Tortura

Pronunciare la parola indicibile è già operazione di chiarezza. Invita a indagarne il significato, a vedere se o meno corrisponda a situazioni, pratiche, fatti che conosciamo, che sappiamo esistere; li rende presenti con tutti gli interrogativi che tale presenza determina.
È quindi positivo che la parola tortura sia tornata a essere detta. Ma, seppure tolta dall’imbarazzo linguistico, non di meno la tortura continua a essere negata dagli apparati di potere che la praticano. Poiché «nessun regime neppure quello dittatoriale, ammetterà mai il ricorso alla tortura perché significherebbe ammettere la propria illegittimità». Sono le parole dello psicoanalista Miguel Benasayag, torturato durante la dittatura del generale Videla in Argentina, che ricorda come i suoi torturatori, che pur realizzavano una sorta di prossimità feroce tra il loro corpo e il suo che martoriavano, si guardavano dall’essere identificati come funzionari dello Stato; non affermavano la visibilità del potere assoluto, ma si celavano dietro una fantasiosa appartenenza a corpi separati, civili.

L’EPISODIO LO RIPORTA Donatella Di Cesare, che dal duplice punto di vista della filosofia teoretica e dell’analisi storico-critica, ripercorre la persistenza della tortura, il suo consolidarsi anche in termini dialogici nel presente e la continuità del tratto indelebile che lascia nella vittima, come «propria morte esperita in vita» (Donatella Di Cesare, Tortura, Bollati Boringhieri, pp. 217, euro 11).
Molte pagine del suo libro sono dedicate al dibattito sorto dopo il settembre 2001, in larga parte oltre Atlantico, ma per taluni aspetti anche nel vecchio continente. Un dibattito che non ha superato il tabù della negazione, ma lo ha aggirato, attraverso locuzioni contorte che ruotano attorno a concetti di eccezionalità, necessità, utilità dando a essi sinistri significati.

DI CESARE NE TROVA le premesse già nella posizione assunta da Thomas Nagel, più di quaranta anni fa nel periodo della guerra in Vietnam, circa il dilemma morale tra teorie assolutiste e teorie utilitariste, le prime che danno priorità a ciò che si fa, agli schemi valoriali di riferimento, le seconde centrate invece su ciò che accadrà, sulle conseguenze in gioco. Nessun problema per Nagel nel sostenere queste ultime, liquidando l’assolutismo – e quindi il divieto assoluto della tortura nelle Dichiarazioni e Convenzioni dal secondo dopoguerra – come un ideale regolativo insensatamente astratto e provvidenzialmente irrealizzabile.

Anche se il contesto dell’analisi del filosofo analitico è quello bellico, la sua posizione apre alla possibilità di considerare comunque la tortura una opzione eventuale. Tema, questo che da una prospettiva diversa verrà ripreso da Michel Walzer nell’affermazione della necessità per chi ha responsabilità politica di misurarsi anche con le «mani sporche», quasi «nobilitando» la scelta di accettare il fardello morale di un crimine, non reso meno da grave da considerazioni apparentemente necessitanti. Per giungere così al dibattito degli ultimi quindici anni, alla posizione di Alan Dershowitz che Di Cesare sintetizza in una intrigante parola chiave: accountability. Intrigante perché si è abituati a declinarla nel suo significato positivo, di assunzione di responsabilità. Giacché la tortura persiste – ragiona il penalista americano, che si era abituati a collocare nel fronte democratico – ne regoliamo la pratica, la rendiamo trasparente e limitata.

SCRIVE IN PROPOSITO l’autrice: «Al torturatore nobile Dershowitz preferisce l’esperto che mentre conferisce di volta in volta il mandato, autorizzando la tortura, si impegna anche a far luce garantendo la trasparenza, consentendo quella accountability, senza la quale non sarebbe immaginabile la democrazia». Questa pretesa di «portare il diritto nelle stanze oscure degli interrogatori» ha in parte lambito la discussione in alcuni Stati europei che, a metà del primo decennio di questo secolo, hanno proposto di limitare l’assolutezza del divieto di tortura enunciato nella Convenzione europea per i diritti umani, bilanciandolo con le esigenze di sicurezza, quale altro bene da tutelare in modo assoluto.

Una posizione, questa, respinta, ma che ritorna di tanto in tanto quando l’uso legale della forza, il diritto e l’esercizio di giustizia vengono declinati come strumenti di lotta verso un presunto nemico, sia esso un singolo, una organizzazione, un gruppo sociale il cui stesso esistere viene assunto come potenziale aggressore di chi ha la responsabilità di agire in nome della collettività. Lo schema relazionale che si stabilisce diviene allora un derivato della dinamica di guerra e il dominio sul corpo del nemico diviene simbolo e concretezza dell’esercizio di potere.

IL LIBRO SPAZIA lungo gli esempi negli anni recenti che rimandano a questa torsione (l’etimo è lo stesso della parola tortura), dalla tortura politica latino-americana agli episodi europei, inclusi quelli che hanno riguardato l’Italia: gli interrogatori in occasione del sequestro Dozier, le morti purtroppo ormai famose di giovani fermati e privati della libertà, l’epifania della violenza del potere nei giorni di Genova. Tutti casi in cui la parola negata, tortura, è stata scritta in sentenze; anche per dire che non vi è ancora nel nostro codice la possibilità di riconoscerla, chiamarla con il proprio nome e punirla adeguatamente.

Ma, anche casi ripresi per ricordare che la previsione del reato, assolutamente essenziale, non risolve del tutto il nostro rapporto con la tortura, con la corporeità perversa che essa rappresenta, con il suo intrinseco rifiuto del limite necessario. Ancora una volta il diritto non basta; ancora una volta – ci ricorda l’autrice – occorre interrogarci più in profondità.

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«Nel solo 2015 l’isolamento disciplinare è stato comminato per ben 7.307 volte. Nel 29,6% dei casi è la sanzione prescelta dal consiglio di disciplina oggi composto dal direttore, dall’educatore e dal medico». Nel «Pre-rapporto 2016 sulla condizione di detenzione» pubblicato da Antigone a fine luglio, un intero paragrafo è dedicato a questo provvedimento rispetto al quale, scrive l’associazione, «non vi sono dati». Antigone ha però stilato un lungo elenco di casi esemplificativi di quanto questa misura punitiva – a volte «vessatoria, anti-educativa e disumana» – faccia male.

Eccolo di seguito:

2004 – Carcere di Asti: due detenuti vengono denudati, condotti in celle di isolamento prive di vetri nonostante il freddo, senza materassi, lenzuola, coperte, lavandino. Viene loro razionato il cibo e impedito di dormire, sono insultati e sottoposti per giorni a percosse quotidiane. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2015 dichiara ammissibile il loro ricorso per tortura. La sentenza è attesa a breve.

2006 – Carcere di Civitavecchia: H.E., 36 anni, eritreo, si uccide impiccandosi in una cella di isolamento della Casa Circondariale. Il giovane si trovava da circa due mesi rinchiuso nella sezione di Alta Sicurezza.

2007 – Carcere di San Sebastiano (SA): alcuni agenti di polizia penitenziaria trovano senza vita nella sua cella il detenuto M.E. Era in isolamento, in una cella liscia, perché in qualche occasione aveva manifestato la volontà di uccidersi.

