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Giorgiana Masi fu assassinata quarant’anni fa, intorno alle 20 di una bella serata romana. Era appena arrivata all’altezza di ponte Garibaldi, dopo uno di quei pomeriggi di caos e battaglia che erano all’epoca frequenti. Aveva 18 anni, era una militante del movimento. Era inerme: la sua sola colpa era essere andata in piazza nonostante il divieto di manifestare per cinque settimane deciso dal prefetto su ordine del ministro degli Interni. Giorgiana stava scappando insieme a tanti altri: fu colpita alle spalle, stramazzò a pochi metri dall’estremità del ponte che porta verso Trastevere. Il fidanzato che la precedeva di pochi passi fu tra i primi a soccorrerla. La caricarono su una macchina. Morì prima di arrivare in ospedale.
Le forze dell’ordine erano a metà di ponte Garibaldi. Avevano espugnato la barricata che lo bloccava all’altra estremità, esitavano ad attaccare la seconda. Nessuno vide chi fu a sparare, ma le testimonianze furono unanimi e Giorgiana non fu la sola a essere colpita alle spalle. Gli spari partirono da lì. Quel giorno c’era in piazza, armato, un numero mai chiarito di poliziotti in borghese, furono immortalati in numerose fotografie, molti giornali fecero per una volta il dovere loro e sbugiardarono la versione addomesticata che negava l’innegabile.

FRANCESCO COSSIGA che era allora ministro degli Interni e che sostenne, forse mentendo, forse perché lui stesso ingannato, che in piazza di agenti travestiti da manifestanti non ce n’erano è tornato con la memoria a quegli anni decine di volte prima di scomparire. Di Giorgiana non ha quasi mai parlato nelle tante interviste o nelle memorie. In privato sostenne che si era trattato di «fuoco amico», e forse se ne era convinto davvero perché fare i conti con i sensi di colpa non è mai facile, ma messo alle strette ammetteva che si trattava solo di un’ipotesi.

Anche se i radicali non hanno mai smesso di ricordare Giorgiana e Marco Pannella fece l’impossibile per inchiodare la polizia e Cossiga alle loro responsabilità, lui stesso di Giorgiana parlava poco e malvolentieri. Sostenne fino all’ultimo che la decisione di sfidare il divieto per celebrare il terzo anniversario della vittoria referendaria sul divorzio e raccogliere le firme per una nuova ondata di referendum era stata giusta e che non avrebbe esitato a fare la medesima scelta in circostanze analoghe. Non c’è ragione di dubitare della sua parola, ma se non un rimorso di certo un dolore profondo se lo portava dietro.

SU QUELL’OMICIDIO ormai antico e non dimenticato ha scritto un libro Concetto Vecchio, firma pregiata di Repubblica: Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano (Feltrinelli, pp. 226, euro 18). È un bel libro, a cui non rendono giustizia le anticipazioni a effetto centrate sull’intervista a Giovanni Santone, l’agente di polizia le cui immagini in abiti civili e con la pistola in pugno impazzano da decenni. Vecchio, che all’epoca del fatto aveva sette anni, pur avendo alle spalle un libro sul ’77, cade in un certo numero di equivoci quando parla del Movimento, come quando parla di autonomi «infiltratisi» nelle manifestazioni, modello black block da vulgata, o come quando scrive che Lama all’università di Roma, nell’episodio chiave di quell’anno, «voleva invitare gli studenti a non disperdere nella brutalità la loro forza». Ma se la cornice è scrostata, il quadro è invece nitido, soprattutto nella prima parte del libro, e agghiacciante anche a 4 decenni di distanza.

Pur senza mai dirlo apertamente, Concetto Vecchio racconta e descrive perfettamente una giornata quasi unica nella storia della Repubblica, perché quel giorno, per molte ore, la democrazia fu sospesa, proprio come sarebbe avvenuto 24 anni dopo, il 21 luglio 2001 a Genova: le botte e gli insulti ai parlamentari, gli agguati e gli attacchi contro manifestanti ancora inoffensivi, la presenza massiccia e illegale di agenti in borghese armati, i colpi d’arma da fuoco sparati sin dal primo pomeriggio, e poi le bugie, le reticenze, gli inganni.

GLI AGENTI, come disse Cossiga, «erano inaspriti». Volevano vendicare il collega Settimio Passamonti, ucciso in uno scontro di piazza il 21 aprile. Il Pci premeva sul ministro perché si dimostrasse più fermo. Cossiga decise di lasciar fare, e in fondo importa poco sapere se lo fece coscientemente o chiudendo gli occhi

Chi abbia materialmente premuto il grilletto per uccidere Giorgiana non si è mai saputo e non si saprà. Ma dietro il suo omicidio non c’è nessun mistero, e in realtà, nonostante il titolo, il libro di Concetto Vecchio lo dimostra.

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Speciale Il Manifesto. Il movimento del 1977, 40 anni dopo. Passare a «contropelo» il ’77 significa tornare al presente. Per liberarlo dal futuro che è stato e riaprire lo scarto con il possibile. Con gli stessi attrezzi di allora, quelli rubati dagli arsenali dei padroni: la vita e la sua riproduzione come terreno del conflitto, il reddito contro il lavoro, la cooperazione fuori dall’impresa, gli affetti sottratti al valore, il desiderio ben sopra la sua misura, la democrazia radicale e l’auto-governo contro i populismi. Nell’epoca neoliberale si afferma una libertà che coincide con il suo opposto: l’auto-sfruttamento. Dal movimento che ha annunciato il futuro gli antidoti alla «post-democrazia» e l’alternativa al lavoro compulsivo e iper-precario

Il passato si fa nel presente. Sarebbe dovuta andare diversamente la rivoluzione che il ’77 ha annunciato. È il tempo verbale dell’epoca neoliberale: il condizionale passato, tempo del rimpianto, chiude il possibile che non è stato, ma resta comunque possibile, e rende ciò che siamo il risultato delle scelte sbagliate. È la logica del default e dell’impresa di sé, del fallimento della volontà e della colpa del debito, che misura successi e insuccessi sul capitale di vita investito, al momento giusto. Il ’77 apriva con un gesto d’azzardo: qui e ora sta il riscatto dei desideri, questa è la forma della libertà delle mani fuggite al lavoro di fabbrica. Aboliva il futuro per consegnarci il presente, per sempre.

