Tortura

«Dai un calcio al G8» era intitolato il torneo che vedeva fronteggiarsi Attac Italia e Attac Francia il 18 luglio 2001 in Piazza Fontana Marose a Genova. Con tutte quelle reti una partita ci stava bene. Quando erano arrivati i poliziotti Attac Francia vinceva 2 a 1. Per questo, nella speranza i «nostri» pareggiassero, gli agenti avevano chiuso un occhio e consentito continuasse la partita.

UN CLIMA di relativa disponibilità come quello che si respirava il giorno successivo in occasione del corteo dei migranti, mi racconta Roberto Mapelli ¬ presidente dell’associazione culturale Punto rosso e presente a Genova 2001 con Attac Italia. Poi il buio. Il 20 luglio Roberto Mapelli, fermato per identificazione, finisce nella caserma di Bolzaneto insieme a Mark Christopher Harrison.

Entrambi sono stati malmenati, tanto che l’Harrison, ripetutamente colpito alla testa, fatica a reggersi in piedi e finisce col perdere i sensi. Al loro arrivo una persona in divisa grigia grida «frocio di merda, comunista bastardo, appena entri ti spacco la faccia».

MAPELLI È IL PRIMO A SALIRE i tre gradini di Bolzaneto e ad attraversare due file di agenti tra insulti e sputi. All’ingresso è condotto in una stanza con Mark Harrison, Roberto Michele, due ragazze tedesche e un ragazzino italiano. E a riceverli due energumeni dall’accento romano in divisa. Urla, canti fascisti, confusione, euforia nei corridoi, carabinieri e poliziotti che corrono. «Bastardi», «ebrei», «troie» rivolto alle donne, sono il benvenuto. Chi chiede di andare in bagno nel percorso per arrivarci riceve calci e pugni dagli agenti.

Gli energumeni iniziano dal ragazzino, vestito di nero, un black block a loro dire. Gli battono la testa al muro, lo colpiscono alla nuca, con la fronte che, a ogni colpo, batte contro la parete, fin quando il ragazzino crolla a terra dove continua a ricevere colpi in testa e alle costole. Hanno tutti avuto incubi nei mesi successivi i torturati di Genova, mi dice Mapelli a proposito di quel che è rimasto. E terribili per molti sono ancora i contatti, sebbene occasionali, con le forze dell’ordine, che generano attacchi di panico.

CHI È MORTO SUICIDA anni dopo, chi ha avuto un aneurisma che ha portato alla paralisi, chi ha subito traumi cronici gravi con conseguente abbandono della professione, chi ha interminabili incubi, chi disturbi post traumatici da stress e depressioni. Due terzi dei dimostranti di Genova era alla prima grande manifestazione, ricorda Mapelli, e molti, la maggioranza, in manifestazione non ci vanno più.

LA REPRESSIONE ha funzionato e di quei giorni si parla per le violenze e non per le decisioni ratificate e che hanno dato origine al nostro presente. E anche di questo si è parlato ieri sera in Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in occasione di «Pensare Genova luglio 2001». Per quanto riguarda le conseguenze processuali di quelle giornate, il governo italiano ha riconosciuto le proprie colpe nei confronti di sei cittadini torturati nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001 e gli verserà 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. Lo ha reso noto la Corte europea dei diritti umani in due provvedimenti in cui «prende atto della risoluzione amichevole tra le parti» e stabilisce di chiudere i casi.

CONTA POCO che appena sei dei 65 cittadini italiani ed europei abbiano accettato questa transazione. Certamente – come riferisce Laura Tartarini, legale di una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto – «Quella che offre lo stato è una cifretta. Ha accettato chi, tra cui due dei miei assistiti, ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua».
L’avvocato afferma «sono passati 16 anni e non mi stupisco che alcuni di loro decidano di accettare l’offerta. Ma lo stato si sta comportando in modo davvero poco consono, tanto che gli accordi in sede civile davanti ai giudici di Genova ancora non si trovano. Questo accordo certo non rappresenta una soddisfazione morale».

«ALCUNE DELLE PARTI CIVILI costituite per il processo sui fatti di Bolzaneto» racconta Sara Busoli, avvocato di alcune di queste nel processo G8/Bolzaneto, «hanno fatto ricorso, in due successive tornate, alla Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo). Nel dicembre 2015 e gennaio 2016 il Governo italiano ha fatto pervenire due analoghe proposte per il regolamento amichevole della vertenza proponendo sostanzialmente di rinunciare al ricorso in cambio di un risarcimento forfettario a ciascuno dei ricorrenti».

E, continua l’avvocato, «Nella proposta il governo rappresentava il fatto che oramai era in via di approvazione una legge per perseguire il reato di tortura e che per altro lo stato italiano avrebbe adempiuto ai suoi doveri attraverso adeguate indagini e provvedimenti successivi che avrebbero condotto all’identificazione e la condanna dei responsabili ad una pena proporzionata ai delitti commessi. Alcuni dei ricorrenti hanno, legittimamente, ritenuto di accettare la transazione, chiudendo definitivamente un capitolo triste e doloroso della loro vita. Altri, direi la maggioranza, hanno scelto di continuare l’azione intrapresa rifiutando la transazione, ritenendo che qualunque proposta poteva essere presa in considerazione soltanto dopo l’effettiva approvazione della legge e dopo la verifica del contenuto effettivo della medesima. Il comportamento tenuto dallo stato e dai suoi rappresentanti fino a quel momento – dice Busoli – non testimoniava certo a favore della loro credibilità. Mi pare che l’iter della legge sulla tortura e i contenuti proposti, diano purtroppo loro ragione. Al contrario, casi come quelli di Cucchi e Aldrovandi hanno dimostrato quale fosse e quale sia lo stato delle cose e le relative vicende giudiziarie hanno ribadito le medesime risposte da parte dello stato».

