Movimenti

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.
Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità. Il lavoro universitario di Chiroli viene utilizzato dai Pm come prova autoaccusatoria per «aver fornito un apprezzabile contenuto quanto meno morale» ad alcune pratiche di lotta in Val Susa (presidi e occupazioni dei terreni espropriati e dei cantieri per il passaggio dell’alta velocità).

È LA PRIMA VOLTA, dal Dopoguerra, che una tesi di laurea diventa oggetto di una condanna e molta inquietudine provoca l’idea di magistrati impegnati a esaminare i lavori di ricerca dei laureati del Paese per setacciare la presenza di elementi illeciti, presunti collegamenti delittuosi, la descrizione di comportamenti «fuori norma», da censurare e incarcerare.

Così, la rete e il sito di discussione politica Effimera (Effimera.org) decidono di diffondere un appello («Mai scrivere ‘noi’. Appello per la libertà di ricerca e di pensiero») che in pochi giorni raccoglie migliaia di firme, viene ripreso da molti mezzi di informazione, riceve centinaia di commenti.
Roberta Chiroli pubblica la sua ricerca, Ora e sempre No Tav. Pratiche del movimento valsusino contro l’Alta Velocità (prefazione di Erri De Luca), da domani in libreria per Mimesis, con l’aggiunta di una introduzione nella quale ricostruisce il caso di cui è stata protagonista. Racconta: «Il mio essere là in mezzo agli attivisti No Tav per documentare le pratiche di lotta del movimento ha costituito, per la Procura torinese, un motivo sufficiente per condannarmi in quanto – dalla sentenza – “il fatto stesso che sia rimasta sul posto unitamente ad altri partecipanti ha integrato un contributo apprezzabile perché l’efficacia di azioni di questo tipo è strettamente dipendente dall’effettiva presenza fisica di un numero elevato di persone, numero che la Chiroli ha contribuito a formare”».

Nel consegnarci il suo lavoro, Roberta ricompone i frame work teorici della ricerca antropologica che raccomandano partecipazione e posizionamento, ma, al di là delle categorie pensate dalla cosiddetta produzione scientifica, non c’è bisogno di convincerci che una pratica cosciente e consapevole delle «storie personali» possa illuminare scelte teoriche o che dalle relazioni umane si produca conoscenza, o che il corpo sia un «agente» dotato di consapevolezza sociale e culturale.

CHIROLI sottolinea la «grande reazione del mondo accademico» sulla vicenda di fronte alla pubblica opinione. E in effetti vale la pena di rimarcare come le gerarchie universitarie si siano trovate di fronte all’obbligo di dover prendere parola: la pesante ingerenza da parte dei magistrati ha reso indispensabile perimetrare e difendere il proprio campo di azione e il proprio operato. Da un lato, tale reazione è segno di come il mondo della formazione si senta maltrattato e umiliato da un sistema che, nel corso di questi anni, non ha fatto che tagliare risorse e impoverire: lo scopo è applicare alla scuola la ratio dell’inclusione differenziale che risponde alle politiche del mercato del lavoro perorate dall’Europa e con ciò favorire l’introduzione progressiva di sistemi valutativi per misurare le prestazioni di studenti e docenti e differenze salariali tra questi ultimi. Un accumulo di frustrazione e infelicità, tra aggravi di lavoro, perdite oggettive di autonomia, pochi denari.

A CIÒ SI AGGIUNGE il dilagare di una precarietà strutturale che non consente orizzonti né diritti ma impone comunque crescenti carichi di responsabilità e dispositivi di controllo che rafforzano l’organizzazione feudale tipica del mondo accademico.

Dall’altro, siamo consapevoli che il sapere trasmesso dalle istituzioni educative, non è mai un sapere neutrale, oggettivo. Esso è sempre attraversato da flussi di potere, piegato a interessi di parte. Così, il corpo accademico resta comunque un’istituzione, con le sue regole e le sue prescrizioni, i suoi filtri falsamente «meritocratici», i suoi criteri normanti, le sue modalità di «riconoscimento» o di espulsione che si danno all’interno di una griglia interpretativa che agisce tramite gli attori stessi che ne fanno parte. Firmare un appello non è significativo di un movimento, intendendo con questo termine un processo di differenziazione al fine di coordinare il giusto grado di tensione di interventi, segmentari o parziali, per rigettare l’intero impianto. Il caso di Roberta Chiroli, e i tanti altri simili che si sono aggiunti, meriterebbe questo tipo di riflessione e di tensione.

Al contrario, l’aziendalizzazione dell’università, così come della scuola, introduce oggi tra le sue mura elementi basilari del marketing che mettono in moto ulteriori comportamenti di tipo aziendalistico con l’obiettivo di generare la concorrenza tra istituti ed atenei e la divisione del corpo docente. Gli studenti e le loro famiglie, che pagano rette sempre più onerose, si sono trasformati in consumatori di beni e servizi, acquirenti di un prodotto (la formazione).

LA RECENTE VICENDA dei tornelli della facoltà di Lettere a Bologna, in via Zamboni, ha mostrato bene quali capacità penetrative abbia tale logica, visto che una parte degli studenti ha difeso la regolamentazione degli ingressi e l’intervento violento delle forze dell’ordine, adducendo la necessità di garantirsi migliori condizioni di studio. In realtà, non si combatte per migliorare la propria situazione ma si accettano l’impianto selettivo e la passivizzazione nei confronti del potere «che deve provvedere a farci stare meglio», basata su valori poco definiti che ruotano e insistono intorno ai concetti dell’«efficienza» e dell’«efficacia», contro il «degrado» e contro la «desolazione».

ECCO ALLORA che fa capolino l’altra traccia che la storia di Roberta Chiroli ci ha regalato e che si connette strettamente alla prima. Parlo di come la norma contemporanea, apparentemente libera e senza limite, sia viceversa fondata su di una pervasiva repressione. Seguendo Loic Wacquant, tale transizione è parte integrante della ristrutturazione dello stato, finalizzata a sostenerne la deregolamentazione economica e a sopperire le conseguenze dell’insicurezza sociale. L’effetto complessivo è quello di una straordinaria ambivalenza del dispositivo che produce soggettivazioni autonome e, contemporaneamente, assoggettate. Siamo paradossali co-produttori di forme di vite intrise di passioni concorrenziali. E il paradosso consiste nel fatto che tanto più libero è «il soggetto d’interesse» tanto più governabile risulta.

Tutto ciò ha prodotto, negli anni, un’autocensura del conflitto, già da tempo invisibilizzato, soffocato, marginalizzato, criminalizzato. Tuttavia, da qualche parte sembra esistere la consapevolezza che tale rinuncia alla conflittualità è una malattia. C’è un vuoto di cui sentiamo, con malinconia, la preoccupante ampiezza.

