Sergio Segio – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Fri, 13 Dec 2019 08:29:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Stragi di Stato. E allora adesso apriamo i dossier https://www.micciacorta.it/2019/12/stragi-di-stato-e-allora-adesso-apriamo-i-dossier/ https://www.micciacorta.it/2019/12/stragi-di-stato-e-allora-adesso-apriamo-i-dossier/#respond Fri, 13 Dec 2019 08:29:01 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25862 Ieri a Milano anche le autorità hanno positivamente ricordato quel 12 dicembre e il presidente Mattarella ha denunciato i «depistaggi». Bene. Ma è francamente possibile che anche tutt’ora su quella stagione di stragi di Stato non si sia fatta luce?

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Di quella bomba alla Banca dell’Agricoltura alcuni di noi che si trovavano nella redazione de Il Manifesto rivista, la storica sede di piazza del Grillo, a 200 metri da Piazza Venezia, sapemmo quasi in tempo reale. Era venuta a trovarci Franca Rame, perché fin dall’inizio con lei e Dario Fo avevamo collaborato. Stavamo chiacchierando attorno al grande tavolo coperto di panno verde dove la nostra avventura fece le sue prime prove, quando si sentì un botto fortissimo, vicino. Una bomba? Sì, era la bomba posta all’Altare della Patria, uno scoppio tremendo quasi in contemporanea con quello, ben più luttuoso, di Piazza Fontana. Di cui sapemmo subito perché Franca chiamò Dario per raccontare e invece fu lui che ci riferì dell’orrore di Milano. Non capimmo che era l’inizio di quella che si chiamò strategia della tensione, la nostra stessa fantasia non poteva arrivare ad immaginare che a tanto si sarebbe ricorsi per fermare una generazione – operaia e studentesca – scesa in strada per chiedere che la modernità appena intravista acquisisse il volto umano della liberazione reale e non quello di una più raffinata ma non meno pesante oppressione. Ma lo capimmo presto; e sempre di più, via via che quella strategia dilagava. Ogni 12 dicembre più consapevolezza e dunque più rabbia si sono impadronite delle tante migliaia di persone che da tutta Italia sono sempre accorse all’annuale appuntamento milanese. Per noi de il manifesto quella vicenda fu ancora più sconvolgente, perché decidemmo di mettere a capo delle nostre liste elettorali Pietro Valpreda (quanti millennials ne conoscono il nome?), l’anarchico innocente subito imprigionato che i servizi segreti avevano deciso di indicare come l’autore della strage. Non riuscimmo, come si sa, a liberarlo eleggendolo al parlamento, perché non raggiungemmo il famoso «quorum», ma con la sua immagine esposta nelle piazze di tutta Italia rendemmo, credo, più vera e umana quella storia. Ieri a Milano anche le autorità hanno positivamente ricordato quel 12 dicembre e il presidente Mattarella ha denunciato i «depistaggi». Bene. Ma è francamente possibile che anche tutt’ora su quella stagione di stragi di Stato non si sia fatta luce? È possibile che ogni volta che vengono declassificati documenti che a chiare lettere ci dicono di Gladio, non se ne traggano le necessarie conseguenze processuali? Che solo qualche anno fa, senza che sia emersa una qualche scandalizzata reazione, sia emerso, sempre per via di declassificazione di documenti americani, che il consigliere del presidente americano, Kennan alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948 aveva suggerito al suo capo di indurre De Gasperi a mettere fuori legge il Pci, un gesto che avrebbe certo prodotto la guerra civile e dunque legittimato una rinnovata presenza militare degli Stati uniti in Italia? E ancora, è possibile che sia uscito da qualche mese un film della figlia del regista Franco Rosi che ripercorre 70 anni di storia d’Italia, in cui si racconta dei tanti eccidi e assassini in cui si intrecciano servizi Usa e italiani, ognuno dei quali non è un «mistero» ma drammatica documentazione per processi e indagini che non sono mai stati fatti sul serio, e nessuno abbia detto: accidenti, forse si dovrebbe fare qualcosa? La memoria è fondamentale. Ma guai se si continua ad accompagnare a voluta smemoratezza. Tanto più grave se perdura in una stagione così torbida come quella attuale, quando i rischi sono così alti. La svolta necessaria e non più procrastinabile è questa: l’impegno a rendere pubblica la verità. (E perlomeno potremmo cominciare a declassificare davvero anche noi i nostri documenti. Vediamo se l’impegno di Fico in questo senso sarà serio). * Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

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1969. «Il contratto figlio dei movimenti, così gli operai furono protagonisti» https://www.micciacorta.it/2019/11/1969-il-contratto-figlio-dei-movimenti-cosi-gli-operai-furono-protagonisti/ https://www.micciacorta.it/2019/11/1969-il-contratto-figlio-dei-movimenti-cosi-gli-operai-furono-protagonisti/#respond Fri, 29 Nov 2019 16:34:32 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25809 Convegno Fiom. A 50 anni dalla manifestazione nazionale a piazza del Popolo a Roma. Re David: oggi come allora chiediamo salario per tutti ma le imprese dicono no

