Revisionismo storico

ROMA «Non ci vedo nulla di scandaloso e di politico. Sto semplicemente facendo per Filettino un parco per i bambini». Paolo De Meis, primo cittadino di Filettino, non si scompone nonostante abbia appena ricevuto un finanziamento di 285 mila euro da parte della Regione Lazio per la ristrutturazione di un parco intitolato al «maresciallo d’Italia» Rodolfo Graziani, personaggio di spicco del regime mussoliano.

Sindaco, scherza o sostiene per davvero che non sia almeno discutibile dedicare un parco a un fascista?

«Non sta succedendo nulla di grave, si sta semplicemente sollevando un polverone inutile per riempire le pagine dei giornali. Io non c’entro niente con il fascismo. Sono tutte stupidaggini».

Però il parco ricorda Rodolfo Graziani, simbolo del ventennio.

«Sono sempre stato di sinistra. Ho seguito tutto il percorso che dal Pci ha condotto al Pd. Salvo poi candidarmi nel 2013 con una lista di civica ma collocata nel centrosinistra. Resto dunque un uomo di sinistra».

Non sarebbe opportuno cambiare nome a questo spazio dedicato ai bambini?

«Io certamente non avrei dato quel nome. Mi sono informato. Quel parco venne dedicato a Rodolfo Graziani nel 1938. A quei tempi c’era il podestà Domenico Pontesilli. Siamo nel periodo fascista. Però mi faccia dire una cosa».

Cosa?

«Io non sto dedicando un mausoleo o una tomba a un simbolo del fascismo. Non sto organizzando una manifestazione in ricordo di Graziani. Non faccio apologia del fascismo».

E allora cosa fa?

«Sto cercando di ristrutturare un parco che sarà tutto per i bambini di Filettino e che sarà disponibile entro la fine del mese».

I bambini però leggeranno sulla targa il nome di Rodolfo Graziani e si domanderanno chi è.

«Non si può cancellare la storia d’Italia con un tratto di penna. Questa persona è esistita. I bimbi troveranno quel nome, ma non ci sarà scritto né eroe né maresciallo d’Italia».

FONTE: Giuseppe Alberto Falci, CORRIERE DELLA SERA

Anno dopo anno lo slogan più ripetuto per la manifestazione del 25 Aprile, festa della Liberazione, è stato «ora e sempre Resistenza». Non è solo e tanto un afflato enfatico per sentirsi parte di un evento a cui la grande maggioranza di chi sfila oggi non partecipò.

Quelle parole hanno un valore ed un peso precisi: impegnano le generazioni a venire a battersi contro ogni oppressione, contro ogni tirannia sotto qualunque cielo essa si manifesti e operi mettendo genti e uomini gli uni contro gli altri. La lotta antifascista fu fenomeno italiano, europeo, ma anche extraeuropeo. La cultura germinata dell’impegno militante ed ideale delle Resistenze ha generato una Weltanschauung da cui è uscita una nuova umanità che ha voluto riconoscersi come integra, titolare di diritti universali per ogni essere umano. La vittoria contro la barbarie nazifascista ha fatto fiorire alcune scritture sacrali pur nella loro originaria laicità. Fra queste ci sono la Costituzione della Repubblica Italiana e la Carta dei diritti universali dell’Uomo.

MA A DISPETTO DI QUESTO immenso patrimonio che delinea un mondo di pace e di uguaglianza, vi sono importanti movimenti che profondono intense energie per restituire legittimità alle ideologie dell’odio, del razzismo, della xenofobia, magari con il pretesto di tributare onore a combattenti caduti in guerra, spesso sotto la compiaciuta indifferenza di istituzioni ed autorità di paesi che si vogliono orgogliosamente democratici. La giustificazione a tale invereconda ipocrisia sarebbe che i morti sono uguali. I morti caduti per servizio nel portare guerre, stermìni, deportazioni, schiavismo, secondo questi becchini sarebbero uguali ai caduti per la libertà. Ma non sono solo i nostalgici o i cultori dei fascismi a cercare di corrompere il senso autentico dell’antifascismo, negli ultimi lustri ci si sono messi revisionismi a vario titolo che senza avere il coraggio di negare i fondamenti della Resistenza hanno fatto di tutto per infangarne memoria e magistero. Ma negli anni più recenti un nuovo fenomeno sta mettendo a rischio il valore integro dell’antifascismo e del suo ammaestramento. Alcuni esponenti della sinistra moderata, in occasione dell’ultimo referendum per la riforma Renzi-Boschi della Costituzione sostenitori del sì, hanno rivendicato di essere gli autentici eredi dei partigiani e hanno accusato i sostenitori del no (segnatamente l’Anpi) di avere pervertito l’eredità dei partigiani veri (sic!). Lo stesso a loro modo hanno fatto esponenti istituzionali delle comunità ebraiche, in particolare quella romana, rifiutandosi di partecipare alla sfilata ufficiale di cui dovrebbero fare parte per definizione, rivolgendo a chi permette ad esponenti del popolo palestinese di partecipare alla manifestazione del 25 Aprile con la propria bandiera di tradire l’autenticità della giornata della Liberazione.

AFFERMANDO CHE quella bandiera richiama il Gran Muftì di Gerusalemme che fu in carica per un breve periodo nel tempo della II guerra mondiale e che era filonazista (Una provocazione. Magari tacendo il legame profondo e ben più recente tra Stato d’Israele e il regime razzista dell’apartheid in Sudafrica). I dirigenti del Pd romano quest’anno, sospettiamo per ritorsione al no dell’Anpi in occasione del Referendum costituzionale, hanno scelto di aderire alla protesta dei leader comunitari degli ebrei romani. Con tale decisione il Pd romano ratifica il giudizio che i rappresentanti del popolo palestinese siano solo gli «eredi» del Gran Muftì filonazista di Gerusalemme di 80 anni fa e non i figli di un popolo oppresso che vive sotto occupazione militare da 50 anni.

