Movimenti

Meeting. «Fearless Cities», a Barcellona tre giorni di convegno internazionale

Esattamente due anni fa, le elezioni amministrative nello Stato spagnolo restituivano un risultato insperato, nelle proporzioni e nei suoi effetti politici: le liste delle «piattaforme civiche» conquistavano le principali città, eleggendo i sindaci di Madrid, Barcellona e di tanti altri centri minori. E questa sera, nella metropoli catalana guidata da Ada Colau, prende avvio il meeting internazionale Fearless Cities («Città senza paura») promosso da Barcelona en Comú. Lanciato in poche settimane, vedrà la presenza di oltre seicento partecipanti accreditati, provenienti da oltre 180 città di 40 differenti Paesi.

Si tratta, a tutti gli effetti, della prima occasione d’incontro per quelle iniziative che hanno individuato nella democrazia e nell’autogoverno locale il terreno privilegiato. Per i promotori il dato di partenza è che «in tutto il mondo, un numero crescente di città grandi e piccole si schiera nella difesa dei diritti umani, della democrazia e dei beni comuni». L’obiettivo del meeting è quello di «consentire ai movimenti comunali di costruire reti globali di solidarietà e speranza di fronte all’odio, ai confini e ai vecchie e nuovi muri» che li perimetrano.

NUMERI assai significativi e ricca articolazione di plenarie e workshop tematici, con attivisti, sindaci e consiglieri da tutto il mondo (programma completo: www.fearlesscities.com) rivelano un fenomeno in espansione, che da più parti viene ormai definito come «nuovo municipalismo». Fenomeno che prende le mosse proprio dai risultati elettorali spagnoli del maggio 2015. Ma che sarebbe, a sua volta, incomprensibile senza il ciclo storico apertosi con l’occupazione delle piazze del 15M 2011, i movimenti di massa che da allora hanno, in susseguenti ondate, fatto irruzione sulla scena sociale spagnola, e infine le diverse sperimentazioni politiche che, in tale contesto, si sono sviluppate.

SONO FATTORI che continuano a rendere il «laboratorio iberico» oggetto di straordinaria attenzione (e verrebbe da dire, di desiderio) per la verifica di pratiche adeguate a declinare, efficacemente, il tema del cambiamento sociale di fronte ai drammi e alle contraddizioni del presente. Anche perché esse rinviano, nella maggior parte dei casi, a condizioni di partenza comuni ad altri contesti, europei e globali.

La forza, simbolica e materiale, di molte tra le esperienze che si confronteranno nei prossimi tre giorni a Barcellona, risiede innanzitutto nella capacità di misurarsi con le trasformazioni strutturali che hanno investito le città nell’epoca della finanziarizzazione dell’economia. E con l’impatto che le politiche di austerity hanno determinato sulle aree urbane nella recente gestione europea della crisi.

LA METROPOLI contemporanea è divenuta lo spazio per eccellenza della produzione e della riproduzione sociale; lo spazio attraversato e connesso dai corridoi logistici e investito dalla creazione di piattaforme estrattive; il luogo in cui, più di ogni altro, vengono esercitate le attuali forme dello sfruttamento; il terreno ideale di applicazione per la logica parassitaria del capitalismo finanziario: là dove si dispiega la sua aggressione permanente, attraverso i meccanismi dell’indebitamento individuale e collettivo, della speculazione immobiliare e della rendita mobiliare, alla ricchezza socialmente prodotta.

AL TEMPO stesso, le nostre città sono lo spazio dove si affermano forme di vita comune, libere e tendenzialmente egualitarie; il luogo in cui esplodono nuovi conflitti sociali, proliferano forme di cooperazione mutualistica, iniziative culturali e produttive indipendenti. Ciò conferisce – ed è ormai la realtà quotidiana a ricordarcelo, insieme al contributo di pensatori che vanno dal geografo David Harvey al filosofo della politica Joan Subirats, da Toni Negri all’urbanista statunitense Neil Brenner – alla metropoli contemporanea il ruolo di un campo di battaglia permanente, di tensione tra forze che si misurano reciprocamente sul terreno dei rapporti di potere reali.

Proprio su questa magmatica linea di frattura sono andate a collocarsi – non senza esprimere una straordinaria capacità d’innovazione nei linguaggi e nelle forme dell’azione, a partire dal nodo cruciale della «femminilizzazione della politica» – le realtà municipaliste nate dalla «confluenza» della soggettività emersa dall’ultimo ciclo dei movimenti sociali con forze politiche della sinistra, antiche e nuove, pronte a riconoscere il primato del «protagonismo cittadino».

