Movimenti

Quattro in cella nel Justizvollzugsanstalt Billwerder di Amburgo, mentre il neo-maggiorenne è detenuto a Jork nella Bassa Sassonia. Sono i giovani italiani arrestati il 7 luglio durante le manifestazioni contro il G-20: Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto, 25 e 32 anni, del centro sociale Liotru di Catania, i siciliani Riccardo Lupano e Emiliano Puleo, il giovanissimo bellunese Fabio Vettorel. Per la 23enne Maria Rocco di Cesiomaggiore (Belluno) le porte del carcere di Amburgo si sono riaperte l’11 agosto.

I cronisti del magazine tv Panorama e della Sueddeutsche Zeitung hanno verificato il video della polizia che contrasta con i verbali ufficiali a disposizione della magistratura. «Due bengala lanciati verso la piazza e uno sulla strada troppo lontano dagli agenti per configurasi come tentativo di assalto». E ancora: «Quello che non si vede è un singolo lancio di pietre o una sola bottiglia». Nel report del vice capo della polizia federale, invece, si legge di un «attacco massiccio e mirato con bottiglie, petardi e bengala».

Così Martin Dolzer, portavoce del Dipartimento Giustizia della Linke di Amburgo, continua ad insistere per la liberazione dei cinque italiani, gli unici ancora detenuti fra i 59 indagati per violazione dell’ordine pubblico: «L’impressione è che la magistratura soddisfi le esigenze del ministro dell’interno De Maiziere (Cdu) e del sindaco di Amburgo Scholz (Spd) a dure condanne, senza la presunzione di innocenza».

La senatrice Laura Puppato (Pd) ha invece sollecitato il governo Gentiloni ad agire in modo ufficiale nei confronti delle autorità tedesche: «I due ragazzi bellunesi erano a volto scoperto in un corteo autorizzato. L’arresto è scattato mentre proteggevano un’altra ragazza feritasi durante una carica di polizia. Nel caso di Vettorel dopo settimane di carcere preventivo non è stata formalizzata un’accusa».

Racconta Jamila Baroni, madre di Fabio che si è trasferita ad Amburgo in modo da poter seguire da vicino la vicenda giudiziaria: «Ha potuto effettuare una telefonata solo dopo 35 giorni di carcere. Gli è vietato scrivere o ricevere lettere. Sono riuscita a vederlo mercoledì scorso: sta bene fisicamente, tuttavia è nervoso e molto provato nel morale perché non si spiega il motivo della sua detenzione». Nella casa di reclusione, Fabio ha scontato un regime davvero speciale: «Tutte le visite autorizzate dal tribunale, ma in presenza della polizia con un interprete. Tutta la posta in uscita e in entrata acquisita dalla procura, tradotta e controllata. Tutti i pacchi sottoposti agli stessi controlli». E paradossalmente, nonostante qualsiasi modulo sia solo in tedesco e gli agenti penitenziari non comunichino in inglese, Jamila Baroni ha «scoperto» solo il 5 agosto l’impiegata responsabile dei detenuti stranieri che parla italiano.

E dal fascicolo della magistratura tedesca affiorano «suggestioni» tutt’altro che in sintonia con la procedura penale. Si parla di «aiuto psicologico» ai comportamenti violenti e il giudice capo della prima sezione penale, Marc Tully, descrive Fabio Vettorel come ispirato da «violenza profonda», con «tendenze criminali» frutto di «carenze educative».

Di ben altro tenore, la presa di posizione di Christiane Schneider, vice-presidente del Parlamento di Amburgo: «Se la rappresentazione di Panorama e Sueddeutsche Zeitung è corretta, allora abbiamo a che fare non solo con una presunta azione di polizia sproporzionata, ma anche con una falsa dichiarazione davanti alla commissione interna. Allora è tanto più forte la richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta».

FONTE: Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi, IL MANIFESTO

di Roberto Ciccarelli

Sei italiani sono agli arresti dal 7-8 luglio ad Amburgo per avere partecipato alle manifestazioni contro il G20 di Amburgo: Fabio Vettorel e Maria Rocco di Feltre, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto di Catania, Riccardo Lupano e Emiliano Puleo. Gli attivisti sono stati arrestati insieme ad altre 51 persone. Oggi in carcere ne restano 35, 22 tedeschi e 13 stranieri. Cinque arrestati italiani si trovano nel carcere di Billwerder. Il sesto, con un’età inferiore ai 21 anni, è detenuto nel carcere di Hanöfersand.

Martin Dolzer (Linke) sostiene che «la maggior parte degli stranieri hanno accuse minori rispetto ai tedeschi che sono stati rilasciati. Persino l’offerta di una cauzione o la residenza in Germania in attesa del processo non hanno favorito il loro rilascio finora». Ad alcuni di loro è stato proibito anche l’accesso alla biblioteca «perché i manifestanti non hanno bisogno di leggere».

«È un caso di abuso dei diritti umani e un segnale che lo Stato prova a punire i manifestanti provenienti da altre nazioni, in contrasto con la legge tedesca ed europea – aggiunge Dolzer – In nessun caso sono emersi elementi probatori tali da giustificare il trattenimento in carcere dei nostri connazionali – aggiunge Erasmo Palazzotto (Sinistra Italiana) – Nel caso di Maria Rocco, la ragazza è stata tratta in arresto mentre portava soccorso ad una ragazza ferita con una frattura scomposta alla gamba».

A sostegno degli arrestati è partita una campagna di solidarietà. Sono stati organizzati presidi a Roma, Milano, Venezia, Palermo e Catania; una petizione del circolo «Peppino Impastato» di Rifondazione a Partinico ha raccolto oltre 1400 firme; la campagna «Scrivimi» dell’Osservatorio contro la Repressione invita a inviare lettere agli arrestati; Pd, Sel e Movimento 5 Stelle hanno presentato tre interrogazioni parlamentari al governo italiano che non ha risposto. Il prossimo 6 agosto è prevista un’altra manifestazione a Amburgo.

«Nel cuore dell’Europa è stato creato uno stato di eccezione – sostiene Eleonora Forenza, eurodeputata dell’Altra Europa – Io stessa sono testimone del comportamento folle della polizia ad Amburgo dato che sono stata arrestata con altre 14 persone perché parlavo italiano e indossavo una felpa nera. E questo nonostante avessi mostrato il tesserino di parlamentare. Il comportamento del governo tedesco, e dell’ambasciata in Italia che si è rifiutata di riceverci è vergognoso, non intendono rendere conto di quanto sta accadendo».

