Sinistre

In caso di fiducia c’è il “no” al governo Gentiloni: “E stiamo a vedere che faranno i possibili nuovi gruppi parlamentari…”, avverte il neosegretario Nicola Fratoianni

 

Da dove partire? “Anche dalla cura delle parole, dal restituire alle parole il loro significato, iniziando dalla parola ‘sinistra’. Per farlo, oggi, ci vuole coraggio”. Da Nichi Vendola, nel suo splendido intervento in chiusura di congresso, arriva anche questo prezioso consiglio ai naviganti di Sinistra italiana, entrati nel mare della politica (non solo) italiana con l’entusiasmo di chi parte per un viaggio liberatorio, anche se faticoso e pieno di rischi.
Sanno di avere di fronte una società disillusa, in gran parte convinta che la politica non possa migliorare (anzi…) la vita quotidiana. E non basta una parola, per giunta abusata ogni giorno a destra e a manca. “Dobbiamo fare il nostro mestiere – avverte quindi Nicola Fratoianni – perché di fronte alla situazione in cui versa questo paese, o si cambia in modo radicale o non c’è partita”. E radicale, spiega Piero Bevilacqua annunciando l’adesione al nuovo partito, significa “profondo”: “E’ un termine che non viene da Marco Pannella. Viene da Carlo Marx”.
Il documento finale del congresso sottolinea: “Quello che oggi scegliamo, a Rimini, non è ricostruire la sinistra che non c’è più, ma costruire una sinistra che non c’è mai stata”. Per specificare il concetto, l’intervento di Vendola aiuta: “Il centrosinistra, l’Ulivo, sono state esperienze collegate a una globalizzazione che sembrava potesse offrire delle opportunità. Si sono schiantate, perché è schiantata la base sociale che li sosteneva. Mi dispiace per i compagni e le compagne che se ne vanno. Ma per me oggi la cosa fondamentale è la bussola, e la rotta da seguire”. Scegliendo un’autonomia culturale e politica legata a quello che vuol dire essere di sinistra: “Non dobbiamo mai separarci dalla dimensione della lotta per la trasformazione della società”.
Nell’elezione di Fratoianni e del gruppo dirigente di Sinistra italiana – 503 sì, 32 contrari, 28 astenuti, un centinaio di assenti dall’inizio o al momento del voto – c’è la fotografia di una platea di delegati e delegate che ha portato in trionfo la giovane ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio: “Chiedo a Fratoianni di lavorare all’unità della sinistra italiana e non solo di sinistra italiana. Di mettere insieme i pezzi per una alternativa di paese. E di capovolgere la piramide: perché la sensazione di un partito calato dall’alto in questi mesi è stata forte, e come dirigenti dobbiamo farci carico e promuovere un rovesciamento del processo. Giriamo il paese, solo un bagno di realtà ci può distrarre da questa storia di D’Alema e di Emiliano”.
Unità e umiltà, come scandito nell’assemblea di Podemos, con le immagini proiettate nell’auditorium e con Pablo Iglesias che ripete più volte: “Abbiamo un piede in Parlamento, ne dobbiamo avere un migliaio nella società”. Di qui le prime mosse del partito: con l’adesione alla Sinistra europea; con “i 500 comitati unitari da costruire subito” per i referendum della Cgil contro i voucher e la giungla di appalti e subappalti senza diritti. Comitati come quelli per i referendum costituzionali, ricordati da Martina Carpani (Rete della conoscenza) come un essenziale momento formativo per i giovani che si affacciano alla politica. E poi il sostegno, concreto, a migranti, rifugiati e richiedenti asilo nella giornata delle manifestazioni in tutto il continente. E ancora l’8 marzo per ‘Non una di meno’.
Quanto ai movimenti del quadro politico, pronti a discutere con tutti. Ma non con il cappello in mano. Anzi: “Se la scissione nel Pd dovesse portare a nuovi gruppi parlamentari – ammonisce Fratoianni – vorrei vedere cosa faranno se si dovesse votare la fiducia al governo Gentiloni”. A rispondergli, poche ore dopo, sarà il dem uscente Enrico Rossi a RaiNews: “Ci sarà, a quanto mi risulta, un gruppo formato da chi esce dal Pd e chi esce da Sinistra italiana, ma sosterrà il governo Gentiloni”. Già lo immaginava Stefano Fassina: “Non siamo l’organizzazione giovanile di D’Alema e Bersani. Abbiamo già dato, diciamo”. Così come, guardando a Pisapia, Pippo Civati ha replicato: “Vedo che chi ha votato Sì al referendum costituzionale si propone di organizzare chi ha votato No”.
L’ultimo intervento del congresso è stato quello di Luciana Castellina. Che, rispondendo a Eugenio Scalfari, ha chiosato: “Da una parte i ‘civilizzati’, tutti insieme, a difendere una democrazia svuotata. Dall’altra i ‘barbari’ che bussano alle porte. Noi dovremmo stare con i barbari. Perché lì c’è un pezzo del nostro popolo”.

PARIGI. Quando ieri al congresso di Sinistra Italiana un giovane compagno ha terminato di leggere questo messaggio inviato da Rossana Rossanda tutti si sono alzati in piedi e hanno intonato l’Internazionale, il pugno alzato nel saluto comunista.

Cari compagni, vi ringrazio per la vostra lettera e l’invito a partecipare al vostro dibattito congressuale.

È evidente che mi interessa. Ho letto i documenti che avevate da qualche tempo preparato, ma potete comprendermi se mi riguardano come materiale di riflessione piuttosto che come decisione di schieramento.

Vi prego di tenere presente, oltre alla mia età e al mio stato di salute, il lungo percorso che ho fatto. E con non poche sconfitte. Non me ne rincresce.

Ma mi obbliga – a quanto sembra diversamente dalla maggior parte dei fermenti che si sono sviluppati intorno alla crisi del Partito Comunista Italiano, prima e, poi, del Partito democratico – a uno sguardo e a un bilancio su quella che è stata la storia passata del movimento operaio italiano e, almeno, europeo. Si tratta di un secolo di elaborazione teorica e di lotte.

Di vite, insomma, rispetto alle quali mi pare eccessivamente disinvolto passare senza soffermarsi. Tanto meno sono disposta a seguire gli eredi di Berlinguer quando hanno pensato di poter ripartire da zero.

