Apparati statali & Repressioni

A un’interrogazione del senatore Manconi risponde il viceministro dell’interno confermando la tesi della denuncia, con l’accusa di «aver ingiuriato la polizia»

Ci fu un tempo, nel nostro Paese, in cui le contestazioni di vilipendio erano all’ordine del giorno quando erano ritenuti reati il canto dell’Inno dei lavoratori o il grido «Abbasso la borghesia, viva il socialismo!». Erano gli anni dello stato liberale e, poi, del fascismo quando si riteneva che la libertà non fosse quella di esprimere le proprie idee ma «quella di lavorare, quella di possedere, quella di onorare pubblicamente Dio e le istituzioni, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte».

Poi è venuta la Costituzione con l’articolo 21: «Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». A tutela dell’anticonformismo e delle sue manifestazioni, poco o punto accette alle forze dominanti perché, come è stato scritto, «la libertà delle maggioranze al potere non ha mai avuto bisogno di protezioni contro il potere» e, ancora, «la protezione del pensiero contro il potere, ieri come oggi, serve a rendere libero l’eretico, l’anticonformista, il radicale minoritario: tutti coloro che, quando la maggioranza era liberissima di pregare Iddio o osannare il Re, andavano sul rogo o in prigione tra l’indifferenza o il compiacimento dei più». Nella prospettiva costituzionale le idee si confrontano e, se del caso, si combattono con altre idee, non costringendo al silenzio chi non è allineato al potere contingente o al pensiero dominante.

Come noto, peraltro, la Costituzione ha tardato a entrare nei commissariati di polizia e nelle stazioni dei carabinieri (nonché, in verità, nelle aule di giustizia). Un saggio di questo ritardo si trova in un’arringa di Lelio Basso del 10 marzo 1952 davanti alla Corte d’assise di Lucca in cui segnalò il caso di un capitano dei carabinieri che, alla domanda postagli nel corso di un dibattimento, «se per avventura avesse mai sentito parlare della Costituzione repubblicana», aveva «candidamente risposto che per l’adempimento delle sue funzioni conosceva la legge di pubblica sicurezza, il codice penale e quello di procedura penale, ma che nessuno dei suoi superiori gli aveva mai detto che egli dovesse conoscere anche la Costituzione». Poi il clima cambiò e negli ultimi decenni del secolo scorso il delitto di vilipendio sembrava diventato una fattispecie desueta.

Ma in epoca di pensiero unico si torna all’antico e la criminalizzazione della “parola contraria” è di nuovo in auge. Sta accadendo per molti temi caldi (è successo con la vicenda di Erri De Luca relativa all’opposizione al Tav in Val Susa) tra cui non poteva mancare la questione dei migranti. Mentre c’è chi invita impunemente ad affondare i barconi della speranza con il loro carico di uomini, donne e bambini (e magari anche le navi delle Organizzazioni non governative che praticano il soccorso in mare) e chi, altrettanto impunemente, sostiene la necessità – convalidata da atti di governo – di ricacciare i profughi da dove vengono (cioè di consegnarli ai loro torturatori e potenziali assassini) ad essere criminalizzate sono – nientemeno le critiche contro i tristemente famosi decreti Minniti-Orlando in tema di trattamento dei rifugiati e di sicurezza urbana.

È accaduto a Roma, in piazza del Pantheon il 20 giugno scorso. All’esito di un flash mob organizzato da Amnesty International per la giornata del rifugiato un giovane avvocato, in un breve intervento, ha vivacemente criticato quei decreti, denunciando l’abbattimento dei diritti dei migranti da essi realizzato, definendoli “allucinanti” e stigmatizzando le applicazioni subito intervenute (tra l’altro dall’amministrazione comunale romana). Sembra incredibile ma alcuni zelanti agenti di polizia, incuranti del coro «vergogna, vergogna» di un’intera piazza, hanno preteso dal giovane avvocato l’esibizione dei documenti ai fini della identificazione e di una ventilata denuncia per «vilipendio delle istituzioni costituzionali e delle forze armate», poi puntualmente intervenuta (con l’immancabile appendice della violenza e minaccia a pubblico ufficiale). Come sempre più spesso accade, la sequenza dei fatti è stata documentata in video pubblicati sul web (in particolare Youmedia.fanpage.it) dai quali non emergono né parole o espressioni men che corrette né reazioni violente o minacciose alle richieste degli agenti. Espressioni o comportamenti siffatti non sono indicati neppure nella risposta, intervenuta nei giorni scorsi a un’interrogazione del sen. Manconi, nella quale l’ineffabile viceministro dell’interno si limita a dare atto, in modo del tutto generico, che l’avvocato ha «incitato la folla pronunciando parole offensive e ingiuriose nei confronti delle istituzioni e, in particolare, della polizia di Stato».

C’è da non crederci, eppure è avvenuto. Non conosciamo, ovviamente il seguito, ma qualunque esso sia non è, come si potrebbe pensare, un episodio minore. Certo si sono, sul versante repressivo, fatti ben più gravi. Ma quando si criminalizzano anche le parole si fa una ulteriore tappa nella realizzazione del diritto penale del nemico. E non è dato sapere quando ci si fermerà.

FONTE: Livio Pepino, IL MANIFESTO

Passano gli anni e c’è chi vorrebbe relegare la contestazione al G8 di Genova del 2001 nella categoria dei luoghi o dei fatti della memoria, come una pagina chiusa che non comunica più col presente.

È UNA TENTAZIONE emersa a più riprese negli ultimi mesi, ad esempio intorno al dibattito sul reato di tortura e in questi stessi giorni di avvicinamento alla ricorrenza del 20 luglio, anniversario dell’uccisione in piazza Alimonda di Carlo Giuliani. Si cita il G8 di Genova e se ne discutono alcune conseguenze, magari ci si indigna e si esprime qualche misurata frase di rimpianto, ma a condizione di dichiarare solennemente chiuso e sigillato quel capitolo della nostra storia, dopo averlo sottratto all’attualità delle vicende politiche che scuotono il mondo odierno.