Una legge ha inasprito i poteri della polizia tedesca una settimana prima del G20. È stata presentata un’istanza alla Corte Costituzionale per dichiarare illegittima la legge. La sentenza potrebbe arrivare solo tra due o tre settimane, mentre i ragazzi rischiano di restare agli arresti fino a sei mesi. Il giudice ha negato la libertà in cambio di una cauzione di 5 mila euro e i domiciliari in Germania perché ci sarebbe un «pericolo di fuga».

«A carico di mio figlio – afferma Pippo Rapisarda, padre di Alessandro, di ritorno da Amburgo – c’è un disturbo della quiete pubblica e tentata lesione. Accuse che non giustificano la carcerazione preventiva. Ho chiesto agli avvocati se la polizia italiana avesse mandato una segnalazione a quella tedesca. Non risulta nulla. Gli stessi tedeschi si sentono oppressi da questo comportamento. Sono molto amareggiato. Il governo italiano non ha ancora risposto alle interrogazioni. Alessandro ha perso il lavoro. A settembre rischia di non potersi iscrivere alla laurea specialistica. Stiamo premendo sull’ambasciata per trasferire con gli altri l’altro catanese che non parla le lingue, ma ad oggi non lo hanno trasferito. Questa situazione mi ricorda le leggi speciali degli anni Settanta in Italia».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Il saluto d’inaugurazione del Festival Alta Felicità è giunto in val Susa dalla ministra dei trasporti Elisabeth Borne

«Per i grandi progetti, c’è la pausa. Anche il tunnel Lione – Torino è oggetto di revisione generale». Il saluto d’inaugurazione del Festival Alta Felicità è giunto in val Susa dalla ministra dei trasporti Elisabeth Borne che oggi dovrebbe comunicare ufficialmente a Roma al suo omologo  Graziano Delrio, la decisione del Presidente Macron di «mettere in pausa» il progetto Torino-Lione, finanziato al 40% dalla Ue e il 35% dall’Italia: «quindi dobbiamo parlarne con i partner».

L’AMORE NON TRIONFA più tra Francia e Italia sulla madre di tutte le grandi opere: e non solo sui tratti nazionali, bensì sul ricco tunnel di base. Che, per altro, come si evince dalla ripartizione dei costi fatta della ministra francese, ricade prettamente sulle spalle dell’ignaro contribuente italiano a cui ogni sera, puntuali come le gocce di veleno, vengono somministrate le immagini della «invasione» che starebbe rovinando la patria.

È la politica Frankestein di Emmanuel Macron, che giunge nel duecentenario «dell’anno senza estate» del grande romanzo di Mary Shelley: questa volta ai suoi fieri sostenitori italiani, Partito Democratico in testa, il presidente francese ha riservato ciò che non si sarebbero mai aspettati.

Ma il cielo è sereno in val Susa in questi giorni: spirano da nord venti freschi che annunciano un bellissimo fine settimana, durante il quale si svolgerà il Festival Alta Felicità, giunto alla seconda edizione.

DOPO IL SUCCESSO dello scorso anno, che vide giungere in val Susa quarantamila partecipanti da tutta Italia, quest’anno il programma raddoppia. Tre giorni di musica, spettacoli, dibattiti, escursioni montane e arte in quel di Venaus, delizioso paesino oggetto dei duri scontri che nel dicembre del 2005 bloccarono l’apertura del maxi cantiere.

Il Festival dell’Alta Felicità non ha un biglietto d’entrata e non si paga per eventi più o meno speciali: è tutto gratis. Anche per chi vuole campeggiare. I fondi scaturenti dalla donazioni verranno utilizzati per coprire i costi delle spese giudiziarie inerenti oltre mille fascicoli giudiziari aperti dalla Procura di Torino.

Paolo Cognetti, recente vincitore del Premio Strega, Michela Murgia, Paolo Bettin, Wu Ming I, Marco Aime, Stefano Benni: questi i nomi di alcuni ospiti che animeranno gli incontri con il pubblico.

Sul versante musicale: Africa Unite, Lo Stato Sociale, Don Ciccio live showcas, Kutso, Fabrizio Consoli / Orchestra I «Cormorani» e molti altri.
Parola d’ordine: mobilità sostenibile. Quindi meglio raggiungere Susa o Bussoleno in treno e poi proseguire verso Venaus con le numerose navette a disposizione.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Torino. “Tesoro, parliamone.” “No, voglio un pausa di riflessione.” Hanno un sapore vagamente tragicomico le parole pronunciate ieri dalla segretaria di Stato ai Trasporti, Elizabeth Borne, che all’Assemblea Nazionale di Parigi ha annunciato che la Torino-Lione “rientra tra quei progetti oggetto di una pausa e di una riflessione annunciate dal presidente”. Come nelle coppie in cui uno dei due non ha il coraggio di dire “addio”, ci si affida alla più tragica e scontata delle circonlocuzioni.

La pausa di riflessione francese, non ancora commentata dai pasdaran del Tav italiani, non riguarda però il tunnel di base – la tratta internazionale – ma esclusivamente la sezione in territorio transalpino. Questo per ovvie ragioni, dato che il tunnel di base è pagato prevalentemente dall’Italia. E quindi a caval donato non si guarda in bocca.

Così, mentre i pochi operai del cantiere di Chiomonte scioperano – i lavori del tunnel geognostico che dovevano dare lavoro alle masse sono finiti e ora è tempo di sgomberare – si entra in una fase politica surreale.

In Francia, come noto, le posizioni critiche sulla Torino – Lione sono palesi: ma la volontà politica dell’ex presidente François Hollande ha sempre coperto l’accordo. Oggi che il nuovo presidente Emmanuel Macron vuole favorire “il trasporto di tutti i giorni”, la Torino – Lione finisce nel cassetto dei ricordi. In Francia, perché il Italia potremmo trovarci nella paradossale situazione che gli accordi internazionali firmati, a profusione, blindano in ogni caso un tunnel fuori scala che mette in collegamento due sezioni storiche.