IO CHE CREDO profondamente alle parole «ora e sempre Resistenza», nell’intento di fare rinsavire Matteo Orfini e i suoi mi servirò delle parole pronunciate all’assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani Bet’Tselem:

«Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono israeliano. Non ho un altro Paese. Non ho un’altra cittadinanza né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro. (…)Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati ad una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento. (…) Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi. (…) Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo. Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico. Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire».

È VERO, i palestinesi non possono sparire e hanno la piena titolarità per rivendicare i loro diritti, ovunque. E la loro liberazione ci riguarda.

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Rovina o museo della memoria? Continuano a dividere le sorti del Memoriale italiano ad Auschwitz ed il suo trasferimento l’anno scorso, dalla fredda Polonia all’Auditorium Ex3 di Gavinana  a Firenze. Da una parte la proprietà ovvero l’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) che assieme al Comune di Firenze e la Regione Toscana, nell’ex auditorium fiorentino hanno in progetto di realizzare un Museo della memoria. Dall’altra l’accademico di Brera prof. Sandro Scarrocchia che senza mezzi termini indica lo spostamento come la rovina della memoria. Che le esigenze della memoria e le forze che le formano siano tutt’altro che statiche, lo dimostra proprio il Memoriale. Quando venne realizzato nel 1980, simbolo in Auschwitz della memoria italiana della deportazione e dello sterminio, i contorni della narrazione italiana corrispondevano con le esigenze di quella polacca e si caratterizzavano per uno spirito di fratellanza politica e ideologica. Anche oggi le due narrative nazionali concordano ma questa volta per la sua chiusura. Entrambe ritengono inopportuni infatti ( in Polonia sono considerati fuori legge) i richiami artistici al comunismo quali il volto di Gramsci, la falce e il martello, l’Armata Rossa volutamente inseriti nel memoriale realizzato dallo scrittore Primo Levi, sopravvissuto di Auschwitz, Lodovico Belgiojoso, architetto e sopravvissuto di Mauthausen, Pupino Samonà, pittore, Luigi Nono, musicista, Nelo Risi, poeta e regista. La dichiarazione con la quale la Direzione del Museo di Auschwitz-Birkenau ne ha decretato la chiusura, declassandolo a opera d’arte priva di qualsivoglia valore didattico-pedagogico, cozza brutalmente con l’appello firmato da numerosi accademici, artisti, architetti nonché importanti esponenti del mondo ebraico, col quale chiedevano che l’opera rimanesse in Polonia. Un appello rivolto al governo polacco ma anche a quello italiano che a sua volta non ha fatto alcuna resistenza, da Prodi a Renzi, al revisionismo storico polacco.
Chi il giorno della memoria dovesse recarsi ad Auschwitz dunque anche quest’anno troverà solo una porta sbarrata. L’accademia di Brera lo scorso dicembre ha proposto uno workshop sul tema ” Memoria del memoriale” come riflessione sul rapporto tra memoria ed arte. Tra i protagonisti il prof. Sandro Scarrocchia, accademico di Brera, che per anni si è battuto strenuamente contro lo spostamento del Memoriale, promuovendo appelli sottoscritti da Università, istituzioni e personalità della cultura italiana e internazionali ” Il Memoriale a Cavigana costituisce la rovina della memoria. Un controsenso maggiore non si poteva avere – dichiara – badiamo bene il problema non è Cavigana, sarebbe stato uguale se fosse stato spostato a Milano o a Palermo. Con la estromissione del Memoriale da Auschwitz, ora questo monumento è diventato vicario di se stesso. Non è più qualcosa di originale: dal memoriale il visitatore avrebbe dovuto guardare dalle finestre ciò che resta di Auschwitz. Cosa guarderà ora da Gavinana? La periferia di Firenze? “.

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NAZISMO

La scomparsa a 93 anni di Ernst Nolte segna l’uscita di scena di uno dei protagonisti più controversi del cosiddetto revisionismo storico: in qualche misura del suo interprete più originale e autentico, noto anche al grande pubblico.

Un destino che non sembrava profilarsi nel primo studio che gli diede notorietà, il libro del 1963 su I tre volti del fascismo (che erano fascismo, nazismo e Action Francaise), dal taglio assai più filosofico che storico, nel linguaggio come nella problematica (e con una totale indifferenza per la dimensione economica e sociale). Ci sono in quel testo elementi destinati a permanere, come notava nel 1964 Enzo Collotti: se il fascismo veniva inteso come una filiazione del marxismo, anche i suoi esiti estremi si sarebbero potuti imputare al comunismo. Ma per la verità venivano operate allora nette distinzioni tra nazismo e comunismo, come tra i rispettivi sistemi concentrazionari. C’era molta cautela nell’uso del termine «totalitarismo», che anzi veniva criticato perché sommergeva e banalizzava il fenomeno fascista, impedendo la ricerca di una sua «teoria generale».

LA DISPUTA DEGLI STORICI

Col passare del tempo Nolte mutava gran parte dei suoi postulati, e l’urgenza più evidente della sua ricerca appariva quella di sganciare la coscienza della nazione tedesca dal «passato che non voleva passare», ossia da quella sia pur tardiva accettazione delle responsabilità collettive di fronte al passato nazista che con grande difficoltà si era affermata alla fine degli anni Sessanta. La fortuna di Nolte si legherà per molti anni all’emergere di una insofferenza diffusa verso quel legame, nei termini di una ricerca assolutoria assai più che di una storicizzazione.
Nel giugno 1986 il suo articolo sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung« segnava l’avvio della cosiddetta «Historikerstreit« (disputa tra gli storici) che vedeva schierarsi su posizioni conflittuali Hillgruber da un lato e soprattutto Habermas dall’altro.