RISCHIA COSÌ di avverarsi il vero obiettivo della repressione genovese del luglio 2001: criminalizzare il movimento, attraverso la violenza istituzionale, per criminalizzare le sue idee e metterle fuori gioco.

Allora diciamolo chiaramente: Genova G8 resta uno spartiacque politico e culturale perché mai come in quelle giornate, come in quella fase politica, è emerso con tutta la sua forza il nuovo discrimine fra destra e sinistra, fra adattamento all’ideologia neoliberale dominante e prospettive di giustizia sociale e ambientale su scala planetaria.

LE IDEE FORTI dei forum e delle manifestazioni genovesi sono ancora in campo – la libertà di movimento per ogni essere umano, il ripudio del debito iniquo, la democrazia partecipativa, l’apertura alla visione indigena di Madre Terra, il superamento dell’ideologia della crescita – e perché mai dovremmo abbandonare questo patrimonio ideale e politico costruito dal basso e attraverso i continenti?

GENOVA G8 non è un capitolo chiuso della nostra storia e lo si è visto anche in parlamento: all’inizio di luglio è stata approvata una legge sulla tortura, la cui ragione d’essere va ricercata proprio nelle giornate del luglio 2001, delle quali peraltro non si è minimamente parlato.

L’esito legislativo è stato paradossale, con l’approvazione di un testo che non sarebbe applicabile a un nuovo caso Diaz o a un nuovo caso Bolzaneto, come spiegato in una lettera-denuncia firmata da undici magistrati genovesi impegnati negli anni scorsi proprio nei processi Diaz e Bolzaneto.

È triste ma necessario constatare che in questa vicenda le organizzazioni deputate alla tutela dei diritti umani e in generale il mondo delle grandi associazioni e gli stessi sindacati, sono stati scavalcati per rigore, coraggio e tenacia da pochi singoli attivisti e professionisti (avvocati, studiosi, docenti universitari) e da soggetti istituzionali come il commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, i cui puntuali e potenti messaggi sono stati lasciati cadere nell’indifferenza generale. È cioè prevalsa una logica minimalista secondo la quale occorre accontentarsi di quel che passa il convento-parlamento, perché non è tempo di grandi ideali e di grandi progetti e non è quindi il caso di lottare fino in fondo nemmeno quando si parla di diritti fondamentali.

INTANTO IL CAPO DELLA POLIZIA Franco Gabrielli, in un’intervista-monologo utile solo a certificare la fine dell’era De Gennaro, vorrebbe mettere un punto finale alla questione Genova G8, riconoscendo la «catastrofica« gestione dell’ordine pubblico, ma sostenendo al tempo stesso che la polizia del 2017 è sana «come lo era nel 2001».

Il tutto mentre i funzionari condannati nel processo Diaz si apprestano a rientrare in servizio alla scadenza dei 5 anni di interdizione giudiziaria dai pubblici uffici, grazie alla scelta compiuta a suo tempo e sempre confermata di non avviare provvedimenti disciplinari e di non procedere alle rimozioni richieste dalla Corte europea per i diritti umani.

IL PREFETTO GABRIELLI a questo punto potrebbe e dovrebbe far seguire gesti concreti alle sue valutazioni, ad esempio chiedendo davvero scusa (Manganelli non lo fece, si limitò a dire «è arrivato il tempo delle scuse») e riconoscendo che le violenze di piazza e le torture di Genova G8 furono parte di una precisa strategia di gestione delle manifestazioni e non l’esito casuale di errori nella gestione della piazza o addirittura – come ha detto – della fiducia malriposta nei portavoce del movimento.

Genova G8 non è un fiume inaridito della nostra storia, né un motivo di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato; Genova G8 è tuttora un cantiere aperto sia per il delicatissimo snodo dei rapporti fra i cittadini – i loro corpi – e il potere, sia per l’enorme questione politica introdotta nella vita pubblica dal movimento che prese corpo fra Seattle, Porto Alegre e Genova.

LO SPIRITO DI GENOVA non è affatto una reliquia della politica italiana: è semmai un enorme patrimonio ideale e culturale al quale fare riferimento nelle lotte presenti e future, coscienti che lo slogan coniato a Porto Alegre nel 2001 – «Un altro mondo è possibile» – non ha smesso di ispirare milioni e milioni di persone attraverso il pianeta.

FONTE: Vittorio Agnoletto, Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

Processi. Tra i potenziali riammessi nella polizia figurano l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l’ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola e il funzionario di polizia Pietro Troiani

La metà dei poliziotti condannati per l’irruzione alla scuola Diaz, potrà a breve chiedere il reintegro nella Polizia di stato. L’altra metà è semplicemente già in pensione. La legge italiana lo permette; si tratta di un evento che non stupisce, benché confermi l’impunità di cui hanno goduto nel tempo gli elementi delle forze dell’ordine responsabili dei nefasti eventi del G8 di Genova.

L’interdizione dai pubblici uffici scattata con le pene inflitte cinque anni fa ad alcuni poliziotti condannati dopo i fatti della scuola Diaz, a breve, scadrà. La notizia è stata anticipata dal quotidiano genovese Il Secolo XIX e da Repubblica. la metà dei condannati potrà dunque essere reintegrata; tra i potenziali riammessi nella polizia figurano l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l’ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola e il funzionario di polizia Pietro Troiani mentre Massimo Nucera, il poliziotto che raccontò di aver ricevuto una coltellata nella scuola Diaz, era già stato reintegrato. I tempi brevi del reintegro dipendono anche dalla pena subita dai poliziotti, condannati per il reato di falso, relativo alla firma sotto al verbale in cui si dichiarava che all’interno della scuola erano state ritrovate alcune molotov. Le indagini e il processo avrebbero poi dimostrato che quelle molotov (poi sparite dai reperti della questura di Genova) erano state introdotte proprio da poliziotti per giustificare la propria azione.