Chissà cosa ne pensa Matteo Renzi, che un tempo fu contrario all’opera, pubblicamente, poi divenne favorevole.

Così, mentre la pausa di riflessione scuote trascina nel silenzio sconsolato il vasto mondo favorevole al grande opera per eccellenza, il Movimento Notav organizza la seconda edizione del Festival dell’Alta Felicità. A Venaus, dove nel dicembre di 2005 si compì la liberazione dei terreni occupati in un notte di violenza e sirene: l’ombra lunga di Genova copre da lunghi anni la val Susa.

Nel 2016 la prima edizione del Festival dell’Alta Felicità fu un successo strepitoso, con quarantamila persone in arrivo da tutta Italia per assistere a concerti, spettacoli teatrali, dibattiti di primordine. Tutto gratis, pure il campeggio, con facoltà di donazione “da ognuno secondo le proprie possibilità”.

I denari ricavati sono stati, e saranno anche quest’anno, destinati alla copertura di spese processuali e sanzioni economiche varie, ovvero l’intero apparato repressivo messo in piedi in questi lunghi anni di lotta.

Si inizia il 27 luglio e si termina dopo quattro giorni. La splendida val Clarea, laterale alla val Susa, sarà interamente chiusa al traffico. Per arrivare al sito del festival si utilizzeranno le numerose navette in partenza da Susa o Bussoleno.

Quattro giorni di musica, performances e dibattiti che avranno luogo in diverse aree naturali raggiungibili a piedi attraverso sentieri, opportunamente indicati, tra i boschi, i fiumi e le montagne della Valle di Susa.

Paolo Cognetti, recente vincitore del Premio Strega, Michela Murgia, Paolo Bettin, Marco Aime, Stefano Benni: questi i nomi di alcuni ospiti che animeranno gli incontri con il pubblico. Sul versante musicale: Africa Unite, Lo Stato Sociale, Don Ciccio live showcas, Kutso, Fabrizio Consoli / Orchestra I “Cormorani” e molti altri.

Un festival con ampi aspetti politici, che vuole dimostrare che il territorio può essere risollevato dall’oblio – la val Susa attraversa una profonda crisi industriale – con la valorizzazione delle risorse culturali e naturali.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

 

Globalizzazione e altermondialismo

Da molti punti di vista e su non pochi aspetti, il cambio del secolo sembra aver chiuso fuori dalla porta Storia e storie, memoria individuale e memoria collettiva. Con un congruo anticipo, del resto, un economista conservatore, Francis Fukuyama, era arrivato a teorizzare proprio la fine della Storia. Contemporaneamente, i suoi colleghi di università e docenza, i “Chicago boys” di Milton Friedman, fornivano le basi dottrinarie di quel processo neoliberista centrato su privatizzazioni, liberalizzazioni, smantellamento dei sistemi di welfare, deregulation e messa in mora di poteri e controlli pubblici tuttora in corso. Si affermava così la regola del Washington consensus e cominciavano le politiche di “aggiustamento strutturale”, cui la troika di allora (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Dipartimento del Tesoro USA) assoggettava prima l’America Latina e poi altre aree e Paesi cosiddetti in via di sviluppo, attraverso l’imposizione di Programmi imperniati, appunto, su privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli alla spesa sociale, austerità, limitazione della spesa pubblica o obbligo di pareggio di bilancio.

Proprio com’è più di recente avvenuto, e sta avvenendo, alla Grecia e ad altri membri dell’Unione, veniva in quel modo messa in discussione la sovranità dei singoli Paesi, obbligati ad aprirsi agli investimenti delle multinazionali e alle loro delocalizzazioni produttive, finalizzate allo sfruttamento di manodopera a basso costo e alla massimizzazione dei profitti. In parallelo e di conseguenza, i diritti sociali, del lavoro, ambientali, ma anche i diritti umani, venivano vulnerati o fortemente ridimensionati, prima in quelle aree geografiche e, successivamente e tuttora, anche in Europa. Dove portasse quella strada divenne presto manifesto con il default dell’Argentina nel 2001.

A cavallo del cambio di secolo e in reazione a quelle dinamiche, e alle strategie sottostanti, prendeva corpo, forma e forza il grande movimento altermondialista (comunemente mistificato dai media mainstream sotto l’etichetta “no global”), nato nel 1998 e decollato l’anno successivo con le mobilitazioni contro l’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization, WTO) a Seattle.

Si trattò di una prima battaglia vincente, che ha piegato sino a renderla irrilevante la potentissima organizzazione sorta nel 1995 con l’obiettivo di abbattere ogni barriera tariffaria al commercio globale di merci e servizi. Un piccolo, micidiale, cuneo era stato ficcato negli ingranaggi della globalizzazione economico-finanziaria e della liberalizzazione commerciale, dunque nel potere e nei profitti delle grandi corporation. Un intollerabile inceppamento di una strategia da tempo lucidamente tesa a un nuovo ordine globale, dopo che quello bipolare precedente, stabilizzato dalla Guerra fredda e dalla divisione del mondo in blocchi, era venuto meno, franando su sé stesso. Un ordine spesso tragico, ma anche in alcuni tratti caratterizzato da rivoluzioni emancipative di popoli schiacciati dal colonialismo e da sistemi economici disumani, nonché, nella seconda metà del secolo, pure in Occidente, da grandi conquiste sociali, da un forte progresso delle forze del lavoro e da un significativo avanzamento di istanze democratiche e di libertà civili.

 

La seconda potenza mondiale

Le vicende del luglio 2001 a Genova sono state la sanguinosa dimostrazione di come quel governo sovranazionale non possa tollerare interferenze e di come conservi memoria – lui sì – e timore dei processi di emancipazione, conquiste e progressi avvenuti nel secolo scorso. In quelle giornate genovesi si sono confrontate senza mediazioni due visioni del mondo. È in quel momento che le ragioni della forza iniziano a prevalere sulla forza della ragione: una “macelleria messicana” a esecuzione italiana e regia internazionale, una inequivocabile manifestazione dell’avvenuto – e costitutivo – divorzio tra democrazia e processi di globalizzazione, con gli orrori di Bolzaneto, le torture alla scuola Diaz e l’evidenza di apparati di polizia intrisi di cultura fascista e di omertà mafiosa, come hanno ben riscostruito una delle figure italiane più rappresentative di quel movimento e una delle vittime dei massacri (Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, L’eclisse della democrazia – Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova, Feltrinelli, 2011).