In realtà, mi pare che la loro sia stata una resa senza condizioni alle opinioni di quello che chiamavamo «avversario di classe». L’ammissione, cioè, che fosse inutile rivedere testi ed esperienze, sia del partito comunista e del movimento operaio italiano, sia dei cosiddetti «socialismi reali», per rimontare senz’altro a Marx e dichiararlo liquidato.
Siamo ancora all’interno di un sistema capitalista.

In che misura e dentro quali limiti si è andato modificando? E, soprattutto: è ancora il terreno sul quale, nel «lavoro», si materializza il soggetto che non ne sopporta lo stato di soggezione – peggio: di alienazione – in cui è tenuto?

Oppure è questo elemento che si è venuto modificando, a causa di quella che chiamiamo tecnologia e che un tempo, in più diretto collegamento col rifiuto del sistema, chiamavamo «lavoro vivo» e «lavoro morto»?
Certamente è cambiato il punto di aggregazione del lavoro dipendente, cioè la fabbrica (almeno in Occidente, perché altrove resta come forma residuale). E la scomparsa della fabbrica implica o no la scomparsa del proletariato come zona immensa della società non proprietaria?

Mi è capitato di leggere di molti attuali pensatori che dubitano del concetto di «classe». Ma dubitarne, senza sostituirvi un concetto fondatore diverso, significa dubitare della possibilità di una materializzazione del soggetto politico del cambiamento.

E, allora, a che servirebbe un partito comunista riveduto e corretto, o, ancor meno, un partito democratico?

Perfino una teoria di «compromesso sociale» – come sono state, subito prima della guerra, le teorie di Keynes e di Minski – presuppone l’esistenza di un disagio di fondo che divide le nostre società, e di qui il bisogno di cambiare i rapporti sociali.

E infatti, non per caso, anche questi nomi, già pilastri di una certa socialdemocrazia, sono oggi coinvolti, senza una spiegazione, nella crisi finale dell’organizzazione capitalistica dominante.

È che su questa crisi sembrano lavorare piuttosto studiosi di provenienza diversa da quella del movimento operaio (come Luciano Gallino che ripeteva, negli ultimi scritti: «La lotta di classe esiste ancora e l’hanno vinta i capitalisti»).

Questa domanda non la ritrovo nei tentativi della maggior parte di chi si propone di dare un esito all’attuale, tormentosa vita delle sinistre italiane.

Un ragionamento analogo vale a proposito del «soggetto politico del cambiamento», che è, anzi, un aspetto dello stesso problema, rimasto irrisolto dal secolo ventesimo: quello sulle o sulla libertà.

Con il voto del 4 dicembre, è stata ribadita l’importanza della Costituzione. Ma la Costituzione imposta il problema di una convivenza dell’intera società, comprese, anzi garantite, le sue dialettiche di classe (guardate in proposito al ragionamento di Mario Dogliani nel sito del Centro per la Riforma dello Stato).

Non si tratta, però, dello stesso discorso che può valere come orizzonte di una parte essenziale e conflittiva della società, specialmente quella che riguarda il soggetto del cambiamento. Vale a dire come questione relativa al lavoro, quale è stato ed è. E delle nuove questioni antropologiche – come quella posta dalle donne – sviluppatesi alla fine del secolo scorso.

Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali, oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà.

A ben vedere, si ripropone, anch’essa come irrisolta, la questione che nel secolo scorso era stata posta soprattutto da Louis Althusser: se il marxismo, teoria e lotte, debba essere visto come una filosofia o una scienza.
Da cui consegue il problema di come debbano organizzarsi i soggetti del cambiamento, se attraverso un partito o diversamente.

La risposta, che sembra venga data da una larga maggioranza in Italia, è che di partito non si possa più parlare.

Il che ha prodotto – con il consenso di nuovo di una maggioranza – una disarticolazione che ha di fatto assegnato il potere decisionale a una organizzazione semi-privata come il Movimento Cinque stelle (al quale non a caso hanno aderito diverse persone che eravamo abituate a chiamare «compagni»).

Non voglio farla lunga e neppure affronto i problemi che ci pose il leninismo. I socialismi reali e i partiti comunisti si sono dissolti senza neppure affrontare le domande che avevano lasciate irrisolte.

Desideravo solo indicarvi sommariamente, almeno attraverso qualche esempio, quali, e di quali dimensioni, siano le questioni che il Novecento ha lasciato aperte e sulle quali non mi sembra si possa passare oltre senza tentare di impostare risposte fino ad ora non date.

Vi ringrazio ancora per l’amicizia che mi avete dimostrato e vi auguro buon lavoro.

Parigi, 16 febbraio 2017

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Comincio da me, così si è più chiari. Proprio perché – come ha scritto Marco Revelli – bisogna «prendere le distanze dalle configurazioni del giorno» – una vera girandola – credo sia necessario non prendere le distanze dai processi più consistenti per avviare i quali molti compagni si sono impegnati.

Molti compagni e non questo o quel leader che si sente improvvisamente chiamato dal popolo a creare qualche “campo”. Per questo oggi andrò a Rimini per partecipare al Congresso costitutivo di Sinistra Italiana.

Ci vado innanzitutto perché sento che ho più che mai bisogno di stare assieme a compagni con i quali in questi anni abbiamo combattuto le stesse battaglie (non solo reduci, per fortuna anche tanti nati nei ’90) – per ultima quella del referendum – per ragionare con loro e tentare di indicare una prospettiva che mi/ci sottragga da questo “squilibrio di sistema”.

Perché più che mai sento che rischiamo di essere travolti se non costruiamo un luogo, un aggregato, che dia forza all’intenzione di rispondere a una domanda di senso e non solo di consenso immediato; se, soprattutto, non riusciamo a mettere in piedi una pratica politica che dia rappresentanza reale ai bisogni degli sfruttati e non sia, come sempre più è, solo comunicazione.

Per questo sento l’urgenza di relazionarmi con gli altri, di superare il maledetto isolamento individualista che ci ha tutti ammalato, di ritrovare il collettivo, senza il quale non mi resterebbe che il malinconico brontolio solitario. Un partito è questo, innanzitutto.