2008 – Carcere di Marassi (GE): un ragazzo di soli 22 anni, M.E., viene trovato senza vita riverso per terra, con una bomboletta di gas in mano, nel bagno della sua cella. Qualche giorno prima di morire aveva scritto una lettera alla mamma : «Qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Mi riempiono di psicofarmaci. Sai, mi tengono in isolamento 4 giorni alla settimana».

2009 – Carcere di Venezia: un 28enne di origini marocchine, C.D., si impicca nella cella “di punizione”, nella quale era stato trasferito dopo aver tentato il suicidio. Un ispettore della Polizia Penitenziaria è stato condannato a 7 mesi di reclusione per omicidio colposo e abuso di autorità. Non era stata disposta la sorveglianza sul detenuto a rischio.

2010 – Carcere di Foggia: si chiamava R. F. e aveva 41 anni. Si è impiccato trasformando i lembi dei suoi pantaloni in un cappio. Era stato messo in una cella di isolamento “liscia” dopo che aveva mostrato evidenti segni di disagio psichico tentando di darsi fuoco e incendiando la cella che lo ospitava.

2011 – Carcere di Poggioreale (NA): G. R., 50 anni, si impicca facendo a brandelli una coperta mentre era in isolamento in cella singola nel reparto di osservazione. Il suicidio avviene a poche ore dal suo ingresso in carcere.

2012 – Carcere di Trani (BA): il 34 enne G.D. muore durante la notte di capodanno in una cella del carcere di Trani, in isolamento. A dicembre 2011 l’uomo era stato trasferito d’urgenza nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Bisceglie per una crisi epilettica ed era stato tenuto sotto osservazione per 4 giorni.Rientrato in carcere era rimasto in isolamento, non si sa bene per quale motivo, se per la difficile convivenza con altri detenuti o perché punito perché accusato di aver simulato la malattia.

2013 – Carcere di Velletri (RM): G. M., un uomo di 40 anni si uccide impiccandosi con le lenzuola all’interno della sua cella di isolamento, 8 ore dopo essere arrivato in carcere.

2014 – carcere di Lucera (FG): un 38enne si impicca nella cella d’isolamento. Avrebbe avuto una lite con un agente della Polizia Penitenziaria, e per questo era stato messo «in osservazione».

2014 – carcere di Poggioreale (NA) – A gennaio un ex detenuto sporge la prima denuncia alla Procura di Napoli per i maltrattamenti subiti, segnalando anche la presenza della cosiddetta «cella zero».

2015 – Carcere di Regina Coeli (RM): due suicidi in meno di 24 ore. Il primo, quello di L. C. Il detenuto era in isolamento e doveva essere tenuto sotto stretta sorveglianza fino all’interrogatorio di garanzia che si sarebbe dovuto svolgere la mattina dopo. Il secondo, quello di T., un ragazzo entrato in carcere a 18 anni e un giorno. Anche il giovane si trovava in isolamento, dapprima in isolamento giudiziario, ma mai trasferito in sezione fino al 20 luglio, quando è avvenuta la morte. Il caso è stato archiviato, ma i legali stanno ripresentando nuova denuncia.

2016 – Carcere di Paola (CS): il detenuto M. P. M., in carcere per spaccio di stupefacenti, si suicida nell’aprile scorso nella sua cella, dopo aver trascorso un periodo di isolamento in una cella liscia. Il suo fine pena era imminente. M. sarebbe uscito dal carcere il 30 giugno.

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Caro Manifesto,

venerdì scorso a Genova abbiamo discusso attorno a un tema cruciale, per quanto snobbato dai più e rimasto invisibile sui media. Il convegno si intitolava «Perché non puniamo la tortura?» e attraverso i vari e qualificati interventi (Antonio Bevere, Stefano Anastasia, Enrico Zucca, Marina Lalatta Costerbosa, Mimmo Franzinelli, Emanuele Tambuscio, Sandro Gamberini, Sergio Lo Giudice, Gennaro Migliore, Elena Santiemma, Michele Passione, Adriano Zamperini, Maria Luisa Menegatto, chiamati dalla rivista Critica del diritto in collaborazione con Antigone e Altreconomia) si è capito quanto siamo distanti, nel nostro paese, da una sincera comprensione di che cos’è la tortura e di quali sono gli strumenti adatti a prevenirla e quindi limitarla.

Penso che in Parlamento sia in corso un «non-dibattito» su una «non-legge», visto che il tema vero della discussione è il seguente: come facciamo a introdurre una legge sulla tortura, come la Corte europea per i diritti umani ci chiede e in qualche modo ci impone, senza scontentare troppo i corpi di polizia, che sono pregiudizialmente contrari? Ecco il succo del non-dibattito e la spiegazione del perché le Camere si rimpallano la patata bollente e concentrano la discussione su articoli di legge, locuzioni verbali, eccezioni e distinguo che vanno tutti nella stessa direzione: correggere la normativa standard internazionale in modo da ridurne l’incidenza pratica e simbolica. Di emendamento in emendamento si è arrivati a formulazioni così confuse e maliziose da far dubitare che il futuro crimine di tortura si applicherebbe a un nuovo caso Diaz o – peggio ancora – alle torture che effettivamente si praticano nel mondo contemporaneo, quasi sempre senza contatto fisico, spesso addirittura per omissione.

Ascoltando Enrico Zucca, pm a nel processo Diaz, o Marina Lalatta Costerbosa, autrice di recente di un libro importante come “Il silenzio della tortura”, sono convinto alla radice di simile disastro vi sia il rifiuto di accettare che la tortura è fra noi e ci riguarda tutti, perché guasta profondamente la relazione fra cittadini e istituzioni.

Siamo di fronte a una rimozione che comincia con l’esclusione dall’ordine del discorso delle figure più preziose, ossia le vittime-testimoni degli abusi. Queste persone sono state ascoltate in tribunale nei processi Diaz e Bolzaneto ma la loro voce non è andata oltre. Non le conosciamo, non hanno fatto opinione, non sono state né consultate né coinvolte in una discussione franca (il Parlamento ha cancellato immediatamente la previsione di un fondo per le vittime, indicato come una necessità dalla Convenzione internazionale contro la tortura, sostenendo che un’ipotesi di spesa avrebbe complicato l’iter del progetto). La storia della tortura dimostra che chi subisce gli abusi perde fiducia nell’altro e nella società: la tortura è praticata proprio col fine dell’esclusione sociale e dell’annientamento, colpisce alcuni per impaurire tutti gli altri.

Lottare contro la tortura ha dunque come necessaria premessa la cura e il riscatto di chi la subisce, sapendo che la prima reazione del torturato è il silenzio, perché chi è vittima di un abuso ne prova vergogna, si sente umiliato e non compreso, spesso è anche impaurito. Ma la tortura non è un fatto privato: chi vi è sottoposto è suo malgrado simbolo e portavoce di tutti i cittadini. Se manca questo riconoscimento pubblico la tortura non può essere percepita e giudicata socialmente per quel che è. Lo vediamo bene nel nostro paese. In Parlamento si discute di tortura senza menzionare né Diaz né Bolzaneto e il non-dibattito in corso ha per protagonisti dirigenti e sindacalisti delle forze di polizia (18 di loro sono stati «auditi» alla Camera, su un totale di 24), per quanto il principale loro argomento sia del tutto risibile: una legge sulla tortura – dicono – esporrebbe gli agenti al pericolo di denunce e quindi li indurrebbe a non svolgere bene le loro normali funzioni, come arrestare o gestire l’ordine pubblico. Come se nei paesi che hanno una buona legge sulla tortura – in Europa quasi tutti – non si arrestasse o non si operasse in piazza durante cortei e altre manifestazioni.