IL GIORNALISTA Lorenzo Guadagnucci, picchiato alla Diaz da uomini che ancora non hanno un nome, è uno di quelli che ha rifiutato il risarcimento. «Ho rifiutato» ha dichiarato «perché il ricorso alla Corte di Strasburgo non l’ho fatto per avere un risarcimento economico ma perché credo che il governo italiano debba fare i conti con le proprie responsabilità, che sono avere negato giustizia alle vittime di Genova, non avere preso sul serio gli abusi commessi, non avere fatto nulla per prevenire il ripetersi di tali violazioni in futuro». «Per quanto mi riguarda» conclude Sara Busoli, «rappresento nel ricorso alla Cedu quattro parti civili già costituite nel processo penale in Italia e nessuno di loro ha accettato la transazione. Tre di loro venivano dalla Diaz, la quarta era giovanissima all’epoca ed è stata portata a Bolzaneto quasi per caso. Lei è quella che mi ha stupita di più. Mi ha chiesto tempo per pensare, poi mi ha chiamata quasi scusandosi per il fatto che proprio non le sembrava giusto accettare».

FONTE: Stefano Valenti, IL MANIFESTO

tortura

ROMA. Meno di duecento voti favorevoli (198), vale a dire meno di un terzo della camera dei deputati, sono bastati ieri sera a far entrare con trent’anni di ritardo il reato di tortura nel codice penale italiano. La ragione di tanto scarso entusiasmo è che la legge delude quasi tutte le attese, tanto da essere stata criticata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, dal Consiglio d’Europa, da una lunga schiera di giuristi e persino dai magistrati che hanno portato in tribunale le forze dell’ordine per le violenze del G8 di Genova. La «informe creatura giuridica» approvata ieri (secondo la definizione di uno dei tanti appelli al parlamento perché correggesse la legge, tutti inascoltati) secondo i giudici genovesi non sarebbe stata applicabile neanche alla «macelleria messicana» della scuola Diaz.

Di fronte a un testo del genere, frutto di successivi compromessi al ribasso voluti dal Pd, soprattutto nell’ultimo passaggio al senato durato due anni, i sostenitori dell’introduzione del reato di tortura fuori dal parlamento si sono divisi tra chi apprezza comunque il passo in avanti (Amnesty Italia) e chi lo ritiene al contrario un passo falso, controproducente (A buon diritto, associazione Cucchi, comitato verità e giustizia per Genova). In parlamento ha votato a favore praticamente solo il Pd (gli alfaniani di Ap in teoria erano della partita, ma si sono presentati solo in 4 su 24); i democratici hanno registrato comunque il 40% di assenze. Segno di un forte malcontento, espresso giorni fa in un’intervista dal presidente del partito Orfini – «legge inutile, meglio non approvarla» – e in aula solo dalla deputata Giuditta Pini. Si sono astenuti i 5 Stelle, che tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno, e infatti al senato sull’identico testo avevano votato a favore, Mdp che parla di «legge debole», i centristi di maggioranza del gruppo Civici e innovatori e anche Sinistra italiana che è assai più critica: «Abbiamo confezionato il reato impossibile per il retropensiero di alcuni che in questi tempi di terrorismo un po’ di tortura possa tornare utile», ha detto il deputato Daniele Farina. Mentre è noto che il senatore del Pd Luigi Manconi, che ha presentato il progetto di legge originario nel primo giorno della legislatura, ha parlato di un provvedimento «completamente stravolto». Contraria tutta la destra, che vede nella legge una minaccia alla libertà di azione delle forze di polizia. Con argomenti come quelli del «fratello d’Italia» Cirielli: «Il poliziotto che di fronte a uno stupratore o a un autonomo perde la pazienza e lascia partire qualche schiaffo o qualche calcio rischia più dei delinquenti».

Difficile però che si possa applicare a casi del genere – «meno di un occhio pesto», per citare sempre Cirielli – il reato di tortura. Perché così com’è stato approvato definitivamente ieri non è più un reato proprio del pubblico ufficiale ma un «delitto comune» che può essere compiuto da chiunque si trovi nelle condizioni di esercitare «vigilanza, controllo, cura o assistenza» nei confronti della vittima. È forse la peggiore novità imposta nel passaggio in senato, rispetto al testo già approvato dalla camera nel 2015.
Le altre, tutte negative, sono la previsione che le violenze e le minacce debbano essere «gravi» (un po’ come dovevano essere «particolarmente efferate» le sevizie escluse dall’amnistia del ’46) «ovvero agendo con crudeltà», una circostanza difficile da dimostrare per i pm. Perché si verifichi tortura è adesso richiesto che siano commesse «più condotte», sembrerebbe cioè non bastare un singolo episodio e neanche un episodio reiterato della stessa natura. L’azione del pubblico ufficiale è adesso sempre giustificata «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure limitative di diritti». Infine è necessario che l’azione del torturatore cagioni sulla vittima «un verificabile trauma psichico», sempre difficile da provare soprattutto a distanza dai fatti (quando in genere si arriva al processo).

Le pene sono alte, al massimo dieci anni aumentati a dodici nel caso in cui l’autore sia un pubblico ufficiale, ma la prescrizione non è del tutto scongiurata. Mentre è addirittura prevista la pena fissa, solo massima, di trent’anni e dell’ergastolo nel caso in cui dalla tortura derivi la morte, accidentale o intenzionale. «Tutti questi requisiti rendono difficile l’applicazione della nuova norma», ha spiegato il presidente della prima commissione, il centrista Mazziotti.

D’altra parte nella legge è rimasto il divieto di espulsione dello straniero quando ci sono fondati motivi di ritenere che rischi di essere torturato, anche sulla base delle violazioni sistematiche dei diritti umani nel suo stato di origine. Ma 33 anni dopo la Convenzione dell’Onu e 29 anni dopo la legge italiana che la recepiva (al governo c’era Ciricaco De Mita), il nostro paese per adottare il reato di tortura ha avuto bisogno di snaturarlo.