Lontano dal negazionismo, sarà incline a un pesante giustificazionismo che non scivolerà mai esplicitamente in una tendenza apologetica ma che attraverso una serie di parallelismi e di concatenazioni assertive tenterà di configurare il nazismo come risposta difensiva alla minaccia comunista, che costituirebbe il «prius logico e fattuale» di tutta la vicenda hitleriana.
Siamo nella dimensione della «guerra civile internazionale» (concetto che avrebbe conosciuto ben altra fortuna e dignità nell’opera di molti altri storici, tra i quali ricordiamo almeno Enzo Traverso) ma che viene meccanicamente trasposta in un gioco di rimandi spesso forzati e cervellotici. Così la guerra di razze è una risposta alla guerra di classe, il lager è risposta al gulag, la volontà di annientamento dei nemici è risposta alla «barbarie asiatica» dei bolscevichi, lo sterminio degli ebrei discende necessariamente dalla presenza predominante della componente ebraica nel comunismo.

La formulazione più compiuta di queste tesi si avrà nel libro La guerra civile europea 1917-1945. Nazionalsocialismo e bolscevismo del 1987, edito in Italia due anni dopo da Sansoni con ampia introduzione critica di Gian Enrico Rusconi. L’analisi più convincente delle tesi di Nolte si può leggere in Pier Paolo Poggio, Nazismo e revisionismo storico (manifestolibri, 1977).
In seguito Nolte modificherà numerosi elementi delle sue teorie, a volte producendo bizzarrie concettuali: si veda l’autocritica sulla presenza ebraica nel comunismo, che dirà di avere riveduto e attenuato perché «i più recenti studi» avevano mostrato una presenza trascurabile dell’elemento ebraico nel comunismo cinese (e forse non c’era bisogno di attendere gli studi più aggiornati).
Ma proprio la questione ebraica finirà per alienare i favori che erano giunti in forma cospicua alla figura di Nolte da parte di un vasto fronte che aveva individuato nelle sue tesi la punta di lancia di un’offensiva «revisionista» apparsa a lungo egemone. L’antisemitismo sostanziale di Nolte finiva per emergere in forma esplicita e non più latente.

ANTICONFORMISMO POSTICCIO

Nel 2003 «Repubblica» curava un faccia a faccia tra Nolte e Marcello Pera, allora presidente del Senato, che assisteva attonito e contrariato a pronunciamenti antiamericani del suo idolo (in termini di odio per hamburger, Coca-Cola e lobby ebraica), alla equiparazione di Israele al nazismo, alla minimizzazione e relativizzazione della Shoah e a parallelismi avventurosi tra Gaza e Auschwitz. «Lei è considerato un uomo di destra. Ma in lei sento l’eco della sinistra europea». «Nel ’63 ero considerato un uomo di sinistra. Forse sono tornato alle mie origini». «Oppure c’è una radice identica nel pensiero di destra e di sinistra». «Sì, non credo che la divisione tra destra e sinistra sia definitiva. E io ho sempre teso alla sintesi».

L’ultimo Nolte, in versione «rossobruna», diventava inservibile e il suo nome scompariva lentamente dalle evocazioni dei tanti house organ del revisionismo occidentalista.
È facile prevedere che Nolte resterà nella storia essenzialmente per il ruolo esercitato in un momento delicatissimo e cruciale della coscienza inquieta della nazione tedesca, vera e propria cartina di tornasole rispetto al disagio crescente di molti tedeschi rispetto a una contrizione forse non autentica e interiorizzata ma vissuta come imposizione esterna. È difficile che resti molto della sua opera di storico, in termini vitali e capaci di fare da stimolo a riflessioni realmente «anticonformiste».

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Rising

Nel centenario della Rivolta di Pasqua (Easter Rising) contro il dominio inglese e nel proliferare di commemorazioni ufficiali, spicca l’invito del presidente irlandese Michael D. Higgins a non tradire le aspirazioni sociali che animarono i protagonisti dell’insurrezione: la redistribuzione delle ricchezze e la rivendicazione di diritti da parte delle donne. Ma servono alcuni riferimenti storici per meglio comprendere la portata culturale e politica del discorso presidenziale qui tradotto e le modalità inedite con cui Higgins, laburista vecchio stampo e fortemente critico del New Labour blairiano, interroga la memoria nazionalista enfatizzandone i connotati classisti e la filiazione dal grande sciopero (lock-out) del 1913.

dublino

Innanzitutto si tenga presente che nonostante l’incontestata valenza del Rising come evento fondativo par excellence dello stato d’Irlanda e della successiva Repubblica, da decenni eravamo abituati a celebrazioni stanche, dove la ritualità e la retorica più vuota prevalevano sulla riflessione critica e chiudevano a ogni volontà di riattualizzarne lo slancio ideale e i contenuti: qualcosa di altrettanto narcotico, ahimè, quanto le cerimonie istituzionali in occasione del 25 aprile nostrano. Questo atteggiamento è figlio dei tempi e in Irlanda, parallelamente all’erosione dei valori ispiratori della Repubblica, segnala la temibile sinergia fra un revisionismo malinteso e la realpolitik affarista in salsa global. Infatti, durante gli anni Novanta e Duemila, fra l’ascesa e il tracollo dell’effimero miracolo economico noto come celtic tiger, è invalso un atteggiamento liberal che bolla automaticamente come ‘ideologico’ ogni tentativo di sviscerare la questione spinosa dell’identità nazionale e dell’eredità del Rising.Una parabola sorprendente se si pensa che il revisionismo nasce in seno all’accademia irlandese con l’obbiettivo opposto di sottrarre lo studio della decolonizzazione alla mitologia acritica e smussata di ogni asperità sociale che si è sviluppata intorno agli “eroi” dell’indipendenza. Negli anni Sessanta, tuttavia, di fronte al settarismo e alla guerra civile che infiammano le sei contee nord-irlandesi ancora annesse al Regno Unito, l’impresa revisionista viene strumentalizzata da chi intende neutralizzare aprioristicamente ogni considerazione che chiami in causa l’esperienza coloniale e il suo corollario di conseguenze.

È questa una risposta alla stagione tragica dei Troubles, insanguinata da attentati dinamitardi e scontri fra gruppi paramilitari repubblicani/nazionalisti e lealisti/unionisti (la declinazione religiosa dei due schieramenti, cattolico e protestante, è in voga nelle narrazioni commerciali e in certe letture semplicistiche, ma manca totalmente di spiegare il reale contesto del conflitto, sebbene crei alibi e simboli con cui attrarre i meno critici, irlandesi e non solo). Di fatto, però, con i revisionisti l’imperialismo esce di scena e diviene poco più che un fantasma nelle analisi della fisionomia culturale e politica del paese. Ma oggi… chissà?