NEI PROSSIMI tre giorni queste esperienze verificheranno, nello scambio reciproco, successi e sconfitte, limiti e potenzialità proiettando su uno scenario globale, segnato dall’uso politico della «paura», la propria sfida: quella che, con i piedi ben piantati nella dimensione locale, prova con coraggio a reinventare una prassi democratica capace di intervenire sulle grandi questioni del nostro tempo, dal cambiamento climatico alle migrazioni, alla giustizia sociale e redistributiva.

FONTE: BEPPE CACCIA, IL MANIFESTO

Tanta paura per niente. La marcia dei No G7 contro i potenti della terra, protetti da misure straordinarie di sicurezza in una Taormina blindata e inaccessibile, s’è svolta in modo colorato e pacifico.

UN FIUME DI MAGLIETTE rosse, 7mila persone secondo gli organizzatori, ha sfilato per le strade dei Giardini Naxos in modo composto. Chi ha creato ad arte la psicosi dei black bloc, inducendo i commercianti a fortificare le saracinesche dei negozi con lastre di legno e in alcuni casi di ferro, è stato sbugiardato da un movimento che ha manifestato il proprio dissenso verso le politiche anti-migranti e anti-ambientali con toni duri, ma senza degenerare in violenza.

Solo verso la fine del corteo, un gruppetto di una trentina di manifestanti, tra l’altro a volto scoperto e senza brandire armi bianche, s’è avvicinato alla zona rossa. A quel punto, la polizia in tenuta antisommossa ha caricato, lanciando fumogeni per disperderli.

Il contatto è durato qualche minuto, poi è tornata la calma. Soprattutto per merito degli stessi manifestanti che sono intervenuti per bloccare chi aveva dato modo alle forze dell’ordine di reagire.

PER I MANIFESTANTI i dispositivi di garanzia dell’ordine pubblico messi a punto dal Ministero degli Interni in realtà hanno svelato «la volontà politica di instaurare un clima di terrore e criminalizzare chi si fa portatore di istanze di giustizia sociale e rivendica i diritti fondamentali costantemente lesi in una società strutturalmente corrotta e iniqua».

Prima di muoversi il corteo, al quale ha preso parte anche il sindaco della città metropolitana di Messina Renato Accorinti, ha solidarizzato con i manifestanti provenienti da Cosenza che sono stati bloccati a Villa San Giovanni dalle forze dell’ordine.

Per il movimento No G7 «sono stati tanti i tentativi di ridurre la presenza in piazza e di smorzare l’entusiasmo», a cominciare dalle perquisizioni, dai fogli di via, dagli avvisi orali nei confronti dei decine di giovani dei centri sociali di varie città.

Alcune attiviste sono state fermate e condotte in questura a Messina per essere identificate mentre partecipavano a un’assemblea pubblica. E a poche ore dall’inizio del corteo pullman di manifestanti provenienti da Napoli e dalla Calabria sono stati fermati a Villa San Giovanni per l’identificazione. Bloccati anche pullman partiti da Palermo e Catania.

PER IL G7 sono stati schierati a Taormina oltre 7mila uomini delle forze dell’ordine, oltre a 3mila militari a supporto dei dispositivi di sicurezza per il vertice, trasformando la città in una zona blindata, limitando anche la libertà di movimento della popolazione. Persino per poter fare la spesa è stato necessario sottoporsi a controlli e a passaggi nei metal detector piazzati ovunque.

Per Save the Children i leader del G7, pur riunendosi in un luogo simbolico come la Sicilia, cuore del flusso migratorio del Mar Mediterraneo, non sono riusciti a impegnarsi su una visione comune sul tema della migrazione. Perché ancora una volta l’attenzione si è spostata sui temi della sicurezza e del controllo delle frontiere, «pregiudicando fortemente il primo dovere che è quello di proteggere i bambini dalla violenza, dagli abusi e dallo sfruttamento, incluso il traffico dei minori».

L’OPPORTUNITÀ PERSA del G7 significa che a pagarne il prezzo saranno 28 milioni di bambini che sono stati costretti a lasciare la propria casa, fuggendo dalla guerra e dalle violenze.