FONTE: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

Le loro prigioni. Tra pochi giorni è attesa la sentenza della Corte Ue dei diritti umani sul carcere di Asti. Il testo di legge per introdurre il reato di tortura arriva alla camera lunedì. Senza correzioni

Il carcere deve essere un luogo aperto, trasparente. Era il 2000 quando Antigone pubblicò il primo rapporto sulle carceri italiane titolandolo per l’appunto «Il carcere trasparente». Da allora tutti gli anni giriamo in lungo e in largo l’Italia entrando nelle prigioni e raccontando quello che osserviamo. Dal 2012 lo facciamo anche con le videocamere. Ed è questa una conquista, non solo nostra, ma anche de il manifesto con cui lanciammo la campagna affinché la stampa potesse raccontare anche con le immagini la vita nelle carceri italiane. Immediatamente dopo ci fu la condanna della Corte europea per i diritti umani nel caso Torregiani e tutte le istituzioni italiane presero coscienza della drammaticità della vita dentro.

DUNQUE IN QUESTO VIAGGIO nelle carceri italiane diretto alla conoscenza del mondo di dentro molto dobbiamo a questo giornale, oltre che a chi nell’amministrazione penitenziaria non ha mai esercitato censura o posto divieti pretestuosi al nostro monitoraggio. La nostra ambizione, come da sempre ci ha insegnato Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, è che l’osservazione, mai neutrale, possa trasformare l’oggetto osservato. Entrare in una galera senza essere detenuto o essere parte dello staff è in primo luogo uno straordinario mezzo di prevenzione rispetto a tentazioni di violenza o di abusi. Più occhi esterni squarciano il buio e rompono il monopolio di controllo delle istituzioni, meno i detenuti saranno considerati cosa loro. I custodi non devono considerare i custoditi loro proprietà privata.

Tra i luoghi bui del carcere vi è il reparto di isolamento, ossia il luogo dove viene scontata quella che è ritenuta la sanzione disciplinare per eccellenza. La legge prevede che l’isolamento debba durare massimo per quindici giorni. In isolamento si trovano le persone difficili, i detenuti più a rischio. È nelle celle di isolamento, spesso lisce, disadorne, vuote, tragiche, che possono venire in mente pensieri suicidari. Come i pensieri venuti nella testa di Youssef, suicidatosi nel carcere di Paola nell’ottobre del 2016. Pare avesse scritto ai suoi familiari che in quella cella d’isolamento fosse costretto a dormire per terra. Quindici giorni dopo avrebbe finito di espiare la sua condanna. In quello stesso reparto del carcere calabrese un altro detenuto, questa volta italiano, si era tolto la vita qualche settimana prima. L’isolamento è un carcere nel carcere. In giro per l’Italia si vedono ancora reparti di isolamento lontani dagli sguardi dei visitatori.

ALLA FINE DEGLI ANNI NOVANTA, l’allora indimenticato capo dell’amministrazione penitenziaria Alessandro Margara con una propria circolare di fatto abrogò l’isolamento. Un detenuto, seppur sanzionato disciplinarmente, non avrebbe mai dovuto essere spostato dalla sua cella e comunque mai essere isolato, privato della comunicazione con il mondo esterno. La circolare è stata mal sopportata nella periferia penitenziaria e di conseguenza è stata scarsamente rispettata. In isolamento vengono in mente pensieri di morte, aumenta l’aggressività, si subiscono danni psico-sociali irreversibili. È più facile che in isolamento ci sia violenza gratuita come quella dei poliziotti che nel carcere di Asti nel 2004 torturarono due detenuti comuni, fino a fargli lo scalpo. Da un giorno all’altro attendiamo la sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che speriamo restituisca giustizia e memoria ad una delle due vittime. L’altra purtroppo, nel frattempo, è deceduta per cause naturali.

Nei giorni in cui molto si è parlato di tortura, va ricordato che alcune azioni per prevenirla si possono fare subito. Ad esempio subito si potrebbe dare applicazione alla circolare voluta da Margara, chiudere i reparti di isolamento, chiudere tutte le celle lisce e insonorizzate. Si può fare a legislazione vigente. Si possono dare indicazioni ai direttori affinché non eccedano nell’esercizio dell’azione disciplinare. E nel caso dei minori, sarebbe buona cosa rinunciare del tutto a una pratica che è violativa, forse in modo irreversibile, del loro stato di salute e della loro crescita sana. Non si può tenere un quindicenne isolato sensorialmente e umanamente per più di pochi minuti. Isolare un ragazzo configura un trattamento inumano e degradante, contrario alle norme internazionali.

IL GUARDIAN HA PROPOSTO ai suoi lettori on-line un’esperienza virtuale di isolamento. È facile trovarla in rete e provare cosa significhi per la propria lucidità stare chiusi in pochi metri quadri per ore, giorni, settimane. Seppur vero che in Italia l’isolamento disciplinare non può durare più di quindici giorni non è infrequente che tale limite venga superato intervallando due periodi di isolamento con poche ore di galera normale. Esiste poi un altro isolamento, non regolato, con eccessi di discrezionalità applicativa ed è l’isolamento giudiziario, ossia quello disposto dai giudici per ragioni investigative. Non ha limiti di tempo né modalità predeterminate.

Mi è capitato negli anni di trovare persone lasciate in cella senza servizi igienici nella speranza di ritrovare gli ovuli di droga da loro presumibilmente inghiottiti prima dell’ingresso in carcere. Persone dunque costrette a vivere tra i loro bisogni. In questi giorni che si celebrano le vittime della tortura il ministero della Giustizia potrebbe fare subito quanto è nelle sue prerogative, senza aspettare avalli normativi superiori, ossia togliere di mezzo le celle di isolamento e le celle lisce. A sua volta il Csm dovrebbe dare indicazioni contro gli abusi nell’isolamento giudiziario.

La tortura e i maltrattamenti hanno tante forme, alcune classiche, altre più subdole, meno appariscenti. La cultura della violenza non si sconfigge solo con le norme ma anche con pratiche rispettose della dignità umana. In questo viaggio oramai ventennale nelle prigioni d’Italia ho incontrato tantissimi operatori – direttori, poliziotti, educatori, assistenti sociali, cappellani, medici, psicologi, volontari, insegnanti, garanti – eccezionali. Questi ultimi non vanno lasciati soli. Vanno premiati quelli che hanno il coraggio di costruire un modello di detenzione non violento e rispettoso della dignità umana, anche se più rischioso rispetto ai canoni tradizionali della sicurezza. Anche questa è prevenzione della tortura.

