Storia & Memoria

Negli ultimi anni, la storiografia sulla Resistenza si è arricchita di una quantità di approcci nuovi: la soggettività, la moralità, la memoria, la resistenza non armata, il «maternage di massa»… Tutte cose belle e necessarie a capire meglio una fase fondante della nostra identità, ma col rischio anche di scordarci che tutto questo faceva perno sulla realtà cruciale di una Resistenza come fatto politico e militare.
Il libro di Davide Conti – Guerriglia partigiana a Roma. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac azioniste nella Capitale 1943-44 (Odradek, pp. 405, euro 30) aiuta riprendere contatto con questa realtà senza la quale rischiamo di non capire tutto il resto.

Costruito sulla base di una vastissima documentazione archivista e di fonti a stampa, in gran parte inedita come i fondi Bentivegna e Fiorentini nell’Archivio storico del Senato (una documentazione talmente capillare da non far rimpiangere troppo il fatto che Conti non abbia tenuto in considerazione il ricchissimo repertorio di fonti orali ormai da più parti accumulato e, per tanti altri versanti, imprescindibile), il libro si può leggere anche come un definitivo dettagliato e puntuale repertorio di azioni e di nomi, che restituiscono il senso della continuità quotidiana della lotta armata a Roma e della molteplicità dei suoi protagonisti (Conti peraltro sceglie programmaticamente di occuparsi delle tre organizzazioni politico-militari facenti capo al Cln, disegnando un quadro a cui andrà poi aggiunto, per esempio, il ruolo di Bandiera Rossa e altre organizzazioni minori).

MA TRATTARE questo libro come una specie di omerico «catalogo delle navi» non sarebbe rendergli giustizia. Un libro di storia non è solo cronologia di eventi e repertorio di nomi, ma anche uno sforzo di interpretazione e di costruzione di senso. Da questo punto di vista, possiamo fare alcuni esempi significativi, in cui Conti si misura con problematiche storiografiche e politiche cruciali. In primo luogo, Conti rivendica l’importanza militare della Resistenza. Ascolta e prende atto delle interpretazioni che attribuiscono alla lotta partigiana un ruolo essenzialmente «simbolico» e di recupero della dignità nazionale, ma ne mostra chiamante l’insufficienza. Per tutti i nove mesi dell’occupazione tedesca (altro che «città aperta»: Conti ricorda i duemila carabinieri deportati a ottobre, i 1024 ebrei del 15 ottobre – a cui andrebbero aggiunge le centinaia successive – le fucilazioni a Forte Bravetta, la deportazione del Quadraro, le stragi di Pietralata, Ardeatine, La Storta… ): Roma è «terreno urbano di lotta armata» che impegna i nazisti su un ampio territorio alle spalle del fronte; la guerriglia contesta la legittimità dell’occupazione e il monopolio nazifascista della forza generando «un nuovo e nascente contropotere politico-militare opposto alle forze nazifasciste», intreccia le sue azioni con il ruolo e le esigenze delle forze alleate ad Anzio e Cassino.

TUTTAVIA LA GUERRIGLIA, dimostra Conti, è a sua volta un’articolazione della politica. Non solo perché è politica la scelta della lotta armata ed è politica la sensibilità dei suoi protagonisti (bella la citazione dall’autobiografia di Bentivegna sulla crescente consapevolezza del rapporto col partito), ma perché le due dimensioni si definiscono a vicenda.
È proprio nell’intreccio fra una scelta politica e una militare che sta, per esempio, la specificità dell’azione del Partito comunista: guida della lotta armata come rifiuto dell’attendismo delle forze moderate del Cln da un lato; sospensione della pregiudiziale politica antimonarchica posta da socialisti e azionisti dall’altro. La radicalità della lotta armata è dunque un’articolazione dell’«atteggiamento prudenziale» del partito sul piano politico-istituzionale, l’una e l’altro si sostengono reciprocamente.

Sottolineando l’importanza militare della Resistenza romana, Conti riconosce che tuttavia essa non raggiunse lo sbocco naturale dell’insurrezione popolare, sia per la specificità del contesto della città di Roma, sia per propri «limiti». Tra questi, l’autore sottolinea – a proposito soprattutto dei Gap centrali – quello di una «peculiare identità sociale». Un poco – direi – perché la spinta alla ribellione antifascista e antinazista di tanti giovani è in gran parte morale, culturale, persino estetica; e un poco anche per precise scelte politiche («Il partito ci disse di stare alla larga dagli ambienti popolari perché erano infiltrati», ricordava Aldo Natoli, che infatti non aveva mai conosciuto un operaio o un contadino finché non si trovò con loro in carcere). Ne deriva, da un lato quella forza morale che permette ai gappisti, caduti nelle mani della polizia, di resistere agli interrogatori e alle torture senza fare nomi, salvando i loro compagni (se Salinari avesse parlato, dice qui Maria Teresa Regard, lei non sarebbe uscita viva da via Tasso). Ma non aver saputo «tenere frammisti gli elementi intellettuali e quelli proletari» (come scrive Franco Calamandrei), comporta anche i limiti dell’«assenza di una totale clandestinità» e di una condotta che Calamandrei chiama «dilettantesca» di alcune azioni.

Il tradimento di Guido Blasi, uno dei pochi elementi popolari attivi nei Gap, diventa allora non solo una caduta personale che finisce per scompaginare tutta l’organizzazione, ma la spia di un rapporto fra gruppi dirigenti e base popolare che resterà irrisolto nei decenni del dopoguerra (e che è del tutto scomparso dall’agenda politica delle ex sinistre oggi).

L’ESTRAZIONE SOCIALE della maggioranza dei combattenti dà forma anche al loro problematico rapporto con la lotta armata. Anche se Conti non si occupa della soggettività, dei sentimenti e delle storie personali dei combattenti, tuttavia sa molto bene che il rapporto con la violenza è anche una questione politica. La profonda differenza politica della Resistenza sta infine nel fatto che la maggioranza dei suoi protagonisti rifiuta di vedere il nemico , persino i nazisti, come il «male assoluto». «Anche il nemico è un uomo», mi disse una volta la partigiana Lucia Ottobrini, ricordando con autentico dolore i giovani tedeschi che lei stessa aveva fatto saltare in aria sotto Tivoli.

Così, Conti cita fin dall’introduzione le riflessioni di Rosario Bentivegna sulla capacità di vedere i fascisti come nemici ma anche come «uomini che una diversa serie di eventi avrebbe potuto portare nel mio campo» (Bentivegna). Riconoscere l’umanità del nemico significa non perdere la propria; notando nei partigiani la «separazione fra piano etico personale e dimensione collettiva della guerra totale», Conti ci ricorda che comunque il piano etico non è mai fuori della coscienza dei combattenti.

D’ALTRONDE, QUESTA tensione fra etica e violenza non è uno specifico della Resistenza ma riguarda tutti gli esseri umani in guerra – penso alle meravigliose pagine sulla prima guerra mondiale di Terra matta in cui Vincenzo Rabito, militare di leva, racconta nel suo straordinario italiano alternativo di essersi trasformato in un «carnefice», un «cane vasto»: «in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo diventate tutte macillaie». Ai partigiani questo non succede: non cercano mai il facile alibi di dire che obbedivano agli ordini. Non erano pedine mosse da altri – né macellai, né carne da macello – ma agenti storici sempre in prima persona responsabili di quello che facevano, sorretti da una solida consapevolezza culturale.

«Io a via Rasella c’ero e ci sono ancora», diceva e scrive Rosario Bentivegna. Orgoglioso e tutt’altro che pentito, non ha tuttavia mai smesso di interrogarsi. Sta in questa complessità non solo il messaggio morale della Resistenza, ma anche il suo significato politico per un’Italia che la moralità nella politica sembra averla persa di vista.

