Su quella spiaggia, in Istria, il 18 agosto del 1946 un’esplosione uccise un centinaio di bagnanti. La nostra destra, senza prove, imputa la strage ai comunisti jugoslavi. E se invece fosse fascista?
Su quella spiaggia, in Istria, il 18 agosto del 1946 un’esplosione uccise un centinaio di bagnanti. La nostra destra, senza prove, imputa la strage ai comunisti jugoslavi. E se invece fosse fascista?
Il 18 agosto di ottant’anni fa si compiva la prima strage impunita della storia italiana del dopoguerra. Sulla spiaggia di Vergarolla, a pochi chilometri dal centro di Pola, in Istria, un’esplosione uccideva un centinaio di bagnanti. Una breve inchiesta, condotta dalle autorità britanniche che governano la città nel dopoguerra, non porta ad alcun risultato. Mandanti, responsabili e movente rimangono ignoti. Ciononostante la destra italiana continua ancora oggi a strumentalizzare la tragedia, attribuendo la strage con certezza assoluta ai comunisti jugoslavi e mettendola in relazione diretta con un’altra vicenda storica altrettanto deformata, quella delle foibe.
SECONDO QUESTA VERSIONE – che oggi sentiremo ripetere come un mantra da tutti i mass-media mainstream – i «titini», ovvero i partigiani jugoslavi usciti vincitori dal conflitto appena concluso, avrebbero provocato la strage per indurre gli abitanti di Pola a lasciare la città, secondo un piano prestabilito di pulizia etnica contro gli italiani. Dalle foibe all’esodo dunque, passando per la strage di Vergarolla.
Sembra un discorso logico; che ignora però non solo la totale assenza di fonti attendibili, ma anche i dati storici accertati. Sui responsabili della strage, come detto, non si sa nulla. Un’eventuale attribuzione va fatta quindi col condizionale e deve partire da un ragionamento sui moventi che potevano animare gli assassini. Chi avrebbe avuto interesse nel provocare quella strage, a chi faceva comodo in quel preciso momento storico, quali potevano esserne gli scopi ultimi? È su questo che la versione «ufficiale» della responsabilità jugoslava fa acqua da tutte le parti.
COME SAPPIAMO da moltissime altre fonti e come accertato da tutti gli storici non direttamente asserviti alla politica memoriale del nostro attuale governo, le foibe non furono un tentativo di sterminio della popolazione italiana dell’area di confine, ma il frutto della «resa dei conti» contro avversari politici e militari alla fine di una lunga stagione di violenza fascista contro le comunità slovene e croate maggioritarie nella regione. L’esodo di gran parte della popolazione italiana a fine guerra non è peraltro la conseguenza di quelle uccisioni, né un processo indotto volontariamente dalle autorità jugoslave comuniste. Gli uomini di Tito non avevano quindi alcun interesse a uccidere italiani generici, né a costringerli in massa all’esilio. Perché allora li avrebbero massacrati a Vergarolla?
Intendiamoci, data la mancanza di fonti questa pista non si può escludere del tutto, ma darla per scontata è semplicemente assurdo.
SOLO POCHISSIMI specialisti si sono dedicati alla ricostruzione dell’evento e hanno provato a proporre altre ipotesi interpretative. Tra queste, la più credibile è la pista «nera». In quei mesi dell’immediato dopoguerra l’Istria pullulava di agenti e spie fasciste, tra cui la nota Maria Pasquinelli, una fanatica che poche settimane dopo, alla firma del trattato di pace, il 10 febbraio 1947 (oggi celebrato come giorno del Ricordo), uccise il governatore inglese di Pola. Nei giorni della strage, nell’estate dell’anno precedente, si era appena aperta a Parigi la conferenza internazionale che avrebbe dovuto, tra le altre cose, stabilire il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia, e decretare il destino della città.
UNA STRAGE di quelle dimensioni ai danni degli abitanti italiani di Pola avrebbe potuto far pendere la bilancia a favore dell’attribuzione della località all’Italia o, in caso di fallimento, avrebbe favorito quel «plebiscito d’italianità» di cui già parlavano i fascisti in relazione alla scelta dell’esodo. Insomma qualcuno aveva un movente più che solido per volere quella strage. Stiamo parlando peraltro di agenti senza scrupoli, fino a pochi mesi prima al soldo dei nazisti, responsabili per anni di massacri, deportazioni e torture. E animati dalla stessa idea politica degli stragisti neri degli anni Settanta, autori di attentati simili contro italiani indistinti e inermi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
ANCHE IN QUESTO CASO, lo ripeto, si tratta solo di un’ipotesi, che non può essere supportata da alcuna fonte certa. Un’ipotesi però basata su una indiscutibile coerenza fra il contesto storico, gli attori in campo e un movente credibile; a differenza della versione che attribuisce la colpa ai comunisti jugoslavi e che sembra accettata da tutti pur in assenza di nessi logici.
Anzi, questa insistenza per l’attribuzione della colpa ai comunisti sembra richiamare i tanti depistaggi in merito alle stragi fasciste degli anni Settanta, sempre compiuti con lo scopo di attribuirne la responsabilità agli avversari politici: comunisti o anarchici. E se fossimo anche in questo caso di fronte a un lungo depistaggio, un tentativo ormai riuscito grazie alla distanza e alle mancate indagini delle autorità britanniche? Un’unica certezza abbiamo: come nel caso delle foibe, la destra italiana non perde occasione per strumentalizzare eventi storici tragici, senza alcun rispetto per le vittime, con lo scopo di capovolgere la realtà e attribuire ad altri la colpa di una stagione di violenza scatenata e condotta per più di vent’anni dal regime fascista.
* Fonte/autore: Eric Gobetti, il manifesto







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