Movimenti

Il 25 marzo, in occasione della celebrazione dei sessant’anni della firma dei Trattati di Roma, il rischio è di assistere allo scontro di due blocchi antitetici e falsamente contrapposti. Da una parte i leader europei, chiusi nella loro fortezza, lontano dalla gente, a continuare in un teatrino che da troppi anni sta condannando l’Europa alla miseria, all’ingiustizia e, in ultima istanza, alla sua disintegrazione.

Dall’altra un sentimento di rigetto, una rabbia che rischia di fare proprie le parole d’ordine che appartengono alla destra xenofoba e nazionalista, che sta emergendo prepotente in tutta Europa per distruggerla.

Per questo DiEM25, movimento politico europeo che conta già oltre 60.000 iscritti, si propone di aprire un terzo spazio in questa assurda contesa. Il 25 marzo presenteremo il New Deal per l’Europa: un piano dettagliato di riforma dell’Unione che ha l’ambizione di salvare l’Europa da se stessa, trasformandola. Una proposta che parla di trasformazione ecologica e investimenti verdi, che vuole riflettere sull’inevitabile automazione del lavoro, sulla necessità di tutele universali e di un nuovo dividendo di base, e molto altro ancora. Oltre a cosa fare, vogliamo interrogarci su come farlo.

Per questo crediamo che in un giorno simbolico come il 25 marzo il nostro dovere sia di mostrare l’apertura di un blocco sociale europeo capace di costruire uno spazio alternativo, tanto all’establishment quanto ai mostri nazionalisti e reazionari. Dobbiamo essere in grado di aggiornare il nostro modello di partecipazione politica allo spazio multi-livello che, nei fatti, si è già creato in Europa, con una proposta nuova, che tenga insieme i vari piani: municipale, nazionale ed europeo. Abbiamo bisogno di proposte concrete, con l’ambizione di mettere in campo una nuova convergenza politica transnazionale entro le prossime elezioni europee del 2019. Tale ambizione dovrà necessariamente rappresentare un punto dirimente anche nella costruzione di una risposta innovativa e all’altezza delle sfide che ci attendono qui in Italia: senza occuparci di sigle e posizionamenti tattici, ma con l’obiettivo di unire, per trasformare alla radice un sistema che palesemente non funziona più.

Uno spazio costituente, quindi, che si riunisce la sera del 25 marzo al Teatro Italia di Roma, dove Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili discuteranno in anteprima la proposta di un New Deal per l’Europa. Con loro, fra molti altri, il regista britannico Ken Loach, il filosofo statunitense Noam Chomsky e la vice-presidente dei Verdi europei Ska Keller, il co-fondatore di Podemos Juan Carlos Monedero con i movimenti municipalisti di tante parti d’Europa, l’attivista antimafia Anna Falcone, i politici italiani iscritti a DiEM25 come il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, il segretario di Possibile Giuseppe Civati e tutte quelle forze politiche che vorranno accogliere il nostro appello a lavorare insieme.

Sarà una serata di festa, organizzata come uno spettacolo di teatro politico che nei prossimi mesi si farà carovana itinerante in giro per l’Italia. Oltre la falsa opposizione fra Europa e stato nazionale, la nostra ambizione deve essere quella di cambiare entrambi.

Più informazioni su www.iltempodelcoraggio.it

DiEM25 Italia

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Il corteo della piattaforma sociale «Eurostop» previsto per sabato 25 marzo in occasione delle celebrazioni ufficiali dei sessant’anni dal trattato di Roma non ha ancora un percorso autorizzato in una giornata in cui sfileranno nella Capitale tutte le sfumature della protesta contro l’Unione Europea e l’austerità. La partenza del corteo «La nostra Europa. Unita, democratica, solidale», un ampio cartello di forze sociali e sindacali, è prevista da piazza Vittorio alle 11, le destre sovraniste manifesteranno da Santa Maria Maggiore al Campidoglio dalle 15.

Al momento solo il corteo del «No sociale a Euro, Ue e Nato», tra gli altri promosso da Usb e Unicobas, Rete dei Comunisti e Partito Comunista Italiano, il Movimento No Tav Val di Susa, «studenti in lotta» e i «Movimenti e territori del no sociale» è fermo ai blocchi di partenza. Inizialmente doveva partire da piazza della Repubblica alle 14 e arrivare a Piazza del Popolo. La questura ha proposto di arrivare a Villa Borghese. I promotori non hanno accettato.