Nell’incontro di Genova il senatore Lo Giudice ha riconosciuto le lacune del testo oggi in discussione precisando però che la legge dev’essere comunque approvata perché i rapporti di forza parlamentari non consentono niente di meglio. Gennaro Migliore, sottosegretario, si è spinto più in là, affermando che il varo della legge porterà una rivoluzione e difendendo – a mio avviso in modo non convincente – i punti più critici dell’attuale testo, ossia l’uso del plurale («violenze o minacce») rimasto dopo la cancellazione del vocabolo «reiterate» e la necessità che il trauma psichico inflitto sia «verificabile», con tutto ciò che simile dizione – una specialità italiana – comporta in termini di accertamenti psichiatrici e di evidenti rischi di fallacia della norma (possiamo immaginare che a parità di trattamenti inflitti a due persone, se vi fosse per qualsiasi ragione un solo trauma psichico verificato, avremmo un aguzzino processato per tortura e l’altro no…).

Riconosco che il lavoro parlamentare è ben altra cosa rispetto all’attivismo sociale e reputo le persone menzionate del tutto stimabili, e tuttavia devo dire – da cittadino e testimone di tortura – che siamo troppo distanti da un accettabile quadro di discussione e di intervento. Sappiamo tutti che una legge sulla tortura, anche la migliore, non garantirebbe l’estinzione degli abusi: la legge, per essere efficace e cambiare davvero lo stato delle cose, dovrebbe essere accompagnata da interventi legati a tutti gli snodi più delicati: l’incapacità delle forze dell’ordine di riconoscere i propri errori e di porvi rimedio; l’opacità delle condotte e l’avversione per la trasparenza; il mancato rispetto, da parte del nostro governo, degli adempimenti indicati nella sentenza di condanna della Corte di Strasburgo sul caso Diaz, come la rimozione dei condannati e l’obbligo di codici di riconoscimento sulle divise; l’urgenza di rivedere radicalmente i criteri di formazione e reclutamento (oggi si entra in polizia solo dopo il servizio volontario nelle forze armate). Tutti argomenti tabù.

Se c’è una cosa che credo di aver capito in questi quindici anni che ci separano dal G8 di Genova, è che una riforma democratica delle forze di polizia è una necessità per i cittadini. Per tutti i cittadini, inclusi i cittadini in divisa, oggi in balìa di una dirigenza e di una cultura professionale che non sembrano in linea – per usare un eufemismo – con i migliori standard democratici. Per queste ragioni dobbiamo tenere aperta la discussione, coinvolgere i cittadini comuni, cercare alleanze fra quelli in divisa, mostrare a tutti che quando parliamo di tortura e di polizia in realtà parliamo dei fondamenti della democrazia e della convivenza civile, non di questioni tecniche o di norme di settore.

Molti dicono che approvare una legge sulla tortura, per quanto imperfetta e quindi simile al testo oggi in discussione, sarebbe comunque un passo avanti, io mi sono invece persuaso che stiamo ormai parlando di una legge-feticcio, cercata e agognata magari per buone ragioni ma ormai inservibile, per quanto è farraginosa e minata da cattive intenzioni, allo scopo d’essere un presidio di democrazia e di protezione dei diritti fondamentali dei cittadini. A Genova si è visto che siamo in molti a pensarla così.

Se il Parlamento alla fine approverà quella legge si dirà che la riforma è fatta, che la pagina è voltata e che le forze di polizia italiane stanno cambiando, ma sarà un’illusione e dovremo invece lottare ancora per una vera riforma, per una vera prevenzione degli abusi di potere; a quel punto sarà ancora più difficile farlo. In verità non ci sono scorciatoie: il cambiamento al quale aspiriamo non può essere calato dall’alto, esito di un confronto dai toni surreali fra parlamentari da un lato e dirigenti e sindacalisti di polizia dall’altro; il cambiamento arriverà se i cittadini lo vorranno, se sapremo avviare la discussione che finora non c’è stata.

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Come prevedibile, un Senato inqualificabile e infingardo ha preso una decisione inqualificabile e infingarda: ha stabilito che fosse troppo presto approvare un provvedimento che attende di essere accolto nel nostro ordinamento dal 1988. Eh già, troppo presto. E, così, la discussione sul disegno di legge relativo al delitto di tortura è stata sospesa e rinviata a chissà quando. Non poteva essere che così.

A questo esito, hanno alacremente lavorato un ineffabile ministro dell’Interno che tenta di riscattare i propri fallimenti politici e di governo attraverso una successione di blandizie non nei confronti delle forze di polizia, bensì dei suoi segmenti più antidemocratici e arretrati.

E, poi, i giureconsulti della domenica (ma dell’ora della pennica, mi raccomando) i garantisti ca pummarola ’n copp’ e i tutori dei diritti purché di appannaggio dei soli potenti.

Per motivare tutto ciò, alcuni senatori hanno argomentato, si fa per dire, sull’attentato di Nizza, collegandolo al rischio – nel caso di approvazione della legge sulla tortura – di «disarmare» polizia e carabinieri davanti alla minaccia jihadista. Che Dio li perdoni. Inutile cercare una logica in tutto ciò. C’è solo sudditanza psicologica e spirito gregario. Sotto il profilo normativo, tutto ciò significa una cosa sola: il delitto di tortura entrerà a far parte del nostro ordinamento, a voler essere ottimisti, tra due – tre – trent’anni.

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«La legge sulla tortura manda un messaggio chiaro: le forze dell’ordine del Paese sono forze sane che non hanno paura di strumenti per perseguire chi sbaglia. Perciò tutti quelli che vogliono spuntarla o attenuarla, per paura di non poter operare, implicitamente interpretano male un ruolo di difesa delle forze dell’ordine. Le forze di polizia si difendono con strumenti di questo tipo». Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, segue attentamente i lavori del Senato sul ddl tortura che ieri sono ripresi in Aula per poche ore con l’esame degli emendamenti all’articolo 1, per essere poi rinviati a martedì prossimo.