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Era un venerdì. E per la prima volta i metalmeccanici di tutta Italia scesero in piazza a Roma, raggiungendola con tutti i mezzi. Il 28 novembre 1969 è considerato unanimemente l’apice dell’autunno caldo. Cinquantanni esatti dopo la Fiom lo celebra rivendicando come quella lotta portò «al contratto nazionale più avanzato della storia sindacale» firmato un mese e mezzo dopo, l’8 gennaio 1970. Un contratto che ridusse l’orario settimanale a 40 ore, sancì il diritto di assemblea, determinò significativi aumenti salariali e il riconoscimento dei rappresentanti sindacali. «Un contratto che spostò per la prima volta il baricentro tra capitale e lavoro», come ha sottolineato nell’introduzione Adolfo Pepe. Quella manifestazione unitaria conclusa con i comizi in piazza del Popolo dei segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Luigi Macario, Bruno Trentin e Giorgio Benvenuto fu però il frutto di una grande stagione di mobilitazione nelle fabbriche e sui territori. «L’entusiamo di quella manifestazione fu unico, ci spinse ad andare avanti», ricorda Tiziano Rinaldini, al tempo studente a Bologna e in piazza quel giorno. «Quel contratto è figlio di una ondata di vertenze territoriali che ebbe come epicentro la Fiat ma che vide una contrattazione decentrata nei mesi precedenti con centinaia di vertenze in tutta l’Emilia. Ed è merito straordinario dei gruppi dirigenti di quel periodo, anche più di Trentin, Carniti e Trentin. Al centro c’era il protagonismo dei lavoratori e la richiesta di un aumento uguale per tutti che divenne elemento condiviso dal movimento universitario e da quello delle donne», come ha ricordato anche Lia Cigarini. «Io, che il giorno dell’assunzione scioperai su indicazione della Commissione interna – racconta Gino Mazzone, allora operaio della Fatme a Roma – fui subito schedato come “pericoloso agitatore comunista” e mandato in un reparto confino. Ma da lì capì meglio la fabbrica e questo mi aiutò per preparare la trattativa che imponemmo all’azienda sulla riduzione del cottimo e l’organizzazione del lavoro: portammo Trentin in assemblea. Il giorno dello sciopero ci mandarono a fare un picchetto a Pomezia e alla manifestazione a piazza del Popolo non riuscimmo ad andare, ma fummo orgogliosi del risultato storico». A tirare le fila dei ragionamenti è stata Francesca Re David. L’attuale segretaria generale della Fiom ha ricordato come «la prima manifestazione nazionale unitaria dal dopoguerra era a rischio ordine pubblico ma tutto si svolse senza incidenti: quel giorno per la prima volta la Fiom si dotò di un servizio d’ordine». Il suo è poi stato un parallelo fra le tante similitudini fra il 1969 e oggi. «Nessuno lo sa ma il numero dei metalmeccanici è lo stesso: circa 2,4 milioni, anche se non c’è più Mirafiori e ci sono tante piccole aziende e tanti appalti e sub appalti. Anche la richiesta centrale del contratto è la stessa: aumento salariale uguale per tutti. Oggi Federmeccanica ci risponde sostenendo che le grandi aziende hanno già pagato e le piccole non hanno la forza ma così facendo mette in discussione ancora una volta lo strumento del contratto nazionale che è fondamentale anche per avere una contrattazione di secondo livello». L’occasione è servita anche per annunciare come sia tornato consultabile l’archivio nazionale della Fiom e della Flm che prestò sarà arricchito da una sezione riguardante il periodo 1901-1925, il cui fondo, conservato all’Archivio centrale di Stato, sarà digitalizzato. * Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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«Ombre nere» a Caltanissetta, 19 indagati per filonazismo https://www.micciacorta.it/2019/11/ombre-nere-a-caltanissetta-19-indagati-per-filonazismo/ https://www.micciacorta.it/2019/11/ombre-nere-a-caltanissetta-19-indagati-per-filonazismo/#respond Fri, 29 Nov 2019 16:18:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25804 Durava da due anni l’indagine che ha dato origine a 19 decreti di perquisizione domiciliare emessi dalla procura di Caltanissetta con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nei confronti di altrettanti estremisti di destra

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Durava da due anni l’indagine che ha dato origine a 19 decreti di perquisizione domiciliare emessi dalla procura di Caltanissetta con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nei confronti di altrettanti estremisti di destra indagati per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere. L’operazione «Ombre nere» segue quella che solo pochi giorni fa ha consentito di scoprire esplosivo e un sodalizio neofascista nel senese. Questa volta è partita dal monitoraggio di un militante neofascista della provincia di Enna autore di un aggressione. Seguendo i suoi contatti, gli inquirenti sono risaliti a una rete più estesa, persone residenti in Lombardia, Veneto, Toscana e Piemonte tenute insieme da «fanatismo ideologico» e intenzionate a «costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba e antisemita denominato ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori’». Con tanto di dichiarazione programmatica: 25 pagine di delirio neonazista e suprematista. Sembrerebbe un’aggregazione marginale e grottesca, frutto della mitomania da social newtork, se non fosse che ripropone in forme estreme discorsi razzisti e parole d’ordine neofasciste che sembrano tracimare dal discorso pubblico di tutti i giorni. Alcuni degli accusati avrebbero in più occasioni fatto riferimento alla disponibilità di armi ed esplosivi: sembra pianificassero attacchi ad alcune sedi Anpi. Le indagini parlano anche dell’esistenza di una chat riservata, denominata «Militia», che aveva lo scopo di formare i militanti. In qualità di addestratore, e questo è l’elemento che ha fatto drizzare le antenne degli investigatori, figurerebbe un pluripregiudicato calabrese esponente di spicco della ‘ndrangheta che vantava presso i propri camerati «esperienza militare» e «canali sicuri e riservati». Una volta pentito e divenuto collaboratore di giustizia, il personaggio in questione è diventato uno dei referenti di Forza Nuova per il ponente ligure. La formazione avrebbe tentato di accreditarsi in diversi circuiti neonazisti internazionali avviando contatti con i Combat 18, sigla espressione del circuito neonazista Blood & Honour, e con il partito d’estrema destra portoghese Nova ordem social. Esponenti del gruppo avevano partecipato nello scorso mese di agosto, a Lisbona, ad una conferenza alla quale avevano partecipato neonazisti portoghesi, spagnoli e francesi. * Fonte: Giuliano Santoro, il manifesto

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Il Comune di Madrid rimuove il monumento alle vittime del franchismo https://www.micciacorta.it/2019/11/il-comune-di-madrid-rimuove-il-monumento-alle-vittime-del-franchismo/ https://www.micciacorta.it/2019/11/il-comune-di-madrid-rimuove-il-monumento-alle-vittime-del-franchismo/#respond Wed, 27 Nov 2019 17:41:37 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25800 Spagna. Il Comune piccona le lapidi volute dalla ex sindaca in cui compaiono i nomi dei 2.934 fucilati dal regime tra il 1939 e il 1944

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MADRID. Sta destando molta indignazione, a Madrid, la decisione della nuova giunta municipale targata Pp-Ciudadanos del sindaco José Luis Martínez-Almeida, insediatasi nella primavera scorsa grazie all’appoggio determinante del partito di estrema destra Vox, di smantellare il monumento alle vittime del regime franchista presso il grande cimitero dell’Almudena. Operai del comune sono entrati due giorni fa nello storico cimitero dell’Almudena, dove si trovano anche le tombe del primo presidente della Seconda repubblica spagnola Niceto Alcalá-Zamora e della pasionaria Dolores Ibárruri, ed hanno iniziato a smontare le grandi lastre di granito su cui erano riportati i nomi di quasi tremila persone fucilate dal regime franchista fra il 1939 e il 1944, negli anni subito posteriori alla Guerra Civile. Le targhe facevano parte di un memoriale alle vittime della repressione franchista voluto dalla ex sindaca Manuela Carmena. La giunta di sinistra, che ha governato la capitale di Spagna fra il 2015 ed il 2019 grazie ai voti della piattaforma Ahora Madrid (legata in parte a Podemos) e con l’appoggio del Partito socialista, aveva deciso di erigere il memoriale nel febbraio del 2018. L’obiettivo era porre rimedio alla grande anomalia della capitale spagnola, nella quale non c’è quasi traccia di monumenti che ricordino le vittime della repressione franchista. Il monumento non era ancora completo nella primavera 2019, quando in seguito alle elezioni amministrative la destra è tornata al potere nella capitale. Fin dai primi giorni di mandato, nel luglio 2019, il nuovo sindaco aveva preso la decisione di bloccare i lavori per la costruzione del memoriale perché «non rispettava l’imparzialità». La destra aveva polemizzato anche sulla presenza, nella lista dei quasi tremila morti, di oltre trecento chequistas. La giunta di Almeida ha deciso di smantellare la parte del monumento che era stata già costruita, e cioè quella in cui compaiono i 2.934 nomi dei fucilati. Fra questi vi sono anche i nomi delle Tredici Rose (las Trece rosas), le tredici giovanissime aderenti alle Gioventù Socialiste fucilate dai franchisti contro un muro del cimitero pochi mesi dopo la fine della guerra, con una accusa di “ribellione” (sulla loro storia il regista Martínez-Lázaro ha girato un film e sono stati scritti diversi libri), o i nomi di diversi sindaci repubblicani. L’idea dell’attuale giunta è di «unificare il riconoscimento delle vittime di entrambi i lati» estendendo il ricordo alle persone fucilate dal 1936 al 1944 e non solo dal 1939 ad oggi. Il ricordo stavolta sarà «impersonale»: non figureranno i nomi delle persone fucilate. La foto delle lapidi, rimosse e ammonticchiate per terra nel cimitero, ha subito fatto esplodere l’indignazione delle associazioni che si battono per la memoria delle vittime del franchismo. «Li hanno fucilati di nuovo», ha affermato Tomás Montero, presidente della Asociación Memoria y Libertad. Durissimo anche il Foro por la Memoria, che via Twitter pubblica le foto del monumento smantellato e aggiunge: «L’indegno e vile sindaco di Madrid ha nuovamente fucilato le vittime delle sentenze fasciste del dopoguerra madrileno». L’estate scorsa, subito dopo l’ingresso del partito di estrema destra Vox nel parlamento comunale, il consigliere e segretario generale della formazione, Javier Ortega Smith, aveva affermato che le Tredici Rose «torturavano e assassinavano vilmente», un falso storico che aveva sollevato una grande ondata di indignazione. Il 24 ottobre scorso, subito dopo la riesumazione delle spoglie del dittatore Francisco Franco dal grande mausoleo della Valle dei Caduti, il presidente del governo facente funzione Pedro Sánchez si era recato al cimitero dell’Almudena per deporre dei fiori proprio davanti la targa che ricorda le tredici giovanissime donne trucidate dalla dittatura franchista. * Fonte: Lorenzo Pasqualini, il manifesto