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Grazie a una straordinaria combinazione di stupidità, meschinità e arroganza, stiamo riuscendo a realizzare quello che non era riuscito a Berlusconi: cancellare il 25 aprile.

Io trovo stupida e settaria la pretesa di impedire la presenza delle bandiere della Brigata Ebraica. La Resistenza, la guerra di liberazione, l’antifascismo sono state realtà complesse e molto diversificate. La Brigata ebraica, corpo militare inquadrato nell’esercito inglese, non è la stessa cosa della Brigata Garibaldi, ma nel ’44 nel fronte contro i nazisti c’era; non è giusto dimenticarselo, ed è sciocco settarismo farne occasione di scontro in un momento che dovrebbe invece sancire la capacità della democrazia antifascista di far convivere differenze e  contrasti senza trasformarli in violenza.

Trovo arrogante la pretesa di impedire la presenza delle bandiere palestinesi, curde, e di altri popoli sotto occupazione militare. Il 25 aprile non è solo la commemorazione di eventi di tre quarti di secoli fa, ma dovrebbe essere la riaffermazione dei valori di libertà, partecipazione democratica, civile convivenza, nel mondo di oggi.

Antifascismo oggi significa lotta contro razzismi, discriminazioni, violenze, e non c’è dubbio che queste cose oggi in Palestina, in Kurdistan, e magari in South Dakota, continuano ad accadere. Pretendere di non parlarne significa ridurre il 25 aprile a una mesta e insignificante rievocazione di glorie passate.

Trovo inevitabilmente ambigua la relazione che in questo contesto viene istituita fra Brigata Ebraica e stato di Israele. La comunità ebraica e le sue espressioni sono una sacrosanta componente della democrazia italiana, non un’emanazione di Israele. Al tempo stesso, un legame se non altro emozionale con lo stato ebraico esiste ed è giusto e logico che sia così. Allora sarebbe bene che chi manifesta in nome dei palestinesi si assicurasse di non essere avvicinato da venature di antisemitismo, che dell’antifascismo è proprio il contrario (e di cui comunque non si possono certo accusare gruppi come gli «Ebrei contro l’occupazione», da sempre impegnati per una soluzione democratica del conflitto). E sarebbe utile se chi manifesta sotto le bandiere bianco azzurre della Brigata Ebraica si domandasse in che misura Israele oggi somiglia a ciò per cui lottavano i combattenti ebrei di allora.

Trovo meschino e arrogante lo slogan per cui «l’Anpi non rappresenta i veri partigiani» e la trovata del Pd di tirarsi fuori. Non c’è dubbio che per ovvi motivi generazionali l’Anpi, come le altre associazioni nate della Resistenza, stia attraversando una complicata fase di trasformazione. Ma la pretesa di delegittimarla perché i «veri» partigiani sarebbero altri è sia arrogante – chi sono i veri partigiani non lo decide nessuno – sia meschina perché non è altro che la piccola vendetta del Pd per la posizione presa dall’Anpi nel referendum del 4 dicembre (purtroppo fa eco a questo slogan anche la Comunità ebraica romana. Ma neanche quelli che innalzano le bandiere della Brigata Ebraica sono i combattenti del ’44).

Molti anni fa, su iniziativa di questo giornale, partimmo in migliaia sotto la pioggia per andare a Milano a dire a Berlusconi, Fini e Bossi che l’antifascismo era vivo. Oggi a Milano sfilano i neonazisti. Chissà dove stanno i «veri» partigiani.

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Dopo il suo ultimo Ninna Nanna Prigioniera, documentario che raccontava l’esperienza della maternità in carcere, l’interesse di Rossella Schillaci per la differenza femminile non si acquieta. Ne dà conto la sua filmografia, puntellata da figure di donne o luoghi in cui se ne possono variamente incontrare i vissuti, anche quando scomodi.

Capace di restituire una quotidianità intima e partecipata, il suo Libere è dedicato alla Resistenza come spazio storico-politico di insorgenza in cui le donne hanno agito un protagonismo cruciale. La ricorrenza del 25 aprile alle porte non è casuale; si tratta infatti di un film di montaggio in cui la regista si è servita proprio dei materiali presenti all’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza; tra giornali dell’epoca, veline, sequenze di girati amatoriali, fino ad arrivare ai biglietti privati e alle minute, emergono le voci imponenti di Joyce Lussu, Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra e Giuliana Gadola Beltrami, partigiane che hanno cercato di avviare a proprio modo il processo di emancipazione all’interno del movimento antifascista.

Il tema non può essere approcciato in generale, bisognerebbe invece soffermarsi sulle fasi e i contesti in cui le donne sono state coinvolte, basterebbe leggere i tanti libri sull’argomento, come quelli della storica Anna Bravo per scoprire che la lotta in cui sono state impegnate le donne durante la resistenza era anzitutto civile ma non rifiutava una costellazione più ampia: dallo scontro armato all’approvvigionamento e collegamento, dalla stampa e propaganda al lavoro più vasto della informazione; e ancora dal Soccorso rosso ai Gruppi di Difesa della Donna.

Il lavoro i Rossella Schillaci ha comportato anni di studio in Archivio, per assemblare poi un materiale che individua – oltre ai temi – delle biografie di eccezione. Attiviste (Gobetti e Lussu furono insignite con la medaglia d’argento al valor militare), tutte scrittrici finissime, si pongono come testimoni che hanno combattuto per rivendicare diritti e autonomia, nel lavoro e in famiglia; e che praticavano la sessualità in assenza di sensi di colpa.

La traiettoria su cui si muove la regista risulta allora importante, oltre che utile da un punto di vista didattico. Certo, maggiore cautela dovrebbe essere utilizzata quando si convocano le categorie di «emancipazione» e «libertà femminile» come se una fosse conseguente all’altra, o addirittura equivalente. Altrettanto dicasi del malinteso che a volte può generarsi tra «femminile» e «femminista»; forse è vero che i termini possono alludersi a vicenda come assumere diverse accezioni – secondo le personali formazioni teoriche e politiche – ma c’è un punto incontrovertibile a ogni latitudine: la biologia non è un destino, dunque dire «femminile» non significa necessariamente dire «femminista».

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Berufsverbot. Banditi dal mondo del lavoro oppositori ed ebrei già durante il nazismo, nel 1972 Willy Brandt firma il decreto contro i politici