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Mauro Palma

L’ex Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura è in partenza per San José di Costa Rica, «che è un po’ la Strasburgo del continente americano», invitato dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo per parlare proprio di lotta alla tortura, essendo internazionalmente riconosciuto come un’autorità sul tema.
Ancora ieri i sindacati di polizia hanno ripetuto la richiesta di non eliminare dal testo del ddl in esame il requisito della reiterazione delle violenze e delle minacce gravi, come sembra sia invece ora intenzionata a fare la maggioranza, visto il parere favorevole dei relatori all’emendamento del M5S che ha sollevato le accuse di «tradimento» dei verdiniani e di Forza Italia. Cosa ne pensa?
Sono obiezioni di natura diversa, alcune condivisibili altre no. Premetto che, all’attuale testo, avrei preferito quello approvato ad aprile 2015 dalla Camera, che era una mediazione accettabile. E premesso che tutte le convenzioni internazionali non considerano tortura né trattamento inumano e degradante tutte le situazioni strettamente legate alla privazione della libertà per una legittima decisione delle autorità. Va invece chiarito che poiché la responsabilità penale è individuale, la violenza in sé agita da un individuo va sanzionata. Ogni atto. Al singolare, come stabiliscono molte definizioni internazionali e anche la Cedu, che parla esplicitamente di «ogni atto», non di una «pluralità di atti». E la motivazione è semplice: se più soggetti agiscono contemporaneamente all’interno di un gruppo, e ognuno infierisce sulla vittima con un atto singolo, si rischia che nessuno possa essere perseguibile per il reato di tortura.

Forze dell’ordine (e centrodestra) sostengono poi che se si tipizza la fattispecie sulla gravità delle sofferenze inflitte anziché su quella delle violenze, c’è il rischio di considerare tortura anche le afflizioni derivanti da sanzioni legittime, come l’arresto e l’imposizione delle manette, o da azioni di forza necessarie nell’ambito delle “normali” operazioni di polizia. Il suo punto di vista?
Il concetto di sofferenza e di gravità dell’atto è difficilmente definibile in termini normativi. La Corte di Strasburgo lo fa rientrare nel cosiddetto «margine di apprezzamento» di chi indaga o giudica. La Corte parla di «gravità della sofferenza inflitta», concetto dietro al quale c’è un misto di gravità dell’atto e gravità della sofferenza. Ricordiamoci di Beccaria, quando parlava di resistenza dei muscoli. Se guardo solo alla gravità della sofferenza, lego il concetto della tortura alla capacità di resistere che ha la vittima. È chiaro che se una persona è più vulnerabile – un minore o una donna – o è in un momento di maggiore vulnerabilità, la tortura inflitta può essere giudicata più grave. Ma la gravità è un elemento congiunto sia dell’atto compiuto che della sofferenza causata, e valutarla attiene al margine discrezionale di chi indaga e giudica.

I relatori si sono espressi a favore anche di un emendamento proposto da Cor che prevede l’aggravante quando la tortura è commessa da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, «con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio». In questo modo si elimina la dicitura «nell’esercizio delle funzioni o nell’esecuzione del servizio». È un passo avanti?
No, mi sembra strana questa proposta, perché il testo originario tutela maggiormente chi opera. Del resto, la Convenzione internazionale lo dice chiaramente: non deve essere rinvenuta anche una specifica violazione dei doveri o un abuso dei poteri. L’aggravante va riconosciuta se il reato viene commesso nell’esercizio della funzione di chi ha in carico la tutela della persona fermata o arrestata. Detto questo, premetto che non mi straccio le vesti per il reato tipizzato contrapposto al reato di ordine generale.

Cioè lei non considera necessario che il reato sia proprio di pubblico ufficiale?
È vero che la Convenzione Onu parla di reato commesso da pubblico ufficiale, ed è vero che ha un valore quasi simbolico. Ma è pur vero che altre Convenzioni e testi, come ad esempio lo statuto della Corte penale internazionale, lo concepiscono anche come reato non tipizzato. Questo perché possa essere ugualmente perseguibile anche se ad agire è qualcuno che non è stato investito ufficialmente dalle autorità costituite. Faccio l’esempio di alcune repubbliche caucasiche che spesso si giustificavano sostenendo che ad agire erano «bande», non forze statali. Infatti si trattava spesso di settori paramilitari, non formalmente riconosciuti ma più che tollerati.

Una situazione che potrebbe essere riscontrata anche in Egitto…
Ecco, appunto, prendiamo l’Egitto: se fosse riscontrato che a torturare Giulio Regeni sono stati settori che non rispondevano agli ordini impartiti dalle autorità costituite, cosa dovremmo dire, che non sono perseguibili per tortura? Capisco che siamo in Italia, e qui tutto è diverso, però quando si definisce una figura di reato non ci si ferma all’applicazione nel proprio Paese ma lo si fa anche per il valore in sé del messaggio che si trasmette attraverso la definizione.

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È il testo voluto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, al palo esattamente da un anno dopo essere stato adeguato in sede di commissione Giustizia alle richieste delle forze dell’ordine, quello del ddl per l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale che da ieri è tornato in Aula al Senato per la discussione generale, in seconda lettura.

Oggi alcuni emendamenti proposti da senatori dem e di Si – Felice Casson, Sergio Lo Giudice, Luigi Manconi e Peppe De Cristofaro, tra gli altri – tenteranno di riportare la fattispecie del reato nel solco dettato dalle convenzioni Onu ratificate anche dall’Italia. O per lo meno, di cercare di tornare al testo licenziato dalla Camera il 9 aprile 2015, decisamente migliorato rispetto al pastrocchio legislativo che uscì da Palazzo Madama il 5 marzo 2014. Un ping pong tra le due camere, dunque, che fa poco onore a un Paese che attende da 30 anni di elevarsi al rango di “civile” e che oggi paradossalmente si batte per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore friulano torturato e ucciso in Egitto. Il voto finale è previsto per martedì prossimo, ma c’è perfino chi, nelle fila del Pd, avrebbe preferito rinviare ancora, aspettando momenti meno tesi con il Ncd.

In Aula ieri il senatore Manconi ha ricordato le parole di Paola Regeni pronunciate proprio in conferenza stampa al Senato – «Ho visto il volto di mio figlio diventato piccolo piccolo, su quel volto ho visto tutto il male del mondo» – e ha chiesto di riflettere sul testo che non contempla il reato specifico del pubblico ufficiale ma prevede solo un aggravante nel caso in cui a torturare sia un servitore dello Stato. Un ddl che, assecondando i timori di «denunce pretestuose» da parte dei sindacati di polizia, esclude dal novero delle torture violenze singole non «reiterate», o non particolamente «gravi», non agite «con crudeltà», o perfino pratiche come la “roulette russa”, perché il trauma psichico nella vittima deve essere chiaramente «verificabile». «Non ci basta una legge, vogliamo una buona legge», ha detto Manconi.

Preoccupato invece che il dibattito non si sviluppi «pretestuosamente», e al lavoro su un emendamento che metta al riparo le forze dell’ordine da punizioni «eccessive» durante l’adempimento del “proprio dovere”, è il socialista Enrico Buemi, membro della commissione Giustizia dove, prima di modificare il testo, nel luglio 2015, sono stati di nuovo auditi i sindacati di polizia. Più esplicito il Fi Maurizio Gasparri «Non vorrei che questo ddl e quello sui numeri identificativi per gli agenti (bloccato in commissione Affari Costituzionali,ndr) portasse alla paralisi dell’attività delle forze dell’ordine».