FONTE: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO

A Genova la democrazia fu sospesa e messa nelle mani di criminali di Stato. Fu fatta carta straccia della rule of law e dell’habeas corpus. Decine e decine di corpi furono seviziati, massacrati, torturati. Dopo sedici anni arriva finalmente per quarantadue di quei corpi un risarcimento politico, giudiziario, morale, economico. La Corte europea dei diritti umani, nella sentenza resa pubblica ieri, l’ha potuta chiamare tortura. Noi, nelle nostre Corti, non possiamo ancora chiamarla così, perché la tortura in Italia non è codificata come crimine.

Il 26 giugno è la giornata che le Nazioni Unite dedicano alle vittime della tortura. È anche il giorno in cui la Camera dei Deputati inizierà a votare la brutta, pasticciata e intenzionalmente confusa proposta di legge che il Senato ha approvato giusto poche settimane fa, dando cattiva prova di sé. Sono intanto trascorsi sedici anni dalle torture della Diaz e ben ventinove da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura che ci obbligava a introdurre nel nostro codice il crimine di tortura. Il tempo passa ma non cambia il modo in cui le istituzioni hanno cercato di non parlare di un delitto che è tanto grave in quanto commesso su persone in stato di soggezione e dalle mani dei servitori della democrazia.

Ancora una volta da Strasburgo arriva un monito a non lasciare impuniti i torturatori sul suolo italico. L’Italia infatti è una sorta di paradiso legale per i torturatori di ogni nazionalità che qui possono sentirsi sicuri e rifugiarsi da accuse e processi nei loro confronti. La sentenza risarcisce le vittime di quello che possiamo chiamare ora a tutti gli effetti un crimine di Stato, sia perché la tortura è nella storia del diritto un reato proprio di agenti dello Stato, sia perché nel caso di Genova i carnefici non sono stati due, tre o quattro ma un plotone intero con tutti i suoi governanti. Basta riguardare la sentenza della Corte di Cassazione del 2012 per leggere i nomi dei dirigenti ad altissimo livello della Polizia che furono condannati a vario titolo, ma nessuno per tortura, perché in Italia non si può condannare per tortura.

La sentenza di Strasburgo restituisce giustizia a chi non vuole che la memoria e la verità siano violentate. Il numero delle vittime e la gravità delle condanne pongono un problema politico, non solo giuridico ed economico come forse in molti al potere vorrebbero far credere, ossessionati dalla paura dei fantasmi di Genova.

Fu Antonio di Pietro, allora capo dell’Idv e ministro delle Infrastrutture, ad affossare la legge che istituiva una Commissione di inchiesta sui fatti di Genova. Una Commissione che ancora oggi sarebbe sacrosanto mettere rapidamente in piedi per fare i nomi e cognomi dei responsabili politici, militari e di Polizia di un piano sistematico criminale.

Come altro definire un piano pensato per commettere crimini contro l’umanità? Nel frattempo impunità e immunità hanno favorito le carriere dei presunti torturatori e dei loro mandanti.

Chiediamo ai governanti dello Stato italiano di oggi di rivalersi contro i responsabili politici e di Polizia di quel 2001, di fare loro causa civile, di istituire per via amministrativa un fondo per le vittime della tortura, di consentire l’identificazione degli appartenenti alle forze dell’ordine. Si può fare subito.

Se dovesse anche questa volta prevalere la melina, l’autodifesa dei vertici, il quieto vivere vorrà dire che la democrazia è ancora sospesa.
Tanti ragazzi che oggi frequentano le Università non sanno cosa è successo a Genova in quel luglio del 2001. Va loro raccontato che lo Stato democratico italiano torturò altri ragazzi come loro. Lo fece perché aveva paura delle loro bandiere della pace.

FONTE: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO

Come nel 2015 e con motivazioni ancora più dettagliate, la Corte europea dei diritti umani torna a condannare l’Italia per la «macelleria messicana», come la definì l’allora vicequestore del primo Reparto mobile di Roma Michelangelo Fournier, compiuta dalle forze dell’ordine durante il G8 di Genova del 2001 all’interno della scuola Diaz e (questa volta anche) della scuola Pascoli, dove era stato allestito il centro stampa e l’ufficio legale.

«Tortura», la definiscono ormai esplicitamente i giudici di Strasburgo che hanno dato ragione a 29 dei 42 ricorrenti (Bartesaghi Gallo e altri) e, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, condannano lo Stato italiano a risarcire le vittime con somme che vanno dai 45 mila ai 55 mila euro ciascuno, per un totale di circa 1,4 milioni di euro.

Un’operazione, l’irruzione nelle due scuole, «pianificata» dalla polizia e nella quale perciò l’«uso di incontrollata violenza» poteva essere evitato, motiva la Cedu, ma così non è stato. Inoltre dalla sentenza Cestaro del 2015 ancora l’Italia presenta «carenze nel sistema giuridico riguardo la punizione della tortura». Motivo per il quale coloro che sono stati ritenuti responsabili di quella folle notte di violenze non sono stati puniti adeguatamente, accusati di reati minori, presto caduti in prescrizione.

Le parole di Strasburgo arrivano in commissione Giustizia della Camera, dove si sta analizzando in quarta lettura il brutto testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento penale, e fanno l’effetto della maestra che torna in classe all’improvviso. Respinti tutti gli emendamenti, il ddl arriverà in Aula il 26 giugno, senza più altri rinvii. La convinzione che di questi tempi non si possa pretendere di meglio nel Belpaese, porta ad accelerare i tempi verso l’approvazione di un testo che il Consiglio d’Europa, per ultimo, e decine di associazioni che hanno lanciato un appello contro la «legge truffa», considerano inadatto e lontano dalle convenzioni Onu e dalle raccomandazioni della Cedu.