Tuttavia, ancora due anni dopo quel composito movimento globale dimostra una vitalità e dimensione sorprendenti: il 15 febbraio 2003 in ogni angolo del pianeta, contemporaneamente, si manifesta “Contro la guerra, senza se e senza ma”. Centodieci milioni di persone, un evento unico da sempre. Il giorno successivo il “New York Times” definisce quel movimento «la seconda potenza mondiale».

Quel movimento non esiste più, quanto meno nelle forme e forze di allora, pur se esistono encomiabili tentativi di tenerne in vita almeno intuizioni e tensioni con il World Social Forum, nell’agosto 2016 convocato a Vancouver.

Del “movimento dei movimenti” non si ricorda né l’origine, né la fine: nel quindicennale dell’uccisione di Carlo Giuliani solo una piccola e orgogliosa pattuglia di giovani ed ex giovani ha voluto ritrovarsi con i genitori di Carlo in quella piazza Alimonda, alcuni con ancora sul corpo le cicatrici di quei giorni di infamia istituzionale.

Se la seconda potenza mondiale si è frammentata, ammutolita e sin quasi dissolta, le sue ragioni sono più che mai attuali ed evidenti e le sue analisi continuano a costituire un giacimento anche di proposte, che magari negli Stati Uniti riescono a contaminare positivamente il programma di un candidato alle presidenziali come Bernie Sanders e in Spagna quello di Podemos, ma che in generale non sono riuscite a cambiare la politica e a influenzare le grandi scelte. Ciò non fa venire meno la rilevanza del fatto che hanno avuto ragione quelle associazioni, quei sindacati, quei pezzi di società che ammonivano sui rischi della finanziarizzazione dell’economia, sui pericoli connessi alla cessione di poteri e prerogative da parte dei governi e dei Parlamenti a favore di organismi privi di rappresentatività democratica come il FMI, la Banca Mondiale, la WTO. Che hanno contrastato prima la stessa Organizzazione Mondiale del Commercio e poi l’intervento militare in Iraq. Che hanno denunciato gli interessi privati dei George Bush, dei Dick Cheney e dei Donald Rumsfeld e le scelte criminali e complicità dei Tony Blair.

Oggi è il Rapporto Chilcot che documenta quanto quelle scelte interessate e scellerate abbiano devastato e destabilizzato l’intero Medio Oriente. Ci sono voluti sette anni e decine di milioni di sterline per portare a termine l’inchiesta commissionata nel 2009 dal governo britannico a una Commissione guidata da sir John Chilcot e tradotta in un Rapporto sviluppato in ben 12 volumi, ufficializzando quel che il movimento, e quel po’ di giornalismo indipendente che ancora faticosamente sopravvive, denunciava a chiare lettere e ad alta voce da subito, ovvero la volontà preordinata e rapace di dare il via a un intervento militare ingiustificato e capzioso.

 

La destabilizzazione del mondo e gli interessi delle corporation

Nel frattempo, la guerra di Bush e Blair ha prodotto, solo in Iraq, oltre un quarto di milione di morti, destabilizzando a catena tutta l’area, sino alla guerra siriana, divenuta, oltre che un mattatoio e un deserto di rovine, la causa principale delle ondate migratorie che, a loro volta, stanno contribuendo a destabilizzare la già fragile Unione dell’Europa.

Allo stesso modo e su un altro piano, solo apparentemente meno cruento e disastroso, gli avvenimenti mondiali, con la crisi scoppiata nel 2007, hanno dimostrato la fondatezza dell’analisi di quel movimento e, all’inverso, il fallimento di una globalizzazione fondata sulla libertà assoluta delle corporation e della grande finanza. Così come gli studi scientifici registrano con evidenza crescente quanto fossero centrati e realistici gli allarmi sul degrado del pianeta, sui cambiamenti climatici e sui loro drammatici effetti, già presenti e futuri.

Insomma, quel movimento diceva e spiegava che i grandi mali che stanno deteriorando le condizioni di vita e compromettendo il futuro sono tutti intrecciati tra loro: diseguaglianze, guerre, migrazioni, olocausto ambientale, diritti umani. Verità confermate dai fatti nel quindicennio successivo, ma ancora negate e avversate. Prenderne atto, infatti, comporterebbe il mettere radicalmente in discussione il sistema e l’attuale modello, in ogni sua articolazione.

Così come il trauma dell’11 settembre 2001 non ha portato a resipiscenze, ma anzi è stato strumentalizzato per destabilizzare il mondo e per annichilire quel movimento antisistema che voleva cambiare il mondo senza prendere il potere, così la crisi economica in corso dal 2007 invece di portare a un drastico ridimensionamento del potere della finanza speculativa che l’ha provocata, sta traducendosi in un’accelerazione dei processi tecnocratici, da un lato, e populistici, dall’altro, che stanno modificando in radice in senso autoritario e antidemocratico le istituzioni rappresentative, a partire dal quadro europeo.

«L’ultimo quarto di secolo ha segnato il trionfo della globalizzazione dei mercati e della finanza internazionale, divinità inique di una società ingiusta. Poteri opachi e irresponsabili, molto più potenti dei governi nazionali, fuori da qualsiasi controllo che abbia una parvenza di democrazia. Totem intoccabili e vendicativi davanti a i quali si è prostrato il pensiero debole delle élite sia in Europa che in America […] il paradosso delle nostre democrazie: stanno entrando una dopo l’altra in crisi attraverso l’esercizio più democratico che vi possa essere, il voto popolare. È già accaduto con il referendum britannico, può accadere negli Stati Uniti di Trump, è in incubazione nella Francia di Marine Le Pen. Altro che sistemi elettorali e riforme costituzionali, intorno a cui ci arrabattiamo noi italiani» (Luigi Vicinanza, Quando le religioni si sostituiscono alla politica, “L’Espresso”, 28 luglio 2016).