A sedici imputati sono state inflitte pene tra i 2 e i 14 anni, la gran parte per 3 anni e 8 mesi. Vennero colpiti anche alcuni tra i massimi dirigenti di allora finiti per un certo tempo ai domiciliari, come Francesco Gratteri e Giovanni Luperi. Dei 16 condannati la metà ha potuto andare in pensione, mentre per gli altri è concreta la possibilità di rientrare in servizio.

La notizia non poteva che riportare nel dibattito politico polemiche e recriminazioni. Vittorio Agnoletto, già portavoce del Gsf e Lorenzo Guadagnucci, co-fondatore del Comitato Verità e Giustizia hanno espresso così il loro parere sulla notizia: «La rimozione da parte dei vertici della polizia degli agenti condannati non c’è stata e infatti oggi è possibile il loro rientro in servizio, ma non possiamo sorprenderci di questo, visto che stiamo parlando di un corpo di polizia che si è “rifiutato impunemente” di collaborare con i magistrati. La notizia di oggi non aiuta certo la polizia di stato a recuperare la credibilità perduta in quei giorni».

«Una vergogna, uno schiaffo alla democrazia: chi si macchiò di quelle violenze non dovrebbe più rappresentare lo Stato» ha detto Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

Il comitato Piazza Carlo Giuliani organizza una tre giorni di eventi: oggi dalle ore 17,30 presso la Sala Camino di Palazzo Ducale , a un anno dalla «Carta di Genova», Antonio De Lellis torna per presentare il suo libro: «Il muro invisibile. Come demolire la narrazione del debito».Le iniziative per non dimentiCarlo

Domani 20 luglio, dalle 14.30 in piazza Alimonda con la musica tra gli altri di Lele Ravera della LRB Liberdade, Marco Rovelli con Rocco Marchie le parole della Compagnia Teatro degli Zingari della Comunità di S.Benedetto al Porto, di don Gallo e alcune delle Madri antifasciste

Info sul sito www.piazzacarlogiuliani.it

FONTE: Simone Pieranni, IL MANIFESTO

Durante le ultime settimane, nel soffocante clima politico torinese, il tema della repressione sembra essere entrato con prepotenza nel dibattito pubblico. Pensiamo sia necessario porre alcune questioni per riuscire a scardinare la narrazione mainstream che parla della stretta repressiva come di un’ovvia e comprensibile risposta ad una presunta “emergenza sicurezza”. Uno dei punti di partenza obbligati è la connessione organica tra l’offensiva repressiva, il processo di securizzazione di ogni ambito della società e la tendenza autoritaria imboccata negli ultimi anni da parte delle istituzioni di governance dei maggiori paesi a capitalismo avanzato. Il tema è indubbiamente complesso, ma crediamo sia importante provare a sviscerarlo facendo emergere i vari livelli su cui si articola il fenomeno, senza che queste poche righe abbiano un obiettivo diverso da quello di offrire alcuni spunti di riflessione.

Viviamo in un paese che, nel proprio passato, ha visto esempi di lotte condotte a partire da un’analisi molto avanzata in fatto di critica ai dispositivi di controllo messi a punto dal padrone collettivo. La battaglia degli operai FIAT contro la schedatura da parte dei loro padroni oggi risulta più attuale che mai: la legge italiana che impedisce alle imprese di costruire inchieste interne, e che deriva da appunto quell’esperienza, ha il fine di evitare che queste possano essere utilizzate contro chi lavora. Tuttavia oggi veniamo schedati continuamente e le informazioni che forniamo su internet attraverso PC o smartphone, solo per portare l’esempio più evidente, sono funzionali tanto al controllo poliziesco a fini repressivi,quanto al mercato. Disciplinarizzazione, tendenze neo-autoritarie e sistema capitalistico possono essere inseriti nuovamente nello stesso quadro analitico, mostrando così come solo all’apparenza queste tendenze siano tra loro contraddittorie, con buona pace di ogni critical theory da cattedra. Come non pensare congiuntamente, dunque, i tentativi di “esecutivizzazione” delle liberal-democrazie occidentali e la tendenza securitaria? La gestione della sicurezza che vediamo negli ultimi anni si configura sempre di più, infatti, come uno degli elementi di un nuovo paradigma costituzionale.

Se la securizzazione è un processo più sottile e difficile da monitorare, in cui spesso siamo attori inconsapevoli, la repressione poliziesca costruita sull’onda dell’emergenza e gestita con strumenti sempre più raffinati ne è l’altra faccia della medaglia, quella più visibile e brutale. Tra i maggiori responsabili, in quanto primi sostenitori di questa costruzione, ci sono i mezzi d’informazione, autori di narrazioni tossiche che sono entrate nella vulgata comune facendosi nei fatti dogmi inattaccabili. Il termine emergenza, su tutti, è il dispositivo grazie al quale vengono legittimate tutte le forzature autoritarie dei governi europei: quelle che sono condizioni strutturali di un sistema ingiusto e diseguale vengono narrate come emergenze da risolvere al più presto isolando il sintomo invece di attaccare le cause. Per quanto riguarda la questione strettamente repressiva, bisognerà ammettere che, eccetto alcune importanti eccezioni (come quella valsusina), negli ultimi anni un serio approfondimento del problema non è stato all’ordine del giorno, lasciando così spazio a meccanismi di auto-rappresentazione per “addett* ai lavori”.  La lotta anti-repressiva rischia di diventare non una possibilità di allargamento, ma una gabbia autoreferenziale dalla quale risulta difficile uscire.