Prendiamo ad esempio il reato specifico per pubblico ufficiale, nemmeno lontanamente preso in considerazione per via delle proteste di alcuni sindacati di polizia (a danno della maggioranza delle forze dell’ordine). Nella sentenza resa nota ieri, Strasburgo fa notare che nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001, quando all’interno delle due scuole furono commesse «violenze multiple e ripetute, di un livello di gravità assoluta», «la polizia non stava affrontando una situazione di emergenza, una minaccia immediata che richiedeva una risposta proporzionata ai potenziali rischi». La Corte «ritiene che i funzionari hanno avuto la possibilità di pianificare l’intervento della polizia, analizzare tutte le informazioni disponibili e tener conto della situazione di tensione e dello stress a cui gli agenti erano stati sottoposti per 48 ore». Ma, «nonostante la presenza a Genova di funzionari esperti appartenenti all’alta gerarchia della polizia, non è stata emanata alcuna direttiva specifica sull’uso della forza e non sono state date consegne adatte agli agenti su questo aspetto decisivo».

In sostanza, le Corte europea fa notare stavolta che la tortura e i trattamenti inumani e degradanti inflitti, «con gravi danni fisici e psicofisici», su persone inermi non erano imprevedibili. Non sono state frutto in una situazione sfuggita di mano. E nel frattempo nulla è cambiato.

Per Amnesty international Italia, la condanna della Cedu è «una buona notizia» perché «aiuta la memoria collettiva» e «sottolinea la necessità di rafforzare la cultura dei diritti umani tra le forze di polizia». Ma il ddl in dirittura d’arrivo alla Camera anche per il senatore di Mdp, Felice Casson, tra i firmatari del testo prima che venisse «stravolto in Senato», sarà «da un punto di vista pratico difficilmente applicabile per la nostra magistratura» e «avremo episodi chiari di tortura che non verranno mai puniti».

E al Consiglio d’Europa che due giorni fa chiedeva una fattispecie esente da ogni possibile misura di clemenza, l’Unione delle camere penali risponde di non preoccuparsi, «perché a rendere ineffettiva la norma sulla tortura non c’è bisogno né di amnistie, né di indulti, né di prescrizioni: basta che il Parlamento approvi la legge sulla tortura in via definitiva così com’è».

FONTE: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Le misure cautelari adottate nei confronti di otto carabinieri, su circa una ventina di indagati di due caserme della bassa Lunigiana, costituiscono un utilissimo manuale per la più puntuale lettura e la più attendibile interpretazione della legge sulla tortura di prossima approvazione.

Quest’ultima è una cattiva legge, innanzitutto perché – diversamente da quanto previsto dalla convenzione delle Nazioni Unite in materia – non definisce la tortura come un reato «proprio»: un reato, cioè, formulato sull’imputazione di quella fattispecie penale ai pubblici ufficiali e a chi esercita pubblico servizio. Nel testo approvato al Senato, la tortura è, invece, un reato «comune», volto a punire qualunque violenza intercorsa tra individui. Mentre sarebbe dovuto essere un reato «proprio», in quanto derivante in forma diretta da un abuso di potere. La tortura è, insomma, la fattispecie penale in cui incorre chi, custodendo legalmente un cittadino, abusa del proprio potere per esercitare una violenza illegale. E lo si sarebbe dovuto trascrivere così nel nostro codice, quel reato, non certo per uno speciale accanimento contro i corpi di polizia, ma proprio per tutelare meglio questi stessi corpi. La loro autorevolezza e il loro prestigio, la loro forza e – se volete – il loro «onore» dipendono dalla capacità di individuare e sanzionare adeguatamente chi, tra gli uomini dello Stato, abusa del proprio potere e commette illegalità, separandoli da quanti (e sono la maggioranza) si comportano correttamente. La vicenda, venuta alla luce proprio in queste ore, a carico di numerosi carabinieri della provincia di Massa Carrara, dimostra in maniera inequivocabile quanto il testo della legge sulla tortura che il Parlamento prevedibilmente approverà nelle prossime settimane sia sbagliato.

I fatti parlano chiaro. Agli appartenenti all’arma dei Carabinieri indagati vengono imputate violenze – che l’attuale codice penale consente di qualificare solo come «lesioni» – la cui origine risiede proprio nell’esercizio illegale di un potere legale. Le vittime (spacciatori e prostitute) vengono condotte in caserma in base a una norma esistente (magari pretestuosamente interpretata, ma questo è un altro discorso) e qui subiscono trattamenti inumani o degradanti, se non addirittura torture.

Evidentemente tutto ciò va confermato da una sentenza passata in giudicato, ma il quadro che si delinea è estremamente significativo. La tortura nasce nel diritto internazionale come crimine delle autorità pubbliche e non di soggetti privati, per i quali vi sono altri strumenti di repressione penale. Ha bisogno di tempi lunghi di prescrizione perché l’accertamento dei fatti non è agevole. E la sua configurazione come delitto «proprio» sarebbe di ben più concreto aiuto per il lavoro dei giudici. In quest’ultima, come in molte vicende precedenti, non siamo di fronte a ordinarie violenze tra comuni cittadini né a esercizi di efferatezza da parte di criminali sadici. Piuttosto abbiamo a che fare, se quanto finora emerso risultasse vero, con un sistema di comportamenti che, a partire dall’uso legittimo di istituti come il fermo e l’arresto, tendono a trascendere in uso arbitrario della forza che si fa pratica crudele. È qui il fondamento stesso del concetto di tortura e la sua ignobile verità.

FONTE: IL MANIFESTO

Non ho partecipato al voto sull’introduzione del delitto di tortura nel nostro ordinamento perché ritengo che quello approvato non sia un testo mediocre: è né più né meno che un brutto testo. E la scelta di non votarlo è stata per me particolarmente gravosa perché il disegno di legge in origine portava il mio nome, in quanto esattamente il primo giorno dell’attuale legislatura (il 15 marzo 2013) depositai il mio testo. Del quale, oggi, praticamente nulla più resta.

