La ribellione di Giulio Seniga, comunista «radioattivo»

Quando gli ideali del comunismo trascinavano in Europa milioni di persone, sono esistite numerose varietà  di comunisti. Ce ne sono stati di marxisti-leninisti, operaisti, terzinternazionalisti, internazionalisti senza numerazioni, cattocomunisti, riformisti, estremisti e via elencare. Benché non sia mai stata classificata come tale, è esistita anche una categoria di comunisti radioattivi.

Quando gli ideali del comunismo trascinavano in Europa milioni di persone, sono esistite numerose varietà  di comunisti. Ce ne sono stati di marxisti-leninisti, operaisti, terzinternazionalisti, internazionalisti senza numerazioni, cattocomunisti, riformisti, estremisti e via elencare. Benché non sia mai stata classificata come tale, è esistita anche una categoria di comunisti radioattivi.

Potrebbe essere definita così quella di alcuni che vennero spinti dalla propria fede a entrare in stanze del Partito tanto chiuse quanto essenziali e ne rimasero intimamente lesionati. Questi militanti ne ricavarono una consapevolezza che costò loro, come se fossero stati investiti da radiazioni, distacco dal gruppo di appartenenza, ostracismo dai compagni di prima e una sofferenza interiore affrontata senza mai rinunciare all’idea che questo mondo, ingiusto, vada cambiato. Uno dei radioattivi può essere stato l’ebreo ungherese Arthur Koestler, autore del romanzo Buio a mezzogiorno sui processi staliniani, il quale scrisse che «nel combattere contro i comunisti si è sempre imbarazzati dai propri alleati» . Un altro meno celebre, che da giovane fu uomo d’azione estraneo alla cerchia degli intellettuali, è stato Giulio Seniga. È in libreria il suo memoriale postumo Credevo nel partito (Bfs edizioni, pagine 235, € 14), curato da Maria Antonietta Serci e dal figlio Martino Seniga. Il titolo denota di per sé l’intreccio tra fede di partenza e delusione. I luoghi preclusi alla base, ai quali ebbero accesso quanti furono, per una parte della vita, comunisti radioattivi, consistevano in sedi, o circostanze, giudicate in origine tappe necessarie sulla via per il radioso Sol dell’avvenir. Chi per aver conosciuto il vero volto dell’Unione Sovietica, chi perché inserito in organismi di ermetica riservatezza, questi militanti entrarono a contatto con gli arcana imperii di una ferrea ragione di partito, scoprendola troppo cinica, e brutale, rispetto agli ideali dai quali erano stati indotti a tanti sacrifici. Dalla vulgata comunista, e purtroppo da certa storiografia, a lungo Seniga è stato considerato un ladro, soltanto il viceresponsabile della commissione di vigilanza fuggito nel 1954 con la cassa del Pci. In realtà, l’ex partigiano morto nel 1999, del quale si era fidato il vicesegretario Pietro Secchia per il lavoro riservato, era un militante, semmai nel 1954 ingenuo, che aveva applicato in modo istintivo un criterio di analisi marxista. Se è la struttura a influenzare la sovrastruttura, a suo avviso era prendendo i soldi del Pci che si sarebbe potuto far leva su Secchia per perseguire la rivoluzione. Esclusa dalle intese di Yalta, il segretario Palmiro Togliatti non la preparava. «Vedevo la direzione e l’apparato centrale come un credente di campagna vede il Vaticano. Vi andai pieno di speranze» , annotò Seniga. «Sin dal 1945 il governo aveva dato alla testa» , fu poi una delle sue sensazioni. Custode di case segrete da utilizzare in caso di golpe, Seniga portò via con sé 421 mila dollari, come ha confidato a Carlo Feltrinelli per Senior Service. Erano fondi dati al Pci da Mosca. Senza riuscire a smuovere Secchia, Seniga finanziò gruppi, riviste e libri. Era uscito dal Pci con un impeto rivoluzionario che Togliatti non aveva (e meno male). Al suo fianco ci fu la moglie Anita Galliussi, autrice de I figli del Partito (Bietti) sull’Urss di Stalin vista da una bambina. Progressivamente, in due sottoposero a critica l’altro lato della freddezza togliattiana che aveva risparmiato una guerra civile: il legame con Mosca. Seniga diventò un socialista libertario. Credevo nel Partito offre squarci su realtà a lungo invisibili ai più. Sfumata la rivoluzione, Secchia fu tentato dal suicidio. In seguito, senza permesso portò in Italia dall’Unione Sovietica «in un indumento personale» il verbale segreto di un rapporto di Vjaceslav Molotov sul Pcus e il dopo-Stalin. Seniga se ne appropriò. «Perché i giovani sappiano e gli anziani ricordino» , premetteva all’inizio dei libri sugli orrori sovietici che stampava. L’esortazione non ha perso di valore.

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