In Germania è ormai patrimonio comune che il riconoscimento della responsabilità per il genocidio degli ebrei europei e per le altre persecuzioni di massa, ai danni di rom, portatori di handicap, omosessuali e oppositori politici, sia un tratto identificativo della Repubblica federale. Il dovere della memoria riaffermato ogni 27 gennaio è considerato quintessenza della cittadinanza costituzionale tedesca. A contestare questo «consenso repubblicano» è, non a caso, la destra xenofoba di Alternative für Deutschland, che vorrebbe invece liberare il Paese dal «senso di colpa» per i crimini nazisti, riabilitando un senso di «orgoglio nazionale» a lungo mortificato. Il passato è presente, dunque. È materiale immediatamente politico, su cui si discute e lotta: vale per tutti i Paesi, ma vale in particolare per la Germania, dove per indicare l’elaborazione del passato esiste una parola specifica del vocabolario, Vergangenheitsbewältigung.
IL 28 GENNAIO
Uno scherzo del calendario fa sì che nel giorno successivo a quello dedicato alla memoria della Shoah cada una «ricorrenza» che invece la Germania istituzionale sembra voler dimenticare: il 28 gennaio di 45 anni fa venne approvato il cosiddetto Berufsverbot, cioè il divieto di lavorare come dipendenti dello stato applicato a tutte le persone considerate «nemiche dell’ordinamento costituzionale liberal-democratico». Frutto di un accordo fra tutti i Länder e il governo dell’allora Germania ovest, guidato dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, non si trattò di una vera e propria legge, ma di una misura amministrativa adottata dai ministri degli interni degli stati-regione con il beneplacito dell’esecutivo federale di Bonn: nome ufficiale, «Ordinanza circolare sull’impiego di persone di destra e sinistra radicale nella pubblica amministrazione». Nome bugiardo, perché in realtà riguardò solo l’estrema sinistra. L’ideologia di stato giustificava la «difesa dell’ordine liberal-democratico» con il precedente della Repubblica di Weimar, ma nella realtà si trattava di reprimere il dissenso scoppiato con i moti studenteschi. La propaganda più becera rullava i tamburi: «Non vogliamo l’indottrinamento marxista per i nostri figli».
I LICENZIAMENTI
Per finire nel mirino era sufficiente essere iscritto a uno dei partiti dell’opposizione extraparlamentare (come la Dkp, Deutsche Kommunistische Partei, o il maoista Kbw, Kommunistischer Bund Westdeutchlands), o comunque militare in movimenti riconducibili alla matrice sessantottina. Il risultato fu che da quel 1972 circa duemila tedeschi si videro negare il posto di lavoro a cui aspiravano, in particolare quello di insegnante, e oltre duecento vennero licenziati. Senza contare il numero impossibile da quantificare di tutti coloro che, alla luce di questa normativa, rinunciarono in partenza a fare domanda d’impiego nelle scuole, nei comuni, nei ministeri.Una vicenda certamente meno drammatica di stermini e persecuzioni, ma non per questo meritevole di oblio. Una ferita ancora aperta nella vita di molti, ma anche una ferita nella coscienza democratica tedesca. La rielaborazione critica del Berufsverbot, non più in vigore – in quella forma – dal 1991, è ancora lungi dall’essere compiuta. Solo alcuni Länder hanno, negli ultimi anni, dato vita a commissioni per la riabilitazione degli ex «nemici dello stato» cui negli anni Settanta e Ottanta venne impedito di fare il lavoro che desideravano.
DISCRIMINAZIONI
Una palese violazione della stessa Costituzione tedesca del 1949, che vieta le discriminazioni sulla base delle idee politiche (articolo 3), protegge la libertà di pensiero (articolo 5), e garantisce la libera scelta della propria professione (articolo 12). Se ne rese conto, più tardi, lo stesso ex cancelliere Brandt, che definì quell’ordinanza il più grave errore politico della sua carriera. Ma in quei turbolenti anni Settanta la classe dirigente della Germania ovest, Brandt compreso, non mostrò incertezze: ogni mezzo era consentito per arginare il contagio comunista. C’era la guerra fredda, malgrado la politica di distensione condotta dal governo socialdemocratico-liberale (la Ostpolitik), e aveva fatto il suo clamoroso ingresso in scena la lotta armata della Raf di Ulrike Meinhof e Andreas Baader.
Le biografie di chi allora si ergeva a difensore della democrazia dal pericolo rosso aiutano a capire come il Berufsverbot sia stato possibile. Uno dei suoi principali fautori fu Hans Filbinger, governatore democristiano del Baden-Württemberg tra il 1966 e il 1978: prima di rifarsi una verginità nella Cdu fu membro del Partito nazista e giovane giudice militare negli ultimi due anni di guerra, responsabile di diverse condanne a morte. E a stabilire che la circolare anti-estremisti fosse legittima fu una sentenza della Corte costituzionale redatta da Willi Geiger, anch’egli con un significativo passato: con la tessera del partito di Hitler in tasca, nel 1941 dedicò la sua tesi di dottorato al Berufsverbot che escluse gli ebrei dalla professione di giornalista («Il provvedimento ha di colpo eliminato l’influsso, potente e dannoso per la nazione, che la razza ebraica aveva sulla stampa»). Per difendere la legittimità della norma antisemita, l’allora giovane giurista nazista assimilò il mestiere di giornalista a quello di funzionario pubblico, affermando che in entrambi i casi fosse diritto dello stato pretendere fedeltà. La stessa logica che applicò nella sentenza che scrisse trentaquattro anni dopo, divenuto nel frattempo un «difensore della Costituzione».
Le vittime della caccia alle streghe non rimasero ovviamente a guardare. La lotta contro il divieto di diventare dipendenti pubblici, di fatto la proibizione di diventare insegnanti, animò la sinistra extraparlamentare tedesco-occidentale ed ebbe vasta eco anche fuori dai confini: in Francia, ad esempio, levò la propria voce contro il Berufsverbot anche il futuro presidente socialista François Mitterrand, irritando non poco il gruppo dirigente della Spd. Si dovette però attendere la caduta del Muro perché l’ordinanza non avesse più validità.
HEIDELBERG
Le discriminazioni, tuttavia, non cessarono del tutto: alcuni Länder mantennero regolamenti più blandi, ma che di fatto continuavano a porre ostacoli nei confronti di attivisti sgraditi al potere. Ancora nel 2004 un militante dell’area autonoma di Heidelberg, Michael Csaszkóczy, si vide negare un posto da docente in una scuola pubblica. Ne nacque una controversia legale che terminò tre anni dopo con la vittoria dell’aspirante professore, e con la fine, forse, della pratica del Berufsverbot per i «nemici dello stato». Ma se non può più escludere un comunista dal pubblico impiego, la Germania di oggi non sembra disposta a rinunciare del tutto alla prussiana «lealtà di corpo» da parte dei propri funzionari: incredibile ma vero, le leggi tedesche negano a chi è di ruolo nella pubblica amministrazione, insegnanti compresi, il diritto di sciopero. E a tanti, troppi, sembra assolutamente normale.

