Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Wed, 05 Aug 2020 06:31:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Carabinieri di Piacenza, droga e tortura, ci risiamo https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/ https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/#respond Wed, 05 Aug 2020 06:31:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26212 Le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità

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Ci risiamo! E vedremo quanto durerà stavolta l’attenzione dei media, lo stupore degli ingenui, l’indignazione degli smemorati. Forse un po’ più del solito, poiché l’accorto magistrato è ricorso al sequestro dell’intera caserma dei carabinieri di Piacenza; il solo arresto dei suoi gestori non avrebbe prodotto la stessa visibilità. Ma se è la prima volta che ciò succede, le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità. Ai riflettori su Piacenza e alla pubblica esecrazione hanno certo contribuito i risvolti a luci rosse ma, più di tutto, la compresenza di droghe e di spaccio. Argomento così rodato e assorbente ma mandare presto in secondo piano pestaggi e arresti ingiustificati. La violenza istituzionale esercitata su stranieri e marginali pare, e non da oggi, essere considerata meno grave di quella, assai più raramente, esercitata nei riguardi di cittadini inseriti. Del resto, vi è chi, in passato, non ha esitato a teorizzare che i “colletti bianchi” finiti in carcere ne abbiano a soffrire molto di più, non essendo quella prospettiva nell’ordine del previsto e del “naturale”. Ci sarà pure un motivo se carcere e tortura sono storicamente – e impunemente – riservati a poveri, tossicodipendenti e ribelli. Come ebbe a raccontare anni fa un commissario che, pur tardivamente, ruppe il muro dell’omertà, senza peraltro provocare alcuno scandalo o inchiesta: i compiti della squadra di torturatori della polizia, del quale ammetteva di aver fatto parte nella lotta al terrorismo, erano quelli di «applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili». Insomma, violenze e torture sui fermati erano la norma, ma in quel momento storico, secondo il funzionario semi-pentito, “dall’alto” arrivò l’autorizzazione a fare lo stesso nei confronti dei militanti armati. In quegli stessi anni (primi ’80) e luoghi (Veneto) di cui il commissario ha raccontato in un’intervista (“L’Espresso” del 9 aprile 2012), era presente un altro personaggio che, in qualche modo, ci riporta a Piacenza: Gianpaolo Ganzer, ufficiale dei carabinieri del nucleo di Dalla Chiesa, a capo dell’Anticrimine di Padova, poi a sua volta generale e comandante del ROS. Nel 2010, ancora in servizio (andrà in pensione nel 2012), con altri 13 carabinieri venne condannato a 14 anni «per aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida» (condanna ridotta nel 2013 a 4 anni e 11 mesi, prescritta nel 2016). In buona sostanza (e qui l’ambivalenza del termine è assai calzante), Ganzer avrebbe fatto in grande quel che i più ruspanti carabinieri piacentini facevano in piccolo. Sono passati pochi anni, ma quella vicenda pare archiviata nella memoria pubblica come tante altre simili, sia pur di minore eclatanza. Tutto dimenticato. O quasi. Tocca infatti ora convenire con un commento Twitter dell’avvocato Carlo Taormina: «In fin dei conti i carabinieri di Piacenza ripagavano i confidenti facendoli spacciare e malmenavano quelli che arrestavano. Routine! Ganzer fu assolto per ben di più». Anche l’avvocato è invecchiato, tanto da confondere prescrizione e assoluzione, ma il resto dell’affermazione è indiscutibile, a prescindere dal suo autore. Ecco. Questa è la routine. Questo è «quello che fanno tutte le squadre mobili». Si eccepisce che il crimine non si può affrontare con i guanti bianchi. Più o meno lo stesso disse Vincenzo Muccioli ai tempi del processo per l’omicidio Maranzano, prima ucciso nella comunità di San Patrignano e poi scaricato tra l’immondizia a Napoli. La droga e il proibizionismo sono stati e continuano a essere la comoda coperta per mille nefandezze. * Fonte: Sergio Segio, il manifesto

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Vite di scarto, silenzi di stato https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/#respond Tue, 28 Jul 2020 05:05:56 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26204 13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo cinque mesi nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella strage

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13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo quasi cinque mesi poco o nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella vera e propria strage. Fors’anche perché a essa ha fatto immediatamente seguito una campagna, a reti unificate, di certa antimafia che indicava una regia nelle proteste in quel momento in corso nelle carceri, dove crescevano, sino ad esplodere, i timori per la pandemia allora nel momento più espansivo. Complici la scarsa informazione, il blocco dei colloqui e di ogni attività, il sovraffollamento che rende vana qualsiasi prevenzione dal contagio, un’assistenza sanitaria a dir poco tradizionalmente carente. I media hanno prontamente raccolto e rilanciato quell’allarme, al solito senza verifiche e senza contradditorio; certa politica, altrettanto per solito, ha cavalcato e strumentalizzato, al fine di scongiurare scarcerazioni (e limitazione di nuovi ingressi) che in quel momento avvenivano in tutto il mondo, sollecitate dagli organismi sanitari e da quelli sovranazionali. Negli Stati Uniti, per dire, tra marzo e giugno 2020, è stato rilasciato circa l’8% – oltre 100.000 persone – della popolazione detenuta nelle carceri statali e federali statunitensi. Eppure, come noto, si tratta del Paese che ha “inventato” il populismo penale e la “tolleranza zero”, tanto da aver raggiunto il tasso di detenzione più elevato a livello mondiale. Ma i prigionieri sono stati rilasciati a decine di migliaia persino in nazioni prive di condizioni e tradizioni democratiche, come la Turchia o l’Iran. Nei Paesi membri del Consiglio d’Europa, già a metà dello scorso aprile, 128.000 detenuti erano stati rilasciati come misura per prevenire la pandemia. In nessuno l’argomento è però diventato materia di speculazioni politiche come da noi. Forse grazie anche al fatto che il ministro e il capo delle carceri competenti ben poco hanno fatto per evitare le strumentalizzazioni. Offensiva mediatica e politica che ha altresì posto sulla difensiva e spesso costretto al silenzio molte delle associazioni, dei Garanti, del volontariato che in carcere sono impegnati o che comunque i veri problemi del carcere conoscono. Per chiedere verità e giustizia su quelle morti si è comunque subito costituito dal basso un comitato, che, pur negli ostracismi e nel totale silenzio stampa, ha presto raccolto centinaia di adesioni e che da allora cerca di non fare scendere del tutto il silenzio sulla tragica e inedita vicenda, diffondendo informazioni, denunce, sollecitazioni.   I fatti, messi in fila Riassumiamo i fatti, per i distratti. Tra l’8 e il 9 marzo, in contemporanea con l’annuncio del lockdown da parte del governo, si innescano proteste in diverse carceri, in alcune delle quali assumono caratteristiche violente, con danneggiamenti delle strutture. Il bilancio vede 13 detenuti morti, quattro addirittura deceduti il giorno seguente dopo essere stati sfollati o durante il trasferimento ad altro istituto. Da subito, viene diffusa dalle autorità, e ripresa senza controllo dai media, la notizia che la causa di morte è da attribuirsi all’abuso di medicinali sottratti durante la sommossa. La versione assume ufficialità poco dopo con l’intervento del ministro della Giustizia, chiamato a riferire alle Camere l’11 marzo; nelle pochissime parole dedicate alla strage, il Guardasigilli afferma che le morti tra i detenuti sono dipese da «cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Nessun’altra informazione o dettaglio, neppure i nomi dei defunti, che saranno resi noti da un giornalista soltanto parecchi giorni dopo. Dopo di che è calato un integrale silenzio da parte delle istituzioni, a parte qualche indiscrezione fatta trapelare dai magistrati, interrotto solo il 9 aprile, allorché un sottosegretario – neppure alla Giustizia bensì all’Istruzione – viene delegato a rispondere all’interpellanza che un unico deputato, sollecitato dal Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere, aveva depositato. Questa volta, alla genericità e omissività precedente, subentra il tradizionale e comodo rifugio del segreto: «Tutti i dettagli e le informazioni contenute negli atti trasmessi alle procure della Repubblica costituiscono fatti coperti dal segreto investigativo e ovviamente non possono essere disvelati. Allo stesso modo, non sono disponibili gli esiti delle autopsie, effettuate su disposizione dell’autorità giudiziaria, che, all’esito dei percorsi di indagine, potrà valutare la desecretazione degli atti che sono stati compiuti». Nessuno eccepisce. Né in Parlamento né nella libera informazione che, peraltro, neppure pare accorgersi del discutibile pronunciamento. Essendo ormai troppo abituati i media a dare notizie del carcere, e di ciò che vi avviene, solo a seguito e sulla scorta di comunicati e delle dichiarazioni di uno o l’altro dei sindacati della polizia penitenziaria. Di modo che anche quando si tratti di suicidi di detenuti, come da ultimo nel carcere di Como, dove sabato 25 luglio si è ucciso in recluso, la notizia diventa quella della carenza e dell’abnegazione del personale, mentre al tragico evento vengono dedicate quattro righe quattro a fronte delle 40 e più invece riservate alle dichiarazioni dei segretari dello stesso sindacato e ai loro attacchi nei confronti dei Garanti dei detenuti e delle associazioni. Non può dunque stupire che, a quasi 150 giorni di distanza dai fatti, le spiegazioni di fronte a una strage di detenuti senza precedenti che il governo e l’istituzione penitenziaria ritengono di dover fornire ai cittadini, oltre che ai famigliari delle vittime, siano l’appello al segreto. In fondo c’è una pandemia in corso, e qui si tratta nient’altro che di vite di scarto. Valgono ancor meno di quelle altre che, nel tempo del Covid, si sono lasciate spegnere a migliaia in solitudine in qualche ospizio per vecchi, ormai improduttivi e dunque ritenuti inutili, privi di valore ancorché innocenti. A differenza di quelli che sono morti nelle celle. Uccisi perlopiù dal virus del pregiudizio, dell’odio e del rancore sociale lasciati distrattamente crescere – quando non artatamente fomentati – contro i “delinquenti”. Le carceri, ripetono da anni i cinici inventori e utilizzatori di questo rodato e antico meccanismo di distrazione di massa, sono alberghi (a cinque stelle aggiungono i più temerari), da cui è più facile uscire che entrare. Peccato che siano diventati alberghi della paura e della disperazione e che spesso se ne esca con i piedi in avanti. * pubblicato su Vita.it