Nell’articolato discusso nel luglio del 2016, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero «reiterate» perché così, e solo così, si sarebbe concretizzato il reato di tortura. Oggi, nel testo approvato, si dice che il fatto è punibile se compiuto mediante «più condotte». Ora, passi che il reato di tortura non sia riconosciuto per quel che è: un reato proprio dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio, derivante cioè dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino. Passi che il trauma psichico della vittima di tortura debba essere «verificabile» per concorrere a definire il fatto delittuoso. Ma che quest’ultimo debba comportare, per essere perseguibile, «più condotte» (dello stesso genere o necessariamente distinte?), ciò è davvero inaccettabile.

Così come è stata scritta, la norma risulta di ardua applicazione: devono ricorrere nella definizione votata tali e tante circostanze da rendere complessa ogni operazione ermeneutica.

D’altra parte, come si è detto, per esservi tortura devono verificarsi violenze esercitate attraverso più condotte. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una pratica singola di water boarding) potrebbe non essere punito. Ancora, scrivere che il trauma psichico deve essere verificabile significa introdurre un elemento di valutazione che impone probabilmente perizie psichiatriche o psicologiche. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?

Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà o comunque loro affidate. E non per un riprovevole ma dichiarato atteggiamento di giustificazione della tortura in nome di qualche stato di eccezione: bensì solo per accondiscendere a richieste corporative che vogliono salvaguardare i peggiori, infangando la dignità dei migliori tra gli appartenenti alle forze di polizia, che, nella grande maggioranza, non userebbero violenza contro le persone sottoposte alla loro custodia. Non sanzionare quanti ricorrono a torture o a trattamenti inumani o degradanti, questo sì che significa disonorare la divisa e ledere il prestigio delle forze di polizia.

Tutto ciò conferma ancora una volta come i partiti non riescano a liberarsi di quel riflesso d’ordine che li rende subalterni, prima ancora che ai corpi dello Stato, alle loro rappresentanze politico-sindacali, alle loro potenti pulsioni corporative e alle loro irresistibili tendenze alla connivenza. È come se la classe politica non si fidasse della lealtà delle polizie, dubitasse della loro dipendenza in via esclusiva «dalla legge». Da qui, una sorta di complesso di inferiorità e di sudditanza psicologica che pone come prioritario l’obiettivo della stabilità e della compattezza di quegli stessi apparati, anche quando ciò vada a scapito della piena legalità del loro agire. E a scapito di indispensabili, e non sempre indolori, processi di democratizzazione. Si tratta di un meccanismo micidiale che alimenta lo spirito di corpo e ostacola qualunque processo di autentica autoriforma.

Di conseguenza anche questa non sembra la legislatura adatta per far corrispondere il nostro codice penale alle disposizioni costituzionali e a quelle della Convenzione delle Nazioni Unite del 1984.

In ultimo, ricordo che la ratifica da parte dell’Italia di quella Convenzione porta la data del 1 gennaio 1988. È l’anno di nascita di Giulio Regeni, il nostro connazionale sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Perché richiamo questa coincidenza? Perché nell’atteggiamento – che mi addolora definire inerziale – del nostro Paese nei confronti del regime dispotico dell’Egitto, che nega la verità su quella morte, trovo una possibile e drammatica chiave di interpretazione. L’Italia, tuttora priva di una legge contro la tortura, rivela una sorta di complesso di colpa e un deficit di autorità morale quando deve pretendere da un altro Stato un’intransigente ricerca e una severa sanzione delle responsabilità di chi ha seviziato e brutalizzato il corpo di un giovane. Non posso non ricordare qui le parole dei genitori di Giulio Regeni, ai quali dedico questo mio modesto atto di dissenso. Davanti al suo corpo martoriato, hanno detto: «Il volto di nostro figlio era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Lo abbiamo riconosciuto dalla punta del naso. Sul suo viso tutto il male del mondo».

Sì, tutto il male del mondo – nel pensiero dei signori Regeni – è appunto la tortura. Che non è solo esercizio di violenza sull’organismo fisico della vittima, sugli arti, sulle piante dei piedi, sulla schiena, sui genitali e sul volto. È volontà di degradazione della persona, mortificazione della sua identità, annichilimento della sua dignità. È intenzionale riduzione della «materia umana» (Primo Levi) alla sola dimensione del dolore fisico, schiacciando e annullando quell’umano nella materialità sofferente del corpo brutalizzato.

g8 di Genova

Ci sono voluti sedici anni perché un governo italiano ammettesse che a Genova, durante il G8 del 2001, lo Stato ha praticato la tortura.

Il patteggiamento con il quale l’Italia ha chiuso sei ricorsi pendenti davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, è un riconoscimento di colpa.

Ai sei cittadini, vittime delle violenze inflitte all’interno della caserma di Bolzaneto, che hanno richiesto l’intervento di Strasburgo denunciando l’inefficacia delle condanne penali comminate dai tribunali italiani (nel 2013 la Cassazione aveva respinto la richiesta di contestare il reato di tortura), e che hanno accettato – unici, tra i 65 ricorrenti, italiani e stranieri – la «risoluzione amichevole» proposta dal governo di Roma, lo Stato dovrà risarcire una somma di 45 mila euro a testa, per danni morali e materiali, e per le spese di difesa.

CON L’ACCORDO RAGGIUNTO con Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E – riferisce la Cedu – si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».

Un modo un po’ gattopardesco di fare riferimento ad una legge specifica sulla tortura richiesta invece esplicitamente da Strasburgo e per ultimo qualche giorno fa anche dal Comitato diritti umani dell’Onu. E infatti, tanto sfuggente è la posizione di Roma che subito dopo il governo mette a verbale il proprio impegno «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine».

SEMPRE BENVENUTI, ma non basta. Perché la tortura in Italia viene contemplata «strutturalmente», come ha sottolineato la stessa Cedu nella sentenza Cestaro, malgrado il 50% degli italiani, secondo un sondaggio Doxa per Amnesty, non lo creda possibile.