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“Certo che bisogna tornare sulle foibe, ogni volta, ogni anno”. A dieci anni esatti dall’istituzione del Giorno del Ricordo, il bilancio di Predrag Matvejevic è ancora una volta critico e insiste a “ricordare tutti i ricordi”. Nel 2004 un’iniziativa revisionista storica della destra post-fascista, riciclata e diventata di governo ed elettoralmente candidabile grazie a Silvio Berlusconi, portò a buon fine la sua battaglia negazionista del passato di crimini italiani nell’ex Jugoslavia. Centrando l’obiettivo di ridurre la prospettiva all’ultimo, infausto periodo, delle responsabilità slave. A questo punto di vista tutto l’arco costituzionale s’inchinò. Favorendo negli anni processi cosiddetti culturali – fiction, cerimonie, opere teatrali – di rimozione della verità storica. Su questo abbiamo voluto ancora una volta ascoltare per i lettori del manifesto il grande scrittore dell’asilo e dell’esilio, l’autore di Breviario mediterraneo – per citare solo una delle sue opere – che ama ancora definirsi jugoslavo. “A proposito di storia, che vergogna che qui, in Croazia, la Chiesa che ha così gravi responsabilità nella connivenza con il nazifascismo e con l’ideologia ustascia, abbia praticamente disertato due settimane fa le celebrazioni del Giorno della Memoria” ci dichiara subito Predrag Marvejevic.
D. Sono passati dieci anni dall’istituzione di questa Giornata da parte delle istituzioni italiane, che ha sempre visto la protesta dei nostri storici democratici. Che bilancio va fatto?
R. Intanto che non bisogna smettere di raccontare la verità. André Gide diceva: “Bisogna ripetere…nessuno ascolta”. Ognuno, soprattutto in questa epoca sembra chiuso nella propria sordità. Il bilancio non è positivo, se a celebrare il Giorno della memoria alla Risiera di San Sabba, il lager nazista al confine tra due popoli, accorrono anche post-fascisti abili a cancellare i crimini del fascismo italiano nelle terre slave. E ogni anno abbondano fiction e rappresentazioni che invece di raccontare il pathos collettivo che riguarda almeno due popoli, riducono tutto, nella forma e nei contenuti, alla sola tragedia delle vittime italiane. Ho scritto sulle vittime delle foibe anni fa in ex Jugoslavia, quando se ne parlava poco in Italia. Ero criticato. Ho avuto modo di sostenere gli esuli italiani dell’Istria e della Dalmazia (detti “esodati”). L’ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natio e scelto, a Roma, una via “fra asilo ed esilio”. Continuo anche ora che sono ritornato a Zagabria. Condivido il cordoglio italiano, nazionale e umano, per le vittime innocenti. Credevo comunque che le polemiche su questa tragedia, spesso unilaterali e tendenziose, fossero finite. Invece si ripetono ogni anno, sempre più strumentalizzate.
D. C’è qualche episodio particolare di strumentalizzazione che ricorda?
R. Voglio ricordare il caso del 2008 dello scrittore di confine, il grande Boris Pahor. Ecco uno scrittore che ha fatto della coralità del dolore la sua materia, e infatti ha raccontato la tragedia dei crimini commessi dai fascisti in terra slava e il lascito di odio rimasto. Di fronte all’onorificenza che nel gli offriva il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, insorse dichiarando che avrebbe detto no, l’avrebbe rifiutata, se dalla presidenza italiana non arrivava una chiara presa di posizione contro i silenzi sugli eccidi perpetrati da Mussolini.
D. Che cosa fu in realtà il crimine delle Foibe?
R. Sì, le foibe sono un crimine grave. Sì, la stragrande maggioranza di queste vittime furono proprio gli italiani. Ma per la dignità di un dolore corale bisogna dire che questo delitto è stato preparato e anticipato anche da altri, che non sono sempre meno colpevoli degli esecutori dell’ “infoibamento”.
La tragica vicenda è infatti cominciata prima, non lontano dai luoghi dove sono stati poi compiuti quei crimini atroci. Il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non certo casuale la scelta della località). E dichiara: “Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara”. Ecco come entra in scena il razzismo, accompagnato dalla “pulizia etnica”. Gli slavi perdono il diritto che prima, al tempo dell’Austria, avevano, di servirsi della loro lingua nella scuola e sulla stampa, il diritto della predica in chiesa e persino quello della scritta sulla lapide nei cimiteri. Si cambiano massicciamente i loro nomi, si cancellano le origini, si emigra…
Ed è appunto in un contesto del genere che si sente pronunciare, forse per la prima volta, la minaccia della “foiba”. E’ il ministro fascista dei Lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si era affibbiato da solo il nome vittorioso di “Giulio Italico”, a scrivere già nel 1927: “La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria” (da “Gerarchia”, IX, 1927). Affermazione alla quale lo stesso ministro aggiungerà anche i versi di una canzonetta dialettale già in giro: “A Pola xe l’Arena, La Foiba xe a Pisin”, che ha fatto bene a ricordare su Il Manifesto nei giorni scorsi Giacomo Scotti nel suo saggio.
Le foibe sono dunque un’invenzione fascista. E dalla teoria si è passati alla pratica. L’ebreo Raffaello Camerini, che si trovava ai “lavori coatti” in questa zona durante la seconda guerra mondiale ha testimoniato nel giornale triestino Il Piccolo (5. XI. 2001): “Sono stati i fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari”. La vicenda “con esito letale per tutti” che racconta questo testimone, cittadino italiano, fa venire brividi.
D. Come è vissuto il Giorno del Ricordo nell’ex Jugoslavia, quali “ricordi” reali va a risvegliare?
R. La storia (con la S maiuscola) potrebbe aggiungere alcuni altri dati poco conosciuti in Italia. Uno dei peggiori criminali dei Balcani è certamente il duce (poglavnik) degli ustascia croati Ante Pavelic. E il campo di Jasenovac è stato una Auschwitz in formato ridotto, con la differenza che lì il lavoro micidiale veniva fatto “a mano”, mentre i nazisti lo facevano in modo “industriale”. Aggiungiamo che quello stesso criminale Pavelic con la scorta dei suoi più abietti seguaci, poté godere negli anni trenta dell’ospitalità mussoliniana a Lipari, dove ricevevano aiuto e corsi di addestramento dai più rodati squadristi.
Le “camicie nere” hanno eseguito numerose fucilazioni di massa e di singoli individui. Tutta una gioventù ne rimase falciata in Dalmazia, in Slovenia, in Montenegro. A ciò bisogna aggiungere una catena di campi di concentramento, di varia dimensione, dall’isoletta di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. Spesso si transitava in questi luoghi per raggiungere la risiera di San Sabba a Trieste e, in certi casi, si finiva anche ad Auschwitz e soprattutto a Dachau.
I partigiani non erano protetti in nessun paese dalla Convenzione di Ginevra e pertanto i prigionieri venivano immediatamente sterminati come cani. E così molti giunsero alla fine delle guerra accaniti: “infoibarono” gli innocenti, non solo d’origine italiana. Singole persone esacerbate, di quelle che avevano perduto la famiglia e la casa, i fratelli e i compagni, eseguirono i crimini in prima persona e per proprio conto. La Jugoslavia di Tito non voleva che se ne parlasse. Abbiamo comunque cercato di parlarne. Purtroppo, oggi ne parlano a loro modo soprattutto i nostri ultra-nazionalisti, una specie di “neo-missini” slavi.
Ho sempre pensato che non bisognerebbe costruire i futuri rapporti in questa zona sui cadaveri seminati dagli uni e dagli altri, bensì su altre esperienze. Ad esempio culturali…Per questo auspico la proclamazione congiunta de “Il giorno dei ricordi”. E questo mi sembra il nuovo intendimento che emerge e per i quale dobbiamo batterci.

(riproponiamo questa intervista ancora di grande attualità in questi giorni, pubblicata sul manifesto solo tre anni fa, il 9 febbraio 2014)

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È questa la tesi definitiva dell’Istituto della memoria nazionale (Ipn) dopo una perizia calligrafica

VARSAVIA. Lech Walesa è stato un informatore degli ex-Servizi di sicurezza polacchi (Sb), almeno prima di fondare Solidarnosc. È questa la tesi definitiva dell’Istituto della memoria nazionale (Ipn) dopo una perizia calligrafica eseguita dall’Istituto di scienze forensi (Ies) di Cracovia. La reputazione di Walesa ne esce così scalfita ma non compromessa.

L’Ipn aveva già deciso lo scorso anno di divulgare ai media polacchi i dossier sul sindacalista di Solidarnosc prima ancora di eseguire degli accertamenti sui documenti di cui era venuto in possesso. Le cartelle che accusano Walesa erano state ritrovate in casa della vedova del generale Czeslaw Kiszczak, numero due della giunta militare di Wojciech Jaruzelski che aveva imposto la legge marziale in Polonia. Oltre alla lettera d’impegno a collaborare con gli Sb, firmata con il nome in codice «Bolek», sono state ritrovate anche le prove dettagliate di alcuni pagamenti ricevuti da Walesa nel periodo 1971-1974. Su richiesta degli ex-servizi segreti, «Bolek» avrebbe compilato almeno una quarantina di rapporti segreti su alcuni lavoratori del cantiere navale di Danzica. Negli ultimi mesi Walesa ha continuato a negare le accuse dell’Ipn.

