Ospite alla Fiera del Libro di Pola Sergio Segio ripercorre la sua storia

Silvio Forza di Istra24 ha intervistato Sergio Segio durante la Fiera del Libro dell’Istria, nella quale ha presentato i suoi libri e le sue attività. Qui racconta il contesto degli anni Settanta e della lotta armata, dello stato attuale dei diritti umani e del quadro globale, ricorda Rossana Rossanda e si sofferma anche sulle sue impressioni su Pola e sui sentimenti che lo legano alla città natale

DERIVE E NUOVI APPRODI DEL POLESANO SERGIO SEGIO

Nato a Pola nel 1955 e cresciuto a Sesto San Giovanni, vicino al Milano, Sergio Segio, protagonista del conflitto politico armato in Italia negli anni Settanta, ex membro del gruppo armato di sinistra Prima Linea, dopo le scelte difficili e irreversibili della giovinezza e 22 anni trascorsi in carcere, oggi si dedica al volontariato e alla difesa dei diritti umani. Ci ha spiegato il contesto politico dell’epoca in cui pure lui fece ricorso alle armi, ci ha parlato della sua attuale scelta di attivismo proponendoci una sua valutazione dello stato attuale dei diritti umani. Ha ricordato una delle più importanti giornaliste italiane del Novecento – Rossana Rossanda di Premantura – e ha condiviso le sue impressioni su Pola e i sentimenti che lo legano alla città natale

Suo padre era Polesano, pure lei è nato a Pola. Da suo padre, oltre al nome e al cognome, lei ha fatto proprio anche l’orientamento politico di sinistra e, nella fase più drammatica della sua vita, pure il nome di battaglia “comandante Sirio”. L’esperienza di suo padre nella Jugoslavia comunista è stata terribile ed è certamente una delle ragioni, se non “la ragione”, per le quali lei, pur essendo nato a Pola, è cresciuto a Milano. Qual è la storia di suo padre?

Mio padre è stato un partigiano decorato, responsabile del Partito Comunista di Pola e presidente dell’Unione degli Italiani, che dopo il 1948 e la rottura di Tito con l’Unione Sovietica venne perseguitato come “cominformista” e deportato nel “gulag” di Goli Otok (Isola Calva) nel Quarnero, al pari di molte migliaia di altri comunisti o di semplici cittadini sospettati di essere agenti di Stalin e di tramare contro il Partito Comunista jugoslavo.

Con i suoi concittadini Ferruccio Nefat, Luca Meković-Meconi, Armando Opasich, Giovanni Blasich, Remigio Polli e Uccio Coslovich venne accusato di aver formato a Pola un comitato cittadino del Partito Comunista in antitesi all’omologo organismo ufficiale del Partito Comunista jugoslavo e operante ovviamente nella clandestinità. Nel dicembre 1948 il comitato clandestino fu scoperto dall’OZNA e tutti i suoi componenti vennero arrestati. Il mese successivo finì nelle mani dell’OZNA anche lo scrittore e poeta rovignese Eligio Zanini che nel suo libro “Martin Muma”, uscito nel 1990, ha avuto la forza di raccontare e testimoniare quella grande sofferenza e umiliazione che, come tanti altri, lo aveva anche portato sull’orlo del suicidio. Una delle figlie di Zanini, Biancastella, che da bambino ho conosciuto, nacque mentre lui era in carcere. Anche mia madre Dora era incinta di mio fratello Franco. In quei primi mesi del 1949 erano entrambi nel carcere di Pola, significativamente in via dei Martiri. Fu lì che mio padre apprese che mia madre era incinta, mentre aveva cominciato uno sciopero della fame per protesta. Poco dopo mia madre venne rilasciata, ma per lui iniziò il calvario di Goli Otok, dove fu tra i primi a essere deportato.

Delle poche cose che mio padre mi abbia mai raccontato della sua durissima prigionia a Goli Otok una, insistita, è la fame costante, l’assenza di cibo che lo rese quasi cieco e lo portò in fin di vita. Così come il tifo, da cui si salvò, ormai morente, grazie a un po’ di penicillina passatagli di nascosto da un infermiere pietoso.

Questa sua tragica esperienza fu poi il motivo per cui dovemmo scappare. Mio padre uscì da Goli Otok nel ’52; nel ’53 nacque mia sorella Delia e infine sono nato io, nel ’55. Nel ’57 scelse di fuggire in Italia perché la vita in Jugoslavia gli era resa impossibile dalla polizia. Non ho vissuto a Pola, ma forse con il latte materno ho acquisito un’inquietudine di fondo e anche un sentimento di perdita e di smarrimento.

L’esperienza di suo padre con il comunismo reale è stata drammatica e deludente. Lei l’avrebbe potuta percepire come un segnale d’allarme, ma ciò non accadde. Pure lei intraprese la lotta per il comunismo. È quasi un paradosso.

È vero che l’esperienza di mio padre, nel senso che è stato imprigionato dallo stesso regime nel quale aveva creduto e per il quale aveva combattuto, avrebbe forse potuto anzitempo dissuadermi o comunque rendermi adotto dei rischi. Ma è vero anche che poi ci sono anche altre radici che si interconnettono a questa. È pure vero che, storicamente, il destino dei rivoluzionari è di essere delusi, traditi o addirittura perseguitati dalle rivoluzioni vincenti. Non di meno, continuo a pensare che perseguire un cambiamento radicale contro i “necro-poteri” che oggi stanno portando il mondo e il pianeta verso la guerra infinita e la catastrofe sociale, ambientale e umanitaria sia – oggi ancor più che nel Novecento – una necessità di sopravvivenza. Tornando al passato, una delle concause che a quel tempo contribuì a portarmi alla scelta armata furono le convinzioni ideologiche. Un’altra ancora, forse la più determinante, furono le spinte del contesto sociale dell’epoca.