Settantasette. La rivoluzione che viene titolava un libro DeriveApprodi uscito in occasione del ventennale del movimento nel 1997, ancora non del tutto parassitato dagli effetti del neoliberismo. Quella rivoluzione persistente – prolungatasi fin dentro gli anni Ottanta, come segnalava la «Talpa del giovedì» pubblicata da Il manifesto il 26febbraio 1987 – che chiudeva il Novecento con la sua politica e le sue ciminiere, nella svolta linguistica della forza lavoro avrebbe trovato il modo di creare le istituzioni politiche e produttive del tempo nuovo? Nel rovesciare i soggetti, di mettere al mondo nuove forme di vita? Nel riprendere il lavoro, di continuare la strada per rifiutarlo?

Così non pare sia andata: la punta più avanzata di un’esperienza di libertà collettivamente vissuta nell’Occidente finiva rincorsa e raggiunta sul suo stesso terreno, quello di un desiderio che sarebbe diventato merce e di una felicità collettiva destinata a pochi. Il sé imprenditore passava a prendersi le opere dell’autonomia e nella svolta bifida si imboccava il tornante sbagliato. Benvenuti nell’età dell’ambivalenza nella quale da allora restiamo.

Il futuro tornava sdoppiato a produrre rimpianto per il lavoro sicuro e le istituzioni del buon governo e a consolare di soddisfazione i ritrovati individui, di nuovo padroni di sé. Le differenze immaginate e disegnate, dei generi e dei relativi valori d’uso, dei piaceri e dei corpi, entravano nella grande distribuzione insieme agli psicofarmaci. E l’affollato bar di «untorelli» del IV episodio di Guerre Stellari finiva regolato dall’Impero, o in mano allo Jedi di turno.

I predicatori di morale, anche politica, oggi ammoniscono ex post che tutto era previsto: passata la misura tocca rientrare nel limite, unico antidoto alla fuga in avanti di un desiderio sfrenato finito in bocca al capitale. Il vizio sarebbe stato di fondo, persino in quel marxismo eretico italiano colpevole di badare al cervello sociale e non più alle mani callose, alle istituzioni del comune da inventare invece che a prendersi lo Stato.

Quarant’anni dopo, passare a «contropelo» il ’77 significa tornare al presente. Per liberarlo dal futuro che è stato e riaprire lo scarto con il possibile. Con gli stessi attrezzi di allora, quelli rubati dagli arsenali dei padroni: la vita e la sua riproduzione come terreno del conflitto, il reddito contro il lavoro, la cooperazione fuori dall’impresa, gli affetti sottratti al valore, il desiderio ben sopra la sua misura, la democrazia radicale e l’auto-governo contro i populismi.

Proprio perché è possibile leggere la cosiddetta politica dell’età «postdemocratica» nella quale abitiamo come l’effetto della controrivoluzione, sociale, culturale e politica, che ha preso il nome di neoliberismo, occorre tornare a prima che arrivasse il futuro, a quell’infanzia duratura che il ’77 ha per noi spalancato, per vivere il presente nelle opere dell’amicizia.

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Leggo in questi giorni diversi articoli sul movimento giovanile che è passato sull’Italia nel 1977, quarant’anni fa, breve e intenso come una folata di vento. Non mi riconosco in questi articoli. Mi sembra non parlino di quanto ci dicevamo, pensavamo e sentivamo io e i miei amici in quegli anni lontani. Io non so fare analisi storiche e sociologiche e non voglio confondere la mia esperienza personale, mia e di qualche amico, con un fatto storico. Ma allora erano molti gli amici intorno a me che sentivano come me, e da qualche parte ci sono ancora. Scrivo qualche riga per loro, i miei tanti amici di allora, e anche per chi magari è curioso di sentire un ricordo diverso.

Alcuni di quegli amici hanno un ricordo magico e mitico di quegli anni. Un momento intensissimo di scambio, sogni, entusiasmo, voglia di cambiare, voglia di costruire insieme un mondo diverso e migliore; lo ricordano con nostalgia intensa, fino a rendere grigia l’immagine di quella che è stata la vita poi. Per me non è così. Avevamo vent’anni, e a vent’anni la vita è spesso splendida e rovente, almeno nel ricordo. Non è il profumo della storia, è il profumo della giovinezza. Per me quegli avvenimenti sono stati sì magici e bellissimi, ma perché sono stati l’inizio, perché ne ho tratto delle cose. Hanno aperto un percorso. Non hanno reso la vita successiva meno colorata: sono stati la scoperta collettiva di colori che sono rimasti con me. Certo, l’anno successivo al 1977 è stato vissuto da molti di noi come una disfatta. La voglia luminosa di cambiare il mondo, che ci era sembrata per un attimo aprire possibilità vere, si scontrava contro la realtà. Naufragava, prima colpita dalla reazione delle istituzioni, quella che allora chiamavamo la repressione; poi sconcertata per la violenza di quello che adesso chiamiamo terrorismo. Eravamo in tanti a dirci e sapere bene che la lotta armata in Italia non avrebbe portato a nulla di buono, che era solo una reazione estrema e sciocca, in realtà disperata, a sogni che si chiudevano. I «compagni che sbagliano», lo sapevamo in tanti, erano ragazze e ragazzi con un senso morale più assoluto degli altri, e, come purtroppo spesso accade, accecati da questo. Noi volevamo altro, e per un momento, insieme, in tanti, avevamo pensato fosse possibile. Che fosse possibile andare in quella direzione.

I rivoli della storia

Quale direzione? I grandi sogni hanno la caratteristica che quando svaniscono sembrano inconcepibili. Talvolta nella storia i sogni più inconcepibili si realizzano: contro ogni aspettativa dei realisti, la rivoluzione francese abbatte il predominio dell’aristocrazia, il cristianesimo conquista l’impero romano, un allievo di Aristotele conquista il mondo e i suoi amici fondano biblioteche e centri di ricerca, i seguaci di un predicatore arabo cambiano l’ordine del pensiero di centinaia di milioni di persone, eccetera eccetera. Più spesso, grandi sogni si scontrano contro la forza del quotidiano, durano pochissimo o poco, crollano, vengono dimenticati. Sono i tanti rivoli della storia che, bene o male, non portano da nessuna parte. I movimenti del Trecento per una chiesa povera, le comunità utopiche del XVIII secolo, o il sogno egualitario del comunismo sovietico; oppure le fantasie naziste che appassionavano tanto la gioventù, forse oggi il Califfato… Ma più spesso ancora quello che succede è più complesso, e la storia segue percorsi tortuosi. Il Direttorio elimina Robespierre, Wellington batte Napoleone, e il re di Francia torna sul trono: la rivoluzione ha perso… Ma ha perso davvero? Il movimento delle suffragette per il diritto di voto alle donne è sconfitto al tempo della prima guerra mondiale. Ma ha perso davvero? I movimenti storici sono fatti di idee, giudizi etici, passioni, modi di vedere il mondo. Spesso non vanno da nessuna parte. Talvolta però lasciano tracce che continuano ad agire in profondità sul tessuto mentale della civiltà, la cambiano. La nostra civiltà, l’insieme dei valori in cui crediamo, è il risultato di molti sogni, di molti che hanno saputo sognare intensamente al di là del presente.