«I leader del G7 non sono stati all’altezza delle aspettative sia sulla migrazione che sull’educazione, la sicurezza alimentare e la nutrizione. Questo vertice finisce oggi lasciandosi alle spalle milioni di bambini vulnerabili. Siamo delusi perché i leader hanno semplicemente riaffermato principi esistenti senza assumere nuovi impegni», ha denunciato Egizia Petroccione, portavoce di Save the Children.

SEGUI SUL MANIFESTO

Oggi pomeriggio gli attivisti No G7 sfileranno nelle strade di Giardini-Naxos mentre a Taormina si svolge il vertice dei capi di stato. Il sindaco ha disposto la chiusura di scuole e negozi, il corteo sarà seguito dal Legal team Sicilia che «vigilerà sul diritto a manifestare, sulle libertà personali, il diritto di informare, sulla tutela delle propria persona e sulle tutele costituzionali connesse alla libera espressione delle idee».

Il contingente arrivato da Caltagirone ribadirà il No al Muos con un flash mob. Alla manifestazione sono previsti oltre 3mila partecipanti: promossa dalle realtà siciliane, pullman e navi porteranno delegazioni da Venezia, Padova, Roma, Firenze, Trento, Treviso, Benevento, Puglia e Marche. Da Napoli sono partiti in 150: si tratta degli aderenti al laboratorio Insurgencia e i due consiglieri comunali del movimento Dema (che fa capo al sindaco Luigi de Magistris), Eleonora di Majo e Rosario Andreozzi.

Si sono imbarcati ieri da Napoli anche gli attivisti veneziani, tra loro Niccolò Onesto: «Donald Trump è il paradigma della fase che stiamo vivendo: punto di riferimento delle destre populiste e xenofobe, rappresenta il paese che più di tutti sta fomentando le guerre, uno dei principali sostenitori della chiusura sulla questione ambientale e climatica».

Ieri a Giardini-Naxos i comitati No Muos-No Sigonella e Carovane Migranti hanno tenuto una conferenza stampa per spiegare le ragioni dell’opposizione al G7, mentre Oxfam ha organizzato un flash mob sull’impatto del cambiamento climatico, che sta producendo una crisi umanitaria in Africa: attori con le teste di Paolo Gentiloni, Theresa May, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Justin Trudeau e Shinzo Abe da un lato, Trump da solo in disparte senza alcuna voglia di raggiungere gli altri capi di stato.

SEGUI SUL MANIFESTO

Il Senato Accademico della Statale di Milano ha approvato il numero chiuso nella facoltà di Studi umanistici con 18 voti favorevoli su 35 presenti. Nei giorni scorsi la maggioranza dei docenti della Facoltà di Studi Umanistici aveva indirizzato al Senato una petizione che chiedeva di rispettare la volontà democraticamente espressa dalla comunità accademica contraria al numero chiuso. I docenti avevano manifestato con lezioni in piazza, gli studenti avevano reagito con sit-in e l’occupazione del Senato accademico. «Il numero chiuso è figlio di una logica che considera l’università un’istituzione per pochi privilegiati e di una svalutazione delle discipline umanistiche» sostengono gli studenti del coordinamento Link.

“La motivazione politica del provvedimento, così come la logica che vi sottostà, è stata chiarita dal fatto che il numero massimo di studenti imposto dal Senato è inferiore alla numerosità consentita dalla legge – continua Davide Quadrellaro – Crediamo inoltre che la battaglia di oggi non riguardi solo il numero chiuso, ma chiami in causa il generale modo di procedere dell’attuale amministrazione. La decisione di disinvestire in queste aree disciplinari va infatti di pari passo col trasferimento delle facoltà scientifiche ad Expo, manovra che, se andasse in porto, comporterebbe una grossa spesa per l’Ateneo.”

La protesta continua martedì prossimo alle 16 in Facoltà

SEGUI SUL MANIFESTO

Insieme al Quarticciolo e al Quadraro, fu focolaio decisivo della Resistenza romana nonché nodo importante dei movimenti degli anni ’70. Di una tale storia è erede la rete di presìdi democratici e antirazzisti presenti sul territorio

Chiunque sia l’assassino che la notte fra il 9 e il 10 maggio scorsi ha ridotto in cenere i poveri corpi di Francesca, Angelica ed Elisabeth, quest’atto atroce è stato favorito dalla marginalità.