«Non vogliamo andare per prati – ha detto ieri Giorgio Cremaschi in una conferenza stampa tenuta in un angolo di piazza Montecitorio gremita da un presidio di lavoratori ex Lsu – vogliamo portare il dissenso contro questa Europa dei banchieri, dei padroni e dei guerrafondai. Il nostro corteo sarà l’unico quel giorno a sostenere l’idea della rottura di questa gabbia istituzionale sottratta a qualsiasi influenza delle volontà popolari».
I promotori del «No sociale» all’Ue chiedono «pari dignità logistica con le altre manifestazioni». «Ci saranno anche aree di movimento come Infoaut e Global – ha aggiunto Cremaschi – che, pur non condividendo tutti gli obiettivi della piattaforma, condividono l’idea che l’Ue non sia riformabile».

Sabato 25 il Campidoglio ospiterà i capi di stato e primi ministri dei 27 paesi dell’Ue e sarà al centro di una zona rossa, compresa piazza Venezia. Sarà proibito manifestare fino a via Nazionale per il passaggio delle delegazioni ufficiali. «Quello che dà fastidio alla questura è un movimento di sinistra contro l’Unione Europea – ha affermato Franco Russo – Come al solito si sta montando artificialmente un clima di tensione per rendere poco partecipato il corteo. È ovvio che ci sono questioni, i settori della dissidenza che hanno dato vita al corteo romano del “no sociale” al referendum di Renzi il 27 novembre scorso verranno con noi. Il corteo sarà aiutato se avrà pari dignità con gli altri. Se resteremo in centro, la questura avrà il problema di una gestione accorta della manifestazione».

I promotori hanno chiesto di partire da piazzale Ostiense fino alla Bocca della verità. Oggi è previsto un incontro per decidere il percorso del corteo. Il contro-vertice di Eurostop durerà tre giorni: venerdì 24, alla Galleria Sordi è previsto l’incontro tra i sindacati aderenti alla Federazione Sindacale Mondiale (il 24 marzo, alla Galleria Sordi). Domenica 26, in via Galilei, assemblea nazionale che definirà la «carta dei valori» della piattaforma.

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NAPOLI. «Interruzioni informative», lezioni a tema e scioperi delle docenti hanno scandito ieri mattina i corsi alle università Federico II e l’Orientale di Napoli, fino all’assemblea a Porta di Massa della rete locale «Non una di meno». Nel pomeriggio il corteo ha attraversato il centro storico mentre in piazza Dante, aspettando la partenza, c’erano i banchetti informativi degli sportelli antiviolenza, le bande musicali di Materdei e Bagnoli, la rivisitazione in chiave queer delle figure femminili della letteratura come Beatrice, Laura e Lucia. La giornata però è stata segnata dalla protesta contro la visita in città di Matteo Salvini. Il leader del Carroccio ieri era in tour nelle redazioni di tv e giornali locali per fare pubblicità alla sua manifestazione di sabato prossimo alla Mostra d’Oltremare.

In mattinata Salvini è stato ospite de Il Mattino, i suoi sostenitori con il Polo Sovranista avevano organizzato in città il convegno «Madri per natura». Le aderenti a «Non una di meno», con tutte le realtà di movimento partenopee, si sono fatte trovare all’ingresso della redazione del quotidiano per contestare il leader leghista e i suoi temi politici. La polizia ha caricato i manifestanti, il reporter de L’Espresso Duccio Giordano è stato manganellato mentre effettuava riprese e portato in questura, nonostante esibisse il tesserino dell’Ordine dei giornalisti. Salvini ha definito i manifestanti «le solite zecche dei centri a-sociali», auspicando: «Per chi fa casino ci vuole la galera».

Tra una mozzarella, una sfogliatella e un babà, Salvini ha trovato il tempo per spiegare ai giornalisti che «lo sciopero dell’8 marzo è una burla. Invece di fermare i trasporti e le scuole, si parli di temi concreti, di tempo casa-lavoro, di asili nido, di sicurezza personale, di blocco della presenza di un certo tipo di immigrazione. La festa della donna non si festeggia regalando la mimosa magari comprata di contrabbando da immigrati irregolari».

La replica è arrivata dal corteo: oltre 5mila hanno sfilato nel pomeriggio fino a Piazza del Gesù dietro lo striscione «Contro ogni forma di oppressione praticare femminismo e rivoluzione». C’erano le ragazze migranti arrivate dagli Sprar dell’hinterland, con loro la rete ha protestato davanti alla questura. L’altro tema del corteo napoletano era la precarietà, visto anche l’alto tasso di disoccupazione femminile al Sud: per combatterla, reddito di cittadinanza ma anche sostegno a consultori e centri antiviolenza, a tutti quei servizi sul territorio che lo Stato sta progressivamente dismettendo.