Forse è presto per parlare di inversione di tendenza e Higgins resterà voce isolata. O forse i tempi sono maturi per superare la falsa alternativa fra l’agiografia nazionalista e la rimozione revisionista del passato e presente coloniali. In tal caso sarebbero indicativi i balbettamenti livorosi della leadership unionista, in preda al panico di fronte all’iniziativa del presidente. E d’altro canto ci sono da segnalare le bacchettate a Higgins da parte della frangia socialista dell’Ira, cui non è andata giù, si legge in un comunicato di queste ore, la mancata menzione delle sei contee, proprio in un discorso di condanna dell’amnesia riguardo agli obbiettivi degli insorgenti. Bè, in effetti, la proclamazione della Repubblica letta quel lunedì di Pasqua a Dublino era rivolta a tutti gli irlandesi, non a una parte di loro.

Wilhelm Kusterer

Condannato all’ergastolo per il massacro di Marzabotto del 1944, l’ex SS Wilhem Kusterer sarà premiato dal piccolo comune tedesco di Engelsbrand per i suoi «meriti eccezionali» a favore della comunità. Una scelta che ha lasciato di sasso il presidente del Comitato per le onoranze ai caduti di Marzabotto Valter Cardi, e che ora rischia di causare un caso diplomatico. Se Cardi dopo aver scovato la notizia tra le pagine del quotidiano Pforzheimer Zeitung ha deciso di protestare scrivendo direttamente ad Angela Merkel, a muoversi è anche la Regione Emilia-Romagna, che promette «tutti i passi necessari» nei confronti del Land Baden-Wuerttemberg e del Comune di Engelsbrand «per chiedere l’immediato ritiro dell’assurdo riconoscimento assegnato a un criminale nazista responsabile dell’eccidio di Marzabotto e di altre stragi in Italia».

Nel 1944 Wilhem Kusterer comandava un plotone della 16esima divisione corazzata delle SS, in quell’anno impegnata in Italia nella lunga ritirata dell’esercito tedesco spinto sempre più a nord dagli alleati. Nell’autunno del 44 i soldati del Führer uccisero nella zona di Marzabotto, in provincia di Bologna, più di 800 civili. Non una semplice rappresaglia contro i partigiani presenti sull’appennino emiliano, ma un vero e proprio massacro pianificato nei dettagli. Gli ordini erano chiari e furono rispettati alla lettera: «uccidere tutti e distruggere tutto».

Ad essere ammazzati furono anche i bambini, sui 770 trucidati tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 c’erano anche 216 bambini, 142 ultrasessantenni, 316 donne. Per Marzabotto nel maggio 2008 Wilhem Kusterer è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’appello militare di Roma. Ma non è la sua unica condanna, perché l’ormai 94 enne Kusterer dovrebbe scontare un altro ergastolo per le stragi di San Terenzo Monti e di Vinca dell’agosto 1944. Il condizionale è d’obbligo perché, come tanti altri militari tedeschi, l’ex nazista non ha mai scontato un giorno di pena. Ora Kusterer rischia di essere ricordato in patria non per i suoi crimini, ma per la medaglia che il Comune di Engelsbrand, piccolo centro a poche decine di chilometri da Stoccarda, ha deciso di assegnargli per i suoi «meriti eccezionali» a favore della comunità e per i suoi 22 anni ininterrotti (1975-1997) seduto tra i banchi del consiglio comunale. «Siamo sdegnati da quel che è successo, ci faremo sentire in ogni modo possibile e chiederemo anche le dimissioni del sindaco di Engelsbrand. Kusterer, e come lui tanti altri, non ha mai fatto un giorno di carcere rifiutando sempre l’estradizione», dice Valter Cardi del Comitato onoranze caduti di Marzabotto.

Cefalonia

La declassificazione e la pubblicazione on-line, voluta dalla Camera, di una parte dei documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle «cause dell’occultamento dei fascicoli relativi ai crimini nazifascisti» è senz’altro un fatto significativo per gli studi e per la «lettura pubblica» del nostro passato prossimo. Tuttavia la ricercata catarsi della memoria nazionale, che sottende a queste operazioni, fatica a tradursi in compiuta nemesi storica in un paese come l’Italia.
Per «ritrovare» nella Procura Militare Generale di Roma i 695 fascicoli relativi alle stragi nazifasciste ed ai crimini italiani all’estero si dovette attendere il 1994 allorché la documentazione «dell’armadio della vergogna» (come recitò il titolo dell’inchiesta di Franco Giustolisi) riemerse dalla «archiviazione provvisoria» stabilita il 13 gennaio 1960 dal Procuratore militare Enrico Santacroce, già noto all’epoca per la sentenza di assoluzione emessa il 19 febbraio 1949 in favore di Mario Roatta e altri generali fascisti responsabili con il re della vergognosa fuga da Roma dell’8 settembre 1943.

La Commissione d’inchiesta istituita nel 2003 (dal governo Berlusconi con dirigenti post-fascisti ascesi al rango di ministri della Repubblica) si prefissò lo scopo di ricercare le «cause dell’occultamento dei fascicoli» ma concluse i suoi lavori con due diverse relazioni finali, come quasi sempre accade quando nella camere di compensazione politica si cerca di scrivere la storia «condivisa».

In verità il lavoro d’individuazione delle «cause» era stato già svolto e sintetizzato in modo esplicito e disarmante pochi anni prima da Paolo Emilio Taviani preminente figura della Resistenza cattolica, segretario nazionale della Dc, ministro dell’Interno e della Difesa nonché responsabile politico di primo piano di «Gladio».

