VARSAVIA ANNO ZERO

IN ARMI CONTRO I NAZISTI PER LE STRADE DEL GHETTO. A settant’anni dalla rivolta pubblicati gli appunti dello storico Ringelblum 

IN ARMI CONTRO I NAZISTI PER LE STRADE DEL GHETTO. A settant’anni dalla rivolta pubblicati gli appunti dello storico Ringelblum   
Nel gennaio del 1943 apparvero i primi appassionati manifesti sul muro alto 4 metri che circondava il ghetto di Varsavia: «Svegliati o popolo e lotta! … Che ogni madre diventi una leonessa in difesa dei suoi piccoli! Che nessun padre veda con rassegnazione la morte dei figli! Che il nemico paghi col proprio sangue la vita di ogni ebreo! Che ogni casa diventi una fortezza! Nessun ebreo deve più morire a Treblinka! Preparatevi ad agire! Siate pronti!». E fu davvero così, quasi tutti uniti nell’Organizzazione Ebraica di Combattimento (la Zob, Zydowska Organizacja Bojowa) comandata dal 24enne Mordechai Anielewicz, da agnelli si trasformarono in tigri e volpi. Non si fecero più prendere e uccidere senza resistere, senza colpire il nemico. Prima con l’azione del 18 gennaio, quando una dozzina di uomini armati di pistola si infiltrarono nella colonna di uomini, donne, bambini condotti verso la Umschlagplatz dove i treni per Treblinka aspettavano, e aprirono il fuoco sulle SS liberando tutto il gruppo, mentre un altro nucleo forzava un vagone blindato facendone uscire i deportati. Poi con la grande rivolta del 19 aprile, esattamente 70 anni fa.
La volontà del Terzo Reich di cancellare gli ebrei dall’Europa era ormai chiara. Ogni illusione di rimanere in vita era svanita. In quella prigione a cielo aperto istituita dai nazisti nell’ottobre 1940, 403 ettari in cui erano stati trasferiti e rinchiusi più di 450.000 ebrei (con una densità di 14 persone per stanza e con le 184 calorie al giorno che secondo i tedeschi dovevano bastare ad ogni ebreo – ma a loro stessi ne andavano 2.613, mentre ai polacchi 669) dopo le grandi deportazioni dell’estate 1942 (310.000 gli abitanti portati allo sterminio, circa 6000 al giorno) e le morti per fame e malattia erano rimasti solo 50.000 i residenti nel ghetto. Ora si trattava di morire in piedi.
Quell’imbarbarimento, quell’incubo senza risveglio durato più di due anni e mezzo è stato raccontato fin dall’ottobre 1939, giorno per giorno, da Emanuel Ringelblum, storico sociale, sionista, organizzatore di mense e assistenza, ma soprattutto creatore degli archivi clandestini della “Oneg Shabbat” (Delizia del Sabato, un termine ebraico che faceva riferimento al giorno dedicato alla riunione), una cronaca minuziosa divisa in sezioni economiche, culturali, sociali – e capitoli sulle donne, i bambini, la gioventù, la salute, lo humour, l’educazione, la religione, le attività illegali –, che fu sepolta in 10 bidoni del latte sottoterra quando si comprese che tutto era perso. Materiale ritrovato a guerra finita. Oggi di quell’opus magnum raccolto perché il mondo sapesse, gli appunti scritti di persona da Emmanuel Ringelblum sincopati, veloci, fitti come foglie di quercia, diseguali, a tratti cifrati, quasi sempre espliciti, sono stati finalmente pubblicati in italiano con il titolo Sepolti a Varsavia ( Castelvecchi, a cura di Jacob Sloan, pagg. 284, euro 22). Parlano di tutto, dalle norme che via via stringono e oscurano gli spazi vitali, alle battute (moltissime), le voci che circolano, l’odiosa polizia ebraica, gli judenrat, gli sbarramenti costruiti in quella o quell’altra strada, le punizioni inflitte a chi non si toglie il cappello, e poi rastrellamenti, rastrellamenti, rastrellamenti, piccoli rimasti soli, fame, morti, morti, morti, gesti pusillanimi, tradimenti, coraggio, lavoro, teatri, musicisti e vecchi e donne costretti a ballare per strada, contrabbandieri, quasi “eroi” a cui Emmanuel vorrebbe erigere in monumento. Una cronaca della catastrofe completa, difficile e senza fiato.
Torniamo alla Rivolta, a cui per altro partecipò anche Ringelblum naturalmente, anche se negli ultimi giorni, visto il suo ruolo, accettò l’invito a scappare, per poi essere ricatturato, internato, e infine rifuggire, venire scoperto e ucciso il 7 marzo 1944 insieme alla moglie, il figlio Uri e i compagni che erano nascosti con lui nella città cristiana. Dunque gli ebrei di Varsavia erano pronti all’ultima battaglia (perché non l’avevano fatto prima? Per fede a volte, ma soprattutto perché all’inizio non si poteva capire che si stava svolgendo uno sterminio su scala industriale e si era cercato di sopravvivere sperando di arrivare alla fine della guerra, in attesa dei russi, degli americani…): adesso, i combattenti della Zob, ragazzi e ragazze, erano circa 500 (ma ce n’erano altri 250 della Zzw – i sionisti revisionisti, di destra) e si erano faticosamente procurati, con scarsissimi aiuti da parte della resistenza polacca, un centinaio di fucili, tre mitragliatrici leggere, un migliaio di bombe a mano, alcune mine a pressione, cariche esplosive e bottiglie molotov. Un ben piccolo tesoro in confronto a quello dei 2500 uomini armati fino ai denti del comandante delle SS Jurgen Stroop, con i loro obici, cannoncini, lanciafiamme, carri armati, autoblindo. Però i combattenti avevano costruito centinaia di bunker e nascondigli anche a 5 metri di profondità, un reticolo nascosto e ben conosciuto.
Il 19 aprile i tedeschi circondano il ghetto per distruggerlo, l’ordine è di Himmler. I piccoli gruppi di resistenti li colpiscono con le bombe. Vedono finalmente il sangue dei nazisti, a cui prendono le armi. Stroop cambia tattica. È guerriglia, le SS avanzano con stivali di gomma per non farsi sentire, gli ebrei fasciano le scarpe con gli stracci e passano da un bunker all’altro dove di giorno si nascondono sdraiati e vicini, corrono tra le soffitte, le fogne, poi emergono di notte e colpiscono. Le ragazze catturate sfilano le pistole dalla biancheria e esplodono i proiettili contro i soldati. Ora se prendono i partigiani ebrei, i nazisti li fanno spogliare nudi. E danno fuoco alle case, ai sotterranei, al mondo intero. Tutto scotta. Gli ebrei agli ultimi piani, si buttano di sotto per non essere fatti prigionieri, molti altri vengono rastrellati. Quelli nei bunker soffocano dal caldo, ma appena saltano fuori sparano, e di fronte all’ipotesi della resa, spesso preferiscono tornare dentro e morire tra le fiamme.
Resistettero ventisette giorni, fino al 16 maggio. Anielewicz mentre difende le ultime posizioni scrive all’amico Cukermann che compra armi nella parte ariana «Ti saluto mio caro. Chissà se ci incontreremo ancora. Il sogno della mia vita, la resistenza armata degli ebrei, è ormai realizzato».

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