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Violenze e forze dell’ordine. Quando è marcio il frutteto https://www.micciacorta.it/2020/07/violenze-e-forze-dellordine-quando-e-marcio-il-frutteto/ https://www.micciacorta.it/2020/07/violenze-e-forze-dellordine-quando-e-marcio-il-frutteto/#respond Sun, 26 Jul 2020 07:00:32 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26202 I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto

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Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce. Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea. Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors. All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane. La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni. In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali. È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini. Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti. Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste. Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri. * Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

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Carcere di Torino, Decima sezione https://www.micciacorta.it/2020/07/carcere-di-torino-decima-sezione/ https://www.micciacorta.it/2020/07/carcere-di-torino-decima-sezione/#respond Thu, 23 Jul 2020 14:57:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26196 Lo sa bene chi interviene in carcere, chi ne ha esperienza: il rischio del doppio binario, in superficie le “belle cose”, sottotraccia la violenza taciuta delle “X sezioni” è un rischio che va sciolto, affrontato. E uscire dal silenzio è la sola scelta possibile

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«Celle dedicate alla punizione dei detenuti con scompensi psichici. Venivano obbligati a spogliarsi e a gridare frasi come “Sono un pezzo di m...” mentre gli agenti li malmenavano con schiaffi e pugni, attrezzati di guanti per non lasciare i segni. “Figlio di p..., ti devi impiccare” urlava la guardia carceraria Antonio Ventroni al detenuto Daniele Caruso dopo averlo portato in infermeria. In due gli sputavano addosso e lo colpivano con violenti pugni al volto, provocandogli un ematoma a un occhio, emorragia dal naso e una lesione a un dente incisivo superiore che, dopo qualche tempo, a causa di quel colpo cadeva". Decine di episodi a partire dalla primavera del 2017, denunciati prima dai detenuti e poi dalla garante di Torino, Monica Gallo, ma sempre ignorati a tutti i livelli. È l’intero "sistema carcere" a essere finito sotto inchiesta da parte del pubblico ministero di Torino Francesco Pelosi: inchiesta che si è chiusa con 25 indagati che vanno dal direttore della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino, Domenico Minervini, al capo delle guardie carcerarie, Giovanni Battista Alberotanza, ai rappresentanti del sindacato più attivo della polizia penitenziaria, l’Osapp. Violenze fisiche e vessazioni ai detenuti, denunciate in più occasioni, costano ai principali indagati l’accusa di tortura, per “condotte che comportavano un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona detenuta”, reato mai contestato prima per le violenze all’interno del carcere. Favoreggiamento e omissione di denunce di reati sono invece le accuse per il direttore Domenico Minervini, il quale avrebbe sempre ignorato le lamentele e le segnalazioni della garante, lasciando che gli agenti agissero indisturbati. Erano le celle numero 209, 210, 229, 230 della X Sezione quelle prescelte per isolare i detenuti che davano segno di scompenso psichico, nonostante nel carcere di Torino esista una sezione apposita per quel tipo di problematiche. L’ispettore Maurizio Gebbia e altri agenti penitenziari portavano lì i reclusi per “punirli” nel silenzio generale che consentiva loro di eludere le indagini. E quando i detenuti erano troppo malconci e dovevano farsi visitare li minacciavano dicendo loro che “dovevano dichiarare che era stato un altro detenuto a picchiarlo, altrimenti avrebbero usato nuovamente violenza su di lui, così costringendolo il giorno successivo alle violenze a rendere in infermeria questa falsa versione dei fatti”, come è riepilogato nel documento di chiusura delle indagini». Così le cronache dei giornali riferiscono della chiusura dell’inchiesta sulle violenze contro reclusi nel carcere di Torino (Ottavia Giustetti, “la Repubblica”, 21 luglio 2020). Ora i giudici dovranno pronunciarsi ed eventualmente confermare le accuse emerse dalle indagini che ieri si sono chiuse e che meritoriamente si erano aperte grazie alle denunce degli stessi detenuti e alla Garante di Torino. Quello che, intanto, si sa per certo è che detenuti e Garante hanno portato sul tavolo dei magistrati materiale sufficiente a non far archiviare il caso e un velo è stato squarciato. Quel velo che da molto tempo, ma negli anni più recenti con più aggressività, è stato tessuto anche mediaticamente a copertura di una realtà profonda del carcere, quella della sua perdurante natura violenta di istituzione totale e dell’impunità di chi quella violenza esercita, che nel buio delle notti delle tante “X sezioni” non ha mai smesso di produrre arbitrio, botte, umiliazioni. Torture. Chi scrive sa – per personale esperienza, avendo vissuto a lungo nelle celle anche del carcere torinese, e per conoscenza, dai tanti anni di impegno, lavoro e attività sul carcere – che per una volta che si fa giustizia per altre cento, o mille, volte cala il silenzio. Il silenzio della paura, della debolezza, della mancata tutela di chi subisce; il silenzio dell’opacità dell’istituzione, del mancato o omesso controllo di chi agisce, della sottovalutazione o, peggio, della copertura. La cultura dell’omertà, in questi casi, non solo lascia condotte gravissime impunite e esseri umani indifesi, picchiati e nudi, in balìa della violenza, ma concorre a legittimare, in silenzio ma nei fatti, una violenza che diventa istituzionale, tollerata, ammessa, anche quando la maggioranza degli agenti non la condivida e non la pratichi, o magari pensi che un carcere “costituzionale” sia più gestibile, anche per loro, di un carcere violento. Il silenzio la permette, la reitera, la consacra, questa violenza. Anche per questo, onore ai detenuti che hanno denunciato, rischiando come solo in carcere si rischia, e alla Garante che ha svolto il suo compito, rispettandone il mandato profondo. Da anni, e nei tempi più recenti soprattutto, i media rilanciano, spesso senza approfondimenti e tanto meno contraddittorio, comunicati stampa e prese di posizione di alcuni tra i sindacati di polizia penitenziaria – incluso quello citato nell’articolo – la cui cifra è quella di rimandare alla pubblica opinione un’idea di carcere in mano ai detenuti, gestito in maniera lassista; i reiterati attacchi portati a chiunque voglia introdurre elementi di riforma e maggior rispetto della norma costituzionale, si ripetono, fino al più recente attacco frontale contro la figura e i compiti del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Figura di cui, ancora ieri, uno di quei sindacati ha chiesto l’abolizione. Così, anche le lotte contro la disperazione indotta da una sciagurata gestione dei provvedimenti anti Covid-19, diventa l’immagine di un carcere dominato da pochi caporioni, immagine ridicola per chi di carcere ne sa, ma seducenti per chi non ne sa (e preferisce non sapere). Una comunicazione che ha presa su una società che del carcere tutto ignora, e che al contempo nutre una – ed è nutrita da una – crescente voglia di forca. Una comunicazione mediatica schizofrenica, che a volte concede qualche piccolo spazio alle “belle cose” che si fanno in carcere, quando il mondo esterno, le associazioni, il volontariato, gli enti locali si danno da fare per costruire ponti tra dentro e fuori, per sostenere percorsi di ritorno alla libertà, per smussare l’isolamento e l’opacità della detenzione. “Belle cose”, progetti culturali e sociali, che anche noi, negli anni, anche a Torino, abbiamo fatto, promosso, sostenuto, nella convinzione che “liberarsi della necessità del carcere” sia un percorso, non possa essere uno slogan. Ma se le “belle cose” non sono – sempre, con forza, con consapevolezza – incardinate in una decisa azione di conoscenza, controllo, presidio dei diritti fondamentali di chi è rinchiuso, rischiano di tradire i loro stessi fini. Lo sa bene chi interviene in carcere, chi ne ha esperienza: il rischio del doppio binario, in superficie le “belle cose”, sottotraccia la violenza taciuta delle “X sezioni” è un rischio che va sciolto, affrontato. E uscire dal silenzio è la sola scelta possibile. Forse è anche per questo che il carcere di Torino ha deciso, proprio nel 2017, che a due persone come noi, nonostante la volontà di dialogo, la propositività, le pregresse esperienze e quelle in corso in altri carceri, fosse vietato di entrare e lavorare con i detenuti e le detenute. Dopo una martellante campagna mediatica, condotta soprattutto dal citato sindacato, accolta e rilanciata dai media locali senza chiedersi se ci fossero altri punti di vista, e persino dall’allora procuratore capo, dopo il veto della polizia penitenziaria dell’istituto, che evidentemente conta più di ogni altro potere, siamo stati espulsi. Non un gesto, non una scorrettezza che ci potesse essere imputata, solo il dato biografico di essere stati a lungo detenuti in quelle celle, di portarne una diretta conoscenza, e di pensare, con molti e molte altri, che i diritti di chi è recluso siano una frontiera che nessuno può oltrepassare. Ciò che oggi ci colpisce, ricordando quei giorni e quei fatti, è che era lo stesso anno, erano gli stessi mesi in cui cominciavano ad accadere le violenze e le torture oggi sul tavolo della magistratura. Gli ultimi nostri ingressi, lo spettacolo teatrale con le donne detenute e un incontro con i detenuti nel teatro del carcere, dedicato al tema dell’ergastolo ostativo, con la proiezione del docufilm “Spes contra Spem”, di Nessuno Tocchi Caino, anch’esso spesso, e di nuovo ieri, attaccato da quei sindacati. In questa registrazione dell’evento di Radio Radicale c’è qualcosa che va riascoltato: le prime parole sul quel maledetto 2017, allora trascurate e silenziate ma oggi illuminanti. Ascoltatele con attenzione, dal 45,47° minuto e poi dal 54° del file 2/2 di quel video  