Gli ultimi mesi restituiscono in questo senso una forte stretta nei confronti di ciò che resta dei  movimenti sociali italiani, che vengono attaccati su più fronti, mentre, nel frattempo, la strategia disciplinare viene estesa a tutte le soggettività non incasellate nello schedario organizzato del sistema. L’attacco a chi non garantisce il “decoro urbano” è protratto mettendo nelle mani dei sindaci poteri più simili a quelli di un prefetto che a quelli di un amministratore locale. La gestione delle strade delle nostre città subisce il processo repressivo che da sempre i movimenti contestano e attaccano: la politica e i temi sociali si fanno da parte per lasciare spazio alla violenza del manganello.

L’ordinanza della giunta Appendino che vieta la vendita di alcolici dopo le 20.00 nelle zone della cosiddetta mala movida si inserisce nel solco di questa tendenza. Non è solo un attacco ai negozi che vendono le birre dai frigoriferi e neanche un attacco alla movida tout-court. L’obiettivo disciplinare perseguito è quello di costruire una città ordinata e tranquilla, senza eccedenze, senza conflitti e senza fenomeni che fuoriescano dal circuito del divertimento messo a profitto. Lo si fa, tradizionalmente, costruendo ghetti, ripulendo i centri storici e espellendo in periferia il malcontento sociale, nonché imponendo come modalità principale di divertimento nei quartieri più vivaci il consumo nei bar, bonificando i luoghi di socialità collettiva, strade e piazze. In questa prospettiva si inseriscono le leggi Minniti e Orlando che, oltre a estendere a tutti i livelli i dispositivi di polizia e controllo preventivo sperimentati negli stadi nell’ultimo decennio, operano inoltre nell’ottica di lasciare mano libera in merito di ordine pubblico alle istituzioni locali direttamente dipendenti di quella parte di popolazione impaurita e diffidente, che alla socialità nello spazio pubblico preferisce il silenzio e l’ordine. È, infatti, proprio sul piano locale che si prova costruire una guerra fra poveri funzionale alla conservazione dello status quo. Nei quartieri gentrificati: i giovani “perditempo” (precarizzati, disoccupati) contro i “bravi pensionati” (che faticano a chiudere il mese). Nei quartieri periferici: il proletariato storico bianco contro i migranti e le nuove soggettività razzializzate. Sono questi i soggetti che vengono fatti scontrare nella quotidianità della metropoli lasciando che siano le amministrazioni locali a decidere quando e come usare il manganello per “risolvere” i problemi, a patto che queste attacchino sempre e solo chi vive in condizioni di disagio.

L’ideologia allarmistica e islamofoba, veicolata dalla propaganda di tutti i principali partiti del paese, soffia d’altronde sul fuoco di un processo di securizzazione in corso ormai da un decennio. Quest’ultima stretta securitaria e repressiva è evidentemente solidale rispetto a una logica di attacco frontale ai movimenti che è vissuto dalla controparte come l’ennesima battaglia campale di “igiene pubblica” delle città. Torino è in questo senso un buon esempio: dopo la celebre crociata pre-olimpica e anni di repressione giudiziaria da parte dei vari “pool” di zelanti magistrati specializzati in “crimini” di movimento, dopo anni di test e prove, tra gli stadi e la Valle di Susa, dopo aver costruito a tavolino i nemici perfetti (ultras e notav, mendicanti e migranti, venditori ambulanti e nuovi poveri, privati di ogni determinazione e portato politico-sociale), quei meccanismi vengono ora generalizzati, in modo discrezionale e poco chiaro, e lasciati all’interpretazione delle amministrazioni locali e delle forze dell’ordine.

Nello specifico della nostra città, assistiamo inoltre ad un’inquietante incertezza e ambivalenza dell’amministrazione comunale nella gestione dell’ordine pubblico; un  atteggiamento che maschera in realtà una precisa volontà di delega della questione sicurezza ai “tecnici” e agli esperti in materia, ovvero prefetto e questore. L’incapacità di legittimare il proprio ruolo da parte di un Movimento 5 Stelle oggi alla ricerca di fiducia da parte di quel sistema Torino contro cui si era scagliato in campagna elettorale, in parallelo ad una mal celata diffidenza della questura – da sempre vicina agli ambienti del Partito Democratico – restituisce una azione securitaria incontrollata, fatta di scatti improvvisi e messaggi contraddittori. In questo filone si inseriscono lo sgombero della casa di Said l’ottobre scorso, le cariche durante il corteo del primo maggio e l’imbarazzante polemica intorno ai fatti di San Carlo durante la finale di Champions. Seguono la violenza nei confronti di Maya, colpevole di aver protestato di fronte a un arresto e di essere una militante notav, e il pestaggio di un ragazzo di origini senegalesi, a Porta Palazzo, interrotto solo quando la pozza di sangue era ormai larga un metro; per poi coronare in bellezza queste “sbavature” con le cariche dell’altra sera in piazza Santa Giulia.

Oltre a testimoniare del grado di neutralizzazione violenta nei confronti di alcune figure sociali specifiche, tali fenomeni evidenziano inoltre un elemento non riducibile alle operazioni classicamente repressive: la generalità della stretta securitaria, la sua portata di trasformazione dell’intero assetto societario, che coinvolge – direttamente o indirettamente, in misura maggiore o minore – uno spettro ampio e variegato della popolazione. È questo, allora, uno dei punti nodali sui quali interrogarci, tanto a livello analitico quanto sul piano strategico. Come investire, infatti, questo nodo fondamentale praticando forme di rifiuto e autorganizzazione espansive e potenzialmente maggioritarie? Proprio la dimensione generale e totalizzante di questo processo potrebbe aprire, in quest’ottica, terreni di scontro inediti.