Dalla stigmatizzazione, dalla condizione di povertà estrema inflitta a una parte della diaspora rom: tali da costringere una famiglia di tredici persone ad stiparsi in un camper parcheggiato in un’area della borgata romana di Centocelle. Non potrebbe essere più surreale il contrasto fra una tale condizione miserabile e il luogo in cui si è consumato il rogo delittuoso: il parcheggio di un grande centro commerciale, freddo e anonimo anche nella struttura, concepita come una sorta di tempio del consumismo. Eppure, allorché, dopo un lungo percorso, vi è approdato il folto corteo del 13 maggio scorso, che rivendicava verità e giustizia per le tre sventurate sorelline di quattro, otto e venti anni, gli slogan e gli interventi al microfono si sono spenti d’un tratto, soverchiati da una commozione corale intensa e palpabile.

In realtà, l’intero corteo si è caratterizzato non solo per radicalità e chiarezza politiche, ma anche per empatia e autentica indignazione. A conferirgli questo tono ha contribuito la presenza di una molteplicità di soggetti: dalle femministe di «Non una di meno» alla locale sezione dell’Anpi, dai partiti della sinistra ai centri sociali, dai rappresentanti di alcune associazioni rom al movimento per il diritto all’abitare, fino agli insegnanti e ai genitori dell’Istituto di via Ferraironi, che comprende scuole primarie all’avanguardia quali la «Iqbal Masiq» e la «Romolo Balzani». Il giorno prima ben settecento bambini, accompagnati dalle/dagli insegnanti, avevano raggiunto il luogo della strage a recare fiori e disegni.

Nonostante il processo di gentrificazione, Centocelle conserva tracce di memoria e retaggi concreti della sua storia di borgata rossa: ricordo che, insieme al Quarticciolo e al Quadraro, fu focolaio decisivo della Resistenza romana nonché nodo importante dei movimenti degli anni ’70. Di una tale storia è erede la rete di presìdi democratici e antirazzisti presente nel quartiere. È anzitutto questa ad aver permesso la riuscita del corteo e ad aver sventato il rischio che prevalesse, anche in un caso così tragico, l’ormai consueto sussulto di razzismo popolare: in realtà, spesso aizzato e organizzato da qualche Casa Pound o Forza Nuova, nondimeno fatto passare per «guerra tra poveri». D’altra parte, nel corso degli anni recenti la sinistra, anche quella detta alternativa, non si era certo contraddistinta per attivismo in favore dei diritti dei rom, se non in qualche occasione e per merito dell’associazionismo antirazzista. Né valse a mobilitarla la morte atroce di quattro bambini nel 2011: anch’essi carbonizzati da un incendio, quello scoppiato nel campo-rom di Tor Fiscale, sull’Appia Nuova. Per dire di quali pregiudizi alberghino anche nelle nostre file, basta un piccolo esempio: tre giorni dopo l’orrendo attentato di Centocelle, su una testata online d’estrema sinistra qualcuno – evitando il più piccolo cenno alla strage – scriveva dei rom come di «un’etnia i cui usi e costumi non consentono l’integrazione nel tessuto civile».

A mia memoria, la mobilitazione di sinistra più ampia ed efficace risale al 2008. Allorché il ministro dell’interno Maroni predispose la schedatura di massa dei rom, con prelievo forzoso delle impronte digitali anche ai bambini: un provvedimento affine alle schedature razziste dei regimi nazifascisti, finalizzate a costruire archivi per l’individuazione, segregazione, concentramento, deportazione delle minoranze. Fu per merito di tale mobilitazione, oltre che per le condanne anche da parte d‘istituzioni internazionali, che Maroni e il sindaco Alemanno furono costretti a qualche passo indietro.

Al di là di questa piccola vittoria, nulla è cambiato, a Roma e altrove, nella condizione dei rom in emergenza abitativa. Se in Italia la popolazione dei rom, sinti e caminanti conta al massimo 180mila persone – 70mila sono di cittadinanza italiana – appena 28mila sono quelle che vivono in baraccopoli istituzionali o in insediamenti informali: cifra che corrisponde a uno scarso 0,05% della popolazione italiana.

Nonostante così esiguo sia il numero dei casi che occorrerebbe risolvere, si perpetuano la logica del famigerato Piano nomadi, la politica degli sgomberi forzati dei campi «abusivi», l’esclusione dall’edilizia residenziale pubblica, la repressione di attività informali, uniche possibili fonti di reddito.

In realtà, i campi rappresentano il dispositivo con cui si compie, in modo estremo ed esemplare, il processo di allontanamento spaziale e simbolico dalla società e dalla civitas di persone reputate ed etichettate altre, dunque indesiderabili per eccellenza.