Provarci vuol dire “chiudersi”, “isolarsi”, mentre invece bisognerebbe aprirsi? Certo che bisogna aprirsi, ma per aprire una porta devo avere una casa, cioè un punto di vista organizzato, se no la porta sbatte e basta. E poi, per guardare a quello che c’è all’aperto, bisogna avere il cannocchiale, non la lente di ingrandimento che ti consente l’illusione ottica di vedere grandissimo quello che invece è piccolo.

Io credo, per esempio, che piccolo sia il dibattito che si sta svolgendo all’interno del Pd.

Non dico che non sia rilevante, anzi, dico solo che riguarda un pezzetto di mondo, mentre c’è un mondo più grande, fatto di movimenti, gruppi che operano sul territorio, reti, insomma una società italiana più ricca di fermenti di quanto generalmente si creda. Frantumata, certo, ma anche per questo penso sia giusto ricominciare a pensare ad un’organizzazione politica che sappia impegnarsi ad esserne parte, non solo vago referente esterno.

Del Pd mi interessa – e molto – il grande corpaccio della tradizione, che però non recupererò alla soggettività politica appiattendomi su uno dei leader della sua minoranza interna. Con i quali potrò, se ce ne saranno le condizioni, allearmi per combattere delle battaglie, forse, persino elettorali.

Ma tanto più efficacemente potremo farlo tanto più saremo capaci di imporre un confronto di merito, e non solo di posizionamento.

E’un azzardo puntare su Sinistra Italiana, un cavallo così fragile , pieno di difetti, che subisce prima ancora di nascere -. un vero record – una scissione corposa ( e certamente dolorosa)? Sì, lo è.

Potrebbe non funzionare. E però penso che se perdiamo questa occasione il rischio di trovarci assai male sarebbe ben maggiore. Ci sono momenti in cui occorre rischiare, cioè scegliere (e francamente questo non è poi un rischio così grosso).

Ho scelto Sinistra Italiana perché chi la sta costruendo ha avuto il coraggio – per l’appunto – di aprirsi, e cioè di rinunciare alle certezze dei propri rifugi. Che è quanto di più efficace si possa fare se si vogliono davvero “aprire campi” più inclusivi, che non siano la somma di identità irrigidite.

Sel, decidendo di sciogliersi, proprio questo ha fatto: mettere in discussione se stessa, a partire dalla riflessione critica sull’esperienza del centrosinistra di cui era stata protagonista.

Saremo elettoralmente irrilevanti? Dipende da molte cose, ma – ed è questo che mi importa ribadire in questo momento – non tutto si gioca su quel terreno.

C’è un enorme lavoro da fare nella società per tradurre la disperazione in un protagonismo politico capace di dare al conflitto una prospettiva. Per rivitalizzare le istituzioni democratiche che Renzi ha cercato di sterilizzare bisogna cominciare di qui, altrimenti qualsiasi governo, anche un centrosinistra un po’ più di sinistra, sarà inutile.

Ci sono tempi in cui i risultati di quanto si fa si possono misurare solo nel lungo periodo.

Quanto sta bollendo in pentola non è affatto un nuovo bel centro-sinistra di sinistra.

Mi sembra di capire che, anzi, il nuovo scenario politico sia un nuovo bipolarismo: non il vecchio sinistra/destra, ma: da un lato i “barbari” ( 5Stelle, Salvini e c. più la plebe che protesta contro licenziamenti e povertà, gli immigrati); dall’altro i “civilizzati”, quelli che hanno capito che in momenti come questi si devono erigere trincee. (E cioè il Pd, i mozziconi di destra già da tempo imbarcati da Renzi, ma oramai anche Berlusconi, riammesso nel salotto buono da quando si è visto che, diciamocelo, non è brutto come Trump).

Eugenio Scalfari ad Ottoemezzo, giorni fa, l’ha detto con maggiore chiarezza di altri ricorrendo a toni persino apocalittici: chi è civilizzato deve capire che il castello della democrazia è assediato e senza fare tante storie ubbidire e combattere con chiunque si ingaggi.

A questo punto che lo schieramento invocato si chiami centro-sinistra, o larghe intese, non ha importanza, è questione solo nominale. Non è più tempo, insomma – ecco il messaggio – per occuparsi di dettagli cincischiando su quanto di sinistra potrebbe essere il centrosinistra.

Non siamo più, mi pare, al renzismo, siamo oltre, quello è stato – o meglio ancora è – l’apprendista stregone.

L’appello dei civilizzati avrà sicuramente chi lo ascolta, può apparire persino di buon senso. Anche perché i civilizzati hanno meno problemi: non il lavoro, non la povertà, non le miserie dei servizi pubblici che si restringono come pelle di zigrino.

Solo che le cose non stanno così: se le scelte dovessero ridursi a questa alternativa saremmo davvero fritti: il disagio sociale e il populismo che cresce in assenza di una forza che se ne faccia carico, potrebbe davvero dare fuoco alle polveri.

Il realismo dovrebbe indurre a privilegiare l’obiettivo di colmare questo vuoto.

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«Metà del centrosinistra è con le politiche neoliberiste di Bruxelles. Deve ripartire il conflitto sociale»

PARIGI. La curiosità non invecchia mai. È vero. Ci penso quando, tornando dall’Assemblea Cittadina di Podemos che ha visto Iglesias trionfare, arrivo a Parigi per chiacchierarne con Rossana Rossanda.

Mi accoglie nella sua casa, vuole sapere dei risultati, ha mille domande su tutto, sui militanti, sulle modalità con cui si è svolto quello che lei si ostina a chiamare congresso, sulle sensibilità che si sono confrontate.

Per Rossanda «è importante che ci sia un Podemos agguerrito e pronto allo scontro politico».

In poche battute riassume quello che vede intorno in Europa.

INIZIA DALLA FRANCIA, dove è nel vivo la campagna per le presidenziali. «Su Marine Le Pen mantengo un dubbio, perché in Francia ci sono stati 30 anni di pregiudiziale antifascista e non penso possa dissolversi di colpo, annullarsi con un voto così a destra». Senza mezzi termini aggiunge: «Fillon è travolto dagli scandali e quindi politicamente morto. Hamon sono gli stessi socialisti a non volerlo. Peccato perché la sua proposta di reddito di cittadinanza mi sembra molto buona. Proprio Mélenchon, del Fronte de gauche, gli fa la guerra, rifiutando l’idea di una maggioranza composita».