Il movimento del ‘77 italiano non è comprensibile da solo. È stato un’espressione tarda, non certo l’ultima, ma una delle ultime, consapevole di questo, e per questo intensa, di uno di questi grandi sogni che ha spazzato non l’Italia ma il mondo intero per un breve ventennio che va dagli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta. Sono stati anni in cui una parte considerevole della gioventù del mondo intero ha sognato e sperato intensamente di poter cambiare la realtà sociale in modo molto radicale. Non è stato certo un movimento di pensiero strutturato e coerente, anzi, era disperso in mille rivoli. Ma nonostante le grandi diversità, tutti questi rivoli sentivano con assoluta chiarezza di appartenere allo stesso fiume, dalle piazze di Praga alle università di Città del Messico, dal campus di Berkeley a Piazza Verdi a Bologna, dalle comuni hippie rurali e urbane della California ai guerriglieri sudamericani, dalle marce cattoliche per il Terzo mondo agli esperimenti dell’anti-psichiatria inglese, da Taizé a Johannesburg, nella strepitosa differenza di atteggiamenti specifici, c’era un reciproco intenso riconoscimento di appartenere allo stesso grande fiume, di condividere uno stesso grande sogno. Di «lottare», come si diceva allora, per un mondo molto diverso. Era il sogno di costruire un mondo dove non ci fossero forti disparità sociali, non ci fosse dominio dell’uomo sulla donna, non ci fossero confini, non ci fossero eserciti, non ci fosse miseria. Era il sogno di sostituire la collaborazione alla lotta per il potere, di lasciarsi alle spalle i bigottismi, i fascismi, i nazionalismi, gli identitarismi, che avevano portato le generazioni precedenti a sterminare cento milioni di esseri umani durante le due guerre mondiali. I sogni si spingevano lontano: un mondo senza proprietà privata, senza gelosia, senza gerarchie, senza chiese, senza Stati potenti, senza famiglie chiuse, senza dogmi, libero. Dove non avevamo bisogno degli eccessi del consumismo, e si lavorava per il piacere di fare, non per lo stipendio. Solo a nominare oggi queste idee sembra di parlare di delirî. Eppure eravamo in tanti a crederci, in tutto il mondo. In quegli anni ho viaggiato molto, in diversi continenti, e ovunque incontravo giovani con questi stessi sogni. Di questo parlavamo i miei amici ed io in quell’anno, il 1977. Non certo della paura del precariato. Se vogliamo ricordare qualcosa di quegli anni, è questo che io ricordo.

Una grandissima famiglia

Vivevamo in case aperte. Si dormiva un po’ qui e un po’ là. Sapevamo bene che l’eroina è pericolosissima e chiunque avesse un po’ di cervello se ne teneva lontano. Ma sapevamo anche che marijuana e Lsd non lo sono, e si offriva uno spinello con la semplicità con cui si offre un bicchiere di vino. L’Lsd era tutt’altro: un’esperienza potente e importante, da trattare con attenzione e rispetto, ma che poteva insegnare molto. L’occupazione principale, come è d’uso per ogni gioventù, era innamorarsi e disperarsi per amore; ma il sesso era moneta quotidiana, un modo per incontrarsi e conoscerci con tutti, dell’altro sesso come del proprio. Era preso sul serio, come il centro della vita, quasi con religione.

E come per ogni religione, di sesso e amore si voleva riempire la vita. E di amicizia, di musica, di inventarsi modi di essere insieme, diversi da quelli grigi e competitivi delle generazioni precedenti. Si provava a vivere in comune, si provava a non essere gelosi, si provava a condividere. Ci si azzuffava e ci si disperava come in ogni famiglia, ma il senso di essere una grandissima famiglia sparsa per il pianeta, era forte: una grandissima famiglia che si adoperava insieme, come esploratori delle stelle, a costruire un mondo nuovo, molto diverso… Io mi sono sempre immaginato che le comunità quacchere dei primi coloni europei in America, i compagni di Gesù in Palestina, i primi cristiani, i giovani italiani del Risorgimento, i compagni di Che Guevara in Bolivia o gli allievi di Platone nell’Academia… si sentissero un po’ così…

Quel mondo non l’abbiamo costruito, non c’è ombra di dubbio. La disillusione è arrivata presto. Alcuni dei progetti li abbiamo abbandonati perché ci sono sembrati sbagliati. Molti altri semplicemente perché sono gli altri che hanno vinto. La plausibilità di quei sogni si è sciolta per la mia generazione come neve al sole. Ci siamo separati, ciascuno è andato nella vita seguendo una sua strada.

È stato inutile sognare? Non credo. Per due motivi. Il primo è che per molti di noi quei sogni hanno rappresentato il nutrimento fertile su cui costruire la vita. Alcuni di quei valori sono rimasti radicati dentro di noi e ci hanno guidato. La libertà di pensiero estrema di quegli anni, in cui tutto sembrava possibile ed esplorabile e qualunque idea sembrava modificabile, è stata la sorgente per cui molti di noi hanno fatto quello che poi hanno fatto nella vita. Il secondo motivo non so se sia credibile o no. Ma esiste lo stesso. Spesso nella storia i sogni di costruire un mondo migliore sono stati sconfitti. Ma hanno continuato a lavorare sotterraneamente. E alla fine hanno contribuito a cambiare davvero. Io continuo a credere che questo mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di estreme disparità sociali, di bigottismo, di gruppi nazionali, razziali, locali, che si chiudono nella propria identità gli uni contro gli altri, continuo a credere che questo mondo non sia l’unico mondo possibile. E forse non sono il solo.

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Un libro importante e complesso quello di Luca Falciola, Il movimento del 1977 in Italia (Carocci, pp. 270, euro 33). Siamo lontani anni luce dalle ricostruzioni velate di nostalgica memoria, come dai giudizi schematici che assimilano quel movimento alla lotta armata, il tutto racchiuso (e liquidato) nella definizione «anni di piombo».

Quello di Falciola è invece un libro di storia: non un libro che narra la storia del movimento, ma che ricostruisce la cornice economica, sociale, politica e culturale di quegli anni. Un libro che, insieme ad altri saggi dello stesso autore e di studiosi/e di generazioni non coinvolte in quelle vicende, offre un approccio libero dai vincoli del passato.