UN’ASSENZA, che non produce altro se non le patologie del pensiero unico che genera l’individuo isolato contro il quale la magistratura pensa di scatenarsi agevolmente, con processi esemplari.
In questi anni, la procura di Torino ha setacciato la Valsusa, resistente agli ordini del potere, con retate casa per casa, paese per paese, tra le bancarelle dei mercati, tra i minorenni e gli anziani.

Roberta Chiroli ha dedicato il libro «Alle persone grandi di un luogo speciale che mi hanno insegnato che si parte e si torna insieme». La comunità valsusina, ci affaccia tra le pagine dove prendono vita i volti e i nomi di chi è finito nella macchina della giustizia, mostrando sempre una dinamica coesiva di risposta: «si parte e si torna insieme».
Certamente, tra gli abitanti della valle ha fatto da collante la sensazione di essere tutti oggetto di un unico disegno repressivo che agisce su più fronti contemporaneamente, diventando incarnazione fisica di uno scontro comune contro le logiche del capitale finanziario. Al di là dello specifico dilemma locale, questo scontro continua a parlarci di molteplici aspetti delle nostre vite precarie, obbligate a piegarsi a una povertà materiale e soprattutto di senso.

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I sigilli posti all’ex Rialto sono una cartina di tornasole dello stato di salute della democrazia a Roma e soprattutto di come oggi i poteri siano dislocati ben al di fuori dagli organi elettivi. Accade così che, dopo un anno di mobilitazioni della città dal basso, il Consiglio Comunale finalmente approvi una mozione che chiede espressamente la moratoria su tutti gli sgomberi di spazi sociali e culturali, ovvero delle oltre 850 esperienze autogestite e dal basso che hanno sinora impedito ad una città, da sempre prigioniera della rendita e della finanza, di sprofondare nell’anomia e nella solitudine competitiva. E accade che gli sgomberi proseguano senza soluzione di continuità, a volte decisi dalla Prefettura, a volte dalla Magistratura, a volte – è questo il caso dell’ex Rialto – dal Comune stesso. E accade che chi governa la città ammetta di non saperne nulla e di nulla poter fare di fronte ad una macchina amministrativa che si muove in autonomia.

C’È QUALCOSA che la giunta Raggi continua a non capire: oggi vincere le elezioni non corrisponde a prendere il potere e se non si governa confliggendo con i poteri forti – ovunque dislocati – si finisce per assecondarli, tanto sulle scelte strategiche quanto nell’etica pubblica. Fino a deificare le procedure. Così se la Corte dei Conti si è inventata che l’edificio dell’ex Rialto (uno stabile degradato, privo di riscaldamento e di acqua potabile) deve produrre profitto per il Comune, e il dirigente del dipartimento Patrimonio esegue chiedendo cifre a dir poco esorbitanti di affitto a realtà di volontariato, fino a porre i sigilli alla struttura, la Giunta Raggi dice di non essere d’accordo e nulla più.

È così che esperienze associative come il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Attac Italia, Circolo Gianni Bosio, Trasform (solo per citare alcune del Rialto) vengono messe per strada e un edificio, reso vivibile dalle stesse, riconsegnato al degrado e all’abbandono. E in questo modo non si produrrà alcuno dei profitti richiesti dalla Corte dei Conti.

TUTTO QUESTO PERCHÉ c’è qualcos’altro che la Giunta Raggi continua a non capire: la legalità è un concetto complesso e, se non se ne comprendono le articolazioni, si finisce per fare il contrario di quello che si era annunciato. È del resto quanto già dimostrato in merito al debito di Roma Capitale e alla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali. Si può mettere in campo un’indagine indipendente e partecipata sul debito (scritta nel programma elettorale) senza confliggere con il decreto “Salva Roma” che quel debito perpetua, predeterminando qualsiasi scelta da qui al 2048? Si può aprire un percorso per la ripubblicizzazione dell’acqua (decisa da un referendum nazionale e scritta nel programma elettorale) non configgendo con Acea Spa e lo shopping che sta facendo sui servizi idrici di tutto il Centro Italia?

Non si può e l’illusione di essere la Sindaca di tutti evapora in una realtà in cui ci si trova ininfluenti rispetto all’azione dei poteri forti. Il problema di fondo è che chi governa pensando di rappresentare una città complessa finisce per costruire poco più che una rappresentazione chiusa e autoreferenziale, con la conseguente necessità di continua legittimazione da parte di quelli “che contano”.

MA L’IDEA che si possa continuare a sfuggire alle contraddizioni è ormai senza fiato. Da anni a Roma i poteri forti hanno deciso di eliminare tutto ciò che si muove al di fuori dello schema del profitto, della rendita e della solitudine. Ascoltare la città è l’unico modo per fermarli e per non doversi trovare domani ad aver costruito un deserto sociale chiamato legalità.

*Attac Italia

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Il rettore più giovane d’Italia ha ritenuto opportuno chiamare le forze dell’ordine, senza coinvolgere gli organi della rappresentanza studentesca, che in assetto anti sommossa hanno liberato i locali di Lettere dagli occupanti dei collettivi autonomi. Il sindaco parla di delinquenti, la procura chiede sette arresti, la questura segue le mosse degli autonomi con forze antisommossa e Salvini parla di eversivi con la Porsche. Si ha l’impressione che si voglia dare una lezione di repressione prima ancora di capire con quale fenomeno giovanile si sta facendo i conti.

Bisogna partire dal territorio del centro di Bologna e dal suo rapporto con gli istituti universitari. PiazzaVerdi è al centro della cittadella dell’università di Bologna, una piazza occupata dallo spaccio e dalla criminalità organizzata. A tutte le ore si smercia ogni tipo di droga, dall’eroina alla birra. Vi albergano indisturbati oltre a spacciatori, ladri e borseggiatori anche una fascia di marginalità sociale e di studenti contestatori, formando un miscuglio sociale rumoroso, minacciante e violento.

Tanta illegalità è da molti anni lasciata a se stessa e alla sua invadenza, senza che chi di dovere o chi per compiti istituzionali abbia cercato di ristabilire un minimo di decenza, di ordine e di sicurezza, nonostante le continue proteste dei cittadini. Spacciatori e sbandati, da soli o in gruppo circolano indisturbati dalla piazza Verdi alle aule dell’università, rendendo pericolosi e indecenti quei luoghi deputati alla formazione e allo studio.

Una esigua minoranza di studenti dell’antagonismo sociale si muove in questa area per rivendicare autonomia di azione e spazi di autogestione, occupando aule, biblioteche, mense, interrompendo le lezioni e minacciando i docenti «servi del potere». Il Collettivo universitario autonomo (Cua) e altri, come Làbas Lubo, Hobo, in realtà raggruppano un numero esiguo di studenti, una minoranza frastagliata e divisa, sono antagonisti in contrapposizione tra loro stessi,che ritrovano una ragione d’essere quando avvertono un tentativo che mira a ristabilire un minimo di controllo e di sicurezza degli spazi universitari.