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Que Viva Zapata! https://www.micciacorta.it/2019/04/que-viva-zapata/ https://www.micciacorta.it/2019/04/que-viva-zapata/#respond Wed, 10 Apr 2019 09:24:04 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25355 Messico. Il 10 aprile 1919 veniva ucciso in Messico il generale rivoluzionario che molto tempo dopo ispirerà l’insurrezione dell’Ezln e le lotte dei movimenti sociali contro lo sfruttamento

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Cent’anni fa, il 10 aprile 1919, a Chinameca, nello stato del Morelos, Jesús Guajardo su mandato del primo presidente del Messico post rivoluzionario, Venustiano Carranza, uccide Emiliano Zapata. Contadino, di umile estrazione, leader dell’Esercito di liberazione del Sud e volto noto, oltre che nobile, della Rivoluzione messicana del 1910. Assieme a Pancho Villa, fu espressione dell’ala più radicale del movimento che ha cacciato Porfirio Díaz e portato alla “democrazia” odierna. MOLTE SONO LE STORIE legate alla figura di Zapata. Penultimo di dieci figli di una famiglia resa povera dalle politiche del dittatore Díaz, parlava spagnolo e nahuatl. Nel 1909 era sindaco di Anenecuilco e appoggiò Patricio Leyva come governatore dello stato. Leyva perse a discapito di Pablo Escandón. Scoppiarono rivolte contro la continua espropriazione di terre da parte dei latifondisti. E fu così che nel 1910 Zapata cominciò a occupare terre, a combattere i latifondisti e a praticare l’autoridistribuzione. Dopo aver disconosciuto Díaz con il Plan di Ayala (1911) la Rivoluzione messicana, dove a combattere sono diversi eserciti, sconfigge velocemente il dittatore. Da lì in poi è un susseguirsi di avvicendamenti al governo. Fino al 1914, quando i diversi eserciti rivoluzionari, non trovando una sintesi, si uniscono ad Aguascalientes nel centro del Messico e scrivono una convenzione. Ma la fazione costituzionalista rappresentata da Venustiano Carranza e dal generale Álvaro Obregón ruppe gli accordi. DOPO LA ROTTURA con Carranza, vicino alla borghesia agraria del nord, in dicembre gli eserciti di Villa e Zapata entrano trionfanti a Città del Messico. Emiliano Zapata si rifiuta di sedere sulla poltrona presidenziale e dichiara «non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano». Zapata tornò nello stato di Morelos, dove assieme a contadini, intellettuali e studenti sperimentò una forma di democrazia diretta, la comune di Morelos, basata sulla ridistribuzione di terre e sulla diffusione di diritti sociali. La comune di Morelos è una delle esperienze più interessanti del processo rivoluzionario. La figura di Zapata faceva paura. Proprio per la sua pulsione rivoluzionaria e non riducibile al dialogo Emiliano Zapata venne ucciso. Il suo omicidio viene ben raccontato nel film del 1952 Viva Zapata!, del regista statunitense Elia Kazan. E come nelle ultime immagini del film muore a testa alta. IL VOLTO DI ZAPATA ha illuminato le lotte, le notti, gli striscioni e le iconografie dei movimenti sociali, indigeni e campesini. Zapata è tornato a battere il tempo delle rivoluzioni il 1 gennaio del 1994 con l’inizio dell’insurrezione dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale. L’Ezln che qualche anno fa, nel 1997, dedicò un lungo testo proprio a Zapata, di fatto spiegando il perché a lui si ispirassero. Quello che si faceva chiamare subcomandante Marcos scriveva: «Come ai suoi tempi, Don Emiliano, i governi hanno tentato d’ingannarci. Parlano e parlano e non mantengono nulla, a parte i massacri di contadini. Firmano e firmano carte e niente diviene realtà, a parte gli sgomberi e la persecuzione di indigeni. Ci hanno anche tradito, mio Generale, i Guajardo e le Chinameche non sono mancati, ma risulta che noi non ci siamo fatti ammazzare molto. Come abbiamo appreso, Don Emiliano, stiamo ancora apprendendo. Ma non voglio annoiarla, mio Generale, perché stanno così le cose come già lei sa, perché di per sé noi siamo lei. E vede, i contadini continuano senza terra, i ricchi continuano a ingrassare, e questo sì, continuano le ribellioni contadine. E continueranno, mio Generale, perché senza terra e libertà non c’è pace». 100 ANNI DOPO LA SUA MORTE l’Ezln e i movimenti indigeni hanno convocato due giorni di mobilitazione «ricordando che la lotta guidata dal Generale Emiliano Zapata Salazar e dall’Esercito Libertador del Sur y Centro hanno rappresentato e continuano a rappresentare gli interessi e le aspirazioni dei nostri popoli e di milioni di sfruttati e sfruttate in Messico e nel mondo» e per ricordare Samir Flores Soberanes, indigeno in lotta contro un gasdotto ammazzato per la sua attività politica un mese fa. E COSI, IERI 9 APRILE, si é svolta un’affollata assemblea generale ad Amilcingo, municipio di Temoac, stato del Morelos. Oggi, proprio dove fu ucciso 100 anni fa Zapata è convocata una mobilitazione nazionale ed internazionale. E come riecheggia nelle manifestazioni da cent’anni, e come riecheggerà tra qualche ora nel Moreles, «la lotta continua e Zapata Vive». * Fonte: Andrea Cegna, IL MANIFESTO Image: José Guadalupe Posada [CC0]

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«Dall’orso alla Pantera». Lotte studentesche con lontane radici https://www.micciacorta.it/2019/04/dallorso-alla-pantera-lotte-studentesche-con-lontane-radici/ https://www.micciacorta.it/2019/04/dallorso-alla-pantera-lotte-studentesche-con-lontane-radici/#respond Wed, 10 Apr 2019 08:37:06 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25352 «Dall’orso alla Pantera», una mostra a Torino dal 15 aprile al 21 giugno. L’esposizione è ideata nell’ambito di «Archivissima». Il festival inaugurerà venerdì la seconda edizione.