I funzionari Sb facevano spesso ricorso a un metodo conosciuto come «przesuwanie zrodel» per montare dei dossier di accusa utilizzando le cartelle di diversi cittadini. Nel caso del faldone su Walesa molti documenti hanno la lunghezza di una pagina. Visto che l’autenticità delle firme è stata ormai appurata, a Walesa e alla sua difesa non resterebbe altra soluzione che quella di contestare la veridicità stessa dei documenti. L’Ipn potrebbe comunque presentare un esposto alla Procura generale per lesione del diritto all’onore e alla reputazione nei confronti dell’istituto stesso.

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Il Tribunale speciale del fascismo entrò in funzione il 1 febbraio 1927 e — su segnalazione dell’Organizzazione volontaria per la repressione dell’antifascismo, nota come Ovra — continuò ad «amministrare la giustizia» contro gli oppositori del regime fino al 25 luglio del 1943, allorché Benito Mussolini fu deposto (anche se qualcosa di sostanzialmente identico sopravvisse poi nella Repubblica sociale italiana). Di quel mostro giuridico si occupa Mimmo Franzinelli in Il tribunale del Duce. La giustizia fascista e le sue vittime (1927-1945) , in procinto di essere pubblicato da Mondadori. Non si può dire che il Tribunale di Mussolini — osserva Franzinelli — sia stato spietato: nel primo decennio condannò 3.112 imputati contro 7.581 prosciolti; pronunciò settantasei condanne a morte delle quali ne saranno eseguite cinquantotto, in gran parte contro i cosiddetti «terroristi slavi», come già ben documentato da Marina Cattaruzza nel saggio L’Italia e il confine orientale (il Mulino) e da Marta Verginella nel libro Il confine degli altri. La questione giuliana e la memoria slovena (Donzelli).

Franzinelli è rimasto colpito dalla rapidità con la quale, dopo la fine della guerra, tutti i giudici che avevano fatto parte di questo organismo furono amnistiati (a tempo di record, in pochissimi giorni, il sostituto procuratore generale Michele Isgrò, il procuratore generale Carlo Fallace e persino il presidente del Tribunale speciale della Rsi, Mario Griffini). Ciro Verdiani ex capo della zona Ovra di Zagabria, che di antifascisti al Tribunale speciale della Dalmazia ne aveva consegnati moltissimi, nell’Italia liberata fu addirittura nominato questore della Roma liberata. Vincenzo Cerosino — pubblico accusatore nel processo di Verona contro Galeazzo Ciano e gli altri «congiurati» del luglio 1943, nonché artefice del cosiddetto «processo degli ammiragli» che aveva portato alla fucilazione di Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, promotori della resistenza antitedesca nell’Egeo — è prosciolto a soli quattro giorni dalla promulgazione della legge di amnistia voluta da Palmiro Togliatti. E qui si approfondisce quel che già scrissero Romano Canosa in Storia dell’epurazione in Italia (Baldini&Castoldi) e Hans Woller in I conti con il fascismo (il Mulino) sulla mancanza di pur minimi criteri di severità nell’Italia repubblicana quando giunse il momento di fare i conti con coloro che si erano macchiati di gravi compromissioni con il regime mussoliniano.

I condannati dal Tribunale speciale, invece, nell’Italia postfascista furono trattati, scrive Franzinelli, «come dei sovversivi». Sovversivi che avevano meritato le pene loro inflitte. L’impiegato milanese Giovanni Valvassori, al quale erano stati comminati diciotto anni di carcere per espatrio clandestino e per non essersi poi piegato al cospetto dei giudici, dovrà attendere il 2 marzo del 1975 prima di essere «amnistiato con rinunzia dell’Erario al recupero delle spese di giustizia». Il meccanico romano Remo La Valle, condannato anche lui a diciotto anni per aver «rivelato ai francesi notizie sul motore Alfa 136», fu graziato nel 1944 ai tempi della Rsi, per essere poi sorprendentemente riarrestato nell’Italia repubblicana (maggio del 1949), perché doveva ancora scontare dieci mesi di reclusione.

Qualche imputato nel frattempo era morto: è il caso di Agnello Giannetti, condannato a cinque anni perché ascoltava Radio Londra; la vedova chiese la revisione della condanna ma la Corte d’appello di Roma (nel 1961) e la Cassazione (nel 1962) respinsero l’istanza. Il napoletano Giuseppe Martucci condannato a sei anni nel 1942 per aver pronunciato in una bottiglieria di Genova «parole disfattiste» («Speriamo che la guerra finisca presto», era la frase esatta) si vide respingere, nel 1951, la richiesta di essere amnistiato perché, sostenne il Tribunale militare territoriale di Roma, «non risulta che il reato sia stato commesso per lottare contro il fascismo».

Primo presidente del Tribunale speciale sarà nel 1927 il generale di corpo d’armata Carlo Sanna, che nel 1919 era stato mandato dal governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando a fronteggiare le manifestazioni operaie torinesi. Devoto a Mussolini, ma digiuno di studi giuridici, Sanna resterà in carica fino all’estate del 1928, quando morirà di infarto. Gli succede il giovanissimo Guido Cristini (ha solo trentatré anni). Durante la guerra è stato tenente dei bersaglieri, ha ottenuto una medaglia d’argento al valor militare e ha avuto tra i suoi soldati il caporale Benito Mussolini. Il nuovo incarico gli consente di entrare, di diritto, nel Gran consiglio del fascismo «dove è tra i gerarchi più loquaci». Il successo, scrive Franzinelli, «gli dà alla testa, si sente un pezzo grosso e fa il gradasso esigendo ossequi servili». È molto avido. Oltre a potenziare lo studio legale che ha a Roma, fa incetta di incarichi un po’ dappertutto. Particolarmente in Abruzzo (è nato in un paese vicino a Chieti, Guardiagrele). Mussolini è costretto a intervenire: il 12 ottobre 1929 gli manda uno stringato biglietto: «Data la vostra carica di presidente del Tribunale speciale, ritengo opportuno che rassegniate le dimissioni da quella di presidente Cassa di Risparmio degli Abruzzi». Lui esegue, ma poi, assieme ai suoi, continua ad accumulare fortune. Il prefetto di Chieti, pur con toni cauti, avverte la segreteria del Duce che i famigliari di Cristini «hanno alcune volte assunto atteggiamenti che andavano moderati, come io ora insistentemente vado facendo, con esito, sembrami, buono». Nel 1930 un negoziante di mobili chiede alla segreteria del capo del governo di imporre a Cristini di pagare gli arredi commissionati per una sua villa.

Ma cosa ha di speciale Cristini da potersi consentire una tale improntitudine? Al processo contro Cesare Rossi, coinvolto nell’uccisione di Giacomo Matteotti, ha evitato, minacciandolo di morte, che l’imputato accennasse al ruolo di Mussolini in quel delitto. Con queste parole, a fine processo, si rivolge al Duce: «Nonostante tutto il Tribunale non lo ha condannato alla fucilazione perché in udienza Cesare Rossi non è riuscito neanche a guadagnarsi la pena di morte». Il Tribunale, prosegue Cristini, «ha preferito eliminarlo silenziosamente con trenta anni di reclusione e risparmiare al Regime alcune pallottole di moschetto».

Mussolini gli è grato. Cristini come presidente del Tribunale speciale ottiene uno spazioso appartamento sul lungotevere Michelangelo e un altrettanto lussuoso appartamento sul lungotevere Sanzio. La presidenza del Consiglio, del resto, fornisce a tutti i giudici del Tribunale speciale un’automobile, la tessera di libera circolazione ferroviaria e paga a ognuno di loro ragguardevoli indennità di carica. Il famelico Cristini riceve settemila lire al mese, ma pretende l’equiparazione ai presidenti della Corte dei conti, della Cassazione e del Consiglio di Stato. Assedia con lettere e telefonate la segreteria di Mussolini affinché si dia un colpo di acceleratore riguardo alla «nota questione finanziaria che mi interessa nella mia qualità di presidente del Tribunale speciale». E il capo del fascismo lo accontenta facendogli assegnare, per il 1929, un bonus di cinquantamila lire. Una cifra spropositata per un lavoro assai poco faticoso.