Su un numero così esiguo di persone si addensa il massimo non solo di stigmatizzazione, ma anche di valore simbolico. Quest’ultimo vale anche in un altro senso: la legge del 18 aprile 2017, n. 48, in materia di sicurezza urbana, con cui s’intende sorvegliare, criminalizzare e punire la marginalità, la povertà, ma anche la non-conformità sociale, colpirà, sì, in primo luogo i rom, ma pure chiunque si sottragga alla «norma» sociale. Non foss’altro che per questo, tutti/e noi ne siamo coinvolte/i.

 

Nonostante la pioggia battente un fiume di persone ha percorso, ancora una volta, le strade della Val Susa per dire No al Tav e alle altre grandi opere che devastano il paese. Un fiume colorato, vivace e combattivo, di oltre quindicimila persone provenienti da ogni parte d’Italia e non solo. Davanti a tutti le mamme della Terra dei fuochi e una rappresentanza di terremotati di Amatrice. E uno slogan scritto su cento striscioni e ritmato lungo tutto il corteo: «Contro la Torino-Lione c’eravamo, ci siamo e ci saremo!».

I siti dei grandi giornali – almeno mentre scrivo – ignorano un evento di cui avevano anticipato il probabile insuccesso, evocando divisioni e disaffezione e amplificando le polemiche della destra e del Pd per la partecipazione del vicesindaco di Torino. Invece è stato, ancora una volta, un esempio di democrazia. Da parte di un movimento che da venticinque anni tiene aperta la partita ed è più che mai determinato a vincerla con gli strumenti della politica, della parola, degli argomenti, della ragione. Ma la manifestazione dice qualcosa di più. La consapevolezza che la nuova linea ferroviaria Torino-Lione è un’opera devastante, di grande impatto ambientale, di conclamata inutilità trasportistica, insostenibile in termini di spesa e decisa in modo autoritario apre la strada a una consapevolezza ulteriore.

Quella secondo cui lo scontro in atto in Val Susa è prima di tutto una grande questione di democrazia. Perché l’esclusione delle popolazioni interessate dai processi decisionali è una costante di tutte le grandi opere e svela l’involuzione neocoloniale delle democrazie, aggravata dalla delega agli apparati (polizia, magistratura e, addirittura, esercito) della gestione delle più rilevanti questioni politiche.
Si spiega così la durata e l’ampiezza della partecipazione, che è anche una forma di resistenza contro la violazione di diritti fondamentali delle persone e delle comunità. Una violazione che non può essere legittimata da un voto di maggioranza. Perché – come ha scritto Gustavo Zagrebelsky – «nessuna votazione, in democrazia chiude definitivamente una partita. La massima: vox populi, vox dei è soltanto la legittimazione della violenza che i più esercitano sui meno numerosi. Questa sarebbe semmai democrazia assolutistica o terroristica, non democrazia basata sulla libertà di tutti».

È una lezione che dovrebbe essere meditata da quel che resta di una sinistra troppo spesso interessata alle questioni istituzionali più che alle dinamiche reali e profonde del paese.

SEGUI SUL MANIFESTO

Una burattina con grandi orecchie e la fascia tricolore sormonta il teatrino ambulante – grande quanto un cartello ma con quinte teatrali – e parla in falsetto con voce di burattinaio: «Romeo, Romeo, facciamo una polizza?».

Dietro c’è la Compagnia Mangiafuoco, burattinai romani che quest’anno festeggiano quattro decenni di attività, «ma forse anche l’ultimo», visto che il Comune di Roma esige, pena lo sfratto, 55mila euro di adeguamento del canone a prezzi di mercato a partire dal 2010. Sono una delle circa 900 associazioni che si trovano in questa situazione, senza più canoni agevolati, senza nuovi bandi per accedervi, con gli esattori alle costole, e per il secondo anno consecutivo scendono in piazza contro la cosiddetta delibera Tronca, in nome della difesa dei Beni comuni e degli spazi sociali nella capitale.

Le associazioni sotto sfratto, dall’asilo multietnico Cielo Azzurro – quest’ultimo ha recentemente vinto il ricorso al Tar ma ancora aspetta il bando nuovo, che la giunta Raggi tarda a indirre – al Teatro stabile del giallo sulla Cassia, sono solo una parte del vivace corteo che ieri pomeriggio ha sfilato da piazza Vittorio al Campidoglio con centri sociali, movimenti per il diritto all’abitare, immigrati, sindacati di base: oltre 10 mila persone secondo gli organizzatori, 4 mila secondo la polizia.