Io sono cresciuto in una città operaia come Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, che era chiamata non per niente la Stalingrado d’Italia, dove avevano sede tutte le grosse fabbriche. Con Torino era la capitale operaia dell’Italia. Quindi sono nato in quel contesto, in una precisa fase storica. La mia giovinezza e prima maturità sono a cavallo dei primi anni Settanta, in cui le lotte operaie erano fortissime. Eravamo all’indomani dell’“autunno caldo” – una stagione di scioperi, occupazioni e mobilitazioni operaie e studentesche senza precedenti in Italia – e sull’onda del grande movimento giovanile studentesco del Sessantotto che poi proseguì negli anni successivi. Fu un forte movimento di critica radicale e anti-autoritaria. Da lì nacquero diverse organizzazioni rivoluzionarie, tra le quali Lotta Continua a cui decisi di aderire. Quindi, in questo intreccio di fattori, l’esperienza negativa di mio padre non fu tale da motivarmi diversamente. Anche perché i sentimenti di mio padre, nonostante tutto quello che aveva vissuto e patito, rimasero sempre di simpatia per gli ideali comunisti.

La sua lotta per la giustizia sociale, per i diritti dei lavoratori, per una democrazia reale, contro una società che da sinistra era vista autoritaria e repressiva, inizialmente, a partire dal suo impegno a favore dei senzatetto, avviene nell’ambito della legalità. Poi pure lei passerà alla lotta armata. A questo proposito lei ha scritto: “Io e la gran parte dei miei compagni dell’epoca non siamo nati con le pistole in mano, né con una propensione personale ad esercitare violenza. Semmai il contrario, dato che da giovane studente mi è capitato in diverse occasioni, come a migliaia di altri, di essere fermato durante manifestazioni, portato in caserma o in commissariato e fatto oggetto di pestaggi e violenze”. Com’è allora che è avvenuto questo drammatico cambio di registro operativo?

Prima di diventare violenza organizzata e armata, le mie e nostre lotte sono state lotte per la giustizia sociale. Nei libri che ho scritto ho tentato di riassumere in modo più sintetico e leggibile possibile la mia esperienza. Che non è stata una mia prerogativa, nel senso che non ero particolarmente originale, l’opzione rivoluzionaria in quel momento convinceva molta parte della mia generazione. «Tutto il mondo sta esplodendo», era l’incipit di una canzone di Lotta Continua, che richiamava i tanti luoghi, geografici e sociali, dove il conflitto scuoteva sin le fondamenta della società dell’epoca. Luoghi distanti, «dall’Angola alla Palestina, l’America Latina sta combattendo, la lotta armata vince in Indocina; in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza e nelle piazze scendono con la giusta violenza», ma che sentivamo connessi e parte della nostra stessa lotta: «La lotta esplode ovunque e non si può fermare, ovunque barricate: da Burgos a Stettino, ed anche qui fra noi, da Avola a Torino, da Orgosolo a Marghera, da Battipaglia a Reggio». Non erano solo canzoni o retorica rivoluzionaria: era una fotografia obiettiva di quel che stava accadendo nel mondo. Era la lotta di classe. A un certo punto divenuta guerra di classe. Come un paio di decenni fa ha riconosciuto, ad esempio, Warren Buffett, tra i miliardari più ricchi e potenti del mondo: «C’è una guerra di classe, va bene, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra e stiamo vincendo». All’epoca è esistito persino un fenomeno che si chiama Teologia della liberazione: in America Latina, dov’era avvenuta una serie di rivolte contro le dittature militari, i sacerdoti della teologia della liberazione approvavano la violenza e talvolta collaboravano con le guerriglie locali. Non è così paradossale che un’attenzione etica alla giustizia e alla solidarietà umana possa, in determinati frangenti storici e contesti, approvare anche l’uso delle armi. Era una delle culture politiche del Novecento, ora non solo sconfitte ma anche superate. Abbandonato il mito della violenza palingenetica, oggi si tratta, forse, di provare a cambiare il mondo senza prendere il potere, come ha teorizzato il movimento altermondialista all’inizio di questo secolo.

Le spinte che allora mi motivarono e spinsero, gradatamente, a una scelta così drastica, radicale e tragica come quella della lotta armata, deriva da un intreccio di fattori. Uno di questi, indubbiamente, è anche il contesto familiare in cui si cresce, il luogo in cui si forma, nel mio caso, come ho detto, la Sesto San Giovanni operaia e medaglia d’oro della Resistenza. Un altro fattore, determinante, è stato il fatto che in quegli anni l’Italia era un paese sottoposto a forti tensioni golpiste e neofasciste. Nella prima metà degli anni ’70 ci sono state cinque grandi stragi materialmente compiute da organizzazioni neofasciste, ma con l’appoggio comprovato e sostanziale da parte di apparati dello Stato. In quegli stessi anni in Italia ci furono cinque tentativi di colpo di Stato militare. Negli anni Sessanta e Settanta in Italia, 62 dei 64 prefetti di prima classe provenivano dai ranghi dell’amministrazione dello Stato nel regime mussoliniano e così pure tutti i 241 viceprefetti, i 135 questori e i 139 vicequestori. Questo era il quadro nel quale la strage neofascista di piazza Fontana del 1969 a Milano ha provocati in molti, me compreso, un sentimento incontenibile di indignazione, sdegno e rabbia che poi hanno portato all’aperta ribellione. Giungemmo alla conclusione che ci dovevamo organizzare per reagire alla repressione quotidiana della polizia, alle bombe fasciste e ai tentativi golpisti. Ma, assieme, anche allo sfruttamento capitalistico, alla galera del lavoro salariato. A un sistema che ricorreva all’eccidio per preservare il proprio potere e difendere la propria impunità.