Ci permettiamo, a questo punto, una breve digressione storica. Degrado deriva dal verbo latino degradare, letteralmente “scendere i gradini”. Nel Medioevo, in Italia, viene utilizzato per indicare le persone che al fondo delle scalinate delle chiese chiedono l’elemosina. Oggi il termine, investito ormai di un significato tecnico specifico, compare in una legge dello Stato italiano che stabilisce la posizione di ciascuno in una scala di protezione e libertà differenziale di fronte all’arbitrio delle forze dell’ordine. Quelle stesse forze dell’ordine che, senza iniziare l’infinito elenco di abusi, omicidi, violenze e torture perpetrati negli anni, sono costitutivamente un organo che agisce al margine della legalità, là dove le norme impersonali non possono farlo. Lo scriveva già Walter Benjamin: la polizia è spettrale, difficile da definire nelle sue competenze, perché “l’affermazione che i fini del potere poliziesco siano sempre identici o anche solo connessi a quelli del restante diritto è completamente falsa. Anzi, il “diritto” della polizia mostra fino a che punto lo Stato, vuoi per impotenza, vuoi per le connessioni immanenti a ogni ordinamento giuridico, non riesca più a garantirsi con l’ordinamento giuridico il raggiungimento dei propri fini empirici chepur intende raggiungere a ogni costo.” 

Alla luce del decreto Minniti e del suo immediato utilizzo, si potrebbe addirittura parlare, in questo senso, di una sorta di introduzione di uno “stato d’emergenza” all’italiana, che rivisita sulla base della propria storia giuridico-poliziesca una serie di misure di sospensione – de facto e de iure –  del cosiddetto“stato di diritto”, ormai ben note nel contesto francese.In Italia, d’altra parte, questa stessa sfera statuale ha sempre rivendicato la propria natura democratico-costituzionale, salvo poi coniugare, nell’ultimo quarantennio, eccezionalità giuridica (le leggi speciali della fine degli anni’70) e lampi autoritari (come nel caso di Genova 2001 e i vari omicidi polizieschi degli ultimi anni). Sono i reduci di quel PCI, che sostenne e giustificò l’ondata repressiva degli anni ’70, a introdurre oggi le misure di securizzazione dello spazio pubblico più drastiche e avanzate, adattando al caso italiano le tendenze neo-autoritarie in corso di sviluppo su scala europea. Se alle spalle dell’intervento del sindaco Appendino bisogna riconoscere l’incertezza e l’imbarazzo di una giunta in stato di stallo, dietro ai Minniti e agli Orlando bisogna, invece, cogliere la continuità politica di una storia, ormai quarantennale, di esercizi repressivi e guerra ai movimenti.

Non siamo particolarmente appassionati  di anniversari e rievocazioni storiche spesso dense di retorica e fantasiosi recuperi ideologici, ma pensiamo che, nell’ottica di opporre una “nostra” continuità alla “loro”, sia opportuno riprendere alcuni spunti dal quarantennale del 1977: al netto degli esiti di quell’antico ciclo di lotte, l’assemblea di Bologna contro la repressione è forse l’esempio migliore per capire cosa intendiamo con dibattito potenzialmente maggioritario attorno alla repressione. Di fronte a questo quadro, urge infatti una riflessione collettiva e non settaria sulla questione delle politiche di sicurezza e sulla spirale repressiva e disciplinare alla quale siamo oggi sottoposti. I termini della questione potrebbero essere i seguenti: solidarietà, autodifesa e autorganizzazione vs telecamere, questurini e proibizionismo. A fronte di un’offensiva condotta non solo contro gli spazi sociali e i movimenti, ma contro ogni forma di socialità che provi ad uscire dall’ottica di mercato o che comporti anche solo una minima forma di opposizione, la costruzione di una risposta trasversale e massiva è oggi un punto prioritario. Ripartiamo, quindi, dai “servitori dell’ordine” cacciati da piazza Santa Giulia per aprire una possibile dinamica di risposta collettiva al nuovo cocktail securitario e repressivo firmato Minniti/Orlando.

Riteniamo utile affrontare questo  tema anche nell’ottica del G7 sul lavoro che si terrà a settembre nella nostra città, in relazione a cui si è già attivata la macchina della disinformazione volta a costruire un clima di allarmismo funzionale al meccanismo repressivo.

Per opporsi agli sbocchi repressivi di questo scenario è dunque necessario investire politicamente il terreno qui abbozzato. E’ per questo che invitiamo chiunque sia interessat* a una discussione collettiva su come costruire una dinamica contro-egemonica rispetto alla tendenza securitaria in corso, partendo dalle nostre vite e dalla nostra città. Ci vediamo a Manituana, il 10 luglio, ore 21H. 

Uscire dal ghetto, distruggere la gabbia, creare e organizzare la nostra rabbia.”

Fonte: Manituana

COSENZA. Visita del capo del Viminale all’Università della Calabria

COSENZA. Botte, manganellate e cariche ripetute per soffocare la contestazione nei confronti di Marco Minniti. Temperatura altissima all’Università della Calabria per la visita del ministro degli Interni, relatore nel master sull’intelligence organizzato dal professor Mario Caligiuri, quest’anno alla sua decima edizione. Fischi, slogan pepati e sfottò anche all’indirizzo del rettore Gino Crisci. Oltre un centinaio i manifestanti che hanno tentato di avvicinarsi all’Aula Magna di Arcavacata, ma sul ponte «Bucci», nel cuore dell’ateneo, sono stati respinti più volte con la forza dalla celere in assetto antisommossa.

Militanti degli spazi sociali dell’area urbana cosentina, studenti dei collettivi universitari, precari della ricerca, migranti e occupanti di case hanno esposto un voluminoso foglio di via nei confronti del ministro, in segno di protesta verso il decreto legge sicurezza. Il cartellone e gli altri striscioni recanti messaggi contro l’ossessione securitaria non sono stati tollerati dai dirigenti della locale Digos e di conseguenza sono state ordinate diverse cariche nel tentativo di strapparli e sottrarli alla vista di Minniti. Strenua, la resistenza dei manifestanti che pur di non lasciarsi portar via gli striscioni, hanno riportato contusioni e ferite. Un ragazzo, colpito violentemente a un occhio da una manganellata e medicato nel pronto soccorso, è stato dimesso nel tardo pomeriggio.

