Roma, 60 occupazioni di donne e uomini liberi

Il diritto all’abitare e al reddito, protagonista della battaglia contro l’austerità. Viaggio tra ex fabbriche e residence occupati sulla Prenestina e la Tiburtina, nella città della speculazione con 140 mila appartamenti sfitti
Il diritto all’abitare e al reddito, protagonista della battaglia contro l’austerità. Viaggio tra ex fabbriche e residence occupati sulla Prenestina e la Tiburtina, nella città della speculazione con 140 mila appartamenti sfitti

Sebastiano passeggia in piazza Mario Vaccarella, primo cittadino di Metropoliz, un’ex fabbrica di salami Fiorucci di 15 mila metri quadri, abbandonata nel 1978, sede negli anni Novanta di memorabili rave, occupata dal 2009 dai Blocchi precari metropolitani (Bpm) di Roma. Nel 1974 già lavorava in un’officina e ricorda un suono della sirena di fine turno che, a tratti, gli sembra di ascoltare ancora sulle strade di Tor Sapienza, conurbazione a est della Capitale, oltre via Palmiro Togliatti. Era il segnale che liberava un fiume di duemila operai. Le porte delle officine meccaniche, della vetreria Iberia o della fabbrica di televisori Voxson si aprivano e richiudevano, ordinatamente. All’alba, oggi, questo manto d’asfalto sembra Pechino.
Che piova, o ci sia il sole, in fondo alla via Prenestina, dov’è stato rinvenuto un antico bassorilievo romano con tre teste, operai cinesi cinquantenni sfrecciano in bicicletta verso un grande centro di stoccaggio per abbigliamento e calzature in via dell’Omo. Usano la bicicletta per non essere sorpresi senza documenti sugli autobus. Arrivano da Piazza Vittorio e lavorano nel capannone dove i Tir scaricano le merci provenienti dal porto di Gioia Tauro.
Poco distante dalla caserma Tor Sapienza, 300 mila metri quadri in dismissione, c’era la Belladonna, una fabbrica di motori per l’aviazione occupata da una ventina di famiglie rom che oggi vivono a Metropoliz. Il padrone pagava bene gli operai. A Natale usciva dall’appartamento arredato fastosamente, si metteva davanti ai cancelli, faceva regali ai dipendenti. Impazzì dopo la morte del figlio e gli affari andarono a rotoli. Le ruspe hanno spianato tutto, anche il grande roseto coltivato con amore in ricordo di chi non c’è più.
Salgari a Tor Tre Teste
La sfida dell’occupazione delle case è non cedere alla logica del ghetto, separato dal centro storico o residenziale. Per Attilio, architetto trentunenne, questa è un’esigenza essenziale per chi fa architettura a partire dal riuso delle strutture. «Il professionista – afferma – sta chiuso in uno studio dove pensa allo spazio da dare alla vita delle persone. Per me è la vita a darti indicazioni su come far vivere le persone».
Attilio ha fatto una scelta radicale. Vive in occupazione, rifiuta il ricatto degli affitti stratosferici, esercita il proprio mestiere a contatto con la vita. Partecipa ai processi decisionali delle comunità degli occupanti, ascolta e poi ricostruisce. Così è accaduto per gli appartamenti in autocostruzione sui tre piani di Metropoliz. I nuclei familiari si dividono lo spazio attorno alle finestre e alzano muri a secco. Le case sono generalmente di tre vani, distribuite in base alla numerosità dei nuclei.
Tra le aspirazioni dell’architetto, e non solo, c’è l’esigenza di creare una mito-poietica dell’occupazione. Metropoliz è una città-isola cresciuta come un villaggio medioevale. Ripensa questi spazi sin dalla sua tesi di laurea sulla base della vita di una comunità di 150 rom rumeni, peruviani, eritrei, sudanesi, ucraini e italiani, un miracolo di convivenza che si autogestisce come un assemblea di condominio. «Vorremmo ricostruire l’idea di Mompracem – afferma Attilio – Questa è un’isola di uomini liberi in un mare di schiavi». La scrofaia da dove un tempo usciva una melma maleodorante è stata trasformata in una toponomastica che richiama le nazionalità degli occupanti. C’è piazza Perù. In Piazza Kasbah dove un tempo c’erano gli spogliatoi oggi vivono sei famiglie marocchine. Li dove si affollavano grappoli di teste scuoiate, oggi c’è una piazza che ricorda quella del Bramante. Incastrata nelle travi a vista c’è la luna, risultato di un’ingegnosa installazione. Lì dove si ammazzavano maiali con un colpo di pistola, oggi sorge il museo dell’Altro e dell’Altrove, il Maam, primo spazio espositivo e di residenza per artisti aperto in periferia. C’è una ludoteca per i bambini. Ora hanno un tetto e vanno a scuola. Associazioni di volontari e attivisti li seguono nel doposcuola.
«Voglio l’indipendenza»
Le occupazioni sono navigli-corsari dove i figli vivono lo stesso destino dei padri. È la storia di Paolo, diplomato ragioniere, aspirante cuoco che lavora al servizio Caf dell’Asia, che ha vissuto con i suoi genitori a San Basilio, quartiere nato dalle occupazioni degli anni Settanta e Ottanta. Da cinque mesi occupa un residence, insieme a 160 persone, di fronte al vecchio quartiere, occupato al 90%, la cui situazione è stata quasi del tutto regolarizzata dopo quattro sanatorie (1986, 1993, 2000 e 2007).
L’albergo a cinque stelle è stato terminato due anni fa e mai inaugurato. Sorge accanto alla carcassa di una fabbrica che produceva pennicillina e si affaccia su una strada popolata da ragazze rumene che si prostituiscono e casinò cresciuti come funghi sulla Tiburtina, vicino al carcere di Rebibbia. Qui Laura partorirà il suo terzo figlio. Faceva la commessa, suo marito l’operaio. Entrambi hanno perso il lavoro. Le banche hanno messo all’asta il loro appartamento perché non poteva pagare il mutuo. «Abbiamo il terrore di uno sgombero – afferma – perché dovremmo tornare indietro e rinunciare all’indipendenza». Questo discorso sull’indipendenza è una costante tra le giovani coppie. Per loro l’occupazione è l’unico modo per convivere, oggi. Perché nessuno potrà fare un mutuo e acquistare uno dei 140 mila appartamenti lasciati sfitti dai grandi proprietari (costruttori e istituti finanziari), o aspirare ad una stanza in una delle 51 mila case invendute. È una situazione esplosiva, generata dal crollo del «modello Roma» creato dal centro-sinistra di Walter Veltroni, alla quale la nuova generazione dei movimenti per la casa (i Bpm, Action, il Coordinamento di lotta per la casa, la Resistenza abitativa metropolitana-Ram) cercano di mettere un argine con gli sportelli e i picchetti anti-sfratto. Solo nell’ultimo anno e mezzo, ci sono state 60 occupazioni : residence, alberghi, palazzi pubblici. Più di diecimila persone, migranti e rifugiati e altrettanti italiani impoveriti, hanno strappato un tetto alla speculazione immobiliare. Oggi, e domani al corteo anti-austerità a Roma, saranno in piazza soprattutto loro.

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