Priebke, cronaca involontaria delle ultime ore da uomo libero

1996, assedio al tribunale/ REPORTER SCAMBIATO PER AGENTE IN BORGHESE
Il giudice militare Quistelli aveva già alzato lo sbarramento: ad ascoltare la sentenza erano ammessi solo i giornalisti, i pochi che si erano rifiutati di farsi sgombrare. Niente figli, vedove, familiari, niente scampati all’eccidio, niente ebrei nell’aula della caserma di Via delle Milizie. Un cordone di carabinieri e di transenne sbarravano l’accesso.

1996, assedio al tribunale/ REPORTER SCAMBIATO PER AGENTE IN BORGHESE
Il giudice militare Quistelli aveva già alzato lo sbarramento: ad ascoltare la sentenza erano ammessi solo i giornalisti, i pochi che si erano rifiutati di farsi sgombrare. Niente figli, vedove, familiari, niente scampati all’eccidio, niente ebrei nell’aula della caserma di Via delle Milizie. Un cordone di carabinieri e di transenne sbarravano l’accesso.

E fu peggio. Dopo la parola “prescrizione”, il ruggito che uscì da centinaia di gole mise paura a tutti. A Erich Priebke, che sorriderà una volta sola accasciandosi sulla sedia, mentre fuori dall’aula cominciavano le urla di rabbia – e poi saranno solo smorfie, gesticolare, incredulità. Al suo avvocato, Velio Di Rezze. Al giudice Quistelli, che da quell’aula doveva pur uscire. In quell’istante, alle 18.00 del 1 agosto 1996, Erich Priebke era libero, prescritto e non punibile. Fosse uscito da quella caserma umbertina nel centro di Roma, fosse salito su quell’aereo già pronto per l’Argentina, sarebbe stato libero per sempre. Non ci riuscì. Un cordone di romani infuriati fu la sua condanna.
L’ufficiale che comandava gli agenti ordinò “fuori tutti”, e con le buone o le cattive decine di persone vennero sbattute fuori dal tribunale, ammassate in un androne all’uscita, le scale bloccate. Chi scrive fuggì in un bagno, aprì la finestra sperando in un balcone ma niente, sotto c’erano centinaia di persone inferocite. Nel preciso istante in cui un carabiniere entrava e decideva che ero un poliziotto in borghese: «collega qui controlli tu».
Per sei ore Erich Priebke cercò inutilmente di uscire dal tribunale. E per sei ore uno sbirro che non era uno sbirro, solo tra militari avvocati giudici e spaventati pezzi di governo, osservò lo stato italiano che non riusciva a disfarsi dell’anziano assassino. Le ultime ore di libertà del boia nazista Erich Priebke.
La lega ebraica fu efficientissima. Sulla strada decine di ragazzi con la kippah in testa o i capelli rasati, alcuni col codino, piccole stelle di Davide appese alla catenine, inquadrati in modo militare, alcuni facevano spuntare dalla camicia il calcio della pistola. Nella caserma, paura e rabbia. L’allora leader dei giovani ebrei, Riccardo Pacifici, parlamentava con le autorità: un alto grado dei carabinieri, poliziotti, poi via via pezzi del governo italiano: deputati, un sottosegretario, il sindaco Rutelli, a notte fonda il ministro della giustizia Flick.
Pacifici non chiedeva, ordinava. Non trattava, rifiutava e negava. Ci guadagnò una denuncia per sequestro di persona, mossa (e persa) da Priebke che da allora querelò a man bassa – una fonte di reddito. L’avvocato Di Rezze partì furioso, pretendeva quella libertà sancita dalla corte. Mentre scendeva l’oscurità e saliva la rabbia, sarebbe diventato molto meno insistente. Non se ne parla, dicevano furenti gli uomini in divisa, Priebke deve uscire, faccia stare indietro i suoi ragazzi, e Pacifici protestava mentre i “suoi ragazzi” marcavano il vecchio nazista. Appena i carabinieri cercavano una sortita, da qualcuno partiva un ordine secco – «resciut», via – e a centinaia, fuori dall’edificio, si spostavano con precisione verso l’uscita prescelta. Una volta, due, tre, con il vecchio boia sempre più teso, costretto a brevi convulse corse da un corridoio all’altro verso una via di scampo sempre sbarrata. Mentre la gente al piano terra cercava di salire, i carabinieri di opporsi. Volarono le botte: brevi, violente, incattivite. Quattro carabinieri si faranno medicare, i “ragazzi” si cureranno i lividi da soli.
Arrivò una telefonata al pm militare Intelisano, da Via Arenula chiesero della situazione: pessima. Il pm era arrabbiato di suo (non era il solo: il terzo giudice militare, il capitano De Marcis, aveva già mandato al diavolo gli altri due), ma ora il problema era di far uscire Priebke tutto intero. Si sentì parlare di un’ambulanza: nemmeno riuscì a entrare nel cortile della caserma. Provarono dall’uscita su Via Damiata: il tempo di infilare l’ex Ss in una camionetta e socchiudere il cancello che un centinaio di persone si precipitarono a sbarrarlo. I vigili del fuoco tentarono da una finestra al secondo piano: circondata. L’elicottero? Impossibile anche volar via: troppi tetti, troppo accessibili.
Il sottosegretario alla difesa Massimo Brutti passeggiava nervoso per il corridoio con il pm Intelisano, si chiusero in una stanza con qualcuno della comunità ebraica, il procuratore generale militare Scandurra, il procuratore Ormanni. Serviva una trovata, o sarebbe finita male.
Dalla strada chiesero di Prodi, di Veltroni, ma premier e vicepremier erano alle Fosse Ardeatine. Verso mezzanotte arrivò Flick, con la soluzione: arrestarlo di nuovo, per quella vecchia richiesta di estradizione dalla Germania. Un gioco di prestigio, giuridicamente una porcata, eppure. L’avvocato furibondo, Priebke sconcertato, un ultimo controllo prima di farlo uscire… e un giovanissimo carabiniere entrò nel bagno e chiese documenti, il suo superiore lo cazziò ma lui testardo, documenti. Chi scrive mostrò la tessera da giornalista. Venne “accompagnato” all’uscita, due piani sotto, praticamente senza toccare il pavimento. Ma era finita, Erich Priebke non era più libero. E non lo sarebbe stato mai più.

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