30 anni fa. La più vasta operazione di pulizia etnica, a danno dei serbi, in ex Jugoslavia: l’operazione Tempesta, nella Krajina, dove i serbi potevano essere sgozzati, dati in pasto ai cani o lasciati senza cibo, stuprati, fatti a pezzi o mostrati al ludibrio di comitive di gitanti zagabresi, (e tedeschi), in visita nei territori riconquistati «alla patria croata»
30 anni fa. La più vasta operazione di pulizia etnica, a danno dei serbi, in ex Jugoslavia: l’operazione Tempesta, nella Krajina, dove i serbi potevano essere sgozzati, dati in pasto ai cani o lasciati senza cibo, stuprati, fatti a pezzi o mostrati al ludibrio di comitive di gitanti zagabresi, (e tedeschi), in visita nei territori riconquistati «alla patria croata»
Trenta anni fa, dal 4 al 7 agosto del 1995 l’esercito croato con l’Operazione Oluja (Tempesta) dilagò in tutta la Krajina (krajina, zona di frontiera, stessa radice di Ucraina), la regione croata incastrata tra la costa dalmata a ovest e la Bosnia nordoccidentale a sud, abitata da più di 300.000 serbi da almeno quattro secoli che, al momento dell’auto-proclamazione dell’indipendenza croata su base etnica nel 1991-92 («la Croazia è la patria dei croati», recitava il primo articolo della nuova Costituzione, e nonostante questo subito riconosciuta, con quella slovena, in primis da Germania e Vaticano), hanno deciso di fare secessione costituendo un loro «stato», pronti a combattere per non diventare minoranza nelle terre in cui vivono da sempre o peggio essere uccisi o cacciati.
E quella delle truppe di Zagabria un’avanzata inarrestabile. Sono più di 150.000 i soldati impegnati nell’offensiva che è stata preparata a tavolino da tempo, grazie anche all’aiuto in armi, logistico e con molti consiglieri militari americani, degli Stati Uniti e dell’Europa. All’attacco croato partecipano anche aerei della Nato che bombarderanno i radar di Knin, capitale della Krajina, per evitare una risposta missilistica come era successo durante la conquista croata della Slavonia occidentale a maggio, solo due mesi e mezzo prima. Un bombardamento, quello della Nato, decisivo per la vittoria croata e rimasto sapientemente in ombra. Secondo il comunicato del comando Nato di Napoli, alle ore 19 del 4 agosto 1995 due aerei americani EA6B della Us Navy, decollati dalla portaerei Roosevelt che naviga in Adriatico, erano di pattuglia su richiesta dell’Onu «per la protezione dei Caschi Blu» e «dopo essere stati puntati dai radar di una postazione di missili terra-aria dei serbo-croati gli aerei hanno lanciato i loro missili in un’azione di autodifesa». Che fosse necessaria la protezione dei Caschi Blu è fuori discussione; più di 100 militari dell’Onu, kenyoti, canadesi, polacchi e cechi, vennero infatti catturati sulla linea di interposizione dalle truppe di Zagabria e trasferiti a forza in territorio croato per avere mano libera e nessun testimone, molti Caschi Blu vennero feriti, gli uomini del contingente canadese dell’Onu furono tenuti prigionieri per molti giorni. Ci si sarebbe dunque dovuto aspettare un attacco della Nato contro le truppe croate all’offensiva, a reale protezione del contingente Onu in quel preciso momento sotto il fuoco dell’esercito di Zagabria. Invece i bombardieri americani della Nato centrarono, distruggendoli, i radar di Knin, cioè degli attaccati e assediati, in un’azione di «logistica» come più tardi il Pentagono definì ufficiosamente il bombardamento, che ebbe così anche il «merito» militare di mettere definitivamente in fuga dall’area l’interposizione delle Nazioni Unite. Un bombardamento che farà scuola nei Balcani.