Quelli del Cua la scorsa settimana, quando hanno scoperto i tornelli all’entrata della biblioteca di Lettere, si sono subito mobilitati per divellerli e occupare la biblioteca. La polizia su denuncia del rettore è intervenuta all’interno dell’università, dopo quaranta anni, era il 77 l’ultima volta e finì in una tragedia.

Alcuni temono il ritorno a quelle barricate del marzo ’77 a Bologna, altri reclamano una dura e tempestiva repressione.
Gli uni e gli altri non si accorgono che il mondo è cambiato e che gli attuali studenti sono antropologicamente soggetti del tutto nuovi, di cui una minoranza patisce la marginalità sociale e anche il degrado urbano e umano della cittadella universitaria.

Sono i giovani della seconda società, quelli che non sono riusciti ad amare gli studi, quelli che si sentono esclusi e che tramutano il loro malessere in un antagonismo puro e duro.

L’università di Bologna con i suoi 80 mila iscritti deve fare i conti con questa frattura tra gli studenti della prima società che esigono una formazione di eccellenza, rivendicando diritti e servizi alla studio, e quelli della seconda società che sono ai margini e non vogliono seguire alcun percorso d’inclusione, tantomeno di formazione accademica.

L’Ateneo più antico d’Italia non può ignorare questa seconda realtà studentesca e non può credere che siano le forze dell’ordine a gestire questa area giovanile sbandata e terremotata.

La città di Bologna è chiamata a fare la sua parte, sapendo che è dotata di uno straordinario capitale umano e professionale, di una comunità di giovani le cui frange estreme prima di essere combattute vanno aiutate con politiche di socializzazione partecipe e di responsabilizzazione civica. Università e Città dovrebbero reciprocamente valorizzarsi per fare della ricerca e della formazione dei giovani le insostituibili risorse necessarie allo sviluppo di un’economia sociale e di una società aperta a chi non sa vedere la realtà oltre la rabbia e la protesta.

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occupazioni di case

Più di trenta interventi, quattrocento persone ad ascoltare chiamate a raccolta da associazioni, reti sociali e sindacalisti di base. Si è ritrovata ieri a Roma un pezzo importante di città che manifesta la sua insoddisfazione verso la giunta di Virginia Raggi. Parlano una lingua ed agitano argomenti che difficilmente trovano spazio nei cannoneggiamenti dei grandi media all’operato della sindaca. Sono i tagli alla scuola, all’edilizia pubblica, alla tutela del territorio, «i nodi irrisolti della questione sociale» di Roma che Carovana delle Periferie, rete Decide Roma, Usb e Forum Salviamo il Paesaggio mettono in fila nella sala della protomoteca del Campidoglio, mentre si tiene il summit sullo stadio della Roma e si riunisce il consiglio comunale.

Si discute a partire dal bilancio appena approvato dalla maggioranza pentastellata, che considerano succube dell’austerità. Biagio Quattrocchi, del gruppo che studia il debito per la coalizione Decide Roma, ricorda la promessa di Raggi in campagna elettorale, quando si parlò di un audit che stabilisse precisamente chi sono i creditori dell’amministrazione comunale e come è strutturato il debito. L’audit, spiega, dovrebbe essere direttamente connesso alle battaglie sociali della città, deve funzionare come «un’istituzione autonoma» che strappi Roma dal commissariamento de facto costituito dal debito monstre.

L’amministrazione, contestano quelli della Carovana delle periferie, «non ha un’idea di città», «confonde legalità e giustizia sociale». I lavoratori dei call center di Almaviva e Alitalia riportano in sala le storie di un tessuto produttivo sotto attacco e sempre più precario. La città della crisi risuona anche nelle parole dei lavoratori comunali. Ci sono i lavoratori della Multiservizi, portavoce della galassia di aziende che l’assessore alle partecipate Massimo Colomban considera da ristrutturare, parlando di «personale in esubero». E c’è la vertenza dei lavoratori dei canili comunali, che hanno mantenuto la continuità del servizio in questi mesi chiedendo all’amministrazione di farsi carico di tutta la vicenda. Dopo mesi di promesse e tentennamenti, l’appalto dei canili è stato messo a bando, sacrificando le competenze di chi ci aveva lavorato. «C’è una cosa che non perdoneremo mai a questa amministrazione – dice il rappresentante dei canili tra gli applausi – L’aver paragonato la nostra situazione agli affidamenti diretti di mafia capitale e della corruzione che l’ha accompagnata».
Daniela del centro sociale Corto Circuito ricorda la sequela di sgomberi e sottolinea che «questa amministrazione è arrivata adesso, mentre esistiamo da 27 anni e continueremo a esistere». Ci sono due delibere ereditate dalla giunta Marino che mettono a bando tutti gli spazi assegnati e chiedono lo sgombero degli attuali assegnatari. Fa leva su quei provvedimenti la Corte dei conti, che da mesi recapita lettere di sfratto e richieste onerosissime ad associazioni e centri sociali. Tanto che alcuni hanno deciso di arrendersi e riconsegnare la chiave delle loro sedi, lasciando le periferie più sole.

«Sul fronte degli spazi sociali la giunta non è riuscita a produrre avanzamenti, ma noi resisteremo a ogni tentativo di cancellarci», chiarisce Alessandro di Esc, altro spazio minacciato. Chiedono un regolamento per i beni comuni urbani sul modello di quello che de Magistris ha adottato a Napoli. Hanno resistito, qualche settimana fa, gli occupanti dello studentato Alexis, a Ostiense. È grazie a quella che definiscono «la scienza delle barricate» che hanno strappato una trattativa con comune e Regione per iniziare un processo di auto recupero. Lo stesso che vorrebbero intraprendere gli occupanti di via Bibulo, a Cinecittà, i quali a proposito di emergenza abitativa, dicono alla sindaca: «Questa è una specie di guerra civile, e in queste situazioni bisogna dire da che parte si sta».
Ci sono anche i rappresentanti dei 120 residenti dei Piani di zona, strumenti di edilizia agevolata piegati a fini speculativi.

«Avete ragione», cerca di spiegare il consigliere grillino Pietro Calabrese, che racconta del difficile lavoro «istruttorio» messo in piedi in questi mesi. Si affaccia Stefano Fassina, di Sinistra Per Roma. «Qualche mese fa speravamo che tutto cambiasse, ma non è cambiato niente», dice Guido Lutrario di Usb. «Abbiamo vissuto questi mesi con spirito di collaborazione, ma vediamo che anche il ragionamento, insufficiente, sull’onestà è stato vanificato dagli accadimenti recenti» prosegue. L’assemblea non si capacità di come i consiglieri comunali della larghissima maggioranza a 5 Stelle abbiano esultato per l’approvazione del bilancio. E di come ci si inchiodi al rispetto di procedure che andrebbero messe in discussione, come la legge Madia sull’esternalizzazione dei servizi locali. «Questa è la modalità della vecchia politica», conclude Lutrario.