Un informatore, Francesco Gargano, riferisce di una conversazione con il giudice Cersosimo che parla di «sperpero di denaro» e di come le sedute d’istruttoria non durassero più di mezz’ora dal momento che consistevano solo nella lettura, «tra l’indifferenza generale», di una «relazione già scritta in precedenza». «Se il Duce sapesse» che cosa è davvero il Tribunale Speciale, «ci caccerebbe tutti via», avrebbe ammesso Cersosimo.

Un rapporto dell’informatore Luigi Filippi, ex tenente colonnello dei carabinieri, parla di indennità di trasferta e di trasporto percepite indebitamente, grazie a false dichiarazioni di servizio. Tutto il personale del Tribunale, prosegue Filippi, «fa il proprio comodo». Non esiste «alcun controllo per l’orario d’ufficio». Gli ufficiali della Milizia che lavorano per il Tribunale «partono in licenza con due o tre giorni di anticipo e fanno ritorno quando vogliono… Nelle ore di lavoro vanno in giro da un ufficio all’altro per parlare, criticare e fare pettegolezzi». Filippi cita il capitano dei carabinieri Giorgi, che non va mai in ufficio e fa quello che gli pare, ricevendo a domicilio «ogni ben di Dio, financo quarti di vitelline da latte» da lui fatte «espressamente macellare», per poi donarne parte anche a Cristini. Però fuori d’Italia l’appartenenza al Tribunale speciale doveva essere considerata poco onorevole. In merito a un documento da rilasciare a Filippo Maria Gauttieri, il capo della polizia prega il questore di Roma di «evitare nel passaporto qualsiasi relativa alla carica di vice presidente del Tribunale speciale».

Qualche volta i giudici e lo stesso presidente eccedono. È il caso ancora una volta di Cristini che, dopo la soddisfacente (per Mussolini) gestione del «caso Rossi», prova a ripetere l’impresa. L’opportunità gliela offre il processo postumo ai complici di Anteo Zamboni, il quindicenne bolognese linciato nel 1926 per aver attentato alla vita del Duce. Confiderà poi al gerarca Leandro Arpinati di essere riuscito a far condannare i familiari di Zamboni, pur estranei all’ affaire , per compiacere Mussolini. Arpinati ne parla con lo stesso Mussolini e questi reagisce immediatamente mandando a Cristini un altro sintetico biglietto: «Invito V.E. a rassegnare le dimissioni dalla carica di Presidente del Tribunale speciale». È il 27 novembre del 1932. Cristini chiede udienza a Mussolini, gli viene negata. Viene retrocesso a vicepresidente della Corporazione vetro e ceramica. Accetta. Ma continuerà a fare affari. Indisturbato.

Il suo prestigioso incarico nel frattempo passa al conte livornese Antonino Tringali Casanuova, medaglia di bronzo al valore nella Grande guerra, partecipe alla marcia su Roma, poi per un decennio, dal 1922 al 1932, sindaco (e poi podestà) di Castagneto Carducci. Abilissimo, Tringali Casanuova si giova dell’ottimo rapporto con il conterraneo Guido Buffarini Guidi, potentissimo sottosegretario al ministero dell’Interno. Sarà, Tringali, sempre al fianco di Mussolini. Anche — come ben racconta Gianfranco Bianchi in 25 luglio crollo di un regime (Mursia) — nella seduta del Gran consiglio del 1943 durante la quale prenderà più volte la parola per difendere il Duce. Che lo nominerà poi ministro di Grazia e giustizia nella Repubblica sociale (incarico che, però, Tringali terrà per poche settimane dal momento che, a fine ottobre 1943, sarà stroncato da un infarto).

Così, alla fine della guerra, Cristini sarà l’unico sopravvissuto dei tre presidenti in carica tra il 1927 e il 1943. Che ne sarà di lui? Dopo essere stato latitante per due anni, riuscirà anche lui a beneficiare del provvedimento di amnistia. Fausto Gullo — il comunista che aveva preso il posto di Togliatti alla guida del ministero di Giustizia — se ne disse scandalizzato e sostenne che a personaggi come Cristini la legge non avrebbe dovuto essere applicata in modo così liberale. Il socialista Pietro Nenni (come si evince dal suo Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956 edito da Sugarco) avrebbe addirittura voluto porre in stato di accusa la Cassazione che aveva deciso a favore di Cristini. Ma non ci fu niente da fare. A questo punto Cristini ebbe l’idea di riprendere ad esercitare la professione forense e chiese una nuova iscrizione all’ordine degli avvocati. Ma dal Consiglio nazionale forense gli giunse un secco no. L’impulso a tale diniego giunse dal presidente di quel Consiglio: Piero Calamandrei. E fu questo finché visse (1979), scrive Franzinelli, l’unico castigo che ebbe per essere stato presidente del Tribunale speciale di Mussolini.

Paolo Mieli

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Anche quest’anno si rinnova quello che non deve diventare un rito ma deve rimanere l’occasione per tornare a sottolineare la necessità di non dimenticare. Contro i dubbi sollevati da più parti sull’opportunità di mantenere il Giorno della Memoria.

Va infatti ripetuto con forza che questa scadenza, il Giorno della Memoria, oggi è più necessaria che mai.

Se da una parte la crescente distanza che ci separa dai fatti in cui si concretizzò lo sterminio degli ebrei contribuisce ad affievolirne la memoria, dall’altra la realtà nella quale viviamo sollecita la riflessione su una serie di circostanze che ricordano da vicino aspetti della cultura della quale si nutrì l’indifferenza dei tanti e che consentì la realizzazione quasi indolore dello sterminio.

Nella crisi attuale dell’Europa il dilagare del populismo maschera a fatica il volto del razzismo che non è né vecchio né nuovo, è il razzismo di sempre, contro ogni minoranza e contro ogni eguaglianza tra i popoli.

È chiaro che il passare delle generazioni produce cambiamenti nella memoria e nei modi di esprimerla e di rappresentarla, tanto più oggi che la testimonianza dei sopravvissuti incomincia a farsi sempre più rara per ovvie ragioni fisiologiche. Troppo spesso la tragedia delle migrazioni viene dissociata nell’attenzione e nella memoria dei più dalle derive degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Dappertutto in Europa l’irresponsabile diffusione della minaccia di una invasione da parte di chi fugge da guerra e miseria genera confusione e oblio.

Situazioni paradossali e insieme esemplari come quella dell’Ungheria di Viktor Orbán, che dimentica la catastrofe degli ebrei ungheresi e rifiuta l’accoglienza ai migranti con cinismo e crudeltà. Un comportamento che apparentemente dovrebbe isolare l’Ungheria dal resto d’Europa ma che in realtà rischia ormai di diffondersi al di là delle sue frontiere, in assenza tra l’altro di fratture interne che costringano Viktor Orbán a modificare o almeno a mitigare il rigore dei suoi rifiuti.

Questo significa anche una frattura nella memoria collettiva dell’Europa che indebolisce la possibilità di una presa di coscienza non parcellizzata, solidale senza riserve.

Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a tenere viva la sensibilità di popoli e società verso problemi che ne hanno plasmato negativamente la storia ma che sono anche terribilmente attuali.

Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro.

Nessuno ha il coraggio di dirsi anti-semita o anti-musulmano, ma nei fatti il prevalere di una sorta di agnosticismo etico ci riporta al punto in cui tutto è incominciato, alla deresponsabilizzazione e all’indifferenza.