La rete proseguirà le iniziative oltre l’8 marzo. Il prossimo appuntamento è fissato per lunedì alle 17 a Santa Fede Liberata ma, prima, ci sarà la manifestazione di sabato alle 14 a piazza Sannazaro per cercare di arrivare in corteo alla Mostra d’Oltremare dove, alle 17, è atteso Salvini: «Vogliamo consegnargli un simbolico foglio di via – hanno spiegato ieri – contro la sua propaganda a favore dei respingimenti, le sue posizioni sessiste, le offese contro i meridionali. Ci porteremo le valigie di cartone, come i nostri nonni e le nostre nonne quando emigravano».

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Nel corso del mio lungo impegno nel movimento delle donne ho visto molte manifestazioni di piazza, le ho attese a lungo, vi ho preso parte con entusiasmo e ho sperato ogni volta che potessero avere continuità. Di quella che sta per invadere le città, da noi come in altri paesi del mondo – Non Una di Meno – dirò che cosa ha di particolare rispetto alle precedenti, e perché la considero una ripresa della rivoluzione culturale, o di quel salto della coscienza storica, che è stato il femminismo degli anni Settanta.

Allora come oggi si è trattato di un movimento internazionale: una generazione giovane che compariva, “soggetto imprevisto” sulla scena pubblica, abbandonando la “questione femminile” – lo svantaggio delle donne, la loro cittadinanza incompiuta, ecc. – per un’analisi del rapporto di potere tra i sessi, le problematiche del corpo, sessualità,maternità, aborto, considerate “non politiche”, per interrogare l’ordine esistente nella sua complessità. Negli slogan “il personale è politico”, “modificazione di sé e del mondo”, c’era la sfida, la protesta estrema di una inedita cultura femminista che – come scrisse Rossana Rossanda – si poneva «come antagonista, negatrice della cultura altra»: «Non la completa, la mette in causa».

Le esigenze radicali, che allora si rivelarono impossibili per ostacoli esterni ed interni al femminismo stesso, ricompaiono oggi, come spesso accade, in una situazione mutata e nel protagonismo di una generazione che, a differenza della nostra, non è “contro” le donne che l’hanno preceduta e in qualche modo fatta crescere.

Nei report usciti dalle affollatissime assemblee bolognesi del 4/5 febbraio, il richiamo al femminismo, alle sue pratiche e all’autonomia con cui ha dato vita ad associazioni, consultori, centri antiviolenza, interventi formativi nelle scuole, è ricorrente. Sia per quanto riguarda i media e la necessità di un «osservatorio indipendente», sia in riferimento ai consultori autogestiti nati nella prima metà degli anni Settanta per iniziativa dei gruppi di Medicina della donne e poi istituzionalizzati nel 1975. Con il timore che la stessa sorte possa toccare ai centri antiviolenza: «…i consultori devono tornare a essere aperti e accoglienti, liberi e gratuiti, diffusi nel territorio….Vogliamo vivere i consultori come luoghi di aggregazione e centri culturali (…) capaci di accogliere e riconoscere le molteplici identità di genere che un individuo può sperimentare …».

Data la giovane età, della storia del femminismo le nuove generazioni conoscono poco, ma sanno che da quella radice vengono le loro consapevolezze, la libertà e la forza collettiva che le ha fatte incontrare in tante e così inaspettatamente.

Benché partito sull’onda di una rivoluzione che avrebbe dovuto investire il patriarcato e il capitalismo, liberare dai modelli interiorizzati del maschile e del femminile, sovvertire la divisione sessuale del lavoro, la politica separata, nel momento della sua diffusione il femminismo si è fatto quasi fatalmente, data l’ampiezza dei suoi temi, frammentario. Le manifestazioni che si sono succedute nel tempo hanno sempre avuto un tema specifico -la legge 194, la violenza domestica, ecc.

Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come “fenomeno culturale”, dal sessismo al razzismo, all’omofobia. La ricerca dei nessi tra sessualità e politica, tra patriarcato e capitalismo, che già compariva nei volantini degli anni Settanta, ma che era sembrata a lungo come l’Araba fenice, negli “8 punti” con cui da Bologna è partita la decisione di riscrivere il “Patto straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, ha trovato per la prima volta concretezza e radicalità nel tenere insieme obiettivi e lavoro sulle vite singole.

La violenza maschile nelle sue forme più selvagge e criminali si può dire che ha fatto da catalizzatore nel collegare i molteplici aspetti di un dominio che attraversa le vicende più intime così come i poteri e i linguaggi delle istituzioni pubbliche, e che paradossalmente proprio negli interni delle case, dove si intrecciano perversamente amore e violenza, rivela la sua «normalità».

Se le donne sono state per secoli un corpo a disposizione di altri, l’8 marzo – come si legge nel documento Ni Una Menos delle donne argentine, da cui è partito il Paro Internacional De Mujeres, sarà il primo giorno della loro «nuova vita» e il 2017 «il tempo della nostra rivoluzione».