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Sarà un gran giorno, l’8 marzo 2017. Sulla base dello slogan “Se la mia vita non vale, io sciopero” in ben 23 paesi, compreso il nostro, è indetto un “sciopero delle donne”. Uno sciopero che non è solo simbolico, ma reale. L’obiettivo è fermare tutto, bloccare il Paese.

In Italia e non solo. Di questo hanno parlato le duemila donne riunite in assemblea a Bologna, lo scorso weekend, convocate da non UnaDiMeno, il coordinamento di collettivi e organizzazioni che già il 26 novembre ha portato almeno 400.000 donne a manifestare a Roma contro la violenza maschile. Ma ci saranno ben 22 paesi in sciopero, l’8 marzo. Tutto parte dall’Argentina, ultimi ad aderire gli Stati Uniti, sulla spinta della “Women’s March on Washington” del 26 gennaio scorso. Un appassionato confronto, a Bologna, sui temi della violenza contro le donne, si è preparato il piano-antiviolenza, e sui temi dello sciopero. Cosa vuol dire scioperare? Chi partecipa, come si indice?

E se va notato, ancora una volta, che l’informazione mainstream ha mancato un evento politico di prima grandezza – del resto anche la marcia statunitense è stata attivata dai social, non da tv e da carta stampata – sarebbe un peccato che la sottovalutazione mediatica trascinasse con sé anche una sottovalutazione politica. Cosa è questo sciopero? Come si mette in pratica?

Bisognerà ricordare che in Polonia, nel “black monday” del 3 ottobre 2016, nella loro azione contro la minaccia di una legge che vietasse del tutto l’aborto, le donne polacche dissero: se ci fermiamo noi si ferma tutto. Come è effettivamente è successo. Questo vuol dire sciopero delle donne, in un mondo in cui il lavoro si è completamente trasformato. Mettere tutti in condizione di guardare cosa è il lavoro, oggi. Chi più di una donna sa che il lavoro è precario, sfaccettato e spezzettato, e investe direttamente la vita? Chi può saperlo meglio di chi è stata obbligata da sempre al lavoro di cura, per di più gratuito?

C’erano molti uomini, perlopiù ragazzi ovviamente, all’assemblea. Alcuni provenienti dal mondo queer, perché lo sciopero è anche uno sciopero dai generi, dagli stereotipi e dai ruoli obbligati. Uno dei modi per metterlo in pratica sarà il kindergarten gestito dai compagni, un accudimento dei bambini già messo in pratica durante l’assemblea. Ma lo sciopero, è stato ripetuto in tanti interventi, è sospensione, astensione. Blocco delle attività. Di tutti i tipi. Per esempio dall’insegnamento ma anche dal portare i bambini a scuola. Con l’attivazione di fondi di solidarietà, per permettere a tutte di scioperare. E qui sta il nodo centrale. Per astenersi dal lavoro, per chi lavora a contratto, occorre che lo sciopero sia indetto. Erano presenti molte sindacaliste, soprattutto Usb e Cobas, anche se non mancavano iscritte alle confederazioni, soprattutto Fiom. C’è una forte pretesa di attenzione, da parte dell’assemblea, rivolta a tutte le sigle sindacali. Come è giusto, si tratta della più importante manifestazione politica sul lavoro prevista nei prossimi mesi.

La scelta è stata di non mobilitarsi per una manifestazione nazionale. Si sciopererà insieme nelle città. Per bloccarle. Contro la violenza maschile, contro il neocapitalismo che di questa violenza è permeato, contro il dominio che entra nelle pieghe della vita quotidiana. In Italia contro il jobs act, contro la cancellazione dei diritti. Fondamentale è riconoscere che sono le donne a guidare la lotta per un lavoro diverso, oggi. L’esperienza diretta, nella propria vita, della violenza e dell’ingiustizia è forza viva, trascinante. Il coraggio è ascoltarla.

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A Roma la prima assemblea della rete “C’è chi dice No” in un percorso che vedrà la partecipazione di diverse piattaforme politiche

ROMA. L’anno più difficile nella storia dell’Unione Europea inizierà ufficialmente a Roma il 25 marzo quando i capi di governo degli stati membri si incontreranno per celebrare il mesto sessantennale dai trattati di Roma, atto fondatore dell’allora Comunità economica europea (1957). Pochi giorni prima, il 15 marzo, ci saranno le elezioni in Olanda. Se vincerà il partito della libertà di Geert Wilders si terrà il primo referendum popolare sull’uscita dell’Olanda dall’Ue (e forse anche dall’Euro).

Ben più importanti si annunciano le scadenze elettorali presidenziali in Francia (23 aprile e 7 maggio) e in Germania (24 settembre). Se Marine Le Pen del Front National riuscirà ad affermarsi al secondo turno delle presidenziali in Francia ha promesso una consultazione sulla “Frexit”. A settembre Angela Merkel, candidata al quarto mandato da Cancelliera, potrebbe avere molti problemi dalla crescita del movimento di estrema destra e ultra-nazionalistico Afd, Alternative für Deutschland. Già all’inizio del prossimo autunno il paesaggio dell’Ue, ripiegata sull’austerità, sulla xenofobia e l’immobilismo, potrebbe risultare sconvolto e conoscere rovesci largamente annunciati, le cui conseguenze restano ancora oscure.

Il 25 marzo era nato come una giornata in cui Renzi avrebbe incensato ancora una volta se stesso. L’ex premier non è riuscito ad arrivarci. La data ha cambiato di senso, perdendo rilievo nelle fumose dinamiche politiche italiane concentrate sulla sentenza della Consulta sulla legge elettorale e sulle trattative tra le segreterie dei partiti su quella nuova. La durata del governo Gentiloni è strettamente legata al loro esito. Nel frattempo la crisi economica in cui versa il paese, sembrano essere passati in secondo piano, se si esclude il dibattito sui voucher e sull’articolo 18 cancellato dal Jobs Act che la Cgil voleva ripristinare, ma che la Consulta ha respinto.

Una giornata particolare

Sabato 25 marzo sta diventando una data-simbolo anche per le sinistre italiane, e non solo, contro l’Europa dell’austerità, dei confini e muri. Quel giorno in piazza è stata annunciata una manifestazione promossa da due piattaforme politiche: la rete C’è chi dice No e Eurostop. Domani, domenica 22, alla sala teatro Pasolini della Casa dello studente via Cesare De Lollis 20 si terrà l’assemblea di “C’è chi dice No” nata dalla campagna per il “No sociale” al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso a cui partecipano alcune reti dei centri sociali, movimenti territoriali come i No tav, No triv e contro le Grandi Navi, per la riqualificazione di Bagnoli, contro i gassificatori, gli studenti della rete della conoscenza e i sindacati di base (a partire da Usb e Si Cobas).

