La battaglia di David per i galeotti cinesi

Pechino è accusata di espiantare organi dai condannati in carcere. Da sette anni un avvocato canadese chiede al mondo di intervenire
Pechino è accusata di espiantare organi dai condannati in carcere. Da sette anni un avvocato canadese chiede al mondo di intervenire

Lo sapete perché la Cina, pur non avendo che una manciata di donatori volontari, è diventata in pochi anni il secondo Paese al mondo per numero di trapianti? Tenetevi forte, perché certe mostruosità fanno male anche solo a pensarle: «Uccidono un giovane detenuto compatibile, prelevano gli organi e li vendono a peso d’oro ai pazienti. Prove? Tutte quelle che volete, tutte quelle che servono ». Sono sette anni e mezzo che David Matas, 70enne canadese, avvocato, libero combattente per i diritti dell’uomo, si è trasformato nel più formidabile cacciatore di trafficanti d’organo del mondo.
Nel 2010 lo hanno candidato al Nobel per la Pace, per quella battaglia che somiglia a un film horror: in un rapporto firmato nel 2006 insieme all’ex segretario di Stato canadese David Kilgour ha accusato il governo cinese di avere ucciso sistematicamente migliaia di prigionieri di coscienza del Falun Gong — un movimento spirituale fondato in Cina nel 1992 e messo al bando dal 1999 — per prelevare i loro organi. David contro Golia: «Le
uccisioni e i prelievi, 41.500 tra il 2000 e il 2005, dopo il nostro rapporto sono addirittura aumentate », dice. «Semplicemente, hanno alzato il livello di segretezza».
Il 12 dicembre il Parlamento europeo ha approvato una proposta di risoluzione comune chiedendo la fine immediata di questa pratica disumana di «espianto coatto di organi da prigionieri di coscienza non consenzienti in Cina, in particolare da un gran numero di seguaci del movimento Falun Gong». In un’audizione alla Commissione per i diritti umani del Senato, giovedì scorso Matas ha fatto un appello perché l’Italia non si renda complice di questo crimine: occorre «cambiare la legge per punire non solo gli intermediari del traffico d’organi, come avviene oggi, ma anche i pazienti e i medici ».
«A maggio — spiega — anche il Comitato di bioetica italiano ha segnalato la lacuna legislativa. Per il sistema carcerario cinese questo è un business colossale: abbiamo stimato che valga un miliardo di dollari l’anno, soldi che vengono divisi tra i centri ufficiali
di trapianto, in cui avvengono le operazioni chirurgiche, e le carceri che selezionano e forniscono i detenuti». Per un rene, il centro trapianti Omar Healthcare Service di Tianjin, in Cina, chiede 350mila dollari, ha scoperto un mese fa il settimanale tedesco Der Spiegel.
Il fatto è che uno i trafficanti di organi se li immagina brutti e cattivi, criminali incalliti nascosti nei bassifondi di metropoli del terzo mondo, e invece sono persone che operano in cliniche regolari in cui non si commette alcun reato, a comprare un organo facendo uccidere un uomo incarcerato per il suo credo. «In Cina è tutto legale, e purtroppo pochi Paesi hanno varato leggi che sanzionino penalmente il turismo dei trapianti».
La terribile “catena di smontaggio” è iniziata nel 1999, quando il governo ha messo al bando il movimento spirituale del Falun Gong. Gente pacifica che crede in tre principi fondamentali — la verità, la compassione e la tolleranza — esercitandole con quattro esercizi fisici, più uno di meditazione da eseguire nella posizione del loto. Per questo i militanti sono quasi sempre in ottima salute: seguono regole di vita sobrie e sane, etiche e fisiche. Ma la persecuzione è feroce. Quando vengono arrestati, la condanna teorica è a pochi mesi di detenzione nei “Centri per la rieducazione attraverso il lavoro”. «Ed è qui che spariscono. Non solo sono luoghi di prigionia arbitraria — dice Matas — ma vere e proprie banche di organi da donatori vivi. Il governo cinese afferma che il 90 per cento degli organi proviene dai condannati a morte giustiziati: se fosse vero, se non si trattasse di uccisioni mirate, i tempi di attesa per un donatore compatibile non potrebbero essere così brevi».
Le segnalazioni, i corpi restituiti con segni di “autopsie” che non avevano ragion d’essere, le denunce dei parenti e dei militanti si sono depositate sulla scrivania di Matas fino a seppellirla. E gli indizi sono lentamente diventati prove. «Alcuni investigatori hanno telefonato agli ospedali di tutta la Cina — racconta — fingendosi pazienti in cerca di trapianto e chiedendo se avessero da vendere organi di membri del Falun Gong, visto che grazie agli esercizi i praticanti sono sani: abbiamo ottenuto risposte affermative e confessioni da tutta la Cina».
I militanti rilasciati raccontano che in carcere, insieme a pestaggi e torture, i praticanti del Falun Gong — solo loro — subiscono continuamente esami del sangue e controlli medici. Ma non è uno scrupolo dei carcerieri per la salute dei detenuti. «È una selezione della “merce” che si tengono pronti a prelevare. Prima della messa al bando e della violenta persecuzione del movimento e dei suoi adepti, in Cina si calcolavano cento milioni di militanti. Sono diventati un immenso giacimento vivente di organi da estirpare».

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