Ad ogni modo, in qualche misura sarei intellettualmente disonesto a dire che la nostra fu solo una reazione alle spinte autoritarie, antidemocratiche e stragiste che erano in corso in Italia. Non è stato solo quello, ma sicuramente quello è stato uno degli ingredienti scatenanti.

Come ultimo argomento, direi che poi che, come spesso sono i giovani, eravamo arroganti e presuntuosi. Tutti i giovani pensano di poter fare meglio della generazione che li ha preceduti. Noi pensavamo, in questo caso, riferendoci più all’esperienza storica e resistenziale italiana che non a quella jugoslava, di dover continuare una Resistenza che era stata tradita e abbandonata dai partiti comunisti. Noi pensavamo di dover e poter fare meglio.

Avevate in mente un progetto per stabilire un nuovo ordinamento sociale, oppure la cosa importante e prioritaria era abbattere lo stato borghese?

Direi entrambe le cose. Nei primi anni, in cui si era più giovani e quindi meno maturi, meno preparati politicamente e ideologicamente, era prevalso un carattere ribellistico. La voglia di ribellarsi a quelle che sentivamo, non che vedevamo, ma che proprio sentivamo anche sulla nostra pelle come ingiustizie. Parafrasando Paul Nizan, sfiderei chiunque a dire che i miei 15 anni, quelli della mia giovinezza e della mia prima gioventù, siano stati i migliori anni della mia vita. Io sono cresciuto in mezzo ai lacrimogeni e alle manganellate della polizia. Quindi quella che avvertivamo come ingiustizia scatenava una reazione, una voglia di ribellarsi che era anche indipendente da un progetto politico, una reazione che prescindeva da un’idea di progetto rivoluzionario. Quella è nata in seguito, con quelli che avevano qualche anno più di me.

In ogni caso l’idea rivoluzionaria portata avanti, per citare un esempio noto, dalle Brigate Rosse, era sensibilmente diversa dalla nostra. Come loro, noi criticavamo l’imperialismo americano che aggrediva il Vietnam, o il colonialismo europeo che insanguinava e depredava l’Africa. Ma, diversamente da loro condannavamo, criticavamo e combattevamo quello che chiamavamo il “socialimperialismo”, cioè l’esperienza dell’Unione Sovietica e dei suoi paesi satelliti in Europa, che consideravamo nemici e avversari alla stessa stregua dell’imperialismo americano.

Dunque, non era quello il nostro progetto e non era quello il nostro modello. Noi pensavamo a una rivoluzione di tipo diverso, alla crescita progressiva di un contropotere non alla presa di un “Palazzo d’Inverno”, ambivamo a una società che, pur sempre sotto il nome di comunismo, non avesse un’impronta autoritaria come quella che vedevamo all’opera nell’Unione Sovietica e, in parte, nella Jugoslavia in cui era nato e aveva combattuto mio padre.

Soffermiamoci allora sulla differenza tra Prima Linea, di cui lei è stato militante, e le Brigate Rosse.

La matrice delle Brigate Rosse era sostanzialmente terzinternazionalista, cioè la loro cultura politica e la loro stessa provenienza in gran parte erano i partiti comunisti dell’epoca, la base operaia tradizionale e sindacalizzata. Noi invece eravamo interni e frutto dei movimenti dell’epoca, che erano movimenti extraparlamentari e fortemente critici rispetto alla logica partitica perseguita anche dalle BR. La nostra area di riferimento e di intervento erano i movimenti sociali e studenteschi, una nuova classe operaia giovane e ribelle, protagonista di lotte spontanee e autonome dal sindacato. Era nato un nuovo proletariato sociale che lottava anche sul territorio, sensibilmente diverso dalla precedente classe operaia propria del fordismo, quella degli operai alla catena di montaggio, sindacalizzati e di riferimento dei partiti comunisti, classici e storici, e in questo senso anche delle Brigate Rosse. Noi eravamo interni alla dialettica dei nuovi soggetti operai, i nuovi operai meridionali saliti a lavorare alla FIAT alla fine degli anni Sessanta e che, ad esempio, hanno dato vita la rivolta di Piazza Statuto a Torino nel 1962 o all’occupazione della FIAT Mirafiori nel 1973. Quindi una lotta operaia fortemente spontanea, autonoma e spesso anche in contrasto con il sindacato ufficiale e con il Partito Comunista.

Qual è stata la reazione di Prima Linea al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro compiuti dalle Brigate Rosse in termini di valutazione politica ed eventualmente umana? E, anche in margine a ciò, Prima Linea come valutava il compromesso storico, ovvero, detto in termini semplici, la ventilata proposta di collaborazione e forse anche di governo tra PCI (comunisti) e DC (democristiani), cioè tra i due principali partiti avversari?