Sabato 28 gennaio, sempre a Roma, è stata convocata un’altra assemblea di Eurostop al centro sociale Intifada. Prima della contro-manifestazione del 25 marzo si sta pensando anche a seminari e convegni di bilancio di un’esperienza che, dopo l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, dovrà affrontare il rinnovato nazionalismo imperiale degli Stati Uniti e toni da guerra commerciale. Eventualità a cui l’Ue non sembra essere preparata.

In attesa di una definizione del percorso delle mobilitazioni nazionali e internazionali a cui potrebbero presto aggiungersi altre date (il G20 a fine maggio a Amburgo e il G7 a Taormina a luglio) va ricordato anche il 25 marzo sera, al teatro Italia, Yanis Varoufakis lancerà ufficialmente il suo movimento Diem25 e presenterà il programma economico “Green New Deal”). Nella Capitale saranno presenti, per qualche ora, una parte delle sfumature delle sinistre che si oppongono – con ricette diverse che variano dalla riforma democratica e popolare dell’Unione alla fuoriuscita dall’Euro – a ciò che è diventata oggi l’Unione Europea.

C’è chi dice No
La rete C’è chi dice No è nata l’estate scorsa in Val di Susa in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. È stata una felice intuizione che ha anticipato le ragioni del “No sociale” contro le politiche economiche e sociali dell’allora governo Renzi. La manifestazione del 27 novembre, a una settimana dallo scrutinio che ha travolto Renzi e il Pd, ha portato a Roma 50 mila persone. Come abbiamo raccontato su Il Manifesto è stata l’unica mobilitazione popolare che ha rappresentato – prima delle analisi aposteriori sui flussi elettorali – la natura sociale del rifiuto a Renzi. La campagna si è anche intrecciata con lo sciopero generale dei sindacati di base (Usb, Si Cobas, Adl Cobas) del 21 ottobre, con la manifestazione del giorno successivo a cui hanno partecipato Rifondazione Comunista, la piattaforma Eurostop e altre sigle della sinistra comunista in Italia. E, ancora prima, il 7 ottobre e il 17 novembre con le manifestazioni studentesche.

“Con la nascita del governo Gentiloni ci sembra che si voglia continuare a nascondere le profonde radici sociali della crisi che sono emerse in maniera così forte nel voto del 4 dicembre – afferma Lorenzo, uno dei portavoce di C’è chi dice No – E’ accaduto anche nel dibattito pre-referendum quando siamo stati gli unici a evidenziare quanto la maggior parte dei media e la politica dei palazzi hanno riconosciuto dopo il voto. Ora tutto è stato rimosso di nuovo: continuano a rifiutare le posizioni che non trovano voce nella politica ufficiale”.

L’assemblea domenicale sarà la prima occasione per “restituire” il valore di quell’intuizione e per rilanciare su un nuovo percorso di mobilitazione. Al primo posto ci sono i giovani che hanno rifiutato le politiche renziane: “Non ci lasciamo più abbindolare dalla retorica sull’innovazione e le start up, così come da quella dei sacrifici. Questo scarto dal discorso dominante emerge anche dai territori impoveriti e depredati, a partire dal Sud dove il voto contro le politiche renziane è stato fortissimo e si è espresso nel No al referendum”.

Lo stesso “No” ora lo si vuole rivolgere contro le politiche di austerità nella manifestazione del 25 marzo, il giorno in cui ci sarà “una parata del peggio dell’Unione Europea esistente – continua Lorenzo – Mentre nei palazzi saranno radunati i capi di stato, vogliamo evidenziare la loro distanza siderale con qualsiasi realtà sociale”.

“Dopo avere difeso la democrazia costituzionale e rotto con il potere renziano, ora c’è la necessità di allargare a livello europeo la mobilitazione – afferma un altro portavoce di C’è chi dice No, Stefano, studente – L’assemblea serve a capire come costruire una nuova campagna politica per rompere la narrativa dominante che considera il Jobs Act una riforma che funziona, oscura le conseguenze dello Sblocca Italia e la negazione dei diritti imposta dal Piano Casa, senza parlare delle conseguenze della Buona Scuola che trasforma le scuole in aziende e l’istruzione in formazione professionale. Noi porteremo nella discussione la lotta contro la fortezza Europa, il progetto del nuovo governo di moltiplicare i Cie. Bisogna rilanciare le politiche di inclusione a livello europeo”.

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Centinaia di persone – gli organizzatori azzardano la cifra ragguardevole di mille uomini e donne – che prendono appunti per cinque ore al giorno sulle relazioni che hanno come oggetto il comunismo.

È questa la prima immagine che emerge nel convegno in corso a Roma – tra la Gnam e lo spazio occupato Esc Atelier – che ha visto alternarsi sui due palchi filosofi, sociologi, antropologi ed economisti provenienti oltre che dall’Italia, da Australia, Stati Uniti, America Latina, Russia, Francia, Germania, Inghilterra.

La seconda immagine è la eterogeneità generazionale. Giovani uomini e donne di venti, trenta anni assieme a chi ha attraversato altri decenni. Infine, molti dei partecipanti non sono solo italiani.

I TEMI AFFRONTATI finora hanno molto a che fare con la storia, anzi le storie dei vari movimenti comunisti. La critica dell’economia politica, il concetto di proletariato, l’esperienza dei socialismi reali. Ma nel convegno non c’è nostalgia del passato: tutti i relatori, e molte delle domande emerse nei workshop svolti alla Gnam, invitano a guardare al futuro e a pensare una trasformazione radicale dell’esistente, che segua strade nuove. Il pubblico è parco di applausi facili. Ascolta in silenzio e con una attenzione che meraviglia – per primi gli stessi organizzatori, i quali per oltre un anno si sono incontrati e hanno discusso su come poter parlare del comunismo. In base a quello che è accaduto nei primi due giorni, l’obiettivo è stato raggiunto.

Lo ha anche sottolineato Toni Negri prima di prendere la parola in una sala strapiena e con altrettante persone che sono rimaste in strada senza riuscire a entrare. Se ci sono momenti come questi, ha affermato Negri, vuol dire che non tutto è perduto, come sostengono i cantori del capitalismo.

I relatori, spesso, hanno una lunga militanza politica e teorica alle spalle. Verso di loro molte le manifestazioni di affetto, segno di un riconoscimento per una scelta di vita perseguita con coerenza. È stato così con Luciana Castellina che, nel giorno di apertura con passione ha difeso una scelta di vita e di militanza comunista. Castellina ha però sgomberato il campo da ogni equivoco. Il comunismo storico è cosa finita, bisogna pensare ad altre forme della politica per conseguire l’obiettivo di una società di liberi ed eguali, ma se quella esperienza va considerata chiusa, ciò che invece non può essere archiviata è la storia dei comunisti, cioè di chi in nome della propria visione del mondo ha messo a rischio la vita, il lavoro, gli affetti.