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Dopo il 19 luglio 1943, Roma è di nuovo sotto bombardamento. Ma stavolta sono bombe intelligenti – intelligenti al quadrato, che colpiscono selettivamente l’intelligenza della città. In nome della legalità e dell’economia di mercato.

Il bombardamento di sgomberi e chiusure, multe esorbitanti, folli arretrati, concessioni non rinnovate, fa deserto di realtà di lavoro sociale come il Celio Azzurro o il Centro culturale curdo Ararat, esperienze storiche di lavoro culturale come la Scuola di musica di Testaccio, il Circolo Gianni Bosio, la Federazione italiana di musica antica, concessioni non rinnovate, occupazioni storiche, assegnazioni deliberate e mai eseguite, che hanno salvato dal degrado e dalla rovina edifici abbandonati e offerto servizi che le istituzioni non potevano o non volevano dare, centinaia di esperienze, migliaia di persone che sono il sale della democrazia partecipata, dell’intelligenza collettiva, della bellezza sociale di questo paese.

In questo disastro confluiscono due schiaccianti “convergenze parallele”. La prima è il disastro della politica. Da quando la scomparsa di ogni progetto e idealità ha trasformato la politica in pura gestione del potere e spalancato così le porte alla corruzione fino alla tragedia di Mafia capitale, ogni decisione politica è diventata sospetta. Così, gli amministratori anche perbene (ce ne sono molti) non se la sentono di prendersi responsabilità di niente – non possono o non osano dire “questo progetto mi interessa, lo sostengo” oppure “questa associazione è utile alla città, lasciamola lavorare”. Invece – spesso anche per la debolezza politica e culturale e la mancanza di orgoglio di tutto un ceto politico emergente – finiscono per proteggersi dietro procedure puntigliose e regole di gestione falsamente neutrali.

In questi giorni, in ogni “tavolo” di trattative, ci sentiamo ripetere dagli assessori di turno che loro vorrebbero ma “gli uffici” non glielo permetterebbero, i dirigenti non firmerebbero mai. Uffici e dirigenti sono peraltro a loro volta bombardati da pressioni, autentiche minacce che con aggressivo eccesso di zelo provengono – come denuncia una diffida firmata legale da decine di associazioni – da dirigenti locali della Corte dei Conti che brandiscono la spada di Damocle del fatale “danno erariale”. Il risultato è che il governo della città sta nascosto dietro scrivanie invisibili: quella famosa arrogance of office su cui monologava secoli fa il principe Amleto.
La seconda convergenza è l’ideologia di mercato: non è concepibile un uso di un bene di pubblica proprietà che sia diverso da quello di “metterlo a reddito” come se fosse una proprietà privata.

Lasciamo perdere la Costituzione – l’articolo 9, l’articolo 41; ma – come ci ricordava in un’assemblea di questi giorni, il rappresentante dell’Associazione dei vigili urbani in pensione, paradossalmente sfrattato dai vigili urbani in servizio – persino lo statuto della cosiddetta Roma Capitale prevede usi di pubblica utilità sociale e culturale diversi dalla messa sul mercato (altre città hanno provato ad attrezzarsi in modi meno persecutori). Non solo per paura ma anche per ideologia, tutte le pratiche di questi anni e tutte le prospettive sventolate in questi giorni ruotano attorno a bandi e regolamenti che di fatto escludono il volontariato, le idee nuove, tutto quello che non possieda una struttura e una visione del mondo di tipo aziendale.

Tutto questo, infine, si traduce in un’altra faccia del declino della democrazia: lo spostamento del potere dalle sempre più pavide rappresentanze elette e dai cittadini partecipanti a burocrazie esenti dal controllo e portatrici di un’inflessibile ideologia del denaro. In nome di un’astratta legalità che solo occasionalmente coincide con la giustizia, incapaci o non intenzionati a colpire seriamente le violazioni e gli abusi dei potenti e dei ricchi, se la prendono coi deboli.

Nel frattempo, tanti degli spazi “recuperati”, lungi dal produrre il millantato reddito, verranno restituiti all’abbandono e al degrado in cui si trovavano prima che il volontariato e la passione li salvassero e li rendessero utili. Anche questo è un danno – culturale e anche “erariale”. Ma la legalità è salva.

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Raffica di provvedimenti. Politica assente dalla vita reale, sotto attacco nella capitale gli spazi della creatività civile. E la giunta si trincera dietro la formula magica e ignava dei «bandi»

La questione delle proprietà comunali che a raffica stanno venendo sfrattate dal Comune a Roma, appare sempre più qualcosa di grottesco, se non di insulso. Comunque rivelatore. Ultima in ordine di tempo la Scuola popolare di musica di Testaccio, cacciata dalla sua sede dentro l’ex Mattatoio, con la richiesta di esosissimi arretrati da pagare.