Un rifiuto che a lei che vive qui, che segue il dibattito, sembra solo un gran pasticcio. «E poi c’è Macron, l’outsider che il partito socialista ha lanciato. Non certo come socialista, ma come uomo dell’Unione europea».
Anche la Germania la preoccupa. Non si fida del balzo di Martin Schulz, «non lo vedo bene. Die Linke forse rappresenta meglio la sinistra, ma davvero senza entusiasmi». Con un sorriso provocatorio mi prende in giro dicendo «quasi preferirei una vittoria della Merkel. Quello che io so dei socialisti, forse sbagliando, è tutto molto negativo».

UNA EUROPA che Rossanda vede «spaventata, un po’ con l’acqua alla gola, ora che sempre più paesi non vogliono e non possono stare ai suoi diktat, una Europa che sta esplodendo».

Sgrano gli occhi. Il quadro che disegna del socialismo europeo è demoralizzante, dice. «Mi trovo spesso nella sconsolatezza più totale. In Europa non c’è un partito socialista decente».

«IN SPAGNA c’è questa speranza di Podemos, con la sua radice di massa e il suo non volersi chiudere. Ecco, quello che temo adesso è proprio un suo isolamento. I grandi mascalzoni che sono in Europa proveranno a bloccare anche Podemos, che ha il compito molto arduo di tenere vivo il conflitto. È una contraddizione positiva che guardo con interesse, anche se resto un po’ scettica sul leaderismo di Iglesias con quella sua aria un po’ da professorino, un po’ da protagonista».

Anche Errejón ha un’aria troppo da bravo ragazzo, aggiungo io. Siamo d’accordo e scherziamo sul look di Pablo Iglesias, sulla coda di cavallo, sulla camicia bianca, mai brillante come quelle di Renzi, come se ne avesse sbagliato il lavaggio, sulla cravatta rossa sfoggiata nel discorso a fine congresso, sul quel pugno sempre alzato.«Io ci ho riflettuto molto. Penso che oggi ci sia un bisogno spontaneo della gente di avere più una persona a cui collegarsi che un’idea. Ripenso a quando, all’inizio della storia del manifesto, noi 3 o 4 più in vista, sicuramente avevamo molti difetti, ma non la superbia del personalismo. Certo noi eravamo belli e molti ci criticavano proprio perché belli e troppo bon vivant per essere dei comunisti».

Un the, qualche cioccolatino, due coccole a Mefis, la gatta nera, e subito riparte con le preoccupazioni teoriche.

Mi domanda di quel gruppo degli anticapitalisti di Podemos, vuole sapere se sono anche comunisti. «Si chiamano così perché gli altri non lo sono? In Italia quasi nessuno più si dichiara anticapitalista o, se dicono di esserlo, spesso lo sono così come io sono una tigre. E che fine ha fatto Marx? Vorrei si rimettesse negli impianti teorici della sinistra almeno un poco di Marx e, perché no, anche un poco di Lenin».

Ma aggiunge determinata: «La sola cosa di Lenin che non mi sentirei di riproporre è la necessità della violenza e della dittatura del proletariato. Perché non è vero che te la puoi cavare sulla questione della libertà, non è mai vero. Come manifesto almeno abbiamo riconosciuto che il problema c’era».

NON LA CONVINCE l’uso in Podemos dell’interpretazione di Laclau che, secondo lei, «confonde il conflitto di classe. Mentre la riscoperta di Marx può servire per ridefinire proprio quel concetto di classe. La composizione di classe è cambiata. Resta il problema di chi lavora e di chi dipende dal lavoro. Oggi anche il lavoro è diverso. È urgente cercare di riconsiderare qual è il soggetto sociale che spinge per il cambiamento. Mi pare evidente che la fabbrica non sia più il centro produttivo, e che c’è molto di quello che al tempo avremmo chiamato lavoro morto, consegnato oggi ad un sistema di macchine e tecnologie molto più complesso. Il problema resta ed è come li metti insieme questi nuovi soggetti, come li fai confrontare. Ora è più facile, perché i sistemi di comunicazione sono più forti di quelli di allora. Sono colpita, alla mia età che è un po’ avanzata, come da quel movimento del 15M si sia prodotto un partito, oggi che nessuno sembra volere più i partiti, mentre un punto di coordinamento, il più democratico possibile, devi sempre averlo».

Mi chiede nei dettagli come si è svolto il congresso, chi ha deciso gli interventi. Le dico che non c’era un tavolo di presidenza, sorride stupita, che l’ordine degli interventi era stato deciso dal dibattito in rete e nei circoli territoriali, interventi di 10 minuti solo per illustrare i documenti.

Si lamenta, «ma 10 minuti sono pochi per approfondire!», le dico che se si sforava il tempo c’era un pianista che iniziava a suonare un motivetto per accelerare la conclusione.

«PODEMOS PER CONTINUARE a crescere deve lavorare attraverso i conflitti e il lavoro parlamentare, bisognerebbe fare un po’ come faceva il Pci».

Qui sente di dover fare un’autocritica su Togliatti: «All’epoca eravamo tutti anti-togliattiani per la sua prudenza, però se non fosse morto nel 1964 sarebbe stato meglio. Sicuramente la prudenza gliela aveva suggerita Stalin».

«Oggi non c’è una scorciatoia. Se non riparte il conflitto sociale, sugli interessi materiali e su alcuni diritti, non si andrà da nessuna parte. In Italia metà del centrosinistra è d’accordo con le politiche neo-liberiste dell’Europa. Il risultato del referendum sulle riforme costituzionali è stato un segnale netto. Lo spazio per un progetto che contrasti Renzi e le sue politiche deve partire da questo, se ci si vuole misurare con l’ascesa del populismo e di questo M5S, che io considero un pericolo».

Parliamo delle femministe di Podemos, del feminizar la politica.

«Mi piace molto la loro idea di uguaglianza, la preferisco a quella di parità. Ero dubbiosa sulla manifestazione del 26 novembre, invece mi sono ricreduta. È stata partecipata, è un percorso importante».