«Sono 30 anni che l’Italia prende impegni, e speriamo che la vittima di turno delle promesse non rispettate non sia stavolta la Corte di Strasburgo», commenta il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, che è «in attesa della sentenza sulle torture subite nel carcere di Asti da due detenuti che dovrebbe arrivare da un giorno all’altro». Sul caso di questi detenuti, prima ancora della Cedu, fu lo stesso tribunale di Asti a fare presente che il reato contestato sarebbe stata la tortura, se solo il reato – nella fattispecie delle Convenzioni internazionali – fosse presente nel nostro ordinamento.

«IL GIORNO IN CUI L’ITALIA arriverà a riconoscere che, oltre alla Diaz e a Bolzaneto, ha compiuto violenze contro liberi cittadini anche nelle strade e nelle piazze, sarà finalmente un vero atto di giustizia. Se poi riuscisse persino a concedere un processo a Carlo Giuliani, che non lo ha mai avuto per l’archiviazione decisa da un giudice, allora sarebbe davvero una rivoluzione per la giustizia». Sono le parole accorate di Haidi Giuliani, la madre del ragazzo ucciso da un carabiniere a Piazza Alimonda.

Per Nicola Fratoianni, segretario di SI che a Genova era tra i manifestanti contro il G8, «nessun risarcimento potrà mai cancellare quello di cui lo Stato Italiano si rese responsabile in quei giorni». Purtroppo dalla stessa sua parte, allora, c’era anche l’attuale sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore.

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Pronunciare la parola indicibile è già operazione di chiarezza. Invita a indagarne il significato, a vedere se o meno corrisponda a situazioni, pratiche, fatti che conosciamo, che sappiamo esistere; li rende presenti con tutti gli interrogativi che tale presenza determina.
È quindi positivo che la parola tortura sia tornata a essere detta. Ma, seppure tolta dall’imbarazzo linguistico, non di meno la tortura continua a essere negata dagli apparati di potere che la praticano. Poiché «nessun regime neppure quello dittatoriale, ammetterà mai il ricorso alla tortura perché significherebbe ammettere la propria illegittimità». Sono le parole dello psicoanalista Miguel Benasayag, torturato durante la dittatura del generale Videla in Argentina, che ricorda come i suoi torturatori, che pur realizzavano una sorta di prossimità feroce tra il loro corpo e il suo che martoriavano, si guardavano dall’essere identificati come funzionari dello Stato; non affermavano la visibilità del potere assoluto, ma si celavano dietro una fantasiosa appartenenza a corpi separati, civili.

L’EPISODIO LO RIPORTA Donatella Di Cesare, che dal duplice punto di vista della filosofia teoretica e dell’analisi storico-critica, ripercorre la persistenza della tortura, il suo consolidarsi anche in termini dialogici nel presente e la continuità del tratto indelebile che lascia nella vittima, come «propria morte esperita in vita» (Donatella Di Cesare, Tortura, Bollati Boringhieri, pp. 217, euro 11).
Molte pagine del suo libro sono dedicate al dibattito sorto dopo il settembre 2001, in larga parte oltre Atlantico, ma per taluni aspetti anche nel vecchio continente. Un dibattito che non ha superato il tabù della negazione, ma lo ha aggirato, attraverso locuzioni contorte che ruotano attorno a concetti di eccezionalità, necessità, utilità dando a essi sinistri significati.

DI CESARE NE TROVA le premesse già nella posizione assunta da Thomas Nagel, più di quaranta anni fa nel periodo della guerra in Vietnam, circa il dilemma morale tra teorie assolutiste e teorie utilitariste, le prime che danno priorità a ciò che si fa, agli schemi valoriali di riferimento, le seconde centrate invece su ciò che accadrà, sulle conseguenze in gioco. Nessun problema per Nagel nel sostenere queste ultime, liquidando l’assolutismo – e quindi il divieto assoluto della tortura nelle Dichiarazioni e Convenzioni dal secondo dopoguerra – come un ideale regolativo insensatamente astratto e provvidenzialmente irrealizzabile.

Anche se il contesto dell’analisi del filosofo analitico è quello bellico, la sua posizione apre alla possibilità di considerare comunque la tortura una opzione eventuale. Tema, questo che da una prospettiva diversa verrà ripreso da Michel Walzer nell’affermazione della necessità per chi ha responsabilità politica di misurarsi anche con le «mani sporche», quasi «nobilitando» la scelta di accettare il fardello morale di un crimine, non reso meno da grave da considerazioni apparentemente necessitanti. Per giungere così al dibattito degli ultimi quindici anni, alla posizione di Alan Dershowitz che Di Cesare sintetizza in una intrigante parola chiave: accountability. Intrigante perché si è abituati a declinarla nel suo significato positivo, di assunzione di responsabilità. Giacché la tortura persiste – ragiona il penalista americano, che si era abituati a collocare nel fronte democratico – ne regoliamo la pratica, la rendiamo trasparente e limitata.

SCRIVE IN PROPOSITO l’autrice: «Al torturatore nobile Dershowitz preferisce l’esperto che mentre conferisce di volta in volta il mandato, autorizzando la tortura, si impegna anche a far luce garantendo la trasparenza, consentendo quella accountability, senza la quale non sarebbe immaginabile la democrazia». Questa pretesa di «portare il diritto nelle stanze oscure degli interrogatori» ha in parte lambito la discussione in alcuni Stati europei che, a metà del primo decennio di questo secolo, hanno proposto di limitare l’assolutezza del divieto di tortura enunciato nella Convenzione europea per i diritti umani, bilanciandolo con le esigenze di sicurezza, quale altro bene da tutelare in modo assoluto.

Una posizione, questa, respinta, ma che ritorna di tanto in tanto quando l’uso legale della forza, il diritto e l’esercizio di giustizia vengono declinati come strumenti di lotta verso un presunto nemico, sia esso un singolo, una organizzazione, un gruppo sociale il cui stesso esistere viene assunto come potenziale aggressore di chi ha la responsabilità di agire in nome della collettività. Lo schema relazionale che si stabilisce diviene allora un derivato della dinamica di guerra e il dominio sul corpo del nemico diviene simbolo e concretezza dell’esercizio di potere.