Atmosfera tetra nella semivuota Aula Magna, presidiata da decine di poliziotti e uomini della sicurezza. Il responsabile del master sull’intelligence, Mario Caligiuri, ha osannato la visita di Minniti, paragonandolo a Fausto Gullo, un altro politico calabrese che nel secondo dopoguerra fu ministro dell’Agricoltura e in seguito assunse la guida del dicastero di Grazia e Giustizia. Inorriditi da questo paragone, i ricercatori di Storia contemporanea presenti alla protesta: a differenza di Minniti, infatti, il comunista Gullo era figura di alto spessore umano e politico. Mai ordinò l’uso della polizia contro le manifestazioni di dissenso. Al contrario, in virtù della sua riforma agraria, divenne riferimento per le lotte contadine e alla fine degli anni Sessanta assunse posizioni garantiste a sostegno dei movimenti antagonisti repressi dalla legislazione d’emergenza.

L’intervento di Minniti all’Unical è stato contestato anche all’interno dell’Aula Magna. Nonostante i rigidissimi controlli all’ingresso, pur essendo sprovvisto di accredito, il docente precario Giuseppe Bornino è riuscito a penetrare nella sala, e nel bel mezzo del suo intervento, dalle prime file ha esibito al ministro un foglio di via, «vista l’incostituzionalità e l’antidemocraticità del decreto entrato in vigore il 18 aprile 2017 (…), che con la scusa del Decoro urbano allontana da luoghi e città soggetti indesiderati di qualsiasi tipo (manifestanti, occupanti, migranti, poveri), così incentivando abusi di potere e repressione indiscriminata, giustificata da un perpetuo stato emergenziale». Bornino è stato subito fermato e portato via, mentre il professor Caligiuri annunciava che il suo master presto diventerà addirittura un corso di laurea. In attesa del seminario sul commissario Montalbano o del workshop sul tenente Colombo.

FONTE: Claudio Dionesalvi, IL MANIFESTO

Torino. Maya, 19 anni, attivista No Tav e anti-sfratti, è stata portata via da otto agenti mentre si trovava in strada ed è uscita dalla caserma con un occhio nero e numerose denunce

TORINO. Maya ha diciannove anni e il suo volto è deturpato da un grosso ematoma intorno all’occhio destro. Un alone nero che ricorda molto quei lividi che vengono quando prendi un potente cazzotto.

La notte di giovedì per lei è stata drammatica: si trova ai Murazzi di Torino e si ferma ad osservare un’operazione di polizia che alcuni agenti stanno eseguendo.

Il suo racconto sul seguito lascia senza fiato: fermata – dato che viene riconosciuta come militanti anti sfratti e No Tav – viene portata in una caserma della città. Qui viene perquisita, totalmente, e poi rinchiusa in cella.

Ne uscirà alle prime luci dell’alba con una denuncia per resistenza, oltraggio, violenza e porto d’armi: sette chiodi da muro. E non solo. Subito si reca al pronto soccorso, dove le vengono riconosciuti evidenti tumefazioni e sei giorni di prognosi.

La giovane ragazza il mattino successivo gira un video, con voce tremante, in cui racconta con dovizia di particolari un fermo di polizia che si trasforma in qualcosa di molto più serio: «Mi sono ritrovata circondata da circa otto agenti, molto nervosi. Un agente mi ha preso dai polsi bruscamente e mi ha messo in macchina. Nel momento in cui sono entrata sono stata spintonata su una sedia, dove ho ricevuto un pugno. Mi hanno tolto la sedia e sono rimasta in piedi e successivamente mi hanno chiuso in cella, dove sono rimasta tre ore». Nei prossimi giorni la giovane ragazza denuncerà nelle sedi giudiziarie competenti quanto accaduto.

Sulla vicenda, è intervenuto Marco Grimaldi, consigliere regionale di Sinistra Italiana, che ha presentato una interrogazione inerente quanto accaduto.

«Ho chiesto – ha dichiarato il segretario regionale di Sinistra Italiana – un approfondimento istituzionale, l’avvio di un’inchiesta da parte della Questura e un sostegno per le spese legali in base alla legge contro la violenza sulle donne, nel caso i fatti fossero confermati. L’assessore – prosegue Grimaldi – non entrando nel merito del caso, ha precisato che ’tutte le donne vittime di violenza e maltrattamenti che intendano sporgere denuncia per un reato che sia stato consumato o tentato sul territorio piemontese possono beneficiare del Fondo di solidarietà’».

«Ho concluso – aggiunge Grimaldi – dicendo che questa vicenda non può passare sotto silenzio. Parliamo di una donna di 19 anni. Non ci si trinceri dietro a difese d’ufficio. Se Maya si è presa a pugni da sola, sia denunciata per calunnia e io sia denunciato per queste illazioni, altrimenti si dimostri buon senso e si verifichi effettivamente che cosa è successo».

FONTE: IL MANIFESTO

Se n’è accorto ieri il quotidiano di Genova, il Secolo XIX, ma la notizia era già contenuta in un’inchiesta del londinese Guardian di oltre quattro anni fa.

C’era (almeno) un agente sotto copertura tra gli anarchici inglesi che devastarono la città nel giugno 2001, si faceva chiamare Ron Richardson perché era questa l’identità che la Metropolitan police (Met) aveva rubato per lui a un bambino – morto nel 1973 in un ospedale a sud di Londra dopo soli due giorni di vita.

L’inchiesta del Guardian del febbraio 2013 ha portato alla luce una quarantina di casi di identità rubate dalla polizia inglese per infiltrare i movimenti politici e ha condotto a un’inchiesta indipendente (voluta da Theresa May quando era ministra dell’interno) recentemente tornata alla ribalta per via dei tentativi della polizia di mantenere coperte le vere identità degli agenti .