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Le radici dello stato dell’emergenza e le contraddizioni del Paese https://www.micciacorta.it/2020/07/le-radici-dello-stato-dellemergenza-e-le-contraddizioni-del-paese/ https://www.micciacorta.it/2020/07/le-radici-dello-stato-dellemergenza-e-le-contraddizioni-del-paese/#respond Tue, 21 Jul 2020 07:59:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26191 L'ultimo numero di «Meridiana» a partire dalla lotta alla mafia e al terrorismo ragiona su una categoria inaugurata durante i cosiddetti anni di piombo che ha occupato in modo invasivo la scena pubblica, fino a diventare lo strumento principale con cui declinare lo scontro politico

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In tempi di emergenza, quali quelli che viviamo in seguito alla pandemia in corso, sul numero novantasette della rivista Meridiana si discute delle emergenze che hanno segnato la storia italiana degli ultimi quarant’anni, vale a dire il terrorismo e la mafia. Il numero, curato da Paola Maggio e da Nino Blando, mette insieme contributi di storici, giuristi e magistrati per esplorare il nesso tra emergenza e politica che si è articolato attorno a questi due temi. Il percorso di riflessione che gli autori propongono, si snoda su due specifiche direttrici. La prima riguarda quella della tenuta dello Stato di diritto; la seconda concerne il rapporto tra magistrati e storici. Il problema delle garanzie giuridiche, costituisce un nodo tuttora spinoso per l’assetto politico e delle libertà civili. La lotta al terrorismo, infatti, venne condotta attraverso l’implementazione di misure speciali, che vanno dalle supercarceri alla legislazione premiale, nonché alle deroghe alla presunzione di innocenza e all’habeas corpus. Inoltre, la categoria dell’emergenza, una volta introdotta, ha fatto da battistrada per emergenzializzare altri fenomeni sociali, come l’immigrazione clandestina. LA CATEGORIA dell’emergenza inaugurata durante i cosiddetti anni di piombo, ha occupato in modo invasivo la scena pubblica italiana, fino a diventare il principale strumento attraverso cui declinare lo scontro politico. Ne è conseguita la successione quasi automatica di un’altra emergenza, vale a dire quella della mafia, che ha inglobato dentro di sé quella della corruzione. La lotta alla mafia e quella al terrorismo, denotano alcune, cruciali similarità: alla deroga al garantismo penale, si aggiungono il transito di alcune professionalità giudiziario-penali da un’emergenza all’altra, nonché la centralità dei cosiddetti pentiti per costruire la risposta repressiva alla criminalità organizzata. Buscetta e Contorno, nel 1984, rappresentarono per Cosa Nostra quello che Peci aveva rappresentato per le Br quattro anni prima. Attorno alla questione del pentitismo, si snoda il secondo percorso proposto dalla rivista. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia rappresentano il materiale attorno al quale si sviluppa il lavoro della magistratura. La credibilità attribuita ad una fonte, l’oggettivazione di un riscontro rispetto alle evidenze a disposizione, costituiscono il prodotto finale di un’opera interpretativa e razionalizzatrice, ovvero di una costruzione intellettuale, che avvicina i magistrati agli storici. Con la differenza che i magistrati decidono delle libertà individuali, mentre gli storici interpretano i fatti del passato. PER QUESTO MOTIVO bisogna rifuggire il pericolo di una scrittura giudiziaria della storia. A questo proposito, a giudizio di chi scrive, sarebbe stato necessario approfondire questo passaggio più a fondo. Vicende come quella del 7 aprile dimostrano come la sovrapposizione tra il giudice e lo storico rischiano di produrre frutti avvelenati, come la criminalizzazione di un decennio e di una pluralità di soggettività. Un altro rilievo che va fatto, riguarda la categoria di terrorismo così come viene usata all’interno della rivista. Appare come una definizione generica, dentro la quale la strage di piazza Fontana e la lotta armata assumono la stessa connotazione. La criminologia critica, da anni, propone la categoria di violenza politica, che permette di fare luce sul carattere circolare dell’uso della forza, a partire dalla repressione statuale e dall’uso consapevole della violenza da parte dello Stato stesso. Il ricorso a questa categoria, potrebbe permettere di inquadrare meglio i rapporti Stato/mafia e di rilevare con più accuratezza la fallacia dell’uso ripetuto delle emergenze. * Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

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Testimoni di GeNova. Nuovi lavori, nuovi diritti, nuovi soggetti https://www.micciacorta.it/2020/07/testimoni-di-genova-nuovi-lavori-nuovi-diritti-nuovi-soggetti/ https://www.micciacorta.it/2020/07/testimoni-di-genova-nuovi-lavori-nuovi-diritti-nuovi-soggetti/#respond Mon, 20 Jul 2020 08:38:29 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26187 In occasione del 19 anniversario dell'uccisione di Carlo Giuliani durante le manifestazioni contro il G8 di Genova, riproponiamo qui un colloquio-intervista tra Toni Negri e Sergio Segio, pubblicato nel marzo 2002 in un dossier dell'agenzia Testimoni di GeNova