L’interesse dal punto di vista storiografico è quello per un momento di passaggio e di rottura, la fine degli anni ’70, decisivo nella vicenda nazionale. In questo contesto «il movimento del ’77 si profila come un’ultima avanguardia che resistette – o provò a resistere – ai processi di depoliticizzazione e di privatizzazione già avviati nella società e persino in una parte del mondo giovanile di sinistra.

COME IN TUTTI i buoni libri di storia, l’autore fa un largo ricorso alle fonti primarie: non solo quelle prodotte dal movimento, ma anche le carte di polizia ormai accessibili nell’Archivio centrale dello Stato e l’archivio del Pci. Proprio riguardo allo scontro tra il Pci e il movimento, inevitabilmente centrale in qualsiasi lettura di quell’anno, Falciola segnala in maniera convincente lo scarto tra un’analisi sociologica, antropologica e culturale sofisticata, e le soluzioni che il Pci faceva rigidamente discendere dai propri valori fondanti e dalle proprie parole d’ordine, ovvero l’esortazione alla partecipazione politica, il senso di responsabilità istituzionale e l’etica del lavoro.

Ben curate sono le pagine del libro sulla cultura del movimento, tema normalmente affrontato limitandosi all’area del trasversalismo bolognese e alle radio libere. Falciola, invece, analizza a fondo l’influenza esercitata dalle riflessioni sulla «microfisica del potere» di Foucault, sulle «macchine desideranti» di Deleuze e sui «bisogni» della Heller. L’autore coglie in maniera intelligente l’ambiguità di queste influenze che pur teorizzando una soluzione collettiva dei bisogni e dei desideri dell’individuo erano interne al cambiamento in atto che si allontanava dai principi del solidarismo e che poi, dopo la sconfitta politica del movimento, proseguirà con il trionfo dell’individualismo.

CENTRALE NEL LIBRO è, inevitabilmente, il discorso sulla violenza. Falciola è lontano dalle ipotesi che schiacciano totalmente le vicende del movimento su quelle della lotta armata, anche se la riduzione del movimento quasi esclusivamente alle vicende dell’Autonomia operaia organizzata porta l’autore a citare spesso le tesi di studiosi, come ad esempio Angelo Ventura, che vanno in tutt’altra direzione.

Fortunatamente nella sua analisi sulla violenza politica l’autore ci risparmia citazioni di volantini e riviste che dovrebbero individuare antiche responsabilità morali risalenti almeno a Raniero Panzieri se non prima. Caso mai a volte le sue riflessioni sono sorprendenti al contrario, come quando afferma che nel 1977 «la violenza fece prepotentemente irruzione nel discorso politico e si diffuse in modo pervasivo tra i militanti». Ora, se è un’ottima scelta quella di non avventurarsi nella ricerca di «grandi vecchi», appare un po’ bizzarro mettere tra parentesi bombe, stragi e strategia della tensione, lo scontro quotidiano fra l’estrema sinistra e i neofascisti e la gestione della piazza, sia da parte dei movimenti che delle forze di polizia.

UN’ULTIMA OSSERVAZIONE riguarda lo stile del libro. Falciola ritiene che uno dei limiti della narrazione sul ’77 sia «un eccesso di estetica», riferendosi all’uso di un linguaggio a volte tipico dello stile narrativo di quegli anni: osservazione corretta. Basta però ricordarsi che la scelta del linguaggio non è mai una scelta neutra: basta leggere le pagine del libro che elencano le cause della crisi economica, oppure la ricostruzione degli avvenimenti più drammatici di quell’anno.

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Radio libere

Quarant’anni dalla nascita delle prime radio libere che hanno cambiato, per sempre, il linguaggio comunicativo nel nostro paese. Radio 6 teca, il canale web di RadioRai che propone un viaggio quotidiano attraverso teatro, storia, letteratura, economia, società, costume, sport, scienza, cinema, dedica all’anniversarioa sabato 12 marzo uno speciale in dieci puntate ideato e realizzato da Andrea Borgnino, sotto il titolo: 1976-2016: Quarant’anni di radio libere viste da Radio Rai.

Era il 1976 quando in varie città d’Italia accendevano i ripetitori le prime radio libere: emittenti indipendenti formate di solito da un piccolo gruppo di persone che grazie ad un trasmettitore riempivano la banda fm con nuovi suoni e voci.

Nello stesso anno nascono emittenti come Radio Popolare o Radio Alice, le prime trasmissioni di Alice partono il 9 febbraio da una soffitta di via Pratello, nel centro di Bologna, dove la radio ha trovato la sua sede, grazie a un trasmettitore militare che era stato utilizzato, durante la seconda guerra mondiale, su un carro armato americano.

Tra i suoi fondatori Franco Berardi detto Bifo, che in un’intervista a Raistoria racconta la genesi: «Radio Alice nacque da un collettivo di studenti e di giovani operai da persone che stavano sperimentando un processo di trasformazione e di partecipazione sociale sempre più intensa. La scoperta di trasmettere come possibilità di parlare con un più ampio pubblico, era l’inizio di una trasformazione del rapporto tra società e tecnologica che negli anni successivi si è sempre più ampliato.

In qualche modo Radio Alice e non solo quella, le radio libere in generale, furono una prima sperimentazione di quella che è diventata la rete. La connessione tra radio e telefono la possibilità per i tempi di intervenire nel flusso comunicativo».

La redazione venne chiusa il 12 marzo 1977, dopo l’irruzione della polizia che arrestò tutti i presenti con l’accusa, poi rivelatasi infondata, di avere diretto via etere gli incidenti di piazza all’indomani dell’uccisione dello studente Francesco Lorusso, ucciso con un colpo alla schiena durante uno scontro con i carabinieri.

Lo speciale di Borgnino ripropone gli interventi al meeting delle emittenti democratiche di Napoli del 1978 con le voci delle decine di radio libere di tutto il paese. Insieme alla nascita della «federazione delle emittenti democratiche»,? raccontata nel 1977 da Altrimenti Insieme, ?su Radio1, che raccoglieva decine di esperienze di radio di tutto il paese alla ricerca di condivisione e di modelli espressivi e comunicativi.