A distanza di qualche lustro, insomma, nell’epoca del dominio incontrollato della finanza e per colpa dei suoi effetti, il mondo e l’Europa sono scossi e messi a rischio dal ritorno delle piccole patrie e delle frontiere blindate, dai populismi contagiosi e avvelenati di una democrazia che si autoerode. Mentre in alto il capitalismo diventa sempre più globale e imperiale, in basso lo spaesamento diventa arroccamento identitario e perimetrazione egoistica.

(dall’Introduzione al 14° Rapporto sui diritti globali , Ediesse editore. Scarica qui l’introduzione integrale)

Il giorno del giudizio è vicino, almeno per Maria Rocco. Al contrario di Fabio Vettorel, infatti, la 23enne feltrina fermata e poi tradotta in carcere ad Amburgo durante le proteste contro il G20, ha già una data per l’udienza di fronte al giudice tedesco.

Si terrà domani, con il sostegno dell’avvocato difensore. Non potrà affiancarla invece la madre, che aspetta da sabato di poter incontrare la figlia, invano. Jamila Baroni invece ha aspettato pazientemente fino a ieri per risentire il figlio 18enne, sapere che sta bene, che non gli è successo niente di brutto.

«Inizialmente mi hanno chiamata per chiedermi il nome dell’avvocatessa, visto che con il trasferimento nel carcere minorile alcune carte sembrano essere andate perse», racconta la donna, «poi la direttrice gli ha concesso 5 minuti per parlare con me e questo mi ha molto sollevata. L’ho sentito tranquillo, mi ha detto che non ha subito violenze e ha ribadito la sua innocenza e la versione dei fatti raccontata da Maria».

Ovvero che i due sono stati bloccati dalla polizia a seguito di una carica mentre cercavano di soccorrere una giovane con una frattura esposta al piede. «Mi ha detto che si è dichiarato prigioniero politico», racconta la donna, sorridendo di uno dei pochi aneddoti di questa brutta e ancora molto ambigua faccenda.

Nemmeno oggi è dato sapere quali siano i capi di imputazione contro i due giovani, rei per il momento solo di aver manifestato il loro dissenso contro il tavolo internazionale tra i poteri più industrializzati e influenti del pianeta. «Al momento si trova in una cella da solo e ha chiesto di poter ricevere alcuni libri», conclude Baroni, «nella sua situazione non può incontrare altri detenuti. Era un po’ frastornato, ma sta cercando di affrontare la cosa con fermezza. Oggi potrà incontrare l’avvocatessa. Ancora non so quando potrò incontrarlo».

Di Maria Rocco invece si sa poco altro, perché non ha più potuto comunicare con l’esterno ma anche perché si trova in un’altra struttura detentiva.

Per manifestare la loro vicinanza ai compagni «ingiustamente reclusi», ieri pomeriggio i ragazzi del Postaz hanno organizzato un presidio con musica e due striscioni esortativi in largo Castaldi, di fianco a porta Imperiale.

Un centinaio le persone andate e venute dal gazebo, alcune volti noti di altri centri, gruppi e partiti della provincia, altri passanti per caso, altri ancora giovanissimi.

Durante l’iniziativa è stato fatto un collegamento telefonico con Fabio del Berlin Migrant Strikers, che assieme ad altre 14 persone, tra cui l’europarlamentare italiana di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza, è stato detenuto per 24 ore.

FONTE: Alberto Domenichini, IL MANIFESTO

Si è inaugurata il 14 luglio la mostra di Romano Martinis «’77 quattro atti in bianco e nero» alla «Martincigh» di Udine (via Gemona 40), libreria antiquaria di Cristina Burelli che con l’occasione espone anche una scelta di libri di quella stagione.
Martinis grande viaggiatore di mete inconsuete, testimone di avanguardie come la beat generation o Kantor e il suo teatro da lui fotografato quando in occidente era assolutamente sconosciuto, presente durante tutta la stagione dei movimenti politici, ha reso emblematici alcuni di questi scatti che ci raccontano precisi momenti di cambiamento.
La scelta di queste foto, ci dice, nasce da una mostra che si fece alla Casa internazionale delle donne di Roma per ricordare Giorgiana Masi, uccisa il 12 maggio del ’77 da una calibro 22 proveniente da un’arma mai individuata.
Suddivise in quattro tappe, le immagini raccontano una sintesi di quel clima politico: «12 marzo 1977 a Roma. Gli arrestati»; «20 marzo 1977 a Montalto di Castro. La Festa della vita»; «12 maggio 1977 a Roma. Giorgiana Masi aveva diciotto anni»; «giugno 1977 a Roma. Corteo».
«Le immagini del 12 marzo sono immagini storiche, dice, per la prima volta sono state assaltate le armerie e inizia la lotta armata. Un poliziotto mostra i proiettili che ha in mano. Cosa fai lì, mi ha detto, io ho fatto il finto tonto e gli ho detto: ma guarda un po’ cosa stano facendo quelli, è tutto rotto. «Vuoi vedere?» ha aperto la mano mostrandomi un pugno di proiettili e io ho scattato e sono le foto degli arrestati faccia al muro: non si erano mai viste prima foto così in Italia. Questa del poliziotto con la racchetta da tennis in mano l’ho chiamata ’il tennista’ che chiude in maniera metaforica quella serata. Sequestravano quello che portavano via, canne da pesca, racchette, oltre a pistole e pallottole.
Dopo queste c’è la sequenza di Giorgiana Masi. La prima foto è quella di due poliziotti in piedi e uno mascherato con la pistola in mano accucciato dietro una macchina della polizia. È la foto che ha smentito Cossiga, poi la schiera in controluce, i razzi e alla fine le molotov e quattro o cinque giorni dopo la commemorazione a piazza Garibaldi dove si riconosce anche Narco Ferreri. Poi le cariche selvagge a Monteverde, una zona non abituale per le manifestazioni, drammatico trovare vie di fuga.
L’ultimo capitolo?
È giugno Lama porta i suoi operai in una grande dimostrazione a San Giovanni: nella prima gli operai, siccome c’era anche Autonomia che sfilava avevano messo dei camion per impedire il contatto tra le due parti. Le ultime due foto fatte in controluce sono importanti perché in una vedo il segno della pistola per la prima volta e le altre sono donne di Autonomia che tengono in alto il tesserino del sindacato con lo slogan: »Siamo noi i veri delinquenti, Lama e Cossiga sono innocenti» e facevano il gesto delle braccia ammanettate. Da una parte Lama e le istituzioni e dall’altra gli Autonomi e gli indiani metropolitani.
Le foto di Montalto di Castro sembrano una festa
Sono state scattate la settimana dopo gli arrestati. Era una piana verde, non c’era nulla e il movimento di protesta era organizzato dal principe che era il proprietario di quelle terre e faceva il verde per impedire l’insediamento della centrale nucleare. Lì è la prima volta che ho visto il simbolo del panda senza neanche la W doppia, credo sia la prima volta che compare quel simbolo.
Con l’assalto alle armerie cambia tutto per noi fotografi. Prima si poteva fotografare tutto, poi ci sono foto che avrebbero potuto mandare in galera, cominciava ad essere un atteggiamento meno libro per noi fotografi, anche di autocensura. Certe foto cominci a pensare di non doverle fare. Le foto di Giorgiana Masi ho dovuto consegnarle tutte alla magistratura, le hanno tenute un mese, sarebbe stato occultamento di prove.
Cambiava anche il mestiere di fotografo
Neanche prima avrei mandato foto evidenti. Io per esempio non fotografo foto di morti perché non vorrei che una madre vedesse la foto del figlio sul giornale. C’è una barriera che non voglio superare, non è censura è rispetto. Poi la metafora della morte credo che sia più forte della morte stessa.
In queste foto fai vedere la trasformazione della tensione dell’epoca
Ho fatto questa scelta: era tutto imperniato sulla giornata di Giorgiana Masi, ho pensato di aggiungere Montalto di Castro che sembra una roba felliniana con i suoi clown, le danze, la foto dell’arco contro il cielo che sembra che spari alla luna.
Poi cominciano gli arrestati con la faccia al muro. Quel giorno di Giorgiana Masi non ci sono stati tanti scontri su Ponte Garibaldi, era finito tutto, gli scontri erano avvenuti a Campo de’Fiori. Lì c’è stato forse un tentativo di creare qualcosa, ma su Ponte Garibaldi sembra un colpo sfuggito, un mistero. Noi eravamo abituati a vedere infiltrati armati, non era una grande notizia. La notizia nasce da un redattore del Messaggero che è andato per conto suo in piazza, vedeva queste persone in borghese con le armi, si è stupito ed ha montato il caso. Io avevo fatto tante foto, non avevo neanche stampato la foto del poliziotto in borghese che poi è uscita sull’Espresso e Cossiga non ha potuto smentire perché l’agente in borghese era mascherato e parlava con i due poliziotti in divisa. Quella è stata la foto definitiva.