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Haidi Giuliani

Felicità e contropotere
  • Il movimento di Genova aveva rivelato il vuoto della direzione della sinistra, la sua assenza politica; il movimento dei “girotondi” ha isolato quella direzione; il sindacato si è risvegliato recuperando l’insieme delle tensioni a un rinnovamento della democrazia
  • Solo uno scarto, una radicale diversità di prospettiva, una fuoriuscita dal paradigma lavorista può rendere possibile un mondo diverso, come recita lo slogan in voga
  • Berlusconi è una vera e propria caricatura di quel “order without law” che i governanti imperiali vogliono imporre al mondo
  • Anche nel movimento vi è scarsa coscienza che il personale è politico, che c’è necessità di una coerenza forte tra il dire, il fare e l’essere, che la verità è rivoluzionaria
  • La decisione politica di creare un nuovo mondo e, perciò, di inserire felicità comune nelle nostre vite e nelle nostre azioni, può diventare la base di una nuova rivoluzione. Non vogliamo prendere il potere ma produrne uno nuovo
  • Mobbing, violazioni di diritti sindacali, precarietà, lavoro nero, assenza di democrazia, leaderismo e verticismo ossessivi, presidenze a vita: sono presenti nelle pratiche di parte non piccola delle associazioni, del mondo del non profit e del forse troppo decantato volontariato
  • Un passaggio essenziale consiste nel porre la povertà al centro del nuovo processo organizzativo: perché essa esprime la radicalità della protesta, rovescia la pervasività degli effetti distruttivi che stanno alla sua base, e produce una generosità estrema (altri parlano di amore) all’interno del movimento
 Sergio Segio: Alla vigilia dello sciopero generale e della manifestazione nazionale della CGIL del 23 marzo a Roma il dibattito sembra avvitarsi su categorie, ritualità e simbolismi novecenteschi, a loro volta eredità di fine Ottocento. È preoccupante che arrivi da destra (pur nelle evidenti strumentalità e inconseguenze pratiche, teoriche e politiche) un discorso o almeno un accenno ai lavori e al nuovo e moderno quadro dei diritti che dovrebbe fotografarne la “costituzione materiale”, anzitutto riconoscendola e poi trascrivendola in nuovo Statuto. Va detto che la valenza altamente (e prevalentemente) simbolica dello scontro sull’articolo 18 non è perseguita solo e tanto dalla CGIL, pur ovviamente interessata agli oggettivi ed evidenti risvolti politici di ricompattamento, traino e volano del centrosinistra, e in specie dei Ds. E alla propria conseguente autorevolezza nel disegnarne future leadership e strategie. L’aggressività di Confindustria e l’asse Maroni-Tremonti hanno imposto una simmetrica volontà di misurarsi in queste “Scene di lotta di classe a Jurassik park”. Il disegno di legge delega sul mercato del lavoro e il “Libro bianco” che l’ha preceduto svelano una strategia di destrutturazione delle forme residue di una composizione sociale che, obiettivamente, da tempo non esiste più. Ovviamente, l’intento dell’offensiva contro i diritti acquisiti dai lavoratori non è innocente né ingenuo, e gli effetti - va detto – possono essere devastanti. Perché se la CGIL ha tratti pachidermici, non di meno continua a costituire baluardo, magari in extremis, di libertà sociali e diritti democratici fondamentali. E di ciò bisogna onestamente dare atto. Tra il rischio di opposti simbolismi, la domanda diventa: è possibile un deciso scarto sul piano dei contenuti, degli obiettivi e dei soggetti coinvolti? E anche: è possibile, c’è spazio e ascolto, per dire – ad esempio – una piccola verità? Ovvero che la difesa dell’articolo 18 è simulacro di un diritto già svuotato dalle infinite modalità di precarizzazione del rapporto di lavoro cresciute e radicatesi nella giungla del mercato nel decennio scorso, con sindacato e sinistra che troppo spesso facevano come le famose tre scimmiette? Alcuni (ad esempio, il “Comitato per le libertà e i diritti sociali” di cui pubblichiamo alcuni materiali in questo dossier dell’Agenzia di informazione Testimoni di GeNova), consapevoli di questa verità nascosta dietro una classica e ipocrita foglia di fico, rilanciano propositivamente l’estensione dell’articolo 18 attraverso alcuni quesiti referendari. Mossa politica intelligente ma, mi sembra, ancora tutta interna a un paradigma “lavorista”, alla logica del +1 anziché a quella dello scarto e dell’innovazione (termine questo divenuto parolaccia impronunciabile, di cui pure andrebbe però recuperato il senso, vale a dire l’intenzionalità del cambiamento e la centralità della comunicazione). Toni Negri: Sono d’accordo con te. La difesa dell’articolo 18, e solo di quello, rappresenta una linea residuale. Tuttavia sembra che questa difesa stia sollevando un movimento positivo. Lo si vede quando si considera con quale imbarazzo la direzione del centro-sinistra ha dovuto accettare di stare al gioco sindacale. Stiamo assistendo a un concatenarsi positivo di azioni e reazioni che costituiscono una linea d’attacco. Il movimento di Genova aveva rivelato il vuoto della direzione della sinistra, la sua assenza politica; il movimento dei “girotondi” ha isolato quella direzione; il sindacato si è risvegliato recuperando l’insieme delle tensioni a un rinnovamento della democrazia che attraversano il Paese. È vero che non c’è uno scarto di programma, ancora. V’è tuttavia uno scarto soggettivo che non deve essere sottovalutato. Il concatenamento politico potrà svolgersi fino a diventare significativo sul piano programmatico? Fino a sviluppare, ben oltre la difesa dell’articolo 18 e della capacità di contrattazione del sindacato, una vertenza sociale, per esempio, sul “reddito di cittadinanza” e a invertire i processi di smantellamento di tutte le condizioni/strutture dell’organizzazione comune della vita? Io ricordo la lotta degli impiegati dei trasporti pubblici urbani e dei ferrovieri in Francia (e a Parigi in particolare) nell’inverno 1995-96. Anche quella lotta era iniziata per bloccare la mobilità extra-contrattuale della forza lavoro. Ma nel suo corso la lotta diventò una gigantesca rappresentazione non più solo di resistenza ma di espressione di nuovi diritti: nel caso, il diritto a considerare i trasporti urbani bene comune, inespropriabile, non privatizzabile, e neppure esposto alle incertezze budgetarie dell’amministrazione pubblica… Il trasporto urbano, dicevano i parigini, è nostro, è la condizione prima, interna, al nostro vivere. Così, lo sviluppo della lotta aveva subito uno scarto decisivo. Io non so se questo oggi sarà possibile, ma confido nel fatto che un filo, tanto importante quanto quello che lo sciopero generale indica, possa essere dipanato. Segio: La monetizzazione del potere di licenziamento, voluta dal governo, è ovviamente odiosa; ha però un merito: quello di togliere infingimento al carattere di merce del lavoro, consentendo di cogliere e svelare i processi capitalistici di valorizzazione. E dunque anche quelli, in potenza, di autovalorizzazione. Per giocare un po’ con le semplificazioni: come tu hai insegnato, i processi lavorativi hanno scavalcato la fabbrica e investito la società, permeandone ogni interstizio, esportandovi la propria disciplina, al contempo ibridando lavoro produttivo e improduttivo, produzione e riproduzione. La disciplina di fabbrica, a sua volta, era mutuata da quella dell’istituzione totale e da quella militare in specifico. La società-fabbrica, che è basilare nella globalizzazione, in certo senso è galera globale; l’operaio-sociale è una specie di recluso che fruisce dell’articolo 21 (il “lavoro all’esterno” dell’ordinamento penitenziario), carceriere di se stesso, incapace di pensarsi come lavoro vivo in grado di riappropriarsi del proprio tempo, sottraendolo al valore di scambio e all’imperativo del consumo. La semilibertà carceraria (per quanto apparente contraddizione in termini) associa alla parola libertà la parte di giornata dedicata al lavoro, ma almeno separa il tempo e il luogo della libertà da quello della non-libertà. “Il lavoro rende liberi” è invece un truffaldino ossimoro, oltre che un pertinente e sinistro richiamo storico al lager e al gulag, che assume e riassume la dimensione totalizzante della comunità dei produttori come universo conchiuso in sé e “realizzato” nella forma estrema e originaria del lavoro salariato, dove il massimo di libertà coincide con la schiavitù. Se ciò è in qualche misura vero, la domanda è: come si evade da una galera globale, da uno spazio chiuso che non ha, e non prevede, un suo “fuori”? Di nuovo, mi sembra che è solo uno scarto, una radicale diversità di prospettiva, una fuoriuscita da quel paradigma a rendere possibile un mondo diverso, come recita lo slogan in voga. Ma sono un po’ scettico sulla attualità e plausibilità dello slogan conseguente, vale a dire sul fatto che un mondo diverso sia effettivamente in costruzione. Perché siamo ancora troppo dentro i luoghi, anzi, i non-luoghi comuni. Negri: Sono meno pessimista di te. Meglio, penso che si debba essere assai pessimisti sul terreno pratico (e cioè quando si considerano materialmente i passi da fare e si valutano quelli che fanno gli avversari) ma che una linea di trasformazione radicale stia invece ragionevolmente definendosi. Rovesciando l’aforisma gramsciano direi: «ottimismo della ragione, pessimismo della volontà». La crisi del lavoro come misura dello sviluppo e parametro di valorizzazione della vita è andata troppo avanti perché la stessa violenta reazione capitalistica possa aver successo. Dalla disciplina, al controllo