Il 20 ottobre 1956 nel suo diario di memorie (pubblicato postumo nel 2000) Taviani sintetizzò in poche righe ciò che le istituzioni ed il paese avrebbero fatto fatica a raccontare per altri quarant’anni: «Gaetano Martino [ministro degli Esteri] mi scrive che non è opportuno chiedere alla Germania l’estradizione di Speidel ritenuto (ma ci sono dubbi) uno dei responsabili della strage di Cefalonia. I russi stanno per invadere l’Ungheria. Il riarmo tedesco è più che mai indispensabile. Moro [ministro della Giustizia] mi aveva detto che la competenza non è sua, ma mia e degli Esteri. Mi ero imposto per iniziare la pratica dell’estradizione. Ma ora non ci penso neppure ad insistere per questo Speidel. Martino ha ragione».
Gli equilibri della Guerra Fredda, la necessità del riarmo tedesco-occidentale e la «ragion di Stato» divennero la base del paradigma dell’impunità sia per i crimini di guerra compiuti dai nazifascisti in Italia sia per quelli commessi dal regio esercito in Africa e nei Balcani.

Tuttavia a distanza di settant’anni dai fatti il vero nodo di criticità che rischia di far rimanere deboli iniziative come quella della Camera rimane il cortocircuito memoriale avviato proprio alla metà degli anni novanta attraverso la retorica dei «ragazzi di Salò» che trovò la tribuna più importante proprio dallo scranno più alto della stessa Camera, all’epoca presieduta da Luciano Violante.

Così il combinato disposto dell’omertoso silenzio sui crimini di guerra e della comprensione della «buona fede» dei fascisti che «andavano a cercar la bella morte» (ma più volentieri la infliggevano con stragi e torture a civili e partigiani) ha finito per tradursi politicamente con lo «sdoganamento» post-missino e con la fine della «conventio ad excludendum» contro gli eredi del Pci. Approdando, in ultima istanza, al loro reciproco riconoscimento di accesso al governo del paese.
Mentre la documentazione sulle stragi nazifasciste rimaneva quasi sullo sfondo del dibattito nazionale, nello stesso 1994 l’opinione pubblica «moderata» considerava i partigiani dei GAP come i «veri» responsabili della strage delle Fosse Ardeatine e soltanto una protesta clamorosa davanti al Tribunale militare di Roma impedì che il capitano delle SS Erich Priebke tornasse libero in Argentina.

Tra il 2003 e il 2004 seguirono poi la denuncia «del sangue dei vinti» e l’istituzionalizzazione del «giorno del ricordo» durante il quale, a suggello di una ricostruzione «narrativa» e non storica, sono stati premiati decine di repubblichini di Salò di cui il caso di Paride Mori (a cui la medaglia alla memoria dello scorso anno è stata poi revocata) non è che un esempio.
Ben vengano, dunque, le declassificazioni dei documenti che favoriscono i conti col passato perché nella conservazione e nella resa di accessibilità delle fonti risiedono il ruolo e le funzioni che le istituzioni hanno il dovere di esercitare nei confronti della storia.

Scriverla sarà compito della ricerca.

foibe

La foto è molto conosciuta o dovrebbe esserlo. Siamo nel villaggio sloveno di Dane (Loska Dolina) è il 31 luglio 1942 e cinque militari del regio esercito italiano fucilano alla schiena cinque civili jugoslavi.

L’occupazione fascista della Slovenia dura da oltre un anno (dal 6 aprile 1941) ed è da tempo in atto da parte del governo di Mussolini la cosiddetta politica di «snazionalizzazione» consistente nella sostituzione, tramite la deportazione in campi d’internamento o la soppressione in loco, della popolazione civile «allogena» (cioè jugoslava) con quella italiana.

Nonostante la notorietà dell’immagine, conservata presso l’archivio dell’Istituto storico della capitale slovena Lubiana, anche nella celebrazione di quest’anno del «giorno del ricordo» non sono mancate grottesche manipolazioni di una fotografia che già nella trasmissione di Raiuno Porta a Porta venne presentata a parti invertite, con gli italiani vittime della fucilazione e gli jugoslavi carnefici.

Da ultimo lo ha fatto Francesco Storace, candidato sindaco di Roma, che ha riprodotto la strage di Dane avendo cura di disegnare il tricolore italiano dietro la schiena dei fucilati ed una falce e martello rosso sangue dietro quella del plotone di esecuzione, ammonendo, con significativa ironia involontaria, che «la sinistra dimentica» ma loro, La Destra, no.
Tuttavia il significato dell’episodio, in un paese come l’Italia, non è certamente circoscritto e circoscrivibile alla sola area politica della destra ex missina. Dopo dodici anni di celebrazioni ufficiali del «giorno del ricordo» e dopo un profluvio di fiction, talk show e spettacoli teatrali le vicende del confine orientale più che un «patrimonio costitutivo della nostra identità» — come affermato dal ministro degli Esteri Gentiloni — sembrano rappresentare una «narrazione» della storia piuttosto che la sua ricostruzione «svincolata da ideologie».

Così se da un lato l’etnicizzazione del conflitto (evocata dalla rappresentazione semantica di una violenza «slava» contro gli italiani «solo perché italiani») diviene strumento utile a svincolare storicamente il nostro paese dall’eredità criminale del fascismo, dall’altro l’associazione tra l’Esercito Popolare di Liberazione (Eplj) e l’ideologia comunista ripristina nell’immaginario collettivo il vecchio uso propagandistico che il fascismo degli anni venti fece dello «slavocomunista».

Chiunque abbia anche solo sfogliato un libro di storia sa che la Guerra di Liberazione portò l’Eplj a risalire e riunificare il territorio jugoslavo occupato combattendo e sconfiggendo il nazifascismo nella sua dimensione politica e non etnica, tanto che nemici di Tito furono anche altri jugoslavi collaborazionisti come gli ustascia croati, i cetnici serbi ed i domobranci sloveni oltre che i nazisti tedeschi e i fascisti.

Il «narrato italiano» poggia poi le sue basi su un solido pilastro della rappresentazione della storia nazionale: quel paradigma vittimario che sintetizza insieme aporie della memoria; uso politico della storia e ricomposizione selettiva del vissuto individuale e collettivo.