FONTE: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

AMBURGO. Doppio successo per «Solidarietà senza confini», la manifestazione che ha chiuso cinque giorni di proteste contro il vertice dei G20 ad Amburgo.

Centomila per alcuni i partecipanti, 80mila per altri, 76mila nell’annuncio ufficiale degli scrupolosi organizzatori. Comunque tante e diverse persone hanno saputo sconfiggere la paura, creata da esponenti governativi e dai media nazionali e locali, dopo gli scontri della notte.

MIGLIAIA DI GIOVANI avevano infatti tenuto impegnate le forze dell’ordine per almeno quattro ore, tra venerdì e sabato, in un vero e proprio «riot urbano»: erette e incendiate diverse barricate nel quartiere di Sternschanze, la polizia tenuta lontana dal lancio di sassi e due supermercati interamente saccheggiati. Al di là del contributo di alcuni gruppi organizzati, è stato evidente il coinvolgimento attivo di migliaia di giovani abitanti di Amburgo, prevalentemente immigrati di seconda generazione, in una sorta di «carnevale di riappropriazione e autodifesa delle strade» dal dispositivo di militarizzazione, che si era visto all’opera negli ultimi giorni.
Solo verso le due del mattino gli apparati di sicurezza sono riusciti a riprendere il controllo della situazione: con ripetute cariche, l’uso degli idranti e il lancio massiccio di gas lacrimogeni e irritanti, ma anche con il rastrellamento di interi isolati, a mitra spianato, ad opera dei reparti speciali Sek.

PESANTE IL BILANCIO della nottata: secondo fonti ufficiali, sono 213 gli agenti feriti, un centinaio i manifestanti (ma molti hanno preferito rivolgersi per le cure alla Sani autogestita), per fortuna nessuno in modo grave, e 203 le persone fermate. Questo clima non ha scoraggiato, anzi, quanti si sono presentati, a partire dalle 11 di sabato mattina, in Deichtorplatz. La stessa composizione del corteo ha saputo esprimere tutta la ricchezza di contenuti della mobilitazione anti-G20. Ad aprire la marcia la rappresentanza delle delegazioni internazionali presenti ad Amburgo: tra questi i greci della rete Diktyo e del City Plaza occupato, i sindacalisti francesi di Sud-Solidaires, molti attivisti scandinavi e olandesi. Poi, forte di almeno 7.000 presenze lo spezzone delle comunità curde in Germania, molte donne e molti giovani, uniti sotto le parole d’ordine del «confederalismo democratico», pronti a difendere l’esperienza della Rojava autonoma e a denunciare le ambigue relazioni tra il governo Merkel e il regime del sultano Erdogan. Subito dopo, in più di diecimila, le attiviste e gli attivisti delle reti di movimento «post-autonome» tedesche, la «Sinistra Intervenzionista» e «Ums Ganze», protagonisti della giornata dei blocchi di venerdì e, a seguire, i gruppi autonomi e anarchici di «Welcome to hell».

PARTICOLARMENTE VIVACE, come da tradizione, il blocco dei tifosi del Sankt Pauli, il cui stadio è stato uno dei punti di riferimento per la preparazione nell’ultimo anno della protesta contro il vertice. Significativo lo spezzone dei movimenti dei migranti e delle associazioni di solidarietà, a partire da quelle impegnate anche nel Mediterraneo, come Sea Watch e Jugend Rettet, a marcare come la questione della libertà di movimento, dell’apertura dei confini e di un’accoglienza solidale e degna, sia tema decisivo di qualsiasi proposta politica globale. Poi arrivava l’arancione di Attac; le «tute bianche» dei movimenti contro i cambiamenti climatici e per una radicale conversione ecologica del sistema produttivo nella coalizione Ende Gelände; le bandiere rosse del partito die Linke; gli striscioni del sindacato Ver.di, dei metalmeccanici della Ig Metall e di alcune sezioni della stessa confederazione Dgb.