sociale, alla guerra: così viene svolgendosi l’attività ordinatrice del governo imperiale. Nelle nostre società ciò è sempre più palese. Berlusconi è una vera e propria caricatura di quel “order without law” che i governanti imperiali vogliono imporre al mondo. Procedure, stralci, mobilità… dappertutto, in ogni luogo e in ogni tratto di tempo… Un mondo insensato e feroce viene configurandosi. Ma c’è resistenza! Tu dici: «ma non c’è più “fuori”». Dove andiamo a cercare un nuovo luogo di liberazione? Io credo che non ci sia. Penso, tuttavia, che la decisione politica di costruire, meglio, di creare un nuovo mondo e, perciò, di inserire felicità comune nelle nostre vite e nelle nostre azioni, possa diventare la base di una nuova rivoluzione. Non vogliamo prendere il potere ma produrne uno nuovo. Nel “movimento dei movimenti” queste passioni cominciano già a vivere: e questo (quando cioè il movimento non è più solo un mezzo ma anche un fine, non solo potenza ma anche felicità) ci conferma nell’agire. Segio: Veniamo dunque al “movimento dei movimenti” (è curiosa questa crescente necessità di surdeterminazione: ormai ci sono solo reti delle reti, associazioni delle associazioni, movimenti dei movimenti), tornando anche ai temi del 23 marzo. Una delle gambe più robuste del nuovo movimento, o almeno una delle più visibili (i Cobas), ha un’identità costitutiva col tema del lavoro, ma anche con tutte le sue contraddizioni e polverosità. Altre gambe rimandano all’associazionismo più tradizionale che, magari soi malgré, conserva nel proprio corredo genetico una vocazione di cinghia di trasmissione dei partiti e, funzionale a questa, la tendenza a inglobare e rappresentare a 360 gradi. Altre componenti ancora, forse più laterali (o lateralizzate), insistono, anche giustamente, sul metodo (orizzontalità, trasparenza, collegialità, rotazione) ma non hanno alternative di merito e di proposta che non siano la semplice, e sia pure apprezzabile, “riduzione del danno” delle ingiustizie sociali. Anche qui, nessuno scarto, nessuna progettualità, nessuna ambizione di vera alternativa all’ordine vigente delle cose. Nessuna coscienza che il personale è politico, che c’è necessità di una coerenza forte tra il dire, il fare e l’essere, che la verità è rivoluzionaria... La stessa decantata Tobin tax, alla fin della fiera, altro non è che un modestissimo prelievo (nella proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da ATTAC, lo 0,02%) sui 1.587 miliardi di dollari che, ogni giorno, vengono scambiati sui mercati valutari, nel 90% dei casi unicamente a fini speculativi, con la finalità di disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine e il cui principale risultato sarebbe quello di ridurre l’instabilità dei mercati, assai più che non quello di redistribuire ricchezza. Paradossalmente, gli effetti sarebbero anche di rafforzamento degli organi di governo mondiale e dello stesso controllo delle banche centrali: in certo modo, un rafforzamento della globalizzazione neoliberista. Certo, meglio l’introduzione di controlli sul flusso imponente di denaro sporco e opaco che l’impero dei paradisi fiscali. Ma nulla di rivoluzionario. Semplicemente l’introduzione di una regola stabilizzante per un mercato messo a rischio della sua stessa selvaticità. Un po’ come la legge sul rientro dei capitali varata dal governo Berlusconi che, per coerenza, dovrebbe incontrare lo stesso entusiasmo dei sostenitori della proposta del liberale Tobin. Naturalmente esagero volutamente, ma credo dobbiamo tenere alta e aperta la preoccupazione per il conformismo e il politicismo senz’anima, poiché sono malattie, infantili ma potenzialmente letali, del movimento allo stato nascente. Negri: Sono d’accordo nella valutazione che dai sugli obiettivi, sempre parziali, spesso francamente inutili o errati che varie frazioni del movimento esprimono. Detto questo, tuttavia, occorre insistere sul fatto che questo movimento non solo c’è, ma è anche riuscito ad aprire un ciclo di lotte all’interno dei singoli Paesi e su base planetaria. Siamo con ogni probabilità entrati in una fase di costruzione di una nuova internazionale comunista. Questo passaggio va oltre i limiti delle rivendicazioni e delle singole forze presenti nel movimento. La tensione alternativa esiste come totalità: la miseria delle singole espressioni può essere sottolineata e deve essere combattuta, ma a me sembra che qui si sia già oltre il livello artigianale nella costruzione del movimento. È dentro la sua alta spontaneità e a fronte della sua attuale potenza che si tratta di valutarlo. Quanto alla Tobin tax: sono d’accordo che si tratta di un espediente riformistico… eppure non credo che sia facilmente accettabile dalla finanza mondiale. La Tobin tax, per il momento, è nel flusso di un progetto di trasformazione, è indicativa di un obiettivo a scala globale. Insomma, funziona per il movimento, non ne costituisce ancora un argine. Segio: Manca, mi sembra, la poliedrica moltitudine di Genova. Manca – almeno nella rappresentazione e nella gestione – un’abbondante metà dei 300.000. Mancano le donne. Manca ciò che costituiva effettivamente il nuovo, nel senso di nuova soggettività in cerca di luoghi e di pratiche, più che di rappresentanti. Anche qui, sorge una domanda: c’è una terza via possibile tra l’atteggiamento un po’ schizzinoso di chi giudica il movimento rivolo destinato a rinseccarsi o a confluire in alvei tradizionali, o a esplodere sotto la pressione ingovernata della contraddizione locale-globale, e chi finge, magari pro domo sua, di pensare rappresentati e rappresentabili nei Social forum i 300.000? Magari senza interrogarsi sui bisogni, diritti e caratteristiche che essi esprimono. Magari fingendo di non vedere e di non alimentare i fuscelli e le travi (mobbing, violazione di diritti sindacali, precarietà, lavoro nero, assenza di democrazia, leaderismo e verticismo ossessivi, presidenze a vita) che pure albergano negli occhi, negli statuti e nelle pratiche di parte non piccola delle associazioni, del mondo del non profit e del forse troppo decantato volontariato, specie se visto e voluto come figura alternativa, e finalmente costruttiva, post-ideologica, rispetto al militante del Novecento. Io ho la sensazione, non so quanto esatta poiché fondata su una conoscenza di situazioni geograficamente limitata, che vi sia un paradosso in corso. Questo movimento è carsico: mobilita sui grandi temi e sui forti sentimenti, ma non ha significativa pratica territoriale. I Forum locali, che dovevano fondare la nascita, e la legittimità, del Forum sociale italiano hanno vita grama ed esistenza nominalistica (con apprezzabili e innegabili eccezioni). Non sarà forse che, tanto per cambiare, alla praxis, all’esserci, all’indignarsi occorre intrecciare un’analisi, un progetto? Non sarà forse che più che di una teorizzazione del localismo c’è bisogno di radicamento reale nelle cose, nei territori, nelle condizioni sociali? Ecco: in definitiva mi pare che questo movimento, o meglio la sua rappresentazione, prema per andare a parlare sul palco il 23 a Roma per certificare la propria esistenza. Mentre vi sarebbe bisogno che andasse per fare irrompere in quelle tematiche e quei luoghi il peso dei nuovi lavori e dei nuovi diritti. Lavori atipici, diritti innominabili. Anche qui, e di nuovo: dei tossici, dei carcerati, degli immigrati, dei senza patria e senza diritti, come delle tute arancioni o dei lavoratori in affitto si rischia di parlare molto poco. Noi, come singoli compagni, come operatori sociali e di SERT, come Rete autoconvocata “La libertà è terapeutica”, come gruppi di tossici e di carcerati, come associazioni di base, sabato (ora 8,30 piazza Esedra-angolo via Orlando) saremo alla manifestazione di Roma sotto lo striscione “Soggetti deboli, diritti forti”. Ci sembra un piccolo ma necessario contributo affinché la sinistra, ma anche i Social Forum, si facciano maggiormente carico di alcune problematiche dell’esclusione sociale, degli ultimi tra gli ultimi, dei più poveri. Negri: Di nuovo mi sembra di non poter che darti ragione. Ma è solo nella sperimentazione continua di nuove forme di organizzazione che riusciremo a riconquistare la poliedrica potenza dei 300.000 di Genova. Quando cominciammo a organizzare Genova ci si proposero gli stessi ostacoli che oggi di nuovo denunciamo. Quelli che io chiamo i “grunf-grunf”, che protestano a ogni iniziativa e tutto vedono come inutile . I grunf-grunf dominavano la scena. Eppure, le Tute bianche, Ya basta! e tutti gli altri compagni seppero costruire un percorso corretto che non si interruppe neppure davanti alla forsennata risposta poliziesca. Quale forma di organizzazione dobbiamo costruire per continuare quel percorso? Credo che un passaggio essenziale consista nel porre la povertà al centro del nuovo processo organizzativo: perché essa esprime la radicalità della protesta, rovescia la pervasività degli effetti distruttivi che stanno alla sua base, e produce una generosità estrema (altri parlano di amore) all’interno del movimento. Hai ragione quando parli degli esclusi al centro dei processi di liberazione: la povertà sola, infatti, è capace di suscitare, con l’indignazione, la resistenza e di dar corpo a un progetto di democrazia assoluta. Oggi anche gli operai sanno di abitare a un passo dalla povertà: ecco dunque dove si porranno i luoghi, i territori di organizzazione, quel locale dal quale necessariamente l’iniziativa globale deve prendere le mosse. L’analisi, il progetto, il potere costituente nascono qui.