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«L’università muore». Un grido di allarme scritto in rosso e nero, senza particolare cura grafica, dal comitato di Medicina dell’Università di Torino. Correva l’anno 1964 e gli studenti si preparavano a organizzare le manifestazioni contro la Riforma Gui (ancora in gestazione), dal nome del ministro democristiano che guidò il dicastero della Pubblica istruzione negli anni del primo centrosinistra. Quel documento, che è arrivato ai giorni nostri ingiallito e con qualche piega del tempo, è un appello alla partecipazione, al protagonismo studentesco, e testimonia come il Sessantotto non sia nient’altro che l’arrivo di un percorso sedimentato negli anni precedenti. Quel cartellone, ora restaurato, fa parte della mostra Dall’orso alla Pantera. Le proteste studentesche come fattore di innovazione, ideata e realizzata dall’Archivio Storico dell’Ateneo torinese, in occasione della seconda edizione del più ampio festival «Archivissima», che si svolge, a Torino, dal 12 al 15 aprile. IL 12 APRILE, per la «Notte degli Archivi», gli archivi storici di enti pubblici e privati e di istituti culturali saranno aperti al pubblico, alla scoperta di patrimoni nascosti e di storie conservate. E, così, sarà anche per quello dell’Ateneo, in via Verdi 8 (Palazzo del Rettorato), dove la mostra – curata dalla responsabile Paola Novaria – rimarrà aperta fino al 21 giugno. Il percorso si snoda lungo due secoli e mezzo di storia e prende le mosse da un episodio del 1755, quando gli studenti si opposero con forza al fatto che il cortile del Rettorato potesse ospitare uno spettacolo che prevedeva un ballo di un orso e un combattimento tra animali, ritenuti lesivi dell’onore dell’Università. L’esibizione era stata autorizzata da Carlo Luigi Caissotti, capo del Magistrato della Riforma. Dopo la distruzione delle palizzate, gli studenti resistettero a un corpo di guardia inviato sul posto. Le autorità disposero che lo spettacolo si tenesse nel parco del Valentino. ATTRAVERSO documenti, volantini e illustrazioni, ci si muove – sotto l’occhio vigile dei faldoni affastellati dell’Archivio – dall’Ottocento risorgimentale, con il coinvolgimento degli studenti nel cammino verso l’Unità, alle guerre che sconvolsero la prima metà del Novecento. E, via, verso l’onda lunga del Sessantotto, dove quello status quo che nel 1755 veniva difeso, fu sovvertito. Proprio il «superamento delle barriere» è il fulcro dell’edizione di Archivissima, il festival ideato dall’agenzia Promemoria e organizzato in collaborazione con il Polo del ‘900. Barriere e distanze che gli anni, che anticipano il ’68, cercarono di erodere gradualmente. Ancor più significativamente a Torino dove l’anno simbolo fu anticipato dal ’67, con l’occupazione, a novembre, di Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche. Ma, sfogliando la rivista degli studenti Ateneo, le cronache delle prime occupazioni di Politecnico e Università risalgono addirittura al 1958. Le pagine del periodico sono intervallate dalle vignette di Fausto Amodei, studente di architettura, presto animatore dei gloriosi Cantacronache, che in un disegno satirico «Oro alla patria, per gli studenti i tempi non cambiano» solleva il problema dell’aumento delle tasse e la questione del diritto allo studio. Tema che nei documenti ciclostilati del ’68 diventa una denuncia contro «l’attuale struttura economica e sociale che tende a predeterminare una selezione di tipo classista», «chi si iscrive a medicina proviene nella maggioranza (83,38%) da famiglie della media ed alta borghesi». L’università forma – scrivevano – «medici adatti», «individui stampati», che non si devono porre troppe domande, né discutere del lavoro da eseguire: «Se poi – riportavano i volantini di Chimica – serve a costruire bombe batteriologiche o chimiche, a fare sofisticazioni alimentari, a immettere sul mercato prodotti farmaceutici dannosi il cui unico scopo è arricchire chi li produce e non a curare i malati, a inquinare l’aria, l’acqua… non importa. Non crediamo ai cattedratici che ci hanno ripetuto che il lavoro del tecnico è neutrale». Le facoltà scientifiche in apparenza sullo sfondo della lotta ne sono state protagoniste. Con l’inaugurazione della mostra, il 12 aprile, una tavola rotonda – alle 19,30 nella sala Principe d’Acaia del Rettorato – approfondirà l’aspetto. A moderarla, lo storico Aldo Agosti, che dialogherà con i testimoni dell’epoca di Medicina e Scienze Mfn: Paola Accati, Salvatore Coluccia, Stefano Sciuto, Tullia Todros e il famoso chirurgo Mauro Salizzoni. ANNI DI ROTTURA. Il 10 febbraio 1969 dai collettivi di Scienze naturali e biologiche arrivò una piccata replica all’ordinario di zoologia Guido Bacci che sosteneva che le donne, per caratteristiche genotipiche, non fossero portate alla ricerca ma solo all’insegnamento. «L’insigne genetista ci ha reso edotti sulla sua ultima ricerca in campo genetico. Dopo lunghi studi ha scoperto che sul cromosoma femminile X si trova l’importantissimo gene I (insegnamento) che si manifesta esclusivamente nelle donne; mentre sul cromosoma Y c’è l’altrettanto importante gene R (ricerca). A quando la pubblicazione? Ciò che più preoccupa non è tanto la risibilità di una simile affermazione “scientifica” quanto il fatto che l’illustre professor Bacci (come qualsiasi altro cattedratico) possa trasportare una differenziazione sociale (donne laureate in biologia che insegnano, uomini che “ricercano”) a livello pseudo scientifico e, avvalendosi della sua autorità indiscussa in quanto “esperto” e cattedratico, giustificarla e contribuire a consolidarla». COMPLETANO la mostra volantini e fotografie, concesse in prestito da archivi privati, della Pantera, il movimento studentesco mobilitatosi contro la riforma Ruberti, occupando centinaia di facoltà, tra la fine del 1989 e la primavera del 1990, contro la trasformazione in senso privatistico delle università italiane. Temi tuttora attuali. La mostra all’Università è una delle iniziative del festival Archivissima, che ha come sede centrale il Polo del ‘900, via del Carmine 14, e prevede seminari, panel, conferenze (attesi Nicola Lagioia, Michela Murgia, Giusi Nicolini e Mario Tozzi), workshop e spettacoli. Infine, la mostra Superarchivi che ospita materiali di vari archivi e musei attorno al tema #superalebarriere e a tre anniversari di cambiamento: la caduta del muro di Berlino 1989), lo sbarco dell’uomo sulla Luna (1969) e la pubblicazione del manifesto del Futurismo (1909). Mostra che ha come naturale proseguimento l’allestimento al Museo Lavazza L’enciclopedia è un gioco! Le figurine Lavazza con le tavole ispirate alla missione Apollo 8. * Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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Il valore universale della classe operaia e il finanz-capitalismo https://www.micciacorta.it/2019/04/il-valore-universale-della-classe-operaia-e-il-finanz-capitalismo/ https://www.micciacorta.it/2019/04/il-valore-universale-della-classe-operaia-e-il-finanz-capitalismo/#respond Tue, 09 Apr 2019 06:52:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25350 Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne

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Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne, rappresentandone provocatoriamente il pentimento per le condizioni a cui sottoponeva la sua classe operaia. La dimostrazione dei lavoratori intendeva protestare ed esprimere solidarietà a loro colleghi che si erano suicidati o avevano tentato di farlo portati a tale drammatico gesto dal duro stress fisico e psicologico generato dallo status del lavoro in quell’azienda. In particolare, nei giorni a ridosso della protesta, un’operaia della fabbrica si era appena suicidata in una situazione tragica. I cinque operai responsabili dell’happening provocatorio sono stati licenziati per aver danneggiato l’immagine della Società. Il grande magnate Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo ha dichiarato che la lotta di classe è una realtà fattuale e ha soggiunto: “ e la mia classe l’ha vinta!”. Dunque grazie a un potentissimo capitalista, anche chi non ha una formazione marxista o chi non ha mai voluto riconoscere l’esistenza della lotta fra capitale e lavoro può ora riconoscere che non si tratta di una chimera ma di una incontrovertibile realtà. Ora, chi sta della parte dei padroni o – per essere più precisi del finanz-capitalismo ( Luciano Gallino) – ha motivo per esprimere un incondizionato tripudio? A mio parere chiunque sia dotato di un pur minimo tasso di Intelligenza non dovrebbe trarre motivo di sconcia soddisfazione dalla temporanea sconfitta della classe operaia. Lo testimonia il fatto che i nostri cinque operai della FCA di Pomigliano d’Arco hanno deciso di fare ricorso alla Corte europea dei diritti, non per essere riassunti, come era pur lecito aspettarsi, ma per difendere il diritto di ciascuno alla libertà di opinione e di manifestazione delle proprie idee. Tutti coloro che non hanno mai capito la classe operaia, che ne hanno ignorato la cultura, la sensibilità sociale, che hanno calunniato le sue richieste di diritti, che hanno osteggiato le sue lotte si chiedano per una volta perché cinque operai licenziati con tutte le difficoltà pratiche e umane che devono affrontare decidono di rivolgersi alla corte dei diritti d’Europa per perorare un diritto di tutti? Per una sola ragione: la classe operaia è stata ed è l’unica classe portatrice, in quanto tale, di valori universali. Mentre la classe che ha vinto, quella dei Warren Buffet, lo ha fatto per se stessa, per un pugno di privilegiati smisuratamente ricchi al fine di renderli ancora più ricchi, anche al prezzo di calpestare quella classe media che ha ingenuamente creduto nei benefici del liberismo e della sua forma patologica, la metastasi iperliberista, la classe operaia ha lottato per la giustizia sociale, per la democrazia. A misura che gli operai si muovevano verso l’emancipazione dallo sfruttamento bestiale, dalla condizione del lavoro servile, l’intera società beneficiava in termini di democrazia di crescita civile e di diffusione dei saperi critici. Le famiglie operaie hanno fatto sacrifici perchè i loro figli, le generazioni future potessero studiare e migliorare le proprie condizioni di esistenza al fine di edificare una società migliore per tutti. Ma le minoranze del privilegio e del potere hanno messo in campo ogni mezzo possibile per impedire che i lavoratori assumessero la leadership politica e culturale. Ben sapendo che la cultura e l’etica del lavoro sarebbero state incompatibili con il parassitismo di chi accumula il proprio potere con gli strumenti della speculazione, della corruzione, pervertendo il senso dei valori istitutivi di una democrazia degna di questo nome. Questo processo di svalorizzazione del lavoro e della sua cultura favorito dal marasma mediatico impegnato a glorificare la vanità del consumo è arrivata a far credere che il lavoro sia un residuato di un tempo decaduto. Non è così, nel mondo gli operai sono milioni e milioni e il loro ruolo è tutt’altro che irrilevante. Il mondo ha bisogno di loro per non precipitare nell’insensatezza. E per questa ragione dobbiamo sostenere i cinque operai di Pomigliano d’Arco. * Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

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Pestaggio e depistaggio, arriva la verità per Stefano Cucchi https://www.micciacorta.it/2019/04/pestaggio-e-depistaggio-arriva-la-verita-per-stefano-cucchi/ https://www.micciacorta.it/2019/04/pestaggio-e-depistaggio-arriva-la-verita-per-stefano-cucchi/#respond Tue, 09 Apr 2019 06:31:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25347  Il carabiniere Tedesco denuncia in Corte d’Assise i suoi coimputati e gli insabbiamenti. Conte: il ministero della Difesa parte civile