Mi chiede dell’otto marzo, le racconto dell’idea di sciopero. «I sindacati hanno aderito?».

Il pomeriggio è finito.

Raccolgo gli appunti, mi lancia un’ultima domanda «Podemos come comunica? Ha un giornale? Perché, per quello che ho visto, solo il manifesto, tra i tanti giornali che leggo, ha capito l’importanza di quel congresso e gli ha dedicato un inserto».

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Non è facile a pochi giorni dalla conclusione dell’Assemblea Cittadina di Podemos, fare previsioni sulla sua conclusione, se ne uscirà un partito unito e rinnovato, pronto a riprendere l’iniziativa nella società e nelle istituzioni, oppure diviso e sfiduciato, che farà a fatica l’opposizione.

La prudenza è d’obbligo anche per evitare di interpretare il duro confronto interno facendosi guidare dal «vissuto italiano». Certo è che, aprendo la mattina i quotidiani spagnoli, ciò che ne esce è un partito scosso dalle divisioni interne, per giunta fortemente personalizzate sui due dirigenti di punta, Iglesias ed Errejón. È reale il pericolo che dall’Assemblea esca un partito paralizzato e non tranquillizza granché dire che sono in gran parte fantasie di una stampa ostile.

E inquieta un po’ la scelta di dimettersi dalla direzione e di non entrare nel futuro gruppo dirigente di Carolina Bescansa e Nucio Alvarez, fondatori di Podemos e responsabili, la prima del programma e il secondo della politica estera del partito. È del tutto evidente che se l’Assemblea di Podemos dovesse seguire la triste parabola di tanta sinistra europea, e italiana in particolare, radicale o riformista che sia, dove non c’è più alcuna armonia, ma solo contrasto fra ciò che si dice e ciò che si fa, in cui sulla saggezza di un vero spirito unitario, prevalgono le ambizioni, il personalismo, le diffidenze, il gusto del potere, si allontanerebbe di molto la possibilità di una alternativa al governo Rajoy e alle sue disastrose politiche. <QA0>

Si perderebbe la speranza che 5 milioni di persone hanno dato con il voto a Podemos, di una Spagna più giusta socialmente e ambientalmente, più femminista, con più diritti, in una parola più libera. A rendere ancora più precaria una alternativa è la situazione non migliore del Psoe, quasi sull’orlo di una scissione. Ovvio che il PP di Rajoy gongola, certo che questo stato di cose gli consentirà di proseguire indisturbato il massacro sociale e ambientale della Spagna. Anzi può permettersi battute ironiche: «come faranno mai Podemos e il Psoe a governare il paese se non sanno governare neanche se stessi?».

C’è poco tempo per cercare di porre rimedio al danno di immagine e credibilità che il mancato accordo, fra le tre componenti che si confrontano in Podemos, ha prodotto. Sarebbe un indizio importante di inversione di tendenza un’alta partecipazione di iscritte/i al dibattito e alle votazioni online. Da loro può arrivare ossigeno sull’intossicato confronto interno, per spersonalizzarlo e ancorarlo ai reali problemi della Spagna.

Un’alta partecipazione che non si limiti a dirimere il contenzioso sui vari documenti e relative liste per la nuova direzione, ma abbia la forza di spostare l’asse della discussione, rifocalizzandola sul tema centrale su cui in realtà è stato convocato il congresso: quale partito serve per concludere quell’assalto al cielo per cui è nato Podemos? Se questo interrogativo tornerà al centro del confronto si potrà finalmente vedere che nei tre documenti su cui si sta discutendo, c’è molto che unisce: tutti e tre rifiutano la scelta difensiva di un Podemos che amministra i grandi risultati raggiunti, ma al contrario quella forza va usata per vincere le prossime elezioni e governare la Spagna.

Altrettanto comune è la convinzione che per essere maggioranza nel paese è necessario cominciare a costruirla da subito, alimentando dentro e fuori delle istituzioni, quei conflitti che modifichino i rapporti di forza oggi favorevoli alle destre. Non ci sono divergenze di fondo nemmeno sulla forma di partito che serve per trasformare questi obiettivi in realtà: un partito di massa, radicato nei territori a cui vanno decentralizzate risorse e decisioni, una forza soprattutto femminista, che prefigura in sé quella liberazione dal patriarcato che si intende mettere al centro del progetto di Spagna. E infine un Podemos che non si concepisce come il «partito della rivoluzione», forza autosufficiente, ma confluenza di differenti sensibilità.

Da Iglesias a Urbán, passando per Errejón, sottolineano nei loro documenti che Podemos potrà governare la Spagna solo se si confermerà un soggetto capace di promuovere e essere parte di forme più estese di democrazia organizzata, di quelle reti sociali antagoniste che ogni giorno costruiscono dal basso il cambiamento, anticipando istituzioni e governi. Un Podemos quindi che si definisce come una rete ben cucita, che non si slabbra, ma ha fiducia in ognuno dei suoi nodi, che è parte di un progetto in cui altri attori sono attivi e che prefigura in sé quell’idea di Spagna come paese di paesi. C’è molto dunque su cui unirsi ed è augurabile che si riesca a vederlo. La parola ora a iscritte/i.

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Sinistra italiana. Oggi l’annuncio ufficiale. Ma nessuno lascia il partito. I tesserati in dissenso terranno una controassemblea nei giorni del congresso. «Per un campo largo». Si è scontro sulle tessere, sui seggi e su D’Alema. Oggi il lancio del movimento di De Magistris

La denuncia è quella per cui i giocatori si ritirano, «impraticabilità del campo», e quella di aver fatto «regole à la carte» per far vincere un solo candidato, quello più vicino a Nichi Vendola e più lontano dalle ipotesi di «nuovo centrosinistra» che circolano in questi giorni dal lancio del movimento di Massimo D’Alema in poi.

Il «campo» è quello del congresso di Sinistra italiana, che si svolgerà a Rimini dal 17 al 19 febbraio. Arturo Scotto, capogruppo alla camera di Sinistra italiana e candidato per l’area di Alternative, fa un passo indietro. Anzi due. Non correrà. Nel partito non ancora nato c’è già una spaccatura verticale, come anticipato martedì dal manifesto. Per ora le due anime convivono da separate in casa.