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Il Narodni Dom tornerà alla comunità slovena di Trieste, ma la memoria resta divisa https://www.micciacorta.it/2020/07/il-narodni-dom-tornera-alla-comunita-slovena-di-trieste-ma-la-memoria-resta-divisa/ https://www.micciacorta.it/2020/07/il-narodni-dom-tornera-alla-comunita-slovena-di-trieste-ma-la-memoria-resta-divisa/#respond Sun, 12 Jul 2020 08:06:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26182 La restituzione alla comunità slovena del Narodni Dom - la Casa degli Slavi data alle fiamme il 13 luglio 1920 dai fascio di combattimento triestini - resta sottotraccia in una giornata di cerimonie frettolose e propagandistiche

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TRIESTE. Cerimonia blindata. Due corone da deporre, nessun discorso, la firma di un protocollo, ammesse solo Rai Quirinale e una TV slovena. Lunedì il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor saranno a Trieste per una giornata che poteva essere di festa e invece si svolge con il coprifuoco. Dopo cento anni esatti, e in forza di una legge di dieci anni fa, il Narodni Dom tornerà alla comunità slovena di Trieste. La Casa degli Slavi (sloveni, croati, cechi) era stata data alle fiamme il 13 luglio 1920, assaltata da un centinaio di facinorosi guidati da Francesco Giunta, segretario del fascio di combattimento triestino. Quella stessa sera altre decine di appartamenti, studi, banche, scuole, negozi, osterie, fuono assaliti dalle squadracce: pestaggi, fiamme, distruzione. Per gli sloveni di Trieste è rimasta nella memoria come la loro “notte dei cristalli” anche se incendi e pestaggi erano cominciati già nell’estate del 1919. L’immenso rogo del Narodni Dom è rimasto il simbolo drammatico della ferocia nazionalista che si scagliò con inusitata violenza contro le presenze “straniere” in città. Trieste “redenta” non poteva e non voleva ammettere di essere abitata da diverse etnie e di avere accettato per due secoli il mescolarsi di tante lingue, religioni, culture; il nascente fascismo di frontiera fomentava le piazze. Mattarella e Pahor verranno a siglare una dichiarazione di intenti per la restituzione dell’edificio alla comunità slovena locale, nulla di più, ma comunque un passo concreto che gli sloveni di Trieste aspettavano da anni ed erano pronti ad accogliere con gioia. Ma la festa non ci sarà. Accordi ricattatori e veti incrociati tra forze politiche delle due Repubbliche, hanno saputo trasformare la giornata nell’ennesima occasione perduta di vera riconciliazione. Per prima cosa si andrà a Basovizza per rendere omaggio ai martiri delle foibe. Ogni visita alla foiba ripropone alla comunità slovena della Venezia Giulia – e non solo – la narrazione di fantomatiche stragi volute e perpetrate dagli jugoslavi contro gli italiani; spiace che Mattarella continui su quella traccia dopo che, non più tardi del 10 febbraio scorso (“giorno del ricordo”) aveva parlato di “eccidi efferati di massa” giungendo a criticare certi “negazionismi militanti”. Le autorità italiane non hanno mai voluto indagare dentro il pozzo di miniera di Basovizza, impropriamente chiamato foiba, per verificare e identificare eventuali resti umani. Nell’estate del 1945 lo fecero gli alleati anglo-americani ed estrassero cadaveri di soldati tedeschi, carogne di cavalli ed il corpo di un aguzzino della Banda Collotti. In seguito il Comune di Trieste e gli stessi eserciti alleati ne fecero una discarica, parzialmente svuotata da una ditta di recupero di metalli. Non si è mai voluto documentare quello che c’è davvero nella foiba ma si sono imbastiti comizi a tutto vantaggio della destra revanscista: una stesa di cemento a tappare, tanta retorica nazionalista e una giornata ogni anno per continuare a tacere degli orrori commessi dagli italiani nei paesi occupati e rinfocolare l’immagine dello slavo comunista infoibatore. Il Presidente Borut Pahor, primo Presidente di un paese ex jugoslavo a rendere omaggio alla foiba di Basovizza, è certamente tirato per la giacca dall’attuale governo sloveno di estrema destra che promuove l’identificazione tra antifascismo e terrorismo.
Luglio 1929, resti del Narodni Dom
In Slovenia il clima è teso: da mesi, l’opposizione al governo di destra è costantemente in piazza. Ogni venerdì a Lubiana e in altre città, gruppi numerosi di giovani si riuniscono, o sfilano in bicicletta, con parole d’ordine antifasciste. Anche venerdì scorso la piazza antistante il Parlamento sloveno era gremita ma i cartelli e gli slogan stavolta contestavano il Presidente e la sua visita alla foiba: “Pahor, la visita alla foiba di Basovizza significa inchinarsi al fascismo”. Da Trieste, in queste settimane, in molti, intellettuali e associazioni slovene, sono andati da Borut Pahor per dirgli che il suo omaggio alla foiba è uno schiaffo alla minoranza slovena in Italia ma anche a tutta la lotta di liberazione, oltreché un piegarsi alle falsificazioni storiche. Molte le lettere inviate ai giornali, un misto di rabbia e di amarezza. Qualcuno più timidamente; d’altra parte, dietro i buoni rapporti italo-sloveni e la tutela delle minoranze, da entrambe le parti, ci sono anche finanziamenti e posti di lavoro. Polemiche e proteste. Non poteva restare, dunque, la sola visita alla foiba e così ci sarà un’altra corona di fiori ma “dall’altra parte”: a Basovizza, un chilometro in linea d’aria dalla foiba, c’è un monumento dedicato a quattro ragazzi, tre sloveni triestini e un croato, fucilati nel 1930 su  sentenza del Tribunale speciale fascista nella sua prima trasferta a Trieste. Fucilati di nascosto, i loro corpi rintracciati solo nel 1945. Di questi antifascisti si parlò in tutta Europa perché erano le prime vittime della violenza fascista ma in Italia non si conoscono nonostante il loro legame, per esempio, con il gruppo di Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli. La loro condanna per “terrorismo” non è mai stata annullata: sarebbe un bel gesto se Mattarella cogliesse l’occasione per conoscere la loro storia e cancellare quel marchio infamante ma pare proprio una speranza vana. Il Presidente della Regione, il leghista Fedriga, ha dichiarato che la sua presenza al monumento dei quattro fucilati sarà un puro atto di “educazione istituzionale”, il Sindaco ha parlato di una scelta “per far contenti gli sloveni e così poi mettiamo una pietra tombale su tutte le beghe del ‘900”. Casa Pound, intanto, ha ricominciato ad affiggere manifesti antislavi e anticomunisti, l’estrema destra ha manifestato in piazza contestando la restituzione del Narodni Dom, vandalizzati molti monumenti che, in ogni più piccola frazione del Carso, ricordano i partigiani del luogo uccisi dai fascisti. Ancora un’ultima tappa: consegna di onorificenze allo scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor, 107 anni, testimone dell’incendio del Narodni Dom che poi aderì alla resistenza slovena, fu arrestato dalla Gestapo ed inviato in un lager nazista, i suoi libri tradotti e conosciuti nel mondo. Dalla sua casa in un paese del Carso a picco sul mare, saputo del riconoscimento dei due Presidenti ha dichiarato: “Dedico le decorazioni a tutti i morti, a tutti quelli di cui ho scritto, a partire dai quattro eroi di Basovizza e da Lojze Bratuž (ucciso dai fascisti nel 1937, non olio di ricino ma olio di macchina e benzolo, colpevole di avere diretto il coro in sloveno durante la messa di Natale, ndr)”. La restituzione ai legittimi proprietari del Narodni Dom, dunque, resta molto sottotraccia in una giornata di cerimonie frettolose e sostanzialmente propagandistiche che suonano molto ”fascisti e antifascisti pari sono”. Amaro il commento di Stojan Spetič, già senatore del PCI: “non va mai dimenticato che non siamo all’anno zero della nostra storia. I nostri popoli sono stati uniti dal sangue dei partigiani italiani, sloveni e croati versato nella comune lotta per la libertà. Lottarono insieme i partigiani del IX Korpus con i garibaldini friulani, l’Intendenza Montes, la “Fratellanza” sopra Fiume, il battaglione “Tito” di sloveni fuggiti dal carcere di Spoleto unitisi alla Resistenza italiana in Umbria… E tanti singoli. Per citarne uno solo: Anton Ukmar (Miro), sloveno di Prosecco, dirigente nazionale del PCI, animatore della resistenza antifascista in Abissinia, poi combattente in Spagna, maquì in Francia, comandante garibaldino nell’Oltrepò pavese ed infine liberatore di Genova. Sono queste le fondamenta dell’amicizia e della conciliazione, cemento di pace tra i popoli vicini” * Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