Il nostro giudizio politico fu immediatamente ed esplicitamente negativo, poiché il sequestro e ancor più l’omicidio dell’onorevole Moro innalzarono enormemente lo scontro con lo Stato, portandolo a un livello impraticabile da parte dei movimenti di lotta e dei settori sociali cui pure le organizzazioni armate si riferivano; non solo impraticabile ma tendenzialmente suicida, poiché avrebbe, di converso, portato la repressione a estendersi e a colpire ben al di là delle forze combattenti costringendo tutte le lotte sulla difensiva. Lo Stato con le autoblindo per le strade e i rastrellamenti dei quartieri, da un lato, e le BR con il sequestro Moro e “l’attacco al cuore dello Stato”, dall’altro, mandarono insomma al movimento di classe e alle lotte sociali un messaggio inequivocabile e convergente, come le due morse della tenaglia: questo è il livello, o vi adeguate o tornate a casa. La gran parte tornò a casa, vale a dire alla disperazione dell’eroina, al riflusso privato, al silenzio e alla passività. Chi, come Prima Linea, decise di continuare fu però assorbito nella spirale di uno scontro sempre più e solo militare, ovviamente perdente e sempre più cruento e incattivito. Spirale che, a sua volta, determinò il progressivo ma inesorabile isolamento dei gruppi combattenti. Per quanto riguarda la linea del compromesso storico, voluto da Berlinguer già nel 1973, a seguito del golpe militare in Cile, nella nostra lettura costituiva il naturale punto d’approdo della lunga marcia di un partito comunista che aveva da tempo rinunciato non solo a ogni ipotesi rivoluzionaria ma a ogni ambizione seriamente trasformativa, persino alle “riforme di struttura” di Togliattiana memoria. Era una resa senza condizioni alla Democrazia Cristiana, il partito conservatore che governava l’Italia ininterrottamente dal dopoguerra.

Vittime della lotta armata sono stati carabinieri, poliziotti, giudici, giornalisti, dirigenti di fabbrica. Tra questi anche magistrati democratici e in genere riformisti di sinistra. Ci potrebbe spiegare perché, ai vostri occhi, i riformisti erano vostri avversari tanto quanto i neofascisti?

In quell’avvitamento e involuzione dello scontro determinati dal sequestro Moro, anche il conflitto con la sinistra istituzionale si militarizzò. Da entrambi i lati. Magistratura Democratica aveva cominciato allora a trasformarsi da spina nel fianco delle istituzioni e del potere, qual era stata, a punta avanzata e intelligente dell’emergenza contro i movimenti sociali e le forze rivoluzionarie. Il PCI collaborava attivamente con gli apparati antiterrorismo e con i servizi segreti alla repressione, segnalando loro gli operai e gli studenti sospetti di simpatie per la lotta armata o anche solo considerati “estremisti”. Lo ha ammesso esplicitamente anche Ugo Pecchioli, responsabile della sezione problemi dello Stato, considerato il “ministro ombra dell’Interno” del partito comunista italiano. Nel suo libro di memorie, Pecchioli ammetterà la fattiva collaborazione con il generale dei carabinieri Dalla Chiesa, a capo dell’antiterrorismo: «Ci scambiavamo opinioni sullo stato della sicurezza, lui mi dava qualche informazione sulle attività in corso e io lo mettevo al corrente delle nostre iniziative e talvolta di segnalazioni che ci erano pervenute». Rievoca anche i costanti contatti con i vertici dei servizi segreti: «Volevo essere informato su come procedevano le indagini, avere elementi per iniziative parlamentari e confermare la nostra piena disponibilità alla lotta contro il terrorismo». E aggiunge: «Non mi incontravo solo con i capi dei servizi, ma per queste e altre ragioni analoghe, anche con esponenti delle forze armate, soprattutto dei carabinieri e con numerosi magistrati che indagavano sulle BR e sui fascisti». Omette però di ricordare che all’epoca tutti i vertici dei servizi segreti e molti dei carabinieri erano iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli, già coinvolto nel progetto golpista di Junio Valerio Borghese e che proprio in quegli anni alimentava un nuovo complotto antidemocratico e autoritario. Insomma, il confronto e il dissidio con la sinistra istituzionale non erano più, come nei primi anni Settanta, sul piano politico, ma si era incrudelito ed era diventato scontro militare.

Va riconosciuto che sia il comunista Pecchioli, sia il democristiano Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’Interno e in seguito Capo dello Stato, entrambi tra i nostri più acerrimi e determinati avversari, sostenitori della “politica della fermezza” e delle leggi speciali, esaurita e sconfitta la lotta armata, negli anni Ottanta furono sostenitori di misure legislative per la concessione di indulto e di grazia nei confronti di militanti incarcerati, guadagnandosi così forti critiche e pesanti attacchi dall’interno stesso dei loro partiti. Contro Cossiga venne addirittura intentato un processo di impeachment.

Leggendo i suoi libri, ma anche discorrendo con lei, viene a galla la sua autenticità d’intenti. In una trasmissione televisiva il noto giornalista italiano Corrado Augias ha parlato anche di buone intenzioni da parte vostra. Lei si è dissociato dalla lotta armata, è stato per 22 anni in prigione e non hai mai chiesto di essere assolto dalle sue colpe.