Al contrario, per l’associazione Antigone, che ieri ha scritto una lettera ai capigruppo del Senato, bisognerebbe fare ogni sforzo possibile per evitare «il ping pong parlamentare, dando via libera al testo licenziato dalla Camera nell’aprile 2015»: «Si tratta di una proposta di rilevanza eccezionale che colmerebbe una lacuna gravissima». Perché l’Italia non si è mai allineata al trattato Onu che pure ha ratificato nel 1988, diventando così «spazio di impunità e luogo di rifugio per chi commette all’estero tale crimine lesivo della dignità umana». «La Convenzione Onu contro la tortura – ricorda Antigone – impone che le fattispecie descritte a livello nazionale non possano essere più restrittive rispetto alla definizione Onu».

Se si vuole evitare di violare le imposizioni internazionali, dunque, «occorre che non vi sia alcun dubbio sul fatto che anche una sola condotta possa essere eventualmente qualificata come “tortura”. Pertanto – prosegue la lettera inviata ai senatori – sarebbe importante l’utilizzo del singolare “violenza o minaccia” (o, come minimo, “violenza o minacce”) al posto del plurale». Stessa attenzione riguardo la soglia di gravità, che deve essere riferita alle sofferenze causate, come vuole la Convenzione Onu del 1984, e non alle violenze o minacce. Infine, ricorda ancora Antigone, la definizione di tortura delle Nazioni unite «richiama senz’altro l’ipotesi del reato proprio», inteso «come violazione dei diritti umani commessa da organi statali nei confronti di persone poste sotto il loro controllo e affidate alla loro responsabilità».

Però, se non può essere data, secondo le prescrizioni internazionali, una definizione più restrittiva, è sempre possibile «accoglierne una più ampia». L’importante, conclude Antigone, è «non snaturare il concetto: in questo senso l’ipotesi del reato proprio rimane certamente la più indicata», anche se «la soluzione intermedia (reato comune con aggravante se il fatto è commesso da pubblico ufficiale) potrebbe, essere un’alternativa accettabile» perché non in contrasto con la Convenzione, «soprattutto se fosse prevista la non bilanciabilità dell’aggravante in questione con eventuali attenuanti».

Un ragionamento di fino che cozza con la posizione ultrà di Carlo Giovanardi (Idea) – solo per fare un esempio -, il quale si scaglia contro la «confusione strumentale» di coloro che «continuano a citare i casi Aldrovandi, Uva, Cucchi e Magherini, tutti riguardanti fattispecie colpose, come esempio di comportamenti che dovrebbero costare l’ergastolo ai carabinieri e poliziotti coinvolti».

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Sorbolo è un piccolo paese in provincia di Parma con meno di 10 mila abitanti. Vicino a Sorbolo c’è Enzano di Sorbolo. In Strada del Fienile c’è la Parrocchia di sant’Andrea Apostolo. Gli abitanti di Enzano di Sorbolo sono circa trecento.

A Sant’Andrea dice messa don Franco Reverberi, ottuagenario sacerdote parmigiano.

Uno dei prigionieri politici arbitrariamente portati nel centro di detenzione di Mendoza in Argentina nel 1976 racconta di un cappellano italiano vestito da militare. Un altro prigioniero ricorda anche lui come insieme ai militari c’era un prete che lo interrogava in italiano. Ogni tanto quel cappellano pare indossasse la divisa militare. Dunque quel sacerdote pare fosse qualcosa di più, secondo i testimoni di quei tormenti, che non un semplice prete che diceva messa. Pare non fosse interessato a salvare le anime, ma a loro dire, era complice nel far soffrire i corpi. La guerra sudicia di Videla si avvaleva di tutto l’armamentario più truce dei fascismi: sparizioni forzate, torture, morte. Quel cappellano pare fosse don Franco Reverberi, che tornata la democrazia decise di ristabilirsi nella sua Sorbolo.

Le vittime di tortura hanno bisogno di tempo perché sia assicurata loro giustizia. ‘Imposicion de tormentos’ è l’accusa alla base della richiesta di arresto delle autorità argentine. Don Franco Reverberi è ‘wanted’ per l’Interpol. Imporre tormenti significa torturare. La richiesta di estradizione risalente al 2012 è stata giudicata prima dalla Corte d’Appello di Bologna e poi dalla Corte di Cassazione. La magistratura italiana ha alzato le braccia e ha messo nero su bianco che in assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano non avrebbe potuto estradare il sacerdote oltre oceano.

La tortura è un crimine contro la dignità umana. In Italia non è reato nonostante un trattato internazionale ratificato nel 1988 ci vincoli in modo cogente alla sua codificazione. Matteo Renzi, presidente del Consiglio, 7 aprile 2015: «Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in parlamento con il reato di tortura». Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia, 16 giugno 2016: «A nome del governo affermo che una legge che punisca la tortura sia approvata». Andrea Orlando, ministro della Giustizia, 23 giugno 2016: «Risposta in tempi rapidi». Così dopo avere ricevuto Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo che gli portavano le 240 mila firme raccolte sulla piattaforma Change.

L’Italia intanto è il paradiso giudiziario dei torturatori nostrani e internazionali. Puniamo tutto e tutti nel nostro Paese. Ma non i torturatori.

Oggi, 26 giugno, è la giornata che le Nazioni Unite dedicano alle vittime della tortura. È obbligo del governo la cooperazione giudiziaria con gli altri paesi nonché il rispetto delle norme internazionali. Il Senato, dove langue la proposta di legge, è negligente e colpevole. Sappiano i senatori che Papa Francesco con motu proprio ha introdotto il delitto di tortura nel codice penale vaticano utilizzando la definizione di reato proprio presente nel Trattato Onu.

Sarebbe buona cosa se i cittadini di Enzano di Sorbolo si astenessero questa domenica dall’andare a messa nella parrocchia di sant’Andrea. Non sappiamo se don Franco Reverberi è colpevole o meno. Non è dato saperlo perché nel suo caso, come in tutti i casi di tortura, in Italia, non c’è spazio giudiziario per l’accertamento della verità. Per cui lo sciopero dalla messa dei fedeli di parrocchia di sant’Andrea potrebbe forse essere un risarcimento simbolico alle vittime della tortura, visto che il risarcimento giudiziario non è possibile in Italia.

* presidente di Antigone

tortura

TORTURA DI STATO. Ieri, oggi e domani…?

Circolo La Poderosa, Torino

Venerdì 27 maggio 2016

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Brani letti da Marina Loropiana durante la serata

Un “Comitato contro la tortura” promosso dal Partito Radicale, in un dossier del 1982 aveva documentato una sessantina di episodi di torture e pestaggi avvenuti contro militanti della lotta armata. Dopo il sequestro del generale Dozier e la sua liberazione, l’indicazione arrivata dai vertici della polizia e del ministero era di non andare per il sottile, perché era giunta l’ora di farla finita. Lo aveva rivelato Franco Fedeli, direttore della rivista “Nuova polizia”[1].

In attesa della nuova polizia, però, quella vecchia e i carabinieri usavano sovente incappucciare i militanti catturati, talvolta trasferirli in case anonime e torturarli per giorni, sia con i metodi classici sia con quelli artigianali ed estemporanei. A due dei nostri, Adriano e Fernando, nell’agosto 1979, dopo le varie razioni di botte, il sale e l’aceto sparsi sulle ferite in una caserma nei pressi di Teramo, i carabinieri si erano inventati di costringerli a stare sulla punta dei piedi, legargli i testicoli con uno spago teso e assicurato a una finestra: se i talloni fossero stati appoggiati a terra, i testicoli si sarebbero strappati.