A reggere lo striscione di testa – «Roma non si vende, Roma siamo noi» – gli ambulanti senegalesi nel nome di Nian Maguette, il venditore di borse di 54 anni morto mercoledì scorso durante un blitz «per il decoro» davanti all’isola Tiberina. Nelle stesse ore la Procura fa sapere che i primi risultati dell’autopsia sul corpo di Maguette, tramite Tac, escludono fratture e quindi percosse anche se oggi saranno compiuti altri esami. I suoi amici, parenti e colleghi di strada però continuano a chiedere «giustizia per Niam» e la fine dei rastrellamenti «anti abusivi» della squadra speciale dei vigili urbani.

Il corteo della rete «Decide Roma» è forse meno affollato di quello dell’anno scorso, in compenso più rappresentativo delle mille realtà di base che organizzano il disagio sociale e le sparpagliate voci di chi non ha voce. Meno bandiere politiche, anche se non mancano le bandiere di Rifondazione e di Roma Bene Comune, e più associazioni delle periferie, comitati di inquilini sotto sfratto per morosità, coordinamenti di lavoratori precari o esodati autorganizzati . Come i 1.666 licenziati romani del call center Almaviva che hanno «resistito all’accordo truffa». Walter Ambrosecchio, portavoce dei 1.666 bolla come «ennesimo intervento legislativo inutile e maldestro» il recente tentativo del governo di regolamentare il telemarketing e critica i sindacati confederali «che non hanno limiti all’ansia di concertazione».

Poco più avanti Giammarco Borriello, che porta uno striscione monoposto – «il precariato vi seppellirà» – rappresenta il comitato «Alitalia precari 60 mesi». «Sì, come il Parmigiano – spiega – ma la nostra è stagionatura umana: siamo gli esuberi fantasma, 1.500 lavoratori a terra di cui nessuno parla dopo che i confederali per tre volte hanno alzato, in deroga alla legge, la soglia per la nostra regolarizzazione obbligatoria a ridosso della scadenza. Noi a 58 mesi siamo 500, a casa da un anno e mezzo senza più rinnovi e senza alcun sostegno».

All’altezza di metro Cavour, una banda di fiati e grancassa offre le note di «Don Raffaé» di De André, poi il corteo si conclude in via Fori imperiali dove inizia la manifestazione raccolta-fondi di Emergency, che parla di buskers e di ong che soccorrono l’Africa (anche oggi), e sembra quasi una continuità.

SEGUI SUL MANIFESTO

Decide Roma, il coordinamento delle associazioni e centri sociali della Capitale sotto sfratto o sgombero, tornano a manifestare oggi da piazza Vittorio alle 15.

A POCO PIÙ DI UN ANNO dalla prima manifestazione, quando al Campidoglio c’era ancora il Commissario Tronca e ventimila persone sfilarono nelle strade, il grande pasticcio sul patrimonio immobiliare non è stato ancora risolto dalla giunta Cinque Stelle di Virginia Raggi.

Sit-in (l’ultimo proprio al Campidoglio), sgomberi e rioccupazioni (Rialto Occupato), una battente campagna di stampa e una serie di ricorsi alla magistratura hanno prodotto un primo risultato.

L’11 APRILE SCORSO, una sentenza della Corte dei Conti ha smentito un suo procuratore e ha stabilito l’illegittimità delle richieste di risarcimento avanzate da Roma Capitale ai danni di oltre 800 spazi sociali e associativi, la spina dorsale di quel tessuto culturale, sociale, di cura e civile che rappresenta 40 anni di storia dei movimenti e dell’associazionismo romano.

Le procedure burocratiche sono andate avanti come schiacciasassi, anche perché sui dirigenti capitolini incombeva la minaccia di sanzioni e condanne. In coincidenza del caso Affittopoli (immobili comunali affittati a poco nel centro storico) si è fatto di tutta l’erba un fascio.

LA CORTE DEI CONTI ha stabilito che si doveva pagare il canone di mercato per l’intero periodo di usufrutto. La giunta Marino combinò altri guai con la delibera 140: mise a bando gli immobili, promettendo di tutelare le realtà sociali in un secondo momento.

Quel momento non è mai arrivato. A quasi un anno dall’elezione, la giunta Raggi sembra un pugile suonato anche su questa partita.