La ringrazio per questa considerazione. Il giustificazionismo quanto il reducismo non mi appartengono. Personalmente, credo di avere sufficientemente non solo scritto e detto ma, per quanto mi è stato possibile e per quanto ne sono stato capace, aver dimostrato la distanza da logiche precedenti. Sono approdato, non oggi ma ormai da decenni, a una forte convinzione non violenta. La violenza è sempre un fattore negativo, controproducente e degenerativo. Quindi non esistono violenze né, tanto meno, morti giuste. E, per estensione, non esistono guerre giuste. Dove c’è violenza c’è sempre prevaricazione, c’è sempre violazione dei diritti umani. Anche la violenza degli oppressi, pur imparagonabile per dimensioni ed effetti, finisce terribilmente per somigliare a quella degli oppressori, quanto meno sul piano morale, così incrinando e inquinando le ragioni originarie. Perciò non posso giustificare me stesso quando ho compiuto gesta violente, tanto più se hanno avuto un carattere irreparabile. Dunque, sul piano personale, né mi assolvo né tendo a sminuire le mie responsabilità. Mi limito, però, a invitare ad avere sempre un senso delle proporzioni nel giudizio. Un giornalista e storico italiano, in riferimento a Erich Priebke, criminale di guerra nazista responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine dove nel marzo 1944 vennero trucidati 335 prigionieri politici, ebrei, civili e militari italiani, è arrivato a scrivere: «Posso dire, senza suscitare scandalo, che quest’uccisore di ostaggi m’ispira meno disgusto dei terroristi italiani». Ecco, purtroppo è vero che non suscitò perplessità, reazioni o scandalo, perché questo è un perfetto esempio del livello di revisionismo, disinformazione e manipolazione del senso comune e dei sentimenti pubblici cui è da tempo arrivato il dibattito pubblico in Italia a questi riguardi.

D’altra parte, e lo fa anche nel suo libro “Miccia corta” presentato alla Fiera del libro di Pola, lei rivendica una corretta lettura e interpretazione della storia di quegli anni, una storia che sia più completa rispetto alla narrazione ufficiale del vincitore, in questo caso lo stato. Lei ha scritto di non essersi mai sentito un criminale, né un terrorista, bensì un combattente rivoluzionario.

Una grandissima figura internazionale come Nelson Mandela in un’occasione disse che i paesi che non comprendono il proprio passato, quando è tragico, sono destinati a ripeterlo. Ecco, io credo che sia dovere e interesse di una società andare a fondo delle ferite, delle lesioni, delle contraddizioni che l’hanno attraversata, in modo da superarle. Superarle realmente significa comprenderle, non esorcizzarle. Rispetto al fenomeno della lotta armata in Italia negli anni ’70, invece, è prevalsa una sorta di demonizzazione sino a renderla depositaria di tutti i mali e i misfatti di quel periodo storico, in questo modo anche assolvendo lo Stato e i partiti dell’epoca dalle loro corresponsabilità nella strategia della tensione e nello stragismo e, così pure, nelle degenerazioni dello Stato di diritto e nel diffuso fenomeno della tortura sui militanti arrestati. Corresponsabilità e degenerazioni infine dolosamente rimosse dalla consapevolezza pubblica e dalla memoria storica condivisa.

Oggi le nuove generazioni — ma non solo loro — sono abituate a pensare all’Italia degli anni ’70 come agli “anni di piombo”, e a loro volta interpretare gli anni di piombo esclusivamente come gli anni della lotta armata di sinistra. Come dicevo prima, innanzitutto la lotta armata di sinistra, cronologicamente, nasce dopo lo stragismo fascista e i tentativi golpisti e autoritari di parti rilevanti del sistema politico e delle forze armate. Come ammise il generale Mario Arpino, capo di Stato maggiore delle forze armate: «Piaccia o non piaccia, ancora negli anni Ottanta, per noi un terzo del parlamento italiano era il nemico». O come il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, già protagonista di tentati colpi di Stato, che ricattava i governi democristiani grazie agli schedari dei servizi segreti e capeggiava manifestazioni di piazza dove si gridava: «Ankara, Atene, adesso Roma viene». Quei pezzi di istituzioni e di partiti reazionari volevano insomma fare come in Grecia, istaurare una dittatura militare. L’ultimo tentativo di arrivare a un regime autoritario è quello legato alla loggia massonica P2, che fu scoperto e bloccato solo nel 1981. La cosiddetta “Gladio civile”, una struttura parallela del Ministero dell’Interno dedita a infiltrazioni e provocazioni, è stata sciolta solo nel 1984; guarda caso quello è l’anno in cui in Italia avviene anche l’ultima strage riferibile alla strategia della tensione, quella al treno Rapido 904 che provocò 16 morti e 266 feriti.

Quindi, come in tutti i processi storici, non si può leggere un libro avendo strappato, censurato o nascosto i primi capitoli, perché gli ultimi capitoli risulteranno incomprensibili o falsati. Ecco, io credo che leggere, rileggere, approfondire e conoscere anche i primi capitoli non significhi giustificare ciò che è accaduto in quegli anni, né deresponsabilizzare chiunque, me compreso: significa comprendere adeguatamente ciò che è successo nel secondo periodo di quella storia, anche mantenendo – lo ripeto –un senso delle proporzioni. Tutto ciò mi induce a giudicare interessata, dolosa e falsante l’etichetta di criminale e terrorista con cui si vorrebbe liquidare l’insorgenza armata di sinistra degli anni Settanta.

