IL VARO DEL BARCÈ

Alla scoperta del Po/8. Due quintali e mezzo da sollevare, poi panche, remi, viveri, bagagli e un motore d’emergenza. Con il gruppo a bordo fa una tonnellata La barca a remi, discendente della piroga, servirà  a raggiungere la confluenza col Ticino: lunga nove metri, piatta, affusolata, è fatta per volare sulle acque

Alla scoperta del Po/8. Due quintali e mezzo da sollevare, poi panche, remi, viveri, bagagli e un motore d’emergenza. Con il gruppo a bordo fa una tonnellata La barca a remi, discendente della piroga, servirà  a raggiungere la confluenza col Ticino: lunga nove metri, piatta, affusolata, è fatta per volare sulle acque

E venne il giorno del barcè, la barca a remi più antica del Po, la principessa dei fiumi e dei laghi, cantata da poeti e viaggiatori, nobilissima discendente della piroga. È con questa che andremo fino alla confluenza col Ticino. Sotto il ponte di Trino Vercellese, dove il gruppo dei canoisti si scioglie dopo 120 chilometri di avventura, Angelo non vede l’ora di farla finita con quei dannati «fuscelli canadesi» che rischiano di «rovesciarsi a ogni starnuto » e mostrarci la barca della sua vita. Con lei ha risalito il fiume da solo, a remi, o aggrappandosi a un bastone ferrato arpionato al fondale.
È il primo addio del viaggio, questo tra le risaie vercellesi e le alture monferrine. Se ne vanno le due migliori canoe, sul tetto di un furgone; se ne va Flavio nostro ammiraglio dal Monviso in giù, e se ne va Pierluigi, ascetico camminatore solitario. Assieme al nostro film-maker, Angelo scende via terra fino a Casale, dove lo aspetta la mitica scialuppa. A Valentina e me tocca andarci via acqua, a bordo della canoa superstite, la malconcia “Pignatta” d’alluminio, lungo un fiume selvaggio, segnato da rapide e isolotti nereggianti di cormorani. Un altro bel pezzo d’avventura.
Ma restare soli in canoa con Valentina può essere un problema. Se c’è un vortice o una convessità burrascosa, puoi star sicuro che lei ci andrà sopra con piacere feroce, trascinandoti alla perdizione. È quello che succede. Il fiume galoppa, spumeggia e dilaga come una mandria di bufali in corsa e la barca finisce sempre lì, nei punti più tempestosi. A un certo punto mi invento un gioco: individuare una rapida più schiumante delle altre, e scommettere che Vale, timonando a poppa, mi ci manderà contro. Finisce che non c’è partita. Vinco sempre. Talmente sempre che finisco per rassegnarmi, e collaborare.
Alto su una scarpata, il campanile di Casale appare dopo un lago di fango e la penultima, brutta diga del Po. È un salto di otto metri che superiamo trascinando la pignatta su un malconcio scivolo in cemento. Poco oltre, accanto al ponte del diavolo — l’unico fra Torino e il Delta mai centrato dalle bombe alleate nel ‘45 — vedo già Angelo in canottiera arancione sbracciarsi per indicare l’attracco. Accanto, la sua creatura pronta al varo. L’ha fatta da sé, da bravo maestro d’ascia, sotto il porticato di una cascina.
«L’ho fatta a occhio — dice — questa è roba che se la disegni al computer non viene bene. Con questa vai dove vuoi, anche con la nebbia che non vedi a dieci metri». È lunga nove metri, piatta, affusolata, fatta per volare sulle acque. Un altro mondo rispetto alla canoa. Non è più lo Yukon o il Mackenzie ma il Niemen, il Volga. Ci vedo a bordo battellieri kazaki e piccoli cambogiani. Il varo è roba da vichinghi: due quintali e mezzo da sollevare, poi panche, remi, viveri, bagagli e un motore d’emergenza che non si sa mai. Con noi quattro a bordo, fa una tonnellata.
C’è un sole nitido, sulle rive i pioppi si gonfiano di vento. Tempo perfetto per il secondo sposalizio col fiume. Ma che fa il barcaiolo? Gira a sorpresa la prua verso monte, e col palo ferrato spinge verso una rapida. Sembra una sfida impossibile per un uomo di 71 anni. È un’immagine dantesca, gli manca solo un satanico tabarro. Stringe i denti, gratta il fondale, esplora ogni convessità con occhi torvi, sembra cedere e invece no, riparte, guadagna metro su metro a piccoli scatti, passa oltre, poi – soddisfatto – fa un giro su se stesso e già vola in discesa sulle raschiere, improvvisamente leggero, in una deliziosa frescura. Rapido, infila gli scalmi (“vugaroli”) sulle fiancate, afferra un remo e inizia a spingere. È felice il nostro Caronte. Giornata da urlo, fresca e serena. Sento il traghettatore che mi dice «prendi». Mi giro e lo vedo porgere l’altro remo. Non ha bisogno di dire «vai». Si impara in fretta, il gesto è di una bellezza greca. Vogata in avanti, in piedi come i gondolieri. Spinta sincronica col respiro e posizione eretta che aiuta a guardare lontano, molto più lontano che sulla canoa. Uno-due, uno-due. Il remo è elastico, si tende come un arco. Vien subito voglia di cantare.
“Brilla il ciel tranquilla è l’onda suona l’ora dell’amor deh la porti all’altra sponda giovanetto remator” A poppa, sopra la linea verde dei salici e degli ontani, oltre le risaie e le morene del Biellese, emerge intanto la Grande Montagna Bianca. Immacolata e rotonda come una granita al limone, la parete est del Rosa esplora l’immenso come un’antenna parabolica. A bordo regna il silenzio. Valentina legge, Alessandro cattura immagini disteso tra le sacche stagne. Ed è la confluenza col Sesia, il fiume dove fu bruciato il ribelle Dolcino dopo inenarrabili torture. Dicono che le sue ceneri, per un gioco di gorghi, non siano mai arrivate al mare e abitino ancora le ghiaie alla confluenza con l’Elvo, dove i papisti eressero l’orrenda pira.
Il fiume sembra più libero che mai; ora scende a Sudest verso Valenza, la città di Angelo. Siamo velocissimi e stupendamente soli sull’acqua azzurro acciaio, in mezzo a spiagge di ghiaia che pare neve. Il sole basso dà volume a ogni ciottolo, ogni ramo, ogni filo d’erba.
“Remator la barca è pronta se lei vuol venir con te remerete all’altra sponda giovanetto remator”.
A prua compare un magnifico ponte in mattoni rossi e pietra bianca. Un ponte venerabile, antico. Quello di Valenza Po. Ventun campate, due binari e una carrozzabile. Gli siamo quasi sotto, in una luce color miele, ed ecco il frastuono del treno, il fischio del macchinista e il fotogramma di un passeggero che si sporge dal finestrino, fa ciao con la mano. È per noi? Sì, è per noi del barcè.
Non ci siamo che noi sul fiume.
(8 – continua)

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