Ancora peggio era andata a Franchino e Guglielmo, presi nel gennaio 1982 a Tuscania, dopo un conflitto a fuoco in cui erano morti due carabinieri e Lucio, il giovane compagno “Olmo” che veniva dalle Squadre di Orbassano e con il quale, venti giorni prima, avevo assaltato il carcere di Rovigo. Il destino gli aveva presentato rapidamente il conto. Per avere tempo e tranquillità di somministrare il “trattamento” agli arrestati, a beneficio dei telegiornali, i carabinieri avevano fatto addirittura finta di sottrarli al linciaggio della folla e di trasferirli. Un reality, si direbbe ora. Ma, in quel caso, gli incappucciati erano carabinieri. I veri “terroristi”, Franchino e Guglielmo, erano già rinchiusi in un luogo discreto e appartato sotto le grinfie dei torturatori; vi sarebbero rimasti tre giorni, sempre incappucciati, tra botte e finte esecuzioni, con spilli sotto le unghie dei piedi e testicoli schiacciati con le pinze e bruciati con le sigarette. Storie come tante, di fronte alle quali la magistratura ha fatto come le tre scimmiette e il ministro dell’Interno Rognoni ha sempre negato[2].

Il segretario di uno dei partiti di governo, il socialdemocratico Pietro Longo, iscritto alla P2, aveva dichiarato anzi che qualche cazzotto ai terroristi arrestati lo avrebbe volentieri dato pure lui. E, in effetti, l’unico torturatore processato, un dirigente della DIGOS di Genova, lo fece eleggere deputato nelle sue file. Del resto, sconvolto per il sequestro di Aldo Moro, anche uno dei padri della Repubblica, Ugo La Malfa, aveva invocato la pena di morte.

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Ci portarono ammanettati, quasi di peso, dentro l’edificio diroccato e cominciarono a pestarci con metodo. Il capo dei picchiatori era un brigadiere che conoscevo bene, Ennio Gregolin, un energumeno che aveva fama di massacrare tutti i piccoli malavitosi e chiunque gli capitasse per le mani. Mani incredibilmente grandi, da contadino, ebbi modo di rendermi conto; mi percuoteva sulle orecchie, con l’evidente scopo – del tutto riuscito – di sfondarmi i timpani, mentre gli altri mi colpivano in varie parti del corpo. In Sudamerica la chiamano tortura “del telefono”. E viene fatto di pensare che la tortura, prima ancora dell’economia, sia stato il primo terreno di applicazione della globalizzazione, capace di omogeneizzare tecniche e tradizioni. Tra un colpo e l’altro, Gregolin mi sibilava: «Cosa avete combinato alla Magneti Marelli? Vi facciamo passare noi la voglia di sparare».

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Nel dicembre 1981, nel carcere di Cuneo i brigatisti avevano ucciso Giorgio Soldati, un giovane compagno uscito da Prima Linea che stava cercando di entrare nelle BR. Fermato, assieme a un altro militante, durante un controllo alla stazione centrale di Milano, aveva ingaggiato un conflitto a fuoco. Un poliziotto era rimasto ucciso. Catturati e portati in questura erano stati sottoposti a violenze. Sotto le botte, Giorgio aveva ceduto e dato qualche informazione di secondaria importanza. Terminati i pestaggi, aveva ritrattato tutto e chiesto di essere mandato in carcere con gli altri compagni. I magistrati l’avevano irresponsabilmente accontentato e spedito a Cuneo, un carcere speciale. Lì aveva domandato di stare nella sezione dei brigatisti e non in quella dei piellini. Una decisione tragica ma coerente con la sua scelta di campo, in un momento in cui la contrapposizione tra le organizzazioni combattenti in carcere era diventata fortissima. Così i piellini avevano rinunciato a difenderlo. Stante il clima, facilmente prevedibile l’esito: il processo e la sentenza, eseguita da alcuni brigatisti. Lui si era limitato a dire: fate presto, porgendo il collo ai suoi aguzzini. Al processo che si tenne cinque anni dopo Mario, il padre di Giorgio, si costituì parte civile – come scrisse in una lettera – «non contro gli esecutori, come molte persone si sarebbero aspettate, compreso il PM Giraudo, ma contro lo Stato […]. Mio figlio è stato costretto dallo Stato a collaborare con la cosiddetta giustizia con dei mezzi coercitivi, illegali, poi dato che di quello che ha detto niente è stato messo a verbale, l’hanno mandato nel carcere di Cuneo senza l’adeguata protezione […]. Indubbiamente, la sopravvivenza dei genitori ai propri figli è la cosa più brutta che possa capitare, ma sono sicuro di interpretare anche il pensiero di mia moglie, preferiamo piangerlo morto ma coerente con i suoi principi e la sua moralità, piuttosto che vivo ma traditore o delatore dei suoi compagni, un pentito pagato dallo Stato per tradire i propri compagni con i denari di Giuda».

 

Simile fu la vicenda di Ennio Di Rocco, ucciso nel luglio 1982 nel supercarcere di Trani. Era un ragazzo romano di borgata, militante delle Brigate Rosse -Partito Guerriglia. Sotto tortura aveva rivelato i preparativi in corso per sequestrare l’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti.

L’11 gennaio, davanti al magistrato di Roma, Domenico Sica, dopo che gli avvocati Eduardo Di Giovanni e Giovanna Lombardi avevano fatto riscontrare al magistrato cicatrici ed ecchimosi sul suo corpo, Di Rocco aveva dichiarato: «La sera del mio arresto venni condotto al 1° distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere, perché incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione da squadrette di tre o quattro persone – picchiato con calci, pugni e bastonate e in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro […]

Per un certo periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di aver detto nulla sotto questo trattamento. Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi a un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto e in testa».

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Questo il racconto di un’infermiera di Roma, accusata di avere curato un brigatista ferito: «Un paio di giorni dopo il mio arresto, la notte tra il 3 e il 4 febbraio, incappucciata dietro la schiena, vengo caricata su un pulmino. Mi urlano che nessuno sa del mio arresto e che mi devo considerare sequestrata. Mi mettono a torso nudo, mi picchiano e mi stringono i capezzoli. Arriviamo non so dove, in una stanza. Vengo denudata completamente. Mi insultano dicendo che sono una merda, una puttana, una lesbica. Continuano a stringermi i capezzoli. È un dolore fortissimo. Mi passano delle cose calde sotto. In vagina e nell’ano. Mi danno calci in vagina. Mi fanno fumare una sigaretta che subito mi annebbia il cervello. Mi ritrovo in un pozzo di urina. Da quel momento ho iniziato a dire tutto quello che volevano sapere da me» [3].

A distanza di oltre trent’anni, la verità soffocata e negata delle torture è tornata a galla nell’inedita confessione di uno dei torturatori dell’epoca, l’ex commissario Salvatore Genova, tra i protagonisti degli arresti dei brigatisti responsabili del rapimento del generale Dozier. Questo il suo racconto: «Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie»[4].