Ci dia una sintesi dei primi capitoli di quella storia

I violenti anni Settanta, in realtà, nascono negli anni Sessanta. Per essere precisi, se si vuole fissare una data, nel 1963, quando fu emanata dal generale USA William Westmoreland una direttiva che, nel solco della “dottrina Truman” del marzo 1947 dispose la necessità di fermare a ogni costo l’avanzata dei comunisti, anche in Italia, attraverso azioni di terrorismo e infiltrazione ai fini della stabilizzazione politica. Da questa logica nacque poi l’articolazione detta “strategia della tensione”. Sempre a firma del generale Westmoreland, all’epoca Capo di Stato maggiore dell’esercito statunitense nel periodo dell’amministrazione Nixon, è il Field Manual del marzo 1970. Si trattava di un documento top secret intitolato “Operazioni di stabilità e Servizi segreti”, contenente la direttiva precisa di “destabilizzare ai fini di stabilizzare” e l’indicazione di come ricorrere a “operazioni speciali” per impedire l’accesso al governo del Partito comunista. Copia del Field Manual verrà poi ritrovata nel luglio del 1981 nel doppiofondo di una valigia in possesso di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio Gelli.

Un secondo antefatto, ormai – e non per caso – rimosso dalla storia ufficiale ma determinante per comprendere ciò che è successo nel decennio successivo, fu il convegno che si tenne a Roma dal 3 al 5 maggio del 1965, presso l’Hotel Parco dei Principi, finanziato dallo Stato Maggiore dell’esercito italiano. Il tema era quello della “guerra rivoluzionaria”. Al convegno, organizzato dall’istituto di studi strategici Alberto Pollio, parteciparono magistrati e alte cariche militari, uomini dei servizi segreti ed esponenti dell’ex Repubblica Sociale Italiana, molti neofascisti del Movimento Sociale Italiano, il partito che si richiamava esplicitamente a Benito Mussolini che venne sciolto solo negli anni Novanta e dal quale provengono anche diversi degli esponenti della destra ora al governo in Italia. Alcuni degli interventi in quel convegno teorizzarono l’utilizzo delle tattiche della “guerra non ortodossa”. Tra i relatori vi furono Pino Rauti, Giorgio Pisanò, Giano Accame, Pio Filippani Banconi. Presenti anche i neofascisti Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino e il giornalista e agente dei servizi segreti Guido Giannettini, successivamente coinvolti nelle stragi. Da più parti questo convegno viene individuato come l’atto di nascita della strategia della tensione e della lunga stagione dello stragismo.

La lotta armata di sinistra si sviluppò successivamente, anche in reazione ai colpi di Stato dei colonnelli in Grecia, al regime franchista in Spagna, al regime salazarista in Portogallo. Pure questa è una cosa che oggi spesso si dimentica, cioè che l’Italia di quegli anni era circondata da dittature militari rette da governi fascisti. Quei regimi esercitavano un’influenza e una pressione anche sull’Italia: i gruppi neofascisti nostrani – quelli che in seguito compirono le stragi – si addestravano in Grecia e ricevevano finanziamenti proprio dal governo dei colonnelli, affinché anche in Italia avvenisse una svolta autoritaria. Ecco, le mie scelte nascono anche in quel contesto. Ciò non vuol dire sminuire le mie responsabilità, vuol dire capire cos’è successo davvero in quegli anni e perché ciò è successo. Vuol dire riportare la storia al suo carattere processuale e interattivo, senza volerne isolare surrettiziamente delle parti.

Come ci si sente, da un punto di vista sia politico, sia umano, davanti al fallimento di un progetto al quale si è dedicato se stessi, specie dopo aver fatto ricorso alle armi? Accorgersi che il mondo era cambiato e che, come scrive lei stesso, avevate confuso un tramonto con un’alba?

Non è semplice rispondere perché il cambio del mondo ha disorientato e annichilito non solo noi che abbiamo fatto quelle scelte radicali. La nostra sconfitta ha semplicemente anticipato quella delle sinistre nel loro complesso e della precedente composizione di classe propria della fase fordista. Quando quel periodo di violenza era quasi esaurito, nei primi anni Ottanta, centinaia di operai della FIAT si suicidarono perché il loro mondo stava cambiando sotto i piedi. Nel complesso del gruppo FIAT i 212.000 operai del 1980 vennero quasi dimezzati, arrivando a 129.000 nel 1986. Il fatturato raddoppiò, la produttività crebbe, i profitti galopparono, il conflitto morì, il sindacato s’indebolì drasticamente: nel 1985 solo poco più di un operaio su dieci risultava iscritto. Un processo analogo subì il partito comunista, sino a cambiare non solo il nome ma la propria base sociale ed elettorale e l’identità politica e programmatica. Quindi questo senso di sconfitta e sconvolgimento non ha riguardato solo chi ha fatto scelte terribili e drastiche come le mie, ha riguardato tutto un mondo e tutte le sinistre, anche quelle istituzionali che, ingenuamente, hanno pensato che sarebbero state risparmiate dalla restaurazione capitalista e dalla controrivoluzione reazionaria con la quale pure avevano collaborato negli anni precedenti nel contrastare il fenomeno armato e rivoluzionario.

Molti dei protagonisti della lotta armata, una volta usciti dal carcere, si sono dedicati al volontariato e all’attivismo in campo sociale. Lo ha fatto pure lei. Come va inquadrato il fenomeno? È una scorciatoia verso una possibile riabilitazione in società, oppure è il proseguimento, ma con altri strumenti, della stessa tensione etica che aveva motivato le vostre scelte giovanili?