È un problema politico e culturale di enorme portata che si inserisce nella crisi dell’Europa non meno che in quella della nostra democrazia.

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All’apparenza quello di Horst Hoheisel (Poznan1944, vive tra Kassel e Berlino) sembra un lavoro minimale, un intervento quasi invisibile. Eppure, lui che spesso opera in assenza, questa volta si è impegnato nella Sinagoga di Ostia antica per la mostra Arte in memoria 9 (a cura di Adachiara Zevi) come fosse un demiurgo appassionato. E ha deciso di tirare fuori, a modo suo, testimonianze e immagini intrappolate tra le pietre vissute. «Voglio sentire la storia che si cela dietro queste pietre che risalgono al I secolo – spiega – Durante la mia visita a Ostia nell’aprile scorso, alcuni muri erano parzialmente crollati. Pietre rotte erano sparse ovunque. Il tempo si prende le sue rivincite e i muri raccontano storie di degrado. Salvarli è diventato un obiettivo. Il mio contributo è quello di sollecitare il restauro iniziandolo io stesso. Mentre questi vecchi mattoni passeranno per le mie mani, registrerò le memorie che evocano in me».

La risposta alla sollecitazione di un particolare, un oggetto, una architettura, un arredo urbano che racchiude la grande storia è una costante concettuale del metodo artistico di Horst Hoheisel, capace di rovesciare – interrandola – una fontana distrutta dai nazisti per suggerire ai passanti l’incontro con la potenza di un anti-monumento. O anche di proporre la deflagrazione spettacolare della berlinese Porta di Brandeburgo per celebrare la cancellazione di un popolo con l’adeguata devastazione di un luogo simbolico: la polvere delle pietre sarebbe stata sparsa, mentre lastre di granito avrebbero ricoperto il piazzale, offrendo lapidi urbane e desertificando l’ambiente. Naturalmente, quel suo provocatorio progetto non ebbe seguito (bisognava immaginare un monumento per gli ebrei assassinati in Europa), ma per Hoheisel rimase intatta la radicalità della sua proposta.
In Italia, a Ostia, l’artista polacco ha scelto di recuperare la leggibilità della Sinagoga, nell’Arca dove si custodivano i libri e nella scalinata sul lato del pozzo romano, da cui si accedeva dentro lo spazio sacro.

26clt2ritrattounspecified2Horst Hoheisel al lavoro ad Ostia Antica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La maggior parte delle sue opere affronta la memoria collettiva in forma negativa. A suo parere, ogni ricordo è una possibilità di conflitto. Perché?
La memoria è un processo dinamico e continuo. Racconta molto di noi e del nostro tempo e assai meno della storia in sé. Ciò che mettiamo in atto nei lavori che intraprendono la strada della memoria rischia di essere sbagliato. Non esistono metafore per l’Olocausto. L’unica cosa che possono fare gli artisti è esercitare al minimo l’errore. Ogni epoca, ogni società crea la propria memoria.

In passato, lei non ha voluto ripristinare una fontana simbolica come monumento ebraico, ma ha preferito affondarla sotto terra. Ha proposto anche di far saltare la Porta di Brandeburgo… Pensa forse che un monumento sia una inutile eredità?
Questi monumenti appartengono al XIX secolo. La nostra epoca non può riconsiderarli tali e quali. Un Memoriale edificato in marmo e bronzo non fa che congelare la possibilità di rievocazione, è come se mettesse una pietra definitiva sul passato. È il rischio che corre il Memoriale dell’Olocausto a Berlino: abbiamo questo grande monumento nel centro della città, quindi possiamo dimenticare quel periodo. Consente di far ripartire, dopo la riunificazione, una nuova era accompagnata da un sentimento nazionale: l’identità di una storia tedesca ininterrotta. Ma dal momento che proprio con l’Olocausto quell’identità tedesca si è spezzata, anche in futuro dobbiamo continuare a convivere con questa «spaccatura».

Nonostante la memoria si manifesti per lei solo «in assenza», è noto il suo impegno nella raccolta di quella del Sud America, questa volta «in presenza»…
Quando ero uno scienziato forestale, ho lavorato a contatto con l’ecosistema di una foresta pluviale tropicale, in Sud America. Ho vissuto due anni con una tribù di indigeni Yanomami. Da quel momento, mi sono innamorato dei sudamericani… Adesso, come artista, sono tornato nelle capitali e lavoro insieme ad amici provenienti da quei paesi. Le dittature, però, non rappresentano la mia storia. Allora ho cercato di essere un catalizzatore, qualcuno che dà l’avvio a progetti sulla memoria: il vero lavoro è da attribuire a tutti i partecipanti dei diversi luoghi. Faccio un esempio: Quimica de la Memoria. Ho chiesto alle persone di portare dalle loro abitazioni oggetti che hanno avuto un collegamento con la dittatura militare in Argentina. Ho ottenuto una raccolta di tutte le cose della vita quotidiana. Ogni oggetto è stato etichettato per spiegare la relazione con la storia, e poi la mostra viaggia. Nessuno ricorda più come è iniziato questo processo!

Tornando alla Shoah: il problema oggi è che i sopravvissuti cominciano a sparire. Per ragioni anagrafiche, non c’è più quasi nessuno che ci possa raccontare l’ esperienza dell’orrore attraverso le proprie emozioni. Cosa ne pensa di questo cambiamento: è un pericoloso vuoto?
Quello che stiamo vivendo è un periodo molto importante. L’Olocausto comincia a entrare nella storia e nei libri scolastici senza più i suoi testimoni. Così, storici e autori di manuali hanno un’enorme responsabilità sulle spalle. Naturalmente, fioriscono interessi e interpretazioni dal proprio punto di vista e a proprio vantaggio. Gli storici non sono mai neutrali!

Potrebbe dirci qualcosa sul suo lavoro in Italia, il progetto per «Arte in memoria»?
Il sito della vecchia Sinagoga non ha bisogno dell’arte. Possiede un suo magnetismo particolare, ma necessita di un restauro. La mia opera, quindi, è semplicemente il ripristino e la conservazione – insieme al team dei restauratori di Ostia Antica – di una piccola porzione della Sinagoga stessa.
All’interno dei muri restaurati, vengono poste alcune parole, scritte su piccole targhe d’argento, che amici da tutto il mondo – ma anche la mia stessa famiglia – hanno inviato dopo aver visitato il sito tramite Internet. Ognuno una sola parola. E nessuno può leggerla. Ma c’è un’etichetta che chiede ai visitatori della Sinagoga di guardarsi intorno e pensare alla propria, di parola.

SCHEDA

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Installazione di Luca Vitone per Arte in memoria, a Ostia antica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presso la Sinagoga di Ostia Antica si è inaugurata la nona edizione di Arte in memoria, la biennale internazionale ideata e curata da Adachiara Zevi e organizzata dall’Associazione Culturale Arteinmemoria (visitabile per il pubblico fino al prossimo 18 aprile).
Gli artisti invitati a intervenire quest’anno sono: Sara Enrico che, alla scelta di lavorare con alcune pratiche artigianali legate alla tessitura unisce l’uso di fibre artificiali moderne; Horst Hoheisel, che partecipa con il suo consolidamento e restauro di alcune parti della sinagoga, registrando le memorie che le pietre stesse evocano in lui; Ariel Schlesinger con una installazione «after» Demnig, un omaggio agli Stolpersteine che traduce però in rovine, attraverso differenti manipolazioni; Luca Vitone, che propone un progetto sul valore simbolico delle pietre.
La mostra nella Sinagoga di Ostia Antica, la più vecchia d’Occidente (I sec. d.C.) prende avvio dall’iniziativa promossa dalla Sinagoga di Stommeln, in provincia di Colonia, sopravvissuta al nazismo: lì, dal 1990, ogni anno un artista è invitato a creare un’opera per il luogo.
Alcuni artisti (ospiti delle scorse biennali) hanno donato i loro lavori, lasciandoli in mezzo alle rovine, nel sito archeologico. Tra questi, nel 2002 Sol LeWitt, poi Gal Weinstein, Pedro Cabrita Reis, Liliana Moro (Stella polare, 2011), Michael Rakowitz. Al termine della precedente edizione, è stata la volta di Stih &Schnock e della loro Sinergia su supporto di metallo.