La notizia non è ufficiale. L’interessato ieri non ha voluto aggiungere altro alle notizie di agenzia che davano la situazione su un piano inclinato. Ieri i ’dissenzienti’ hanno tenuto un’assemblea fino a tarda sera a Garbatella, quartiere popolare di Roma. La decisione finale arriverà oggi. Anche le motivazioni filtrano per sommi capi. Al tavolo della commissione di garanzia – composta da Alfredo D’Attorre, Elisabetta Piccolotti e Peppe De Cristofaro – la discussione si sarebbe fatta via via più tesa. Oggetto del contendere il congelamento delle tessere di Foggia. E la dislocazione dei seggi per il voto dei delegati che si svolgerà sabato prossimo.

A Roma, dove è forte l’area Smeriglio-Scotto, un solo seggio, contro i sei di Firenze, dove è forte l’area vendoliana. «Un congresso blindato sulla linea e sulla leadership di Fratoianni se lo fanno da soli», è la conclusione dell’area che si sente penalizzata.

E che non parteciperà al congresso ma non lascerà il partito. Nelle stesse ore convocherà un’assemblea degli iscritti per una «Sinistra italiana per un campo largo». Riecheggia il «campo progressista» proposto da Giuliano Pisapia e Massimo Zedda, ma se ne tiene un po’ discosta. Quella dell’ex sindaco di Milano è un’iniziativa che ancora non ha preso adeguate distanze dal Pd di Renzi. I militanti e i dirigenti di Alternative guardano piuttosto all’associazione ConSenso di D’Alema, e alla frattura in corso nel Pd in queste ore.

Lo scontro interno per ora – ma solo per ora – non avrebbe conseguenze nel gruppo parlamentare. Che però alla camera è spaccato in due: metà con Scotto, metà con Fratoianni. Ma è proprio alla camera che era avvenuta la prima avvisaglia di quanto succede in queste ore. A metà gennaio, con una lettera aperta firmata da sedici deputati contro quella che definivano la «cultura dell’intolleranza» espressa dalla parte che fa capo a Nicola Fratoianni, candidato – ma ancora non ufficialmente – alla segreteria. In polemica con Scotto, che aveva firmato la lettera benché capogruppo – Stefano Fassina ha deciso di autosospendersi.

Negli ultimi giorni il dialogo fra le due aree si era inceppato più volte. Erano volati reciproci sospetti sul tesseramento, che aveva stagnato per un anno a quota4mila tessere per poi balzare improvvisamente a 21mila nelle ultime settimane. La precipitazione verso il voto di Renzi e soprattutto la ’cosa’ di D’Alema hanno fatto ulteriormente alzare la temperatura. Favorevoli Scotto, Smeriglio e compagnia, molto più tiepido Fratoianni.

Ieri Vendola ha rilasciato dichiarazioni «aperturiste» assicurando di vedere positivamente il «cambio di rotta» dell’ex premier, fin lì considerato uno degli ispiratori di un Pd sbagliato, uno dei padri putativi di Renzi e del renzismo. Apertura politica che però non viene presa sul serio dall’altra parte: «Vendola avrebbe potuto svolgere un ruolo ma ormai…». Oggi a Napoli intanto avverrà il lancio di DeMa, il movimento di Luigi De Magistris. Che certamente dirà la sua proprio sulla ‘cosa’ di D’Alema. Se fosse un no preventivo, sarebbe un messaggio forte alla sinistra-sinistra: o con me o con lui. In questo caso per Fratoianni e compagni la scelta non si porrebbe: con lui.

Intanto in Sinistra italiana, in mattinata, si consuma la rottura finale sulle regole. Respinta la proposta di Scotto di fare tutti un passo indietro per una gestione collettiva del partito, in vista del voto. «No ad un accordo fra dirigenti» la risposta di Fratoianni. Che resta il solo candidato al congresso.

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Verso l’Eliseo. Con la richiesta di un reddito di cittadinanza universale, la proposta di un passaporto umanitario per i rifugiati e la volontà di rendere più trasparente e rappresentativo il parlamento francese, la sua candidatura rappresenta al meglio i valori progressisti e democratici

Qualche anno fa, in un confronto televisivo con altri progressisti francesi, Benoît Hamon ha spiegato con poche e chiare parole la radice dei problemi dell’Europa: «I governi (dell’Unione Europea) cambiano – ha detto – ma non le loro politiche».

Da allora, l’ex ministro socialista dell’Educazione ha cominciato a sviluppare delle proposte per portare la seconda economia dell’Europa, e l’intero progetto europeo, su un piano diverso rispetto alla distruttiva spirale socioeconomica in cui si sono incagliate.

Con la richiesta di un reddito di cittadinanza universale, la proposta di un passaporto umanitario per i rifugiati e la volontà di rendere più trasparente e rappresentativo il parlamento francese, la candidatura di Benoît rappresenta al meglio i valori progressisti e democratici che sono alla base del Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEM25). Come un numero sempre crescente di progressisti europei, anche la candidatura di Benoît adotta il concetto di «disobbedienza costruttiva» lanciato da DiEM25 come uno strumento per provocare svolte positive a Parigi e a Bruxelles.

Qualche settimana fa, a Parigi, ho avuto un confronto aperto e sincero con Benoît. Come DiEM25 vogliamo infatti continuare a vagliare in dettaglio le sue proposte progressiste (ad esempio, sono convinto che l’idea di Benoît di un reddito universale possa beneficiare delle nostre proposte di un dividendo universale). Sono rimasto favorevolmente colpito da questa nostra chiacchierata, e dalla volontà di Benoît di unire le forze e diventare una punta di diamante del nostro sforzo per costruire un’Internazionale Progressista che salvi l’Europa da se stessa.

I media spesso ricordano l’ammirazione e il rispetto di Benoît per Muhammad Alì – il poster del leggendario campione e attivista che campeggia nel suo ufficio. Trovo questa similitudine molto appropriata sia per l’attuale panorama politico sia per le chance di Benoît di diventare il prossimo presidente della Francia.
Buona fortuna Benoît! E come diceva Alì: «Impossibile non è un dato di fatto, è un’opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti. Impossibile non è per sempre. Niente è impossibile».