Direi che alla base delle attività che svolgo oramai da 40 anni vi sia una motivazione principalmente culturale ed etica. Credo che questa motivazione sia il filo di continuità nella mia biografia, una biografia che, diversamente, risulta interrotta e spezzata in più vite. C’è una fase giovanile che inizia a Pola; c’è la fase precoce delle scelte politiche sino a quella più radicale che è stata la scelta armata; c’è la fase del carcere: quando vi sono entrato non avevo nessuna speranza di uscirne un giorno, né un orizzonte temporale e quindi in qualche modo anche quella è stata una vita conclusa in sé. Poi c’è stato il mio ritorno nella società. Sono vite tutte sensibilmente diverse l’una dall’altra, alcune antitetiche perché quest’ultima fase della mia vita è in contrasto con quella delle armi che oggi ritengo sbagliata. Tuttavia, quella tensione etica e morale verso gli oppressi penso sia la stessa che mi conduce oggi a dedicarmi agli altri, portandomi a fare le cose che sto facendo da 40 anni. Per carità, non credo di fare niente di significativo, non ho più l’ambizione o la presunzione di incidere davvero sulla realtà. Ma, per imprinting prima e per convinzione ancora di più adesso, sono sempre stato e rimango dalla parte degli oppressi, dei vinti, dei poveri, dei perseguitati.

Dunque, nel mio caso c’è stato un ripensamento etico, sfociato in una radicata convinzione che la violenza sia sempre negativa e da rifiutare – e tanto più quella istituzionale e degli Stati, in cui viviamo immersi e dalla quale siamo condizionati, invece passivamente accettata nel senso comune. Penso semmai sia la non violenza ad avere un carattere potenzialmente rivoluzionario delle società. In questo senso provo a dare il mio contributo da quarant’anni, prima con il Gruppo Abele di Torino nel sostegno e accoglienza degli emarginati, poi collaborando con il maggior sindacato italiano, la CGIL, e con altre realtà impegnate sui vari fronti delle carceri, delle droghe, dei diritti umani e della giustizia ambientale. Una parte centrale del mio lavoro è stata dedicata al piano editoriale e informativo con il “Rapporto sui diritti globali”, uno studio annuale pubblicato negli ultimi due decenni in oltre venti volumi, con il magazine internazionale “Global Rights”, con i siti web e con altri strumenti di comunicazione. Attualmente collaboro anche con il Tribunale Permanente dei Popoli.

Qual è la situazione dei diritti umani? Quali sono le urgenze sociali di questo mondo globalizzato?

Il mondo è terribilmente e ancora più ingiusto di quanto non lo fosse 40 o 50 anni fa. I ceti medi, cioè i ceti semi benestanti di venti, trenta e quarant’ anni fa oggi sono diventati poveri. I poveri si sono impoveriti ulteriormente. L’ascensore sociale è rotto e le diseguaglianze crescono vistosamente anno dopo anno da tre o quattro decenni. I beni comuni vengono privatizzati, le spese per la sanità e l’assistenza sociale inesorabilmente decurtate. Oggi sono direttamente la finanza e il potere economico, le multinazionali del petrolio, delle armi e della farmaceutica, le grandi corporation delle piattaforme digitali che governano le scelte politiche. E ciò avviene a scapito della giustizia sociale. Il sistema capitalistico ha approfittato della sconfitta storica del modello socialista per accelerare la sua tendenza onnivora e devastante. Oggi siamo dunque in una situazione drammaticamente peggiore di quella del secolo scorso e si stanno rivelando tutti i danni prodotti da questo modello economico e dalla globalizzazione liberista. Danni che non riguardano solo le ingiustizie sociali e le ingiustizie economiche, i diritti umani, a partire dal dramma dei migranti e dei rifugiati, ma anche i diritti individuali e civili, così come quelli legati all’ambiente. Tanto che non solo gli attivisti ma diversi studiosi parlano di ecocidio e di olocausto ambientale.

Stiamo tornando alla guerra come modalità di soluzione dei conflitti

E aggiungerei anche come modalità di accumulazione di profitti. L’ex presidente degli Stati Uniti Eisenhower, nel discorso di addio alla nazione, nel 1961 mise in guardia contro i pericoli per la democrazia rappresentati da ciò che lui definì “complesso militare-industriale”. Eisenhower era uno che se ne intendeva, oltre a essere presidente degli Stati Uniti era stato generale. Oggi il potere militare-industriale, con quello finanziario, è quello che governa il mondo. Si tratta di un potere sovranazionale, tecnofascista e plutocratico che ha spodestato la governance politica, quindi i governi delle nazioni, e che decide le sorti del pianeta. Oggi, in tutta evidenza, quel potere sta investendo sulla guerra, non però come strumento di soluzione dei conflitti, ma come meccanismo di conservazione del potere e come sorgente di nuovi profitti.

Se la guerra in Ucraina ha consentito al complesso industrial-militare di svuotare gli arsenali e di smaltire armi anche obsolete, potendo così ora realizzare un nuovo e immane ciclo di profitti con il piano di riarmo europeo a danno e detrimento della spesa sociale, quella contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania è stata terreno di sperimentazione di nuove tecnologie belliche, di sorveglianza e di sistemi d’arma guidati dall’intelligenza artificiale.

Va detto anche che la guerra militare interagisce, riassume e contiene altri tipi di guerra, drammatizzandoli. La guerra sociale, perché le guerre producono nuove povertà, la guerra ambientale perché produce l’aggravamento delle condizioni dell’ambiente e il riscaldamento globale, quella contro i diritti umani, contro le libertà e la democrazia e così via. Produce insomma tutta un’altra serie di squilibri che sono altrettanti fronti di guerra. Oggi la guerra è, in buona sostanza, guerra contro l’umanità nel suo complesso.