Washington a partire dal gennaio-febbraio 1994 – nonostante qualche timido tentativo di iniziativa di pace reale tra le parti in guerra nei Balcani sulle spoglie di quella che fu la Federazione Jugoslava, rappresentato dalla mediazione dell’ex presidente Jimmy Carter – aveva optato ormai per una scelta armata di parte e nel marzo del 1994 inventerà di sana pianta la cosiddetta Federazione croato-musulmana, privilegiando soprattutto come interlocutore militare il presidente croato Franjo Tudjman. Sulle ceneri dei massacri perpetrati dai croati contro i musulmani in Erzegovina e in Bosnia centrale sin dall’autunno 1992 fino alla fine del 1993. Massacri che sono stati ignorati finché non si è scoperto che la guerra tra croati e musulmani a Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, aveva creato maggiori distruzioni che nella stessa Sarajevo. Così fin dall’inizio del 1994 arrivano a Zagabria ingenti forniture di armi (vale la pena ricordare che siamo in pieno periodo d’embargo Onu sulle armi a tutta l’ex Jugoslavia e che per questo c’è una flotta con più di 50 navi in Adriatico) e giungono in Croazia decine di consiglieri militari americani. Si avvia così quella messa all’indice dell’Onu sotto la pressione di Franjo Tudjman, che chiede espressamente a Bill Clinton e al vicepresidente americano Al Gore di non rinnovare ai Caschi Blu il mandato di forza di interposizione di pace in Krajina, Slavonia occidentale e Slavonia orientale, le tre regioni (krajine) abitate in maggioranza dai serbi, mandato che le Nazioni Unite gestiscono invece fino a quel momento con successo da tre anni, dopo la ferocia della guerra serbo-croata che ha visto il suo apice di sangue sulle rive del Danubio nella battaglia di Vukovar del novembre 1991. L’operazione è coordinata dall’ambasciatore statunitense in Croazia, Peter Galbraith, e diretto da Washington (dopo le rivelazioni e ammissioni avvenute durante le audizioni al Senato americano dei primi mesi del 1996 sul «Bosniagate», lo scandalo sulle triangolazioni di armi per i musulmani di Bosnia tra Stati Uniti, Turchia e Iran, sì, proprio il «terrorista» Iran) dallo stesso uomo che poi diventerà l’«artefice» degli accordi di Dayton: Richard Holbrooke.
Quella della prima settimana dell’agosto 1995 è un’avanzata disastrosa per il piccolo esercito dei serbi di Krajina, composto per gran parte di civili in armi, con effetti devastanti: si contano decine di massacri contro la popolazione civile e altrettante fosse comuni. Se Srebrenica è il massacro più grande e per mani delle milizie serbo-bosniache, la «Tempesta» sarà la più grande operazione di pulizia etnica di tutta la guerra nell’ex Jugoslavia, se si pensa che solo nel giro di dieci giorni saranno espulsi quasi in 300.000 – i due milioni di profughi in Bosnia Erzegovina sono stati il «prodotto» di quattro anni di guerra. Gli occhi delle telecamere hanno mostrato migliaia di contadini serbi in fuga sui loro trattori, ma i rari servizi giornalistici li hanno fatti apparire senza nome se non addirittura colpevoli. Non esistevano prima, come potevano essere nominati adesso? Lo stesso ragionamento sarebbe valso più tardi, nel marzo del 1996, per i più di 80.000 serbi terrorizzati in fuga dai quartieri di Sarajevo, consegnata dagli accordi di Dayton alla leadership musulmana: non esistevano, nessuno aveva mai parlato di loro, Sarajevo «multi-etnica» era assediata dalle milizie serbe e basta, perché raccontarli ora? Eppure bastava riconoscere la diversità di un «assedio» che vedeva più di un terzo degli abitanti della città partecipare all’assedio degli altri due terzi. Raccontando magari la scarsa vocazione alla multi-etnicità dei serbi, dei croati ma anche della leadership musulmana al potere a Sarajevo che fin dal febbraio-marzo 1992 aveva voluto a tutti i costi un referendum sull’indipendenza della Bosnia Erzegovina contro il parere della «minoranza serba» (il 36% della popolazione) che poi non partecipò al voto e fece il suo di referendum e la sua secessione. L’assedio di Sarajevo, dei cecchini e dell’odio, come l’assedio dei cinque anni di guerra in tutta l’ex Jugoslavia, è stato quello nascosto e subìto da tutte le coscienze multi-etniche che ancora si consideravano, nonostante tutto, jugoslave e bosniache unitarie, tenute in ostaggio da tutti i signori della guerra, da tutte le oligarchie nazionaliste armate, serbe, croate e musulmane. Di questo «assedio» quasi nessuno ha parlato.