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G8 di Genova 20 anni dopo, cosa imparare dalla sconfitta https://www.micciacorta.it/2020/07/g8-di-genova-20-anni-dopo-cosa-imparare-dalla-sconfitta/ https://www.micciacorta.it/2020/07/g8-di-genova-20-anni-dopo-cosa-imparare-dalla-sconfitta/#respond Tue, 07 Jul 2020 14:47:04 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26180 Genova. Per cominciare a discutere di come programmare il 20° anniversario del 2021

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Premessa Sui fatti del G8 di Genova sono stati scritti alcuni libri e tanti articoli oltre alla realizzazione di documentari e film. Una parte di questa letteratura e documentazione video-fotografica appare alquanto discutibile, un’altra parte resta imbrigliata in una quasi nostalgia piuttosto sconveniente e infine una parte resta documento d’archivio (fra i quali quelli del Genoa Legal Forum e del Comitato Carlo Giuliani[1]). Ciò che sembra mancare è una chiara analisi critica di quei fatti, delle loro interpretazioni ideologizzanti o mitizzanti, insomma una decostruzione degli errori di diverse componenti del cosiddetto movimento dei movimenti e anche delle loro conseguenze negative su quanto avvenuto dopo. In questo testo propongo quindi un contributo sintetico (rinvio a questi testi citati in nota[2]) per districarsi dalla palude di tanti luoghi comuni e per cercare di capire cosa imparare da questi fatti e anche del dopo e in quale prospettiva praticabile, cosa che si dovrebbe fare prima e durante i giorni a Genova nel 20 anniversario. * * * Il movimento contro il G8 di Genova fu sconfitto innanzitutto dalla violenza sfrenata di un dispositivo militare-poliziesco approntato e aizzato appositamente. Carlo Giuliani fu ucciso e centinaia di manifestanti furono massacrati e in parte torturati. Ciononostante ci sono ancora persone che come allora asseriscono che fu una vittoria, tesi sconcertante che è un insulto alle vittime e anche alla necessità di capire le ragioni quella sconfitta. La prima di queste ragioni è che le diverse componenti del movimento (e molti di noi fra questi) non capirono cos’era (e cos’è) il liberismo globalizzato, ossia la strategia e la tattica dei dominanti che esclude concessioni a chi protesta contro il loro operato, mira all’erosione e persino allo stroncamento anche brutale dell’agire collettivo e per questo fa ricorso a ogni mezzo e modalità. In altre parole, non si era ancora compreso che si aveva a che fare con una controparte che considera il movimento come nemico alla stregua del confronto militare e quindi s’è dotato di un dispositivo poliziesco-militare pronto al ricorso a ogni brutalità. Eppure le informazioni per capire questa deriva militare-poliziesca erano note sin dal lancio della Revolution in Military Affairs (RMA) del periodo di Reagan oltre che con la escalation mediatica che mirava a dissuadere la partecipazione al movimento contro tale G8 a Genova. Inoltre la conversione liberista della sinistra tradizionale era già compiuta in Italia sin dal governo D’Alema, la guerra contro la Serbia e l’istituzione dei Carabinieri come 4a forza armata[3]. L’illusione assai ingenua di poter penetrare pacificamente simbolicamente nella zona rossa in base a un presunto patto fra il leader delle tute bianche e la Digos di Padova si rivelò catastrofica. Come mostra anche in modo inequivocabile il video “OP Genova 2001 – L’Ordine Pubblico durante il G8” i Carabinieri attaccarono in maniera deliberata e brutale il corteo prima che arrivasse a Brignole, ignorando persino gli ordini del commissario di polizia con la fascia tricolore. L’obiettivo stabilito innanzitutto dal Pentagono era di dare una durissima lezione ai manifestanti anche a quelli ultra-pacifici per stroncare un movimento anti-liberista che dopo Seattle rischiava di dilagare su scala planetaria. Per i dominanti (G8, lobby e multinazionali) la messa in discussione dei loro scopi era ed è inammissibile e da distruggere con ogni mezzo. Tutto il movimento era destinato ad essere trattato come un nemico in guerra. E non a caso il dispositivo e le modalità operative militari in particolare dei Carabinieri e della Guardia di finanza nonché dei servizi segreti stranieri e italiani mirarono al massacro passando anche per le torture. Si pensi peraltro alla presenza del battaglione Tuscania, già sperimentato in Somalia[4]. Da notare che gli stessi black bloc stranieri (pochi forse solo trecento) decisero di abbandonare il campo probabilmente perché compresero di trovarsi in un frame del tutto sfavorevole in quanto prevaleva il gioco del disordine voluto dal dispositivo e dall’azione di CC e GdF, servizi segreti e infiltrati. Dopo la giornata del 21 i vertici della polizia credettero di riscattarsi dalle accuse di non aver saputo frenare il “caos” puntando a “fare più prigionieri possibile” sia con arresti persino a caso e persino di minorenni e ultra pacifici e soprattutto con il blitz alla Diaz[5], una sorta di “macelleria messicana” rivelatrice della scelta della gestione ultra brutale di una polizia italiana peraltro maldestra (rivelatrici le testimonianze di Andreassi e Micalizzi). Quella notte davanti alla Diaz eravamo in pochi ma c’erano anche tanti giornalisti e parlamentari e chiedevano di entrare o di parlare con dirigenti della polizia proprio mentre era in atto il massacro che abbiamo cominciato a immaginare solo quando abbiamo visto uscire barelle con persone che perdevano sangue … Non è stato fatto, ma forse da un preciso bilancio dei danni si potrebbe constatare che quelli prodotti dalle forze di polizia sono stati maggiori di quelli dovuti alla resistenza dei manifestanti e a qualche episodio -marginale- di “saccheggio” di negozi (fra l’altro la maggioranza dei mezzi danneggiati della polizia e dei CC era innanzitutto opera di loro stessi che avevano persino rischiato di scacciare sotto le ruote i manifestanti). Sin dal momento dell’attacco dei Carabinieri al corteo pacifico delle tute bianche si creò uno sbandamento generale e i manifestanti si mossero a caso senza sapere dove andare e come proteggersi. Come sempre in questi casi quelli che non avevano alcuna esperienza hanno avuto la peggio (e ciò anche fra qualcuno delle forze di polizia). La sconfitta fu ancora più tremenda perché dopo il 21 non vi fu più alcuna capacità di reazione collettiva; come d’improvviso il movimento si estinse e si disperse a curarsi le ferite e a elaborare il lutto. Dopo la mazzata pesantissima del 20-21 luglio arrivò la reazione dell’amministrazione USA all’attentato dell’11 settembre. Ossia il conclamato continuum fra guerre permanenti su scala planetaria e guerre sicuritarie all’interno di ogni paese. La guerra al terrorismo quindi si generalizzò sino a colpire anche le proteste locali contro grandi opere tacciandole di terrorismo (vedi TAV e non solo). Ma le ragioni che riproducono le resistenze al liberismo globalizzato sono molteplici e diffuse dappertutto anche se non riescono a conquistare i sindacati e quantomeno