TUTTO PUÒ ESSERE ripensato, ma quelle storie individuali vanno ricordate, rispettate: senza di esse non saremmo qui a pensare le sconfitte, le vittorie e il come ripartire. È in questo passaggio che è partito il primo lungo applauso che ha accompagnato il suo intervento. Eppure, l’intervento di Castellina non è stato l’unico ascoltato quasi in religioso silenzio. Anche quelli di Mario Tronti e Maria Luisa Boccia sono stati diligentemente appuntati.

Tronti ha presentato la sua sofferta riflessione sulla sconfitta dell’idea comunista. Il mondo che vede dipanarsi davanti gli occhi non gli piace, è scettico se non all’opposizione verso chi prova a sbrogliare la matassa del presente facendo leva su una idea plurale di comunismo e di marxismo.

Maria Luisa Boccia, invece, ha messo sul piatto della bilancia il rapporto e le differenze tra il comunismo e il femminismo, due esperienze che hanno scandito la prima e la seconda metà del Novecento.

L’ultima, maliziosa, immagine di questa iniziativa è che il comunismo da queste parti è un oggetto pop. Non c’è però nessuna aura vintage nella platea, a partire dagli sforzi fatti dai relatori per misurarsi con il presente.

L’elezione di Donald Trump, il populismo xenofobo in ascesa, una crisi economica che mette in ginocchio economie nazionali. Un lavoro frantumato nelle prestazione lavorativa e nei diritti.

È QUESTO IL MONDO dove i più giovani sono cresciuti, cioè un mondo dove la parola comunista evoca ere lontane nel tempo. E per questo concedono l’applauso a chi parla di precarietà, di sessismo, di razzismo. L’invito di Franco Berardi Bifo è quello di passare a loro il testimone. Un intervento coinvolgente, il suo, accolto anche con scetticismo da chi non crede che il problema del comunismo sia una questione di generazioni passate (Riccardo Bellofiore).

Ieri è stata la volta di Christian Laval e Pierre Dardot, che a Marx hanno dedicato lavori importanti, tra i quali Karl, prenome Marx, uno dei testi più interessanti usciti negli ultimi anni sull’opera del filosofo di Treviri. Che come un fantasma si aggirava nei locali della Gnam e di Esc. Ma non destava paura, bensì la curiosità di poterlo finalmente – e nuovamente – spendere come compagno di strada in quel movimento che abolisce lo stato di cose presenti.

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Si potrebbe parlare di «nuovo maccartismo», questa volta al servizio della speculazione immobiliare. Dopo le dimissioni dall’incarico di Segretario di stato per la casa nel Senato della capitale tedesca, il sociologo Andrej Holm ha appena presentato ricorso contro la decisione della Humboldt Universität di cancellare il suo contratto di ricercatore (ne ha dato notizia Jacopo Rosatelli su queste pagine). Abbiamo conversato con Holm che ha accettato di raccontarci la sua storia.
«Sono nato nel 1970 nella Germania Est e cresciuto in una famiglia di solida tradizione comunista – ha spiegato -. Da ragazzo nella Ddr il mio atteggiamento verso il socialismo era molto idealista. E perciò mi sono arruolato per la leva in un reparto della StaSi. Con la svolta del 1989 ho cambiato molte convinzioni rispetto al sistema socialista e sono diventato parte del movimento libertario e autonomo qui a Berlino. Poi ho iniziato a impegnarmi con il movimento degli inquilini nei quartieri orientali. Il dibattito sulla gentrification inizia ufficialmente tra il 2008 e il 2009, ma a Berlino Est abbiamo avuto lotte contro la gentrificazione molto prima che il concetto diventasse «di moda» in ambito accademico. Ho iniziato a studiare sociologia urbana alla Humboldt Universität, trovando una diretta corrispondenza tra questi concetti scientifici e la mia esperienza di lotta. Così ho sempre lavorato sull’interrelazione tra ricerca accademica, movimenti e politica cittadina».
Poi ci sono state le elezioni di settembre a Berlino ed è cominciata la discussione sul programma della coalizione di governo rosso-rosso-verde. Che ruolo hanno avuto i movimenti?
Per la prima volta si discuteva nel merito dei contenuti, in dettaglio, e con grande trasparenza oggi chiunque può leggere quali sono gli impegni assunti dal nuovo governo della città. In materia di politiche abitative ma non solo, siamo di fronte a un programma marcatamente anti-liberista. Si dice che il «decennio dell’austerity» è finito e si apre invece una fase di rinnovati investimenti pubblici, per la creazione di infrastrutture sociali. Sulla base di questo ho accettato la proposta della Linke di entrare nella squadra di governo in prima persona. Sono state direttamente assunte nel programma molte delle rivendicazioni elaborate dal movimento. E le lotte per il diritto alla casa avevano fatto di questo tema uno degli aspetti decisivi della sconfitta Cdu.
Poche ore dopo la sua nomina è scoppiato il caso-Holm. Come possiamo interpretarlo?
Ci sono certo intrecci tra la campagna contro di me, la cultura profondamente anti-comunista di settori dell’establishment tedesco e gli interessi materiali del capitale speculativo. È certo un dibattito dalle molte sfaccettature, come del resto è la mia biografia politica e personale insieme. Ho deciso di dimettermi per evitare che si arrivasse alla rottura nella coalizione rosso-rosso-verde e che le nuove politiche sociali, antiliberiste e anti-austerity contenute nei suoi impegni programmatici, venissero messe in discussione.
Ha scritto nella sua lettera di dimissioni «il mio ritiro non significa affatto la rinuncia a una politica alternativa per la casa». Che cosa intendeva?
La possibilità di un’interazione positiva tra il nuovo governo di Berlino e i movimenti è tutta aperta. Abbiamo imparato una volta di più che invertire le tendenze dominanti nel campo della politica residenziale è questione di rapporti di forza sociali. E noi dobbiamo interrogarci su come sia possibile costruire un contro-potere più forte di prima. Se vogliamo una nuova politica della casa, dobbiamo lottare: un buon social housing non sarà mai un «regalo» del governo, bisogna conquistarlo. Ed è chiaro che molte iniziative degli inquilini escono rafforzate da questa esperienza.
Può riassumere quali sono i principali problemi per quanto riguarda il diritto alla casa a Berlino e, viceversa, quali siano i punti di forza del programma che ha contribuito a scrivere?
È una materia complessa. Mettiamola così: soddisfare il diritto all’abitare è troppo costoso per chi ha un basso reddito, ma questo è il risultato dell’intreccio tra condizioni economiche generali, meccanismi finanziari e politiche pubbliche. Bisogna perciò avere un approccio sistemico. E il punto è ancora quello posto 150 anni fa da Friedrich Engels, cioè la logica capitalista che ritiene la casa una merce, da valorizzare il più possibile. Perciò vogliamo ricombinare un ampio ventaglio di strumenti: dal superamento della logica privatistica di gestione dello stesso patrimonio pubblico, a nuove regole per il «social housing», dalla protezione effettiva dei diritti degli inquilini alla fine di dismissioni e privatizzazioni; serve anzi un massiccio piano di nuove acquisizioni comunali. Infine, abbiamo affermato un diverso modo di prendere le decisioni politiche: non più consultazioni con le lobby immobiliari, ma un ampio e partecipato dibattito, che analizzi l’impatto sociale di ogni scelta istituzionale.
Quali sono le similitudini e le differenze tra la situazione della casa a Berlino e nelle altre città europee?
Ci sono molte cose in comune, perché tutti, anche se in misura e con modalità diverse, abbiamo subito gli effetti delle politiche neoliberiste negli ultimi vent’anni. E dall’altra parte, ogni città ha la sua specifica storia, sia nello sviluppo urbano che nella crescita dei movimenti. Berlino, per effetto della sua storia di città divisa, continua ad avere una certa «mixité» sociale anche nei quartieri più centrali. Nel cuore della metropoli continuano a vivere persone a basso reddito, famiglie che beneficiano del sistema di welfare. Questa è la grande differenza con Parigi, Londra o Barcellona, dove la trasformazione neoliberista del centro è un processo compiuto. E la nostra sfida è mostrare che è possibile una diversa qualità sociale della vita urbana nel suo insieme. Che è una componente essenziale del discorso sull’eguaglianza sociale nelle nostre città, che può nascere ed essere portato avanti dai movimenti.
Pensa possa esserci lo spazio per costruire alleanze tra città per affermare una diversa politica della casa in Europa?
Dobbiamo portare avanti questo lavoro su entrambi i versanti. Da alcuni anni c’è un buon livello di relazioni tra movimenti per la casa: le nostre iniziative anti-sfratto qui a Berlino hanno adottato molte delle forme sperimentate dalla Pah, ad esempio, traducendole nelle nostre condizioni. Imparare dalle altre città e organizzarsi su scala transnazionale è fondamentale. Poi c’è un secondo livello, quello dell’elaborazione dei dispositivi necessari ad attuare una nuova politica dell’abitare: abbiamo differenti legislazioni nazionali, in Olanda o in Italia, ma ci sono delle idee che possiamo adattare e applicare. Perciò dobbiamo fare rete, sia tra ricercatori critici, sia tra attivisti, sia tra governi di sinistra e alternativi. E combinare questi differenti livelli, non solo tra istituzioni. Ada Colau sa bene, come del resto la coalizione rosso-rosso-verde di Berlino, di aver bisogno di una forte spinta dal basso, di una permanente pressione sociale. E questo è parte della nostra capacità di mutuo apprendimento a livello internazionale.