HA ADOTTATO un’altra delibera che stabilisce che le associazioni “morose” – quelle che non possono pagare i canoni folli – non potranno partecipare ai bandi che comunque si terranno. E qui la beffa è diventata truffa.

Un paradosso diabolico, frutto della subalternità della politica a una malintesa ideologia della «legalità». Dopo una serie di incontri la giunta pentastellata sembra intenzionata a districare questa matassa, anche scrivendo un regolamento della delibera con le associazioni, ma è ancora incerta sul da farsi sugli sfratti.

LA RETE “DECIDE ROMA” chiede un superamento del sistema dei bandi e l’adozione di un regolamento sui «beni comuni urbani», «un modello di autogestione del patrimonio pubblico da parte dei cittadini», ricorda un editoriale della free-press Ztl che oggi sarà diffusa nelle strade e sui mezzi pubblici.

Sono un centinaio i comuni ad avere legittimato questi beni comuni che risponderebbero al principio della partecipazione evocato da M5S. Un principio che a Roma sembra un lontano ricordo.

SEGUI SUL MANIFESTO

Schieramento imponente di 5mila agenti nelle strade, 100 telecamere in più per le manifestazioni. La denuncia dei manifestanti del pomeriggio: “Hanno costruito una narrazione tossica per ostacolare la partecipazione delle persone”

Due aree di massima sicurezza in centro a Roma, 39 varchi di accesso alla zona rossa e alla zona blu, tiratori scelti sui palazzi, traffico di auto, camion e pedoni bloccato, 5mila agenti impiegati nelle strade, 100 telecamere in più per acquisire preventivamente immagini dai quattro cortei e due presidi previsti oggi per contestare il vertice dei 27 capi di stato e primi ministri in occasione del sessantennale del Trattato di Roma». A poche ore dall’attentato jihadista a Westmister a Londra, la Capitale si presenterà in questo modo ai 25 mila partecipanti previsti alle manifestazioni – di destra e di sinistra: impaurita, militarizzata e attraversata da narrazioni tossiche che da tempo hanno puntato l’obiettivo sul corteo «Eurostop» la cui partenza è prevista alle 14 da Porta San Paolo fino alla Bocca della Verità. Su twitter: #noborder, #tempodiriscatto, #noausterity.
Si inizia alle 10 all’Auditorium Angelicum con il convegno «sovranista» organizzato da Fratelli d’Italia: «Italia sovrana in Europa». Un’ora dopo, alle 11 a Piazza Vittorio, è prevista la partenza del corteo di sinistra «La nostra Europa. Unita democratica solidale» – «Libertà di movimento – Europe for all». Arriverà al Colosseo. è organizzato dalla coalizione «La nostra Europa» composta da associazioni, movimenti sociali, sindacati, organizzazioni e attivisti sociali. «L’Europa meticcia, solidale e migrante e lo spazio europeo – sostengono i promotori – è il nostro terreno di azione politica». Hashtag: #lanostraeuropa #libertadimovimento #EuropeForAll.

Sempre alle 11 il movimento federalista europeo organizza una «marcia per l’Europa» da Piazza Bocca della verità fino ad Arco di Costantino e raggiungerà il corteo della «Nostra Europa». Su twitter: #Rome2017ToFedEu #Ioparteciperòperché. Alle 15, a Piazzale Tiburtino, il comizio «per l’uscita dall’Unione europea» con il Partito comunista e il Fronte della gioventù comunista. Il titolo è: «Nessun futuro nell’Unione europea». Su twitter: #25M. Alla stessa ora è previsto il corteo di «Azione nazionale contro i vincoli dell’Euro e dell’Unione europea». Organizza il movimento nazionale per la sovranità di Gianni Alemanno e la Destra di Francesco Storace e Noi con Salvini. Alle 15,30, banchina sotto Castel Sant’Angelo, associazioni come Medici Senza Frontiere, Amnesty International, Amref, Arci nazionale, Baobab e politici come Emma Bonino e Luigi Manconi, per «Not my Europe. Per un’Europa più umana». Infine, dalle 20, al teatro Italia Diem25, il movimento fondato da Yanis Varoufakis, presenterà il suo «European New Deal» in un’iniziativa dal titolo «Il tempo del coraggio».
L’altro capitolo di questa giornata affollata è quello della narrazione mediatica, imbastita nell’ultima settimana. Ieri sette «militanti di centri sociali del Nord-Est» sarebbero stati trovati con capi d’abbigliamento «atti ad occultare l’identità ed impedire l’identificazione». Avrebbero ricevuto un «foglio di via» per un anno, lontano dalla Capitale.