Un arcobaleno di colori e di proposte di rottura con il modello rappresentato dai Venti Grandi e in sostanza difeso da un corteo, «Hamburg zeigt Haltung», convocato dai socialdemocratici e associazioni collaterali in nome di un generico «sostegno ai diritti umani», che avrebbe voluto controbilanciare le contestazioni, ma che ha raccolto circa 4mila partecipanti.

DA SEGNALARE provocazioni della polizia: un attacco con gli idranti ai margini della piazza conclusiva e, soprattutto, diversi controlli, perquisizioni e fermi nei confronti di attivisti che venissero riconosciuti come «italiani, francesi o spagnoli». Inutili arroganze, a lavori del summit ampiamente conclusi, di cui ha fatto le spese anche l’europarlamentare della Lista Tsipras, Eleonora Forenza (poi rilasciata; mentre scriviamo altre persone sono ancora in stato di fermo).

Ma al di là di questo, la riuscita della manifestazione della «Solidarietà senza confini» ha degnamente concluso una settimana di mobilitazione e lotta capace di mostrare, in modalità assai differenti fra loro, un campo ricco di proposte alternative all’esito, semplicemente disastroso, del vertice dei G20. Come tali conflitti e tali alternative siano capaci di connettersi, convergere e costruire forza comune, in modo da riequilibrare, se non rovesciare, i rapporti di potere dati, è questione strategica ancora tutta da affrontare.

FONTE: Giuseppe Caccia, IL MANIFESTO

L’annullamento di gran parte del programma di attività “turistiche” previste per le e i consorti dei Venti Grandi, con estremo disappunto di Melania Trump, potrebbe essere considerato, a ragione, la cifra simbolica e materiale della prima giornata del Vertice dei G20 ad Amburgo.

Una lunghissima giornata, iniziata alle 6 del mattino, quando dai campeggi di Altona e di Entenwerder si sono mossi i diversi cortei delle “cinque dita” di BlockG20, l’azione simultanea di blocco degli accessi per “colorare la zona rossa”, promossa in particolare dalla rete della sinistra di movimento tedesca Interventionistische Linke con la partecipazione di molte delegazioni internazionali, dall’Italia e dalla Scandinavia sopra tutte.

Due i concentramenti previsti per le 7, a sud di fronte al molo portuale storico del Landungsbrücke e a est alla Berliner Tor. Massiccio l’intervento della polizia, con ripetute cariche sia contro i cortei che si muovevano verso il centro cittadino, sia sui presidi autorizzati appena da qui ci si è messi in marcia verso gli accessi della “zona blu”, la più vasta area dove è scattato per 48 ore il divieto a riunirsi in gruppi di tre o più persone.

In diverse situazioni gli “osservatori parlamentari” della Linke, tra cui Jan van Aken, deputato eletto proprio ad Amburgo e storico esponente dei movimenti antimilitaristi, sono dovuti intervenire per impedire che le forze dell’ordine utilizzassero la tecnica del Kessel, circondando e di fatto trattenendo all’interno di un quadrato di agenti consistenti gruppi di manifestanti.

E, paradossalmente, gli attacchi nei confronti di quanti si stavano dirigendo in corteo per i blocchi hanno sortito un effetto opposto a quello desiderato. Almeno seimila attivisti si sono dispersi in piccoli gruppi, trovando di volta in volta quali fossero le forme più efficaci per disturbare, ritardare e, in alcuni casi, bloccare i convogli di limousine e mini-van neri che, sotto scorta, stavano lasciando gli alberghi di lusso della Città Antica per recarsi alla Fiera sede del vertice.

Ad esempio un sit-in di duecento manifestanti sul ponte di Schwanenvik, a poche centinaia di metri dalla residenza della delegazione statunitense, ha provocato un ritardo di oltre mezz’ora per l’arrivo del presidente Trump all’incontro bilaterale col suo omologo russo Putin.

Verso le 10 una delle “dita” delle azioni di “disobbedienza civile” è riuscita addirittura a spingersi, nonostante ripetute cariche con pesante utilizzo di spray irritante, all’interno della “zona rossa”, scatenando il panico nell’apparato di sicurezza.

Contemporaneamente quasi mille persone prendevano parte, nella zona portuale a sud del fiume Elba, al “blocco della logistica” convocato per iniziativa della rete militante Ums Ganze!, con l’intenzione di utilizzare il palcoscenico offerto dal vertice per mostrare nella pratica la centralità dello sfruttamento del lavoro precario in questo settore, all’interno dell’attuale modello di accumulazione capitalistica.

Intorno alle 11 dal piazzale antistante la Stazione ferroviaria centrale si è posso un vivace corteo composto da più di duemila studenti medi, nonostante il Senato di Amburgo, guidato dal sindaco socialdemocratico Olaf Scholz – ironicamente ribattezzato “King Olaf” per le modalità autoritarie esibite nella gestione dell’evento G20 – avesse da settimane pubblicamente minacciato di ritorsioni disciplinari gli allievi che avessero oggi scioperato.

Un’ulteriore testimonianza del fatto che la contestazione contro il “summit dei Potenti” sia, al di là della campagna mediatica mainstream sui “professionisti della violenza venuti da fuori”, innnazitutto e profondamente radicata nel tessuto sociale della città anseatica.

Nel frattempo, all’aeroporto di Fuhlsbüttel si risolveva positivamente il caso degli attivisti bolognesi dei centri sociali TPO e Làbas minacciati di espulsione: dopo ventiquattro ore trascorse nella “terra di nessuno” dei terminal, e grazie all’intervento del Supporto Legale NoG20 e alle pressioni congiunte dei parlamentari della Linke e di Sinistra Italiana e di quelli europei del GUE, la Corte di giustizia di Amburgo ha deciso che non vi era alcun elemento che giustificasse il loro allontanamento forzato. Un precedente importante visto il crescente utilizzo, in tutta Europa, di simili arbitrarie “misure preventive”.