In questo modo l’aggressione fascista alla Jugoslavia; i crimini di guerra del regio esercito nei Balcani; l’impunità garantita istituzionalmente ai responsabili politici e militari nonché il loro riutilizzo in seno agli apparati di forza dello Stato nel dopoguerra, vengono espunti dal «patrimonio costitutivo della nostra identità» armonizzato, di contro, intorno al falso mito autoassolutorio del «bravo italiano» e ad un’immagine «patria» che ci presenta come inconsapevoli vittime ora del regime mussoliniano ora della cieca violenza slavo-comunista.

Quella del 10 febbraio (ricorrenza della firma del Trattato di Pace di Parigi e non delle violenze sul confine orientale del settembre 1943-maggio 1945 definite tutte in modo generico e non veritiero «infoibamenti») si inserisce in una scelta di giornate della «memoria di Stato» che lungi dall’essere un «calendario civile» codifica legislativamente una «narrazione altra» da quella definitasi storicamente in termini fattuali.

Così a date fondative come il 25 aprile 1945 (Insurrezione nazionale e Liberazione d’Italia) o il 2 giugno 1946 (nascita della Repubblica) si sovrappongono nelle cerimonie ufficiali ricostruzioni che, deboli sul piano storico-scientifico, necessitano della «protezione» non solo della propaganda politica bipartisan ma anche di progetti di legge ad hoc, fortunatamente per ora accantonati, che con la motivazione di combattere il negazionismo vorrebbero sancire limiti di legge alla ricerca.

In ultimo, dunque, ci domandiamo: Francesco Storace, Bruno Vespa e tutti coloro che hanno rovesciato la realtà impressa dalla foto di Dane dovrebbero forse essere perseguiti penalmente per negazionismo?

Certamente no. Sarà sufficiente la sanzione della Storia.

Che il 1989 abbia cam­biato la carta geo­po­li­tica del mondo è accla­rato, al di là dei giu­dizi di merito. Non è altret­tanto evi­dente che quell’evento – il cosid­detto «crollo del Muro», e i sus­se­guenti avve­ni­menti sino allo scio­gli­mento dell’Urss alla fine di dicem­bre 1991 – com­portò con­se­guenze cul­tu­rali rile­vanti, a loro volta foriere di esiti poli­tici. Prima fra tutte, l’ondata revi­sio­ni­stica, che ha attac­cato tutto il plu­ri­se­co­lare ciclo rivo­lu­zio­na­rio, dalla Basti­glia, alla Rivo­lu­zione d’Ottobre, al bien­nio rosso post Grande guerra, sino alla rivo­lu­zione anti­fa­sci­sta, cer­cando siste­ma­ti­ca­mente di svi­lirne il signi­fi­cato prima e poi di ribal­tare il giu­di­zio sto­rico su cia­scuno di que­sti eventi.
Riba­diamo intanto la distin­zione tra revi­sione e revi­sio­ni­smo. La prima è una pra­tica ine­lu­di­bile della ricerca sto­rica, ossia la cor­re­zione, l’aggiunta, l’integrazione sulla base di nuovi docu­menti, o del per­fe­zio­na­mento delle tec­ni­che della ricerca, o, infine, della capa­cità sog­get­tiva dei sin­goli stu­diosi di porre domande nuove; men­tre il revi­sio­ni­smo è un orien­ta­mento cul­tu­rale, che nasce sul ter­reno della sto­rio­gra­fia, si allarga, e, pro­gres­si­va­mente, si tra­sforma in una ideo­lo­gia poli­tica. Se in Fran­cia il revi­sio­ni­smo ha preso di mira soprat­tutto la Grande Révo­lu­tion del 1789, in Ita­lia e Ger­ma­nia, le potenze scon­fitte nella Secondo con­flitto euro­peo, esso ha affron­tato essen­zial­mente il nodo «fasci­smo, anti­fa­sci­smo, Resi­stenza». In Ger­ma­nia Ernst Nolte non attese l’89, aprendo la con­tro­ver­sia sul cosid­detto «pas­sato che non passa», volta a durare a lungo, che, nelle sue inten­zioni, doveva can­cel­lare il senso di colpa dei tede­schi, rove­sciando la frit­tata: la colpa ori­gi­na­ria era dei bol­sce­vi­chi, a cui sem­pli­ce­mente il nazi­smo aveva dato una rispo­sta, per la quale l’Europa tutta doveva espri­mere gra­ti­tu­dine, anzi­ché ripro­va­zione, a Hitler, a dispetto dei suoi «eccessi», con­dan­na­bili, per aver fer­mato il comunismo.

Anche il padre del revi­sio­ni­smo di casa nostra, Renzo De Felice, aveva avviato per tempo il pro­prio cam­mino, fin dal primo volume della sua monu­men­tale bio­gra­fia di Mus­so­lini, a metà degli anni Ses­santa. Da allora fu una corsa in discesa, prima verso il giu­sti­fi­ca­zio­ni­smo, poi verso una vera e pro­pria riva­lu­ta­zione del fasci­smo. Se con­fron­tiamo le due prin­ci­pali ester­na­zioni pub­bli­che dello sto­rico l’Intervista sul fasci­smo, del 1975, e Rosso e nero, del 1995, capiamo bene la fuo­ru­scita del revi­sio­ni­smo, dalla sto­rio­gra­fia alla poli­tica. In quei vent’anni v’è, appunto, lo spar­tiac­que del 1989: il «crollo»; in Ita­lia, la Bolo­gnina. La bat­ta­glia con­tro l’asserita «ege­mo­nia» della sini­stra aveva segnato intanto un primo punto a suo favore con la pub­bli­ca­zione di un’opera impor­tante di uno stu­dioso di fede demo­cra­tica, con un pas­sato par­ti­giano, Clau­dio Pavone, Una guerra civile, che appare nel 1991.

