Quando i poveri ci disturbano

(la Repubblica, GIOVEDÌ, 21 GIUGNO 2007, Pagina I – Milano)

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 Come spesso accade, il passato ha molte cose da insegnare al presente, ma tendiamo a rimuoverlo, presi come siamo nel vortice della vita, del lavoro, delle incombenze quotidiane. Così accade che molte cose ritornino, senza che si sia capaci di riconoscerle, o che ciclicamente si discuta attorno agli stessi problemi, dimentichi delle puntate precedenti. 

Tra questi problemi sicuramente vi è quello dell´immigrazione e della sicurezza, questioni diverse ma frequentemente sovrapposte. L´illegalità, certo. Per superare le proprie annose difficoltà Milano avrebbe bisogno di un miracolo. Proprio come il titolo del film di Vittorio De Sica, il capolavoro del neorealismo tratto da un testo di Cesare Zavattini. Il quale avrebbe voluto che il film si chiamasse invece I poveri disturbano. E forse è questa la cornice sottesa ai tanti conflitti che dividono (ma neanche poi tanto) le forze politiche e preoccupano i cittadini. Questo è il non detto: i poveri danno fastidio. È vero: sono brutti e sporchi, qualche volta rubano. Ma soprattutto sono uno specchio del possibile che non vogliamo vedere, che rifiutiamo a priori. La paura diventa così la tonalità emotiva che accompagna le nostre giornate. Tempo fa in una città del Nord venne somministrato un questionario ai cittadini di un quartiere a forte presenza extracomunitaria, considerato a rischio criminalità, e oggetto di una insistente campagna mediatica: alla domanda se considerasse pericoloso il territorio in cui viveva la maggioranza dei residenti rispose affermativamente; ma quasi nessuno seppe indicare episodi di criminalità patiti direttamente o che avessero colpito conoscenti. La questione dei rom a Milano ha caratteristiche simili. Danno fastidio non tanto perché siano effettivamente e riscontratamente dei criminali quanto perché richiamano una intollerabile diversità e anche la miseria. E perché sono da tempo – da sempre – al centro di una campagna politica aggressiva e intollerante.

Milano “col cuore in mano” è diventata una città insensibile e incattivita? Si facesse un sondaggio, la maggior parte risponderebbe no. Del resto, non siamo noi a essere razzisti; sono loro a essere rom (o africani, o ebrei, o…). Lo pensava di sé anche la civile Svizzera, che praticò – sino ancora agli inizi degli anni Settanta – una forma scientifica di annullamento della popolazione zingara, giudicata una piaga sociale da estirpare. Alle nomadi venivano sottratti i bambini, cui veniva cambiato il nome e che venivano rinchiusi in istituti in modo che perdessero ogni contatto con la propria famiglia. Queste politiche erano gestite da un´organizzazione che si chiamava Pro Juventute – Opera di soccorso per i figli della strada. Insomma: il genocidio culturale veniva operato a fin di bene. Negli stessi periodi, altri Paesi europei hanno invece imposto pratiche di sterilizzazione forzata. In fondo, si trattava nient´altro che di forme estreme di “numero chiuso”.

SERGIO SEGIO

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