Torniamo a Pola o, meglio, verso Pola. Lo facciamo con Rossana Rossanda, nativa di Promontore (Premantura), a una decina di chilometri da Pola, che è stata una delle colonne del giornalismo italiano di sinistra. In contrasto con la linea del Partito Comunista Italiano – con Berlinguer diventata riformista, autonoma dall’URSS ma non rivoluzionaria – ritenuta troppo moderata, la Rossanda è tra i fondatori della rivista “Il manifesto” che poi diventerà quotidiano. Il Manifesto sostiene i movimenti del ’68 e propone una sinistra più rivoluzionaria, è favorevole a un’agitazione di massa e si propone come voce di una sinistra comunista alternativa al PCI. Quali ricordi ha di Rossana Rossanda e come valuta la sua figura?

Penso che Rossanda sia stata una delle figure più alte della sinistra italiana, di una sinistra eretica, come sempre dovrebbe essere e rimanere la sinistra: non burocratica e non autoritaria, aperta a cogliere il nuovo e a favorire la ricerca critica, a dialogare con i movimenti pur se dall’interno di un partito. Peraltro, Rossanda è stata una delle non molte figure della sinistra istituzionale a sostenere il nostro dibattito e il nostro percorso in carcere, volto alla ricerca di una soluzione politica alla detenzione, al superamento delle leggi di emergenza e a un esito non vendicativo del conflitto precedente. In quegli anni ho avuto con lei un rapporto epistolare e scambi intensi, talvolta in disaccordo su alcuni punti e snodi, poiché nel suo “album di famiglia” le era più facile riconoscere le categorie delle BR che non le nostre, ma sempre con reciproco rispetto e, da parte mia, con una forte considerazione e stima nei suoi confronti. Ripensare a lei mi fa constatare ancora di più come siano cambiati in peggio i tempi, e anche il giornale da lei fondato che ancora reca nella testata la dicitura “Quotidiano comunista”, il cui direttore, proprio pochi giorni fa, ha deciso di non pubblicare un mio articolo, già concordato. Mi ha fatto molta tristezza dover prendere atto di come anche una sinistra orgogliosamente eretica possa nel corso del tempo diventare pavidamente censoria. In quell’articolo scrivevo criticamente della decisione di un tribunale minorile di togliere tre bambini dalla potestà dei loro genitori poiché avevano scelto di vivere in modo anticonformistico e anticonsumistico in un bosco. Questa censura nei miei confronti mi ha fatto ripensare a quella radice autoritaria e statolatrica di cui, evidentemente, certe sinistre non riescono a liberarsi.

Lei a Pola ci è tornato qualche volta da ragazzino, d’estate. Lo ha fatto anche da adulto, ed è stato il suo secondo viaggio, dopo quello ai lager nazisti di Mauthausen, Aushwitz e Gusen una volta scarcerato. Oggi è di nuovo nella città in cui è nato.

Sono tornato a Pola su invito della Fiera del libro dell’Istria, cui sono per questo profondamente grato, con un sentimento di fortissima commozione, perché Pola è in qualche modo il mio luogo dell’anima, pur non avendoci davvero vissuto. Provo delle emozioni che mi è difficile riassumere a parole, anche perché le devo ora elaborare e assaporare pian piano per comprenderle adeguatamente. Da Pola sono partito – o meglio, fuggito, di notte, abbandonando ogni cosa – con la mia famiglia quando avevo due anni. In seguito, ci sono tornato d’estate per visitare mia nonna Paola, finché sono stato adolescente. Mi ricordo che andavamo in spiaggia a Stoia, dove Biancastella Zanini, figlia di Eligio che ho citato prima, mi assisteva nelle mie prime nuotate. Sempre da bambino, con Ligio sono stato una volta in mare nella sua piccola barca a pescare “bobe”. Tuttavia, non posso dire né di conoscere Pola davvero, né di averla vissuta pienamente. Eppure, la sento come un, forse “il”, mio luogo, come una radice profonda che ha contribuito a formare il mio carattere. Sono qui a Pola per partecipare alla Fiera del libro che ha come tema l’inquietudine. Ecco, io lo sento profondamente mio. Per inquietudine intendo un modo non pacificato di stare nella realtà, un modo che interroga, che si fa domande e che cerca cambiamento. L’inquietudine, se vogliamo, è la premessa del disordine e non c’è rivoluzione senza disordine. «Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente», diceva una massima maoista di quei tempi lontani.

Credo, insomma, che proprio il fatto di essere nato a Pola costituisca la radice dell’inquietudine che mi ha accompagnato per tutta la vita. Esserci tornato in questi giorni, aver trovato un pubblico attento e rispettoso, aver incontrato tanti che mi hanno detto di ricordarsi della mia famiglia o di aver avuto anch’essi un padre deportato a Goli Otok, mi fa sentire come il mare sotto la bora, con un forte vento che mi provoca onde emotive, mi scompiglia il cuore e i sentimenti.

Come comunicavano i suoi genitori a Milano? In che lingua?

In polesano, naturalmente, in dialetto. Risentirlo parlare in questi giorni qui a Pola è stato un grande regalo, che mi ha fatto sentire accanto la presenza intensa di mio padre e di mia madre, che tanto hanno amato questa città e che tanto hanno sofferto nel doverla abbandonare.

 

Fonte/Autore, Silvio Forza, Istra 24, ⒸFOTO: Manuel Angelini

QUI la versione pubblicata in croato sul sito di Istra 24

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