Già nel febbraio 2013 il Guardian aveva scoperto che «Richardson», infiltrato tra il 2000 e il 2003 (quando è sparito in Australia) nel gruppo anarchico londinese Wombles (tute bianche), era stato al G8 di Genova, dove era arrivato viaggiando con i compagni e passando da Bologna. Esiste una sua foto al centro degli scontri, pubblicata da Guardian e ripresa dal Secolo, e ce n’è un’altra, di gruppo, scattata durante il viaggio dalla quale qualcuno ha cancellato il suo volto.

Sullo scandalo degli agenti infiltrati e delle identità rubate i due giornalisti autori dell’inchiesta, Paul Lewis e Rob Evans, hanno pubblicato un libro nel 2013: Undercover.

La caccia agli autori dello spionaggio è portata avanti anche dai militanti che ne sono stati vittima, con un database online dove è annunciato il prossimo disvelamento della vera identità di «Richardson».

Secondo il Secolo la procura di Genova è informata dei fatti e segue il lavoro della commissione indipendente inglese.

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Strasburgo/Italia. Il carcere improvvisato nella caserma genovese per detenere i presumibili arrestati per le proteste durante il G8, e messo nelle mani di un corpo speciale di Polizia penitenziaria, fu un modello pensato da qualcuno più in alto. Dunque è compito del Parlamento fare luce sui responsabili politici di quella scelta.

«G.O.M. ovvero Gruppo Operativo Mobile, ovvero Corpo speciale di Polizia Penitenziaria. Sganciato da ogni controllo, è chiamato a gestire le emergenze, i casi particolari, le situazioni a rischio. E la caserma di Bolzaneto era una di queste». Era questo l’incipit di un articolo mio e di Stefano Anastasia, allora presidente di Antigone, pubblicato sul manifesto il 28 luglio del 2001, a una settimana dalle torture avvenute a Genova. Torture come nella tradizione tragica di Villa Triste a Firenze o di Villa Grimaldi a Santiago del Cile.

Villa Triste e Villa Grimaldi erano i luoghi della tortura rispettivamente durante il periodo nazifascista e la dittatura di Pinochet. Erano chiamate ville ma erano luoghi di annientamento, di esaltazione brutale dell’ego fascista.

Bolzaneto è invece un quartiere genovese dove nel 2001 viene improvvisato un carcere all’interno della locale caserma. Silvio Berlusconi vinse le elezioni nel giugno del 2001. Fu il suo governo a gestire il G8.

Probabilmente, però, la decisione di trasformare una caserma in un carcere fu presa precedentemente quando premier era Giuliano Amato e ministri della Giustizia e degli Interni erano rispettivamente Piero Fassino ed Enzo Bianco. La caserma doveva servire da galera provvisoria dove detenere i presumibili arrestati per le proteste durante il G8. Bolzaneto fu trasformato in villa della tortura.

A Bolzaneto è accaduto che alcuni agenti della polizia penitenziaria, dopo essersi vantati di essere nazisti e di provare piacere a picchiare un «omosessuale, comunista, merdoso», nonché dopo averlo apostrofato come «frocio ed ebreo», lo hanno portato fuori dall’infermeria e gli hanno strizzato i testicoli.

A Bolzaneto è accaduto che una ragazza ha chiesto di andare in bagno nonché di avere un assorbente. Al posto dell’assorbente le fu data della carta appallottolata, gettata sul pavimento della cella, attraverso le sbarre. La ragazza fu costretta a cambiarsi alla presenza anche di uomini.

A Bolzaneto è accaduto che a una giovane ragazza straniera venne detto: «Entro stasera vi scoperemo tutte».

A Bolzaneto è accaduto che una ragazza italiana fu costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sul capo come nelle migliori tradizioni dello squadrismo. La ragazza fu colpita con calci e pugni. Venne derisa e minacciata. Mentre camminava veniva insultata: «puttana», «troia». Le vennero dette frasi offensive e machiste: «che bel culo», «ti piace il manganello». Fu costretta a fare il saluto romano e a dire: «viva il duce» o ancora più miseramente «viva la polizia penitenziaria».

L’Italia a sedici anni da quelle torture ha dovuto riconoscere che tortura avvenne a Bolzaneto. Se torture di massa furono, non basta risarcire i ricorrenti o prendere, per ora a parole, impegni legislativi. Si può e si deve fare qualcosa di più. Nel nome della lotta all’impunità deve aprirsi una inchiesta amministrativa e disciplinare su tutti i funzionari, medici, infermieri, poliziotti responsabili di quanto accadde a Bolzaneto. Tra gli appartenenti ai G.O.M c’è stato chi ha detto che la responsabilità delle violenze era di un’altra forza di Polizia e non la loro. Si faccia chiarezza anche su questo, per via amministrativa. Si istituisca una commissione amministrativa interministeriale di inchiesta sulle torture al G8 di Genova.

Ma anche questo non basta. Bolzaneto, come carcere improvvisato messo nelle mani di un corpo speciale di Polizia penitenziaria, fu un modello pensato da qualcuno più in alto. Dunque è compito del Parlamento fare luce sui responsabili politici di quella scelta. La Commissione di inchiesta sulle violenze al G8 fu boicottata dieci anni fa dell’Italia dei Valori e dall’Udeur. Bolzaneto non è solo una questione giudiziaria.

Villa Bolzaneto è storia tragica di questo Paese su cui vogliamo anche una verità politica. Alle vittime di tortura, oltre che giustizia, vanno riconosciute dignità, memoria e verità storica. Bolzaneto non fu una questione di mele marce. Se così fosse stato il giorno dopo avremmo visto capi delle Polizie e ministri far saltare teste e invocare la previsione del reato. Così non è stato. Dunque la giustizia passa anche dalla individuazione delle responsabilità politiche.

