma, ieri, la Fiat guidata da Romiti non puntava alla divisione del sindacato perché voleva sconfiggerlo in toto, pur riconoscendo la legittimità del conflitto in una dinamica vichiana fatta di corsi e ricorsi, oggi vinco io domani tu. Il capo delle relazioni sindacali dell’azienda degli Agnelli, Cesare Annibaldi, cercava la mediazione, prima e dopo lo scontro. Oggi la mediazione (sindacale) viene negata perché tra il mercato e la condizione lavorativa non devono esserci ostacoli, e i diritti lo sono. Parte da qui il diktat di Marchionne a Pomigliano e poi in tutto il gruppo. Anzi, all’insieme delle relazioni sociali. Lo spiegano Luca Baldissara, lo aveva anticipato nella relazione d’ apertura Francesco Garibaldo. Il contesto è diverso: lo scenario dell’80 era dentro un processo globale di cambiamento, con la Thatcher che piegava i minatori inglesi, Reagan che licenziava 12 mila controllori di volo, il Fondo monetario che chiudeva una stagione iniziata dopo la crisi del ’29, incentrata sulla tutela dell’occupazione e ne apriva una post-taylorista e liberista. Prima dei 35 giorni e della marcia muta dei capi c’era stata la svolta sindacale dell’Eur. Riccardo Bellofiore ricostruisce il passaggio epocale e racconta il nuovo mondo analizzando i processi macroeconomici, Revelli tiene a bada l’emozione provata dall’intera sala a vedere scorrere i due opposti cortei e fa il centro sulla crescita abnorme della diseguaglianza, e Annibaldi annuisce quando il nostro collaboratore ricorda che nell’80 i grandi manager guadagnavano 30-40 volte più dei loro operai, oggi invece Marchionne si mette in tasca compensi 435 volte superiori.
Le relazioni sindacali, così come le intendono la Fiat e il governo, basate sul comando di una parte sola e sull’esclusione di chi non si piega, non sono realistiche perché impraticabili, oltre che inaccettabili. Lo dicono sia Rinaldini nelle conclusioni che Carla Cantone nel suo intervento. Se tra il mercato e la condizione lavorativa non devono esserci mediazione e diritti, il contratto nazionale di lavoro va spazzato via. Vuol dire che si sta peggio oggi che trent’anni fa, che l’attacco è più feroce? No, dice Lettieri, il paragone è improprio perché il contesto globale è diverso, per esempio negli Usa c’è Obama che vuole aumentare le tasse ai ricchi e salva le aziende. L’attacco di Marchionne è fuori contesto: l’ad Fiat pensa di poter imporre in Italia un modello che è in crisi anche negli Usa, non cerca il consenso ma pretende di imporsi. Dentro la crisi il conflitto sindacale è rivolto contro le politiche dei governi, per esempio in Francia e in Spagna, più che contro l’impresa come era negli anni Settanta.
C’è molto di diverso rispetto all’80, quando i delegati erano eletti dai lavoratori dei singoli gruppi omogenei e rappresentavano, difendevano e miglioravano le condizioni materiali di chi li aveva eletti, oggi sono scelti dai sindacati, ricorda Giorgio Airaudo. Inutile dire se era meglio allora, anche se nel dibattito alla Camera del lavoro di Torino lo pensano tutti. Era diverso anche il rapporto della politica, della sinistra, con la classe operaia (si chiamava così). Durante i 35 giorni c’erano due Pci ai cancelli, uno che dal palco metteva il partito a disposizione e un altro che tirava il primo giù dal palco perché la ricreazione era finita e bisognava chiudere un’epoca, si era andati troppo in là. I maligni dicono che Berlinguer ai cancelli era l’uno e l’altro. Oggi di Pci non ce né neanche uno e il Pd ai cancelli non c’è, non riconosce alcuna centralità a chi lavora; meglio tutelare i cittadini consumatori.
Questa volta può finire in un altro modo. Questa volta il testo di un ritorno alla normalità può non essere fatto scrivere dall’avversario – nel ricordo di Pierre Carniti al manifesto – fu il Pci a imporre a Lama di dire a Romiti: scriva lei il testo. Sta qui il senso della manifestazione del 16 ottobre indetta dalla Fiom e fatta propria dalla parte non pacificata del paese.

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