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Dopo la confessione pubblica dell’ex commissario Salvatore Genova nessuno può più fingere di non sapere che, in quegli anni, lo Stato italiano aveva delegato la difesa della democrazia a un dirigente della questura messo a capo di una squadra di torturatori e soprannominato manzonianamente dai suoi superiori “professor De Tormentis”, al secolo Nicola Ciocia, e ai suoi tanti e improvvisati emuli. Un signore che oggi si gode impunito e decorato la pensione, che si fa intervistare con un busto di Mussolini sulla libreria e che dichiara orgogliosamente a un quotidiano «Io sono fascista mussoliniano» [5]

Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano quei magistrati che hanno riempito pagine di libri e di giornali con le loro bugie sul rigoroso rispetto delle regole democratiche nella lotta contro il terrorismo.

Sarebbe doveroso che qualcuno, giudice o giornalista, andasse oggi dall’ex ministro dell’Interno Virginio Rognoni a chiedere conto delle sue affermazioni, in sede di risposta alle interrogazioni parlamentari sui casi di tortura. Nella seduta del 18 febbraio 1982, infatti, il ministro dichiarava in Aula: «… appare imprescindibile un dovere: il dovere, e insieme il diritto, di riaffermare una verità, che il governo ha condotto, conduce e condurrà sempre la lotta al terrorismo nell’ambito della legalità repubblicana e con tutte le garanzie democratiche».

Analoghe le esternazioni di molti politici e magistrati di quel tempo, a partire dal Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini che definì gli episodi di tortura come «palesemente inverosimili», arrivando a ipotizzare che la denuncia delle sevizie fosse una strategia messa in campo dalle organizzazioni armate come «ultima carta per accreditare l’immagine di uno Stato torturatore e seviziatore, tendenzialmente autoritario».

Simile la posizione assunta da Domenico Sica, procuratore della Repubblica a Roma, secondo il quale le torture erano da considerarsi «una campagna orchestrata dai terroristi per screditare la polizia». Del resto, proprio quel magistrato all’epoca dei fatti si trovava a interrogare gli arrestati pochi giorni dopo le sevizie, senza naturalmente accorgersi e chiedere conto di lividi e ferite.

Per un sottosegretario all’Interno dell’epoca, il democristiano Marino Corder, si trattava di «Schiocchezze enormi. Falsità. Prodotto di fantasia pura».

Ancora più ciniche le dichiarazioni di un altro sottosegretario all’Interno, il socialista Francesco Spinelli, che affermava: «Non mi risulta che sia mai morto nessuno, né che qualcuno abbia riportato lesioni gravi. Non penso si possa dire che in Italia ci sono torture di tipo sudamericano. Diciamo che nei confronti degli arrestati ci sono stati trattamenti piuttosto duri, ma sono cose che capitano nelle polizie di tutto il mondo».

Perfino l’ex partigiano Sandro Pertini avallò queste ricostruzioni bugiarde.

Insomma, si trattava di torture democratiche.

Le tecniche, spesso, erano invece esattamente quelle in voga nelle dittature sudamericane, come nel caso dell’arresto di due militanti di Prima Linea. Una tecnica raccontata dal quotidiano “Lotta Continua” del 9 febbraio 1982: «Nell’operazione che portò all’arresto dei rapinatori a Tuscania i due catturati che furono oggetto di un tentato linciaggio ripreso da tutti i giornali e trasmesso dalle televisioni non erano i due terroristi ma due carabinieri, all’uopo travestiti per giocare la parte, per confondere quelli ancora in libertà e per poter interrogare immediatamente, in luogo discreto i due catturati».

Come si svolse quell’interrogatorio lo raccontò poi uno dei due torturati e temporaneamente desaparecidi, in una lettera pubblicata dalla rivista “Controinformazione” dell’aprile 1982 e in un esposto presentato alla Procura della Repubblica l’8 febbraio dello stesso anno; esposto ignorato dalle autorità, come tutte le altre denunce analoghe.

Queste erano le “garanzie democratiche” offerte ai sospettati di banda armata in quegli anni: Garanzie da “Garage Olimpo”.

Questo tipo di violenze, va detto, nella storia delle carceri e delle caserme italiane prima e dopo le vicende della lotta armata, sono spesso successe. Ma la peculiarità, in questo caso, è quella sottolineata nel 1982 dall’onorevole Marco Boato: «è la prima volta che la tortura viene denunciata come pratica sistematica, senza suscitare, salvo rarissime eccezioni, né proteste, né condanne, né inchieste amministrative».

L’uso non episodico della tortura in Italia negli anni Settanta e Ottanta è dunque una non notizia, che è stata gelosamente custodita nelle stanze del potere e nei cassetti delle redazioni da oltre 30 anni. E che continua a esserlo.

 

Brani tratti da:

“Una vita in Prima Linea”, di Sergio Segio, Rizzoli editore, 2006;

“La tortura democratica”, di Sergio Segio, in “Alfabeta 2”, marzo 2013.

[1] Cfr. “L’espresso”, 21 marzo 1982.

[2] Cfr. Progetto Memoria, Le torture affiorate, Sensibili alle foglie editore, 1998.

[3] il suo racconto è riportato dai quotidiani “Lotta Continua” del 21 febbraio 1982 e “il manifesto” del 12 marzo 1982

[4] intervista a cura di Pier Vittorio Buffa, “L’Espresso”, 9 aprile 2012.

[5] “Corriere della Sera”, 10 febbraio 2012.

street art

Nel corso di una conferenza tenuta ad Heidelberg nel 1992, il sociologo Niklas Luhmann tentò di convincere l’uditorio circa l’inesistenza di norme irrinunciabili e assolute. Lo fece utilizzando un esempio estremo ma non improbabile di questi tempi: e se ci fossero terroristi spietati in grado di colpire nel mucchio in ogni momento? Davvero in questo caso non saremmo legittimati a praticare la soluzione estrema della tortura per salvare vite umane, conoscere i piani segreti dei nemici sanguinari, disinnescare gli ordigni?

L’interrogativo viene riproposto da Marina Lalatta Costerbosa, docente di filosofia del diritto, nel saggio Il silenzio della tortura (DeriveApprodi, pp. 132, euro 15). Il libro si propone di guardare negli occhi l’aguzzino, di riconoscere la tortura per combatterla per davvero. La questione è ancora più urgente nell’Italia del G8 genovese, paese occidentale della più grave violazione dei diritti umani dal dopoguerra secondo la nota sanzione di Amnesty International. Nella terra in cui alcuni sindacati di polizia di sono opposti strenuamente all’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico, rivendicando il fatto che questo avrebbe impedito ai tutori dell’ordine di svolgere il proprio mestiere serenamente. C’è poi lo stato di emergenza permanente causato dal terrorismo, che l’apologo luhmaniano sulla relatività della norma nelle società contemporanee chiama in causa. Per rispondere alla provocazione di Luhmann, l’autrice evoca una situazione altrettanto estrema: l’atroce testimonianza di Heinrich Hamann, Ss e vicecapo della polizia nazista sulla frontiera polacca.