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Movimenti. L’appello dei giuristi democratici. A febbraio la Corte d’appello di Roma sarà chiamata a decidere sui ricorsi presentati da due esponenti dei movimenti di lotta per il diritto all’abitare, Paolo Di Vetta e Luca Fagiano, colpiti da decreti che dispongono nei loro confronti la misura della sorveglianza speciale: provvedimenti fortemente limitativi della libertà personale con sacrificio dei diritti di riunione ed espressione e manifestazione del pensiero e di movimento

Nel prossimo mese di febbraio la Corte d’appello di Roma, sezione applicazione misure di prevenzione per la sicurezza e la pubblica moralità, sarà chiamata a decidere sui ricorsi presentati da due esponenti dei movimenti di lotta per il diritto all’abitare, Paolo Di Vetta e Luca Fagiano, colpiti da decreti che dispongono nei loro confronti la misura della sorveglianza speciale: provvedimenti fortemente limitativi della libertà personale (con sacrificio dei diritti di riunione ed espressione e manifestazione del pensiero) e di movimento (con la sospensione della patente di guida).

Nel recente passato, amministratori pubblici locali così come politici nazionali, proprio a seguito di incontri con tali attivisti hanno più volte espressamente dichiarato che il grave problema dell’emergenza abitativa non può essere ridotto a una questione di ordine pubblico. Ciononostante, nel corso dell’ultimo anno si è registrato, da parte della Questura di Roma, un inusitato e reiterato ricorso alle misure di prevenzione nei confronti di attivisti delle realtà associative per il diritto alla casa, dall’avviso orale fino alla proposizione, in ben sette casi, della sorveglianza speciale.

L’utilizzo di questo tipo di armamentario, costruito fondamentalmente per il contrasto e la repressione del fenomeno mafioso e utilizzato invece nella specie al fine di comprimere e di fatto negare diritti fondamentali del vivere civile e sociale, è senza dubbio alcuno preoccupante. Al di là dei rischi immanenti di incostituzionalità – da tempo denunciati dalla gran parte della dottrina – dell’intero sistema delle misure di prevenzione per contrasto con i principi della riserva di legge, della tassatività, della non colpevolezza e dell’eguaglianza, pare di cogliere una concezione del diritto della prevenzione come diritto punitivo del sospetto, con l’elusione delle garanzie sostanziali e processuali.

Quando al centro della valutazione giudiziaria si fa rientrare la presunta personalità “antagonista” dei proposti e dalla loro militanza politica si farebbero discendere i comportamenti di rilevanza penale, la valutazione di stampo preventivo assume particolare delicatezza: in discussione rientrano allora non solo la presunta capacità di mettere a repentaglio la sicurezza pubblica ma, soprattutto, i principi costituzionalmente tutelati della libertà di esprimere le proprie opinioni e di associarsi insieme ad altri per sostenerle.

Il rischio di una torsione delle misure preventive e di un loro – improprio – utilizzo quali strumenti di controllo del dissenso e del conflitto sociale si fa così sempre più concreto. E laddove le misure preventive assumano una indebita funzione surrogatoria della sanzione penale, divenendo la “stampella” di questa, ad essere messo in discussione è il rispetto del principio di legalità, ossia l’accertamento delle specifiche situazioni di pericolosità attraverso un rigoroso rispetto degli indici tassativamente previsti dal legislatore.

In mancanza di accertamento giudiziale delle condotte lamentate, in buona sostanza, si finisce per ricorrere alle misure di prevenzione proprio per aggirare le garanzie sostanziali e processuali, connesse all’accertamento dei reati, in tutti i casi nei quali, in mancanza del raggiungimento della prova certa della colpevolezza, ci si deve accontentare di sanzionare (meno gravemente) il dubbio. Così facendo, si realizza esattamente una torsione delle misure preventive ed un loro utilizzo quale strumento di controllo del dissenso e del conflitto sociale. Ciò che, dal punto di vista amministrativo, potrebbe essere definito come un eccesso, ovvero uno sviamento di potere.