Contro il clima plumbeo romano i soggetti che aderiscono alla manifestazione di sinistra delle 14 denunciano «la narrazione tossica» che parla di terrorismo, di pericoli e limita la partecipazione. Le posizioni sono diversificate: «È una piazza che spaventa perché non vive nelle favole di una Ue diversa, né rimpiange un passato mitico. Non esistono scorciatoie come il ritorno alla sovranità nazionale» si legge sul sito InfoAut. «Continuiamo a pensare che lo spazio europeo sia uno spazio strategico per l’azione dei movimenti» si legge in un’analisi di «Agire nella crisi». «Obiettivo della manifestazione – sostiene la piattaforma «Eurostop» – è portare nel dibattito pubblico una proposta politica con la prospettiva dell’Ital/Exit, della fuoriuscita unilaterale del nostro e di altri paesi dalla gabbia dell’Unione Europea, dell’euro e della Nato».

SEGUI SUL MANIFESTO

Il 25 marzo, in occasione della celebrazione dei sessant’anni della firma dei Trattati di Roma, il rischio è di assistere allo scontro di due blocchi antitetici e falsamente contrapposti. Da una parte i leader europei, chiusi nella loro fortezza, lontano dalla gente, a continuare in un teatrino che da troppi anni sta condannando l’Europa alla miseria, all’ingiustizia e, in ultima istanza, alla sua disintegrazione.

Dall’altra un sentimento di rigetto, una rabbia che rischia di fare proprie le parole d’ordine che appartengono alla destra xenofoba e nazionalista, che sta emergendo prepotente in tutta Europa per distruggerla.

Per questo DiEM25, movimento politico europeo che conta già oltre 60.000 iscritti, si propone di aprire un terzo spazio in questa assurda contesa. Il 25 marzo presenteremo il New Deal per l’Europa: un piano dettagliato di riforma dell’Unione che ha l’ambizione di salvare l’Europa da se stessa, trasformandola. Una proposta che parla di trasformazione ecologica e investimenti verdi, che vuole riflettere sull’inevitabile automazione del lavoro, sulla necessità di tutele universali e di un nuovo dividendo di base, e molto altro ancora. Oltre a cosa fare, vogliamo interrogarci su come farlo.

Per questo crediamo che in un giorno simbolico come il 25 marzo il nostro dovere sia di mostrare l’apertura di un blocco sociale europeo capace di costruire uno spazio alternativo, tanto all’establishment quanto ai mostri nazionalisti e reazionari. Dobbiamo essere in grado di aggiornare il nostro modello di partecipazione politica allo spazio multi-livello che, nei fatti, si è già creato in Europa, con una proposta nuova, che tenga insieme i vari piani: municipale, nazionale ed europeo. Abbiamo bisogno di proposte concrete, con l’ambizione di mettere in campo una nuova convergenza politica transnazionale entro le prossime elezioni europee del 2019. Tale ambizione dovrà necessariamente rappresentare un punto dirimente anche nella costruzione di una risposta innovativa e all’altezza delle sfide che ci attendono qui in Italia: senza occuparci di sigle e posizionamenti tattici, ma con l’obiettivo di unire, per trasformare alla radice un sistema che palesemente non funziona più.

Uno spazio costituente, quindi, che si riunisce la sera del 25 marzo al Teatro Italia di Roma, dove Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili discuteranno in anteprima la proposta di un New Deal per l’Europa. Con loro, fra molti altri, il regista britannico Ken Loach, il filosofo statunitense Noam Chomsky e la vice-presidente dei Verdi europei Ska Keller, il co-fondatore di Podemos Juan Carlos Monedero con i movimenti municipalisti di tante parti d’Europa, l’attivista antimafia Anna Falcone, i politici italiani iscritti a DiEM25 come il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, il segretario di Possibile Giuseppe Civati e tutte quelle forze politiche che vorranno accogliere il nostro appello a lavorare insieme.

Sarà una serata di festa, organizzata come uno spettacolo di teatro politico che nei prossimi mesi si farà carovana itinerante in giro per l’Italia. Oltre la falsa opposizione fra Europa e stato nazionale, la nostra ambizione deve essere quella di cambiare entrambi.

Più informazioni su www.iltempodelcoraggio.it

DiEM25 Italia

SEGUI SUL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password