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Non passeranno una Pasqua tranquilla, gli otto carabinieri indagati dal pm Giovanni Musarò per l’insabbiamento e il depistaggio della verità sulla morte di Stefano Cucchi. Entro la settimana prossima, infatti, la procura di Roma depositerà la richiesta di rinvio a giudizio per i componenti della catena di comando dell’Arma, tra i quali il generale Alessandro Casarsa, responsabile secondo gli inquirenti di quel «muro insormontabile» di cui ha parlato ieri in udienza il vicebrigadiere Francesco Tedesco, imputato e testimone chiave del processo bis. Davanti alla I Corte d’Assise, il militare che il 15 ottobre 2009 arrestò il giovane geometra romano, morto una settimana dopo all’ospedale Pertini, ha ripetuto quanto già ammesso negli interrogatori del pm e sottoscritto in una denuncia presentata in procura il 20 giugno 2018. Ha confermato tutto, parola per parola. Dal violento pestaggio avvenuto nella stanzetta del fotosegnalamento della caserma Casilina, dove i suoi commilitoni e coimputati Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro infierirono sull’inerme Stefano Cucchi perfino con un calcio in faccia anche quando era già caduto in terra, dopo i primi calci e schiaffi, sbattendo violentemente il coccige e la testa. Fino alla scomparsa dell’annotazione di servizio con la quale, dopo aver saputo della morte dell’arrestato, aveva deciso di denunciare tutto ai suoi superiori. E soprattutto ha raccontato dei verbali fatti modificare per ordine superiore, delle minacce subite, del mobbing continuo, delle umiliazioni. «Non ho parlato in tutti questi anni – ha affermato Tedesco prima di rispondere alle domande, chiedendo scusa alla famiglia Cucchi e ai poliziotti penitenziari ingiustamente accusati nel precedente processo (ma dei quali non ricorda il nome) – perché avevo paura, stavo male ma per me era un muro insormontabile». Un monolite che ha cominciato a sgretolarsi quando Tedesco ha preso coraggio, ispirato dai carabinieri Riccardo Casamassima e sua moglie Maria Rosati, che denunciarono per primi il pestaggio, del quale avevano sentito parlare in caserma. Ma solo successivamente, il vicebrigadiere imputato decise di svuotare il sacco: «Mi ha colpito molto la lettura del mio capo d’imputazione (che lo accusa di omicidio preterintenzionale, ndr) perché descrive i fatti come sono avvenuti, e perché stabilisce il nesso tra il pestaggio e la morte di Cucchi». Spiega Tedesco che in precedenza invece si era fatto «condizionare dei media» e aveva creduto che Stefano fosse stato pestato in un secondo momento anche dalla polizia penitenziaria. Di sicuro ieri il militare appariva a tutti molto più rilassato del solito, probabilmente anche grazie alla promessa fatta dal generale Giovanni Nistri alla famiglia Cucchi quando, un mese fa (ma la notizia è stata data solo ieri a Repubblica), nel far recapitare loro una lettera di solidarietà e di condivisione della richiesta di verità e giustizia, il comandante generale ha assicurato che l’Arma si costituirà parte civile al processo, nel caso se ne riscontrino le condizioni. E ieri sera, finita l’udienza forse più importante del processo che si sta celebrando ai primi cinque carabinieri imputati, il premier Giuseppe Conte, precisando di parlare «a nome del governo», ha riferito che il Ministero della Difesa «è favorevole a costituirsi parte civile». Mentre il ministro Luigi Di Maio ha ringraziato il generale Nistri «per il suo gesto». Troppo vergognosa, infatti, per le istituzioni dello Stato, la verità che è emersa ieri per la prima volta in un’Aula di tribunale, dopo quasi dieci anni non solo di depistaggi ma anche di macchina del fango contro la figura di Stefano Cucchi e la sua famiglia. Non è vero, per esempio, che il giovane arrestato per spaccio in via Lemonia fu aggressivo con i carabinieri: «Quando con Di Bernardo iniziarono a battibeccare Stefano fece il gesto di dargli uno schiaffo, ma solo il gesto, tipo scacciare una mosca», racconta Tedesco. E ancora: «Se non li avessi fermati avrebbero continuato a pestarlo, D’Alessandro stava già per partire con il secondo calcio quando io gli ho dato una spinta». Se ce ne siano stati altri, di pestaggi, Tedesco non lo sa, perché tornati alla caserma Appia, il carabiniere ha perso di vista per un po’ il ragazzo. Dopo le violenze Cucchi non parla, «si tira il cappuccio sulla testa» e tace. «Io ero sotto shock e lui peggio di me». «Ho chiamato il maresciallo Mandolini (in quel frangente comandante della caserma Appia, oggi imputato per falso, ndr) e gli ho raccontato tutto». Ma «D’Alessandro e Di Bernardo erano i pupilli di Mandolini, tanto che consentiva loro di uscire in borghese e fare arresti anche con la loro auto personale». E infatti il comandante della stazione Appia, che secondo Tedesco era tanto potente e «aveva molti contatti in Vaticano», gli ordina di firmare un «verbale di arresto già redatto» (dove non c’è scritto del mancato fotosegnalamento) poche ore prima di portare Cucchi in tribunale per l’udienza di convalida del fermo. Non solo: nei giorni successivi – dopo che la nuova annotazione di servizio di Tedesco contenente la verità era sparita dall’archivio della caserma, e il numero di protocollo relativo era stato cancellato – Mandolini gli fa sentire la sua pressione. Davanti a lui «come se non esistessi, ordina di correggere le annotazioni dei carabinieri di Tor Sapienza», riferisce il teste. «Ho saputo – aggiunge – che D’Alessandro e Di Bernardo sono stati ascoltati da un alto grado gerarchico, io non sono mai stato convocato». E soprattutto, quando, il 7 novembre 2009, viene richiamato urgentemente da un breve periodo di ferie perché doveva essere di nuovo sentito dall’allora pm Vincenzo Barba, Tedesco chiede a Mandolini come avrebbe dovuto comportarsi, e si sente rispondere: «Tu devi seguire la linea dell’Arma, se vuoi continuare a fare il carabiniere». * Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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Il 7 aprile e il teorema Calogero https://www.micciacorta.it/2019/04/il-7-aprile-e-il-teorema-calogero/ https://www.micciacorta.it/2019/04/il-7-aprile-e-il-teorema-calogero/#respond Mon, 08 Apr 2019 06:48:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25343 Una data che segna l’operazione giudiziaria e il processo politico con la quale vengono regolati i conti con pezzi importanti dei movimenti degli anni Settanta

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Accusati per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”

Il 7 aprile 1979 decine di militanti (che diventeranno centinaia nel corso dell’inchiesta) dell’area dell’Autonomia furono arrestati, in esecuzione di un duplice mandato di cattura emesso dai giudici Pietro Calogero e Achille Gallucci delle procure di Padova e Roma, con l’accusa di associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a diciannove omicidi, fra i quali spiccava quello di Aldo Moro. L’accusa era di aver costituito una organizzazione segreta che dirigeva dietro le quinte ogni possibile formazione armata: come scriverà l’Unità due giorni dopo, «un unico filo, insomma, percorrerebbe tutte le formazioni terroristiche, dalla nebulosa del “terrorismo diffuso” alla perfezione militare delle Br. La mano che questo filo tira e manovra sarebbe quella dell’Autonomia», organizzazione nata dopo lo scioglimento di Potere Operaio e poi cresciuta nel corso degli anni Settanta, ovvero quella di Toni Negri, per il quale il giudice Calogero ricorre, prima volta nella storia dell’Italia repubblicana all’articolo 284 del codice penale «per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato».