Così, nei confronti dei profughi in fuga dalla Krajina molti hanno pensato soltanto «Ben gli sta!». Ha scritto Alexander Cockburn su The Nation nell’ottobre 1995: «Quando i musulmani di Bosnia vengono bombardati, strappati dalle loro case o assassinati, il mondo giustamente piange. Quando sono i serbi ad essere cacciati dalle loro case o trovati con la gola tagliata, gli occhi restano asciutti. Quando i serbi fanno pulizia etnica è genocidio. Quando sono i serbi a esser ripuliti è silenzio – o il grido di giubilo che finalmente è toccato a loro. I bombardamenti della Nato hanno dato a William Pfaff, che scrive sul Los Angeles Times, un «giustificato sollievo e perfino un vendicativo piacere».
Ma quei contadini serbi in fuga dalla Krajina sono solo colpevoli di aver tentato di non finire come i serbi di Zagabria e di Zara, cacciati, picchiati, vessati in ogni modo. E vero, anche loro hanno espulso la loro minoranza, quella croata. Ma non portano responsabilità dirette per quello che succede in Bosnia dove, a Sarajevo, le milizie dei cetnik che assediano la città sventolano le bandiere di Draza Mihailovic, il collaborazionista dei nazisti e degli occupanti – sarà condannato a morte nel 1946 ma vergognosamente riabilitato a Belgrado nel 2015 – che fu nemico giurato dei partigiani comunisti di Tito; fanno parte della più numerosa entità, la diaspora serba, ora sedimento del nazionalismo estremo e rivendicativo, ma prima costitutiva della Jugoslavia multietnica e di quella bandiera che verrà ammainata, strappata e dimenticata. I riconoscimenti delle indipendenze su base etnica voluti dall’Europa e dagli Stati Uniti che hanno trasformato i confini interni amministrativi della Federazione Jugoslava in altrettante frontiere tra stati, e la nascita di stati su base etnica (Slovenia, Croazia) che negano i diritti delle minoranze, sono stati gettati nelle braccia del pernicioso e strumentale nazionalismo egemonico serbo del leader politico Slobodan Milosevic – pronto a usarli, se necessario, come merce di scambio spartitorio con il suo omologo Tudjman – e dei più accesi oltranzisti. Eppure l’Occidente gioisce della loro disperazione: da questa prima sconfitta serba si avvia, dicono, la svolta in Bosnia. Da questa tragedia di guerra fiorirà una fragile «pace» di carta; i profughi entrando in Bosnia in fuga verranno infatti inseguiti dalle truppe croate che lì si ricongiungeranno al 5° corpo del generale musulmano Dudakovic responsabile di «strategiche» cannonate sulle colonne dei profughi serbi di Krajina e Bosnia.
L’elenco delle atrocità dell’Operazione Tempesta sarà confermato all’inizio di agosto 1996 da Elizabeth Rehn, la responsabile dell’Onu per i Diritti umani, organismo del quale fino alla strage dei musulmani di Srbrenica ad opera dei serbi era a capo Tadeuz Mazowiotcki. Elisabeth Rehn che è tornata a verificare la situazione di «tabula rasa» provocata in Krajina dalle truppe croate – già impegnata a denunciare molte stragi anti-musulmane ad opera dei serbi e dei croati di Bosnia – denunciando la «realtà di inaudite vessazioni a cui sono sottoposti i serbi rimasti in Krajina» ha avuto anche il merito di smentire una delle più ridicole e malvagie interpretazioni dei fatti ad opera del regime di Zagabria allora a guida di Franjo Tudjman: «Potevano restare, nessuno li ha cacciati… ». Secondo le testimonianze raccolte dalla Rehn, potevano restare ad essere sgozzati, o denudati in pubblico, bastonati o presi a sassate, dati in pasto ai cani o lasciati senza cibo, stuprati, fatti a pezzi con gli animali da cortile o mostrati al ludibrio di comitive di gitanti zagabresi, (e tedeschi), in visita nei territori riconquistati «alla patria croata». Questo infatti è accaduto a chi, anziano per lo più, ha avuto la ventura di rimanere. Perfino in terra croata il Comitato di Helsinki per i diritti umani di Zagabria nel 1996 chiese al Tribunale dell’Aja la messa sotto accusa per «crimini di guerra» dell’alleato dell’Occidente, il presidente Franjo Tudjman e dei militari responsabili per i massacri commessi con l’Operazione Tempesta dell’agosto 1995.