E da una puntata del 26 gennaio 1978 riascoltiamo le storie delle emittenti libere di Milano come Radio Popolare, Radio Milano International, Radio Canale 96 e Radio Nova, con la voce diretta dei loro protagonisti. Ascolto in streaming sul sito: www.radio6teca.rai.it

77

Se  la trasmissione della memoria storica è un valore (ed è discutibile che lo sia), la generazione politica degli anni ’70 ha clamorosamente mancato l’obiettivo. Tonnellate di carta stampata (ma molto meno pellicola almeno qui) hanno restituito un’immagine distorta e a volte rovesciata della realtà in più punti. Del «decennio rosso» è stata puntualmente esaltata la seconda metà, in realtà una parabola discendente, a scapito della fase montante 1968-73, quella che ha rovesciato come un guanto, dal basso, l’Italia. Le Brigate rosse, realtà trascurabile e ininfluente nel ciclo montante del conflitto operaio e sociale, si sono affermate nel ricordo viziato dalla propaganda, come il logico coronamento del conflitto esploso alla fine dei ’60, un po’ come se il più aspro e prolungato conflitto sociale nell’occidente del dopoguerra fosse solo un prologo all’avventura brigatista, che ne ha invece rappresentato il sanguinoso e fragoroso e tuttavia mesto epilogo.

La stessa operazione di sottile e spesso non inconsapevole falsificazione ha spinto a identificare «il 77» con l’anno di grazia 1977, dunque esclusivamente con i fatti di Roma e di Bologna, tagliando fuori le realtà in cui «il ’77» è arrivato prima, come a Milano nel 1976, o dopo, come a Torino nel 1979. Invece proprio in quelle metropoli operaie il ’77 si rivela in maniera più esplicita come l’insorgenza non solo di un (allora) nuovo movimento studentesco ma di una (tuttora) nuova composizione di classe, destinata a dilagare e a diventare norma nei decenni successivi.
La rete offre una possibilità corposa di intervenire su quelle distorsioni della memoria, di solito non inconsapevoli ma mirate e permesse proprio da un controllo massiccio sui media che la rete permette di incrinare.

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Così la lunga intervista realizzata da Officine Multimediali e dal suo portavoce Maurizio «Gibo» Gibertini a Chicco Funaro sull’esperienza milanese della rivista Rosso e del gruppo di militanti che le si era sedimentato intorno permette di allargare e approfondire la visuale sul ’77 anche per chi di quegli anni non può avere alcuna esperienza diretta. Il titolo, il pane, le rose … e il Dom Perignon riassume, adoperando un esproprio di lusso ricordato da Funaro, uno scarto abissale tra Rosso la sinistra, anche rivoluzionaria, tradizionale.

Rosso, in origine, era la rivista del Gruppo Gramsci di Milano: più sofisticata e colta della media delle pubblicazioni di movimento senza arrivare ai livelli spesso esoterici delle riviste più addottorate. Ma la vera esperienza di Rosso nasce nel ’74, quando l’area del Gramsci che aveva rifiutato l’adesione ad Avanguardia operaia si unì con alcuni militanti provenienti da Potere operaio, scioltosi l’anno prima, tra cui lo stesso Funaro.

È lui a illustrare la parabola di una rivista e di un gruppo capaci nei tre o quattro anni successivi di dare vita a una serie di sperimentazioni estreme a tutti i livelli: sul fronte organizzativo con il rifiuto dell’organizzazione «partitica» che era allora propria di tutte le organizzazioni di sinistra, parlamentari e no; sul fronte della militanza attiva con una serie di azioni che allora erano vissute come scioccanti anche da una parte del movimento, come gli espropri dei generi di lusso nei supermercati; sul fronte teorico, con la scoperta di una nuova forza lavoro operaia svincolata dalla catena di montaggio, sparsa sul territorio, priva di garanzie anche minime, tale dunque da rapportarsi con l’intero tessuto metropolitano come i fratelli maggiori con la fabbrica.

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Con la scoperta e l’esaltazione del «diritto al lusso» al posto del pauperismo moralistico, con il rifiuto dell’organizzazione gerarchica a fronte della struttura massimamente rigida, con l’attenzione privilegiata alla nuova composizione di classe invece dell’ossessione per i ceti operai più tradizionali, Rosso, e l’intera Autonomia che si muoveva sulla stessa lunghezza d’onda, erano l’opposto delle Br.
L’intervista a Funaro fa parte di una serie, Storie operaie organizzata da Officine Multimediali con l’obiettivo non solo di salvaguardare la memoria, ma anche di restituirne la verità sempre più dimenticata. Obiettivo ambizioso.

La morte di Renato Zan­gheri, intel­let­tuale, sto­rico ed eco­no­mi­sta che fu anche sin­daco della città di Bolo­gna, mi rat­tri­sta per ovvie ragioni umane, ma anche per­ché sono costretto a para­go­nare l’epoca pre­sente con quella in cui io e tanti altri liti­gammo con Zan­gheri.
Liti­gammo per tutti gli anni Set­tanta, a Bolo­gna come altrove, ma forse a Bolo­gna più spesso, dato che la città in que­gli anni sem­brava un tea­tro nel quale con­fron­tare idee. Con Zan­gheri, e con altri diri­genti del Par­tito comu­ni­sta ita­liano, era pos­si­bile liti­gare, discu­tere, acca­pi­gliarsi, per­ché erano por­ta­tori di un pen­siero. Nell’epoca pre­sente il con­fronto con i poli­tici di governo è reso impos­si­bile dal fatto che essi non sono por­ta­tori di alcun pen­siero. La poli­tica è oggi mera appli­ca­zione di regole mate­ma­ti­che scritte dal sistema finan­zia­rio.
Se penso a colui che fu sin­daco di Bolo­gna nella seconda parte degli anni Set­tanta e si trovò quindi a fron­teg­giare la rivolta degli stu­denti e dei gio­vani pro­le­tari, il primo ricordo che mi viene in mente non è un bel ricordo.

Nel marzo del 1977, rivol­gen­dosi alle forze di poli­zia man­date dal mini­stro degli interni Fran­ce­sco Cos­siga, Zan­gheri disse: «Siete in guerra e non si cri­tica chi è in guerra».
Nei giorni pre­ce­denti le forze dell’ordine ave­vano ucciso uno stu­dente di medi­cina di nome Fran­ce­sco Lorusso spa­ran­do­gli alle spalle, ave­vano occu­pato la zona uni­ver­si­ta­ria con i mezzi coraz­zati, ave­vano arre­stato tre­cento per­sone e ave­vano chiuso una radio libera distrug­gen­done i locali.
Non c’era niente da cri­ti­care? Forse sì, ma quella era la poli­tica del com­pro­messo sto­rico cui Zan­gheri si piegò.
Lo scon­tro tra il movi­mento auto­nomo e il Pci rag­giunse il suo cul­mine nel 1977, e vide Zan­gheri assu­mere un ruolo cen­trale nella pole­mica, forse suo mal­grado. In quello scon­tro si scon­tra­vano due visioni del futuro, anche se ne era­vamo solo con­fu­sa­mente consapevoli.