Stessa sorte sta toccando a molte iniziative che senza lucro e con finalità culturali sono alloggiate in spazi comunali: va oltre la soglia del ridicolo il caso del Circolo Gianni Bosio, piccola ma decisiva struttura che è luogo di indagine delle radici antropologiche della cultura popolare. Avendo ottemperato allo sgombero intimato qualche tempo fa, proprio per questo motivo ora non può nemmeno concorrere ai bandi per le nuove assegnazioni comunali.

Ma è lunga la teoria di luoghi e animatori di creatività “chiusi” a vario titolo dalla forza pubblica: dall’Angelo Mai privato di quello che prima era un prato sdirupato in fondo a Caracalla, all’Orologio sotto i tesori borrominiani, sprangato dopo più di 30 anni dalla commissione che vigila sulla sicurezza.

Tutto questo segna una esplosione del bubbone burocratico che Roma governa, dirige, si spartisce, e magari anche si ride. Quella finta, anzi fintissima legalità invocata e sostenuta dai giornali della destra, che va sempre bene data in pasto come fumo confusionale rispetto ai reali problemi, costosi e drammatici. Non a caso molti di questi provvedimenti «perbenistici» e «moralizzatori» sono stati avviati nel periodo del commissario Tronca, fautore di un potere equidistante da tutti, ma certo lontanissimo dai romani e dalla cultura. Il problema è quello dell’assoluta assenza della politica, di ogni colore, dalla vita reale della città. Non c’è uno straccio di rappresentante del potere che avanzi un’idea, mettendoci possibilmente la faccia.

Son passati meno di 40 anni, ma sembrano secoli, da quando l’assessore Renato Nicolini studiava con gli uffici comunali dell’avvocatura gli strumenti percorribili per allargare gli spazi della cultura. Ora per gli spazi culturali l’input allo sgombero viene forse dall’assessorato al patrimonio, ma l’assessore «alla crescita culturale» Bergamo, anche vicesindaco, pare trincerato dietro la formula magica e ignava dei «bandi». C’è un bando su ogni cosa, per qualsiasi attività e per ogni postazione: ma i bandi possono rivelarsi un magnifico imbroglio, visto che qualsiasi commissione giudicatrice potrà sempre affermare che al di là del valore dei titoli di ciascuno, Tizio risulterà più adatto di Caio alle finalità che quel bando richiedeva. Ultimo esempio, l’accorpamento di tutti i teatri di cintura nella struttura satura del Teatro di Roma, che li rimetterà a bando, moltiplicando gli aspetti «discrezionali» di ogni scelta.

Per tornare alla Scuola di musica oggi sfrattata da Testaccio, salta agli occhi come ancora nessun provvedimento invece sia stato preso sulle molte case che si erano scoperte affittate a prezzi men che simbolici a celebrità a vario titolo e inciucio. E neanche ai ristoranti che prosperano a cari prezzi sul fascino fasullo dei Masterchef.

La Scuola popolare di musica è un archivio, vivente e unico, della canzone popolare e politica (benché nata nel 1976 per il jazz). E non è solo cori, banda, ensemble musicali, spesso chiamati a esibirsi anche all’estero (con Giovanna Marini «capobanda»). Ma è soprattutto scuola, in senso letterale, dove molti giovani apprendono le tecniche del suono e della voce, e fanno continuare ad esistere, prezioso, un patrimonio civile che non portando lustrini né affari, da noi non resisterebbe davvero a lungo.

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ROMA. Il comune di Roma intende sfrattare la scuola di musica popolare di Testaccio e in più gli ha chiesto 700 mila euro di affitto arretrati. «È una follia» ha commentato Giovanna Marini, grande musicista e testimone vivente di questa storia di auto-organizzazione nella Capitale. Proprio nell’anno in cui la celebre Banda della scuola popolare celebra il quarantennale della sua fondazione arriva lo sfratto. «Noi siamo sempre stati in regola – sostiene Giovanna Marini – abbiamo fatto lavori di ristrutturazione che hanno consentito all’edificio di restare in piedi, per i quali peraltro stiamo pagando un mutuo. Ora abbiamo due bande con circa duecento persone dai 7 agli 85 anni. Non capisco perché volersi accanire contro una realtà così meritoria».