L’operazione 7 aprile svolge un ruolo nevralgico nello scontro sociale che si è consumato negli anni Settanta, un decennio eccezionale dal punto di vista delle lotte sociali e del protagonismo operaio. La sostenne un battage giornalistico impressionante. Nel giro di pochi giorni l’Italia apprendeva l’esistenza di una sorta di Spectre nostrana, la cui esistenza si affermava con certezza essere comprovata da solidi elementi e testimoni inconfutabili: fra questi un uomo del generale Dalla Chiesa e un brigatista pentito padovano. In particolare, era l’Unità a distinguersi nel distillare, giorno per giorno, le rivelazioni provenienti dalla procura di Padova: Negri era ideatore dei primi sequestri di persona effettuati dalle Br, membro della direzione Br sin dalla metà del ’73, il telefonista che comunicava con la famiglia Moro durante il sequestro del leader Dc, ma anche, con estrema versatilità, l’uomo che «insegnava la tecnica di costruzione delle bottiglie molotov». E, si insinuava, mandante dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini (ucciso da Prima Linea, una organizzazione armata distinta dalle Br), che, avendo condiviso una cena con Negri in casa del giudice Antonio Bevere, avrebbe riconosciuto la sua voce come quella del telefonista Br, il dottor Nicolai, che chiamava casa Moro. Per quanto incredibile sembri, ci vorrà la perizia linguistica di Tullio De Mauro per certificare la differenza fra l’evidente cadenza marchigiana del “dottor Nicolai” (che poi si sarebbe scoperto essere Mario Moretti) e quella padovana di Negri. L’impianto accusatorio costruito da Calogero e Gallucci si configurava come l’applicazione di leggi speciali di fatto, che aggirando la lettera del diritto si collegavano, in qualche caso anticipandole, alla “legislatura d’emergenza” che costituì per anni una vera e propria sospensione dei diritti della difesa: lo spezzettamento dell’inchiesta in tre processi metteva infatti gli imputati in condizione di essere accusati a Roma di aver costituito un’organizzazione armata (la misteriosa “O”), a Padova dei reati che costituivano la sostanza della “O”, e a Milano del carattere tentacolare della “O” in concorso con altre sigle. Come in un paradosso, a Roma i reati erano dati per presupposti, a Padova e Milano era data per presupposta l’organizzazione. Al tempo stesso, col passare del tempo e il cadere dei primi capi di imputazione, sostituiti da nuove accuse scaturite dai diversi “pentiti” – dapprima Carlo Fioroni, in seguito Marco Barbone – venivano emessi mandati sostitutivi che aggiravano nei fatti il limite della custodia cautelare fissato dalla “legge Valpreda” (legge 773/1972). Gli imputati vennero così sottoposti al regime delle carceri speciali – come se fosse già comprovata la loro colpevolezza – fino alla sentenza di primo grado, quasi sempre senza avere un confronto con i pentiti che li accusavano, a volte (come nel caso di Negri) senza mai incontrare il giudice istruttore. Carceri speciali nelle quali si costituiva un ulteriore elemento di tortura psicologica la coabitazione con i “boia delle carceri” brigatisti, che li consideravano traditori cui promettere un esplicito “colpo di grazia”; né va dimenticato che il duro regime carcerario avrà effetti devastanti sul fisico di alcuni di loro (come Ferrari Bravo, Vesce, Serafini), che patiranno una morte prematura. Al termine di una vicenda giudiziaria durata anni (la sentenza di secondo grado è dell’8 giugno 1987), dopo che il processo padovano aveva fatto giustizia dell’impianto accusatorio e il pm Giovanni Palombarini aveva smentito e confutato Calogero, gli imputati, in primo grado condannati a pene pesantissime, furono assolti da quasi tutte le accuse, e le loro pene quasi sempre ridotte a misura della carcerazione preventiva già patita. Ma ormai si era entrati in quei lunghi anni Ottanta. Questa raffinata macchinazione giudiziaria era al servizio di un disegno generale, che prese il nome di “teorema Calogero” e che pretendeva di ricondurre un movimento di critica e sovversione dello stato di cose presenti a un’associazione criminale eterodiretta da un pugno di “cattivi maestri”. Il teorema si basava su tre presupposti: che non fosse possibile un movimento autonomo e spontaneo; che il suo carattere molteplice e plurale costituisse una semplice variazione rispetto a una sostanziale uniformità che appiattiva sul terrorismo brigatista ogni manifestazione di  antagonismo e lotta di classe; che la lotta di classe dovesse essere depurata da ogni espressione di violenza, a dispetto della storia e tradizione degli oppressi – da cui la necessità di una direzione politica e sindacale del conflitto sociale, che non poteva ammettere alcuna obiezione. Il “teorema Calogero”, insomma, nasceva come emanazione (esplicita o meno che fosse) di quel Partito comunista che si attribuiva l’incarico di rappresentare e dirigere «la classe operaia che si fa Stato», e come tale si incaricava, illudendosi, di porre rimedio alla crisi dello Stato-piano. Il conflitto sociale che, non solo in Italia, promanava dal ’68 metteva in crisi i fondamenti stessi della dottrina keynesiana dello Stato sociale che, operando una certa redistribuzione del reddito, manteneva entro confini accettabili l’antagonismo sociale, al prezzo di qualche buona riforma. La crisi economica globale aveva mostrato in tutta la sua nudità questo buon sovrano, e messo all’ordine del giorno il suo superamento. Il Pci, prigioniero delle politiche del compromesso storico e impegnato a dimostrare l’affidabilità nella gestione della crisi, rispondeva invece con la politica dei sacrifici sancita sul piano sindacale dalla “svolta dell’Eur”, la scelta della Cgil di accettare il taglio del salario per favorire la ripresa economica e su quello governativo dal piano Pandolfi del 1978 con cui il governo Andreotti varò un generale taglio alla spesa pubblica: i costi della crisi (in primo luogo gli alti tassi di disoccupazione) venivano scaricati sui lavoratori, ai quali si chiedeva di accettare le politiche di licenziamento, di mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni (scaglionamento dei miglioramenti contrattuali, revisione «da cima a fondo» del meccanismo di Cassa integrazione), e di accettare l’idea che il salario dovesse essere considerato una «variabile dipendente». Pci e sindacato non riuscivano a comprendere che il declino della pianificazione statale si traduceva nell’uso politico della crisi; non coglievano il significato di quelle politiche di ristrutturazione capitalistica – allungamento delle linee di produzione, automazione, delocalizzazione – che già alludevano al capitalismo di fine secolo, ed anzi le assecondavano; e non comprendevano il mutamento profondo della composizione sociale dei movimenti cui alludeva il dislocamento del conflitto dalla fabbrica all’intero territorio metropolitano – e dunque dalla giornata lavorativa alla qualità dell’intera vita. Che fosse concepibile una vita liberata dal dominio del lavoro salariato e dalle determinazioni economiche; che ci fosse vita, oltre l’orizzonte della fabbrica; che questa vita venisse non solo teorizzata, ma praticata in stili di condotta collettivi e comunitari; che nuovi soggetti sociali producessero forme di lotta innovative e trasversali; che a tutto questo si accompagnasse una riflessione teorica all’altezza della sfida: questo, il partito di Berlinguer, il sindacato di Lama e la procura di Calogero non potevano accettarlo, e neanche concepirlo. Emblematica era la riduzione a scena indiziaria di un futuro crimine la cena nella quale era presente, assieme a Bevere (fondatore e direttore della rivista Critica del diritto), Toni Negri (che con Critica del diritto collaborava) e sua moglie Paola, e il giudice Alessandrini. Ai giornalisti de l’Unità, non passò per la mente che attorno a una rivista che praticava la critica del diritto magistrati e militanti che avevano a cuore le lotte in fabbrica e i conflitti sociali potessero incontrarsi e discuterne, socializzando conoscenze e punti di vista – magari a partire dalla comune lettura di Boris Pasukanis, il giurista sovietico che ha analizzato l’interazione tra diritto e capitalismo. Interpretare quelle discussioni conviviali come paralipomena dei Demoni di Dostoevskij è una chiave di lettura più comoda e ammiccante, efficace se si vuol credere che ogni manifestazione di conflitto radicale – condivisibili o meno che fossero – sia causata da alieni e non sia riconosciuta come originata da una storia comune: persino quando, come nel caso di una delle componenti del brigatismo, i marziani provenivano dallo stesso album di famiglia del Pci e ne conservavano le peggiori tare terzinternazionaliste, senza neanche far la fatica di tagliarsi i baffoni. D’altro canto, la messa in relazione, in comune, delle pratiche era un tratto costitutivo di quel movimento: con buona pace di Nadia Urbinati, che si è figurata «una visione liberale e individualista», peraltro contraddetta dalle sue stesse citazioni dei giornali di movimento. Che la dimensione orizzontale di quel movimento fosse reticolare e comunicativa, informativa e territorializzante, lo avevano purtroppo ben presente le procure e le forze della repressione, che nei mesi seguenti, anche grazie alle diversamente spontanee e veritiere “confessioni” dei pentiti, riuscirono a disarticolare quelle reti: basti ricordare la distruzione del circuito delle librerie Punti Rossi, delle quali furono imprigionati – individuati con chirurgica precisione – i responsabili locali, ma gli stessi lettori (la sola Libreria Calusca di Milano nel giro di un anno si trovò ad avere in rubrica, 681 arrestati), la chiusura della Cooperativa Ar&a di Primo Moroni e Nanni Balestrini, una struttura editoriale che riuniva tante realtà editrici autogestite in grado di contrapporsi alla grande distribuzione editoriale, la fine del circuito musicale che ruotava attorno alla Cramps Records. Negli anni di carcere preventivo, prima ancora che il processo fosse non solo celebrato ma istruito e che i capi d’accusa venissero formulati con precisione, i detenuti del 7 aprile costituivano in carcere quell’esperienza di messa in comune dei saperi che fu  la “Università di Rebibbia”, tesa fra L’anomalia selvaggia di Negri e Convenzione e materialismo di Paolo Virno, due fra i testi più importanti (certamente i due più inattuali) degli anni Ottanta, attraverso i quali l’esperienza dell’autonomia e del (post-)operaismo si è prolungata fino ad oggi. Ha un valore non solo simbolico che nel quarantennale di quella persecuzione sia tradotto in Italia Assemblea di Negri e Hardt – a riprova che il tentativo di impedire a quel cervello collettivo di pensare è fallito. Se un’immagine deve suggellare l’interezza di questa oscena storia di inquisizioni e “colonne infami”, valga allora ricordare, attraverso uno dei suoi attori, cosa significava la libertà per quei militanti: il 12 giugno 1984 Luciano Ferrari Bravo, «mentre attendeva, dopo cinque anni e mezzo di galera preventiva, una sentenza che avrebbe potuto condannarlo a decine di anni di reclusione, invece di farsi tradurre in catene al tribunale, restò a Rebibbia, sereno di una serenità filosofica, a giocare una serissima partita a tennis» (Sandro Chignola, Foucault oltre Foucault, DeriveApprodi, 2014, p. 189). Testimone socratico della verità, Ferrari Bravo non poteva allora sapere che proprio in quella primavera Foucault aveva concluso i suoi corsi, mentre la morte si approssimava, parlando del coraggio della verità e della filosofia cinico-stoica come militanza filosofica «nel mondo e contro il mondo […]: la vita vera come vita altra, come una vita di lotta, per un mondo cambiato». *Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i due volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Fonte: Jacobin Italia