Non credo che abbia senso chie­dersi: chi aveva ragione nel 1977? Il par­tito comu­ni­sta o il movi­mento auto­nomo? Non ha senso per­ché la sto­ria non fun­ziona in quella maniera. Men­tre cer­chi una solu­zione per il pro­blema, il pro­blema è cam­biato, e gli attori sono scom­parsi e quelli nuovi hanno altro cui pen­sare.
Eppure il senso gene­rale della pole­mica di que­gli anni oggi si potrebbe rias­su­mere cosi: il movi­mento auto­nomo pen­sava che lo sca­te­na­mento delle forze sociali è un fatto posi­tivo, per­ché inne­sca una dina­mica libe­ra­to­ria della cul­tura, della tec­no­lo­gia, della spe­ri­men­ta­zione. Il par­tito comu­ni­sta pen­sava che lo sca­te­na­mento è peri­co­loso e va represso per­ché la società va gover­nata dalla razio­na­lità della poli­tica.
Credo che il deva­stante trionfo del neo­li­be­ri­smo, negli anni imme­dia­ta­mente suc­ces­sivi, nasca pro­prio dal fatto che lo sca­te­na­mento era ine­vi­ta­bile e pieno di poten­zia­lità posi­tive, ma fummo inca­paci di fare del movi­mento ope­raio l’interprete poli­tico con­sa­pe­vole dello sca­te­na­mento delle forze sociali desideranti.

Mi è venuto spon­ta­neo ini­ziare la recen­sione de Il Sogno di Alice. Crea­ti­vità e suoni 1976–77 (ecom­mons, pp. 124, euro 16) di Felice Liperi sulle note di White Rabit dei Jef­fer­son Air­plane, brano di aper­tura della prima tra­smis­sione di Radio Alice. Il sag­gio in que­stione riper­corre la nascita delle radio libere nel Bel­paese – che diede il la alla più grande rivo­lu­zione lin­gui­stica avve­nuta nell’Italia del novecento.

La crea­ti­vità rivo­lu­zio­na­ria del pro­le­ta­riato gio­va­nile cavalcò l’onda sca­tu­rita dalla sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale del 28 luglio 1976 — che toglieva il mono­po­lio alla Rai con­sen­tendo la libertà di tra­smis­sione anche ai pri­vati – inva­dendo l’etere in un assalto al cielo con­sa­pe­vole che non c’è futuro.
Il sag­gio apre con la descri­zione dell’arretratezza dei lin­guaggi e delle pro­po­ste – soprat­tutto in ambito musi­cale – della radio e della tele­vi­sione di stato in Ita­lia: paese – tal­mente bac­chet­tone — che prima di que­sto decreto era stata capace di cen­su­rare, non solo i gio­vani can­tau­tori – De Andrè e Guc­cini — che rivo­lu­zio­na­rono la can­zone ita­liana, ma anche can­tanti nazio­nal­po­po­lari come Modugno.

L’autore prende giu­sta­mente le distanze dalla vul­gata sini­stronza che vede nella nascita della libera emit­tenza l’inizio – della pro­pria fine – dell’egemonia cul­tu­rale di cra­xi­smo e ber­lu­sco­ni­smo. Liperi rico­no­sce la rivo­lu­zione che moder­nizzò il paese inne­scata dal movi­mento del ’77, una potenza che accu­mu­lava forza gra­zie a un uti­lizzo altro del tele­fono, che per­met­teva un feed­back tra spea­ker e ascol­ta­tori e si avva­leva del micro­fono aperto. Per la prima volta gli ascol­ta­tori non sot­to­sta­vano al mes­sag­gio: erano il medium. Le forme di vita – attra­verso com­por­ta­menti sociali auto­nomi e dif­fusi – occu­pa­rono la modu­la­zione di fre­quenza strap­pando allo stato il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione, riap­pro­prian­dosi della diretta fino a quel momento appan­nag­gio delle sole messe nata­li­zie e par­tite di calcio.

Allora, una gene­ra­zione di non garan­titi — che diede vita a un inde­ci­fra­bile movi­mento — rivo­lu­zionò i lin­guaggi attra­verso la musica, la gra­fica, il fumetto libe­rando – per una breve sta­gione — l’infosfera (il futuro cyberspace).

Il Sogno di Alice è senza dub­bio un buon libro che con­si­glio alle nuove gene­ra­zioni per capire le ori­gini di con­sumi cul­tu­rali, stili e pra­ti­che anta­go­ni­ste che carat­te­riz­zano i movi­menti di oggi. Non sono d’accordo con la visione dico­to­mica di Liperi – a mio avviso sci­vola nella solita buca — di un set­tan­ta­sette diviso in crea­tivo vs vio­lento. Quel movi­mento aveva – come l’idra — un unico corpo e molte teste.

I versi di Man­fredi, Skian­tos e Gaz Nevada rac­con­tano, con iro­nia, la vio­lenza delle strade di quei giorni. Lo stesso fece il fumetto. Basti ricor­dare una delle prime sto­rie di Ran­xe­rox — dise­gnato da Tam­bu­rini – con gli spari del pro­ta­go­ni­sta sulla vec­chietta – con in tasca «L’unità» – che ha ven­duto agli sbirri il padre – e suo costrut­tore – lati­tante. Dis­sento dall’autore quando defi­ni­sce le ambien­ta­zioni metro­po­li­tane – pul­lu­lanti di dro­gati, tep­pi­sti e pro­sti­tute — del coatto sin­te­tico come anti­ci­pa­trici degli sce­nari di Gomorra. I lavori di Tam­bu­rini e Libe­ra­tore sono radi­cali, nello stile e nel pen­siero. L’opera di Saviano no. In ultimo, non mi sarei aspet­tato che un cri­tico musi­cale vedesse nella Banda Osi­ris – di dan­di­niana memo­ria — la con­ti­nua­zione dei mitici Skian­tos. Con­cludo con le parole di Radio Alice durante l’insurrezione di marzo: «Tutti abbiamo fatto le molo­tov. Tutti abbiamo lan­ciato le molotov».