L’ACCANIMENTO di cui parla Giovanna Marini è un effetto della repressione amministrativa che si è abbattuta su oltre 800 strutture romane tra centri sociali (dalla Torre a Esc); associazioni che svolgono anche ruoli fondamentali nell’istruzione e nell’inclusione sociale (dal Celio Azzurro al Grande Cocomero); istituzioni come l’Accademia filarmonica romana o la Fondazione italiana di musica antica. Più forte della ragione politica sembrano essere le procedure provocate da una cattiva gestione delle amministrazioni da Rutelli in poi. Nessuna delle convenzioni siglate a seguito di un’importante delibera (26) che riconobbe l’autogestione nella Capitale è stata perfezionata nei 120 giorni previsti da un vecchio regolamento che oggi dovrebbe essere riscritto. Invece di contestare questa irregolarità, la Corte dei Conti considera nulli i contratti e chiede la riacquisizione degli immobili. E trasforma in morose e abusive anche le realtà in regola. Con la delibera 140 la giunta Marino cercò di rimediare, creando altri problemi oggi irrisolti.

GLI SFRATTI CONTINUANO anche se la giunta Raggi ha approvato una delibera che non risolve i problemi. Se in passato il Comune ha assegnato direttamente le strutture, senza tuttavia concluderne l’iter, oggi vuole mettere tutto a bando. L’accertamento di una morosità, provocata dallo stesso comune, comporterà l’esclusione dalla partecipazione a questi bandi. Il diabolico corto circuito colpirà la stessa giunta Raggi che assicura di volere tutelare le associazioni che svolgono «funzioni di interesse pubblico».

DOPO LO SGOMBERO del Rialto al ghetto sede del comitato dell’Acqua pubblica (rioccupato e in attesa di soluzione con l’assessore al bilancio Andrea Mazzillo), l’azione contro la scuola popolare di Testaccio rivela le conseguenze prodotte dalla politica di austerità sulla società, la cultura e la libera associazione in una città con quasi tre milioni di abitanti, la quarta nell’Unione Europea: il deserto.

LA STORIA DELLA SCUOLA di musica popolare è un’eredità dei movimenti sociali a partire dagli anni Settanta. Il loro impatto si riflette ancora oggi sullero relazioni sociali, artistiche e produttive. È una realtà inscindibile dalla storia della cultura indipendente, e in particolare della storia orale e della musica popolare, rappresentati a Roma dal circolo Gianni Bosio, oggi ospitato al Rialto. La scuola di musica popolare è una delle manifestazioni di un’onda che è stata attraversata anche da una rivista dal titolo «I giorni cantati» che ha avuto molte reincarnazioni ed è stata pubblicata anche da Il Manifesto. La scuola di musica è stata aperta nel 1976 in via Galvani, quando il vecchio campo dove giocava la Roma era ridotto a una fogna a cielo aperto. Lì dove oggi sorge un centro per l’impiego e un mercato coperto gli attivisti costruirono la scuola.

Dieci anni dopo presero in affitto una villetta in via del monte dei cocci dove oggi c’è la movida gentrificante. La struttura è stata auto-recuperata. Pochi anni fa l’allora sindaco Veltroni assegnò alla scuola una nuova sede, quella attuale in Piazza Orazio Giustiniani. E gli attivisti hanno fatto i lavori di insonorizzazione. Fino a pochi mesi fa, qui c’era un centro anziani. A Roma non è a rischio solo un’eredità. È la vita indipendente a essere soffocata.

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L’appuntamento per lo sciopero dell’8 marzo 2017 organizzato dalla rete #nonunadimeno ha previsto in questi mesi una serie di tappe intermedie. Riflessioni, discussioni, scambi su web ma soprattutto in presenza nelle tante asemblee cittadine, regionali fino a quelle nazionali in cui sono stati organizzati anche i tavoli tematici. Come è accaduto per il 26 novembre scorso, la comunicazione dell’evento si è potuta realizzare grazie al lavoro di tante e tanti che hanno messo a disposizione la propria professionalità ma anche creatività. Anche attraverso i video, le immagini e i molti messaggi che sono stati lanciati dai singoli soggetti partecipanti alla rete #nonunadimeno, si ricorderà questo passaggio politico come teso alla pluralità che gli è propria.

Allora che cosa succede se le donne si fermano l’8 marzo? Se si fermano anche al di là dell’8 marzo, se decidono cioè di lasciare il lavoro di cura e di sospendere quello produttivo? Ne danno una rappresentazione i tre video (teaser 1, 2, 3) di 45 secondi realizzati dalla creative producer Chloé Barreau e prodotti da D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza) che invitano allo sciopero globale.

Le immagini, montate prendendo spunto da più di 80 film del panorama nazionale e internazionale, offrono uno spaccato (della vita quotidiana e non) che bene si attagliano alle aspettative della iniziativa.

TEASER 1

TEASER 2

TEASER 3

“Ogni video” – si legge nel comunicato stampa diffuso ieri dalla rete Di.Re – “usa come colonna sonora una versione diversa del celebre brano You don’t own me che fu interpetato per la prima volta nel 1963 da Leslie Gore a soli 17 anni (…) Nel corso dei decenni questo pezzo è stato cantato da moltissime artiste per rilanciare il messaggio di libertà e autodeterminazione generazione dopo generazione, proprio come nel femminismo”.