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BOLOGNA. «Rettore dimettiti», hanno urlato ieri i 600 studenti mentre sfilavano per le strade di Bologna. Un corteo che è arrivato il giorno dopo lo sgombero della biblioteca universitaria di via Zamboni 36, effettuato a spintoni e manganellate dalla polizia in assetto antisommossa. Gli studenti, che annunciano per oggi una nuova manifestazione, sono partiti da Piazza Verdi, cuore della zona universitaria, e in Piazza Verdi sono tornati. Questa volta trovando a cento metri da loro la celere schierata. Il contatto tra le parti ha provocato una violenta carica, con tre manifestanti che sono state travolte dagli agenti, manganellate e portate in questura. Poi l’azione improvvisa di una cinquantina di ragazzi. Armati di libri, chitarra e voglia di cantare si sono messi in mezzo tra gli agenti con scudi e manganelli e i collettivi incordonati. Una mossa che ha colto tutti di sorpresa e ha messo termine a ogni confronto muscolare. «Gli agenti sono persone come noi, vogliamo mostrare a tutti che le cose si possono fare diversamente». «Potremmo essere i loro figli e ci riempiono di manganellate», ha aggiunto un altro studente. Il grosso del corteo ha poi ripreso la sua marcia paralizzando il traffico cittadino e urlando «tout le monde deteste la police».
«Azioni velleitarie e violente che invocano quasi la repressione per dare un senso alla loro esistenza», ha commentato il sindaco Merola in riferimento agli scontri di giovedì dopo lo sgombero. I vertici dell’Università hanno confermato di aver chiesto alla polizia di intervenire per sgomberare la biblioteca, ma di non aver deciso le modalità dell’azione. «La celere in una biblioteca? Abbiamo perso tutti», ha commentato il prorettore Degli Esposti.

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BOLOGNA. «Avanti cinque metri, le prime file lancino e dietro tutti fermi». Sono le 19, e in via San Giacomo, a poche decine di metri dal rettorato, un centinaio di studenti a volto coperto avanza versi gli agenti in tenuta antisommossa. Parte un lancio coordinato di bottiglie di birra che si schiantano su asfalto e scudi. La polizia risponde con una carica, gli studenti non si fanno raggiungere, altre bottiglie centrano gli agenti da una laterale. «Prendete quello con la giacca verde, è lui che ha lanciato. Arrestatelo». E un ragazzo, poco più di vent’anni, viene fermato e portato via. Ieri sera nella zona universitaria di Bologna si sono viste vere e proprio scene di guerriglia urbana.

Da un lato i collettivi universitari, dall’altro le forze dell’ordine che poco prima delle 18 hanno sgomberato a spintoni e manganellate la biblioteca di italianistica occupata dagli studenti poche ore prima. «Sono entrati di colpo, stavo studiando e sono scappato via. Ma non a tutti è andata bene», racconta un iscritto a ingegneria.

È stata la scintilla che ha dato vita a due ore di scontri con tanto di barricate in Piazza Verdi.

Per superare lo sbarramento fatto con transenne e campane del vetro ribaltate dagli studenti, intenzionati ad usarle come arieti contro la polizia, gli agenti sono partiti alla carica accompagnati dagli Iveco della celere a sirene spiegate. Poi un rincorrersi tra le parti, con gli studenti, centinaia, divisi a gruppi che tentano di avvicinarsi il più possibile alla biblioteca sgomberata, mentre poliziotti e carabinieri provano con fatica a coprire tutti gli accessi a via Zamboni.

Alle 20 è tutto finito, Piazza Verdi è ricoperta da un tappeto di cocci di vetro e sedie rovesciate.

Il Collettivo universitario autonomo rivendica gli scontri con la polizia e annuncia una manifestazione questo pomeriggio alle 16, ma solo dopo un ultimo corteo selvaggio serale per il centro città.

Se la fiammata si è vista solo ieri in realtà la tensione si stava accumulando dal 23 gennaio, giorno in cui l’università ha installato dei tornelli di controllo degli accessi nella biblioteca di Discipline umanistiche dell’Università di Bologna e della relativa sala studio.

Il sistema di controllo degli accessi, con porte di vetro oltrepassabili solo col badge dell’Alma Mater, è rimasto in funzione poche ore. Poi, per la pressione del Collettivo universitario autonomo e di altri studenti presenti, le porte sono state sistematicamente rese inutilizzabili spalancando le uscite di emergenza. «È un luogo di socialità, non una banca. Tutti devono poter entrare e studiare», hanno spiegato gli attivista del Cua.

I vertici dell’Unibo hanno giustificato la misura con i nuovi orari serali della biblioteca e con numerose segnalazioni arrivate dal personale. «Di sera al 36 entrano punkabbestia con cani, spacciatori e c’è anche chi va a bucarsi nei bagni».

Il braccio di ferro è andato avanti per giorni, finché dopo un incontro infruttuoso col rettore gli attivisti non hanno deciso di rimuovere fisicamente, cacciavite alla mano, i tornelli. La risposta dell’Alma Mater è arrivata ieri mattina: portone chiuso fino a data da destinarsi.

Nel pomeriggio la contro mossa: gli studenti sono entrati nella biblioteca da un accesso laterale e hanno riaperto i locali di studio, dichiarandoli occupati.
Poi lo sgombero e la guerriglia, l’ultima scena di un copione che affonda le sue radici nella storica contrapposizione tra autonomia da una parte e istituzioni universitarie e cittadine dall’altra.

«Zecche rosse dei centri a-sociali», urla Matteo Salvini. «Le cariche dentro la biblioteca universitaria sono un fatto grave e inaccettabile», replica il deputato Giovanni Paglia di Sinistra Italiana, annunciando un’interrogazione. «Quanto avvenuto non deve accadere mai più! Saremo di nuovo in corteo per liberare la zona universitaria», si legge invece sulla pagina facebook del Cua.

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