Quest’ultimo spiegò che chiaramente il suo compito di aguzzino non era quello di «ristabilire la verità». Al contrario, i suoi supplizi servivano a «costruire una solida comunità della violenza». La spietata lucidità del gerarca introduce il primo cortocircuito tra verità e menzogna cui ci si trova davanti nel compito, tutt’altro che scontato, di definire la tortura.
Lalatta Costerbosa si fa carico di questa genealogia prendendo le mosse dalla nascita della sovranità moderna. Dai tempi dell’Inquisizione e del Principe di Machiavelli ai manuali di tortura della School of Americas, che si avvalse della consulenza del capo della Gestapo di Lione Klaus Barbie e che giocò di sponda con le pratiche coloniali e neocoloniali, il libro intreccia il piano giudiziario con quello sociale e politico.

Il «crimine estremo» di cui si occupa il testo ha a che fare dunque sia con la ricerca della «verità» che con il mantenimento della menzogna, del potere e dell’arbitrio assoluto. La tortura colpisce un individuo ma minaccia chiunque, ha spiegato Cesare Beccaria, perché mette sullo stesso piano colpevole e innocente. Ecco la forza politica di questo atto che prima di ogni altra cosa produce silenzio, serve a distruggere legami sociali e a generare «morti senza tomba», secondo la definizione di un dramma di Jean-Paul Sartre. Il supplizio non è codificabile solo tramite parametri quantitativi. Fin quando è lecito esercitare violenza? Chi decide fin dove è legittimo posizionare l’asticella? Bisogna impiegare anche strumenti qualitativi per comprendere come il trauma della tortura distrugga la personalità della vittima, in che modo l’esercizio di un potere, al quale è impossibile sfuggire persino togliendosi la vita, produca conseguenze sociali: «La paura del tormento è tormento», scrisse ancora nel diciassettesimo secolo Jean Bodin.

Siamo al secondo, tragico, paradosso, denso di significati politici ancora più del primo: l’aguzzino è abile quando riesce a far sopravvivere la sua vittima, pur sottoponendola a violenze atroci. Soltanto sopravvivendo, costretto alla confessione o alla delazione e poi ridotto al silenzio più vero, condannato alla morte senza tomba, il torturato assolverà il suo compito più profondo, performativo, politico. Se ne accorse nell’Algeria coloniale Henri Alleg, quando da giornalista e militante venne sottoposto dai francesi a sedute di waterboarding, pratica risalente all’Inquisizione, arrivata in Italia per estorcere informazioni ai militanti della lotta armata e definita nel post 11 settembre dall’allora direttore della Cia «tecnica di interrogatorio professionale». Per salvarsi, Alleg pretese che i suoi aguzzini gli dessero del «voi». Dal canto suo, l’«Intellettuale ad Auschwitz», secondo il titolo italiano del suo libro più noto, Jean Améry comprese che l’antidoto alla distruzione di sé dentro il lager era mantenere una qualche forma di umanità. Bisogna provare sempre, nonostante la sproporzione di forze, a «ribattere il colpo». Riemerge qui la capacità di resistenza e la caratteristica tipicamente umana. Tutto il contrario dell’ordine muto generato del supplizio e dalla paura solitaria che questo vuole produrre.

Meglio pagare piuttosto che fare una legge contro la tortura. Scompare dai lavori parlamentari la proposta di legge che criminalizza la tortura. Desaparecida. Non c’è traccia all’ordine del giorno della Commissione Giustizia del Senato. Era il 9 aprile 2015 quando la Corte Europea dei diritti umani nel caso Cestaro (torturato alla Diaz) nel condannare l’Italia stigmatizzava l’assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano. Renzi aveva promesso che la risposta italiana alla Corte di Strasburgo sarebbe stata la codificazione del reato. Da allora è accaduto qualcosa di peggio che il consueto niente.

Le forze contrarie hanno trovato buoni alleati al Senato. La Commissione Giustizia di Palazzo Madama avvia la discussione di in testo già di per sé non fedele al dettato delle Nazioni Unite. A maggio calendarizza una serie di audizioni. Sono tutte di natura istituzionale. Vengono auditi, in modo informale, i capi delle forze dell’ordine e l’associazione nazionale magistrati. Manca un resoconto stenografico degli incontri. Non vengono sentite le ong, gli avvocati, gli accademici. Così, nonostante le prese di posizione favorevoli al reato da parte dell’Anm, il risultato — prevedibile — è l’approvazione di un testo che pare pensato in funzione della non punibilità dei torturatori.

Un esempio: per esservi tortura le violenze devono essere più di una. Colui che tortura una volta sola pertanto la può scampare. La lettura degli interventi dei parlamentari lascia inebetiti. La pressione istituzionale esterna ha funzionato: viene prima concordato un testo di bassissimo profilo e poi viene messo in naftalina. Siamo quasi alla fine del 2015 e la melina continua senza tema di sottoporsi al ludibrio pubblico. Ma non è finita. C’è qualcosa di peggio che il nulla.

Il governo italiano si rende disponibile a pagare fior di soldi pur di evitare una nuova condanna dei giudici europei. È notizia fresca dei giorni scorsi. Meglio pagare piuttosto che fare una legge contro la tortura. Ricapitoliamo: era il 2004, tre anni dopo Genova, quando nel carcere di Asti due detenuti vengono torturati. L’indagine questa volta va avanti. Ci sono le intercettazioni telefoniche e ambientali. Antigone attraverso il proprio difensore civico Simona Filippi si costituisce parte civile nel processo.

Si arriva al 2012.

Così scrive il giudice nella sentenza: «Dal dibattimento emergono alcuni elementi che possono essere ritenuti provati aldilà di ogni ragionevole dubbio. In particolare, non può essere negato che nel carcere di Asti sono state poste in essere misure eccezionali (privazione del sonno, del cibo, pestaggi sistematici, scalpo) volte a intimorire i detenuti più violenti. Tali misure servivano a punire i detenuti aggressivi…e a dimostrare a tutti gli altri carcerati che chi non rispettava le regole era destinato a subire pesanti ripercussioni…I fatti in esame potrebbero essere agevolmente qualificati come tortura…ma non è stata data esecuzione alla Convenzione del 1984…né sono state ascoltate le numerose istanze (sia interne che internazionali) che da tempo chiedono l’introduzione del reato di tortura nella nostra legislazione…in Italia, non è prevista alcuna fattispecie penale che punisca coloro che pongono in essere i comportamenti che (universalmente) costituiscono il concetto di tortura».

Così il giudice è costretto a non sanzionare gli agenti di polizia penitenziaria. I reati lievi per cui è costretto a procedere sono oramai prescritti. Tutti assolti ma tutti coinvolti e responsabili.

La Cassazione conferma la sentenza. Questa volta Antigone (con il proprio difensore civico) in collaborazione con Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International e con gli avvocati dei due detenuti reclusi ad Asti, presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani. E qui arriviamo ai giorni scorsi. Il ricorso è dichiarato ammissibile. Il Governo, pur di evitare un’altra condanna che stigmatizzi l’assenza del delitto di tortura nel codice penale (dopo il caso Cestaro-Diaz), chiede la composizione amichevole e offre 45 mila euro a ciascuno dei detenuti ricorrenti. Dunque sostanzialmente ammette la responsabilità ma preferisce pagare piuttosto che farsi condannare ed essere costretta ad approvare una legge contro la tortura. Che ne pensano il premier Renzi e il ministro della Giustizia Orlando? Che ne è della promessa del Presidente del Consiglio?
(Presidente di Antigone)

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