Per la realizzazione dei video, si ringraziano Keasound, Cristiano Lellini e Duccio Servi che hanno curato gratuitamente il mix e Sara De Simone per il suo contributo alla direzione artistica.

Oggi alle 11.30 presso la Casa Internazionale delle donne di Roma in via della Lungara 19 è indetta la conferenza stampa unitaria di #nonunadimeno nel corso della quale verranno illustrate la piattaforma unitaria dello sciopero globale delle donne e i dettagli di tutte le iniziative italiane e mondiali.

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Il Rialto, spazio comunale del Portico d’Ottavia che ospita da dieci anni le associazioni storiche della sinistra e dei movimenti sociali, è stato rioccupato ieri di buon mattino dagli attivisti di Decide Roma, del Forum dell’Acqua pubblica e di Sinistra per Roma. Era stato chiuso giovedì 16 febbraio dai vigili, su impulso degli uffici del patrimonio, senza preavviso, con tanto di catene alla porta di accesso in via di Sant’Ambrogio nel cuore segreto del ghetto ebraico della Capitale. Una decisione che ha messo in imbarazzo la giunta a Cinque Stelle. Ventiquattrore prima, maggioranza e opposizione avevano votato, inaspettatamente, una mozione che impegnava la giunta ad affrontare seriamente l’inquietante vicenda degli oltre 750 spazi che svolgono attività sociali nei «beni indisponibili» della Capitale. Tutti sotto sgombero su impulso della Corte dei Conti che attua l’orientamento delle politiche sui tagli ai fondi agli enti locali e la vendita del patrimonio pubblico. L’obiettivo, tutto da dimostrare, è abbattere il debito mostruoso della città. L’effetto reale prodotto su una città tramortita da crisi e tagli è quello di un ulteriore impoverimento e desertificazione.

L’occupazione è avvenuta all’indomani dell’approvazione di una delibera con la quale la giunta Raggi ha fatto un passo per inquadrare il problema con il malinteso sistema dei bandi. Dall’intervento dell’assessore al bilancio Andrea Mazzillo, in un teso confronto con gli attivisti avvenuto nella piazzola davanti al Rialto, è emerso che la delibera ha escluso il Rialto, sede del movimento italiano per l’acqua pubblica, 27 milioni di voti raccolti nel referendum vittorioso del 2011, al quale lo stesso Movimento di Beppe Grillo deve una delle sue stelle, oltre che la parte più trascurata della sua agenda sui beni comuni. Lo spazio sembra essere stato destinato alla Soprintendenza, dopo la riacquisizione da parte del Campidoglio. La richiesta di Stefano Fassina (Sinistra Italiana) di inserire una deroga alla delibera è stata respinta da Mazzillo che ha opposto la ragione categorica della «legalità». Dopo un’ora di trattativa, sotto una pioggerella pre-primaverile, la situazione si è fatta insidiosa per il giovane assessore pentastellato. Mazzillo ha escluso uno sgombero con polizia e carabinieri accorsi in forze al ghetto, ma ha chiesto agli attivisti di lasciare il Rialto, assicurando l’impegno della giunta nell’individuazione di una nuova sede. Per gli attivisti lasciare lo spazio riconquistato significa interrompere definitivamente le attività del forum dell’acqua, del circolo Gianni Bosio, dell’Arci o di Trasform! La controproposta, sostenuta anche da Paolo Ferrero segretario di Rifondazione e da Eleonora Forenza eurodeputata dell’Altra Europa, è stata quella di lasciare in custodia l’immobile alle associazioni che da dieci anni lo custodiscono in attesa di una nuova assegnazione.

Più forte della ragione politica sembrano essere le procedure amministrative azionate da una mala gestione delle amministrazioni da Rutelli in poi. Nessuna delle convenzioni siglate regolarmente con centri sociali e associazioni è stata perfezionata nei 120 giorni previsti da un vecchio regolamento che, dopo l’ultima delibera, dovrebbe essere riscritto. Invece di contestare questa irregolarità, la magistratura contabile considera nulli tutti i contratti. Chiede la riacquisizione degli immobili e trasforma in morose e abusive anche le realtà che hanno versato il canone. Al Rialto è stato chiesto un risarcimento di un milione e mezzo di euro. Se non si procede, le autorità possono rivalersi sui funzionari. Per questo le procedure vanno avanti in automatico. Da questo deriva il sentimento di ineluttabilità che tiene in ostaggio tutti gli amministratori che affrontano questa matassa intricata. Al momento il Campidoglio sostiene di non avere gli strumenti per bloccare queste operazioni. Con la nuova delibera ha cercato di rendere graduali gli sgomberi, anche se il primo risultato è stato la chiusura del Rialto.

