«I compagni licenziati in fabbrica con noi». Si gridava quarant’anni fa, alla Fiat. Quando il conflitto era considerato da (quasi) tutti il motore della storia – dell’economia, della democrazia. Il primo punto di qualsiasi accordo sindacale prevedeva il rientro immediato dei licenziati, che varcavano i cancelli circondati dall’affetto e dagli applausi dei compagni di lavoro. Mai, però, si era visto un ufficiale giudiziario alle porte della Fiat per far rispettare una sentenza del giudice che impone il reintegro dei lavoratori espulsi per rappresaglia sindacale. Ieri è capitato, alla Fiat di Melfi che Romiti volle chiamare Sata per non applicare il sistema di regole, garanzie e diritti conquistati negli altri stabilimenti. Ci vollero 21 giorni di conflitto perché venisse eliminato il regime di apartheid.
«I compagni licenziati in fabbrica con noi». Si gridava quarant’anni fa, alla Fiat. Quando il conflitto era considerato da (quasi) tutti il motore della storia – dell’economia, della democrazia. Il primo punto di qualsiasi accordo sindacale prevedeva il rientro immediato dei licenziati, che varcavano i cancelli circondati dall’affetto e dagli applausi dei compagni di lavoro. Mai, però, si era visto un ufficiale giudiziario alle porte della Fiat per far rispettare una sentenza del giudice che impone il reintegro dei lavoratori espulsi per rappresaglia sindacale. Ieri è capitato, alla Fiat di Melfi che Romiti volle chiamare Sata per non applicare il sistema di regole, garanzie e diritti conquistati negli altri stabilimenti. Ci vollero 21 giorni di conflitto perché venisse eliminato il regime di apartheid.
Digos e carabinieri ai cancelli per far rispettare la legge che la Fiat continua a violare, l’ufficiale giudiziario che verbalizza il rifiuto ostinato degli uomini di Marchionne a far riprendere il lavoro ai due delegati Fiom e all’operaio ingiustamente licenziati. Li pago ma non li voglio tra i piedi. Il passo successivo, che ovviamente non ha avuto luogo, sarebbe stata la carica da parte delle forze dell’ordine di dirigenti, capi, capetti avvocati e vigilanti Fiat colpevoli di reato.
Oggi che i giudici del lavoro hanno in testa più la legge che non i rapporti di forza, come invece capitava negli anni Settanta, sono i sindacati “complici” a schierarsi con chi conosce la ragione della forza. Dice il segretario Cisl Bonanni che la Fiat sbaglia a raccogliere le «provocazioni della Fiom». La Fiom che si batte per la difesa dei diritti, dei contratti e della Costituzione è il nemico; Marchionne che ne pretende la cancellazione per imporre in Italia e in Europa un sistema basato su un’unica legge, il dio mercato, è il “compagno che sbaglia”. Negli anni Settanta chi era all’opposizione dei governi democristiani sapeva da che parte schierarsi nei conflitti operai, oggi chi è all’opposizione di Berlusconi è prigioniero del processo di beatificazione dell’amministratore delegato. Persino la pretesa cancellazione del contratto nazionale, sostituito da un inedito contratto dell’auto – cioè della Fiat che ne ha il monopolio – sempre rifiutato dai sindacati e dalla sinistra, ora appare ragionevole al top management del Partito democratico.
Ma cosa ha in testa Marchionne? L’americano, l’uomo che nega il diritto allo sciopero e al conflitto in nome di una competitività realizzata cancellando la dignità di chi lavora, deve aver perso la bussola. L’Italia non è la Serbia, né l’America. Ogni azione dell’ad Fiat, coperto e coccolato da tanta politica e tanto sindacato, invece di eliminare il conflitto lo moltiplica. Forse non ha messo in conto la dignità dei suoi dipendenti e di chi li rappresenta per davvero. A Melfi, a Pomigliano, a Mirafiori. C’è chi pensa che Marchionne in realtà stia solo creando le condizioni per andarsene dall’Italia, per impraticabilità del campo, e trasferire tutto dove le leggi e la miseria trasformano uomini e donne in servi impauriti e obbedienti. Ma può Marchionne abbandonare l’Italia, che compra più del 70% delle auto Fiat vendute in Europa? Forse, più semplicemente, Marchionne si comporta così perché è così. Non riesce a concepire che un operaio, un delegato, un sindacalista, un giudice pretendano legalità e giustizia, se legalità e giustizia frenano i suoi sogni megagalattici. Uno così fa paura, dev’essere fermato.
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