IL LIBRO SPAZIA lungo gli esempi negli anni recenti che rimandano a questa torsione (l’etimo è lo stesso della parola tortura), dalla tortura politica latino-americana agli episodi europei, inclusi quelli che hanno riguardato l’Italia: gli interrogatori in occasione del sequestro Dozier, le morti purtroppo ormai famose di giovani fermati e privati della libertà, l’epifania della violenza del potere nei giorni di Genova. Tutti casi in cui la parola negata, tortura, è stata scritta in sentenze; anche per dire che non vi è ancora nel nostro codice la possibilità di riconoscerla, chiamarla con il proprio nome e punirla adeguatamente.

Ma, anche casi ripresi per ricordare che la previsione del reato, assolutamente essenziale, non risolve del tutto il nostro rapporto con la tortura, con la corporeità perversa che essa rappresenta, con il suo intrinseco rifiuto del limite necessario. Ancora una volta il diritto non basta; ancora una volta – ci ricorda l’autrice – occorre interrogarci più in profondità.

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«Nel solo 2015 l’isolamento disciplinare è stato comminato per ben 7.307 volte. Nel 29,6% dei casi è la sanzione prescelta dal consiglio di disciplina oggi composto dal direttore, dall’educatore e dal medico». Nel «Pre-rapporto 2016 sulla condizione di detenzione» pubblicato da Antigone a fine luglio, un intero paragrafo è dedicato a questo provvedimento rispetto al quale, scrive l’associazione, «non vi sono dati». Antigone ha però stilato un lungo elenco di casi esemplificativi di quanto questa misura punitiva – a volte «vessatoria, anti-educativa e disumana» – faccia male.

Eccolo di seguito:

2004 – Carcere di Asti: due detenuti vengono denudati, condotti in celle di isolamento prive di vetri nonostante il freddo, senza materassi, lenzuola, coperte, lavandino. Viene loro razionato il cibo e impedito di dormire, sono insultati e sottoposti per giorni a percosse quotidiane. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2015 dichiara ammissibile il loro ricorso per tortura. La sentenza è attesa a breve.

2006 – Carcere di Civitavecchia: H.E., 36 anni, eritreo, si uccide impiccandosi in una cella di isolamento della Casa Circondariale. Il giovane si trovava da circa due mesi rinchiuso nella sezione di Alta Sicurezza.

2007 – Carcere di San Sebastiano (SA): alcuni agenti di polizia penitenziaria trovano senza vita nella sua cella il detenuto M.E. Era in isolamento, in una cella liscia, perché in qualche occasione aveva manifestato la volontà di uccidersi.

2008 – Carcere di Marassi (GE): un ragazzo di soli 22 anni, M.E., viene trovato senza vita riverso per terra, con una bomboletta di gas in mano, nel bagno della sua cella. Qualche giorno prima di morire aveva scritto una lettera alla mamma : «Qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Mi riempiono di psicofarmaci. Sai, mi tengono in isolamento 4 giorni alla settimana».

2009 – Carcere di Venezia: un 28enne di origini marocchine, C.D., si impicca nella cella “di punizione”, nella quale era stato trasferito dopo aver tentato il suicidio. Un ispettore della Polizia Penitenziaria è stato condannato a 7 mesi di reclusione per omicidio colposo e abuso di autorità. Non era stata disposta la sorveglianza sul detenuto a rischio.

2010 – Carcere di Foggia: si chiamava R. F. e aveva 41 anni. Si è impiccato trasformando i lembi dei suoi pantaloni in un cappio. Era stato messo in una cella di isolamento “liscia” dopo che aveva mostrato evidenti segni di disagio psichico tentando di darsi fuoco e incendiando la cella che lo ospitava.

2011 – Carcere di Poggioreale (NA): G. R., 50 anni, si impicca facendo a brandelli una coperta mentre era in isolamento in cella singola nel reparto di osservazione. Il suicidio avviene a poche ore dal suo ingresso in carcere.

2012 – Carcere di Trani (BA): il 34 enne G.D. muore durante la notte di capodanno in una cella del carcere di Trani, in isolamento. A dicembre 2011 l’uomo era stato trasferito d’urgenza nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Bisceglie per una crisi epilettica ed era stato tenuto sotto osservazione per 4 giorni.Rientrato in carcere era rimasto in isolamento, non si sa bene per quale motivo, se per la difficile convivenza con altri detenuti o perché punito perché accusato di aver simulato la malattia.

2013 – Carcere di Velletri (RM): G. M., un uomo di 40 anni si uccide impiccandosi con le lenzuola all’interno della sua cella di isolamento, 8 ore dopo essere arrivato in carcere.

2014 – carcere di Lucera (FG): un 38enne si impicca nella cella d’isolamento. Avrebbe avuto una lite con un agente della Polizia Penitenziaria, e per questo era stato messo «in osservazione».

2014 – carcere di Poggioreale (NA) – A gennaio un ex detenuto sporge la prima denuncia alla Procura di Napoli per i maltrattamenti subiti, segnalando anche la presenza della cosiddetta «cella zero».

2015 – Carcere di Regina Coeli (RM): due suicidi in meno di 24 ore. Il primo, quello di L. C. Il detenuto era in isolamento e doveva essere tenuto sotto stretta sorveglianza fino all’interrogatorio di garanzia che si sarebbe dovuto svolgere la mattina dopo. Il secondo, quello di T., un ragazzo entrato in carcere a 18 anni e un giorno. Anche il giovane si trovava in isolamento, dapprima in isolamento giudiziario, ma mai trasferito in sezione fino al 20 luglio, quando è avvenuta la morte. Il caso è stato archiviato, ma i legali stanno ripresentando nuova denuncia.

2016 – Carcere di Paola (CS): il detenuto M. P. M., in carcere per spaccio di stupefacenti, si suicida nell’aprile scorso nella sua cella, dopo aver trascorso un periodo di isolamento in una cella liscia. Il suo fine pena era imminente. M. sarebbe uscito dal carcere il 30 giugno.

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