L’impatto delle proteste, fino a determinare una sorta di “ingovernabilità dello spazio urbano” per un pur sovradimensionato apparato di sicurezza è stato infine confermato dalla “seconda ondata” del pomeriggio: ne sono stati protagonisti almeno quindicimila giovani di Amburgo che si sono, in modo quasi sempre spontaneo, uniti agli attivisti organizzati.

Una nuova generazione che ha dato vita a diffusi momenti di contestazione, molto diversi dalle forme di protesta conosciute quindici anni fa dal movimento “no-global”: blocchi stradali un po’ dappertutto nei quartieri che circondano la “zona rossa”, la pratica di un vero e proprio “sciopero metropolitano” in continui piccoli momenti di scontro con la polizia che, da parte sua, non ha lesinato cariche violente e frequente utilizzo del getto degli idranti.

Ma “l’uso della violenza da parte della polizia – commenta Thomas Seibert, filosofo ed esponente dell’ISM e di DiEM25, nel bel mezzo delle barricate – è solo metà della storia: qui oggi si è vista una nuova ed eccezionale capacità di resistenza sociale. La situazione per tutti noi, in Germania come in Europa, è di nuovo aperta”.

FONTE: Beppe Caccia, IL MANIFESTO

Aspettando il vertice. Oggi giornata di disobbedienza civile. Un gruppo di attivisti bolognesi dei centri sociali Tpo e Làbas è stato fermato e verrà espulso

È stata una lunga nottata, quella appena trascorsa da Amburgo, nel quartiere di Sankt Pauli. Una notte di scontri per le strade, dopo che la polizia tedesca ha attaccato a freddo la manifestazione di «Welcome to Hell», coalizione principalmente composta da gruppi autonomi e anarchici.

LA TENSIONE è esplosa intorno alle 20 di ieri sera quando il corteo, peraltro autorizzato, ha iniziato a muoversi dal Fishmarkt lungo l’Elba. Superiore alle previsioni il numero dei partecipanti: non solo perché i circostanti quartieri vantano una lunga tradizione di lotte contro la speculazione immobiliare e la «gentrificazione», a partire dalle occupazioni di case della Hafenstrasse degli anni ’80 e ’90, e un profondo radicamento sociale della sinistra, istituzionale e non. Ma anche perché alla marcia di «Welcome to Hell» si sono uniti molti altri manifestanti, da Amburgo, dalla Germania, e anche giovani provenienti da tutta Europa, determinati a garantire il diritto a manifestare contro il G20. Erano oltre venticinquemila le persone in strada quando, dopo 500 metri di percorso, un impressionante schieramento di reparti speciali, agli ordini del ministro degli Interni anseatico Dudde, ha bloccato il corteo.

IL PRETESTO dell’«escalation» è stata la presenza di circa duemila persone col volto coperto, ma che stavano finora manifestando pacificamente. A questo punto hanno fatto la loro comparsa sette camion-indranti di ultima generazione e sono partite ai lati del corteo ripetute, violente cariche. La risposta dei manifestanti non si è fatta attendere: in molti si sono difesi lanciando bottiglie e sassi. Diversi gruppi si sono dispersi nelle vie circostanti, mentre altre migliaia hanno provato a sfilare in diversi cortei, in un continuo mordi-e-fuggi con la polizia e i suoi mezzi, anche corazzati. L’esito di ieri sera era del resto prevedibile, visto il tentativo di sgomberare i campeggi allestiti nei parchi cittadini e l’atteggiamento aggressivo tenuto dalle forze dell’ordine negli ultimi giorni.

A fare le spese di quella che la parlamentare della Linke Sabine Leidig ha definito una «militarizzazione mai vista e una inaccettabile restrizione dei diritti costituzionali», è stato nel pomeriggio anche un gruppo di attivisti bolognesi dei centri sociali Tpo e Làbas. Al momento del controllo dei passaporti, allo sbarco dall’aereo, sette di loro sono stati fermati e trattenuti, in attesa di essere espulsi e rispediti in Italia.

La motivazione ufficiale è che due di essi, incensurati, risultano segnalati come «manifestanti potenzialmente violenti». «Sarebbe gravissimo – commenta il deputato di Si Erasmo Palazzotto, intervenuto sulla Farnesina – se fosse confermata l’esistenza di una «lista nera» di persone politicamente attive, cui viene preventivamente negata la libertà di movimento in Europa. Non è certo questo il continente dei diritti che vogliamo costruire». Queste le premesse di un’altra giornata, oggi con l’apertura ufficiale dei lavori del vertice G20, che si annuncia difficile. Sono infatti convocate alle 7 del mattino le prime azioni di «disobbedienza civile», con due distinti blocchi ai principali accessi della «zona blu», oltre 38 km quadrati intorno alla Fiera dove si incontreranno i Venti Grandi e le 8mila persone di contorno tra staff e giornalisti.

L’OBIETTIVO è intralciare e ritardare l’arrivo delle delegazioni e boicottarne così praticamente gli incontri. E, contemporaneamente, si tenterà anche il blocco degli ingressi del porto per contestare le condizioni di «sfruttamento nel capitalismo della logistica». Alle 10.30 manifesteranno poi gli studenti delle scuole superiori (in sciopero dal momento che qui non sono ancora iniziate le vacanze estive).

IL RESPIRO PLANETARIO delle alternative proposte da movimenti sociali, organizzazioni non governative, sindacati e forze politiche progressiste di tutto il mondo è stato invece offerto dal «Summit per la solidarietà globale», che ha concluso proprio ieri sera i suoi lavori al Kampnagel con duemila partecipanti ad un incontro pubblico dedicato alle «nuove strategie contro il neoliberismo e l’estrema destra», dove sono intervenuti Srecko Horvat per DiEM25, il sindacalista della IG-Metall Hans-Jürgen Urban, l’intellettuale indiana Jayati Ghosh, Renata Avila della World Wide Web Foundation e il direttore della Fondazione «Rosa Luxemburg» Mario Candeias.
Alternative diffuse capillarmente e praticate quotidianamente, che già definiscono un’altra società e un’altra politica possibile, di fronte al «caos della governance globale», mostrato dalle estenuanti e inconcludenti trattative che, tra le diplomazie, stanno precedendo l’inizio del summit ufficiale, e che stanno trovando una plastica rappresentazione nelle strade di Amburgo.

FONTE: Giuseppe Caccia, IL MANIFESTO

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