Ben­ché quel grosso volume par­lasse di tre distinte guerre, quella di libe­ra­zione nazio­nale, quella sociale, ossia di classe, e, infine, la guerra civile, fu quest’ultima a can­cel­lare le altre due, con la destra che gon­go­lava: «Noi lo dice­vamo! Fu una guerra civile… Avete dovuto atten­dere che fosse un nome “di sini­stra” a scri­verlo, per cre­derci?». Ovvia­mente l’utilizzo del libro di Pavone si limi­tava pres­so­ché esclu­si­va­mente al titolo, seb­bene l’autore spie­gasse che quello era sol­tanto il sot­to­ti­tolo, men­tre il titolo da lui pro­po­sto all’editore (Bol­lati Borin­ghieri), era Sag­gio sto­rico sulla mora­lità della Resi­stenza. Si trattò comun­que di un’apertura di cre­dito, sia pure invo­lon­ta­ria, verso quell’ambigua espres­sione («guerra civile»), che ha senso fino a un certo punto: era evi­dente, ad esem­pio, che la guerra sociale era anche una guerra civile, e che comun­que enfa­tiz­zare il con­cetto impli­cava l’idea che vi fosse un’equa divi­sione di forze e altresì una equi­pa­ra­bile legit­ti­mità dei com­bat­tenti. Men­tre così non era né sul primo piano, né sul secondo.

L’uso ideo­lo­gico del libro di Pavone pro­dusse effetti diret­ta­mente poli­tici. Luciano Vio­lante, nel discorso di inse­dia­mento alla pre­si­denza della Camera (aprile 1996), accre­ditò i «ragazzi di Salò». Mar­cello Pera, ancor prima di diven­tare pre­si­dente del Senato, sostenne che era tempo di finirla con la «Repub­blica nata dalla Resistenza».

Insomma, a dispetto degli studi rigo­rosi por­tati avanti da sto­rici seri, fu il revi­sio­ni­smo a pre­va­lere, con lavori di seconda o terza mano, e soprat­tutto sui media. Diventò una moda la pole­mica con­tro la «vul­gata anti­fa­sci­sta», insi­stendo sul carat­tere mino­ri­ta­rio dei resi­stenti, sulla distin­zione tra fasci­smo e nazi­smo, e soprat­tutto menando furiosi colpi ai comu­ni­sti ita­liani, col­pe­voli «a prescindere».

Infine comin­cia­rono a cir­co­lare due parole d’ordine: la «morte della patria» (l’8 set­tem­bre ’43) e la «zona gri­gia», dive­nendo pre­sto uno stuc­che­vole man­tra. Se con la prima si dava il colpo deci­sivo allo stesso avvio della Resi­stenza, insi­nuando che la patria vera fosse quella monarco-fascista, con l’altra, la «zona gri­gia», si loda­vano gli ita­liani che non si schie­ra­rono, che ave­vano come unico scopo soprav­vi­vere, indif­fe­renti alla con­tesa tra «rossi» e «neri». I revi­sio­ni­sti distri­bui­rono «equa­mente» torti e ragioni: nasceva la reto­rica della «memo­ria con­di­visa», in nome di una «paci­fi­ca­zione» ade­guata al clima post­co­mu­ni­sta e neoliberale.

Era ormai avviata la con­tro­nar­ra­zione della Resi­stenza. L’antifascismo, tanto più se di matrice comu­ni­sta, era sul banco degli impu­tati. La lotta armata veniva addi­tata come un insieme di azioni inu­tili, quando non addi­rit­tura controproducenti.

Poi, la pole­mica revi­sio­ni­stica inve­stì le «ven­dette» del post-25 aprile. Il sof­fer­marsi sui «cri­mini» dei par­ti­giani (idest, comu­ni­sti), impli­cava una totale disat­ten­zione ai con­te­sti: in Ita­lia, come altrove, all’indomani della fine del con­flitto, vi furono rego­la­menti di conti spie­ga­bili alla luce degli eventi e dei con­te­sti. Invece, ora della lotta par­ti­giana rima­neva sol­tanto il san­gue: quello dei vinti, per ripren­dere il titolo del primo volume di Giam­paolo Pansa, che da allora diede avvio a una saga anti­re­si­sten­ziale; il suo suc­cesso fu una prova della rag­giunta ege­mo­nia del revi­sio­ni­smo, nella sua forma più estrema, il «rove­sci­smo». L’anti-Resistenza divenne un pro­dotto a fini com­mer­ciali, oltre, e forse prima ancora, che poli­tici. Il punto di non ritorno in que­sta vicenda fu l’istituzione, nel marzo 2004 con voto con­di­viso, del «Giorno del ricordo»: la nar­ra­zione delle foibe, divenne il cuore della costru­zione di un senso comune anti­re­si­sten­ziale, anti-antifascista e soprat­tutto anticomunista.

Sba­glie­rebbe a con­si­de­rare tutto ciò un feno­meno ita­liano. E ancor più se pen­sasse che si tratta di mate­riale per la futura sto­ria della cul­tura. Basti uno sguardo all’Europa, dove accanto alla rina­scita di movi­menti poli­tici di destra estrema, o dichia­ra­ta­mente neo­fa­sci­sti e neo­na­zi­sti, abbiamo potuto vedere in que­sti ultimi anni prese di posi­zione isti­tu­zio­nali agghiac­cianti, a par­tire dalle ultime polac­che, che hanno negato addi­rit­tura il ruolo dell’Armata Rossa nella libe­ra­zione del Campo di Ausch­witz; o alla legi­sla­zione unghe­rese che sta non solo «riscri­vendo» la sto­ria del paese, a uso di un’affiliazione ideo­lo­gica al più estremo neo­li­be­ri­smo, ma sta appli­cando misure puni­tive verso coloro che abbiano avuto qual­siasi tipo di con­nes­sione col comu­ni­smo; o, ancora all’Ucraina, dove addi­rit­tura i neo­na­zi­sti sono al potere, accanto a forze «libe­rali», con la con­ni­venza di Usa e Ue, e si vie­tano addi­rit­tura i sim­boli del comu­ni­smo, e imma­gino, pre­sto si riac­cen­de­ranno i roghi dei libri.