Comin­cia con il rac­conto sur­reale di un bri­co­lage. Un tavolo fatto di lat­tine, con­ce­pito come arredo di una cella di San Vit­tore a Milano. Ma quando si parla di car­cere il sor­riso spa­ri­sce pre­sto dalle lab­bra. È l’avvio del libro di Alberto Magna­ghi Un’idea di libertà (Deri­veAp­prodi; del libro ha già par­lato Michele Spanò il 15 gen­naio. Oggi, la pre­sen­ta­zione a Milano. Appun­ta­mento alla Libre­ria Uto­pia, via Mar­sala 2, alle ore 19). L’autore viene messo in galera dopo aver messo in piedi, alla facoltà di Archi­tet­tura di Milano, uno dei cen­tri di ricerca e pro­get­ta­zione più inno­va­tivi sullo spa­zio civile ed eco­no­mico, agri­colo e urbano, sul ter­ri­to­rio. Rin­chiuso tra quat­tro mura è costretto a con­ti­nuare l’indagine sullo spa­zio ed osserva giorno dopo giorno come la costri­zione dello spa­zio fisico sia capace di scon­vol­gere lo spa­zio inte­riore, di alte­rare la facoltà per­cet­tiva, d’inaridire la dimen­sione emo­tiva, di con­di­zio­nare la memo­ria, il desi­de­rio.

La pecu­lia­rità dello spa­zio car­ce­ra­rio, costri­zione fisica den­tro un affol­la­mento, soli­tu­dine den­tro una costante vio­la­zione dell’intimità, assenza di suoni e sequela di rumori, è quella di saper ridurre il dete­nuto alla pas­si­vità. Si forma così pian piano una seconda pri­gione, forse più ango­sciosa della prima, per­ché è una pri­gione inte­riore. L’unico modo di sfug­gire, di eva­dere da que­sta pri­gione inte­riore, è la soli­da­rietà con altri dete­nuti. Facile a dirsi ma non per un dete­nuto poli­tico, non per uno che è stato di Potere Ope­raio un paio d’anni ma poi ha river­sato tutta la sua pas­sione civile nella ricerca e pro­get­ta­zione di un habi­tat sostenibile.

Un desi­de­rio collettivo

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Per un dete­nuto poli­tico la soli­da­rietà è anche con­di­vi­sione di scelte, di orien­ta­menti poli­tici, non può essere solo soli­da­rietà umana. E poi soli­da­rietà non è solo la parola buona, il pac­chetto di siga­rette, il gesto di ami­ci­zia, è tro­vare il gesto che inter­preta un desi­de­rio col­let­tivo. Magna­ghi si trova in mezzo a dete­nuti poli­tici che inten­dono que­sto gesto solo come gesto di guerra, lui il desi­de­rio col­let­tivo lo coglie nella cella dipinta di aran­cione, che tutti cor­rono a vedere, nel tavolo di lat­tine, rac­colte in una col­letta spon­ta­nea, nell’aliante, che vola oltre il cor­tile e fini­sce su una tet­toia, dove non puoi andarlo a recu­pe­rare altri­menti le guar­die ti sparano.

Poi la scena cam­bia di colpo. È nel brac­cio d’isolamento di Rebib­bia, il G8. Niente rumori, niente più grida, niente sporco o tracce di san­gue alle pareti, tutto ordi­nato. Non sei più un dete­nuto, sei un sor­ve­gliato spe­ciale, non ti deb­bono distrug­gere, ti deb­bono osser­vare. Anche i muri sono i loro infor­ma­tori, anche la lam­pa­dina sem­pre accesa. San Vit­tore, descritto fino a quel momento luogo di distru­zione e di degrado, diventa «umano», diventa fami­liare, diventa quasi un ricordo nostal­gico, l’affollamento viene ricor­dato come ele­mento vitale, l’ora d’aria come con­vi­vio. E ini­zia qui una seconda inda­gine sullo spa­zio, il car­cere diventa plu­rale, ce ne sono tanti. Dal G8 si passa al G7, sezione spe­ciale, dal G7 al G12, sezione nor­male. Si torna in mezzo alla gente, c’è aria di bor­gata. Dopo un anno e con la pro­spet­tiva di restarci assai il dete­nuto cam­bia, non è più il trauma del cam­bia­mento, è la ricerca dell’adattamento la molla che lo fa soprav­vi­vere. A segnare le sue gior­nate non è più la sen­sa­zione ango­sciosa che la pro­pria strut­tura inte­riore viene scon­volta ma l’accettazione della meta­mor­fosi, il «gal­leg­gia­mento nel vuoto», come scrive l’autore, la ras­se­gna­zione a un destino che si è com­piuto. È il secondo sta­dio della deten­zione. Il terzo è quello del riscatto, è quando nella mente s’insinua il mirag­gio dell’evasione, è il biso­gno di libertà. Ma per averla occorre pos­se­dere un’idea, ma per rag­giun­gerla occorre pra­ti­carla, a pic­coli passi, se si scarta l’idea della libertà con­qui­stata manu mili­tari o con il tun­nel sca­vato sotto il cor­tile. Un giorno a Rebib­bia manca l’acqua e fuori sono 40 gradi all’ombra. «Un flusso di comu­ni­ca­zione oriz­zon­tale ha per­corso, come un fre­mito, cia­scuno…. assem­blee di rag­gio, col­let­tivi, dele­gati, una rot­tura della cappa di piombo…». L’uomo torna ad essere una persona.

È un libro straor­di­na­rio che si chiude con l’immagine degli alianti, di cui Magna­ghi è esperto costrut­tore. Il loro volo silen­zioso rap­pre­senta splen­di­da­mente il desi­de­rio, l’idea, di libertà.

Ma la domanda che si fa chi prende in mano que­sto testo è: «Per­ché ripub­bli­carlo adesso? Trent’anni dopo la prima edi­zione!» Cos’è, archeo­lo­gia, redu­ci­smo? No, per­ché parla di un’epoca e di cir­co­stanze sulle quali ancora oggi qual­cuno costrui­sce delle nar­ra­zioni infami. Alle quali, per pigri­zia, per con­fu­sione men­tale, per indif­fe­renza, non diamo la giu­sta rispo­sta. Trent’anni dopo gli avve­ni­menti di cui parla il libro di Magna­ghi, un magi­strato, che ha avuto in quella vicenda giu­di­zia­ria un ruolo non secon­da­rio, ha sen­tito il biso­gno di tor­narci sopra: Gio­vanni Palom­ba­rini,ll pro­cesso 7 aprile nei ricordi del giu­dice istrut­tore (Il Poli­grafo, pp. 152). Si parla del pro­cesso all’Autonomia Ope­raia, del caso «7 aprile», nel quale molti degli impu­tati furono tenuti in galera per anni con accuse spe­ciose, che i pro­cessi smon­ta­rono in gran parte, elar­gendo molte asso­lu­zioni. Il libro di Palom­ba­rini mette a nudo la bar­ba­rie della deten­zione pre­ven­tiva. Fa onore ad uno che fa il suo mestiere aver rico­no­sciuto que­sti com­por­ta­menti inci­vili della giu­sti­zia ita­liana, ma il suo libro non affronta il vero pro­blema di quella vicenda, la vera ver­go­gna, che era l’impianto accu­sa­to­rio, l’impianto chia­mato «il teo­rema Calo­gero». Va beh, dirà qual­cuno, il pro­blema è stato supe­rato, le stesse sen­tenze dei pro­cessi hanno demo­lito quel teo­rema. Ed è qui che non ci capiamo.