Mazzillo ha ribadito l’intenzione della giunta Raggi di tutelare le attività sociali e il loro valore. Per uscire dallo stallo ha proposto un tavolo in Campidoglio durato fino a tardi ieri sera. Al termine gli attivisti hanno deciso di restare in via sant’Ambrogio. Manterranno un presidio aperto. Lunedì è previsto un nuovo incontro. «Senza una soluzione noi non usciamo – sostengono – Il problema va risolto con la politica, non con la burocrazia». In questo mondo pesano le recenti chiusure del Centro culturale curdo Ararat, del Teatro dell’Orologio, dell’Alexis, e prima dei club Init e Brancaleone, per non parlare del Teatro Valle. Tra le ipotesi in discussione c’è anche il trasferimento delle associazioni nella zona di Porta Portese. Lo spazio ha tuttavia bisogno di una ristrutturazione. Allo studio c’è una soluzione-ponte.

Dalla «crisi esistenziale» europea al nuovo «disordine mondiale»: è tra queste due polarità che oscillerà la discussione del Meeting transnazionale, che si svolgerà a Bologna da stasera a tutto sabato.
L’iniziativa è di Leila network, la rete che connette centri sociali ed esperienze autorganizzate e associative dell’Emilia-Romagna: Tpo e Labás di Bologna, Casa Madiba di Rimini e LabAq16 e Casa Bettola di Reggio. Il titolo è accattivante: Struggles Make Europe – «le lotte fanno l’Europa» – a ricordare con ironia per i più anziani la sigla del padre dell’Euro, quel Sistema Monetario Europeo che costituì una tappa fondante il processo d’integrazione «dall’alto» del continente.

La sfida è alta: provare a reintrodurre in un contesto italiano che, come altrove, ha visto nell’ultimo anno un effetto di «ri-nazionalizzazione» dei discorsi e delle pratiche politiche, quella necessaria discussione capace di volgere lo sguardo a che cosa accade al di là (e a cavallo) dei confini.

Imminenti appuntamenti internazionali, del resto, la sollecitano: il prossimo 25 marzo il summit del Consiglio europeo, che a Roma celebrerà i 60 anni dei Trattati istitutivi la Comunità (allora) del Carbone e dell’Acciaio, ma discuterà anche e soprattutto di gestione del regime di controllo delle frontiere; tra la primavera e l’estate, gli incontri tematici e generali dei cosiddetti Sette Grandi, ospitati dall’Italia quale presidente di turno; e soprattutto il 6 e 7 luglio ad Amburgo il vertice del G20.

Lo stato presente delle cose, continentale e planetario, farà sì che, dal punto di vista di chi guida i governi dei Paesi membri, questi summit rappresentino, ben al di là dell’autocelebrazione rituale del potere politico, altrettanti momenti per ridefinire e assestare nuovi equilibri globali, dopo l’irruzione sulla scena di Trump (per la prima volta sul suolo europeo) e alla luce delle trasformazioni, economiche e sociali, prima ancora che geopolitiche, che sono intervenute negli anni della «grande crisi».

Allo stesso tempo – affermano i promotori – la situazione impone una ripresa della capacità di mobilitarsi su scala transnazionale: le lotte contro l’austerity (oggi divenuta «norma») e contro la precarizzazione del lavoro (estensione e radicalità del movimento francese contro la Loi Travail insegnano), quelle ambientali contro i cambiamenti climatici, quelle di migranti e solidali per il superamento delle frontiere e una degna accoglienza, quelle delle donne che si preparano allo «sciopero globale» dell’8 marzo, segnalano tutte le potenzialità di una spinta «dal basso» capace di contrastare sia il business as usual delle élite neoliberali, sia le orride pulsioni neo-sovraniste di ogni colore.

Anche perché il risultato è altrimenti lo stesso: «potere e ricchezza per pochissimi, miseria, oppressione, guerra per i molti».

Il ricco programma del meeting (si inizia stasera alle 17 negli spazi universitari di via Zamboni, 38 e si prosegue domani al Tpo di via Casarini, 17/4 – programma completo su www.leila.network – cui parteciperanno, tra gli altri, Loukia Kotronaki del «City Plaza» di Atene, Katerina Anastasiou di Transform!, Sandro Mezzadra, Lorenzo Marsili di DiEM25, Linke, Ums Ganze, Allt åt Alla, ambientalisti di Ende Gelände, No Borders dai Balcani, offrirà un primo momento per come rilanciare un’ambizione costituente al rovesciamento delle tendenze in atto.

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