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Roma, oggi antifascisti in piazza a Torre Maura contro Casapound https://www.micciacorta.it/2019/04/roma-oggi-antifascisti-in-piazza-a-torre-maura-contro-casapound/ https://www.micciacorta.it/2019/04/roma-oggi-antifascisti-in-piazza-a-torre-maura-contro-casapound/#respond Sat, 06 Apr 2019 07:31:06 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25338 ROMA. A Torre Maura, dopo che gli ultimi Rom sono stati portati via dalla struttura di accoglienza assediata dagli abitanti in rivolta da martedì sera, è tornata la calma. Ma il degrado è rimasto, come e forse più di prima. Forza Nuova ieri sera con una fiaccolata ha tentato l’ultimo spot prima di lasciare il […]

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ROMA. A Torre Maura, dopo che gli ultimi Rom sono stati portati via dalla struttura di accoglienza assediata dagli abitanti in rivolta da martedì sera, è tornata la calma. Ma il degrado è rimasto, come e forse più di prima. Forza Nuova ieri sera con una fiaccolata ha tentato l’ultimo spot prima di lasciare il quartiere al suo destino e spostare la protesta elettorale a Casalotti, periferia nord di Roma dove controllano il territorio molto più che a Torre Maura e dove alcune delle famiglie Rom sono state trasferite. Stessa strategia quella di CasaPound che questa mattina alle 10 tornerà nel quartiere con un corteo che parte da via Piovanelli, a pochi metri dalla contromanifestazione organizzata dall’Anpi alla quale hanno aderito anche la Cgil, Libera e l’Arci. Le organizzazioni antifasciste hanno dato appuntamento a Piazzale delle Paradisee per un sit-in antirazzista – un tantino fuori tempo massimo, a dire il vero, evidentemente per difficoltà nei rapporti con il territorio e con gli abitanti in rivolta di Torre Maura. Il sit-in è stato indetto con lo slogan «Non me sta bene che no», coniato da una delle frasi pronunciate dal 15enne Simone quando ha affrontato in perfetta solitudine, senza ideologie e con coraggio i neofascisti che per giorni hanno presidiato la struttura dove erano state segregate le famiglie Rom. «Dopo tre giorni di follia a Torre Maura, la Cgil insieme ad altre realtà, che vanno da Libera all’Arci, ha deciso di manifestare in concomitanza con CasaPound, per affermare che il problema del quartiere non sono 70 persone ma l’assenza di servizi e di lavoro», ha spiegato Michele Azzola, segretario generale della Cgil Roma e Lazio. Il Pd romano ha fatto appello al Questore affinché non autorizzi il corteo neofascista: «Chi calpesta ogni giorno la Costituzione e i valori di Roma antifascista non può continuare a marciare sulle ferite della nostra città». Al sit-in antirazzista hanno aderito numerose organizzazioni e partiti. «Ci saremo – annuncia Simone Sapienza, segretario di Radicali Roma – anche per ricordare la delibera popolare Accogliamoci, con cui, prima ancora dello scandalo di Mafia Capitale, avevamo proposto, insieme a tante realtà che saranno presenti in piazza, una riforma totale dell’accoglienza e un piano preciso di superamento dei campi etnici e delle baraccopoli a Roma». * Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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