Nar­ra­zioni in prima persona

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Quell’impianto accu­sa­to­rio non è rima­sto un fatto giu­di­zia­rio cir­co­scritto alla vicenda pro­ces­suale, è diven­tato nel corso degli anni un’ipotesi sto­rio­gra­fica, uno schema logico sul quale si con­ti­nua, oggi — oggi non ieri — a costruire memo­ria e nar­ra­zione. Si è tra­sfor­mato, come dire, in una sostanza tos­sica a lento rila­scio che inquina dei ter­ri­tori, sia pur peri­fe­rici, dell’indagine sto­rica. Non solo ad opera di auten­tici pro­vo­ca­tori ma anche ad opera di per­so­naggi che occu­pano cat­te­dre nell’Università ita­liana e per­sino di sto­rici stra­nieri (è uscito di recente in Ger­ma­nia un pon­de­roso volume di una stu­diosa che, affron­tando un’analisi com­pa­rata dei movi­menti di lotta negli anni Set­tanta in Ita­lia e Ger­ma­nia, riper­corre certi sen­tieri inter­pre­ta­tivi trac­ciati da quella sta­gione giu­di­zia­ria). Da parte nostra c’è stata finora debole rispo­sta e dob­biamo far­cene colpa soprat­tutto noi che abbiamo scelto allora il ter­reno della sto­rio­gra­fia come ter­reno di azione. Ci siamo troppo attar­dati nella memo­ria­li­stica, esa­spe­rando un certo sog­get­ti­vi­smo. Invece è pro­prio il momento di ripren­dere il respiro dello sto­rico e guar­dare di nuovo quel decen­nio dall’osservatorio del pre­sente, per­ché solo oggi si può valu­tare come la mise­ria dell’Italia in cui viviamo sia opera di quelli stessi che hanno infie­rito con­tro l’Autonomia Ope­raia ed i movi­menti di lotta e libe­ra­zione di allora.

Bologna, marzo 1977 © Foto Tano D’Amico

Memoria. Incontri, video e testi sul marzo 1977 bolognese

L’esercizio della memo­ria, afferma lo sto­rico Enzo Tra­verso nel libro Che fine hanno fatto gli intel­let­tuali?, è ambi­va­lente. Da una parte, non avendo nes­suna pre­te­sta di scien­ti­fi­cità, invita a riflet­tere all’uso pub­blico della sto­ria nel con­flitto poli­tico. Dall’altra è la presa di parola dei «vinti». Appli­cando all’Italia la rifles­sione di Tra­verso, l’esercizio della memo­ria, in que­sto ini­zio di mil­len­nio, è la via mae­stra di chi vuole con­tra­stare l’egemonia cul­tu­rale neo­li­be­ri­sta nella rico­stru­zione delle vicende che hanno con­trad­di­stinto la seconda metà del Novecento.

In Ita­lia, gli anni Set­tanta sono il periodo attorno al quale esi­ste una ricca pro­du­zione di memo­ria­li­stica. Ne è testi­mo­nianza la mole di libri scritti da pro­ta­go­ni­sti o ano­nimi par­te­ci­panti ai movi­menti di que­gli anni. Mate­riali spesso di qua­lità, che non hanno mai la pre­tesa di fare la sto­ria di que­gli anni, ma di offrire punti di vista par­ziali e par­ti­giani, cioè di parte sugli avve­ni­menti che hanno visto par­te­cipe chi ne scrive. Emerge il fatto che la memo­ria non può mai essere con­di­visa. È sem­pre par­ziale e spesso si carat­te­rizza come cri­tica mili­tante a quanto postula la sto­ria dei vin­ci­tori. Così par­lare degli anni che vanno dal 76 al 79 a Bolo­gna vuol dire par­lare del movi­mento del Set­tan­tan­ta­sette e del con­flitto di quel movi­mento con il Pci. Ma anche di riflet­tere su per­corsi di poli­ti­ciz­za­zione e del fio­rire di stru­menti comu­ni­ca­tivi alter­na­tivi a quelli domi­nanti (le radio libere: per Bolo­gna, radio alice). Nel caso dei due lavori messi in campo da Offi­cina mul­ti­me­diale ci tro­viamo di fronte a un terzo inco­modo. A rac­con­tare que­gli anni non sono le parole scritte, ma le imma­gini, le foto di que­gli anni. Si tratta di due video dedi­cati alla morte di Fran­ce­sco Lorusso e agli “auto­nomi” bolognesi.

Lorusso fu ucciso da un colpo di arma da fuoco spa­rato dai cara­bi­nieri men­tre stava con­te­stando un con­ve­gno di Comu­nione e Libe­ra­zione nel marzo del 1977. Gli «auto­nomi» di allora erano gli «unto­relli», i «dician­no­vi­sti» che secondo il Pci vole­vano distrug­gere il sistema demo­cra­tico. Il più forte, allora, par­tito comu­ni­sta dell’Europa occi­den­tale si sca­gliò con­tro quel movi­mento con ogni mezzo neces­sa­rio. Alcuni, tanti dei mili­tanti del Set­tan­ta­sette conob­bero le patrie galere, il Pci si con­se­gnò alla scon­fitta poli­tica e al suo lento, ma inar­re­sta­bile declino. Del Pci ormai girano leg­gende metro­po­li­tane sulle sue capa­cità di com­pren­dere la società di allora, al punto che un recente film di Wal­ter Vel­troni su Enrico Ber­lin­guer rimuove la ferita del Set­tan­ta­sette, pri­vi­le­giando le Bri­gate Rosse come inter­lo­cu­tore per rico­struire la figura del lea­der comu­ni­sta. Molti mili­tanti auto­nomi di allora pro­vano invece a sbro­gliare il ban­dolo di una matassa che ha rischiato di ridurli al silen­zio. Due video che fanno certo appello alla memo­ria, ma che pro­vano tut­ta­via a cer­care gli ele­menti di attua­lità di un per­corso poli­tico certo scon­fitto, ma che ha cose da dire sul presente.

Un’immersione nel pas­sato, quindi, ma che cerca tut­ta­via di par­lare del presente.

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