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La notte di Pinelli non è finita. Quella stanza resta ancora un mistero. Chi furono veramente gli uomini che, innocenti, colpevoli, complici, passarono ore e giorni là dentro e videro quel che accadde? Dopo infiniti processi, istruttorie, sentenze di primo grado, d’Appello, di Cassazione, assoluzioni, condanne, ricusazioni, prescrizioni, archiviazioni, nulla è certo. Quasi mezzo secolo dopo si sa soltanto che un uomo, il 12 dicembre 1969, entrò vivo dal portone della Questura di Milano e uscì morto. Tutto il resto ha doppie e triple facce e resta problematico, ambiguo, nebbioso.

La passione di moltitudini che si batterono allora in nome della verità su questo caso-simbolo della dignità di un Paese è stata frustrata. Chissà se Licia Pinelli crede ancora a quel che disse a un giornalista quando Pino morì: «Se in Italia esiste veramente una democrazia, e tutto è successo in democrazia, noi la verità la sapremo».

È appena uscito un libro che può aiutare a trovare quella verità mancata, a riaprire l’inchiesta, l’istruttoria, il processo. Un contributo importante. Si intitola semplicemente Pinelli. La finestra è ancora aperta (Colibrì edizioni): l’hanno scritto Enrico Maltini, docente universitario di Agraria, morto lo scorso anno, e Gabriele Fuga, avvocato penalista. Non è un libro di parte, anche se gli autori appartennero alla cerchia anarchica. Non è un libro fazioso, è minuziosamente documentato e le sue pagine hanno un tono più accorato che polemico. Prevale la voglia di capire, il dubbio resta costante, l’attenzione ai particolari fa da guida, il buon Dio, si sa, si nasconde nei dettagli, come scrisse Flaubert.

Qual è il cuore del libro, quasi un verbale? L’8 ottobre 1996 un ufficiale e due agenti di polizia giudiziaria rinvennero in un magazzino di via della Circonvallazione Appia 132 a Roma un’enorme quantità di documenti dell’ufficio Affari riservati del ministero degli Interni, i servizi segreti dell’epoca, 400 faldoni soltanto sulla strage di piazza Fontana, disponibili di recente dopo la digitalizzazione della Casa della Memoria di Brescia. Si tratta di 150 mila fascicoli di atti istruttori e processuali: non sono i famosi «scheletri negli armadi», ma se non fossero stati trovati in tempo rischiavano di andare al macero, cancellando per sempre preziose notizie di prima mano. Dopo la scoperta, le Procure di Milano, di Venezia, di Roma hanno riaperto le indagini non arrivate all’osso, ma proficue anche perché sono stati interrogati protagonisti di quel tragico caso che non erano mai stati sentiti.

Alcuni hanno seguitato a tacere, omissivi, bugiardi, spauriti, uno spettacolo di Dario Fo. Ma altri, pensionati, ormai lontani dagli ordini dei superiori e non più timorosi per i rischi della carriera, hanno rivelato fatti non conosciuti, anche rilevanti.

Gli autori di questo libro, lavorando come certosini sulle vecchie e sulle nuove carte, sono riusciti a dare al caso Pinelli un quadro più ricco, non certo definitivo ma capace di render chiari certi buchi neri.

Subito dopo la strage di piazza Fontana furono 14 i funzionari anche di livello alto che piombarono a Milano con il nome di Valpreda assassino scelto a freddo su indicazione soprattutto di un informatore. Tra loro nomi di rilievo come Silvano Russomanno, un passato nella Repubblica di Salò, 373° Battaglione Flak, internato dopo la guerra a Coltano, il campo di concentramento dei repubblichini — la continuità dello Stato — e con lui Elio Catenacci, il direttore apparente degli Affari riservati. Il vero regista, capo effettivo dei servizi, fu Federico Umberto D’Amato, morto nel 1996, che finì la carriera come gourmet dell’«Espresso». In trent’anni, un altro mistero, non venne mai interrogato dai magistrati. Si sa adesso che oltre ad essere legato al vertice del controspionaggio della Cia in Italia, James Angleton, aveva strettissimi rapporti con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale e degli eversori fascisti, notizia sempre negata («Non l’ho mai visto») e ora documentata dal suo vice Guglielmo Carlucci.

Erano quei 14 venuti da Roma a decidere il da farsi, a dettare la linea, a scrivere i rapporti che i questurini di Milano poi firmavano. Questi uomini in incognito si aggiravano in via Fatebenefratelli, sconosciuti a chi allora passò da quelle stanze. I romani non avevano una gran stima dei milanesi, complici ubbidienti. Solo il capo dell’ufficio politico della Questura, Antonino Allegra, legato a Russomanno, conosceva forse qualche verità in più dei colleghi o sottoposti. Fu lui ad accompagnare a Roma in aereo il tassista Rolandi e a condurlo al Viminale dal capo della polizia Angelo Vicari, bene attento a non parlarne, come avrebbe dovuto, ai magistrati. Fu lui, giorni dopo, a dire a Vicari che «al momento del fatto, Pinelli era appoggiato di spalle alla finestra», un particolare, scrivono gli autori del libro, che «fa piazza pulita dei tuffi e balzi felini ripetuti dai sottufficiali presenti, dal tenente dei carabinieri Lo Grano e dagli stessi Allegra e Calabresi». (Scatti felini, tuffi, balzi repentini e fulminei). Probabilmente Pinelli fu picchiato, colpito, spinto violentemente verso la finestra e cadde.

Come mai, a esclusione del tenente dei carabinieri, nessuno degli uomini della stanza ebbe un barlume di pietà e scese in cortile a vedere quell’uomo? Probabilmente perché nello studio del commissario Allegra si doveva frettolosamente decidere quel che si sarebbe dovuto fare e dire ai giornalisti. («Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. (…) Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa», come disse il questore Guida).

Chi c’era nella stanza del quarto piano della Questura di Milano quei giorni, quella notte? È impensabile che l’interrogatorio di Pinelli, di grande rilievo per tutta l’inchiesta sulla strage, fosse affidato al commissario Luigi Calabresi, l’ultimo nella catena gerarchica. Dov’erano Russomanno, Catenacci e anche altri con gradi alti nei servizi, Alberto D’Agostino, Ermanno Alduzzi, Guglielmo Carlucci? Chi irruppe nella stanza e fece il saltafosso, tipico delle polizie, in questo caso l’urlo «Valpreda ha parlato»?

Calabresi quella notte, davanti a cinque giornalisti, avallò le menzogne del questore Guida, non ebbe un moto di dissenso né di amarezza, ma questo non esclude che possa essere stato usato dai suoi superiori, tutti, come capro espiatorio e che i veri responsabili siano altri.

Nel maggio 2009 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato di Pinelli, figura innocente, «vittima due volte. Prima di pesantissimi, infondati sospetti, poi di un’improvvisa assurda fine». Ma non basta ancora. Manca una sentenza. Il Pinelli di Fuga e Maltini può aiutare. È un romanzone purtroppo vero, zeppo di spie, doppiogiochisti, diavoli, angeli, traditori della patria, vittime, poliziotti dell’illegalità, figuranti di uno Stato che non ha avuto il coraggio di processare se stesso.

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