I giudici del Tribunale ad hoc per l’ex Jugoslavia dell’Aja (Tpi) che si volevano «al di sopra delle parti» non avevano battuto ciglio di fronte alle promozioni sul campo di molti criminali di guerra croati da parte del regime di Zagabria. Hanno incriminato giustamente Milán Martic, presidente della Krajina serba, per il lancio di missili su Zagabria che provocarono sei vittime civili nel maggio del 1995, ma dimenticando che vennero lanciati in risposta all’offensiva croata contro la Slavonia occidentale del primo maggio, che provocò secondo l’Onu 600 vittime tra civili e civili in armi e 12.000 profughi serbi, molti feriti anche tra i Caschi Blu messi in fuga dall’avanzata croata che spazzò via le loro postazioni sulla linea del fuoco; senza dimenticare la profanazione dell’occupazione militare e della devastazione del Mausoleo di Jasenovac, il lager dove il regime ustascia di Ante Pavelic, alleato del nazi-fascismo, sterminò decine di migliaia di ebrei, di serbi e di rom. Tudjman dopo la profanazione vuol farlo diventare «mausoleo di tutte le vittime della Seconda guerra mondiale, partigiani e ustascia». Un revisionismo pericoloso, ma «nostro» alleato, contro il quale protesta, sommessamente, la comunità ebraica di Zagabria e invece alza la voce solo il Museo dell’Olocausto, lo Yad Vashem.
Poi il «generale» Ante Gotovina, considerato un «eroe» in Croazia, ex legionario di estrema destra che aveva guidato l’offensiva «Tempesta» viene incriminato nel 2001 dal Tpi per crimini di guerra e contro l’umanità; verrà arrestato in Spagna nel dicembre 2005 dopo una latitanza di quattro anni; all’arresto stavolta collabora il governo di Zagabria che per questo riceve il placet per entrare nell’Ue. Gotovina viene condannato nell’aprile 2011 a 24 anni di carcere con il generale Mladen Markac che avrà 18 anni di pena. La sentenza del Tpi indica espressamente anche le responsabilità del defunto presidente croato Franjo Tudjman, definito «membro chiave di una organizzazione criminale» che aveva «per obiettivo l’espulsione permanente della popolazione serba dalla regione della Krajina, e la sua sostituzione con la popolazione croata», dice il giudice Alphons Orie leggendo la sentenza. S’indigna la Chiesa croata (per gran parte schierata storicamente nella Seconda guerra mondiale con il regime filo-nazista di Ante Pavelic). La Conferenza episcopale croata protesta: «la sentenza di condanna per Gotovina ha portato i cittadini croati ad avere meno fiducia nelle istituzioni che si occupano di giustizia a livello internazionale». Comunque giustizia è fatta, finalmente? No, nessun colpevole. Nel novembre 2012 nella sentenza d’appello il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia assolve Gotovina e Markac che rientrano in patria acclamati come eroi, con sfilate delle milizie ustascia che avevano partecipato alla Tempesta, la più grande operazione di pulizia etnica. In questi giorni nel trentesimo anniversario c’è la solita «quiete»: autorità di Zagabria e veterani celebrano la «vittoria della Grande guerra patriottica croata». I serbi «vittimisti» per natura e stavolta vittime, protestano. Strana quiete dopo la Tempesta.
* Fonte/autore: Tommaso Di Francesco, il manifesto







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