Un elenco di mise­rie intel­let­tuali che sono tut­ta­via vit­to­rie poli­ti­che. E tutto ciò, ricor­dia­molo, è anche esito del revi­sio­ni­smo, sca­te­nato, nella sua ultima ver­sione «rove­sci­sta», pre­ci­sa­mente dal crollo del 1989.

Oggi cele­brare il 70° della Libe­ra­zione dovrebbe impli­care forse innanzi tutto l’avvio di una con­trof­fen­siva cul­tu­rale. Vogliamo provarci?

Il Comi­tato Gherush92 per i Diritti Umani ha pre­sen­tato ieri al Senato il docu­mento inter­na­zio­nale per la con­ser­va­zione del Memo­riale ita­liano ad Aush­c­witz per difen­dere l’opera con­ser­vata nel museo dell’ex campo di ster­mi­nio in Polo­nia e per aprire l’ennesimo fronte di difesa della memo­ria euro­pea dalle istanze di revi­sione e rove­scia­mento della sto­ria.

Le crisi segnano un momento cen­trale della ten­denze com­bi­nate e con­flit­tuali dei fat­tori di tra­sfor­ma­zione da un lato e delle per­si­stenze e con­ti­nuità siste­mi­che dall’altro e la vicenda rela­tiva al «tra­sloco poli­tico» del memo­riale ita­liano del Blocco 21 di Ausch­witz, legato alla pre­senza al suo interno del sim­bolo della falce e mar­tello e dell’immagine di Anto­nio Gram­sci, riporta al nucleo della crisi memo­riale euro­pea, intesa come con­flitto tra dispo­si­tivi sto­rici con­so­li­dati e nuove esi­genze degli Stati.
Il cuore polacco della «revi­sione»
La Polo­nia rap­pre­senta in modo mul­ti­forme il cuore della crisi memo­riale e dun­que dello stesso pro­filo iden­ti­ta­rio dell’Europa. Dal patto Ribbentrop-Molotov alla costru­zione dei campi di ster­mi­nio nazi­sta; dalla rivolta del ghetto di Var­sa­via alla Libe­ra­zione ad opera dell’Armata Rossa, che pro­prio in quelle terre distrusse il reti­co­lato che aveva sepa­rato l’umanità dal gorgo nero di Ausch­witz.
La rimo­zione del memo­riale ita­liano, voluto e fatto rea­liz­zare negli anni ’80 dall’Aned e peral­tro già chiuso al pub­blico dal 2011, assume in que­sto qua­dro la valenza non solo sim­bo­lica ma finan­che fisica della can­cel­la­zione di una parte cen­trale della vicenda del secondo con­flitto mon­diale. E sem­bra legit­timo doman­darsi come possa lo Stato ita­liano, che ogni anno orga­nizza con i «viaggi della Memo­ria» la visita di cen­ti­naia di stu­denti negli ex campi di con­cen­tra­mento, pen­sare ad una edu­ca­zione alla sto­ria basata sulla siste­ma­tiz­za­zione isti­tu­zio­na­liz­zata delle apo­rie del pas­sato.
Dal 1989 all’inversione del pas­sato
L’iniziativa del governo polacco, impron­tata ad una rifor­mu­la­zione della sto­ria in una chiave poli­tica inte­ra­mente schiac­ciata sulla misura dell’attualità, fini­sce per pro­porre un’inversione della fun­zio­na­lità e della dire­zio­na­lità dello stu­dio del pas­sato, per cui le vicende mon­diali del 1939–1945 ven­gono lette sul filo delle ten­sioni inter­na­zio­nali del 2015 lungo il cri­nale perio­diz­zante della fine della Guerra Fredda del 1989.
Il mini­stro della Cul­tura Fran­ce­schini ha defi­nito «non più adatto» per motivi poli­tici il memo­riale ita­liano in Polo­nia, estre­miz­zando il con­cetto di uso pub­blico della sto­ria come se il pas­sato potesse modi­fi­carsi per volontà del pre­sente, elu­dendo il corto cir­cuito fat­tuale degli eventi e sosti­tuendo la disci­plina scien­ti­fica con una nar­ra­zione mobile e dagli incerti con­fini.
Il rischio per­ciò è che in un luogo come Ausch­witz, di enorme impatto empatico-emotivo per chiun­que lo visiti, la sto­ria venga poli­ti­ca­mente con­ce­pita e sele­zio­nata come «edu­ca­zione sen­ti­men­tale» al prin­ci­pio di realtà e che quest’ultimo a sua volta venga tra­sfor­mato, nel suo dive­nire, in una «iner­zia della realtà» rimo­du­lata e tra­dotta secondo l’impellenza del pre­sente. È all’interno di que­sto ardito labo­ra­to­rio di spe­ri­men­ta­zione stru­men­tale che la let­tura, la ricerca e l’interpretazione cri­tica di fatti ed eventi del pas­sato ces­sano di essere punto di inter­se­zione con la con­tem­po­ra­neità per essere sosti­tuiti da una nar­ra­zione memo­riale per legge che inver­tendo l’ordine dei fat­tori cam­bia il risul­tato impo­nendo un pri­sma del pre­sente a-storico, cioè privo di una sto­ria che ne spie­ghi l’esistenza e le radici iden­ti­ta­rie.
Scon­fitta l’identità anti­fa­sci­sta euro­pea
A quella che è stata defi­nita la guerra civile euro­pea i popoli del vec­chio con­ti­nente dovreb­bero guar­dare come al ful­cro del con­flitto valo­riale dello scon­tro ’39-’45 e come nodo sto­rico di iden­ti­fi­ca­zione dei pro­cessi di riu­ni­fi­ca­zione e rior­ga­niz­za­zione delle società con­tem­po­ra­nee. L’antifascismo rap­pre­senta uno dei perni dell’identità euro­pea per­ché è stato e rimane un campo sto­rico largo, dove si affermò la demo­cra­zia di massa, lo stato sociale ed il ripen­sa­mento radi­cale del con­cetto di patria e unità nazio­nale. E dove oggi è pos­si­bile ritro­vare le tracce di una nuova e diversa unità del con­ti­nente come approdo alla «sto­ria lunga» e in ultima istanza del nostro futuro.

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