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ROMA. «Il renzismo è morto, il tentativo di Pisapia è patetico. Bersani e D’Alema parlano quando ormai è troppo tardi. E l’unica sinistra possibile è quella di Tsipras o di Podemos». Il giudizio di Marco Revelli, storico e ordinario di Scienza della Politica all’università del Piemonte Orientale, è netto: per tornare a vincere, la sinistra deve prima esistere.
Revelli, vuol dire che oggi in Italia la sinistra non c’è più?
«Esatto, si è suicidata, ha mancato tutti gli appuntamenti. Non possiamo più definire di sinistra il Pd, dopo il drammatico esperimento renziano, con le politiche di questi 1000 giorni dal Jobs Act alla buona scuola, fino all’attacco frontale alla Costituzione ».
C’è troppa distanza dal mondo del lavoro?
«Basta ascoltare quello che dice il ministro Poletti: il giudizio che ha dato sui giovani costretti a emigrare lo colloca sul fronte opposto a quello di una vera sinistra. O pensiamo alla vergogna dei voucher, uno strumento per comprare forza lavoro dal tabaccaio al prezzo di un pacchetto di sigarette».
Quindi? Non si salva nessuno?
«Purtroppo pure quei frammenti che si definiscono la sinistra della sinistra non sono credibili per le loro infinitesime dimensioni. Nemmeno l’opposizione interna al Pd può essere un’alternativa».
E la proposta di Pisapia?
«È la più patetica, fuori luogo e fuori tempo, è destinata ad avere risonanza solo fra gli addetti ai lavori. L’associazione poi alla dichiarazione di voto per il Sì al referendum l’ha privata definitivamente di credibilità ».
Non la convincono nemmeno Bersani e D’Alema?
«Sono in ritardo, un clamoroso ritardo di consapevolezza. Per usare una metafora bersaniana, entrambi parlano alle stalle vuote, quando le mucche ormai sono scappate».
Perché la sinistra ha perso la sua identità?
«Il peccato originale della sinistra occidentale è quello di aver accettato, nel passaggio tra il ‘900 e il nuovo secolo, il paradigma neoliberista come uno scenario indiscutibile. Ha sottovalutato gli effetti della globalizzazione, massacrando la base e sanzionando la fine del suo radicamento sociale».
E da noi c’è stata una narrazione sbagliata del Paese?
«In Italia il linguaggio della sinistra si è identificato nell’establishment. E il simbolo di questa mutazione profonda è stato l’abbraccio mortale fra Matteo Renzi e Sergio Marchionne. L’unico che sa dare voce ai sentimenti della gente è il capo della Fiom Maurizio Landini. Tutte le sinistre europee sono ceto politico, non ci sono più leader sociali».
Senza nessuna eccezione?
«La Grecia di Tsipras e la Spagna, con Podemos a Madrid e Barcellona, sono gli unici casi in cui una sinistra di alternativa è al governo, fra l’altro in spaventosa solitudine. Sono esempi difficili, ma gli unici possibili da cui ripartire».

Mettere radicalmente in discussione i trattati, e rifondare il progetto di integrazione europea oggi in crisi. È questo l’obbiettivo fondamentale che si propone il partito della Sinistra europea (Se), che oggi conclude il suo quinto congresso a Berlino, vera capitale politica dell’Unione europea (Ue). Le assise si svolgono nel pieno di un nuovo braccio di ferro che oppone il governo greco alle istituzioni comunitarie, obbedienti come sempre al volere del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble: oggetto del contendere, l’aumento delle pensioni deciso da Atene. Una scelta che Alexis Tsipras – che per la Se fu candidato a presidente della Commissione Ue – ha orgogliosamente rivendicato dalla tribuna del congresso berlinese: «Siamo determinati a difendere i diritti del popolo greco, in particolare dei poveri, di chi percepisce salari bassi e dei disoccupati».

La situazione, tuttavia, non è facile. I rapporti di forza continuano a essere sfavorevoli alle forze anti-austerità. E questo è il punto-chiave che torna in quasi tutti gli interventi degli esponenti dei 25 partiti nazionali che compongono la Se: come riuscire a contrastare sia l’egemonia delle forze neoliberali al governo quasi ovunque, sia i movimenti di estrema destra, da Alternative für Deutschland ad Alba Dorata. Esaurito il ciclo di ascesa delle sinistre nei Paesi periferici – Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda – il centro della scena è ora tutto per lo Stato-guida di questa Ue: la Germania. Il 2017 sarà l’anno delle elezioni politiche nella Repubblica federale, e per la prima volta dalla riunificazione l’opzione di una svolta progressista è in campo: Angela Merkel non è più invincibile, e i socialdemocratici prendono finalmente in considerazione l’alleanza con la Linke (e i Verdi). La fine del dominio di Merkel e Schäuble è la condizione – necessaria ma non certo sufficiente – dell’inversione di rotta.

Non è un caso, quindi, che il congresso berlinese ieri abbia eletto nuovo leader Gregor Gysi, che proprio della tedesca Linke è la figura di maggior peso. Subentra al francese Pierre Laurent, segrerario generale del Pcf, per 6 anni alla guida della Se. Il carismatico Gysi è fra i più europeisti dei dirigenti della sinistra tedesca: sono note le differenze con l’altra figura-chiave del suo partito, Sahra Wagenknecht, decisamente più scettica verso la possibilità di mantenere in vita l’euro e le attuali istituzioni politiche dell’Ue. E molto meno incline di Gysi ad alleanze con i socialdemocratici. Divergenze che si ritrovano, in realtà, fra tutte le organizzazioni raccolte sotto l’ombrello della Se, e che il nuovo numero uno avrà il non facile compito di far convivere. L’esperienza e la capacità per farlo di certo non gli mancano.