Torsione evidente ed allarmante quando, come nel caso di specie, certamente provata risulta la presenza dei due attivisti a tavoli ufficiali di dialogo con partiti politici nazionali, istituzioni politiche comunali, provinciali, regionali, nonché con i vari Prefetti di Roma che si sono avvicendati nel tempo, mentre oggettivamente inconsistente la presenza degli stessi in mobilitazioni a cui sono seguiti disordini (come ad esempio la manifestazione “No Expo”) tenutesi lontano da Roma. Attribuire perciò la qualifica di soggetti socialmente pericolosi a due lavoratori impegnati nel volontariato sociale in aiuto di persone svantaggiate, attivisti dei movimenti sociali e costanti interlocutori politici delle autorità politiche ed amministrative locali ad ogni livello, protagonisti del percorso istituzionale di approvazione della recente delibera della Giunta della Regione Lazio che riconosce il diritto a coloro che abitano “immobili pubblici o privati impropriamente adibiti ad abitazione” (così le delibera 110/2016 Giunta Regione Lazio —approvata all’unanimità— e 50/2016 del Commissario comunale Tronca) all’assegnazione di una quota di alloggi di edilizia popolare, risulta un’evidente forzatura.

Non riteniamo che si possa chiedere ai Tribunali di giudicare una dinamica sociale. Tanto più quando le denunce giungano in ragione del fatto di essere persone note e riconoscibili, per aver sempre agito una politica pubblica, per essere stati i referenti nei rapporti con le istituzioni. Ritenere oggi pericolose socialmente due persone perché, come espresso nelle richieste, hanno partecipato a manifestazioni anche sfociate in disordini non è accettabile. A meno che non si intenda far rispondere personalmente gli stessi di ogni comportamento di ogni singolo manifestante, o peggio, ricondurre a loro di tutte le dinamiche che si determinano in momenti di piazza.

Laddove i “precedenti di polizia” addotti a sostegno delle misure richieste, pur quantitativamente non scarsi, siano qualitativamente inconsistenti (o addirittura riguardino persona incensurata) e difettino del necessario requisito dell’attualità, deve valere l’importante principio del nostro stato di diritto chiaramente espresso nella sentenza n. 177/80 della Corte costituzionale: “Il materiale probatorio ritenuto inidoneo o insufficiente per affermare la responsabilità penale in ordine a talune fattispecie di reato non può essere diversamente valutato quando si tratti di accertare, per l’applicazione di misure di prevenzione, la sussistenza del medesimo atto di preparazione”.

*** Hanno aderito allo stato attuale: Luigi Ferrajoli, Professore emerito di Filosofia del diritto; Livio Pepino, già Sostituto Procuratore presso la Corte di Cassazione; Antonello Ciervo, Avvocato, Ricercatore di Diritto Pubblico Università di Perugia; Daniele Nalbone, giornalista; Franco Russo, Associazione Forum Diritti/Lavoro.

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Movimenti. La resistenza degli occupanti, la solidarietà degli attivisti dei centri sociali e della sinistra politica e diffusa, la decisiva mediazione dell’assessore all’urbanistica di Roma Paolo Berdini hanno impedito lo sgombero della casa dei precari, dei giovani e dei disoccupati Alexis nel quartiere Ostiense a Roma. Un protocollo d’intesa ha stabilito lo spostamento dei precari in una rimessa dell’Atac, nel frattempo partirà il recupero della struttura. Gli attivisti dovrebbero tornare al termine dei lavori. Dopo innumerevoli sgomberi è la prima esperienza di resistenza riuscita nella Capitale

La resistenza degli occupanti, la solidarietà degli attivisti dei centri sociali e della sinistra politica e diffusa, la decisiva mediazione dell’assessore all’urbanistica di Roma Paolo Berdini hanno impedito lo sgombero della casa dei precari, dei giovani e dei disoccupati Alexis nel quartiere Ostiense a Roma. La casa prende il nome da Alexandros Grigoropoulos, uno studente quindicenne ucciso da un poliziotto greco il 6 dicembre 2008 nel quartiere Exarchia ad Atene, nei giorni delle mobilitazioni contro le politiche di austerità. Il grande artista Blu ha concepito un murale che rappresenta la vita metropolitana, e di strada, con volti, macchine e catene della nostra vita quotidiana. La facciata, a pochi passi dalla Centrale Monte Martini trasformata in un museo, oggi è un’opera d’arte.

Lo sgombero era nell’aria da settimane al punto da avere allertato gli attivisti. Il 2 dicembre avevano organizzato un’assemblea dove è stato rilanciato il progetto di recupero dell’ex rimessa Atac, occupata da quattro anni, che è stato fatto rientrare intelligentemente nella delibera regionale per l’emergenza abitativa approvata sia dalla Regione Lazio che da Roma Capitale.

Ieri mattina alle sette e mezza si è presentata la polizia con i vigili urbani per eseguire uno sgombero e creare una nuova crisi abitativa e politica per la giunta Raggi. Sul tavolo una richiesta di sequestro preventivo per una presunta inagibilità della struttura avanzata dal Gip su richiesta dell’azienda municipale dei trasporti Atac. Gli attivisti di Alexis, una ventina, hanno reagito immediatamente, costruendo barricate che hanno resistito il tempo necessario per fare convergere centinaia di cittadini che hanno bloccato il traffico sull’Ostiense e intavolare una trattativa. A tarda mattinata è stato stabilito un protocollo d’intesa che ha stabilito il trasferimento degli occupanti nella rimessa dell’Atac di via Della Collina Volpi, al Valco San Paolo, mentre lo stabile di Ostiense sarà riqualificato con i fondi di Regione e Comune. Il deposito Atac dove si trasferiranno gli attivisti ha una storia particolare. Occupato e più volte sgomberato negli anni, è stato ribattezzato dai movimenti con il nome di un partigiano romano: Sestilio Ninci.

Una volta conclusi i lavori, i precari potranno tornare a Alexis per continuare il loro progetto socio-abitativo che ospita anche la libreria «Piuma di Mare», un’aula studio, una trattoria popolare e sportelli di consulenza gratuita. Gli occupanti denunciano il furto di 2 mila euro dalle casse della libreria avvenuto durante il tentativo di sgombero. «La nostra ricchezza parla d’altro, non saranno questi soprusi a fermarci – scrivono in un comunicato – Niente di nuovo sotto questo cielo». Entro sette giorni partirà il tavolo con le istituzioni competenti che avvieranno concretamente il progetto di recupero. Oggi alle nove è previsto un primo incontro all’assessorato all’urbanistica. L’assessore Berdini farà da garante della transizione. A chi, più tardi in Campidoglio, gli ha chiesto perché non avesse partecipato a un incontro sul nuovo stadio della Roma, Berdini ha risposto: ««Perché c’è stato uno sgombero a Roma, non so se vivete in questa città…».

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***“No allo sgombero di Alexis, l’alternativa alla gentrificazione a Roma”

Movimenti. Gli attivisti della casa dei precari, dei giovani e dei disoccupati nel quartiere Ostiense denunciano il rischio di uno sgombero. In un quartiere universitario meta di pellegrinaggi cinematografici e della gentrificazione, Alexis è un presidio di cittadinanza per attività mutualistiche, cooperative e culturali. Parte la campagna di mobilitazione

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