Per l’Italia ha preso parte al congresso Rifondazione comunista, che, insieme a L’altra Europa con Tsipras, è l’unica forza politica italiana membro a tutti gli effetti del partito della Sinistra europea. E proprio un’esponente del Prc, Eleonora Forenza, è la deputata che il gruppo della Sinistra ha candidato alla presidenza del parlamento europeo. Per sostituire il dimissionario Martin Schulz (che passa alla politica nazionale) il prossimo 17 gennaio ci sarà una competizione tutta italiana: gli unici con chance di essere eletti sono il berlusconiano Antonio Tajani per i conservatori del Ppe e il democratico Gianni Pittella per i socialisti europei (Pse). Vincerà chi saprà aggiudicarsi i voti degli altri gruppi: ago della bilancia potrebbero risultare i liberali di Guy Verhofstadt, ma anche le forze di destra come lo Ukip di Nigel Farage e il Front National di Marine Le Pen. Ma c’è un’altra possibilità: un accordo stile «grande coalizione» che veda il Ppe aggiudicarsi la presidenza dell’Europarlamento «cedendo» al Pse quella del Consiglio europeo (il vertice dei capi di governo), carica attualmente ricoperta dal polacco Donald Tusk.

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Nessun clima da de profundis, qualche occhio umido sì, abbracci, ma anche un dibattito politico con botta e risposta, per quanto per poco più di un centinaio di delegati e militanti. Con qualche nota spiazzante, come quando, al termine della mattinata nell’auditorium di via Cernaia, al calare del sipario sulla storia della forza politica chiamata Sel, parte la cover di «Meraviglioso», vecchio successo di Modugno rifatto dai Negramaro, non proprio una canzone di lotta.

Su tutto ha campeggiato il ritorno di Nichi Vendola in una posizione rassicurante più che dominante, o come dice lui «da battitore libero, la posizione che più mi si addice», visto che ha aperto e chiuso i lavori dell’assemblea nazionale con cui si è chiusa l’esperienza di Sel ma solo per proiettarne l’eredità da salvare sulla forza politica ancora nascente: Sinistra italiana, che vedrà il suo primo congresso nazionale a metà febbraio.

PUNGENTE il giusto e onirico altrettanto, Vendola ha parlato per oltre un’ora con la sua oratoria delle grandi occasioni, un discorso preparato in una notte insonne. Impianto classico, è partito dalla situazione internazionale, da Aleppo «bancarotta dell’umanità» per arrivare a spiegare le ragioni dell’esistenza in vita della sinistra orba di una alleanza di centro passando per l’affermazione di Trump e del suo «populismo reazionario delle èlite» che, senza una sinistra riconoscibile e credibile, appunto, riesce, con i suoi addentellati nei partiti razzisti e nazionalisti europei, ad attrarre la rabbia e lo spirito di revanche della «classe operaia bianca marginalizzata» e delle «classi medie impoverite dalla crisi».

Un dibattito che riguarda anche i socialisti francesi, gli spagnoli, i laburisti inglesi. «Se il compito della sinistra è fare da ammorbidente nella lavatrice del liberismo, si vede bene che la parola sinistra non ha più ragion d’essere», è la sentenza.

E SI ARRIVA ALL’ITALIA. Vendola traccia una via stretta, ben oltre la «traversata del deserto» del 2013. Le parole sono calibrate per definire il rapporto con il renzismo, definito, nella vulgata per le telecamere, «il nemico da abbattere» perché dal suo arrivo sulla scena politica è servito a utilizzare la forza della sinistra per applicare l’agenda della destra. Renzi viene definito «un homo novus mentre è molto, molto vecchio nei riferimenti culturali e nel lessico», uno che ancora governa – Gentiloni non viene neanche citato – con gli eletti sulla base di un patto che, ricorda, «porta le firme in calce mia e di Pierluigi Bersani» e invece «ha assunto l’agenda di Silvio Berlusconi». Jobs act, Buona scuola, SbloccaItalia si basano sul capovolgimento di senso. Così come la parola riforma, travisata per affermare il suo contrario.

M5S Mentre il massimalismo giustizialista dei Cinquestelle ha la sua «fine» a Roma, dove proprio delle persone di Mafia capitale si circonda, e Di Battista «passa da Che Guevara allo studio Previti». «C’è una sinistra – avverte – che pensa non si possa fare altro che ritagliarsi una nicchia di testimonianza, accanto o a lato del renzismo. Questa – sintetizza – la chiamo deriva minoritaria. Giuliano Pisapia è un caro amico e agli amici si dice la verità, così quando pensa di rifondare la sinistra come una corrente esterna del Pd renziano, lo fa partendo dalla rimozione di quello che è stato il risultato del referendum». Così come per l’acqua e per le trivelle.

Sul fondo della sala, oltre a Stefano Fassina, c’è Massimiliano Smeriglio che con Pisapia, pur non essendo d’accordo sulla proposta, vuole continuare una interlocuzione. Arturo Scotto, capogruppo alla Camera, nel suo intervento, dice che non si tratta di rattoppare «la meccanica dell’alleanza» ma pur condividendo l’idea di fondo di Vendola – «né un’appendice né la resa» – insiste su «evitare strappi».

Gli risponderà Nicola Fratoianni, coordinatore uscente di Sel, con un passaggio che fa salire al top l’applausometro. Fratoianni difende la scelta di puntare per Sinistra italiana su una forma organizzativa da partito e su quella di privilegiare una legge elettorale proporzionale, non per tornaconto ma per rafforzare la rappresentanza e ricostruire corpi intermedi. «Puntare a prendere i voti in uscita dal Pd nei centri storici, nei quartieri bene , perché tanto i ceti popolari e le periferie non ci votano? E cosa lo facciamo a fare allora il partito?».

LA VITTORIA DEI NO al referendum costituzionale riapre la partita e Sel è stata il lievito di questo risultato, facendo da sponda a Anpi e costituzionalisti, ricorda Loredana De Petris, e ora si tratta di ridare dignità al lavoro con l’impegno per non farsi scippare il referendum contro il Jobs act.

DA VARESE Claudio Mezzanzanica, l’intervento più critico, sostiene che sulle tematiche del lavoro però c’è impreparazione, una impostazione sbagliata e una tendenza autoreferenziale che i documenti congressuali non risolveranno. «Al compagno di Varese – gli risponde Vendola – vorrei dire che sì, dobbiamo disallenarci a seguire il Palazzo e privilegiare di più come palestra il mondo del lavoro». Con una notazione che ha provocato una ovazione iniziale: «Chi pensa che con le unioni civili avrei digerito il Jobs act sbagliava di grosso». Alla fine dà ragione a Federico Martelloni quando dice che il congresso di SI non sarà un approdo. Solo un altro inizio.

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