una buona parte della sinistra storica (che si uniscono alle destre per invocare grandi opere e la sacralità della crescita economica uber alles). La sconfitta di Genova non ha impedito il rispuntare di tanti momenti di rivolta, di resistenza, di lotta contro le diverse conseguenze del trionfo liberista. Ma di nuovo questi momenti passano e si estinguono tranne quelli circoscritti a un preciso contesto (vedi per esempio il caso dei NOTAV o quello dei nativi in Amazzonia o in Patagonia e altrove proprio perché sono resistenze per la sopravvivenza come innanzitutto fu la resistenza al fascismo e al nazismo che durò 20 anni ma ebbe un grande dispiegamento solo negli ultimi anni). Il movimentismo e il suo “presentismo” ha la logica di inseguire ogni rivolta con l’illusione di incasellarla nel “movimento dei movimenti” ma questa è una sorta di ideologizzazione del movimento. La mobilitazione di Genova ebbe il grande merito di agitare svariate questioni cruciali: non solo le conseguenze delle diseguaglianze economiche, sociali, sanitarie ma anche i rischi ecologici e le tragedie delle guerre. Ma mancò la comprensione che tutti i disastri sanitari, ambientali, economici e politici (fra i quali le economie sommerse e le neoschiavitù), sono tutti insieme il risultato dell’azione delle lobby e delle multinazionali su scala locale e su scala globale. Sono i disastri che non solo provocano emigrazioni disperate ma anche ogni anno quasi 60 milioni di morti. Disastri ignorati come se si trattasse di disgrazie casuali, sfortuna di chi muore di cancro o altre malattie che invece sono quasi sempre dovute a contaminazioni tossiche, a disastri ambientali, a condizioni di lavoro e di vita insostenibili. Si tratta insomma di ciò che Frederic Gros invita a capire come l’emergenza della teoria dei “disastri umanitari” e quindi della “sicurezza umanitaria” (in opposizione anzi in antitesi all’accezione sicuritaria militare-poliziesca che non a caso ignora tali disastri a sprezzo della protezione della vita animale e vegetale e quindi dell’ecosistema). Appare allora chiaro che non si tratta solo degli argomenti agitati durante Occupy Wall Street o l’analogo movimento degli Indignados in Spagna, né solo del sorprendente “movimento” dei giovanissimi contro il cambiamento climatico. Si tratta invece delle innumerevoli resistenze a ogni singola ingiustizia, sopruso e crimine contro l’umanità da parte dei dominanti come per esempio è oggi il Black Lives Matter e l’analogo movimento antirazzista in Francia, movimenti che hanno alle spalle le sconfitte di mobilitazioni precedenti sin dagli anni ’60 poi ’80 e poi ancora dopo e che sono spinti non da una sola motivazione ma da tante assieme. Questo è il campo alcuni militanti che ancora hanno nostalgia di Genova 2001 non hanno ancora capito trascinandosi invece nell’inseguimento di una sorta di riedizione di Genova2001. Così come ancora si stenta a capire che il liberismo tende sempre più a scegliere la tanatopolitica (il lasciar morire) anziché la biopolitica del lasciar vivere. È questa la reazione dei dominanti al loro terrore rispetto a ciò che pensano sia un aumento incontrollato della popolazione mondiale che si sovrapporrebbe al cambiamento climatico e genererebbe migrazioni aggressive, invasioni di orde fameliche che devasterebbero i paesi ricchi[6]. A questo dovrebbero riflettere i militanti antiliberisti comprendendo così che il quasi genocidio dei migranti non è casuale ma allo stesso tempo non esclude la schiavizzazione di alcuni per un tempo determinato come usa-e-getta. Una tanatopolitica che è quella della devastazione dei paesi detti terzi così come preconizzava lo stesso Summers. Il liberismo globalizzato è distruzione e necropolitica. Sono le resistenze dei nativi dei territori devastati o quelle della popolazione tunisina contro la fabbrica di fosfati di Gabès o anche la lotta dei lavoratori portuali del CALP di Genova contro le navi saudite che trasportano armamenti contro gli Yemeniti, sono queste le lotte e le resistenze che saranno il futuro che conterà. Il dopo fatti del G8 di Genova serve non per mettere un generico, inutile cappello alle lotte che si sono succedute da allora, né per reiterare la lettura ideologica dei movimenti, ma semmai per capire non solo gli errori e le illusioni tragiche di quel momento ma per rinnovare veramente l’impegno intellettuale e militante nelle nuove resistenze che si rinnovano e che hanno molteplici facce, molteplici modalità di agire collettivo che ingloba appunto molteplici componenti senza antitesi né pretesa di supremazia degli uni sugli altri, dei più radicali e dei più “pacifici”. E sta qua la ricerca di alternative attraverso la comprensione del valore del lavoro di cura e della stessa riproduzione della vita e dell’umanità in genere e quindi il rilancio di una cooperazione effettivamente antitetica alla logica del profitto, cioè di produttori e consumatori, a fianco del mutuo soccorso e infine del comune (vedi vari articoli su effimera.org). Oggi la minaccia sta nel sovranismo e nel populismo che non sono affatto né vero sovranismo, perché è fedele agli interessi delle lobby e multinazionali e delle potenze mondiali credendo di poter scegliere il miglior alleato dominante. E non è populismo perché ignora lo stesso diritto alla vita degli stessi elettori poiché vittime di disastri sanitari e ambientali; il sovranismo-populista difende il furore di arricchirsi di padroni e padroncini sulla pelle dei lavoratori[7]. Lungi dall’essere di fronte al collasso del capitalismo, il dopo pandemia tende a condurre a una situazione peggiore di quella precedente. Occorre un salutare sguardo scettico/critico per capire l’attuale congiuntura e come resistere, resistere, resistere! Il successo della mobilitazione antirazzista negli Stati Uniti ma anche in Francia indicano che occorre promuovere convergenze fra le molteplici ragioni delle singole resistenze. È possibile la convergenza nel reclamare non solo il definanziamento delle polizie e la protezione antirazzista e l’azzeramento delle spese militari, ma anche la destinazione di risorse alle politiche sociali contro precarietà e supersfruttamento. All’incontro del prossimo 21 luglio a Genova riflettiamo insieme per preparare il 20° anniversario dei fatti del G8.   NOTE [1] http://processig8.net/La%20Segreteria%20del%20Genoa%20Legal%20Forum.html; https://www.piazzacarlogiuliani.it/ e http://www.osservatoriorepressione.info/ [2]Sui fatti del G8 di Genova ho già pubblicato: Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova, “Studi sulla questione criminale” 3, 1, 2008, 33-50, https://www.academia.edu/716477/Appunti_di_ricerca_sulle_violenze_delle_polizie_al_G8_di_Genova; Continuità nella sperimentazione delle pratiche violente del G8 di Genova e ripresa delle dinamiche collettive antiliberiste, in Black bloc. La costruzione del nemico, curatore  C. Bachschmidt, Fandango Libri, Rome: 2011, pp.61-74; sui cambiamenti nelle polizie: Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate, in particolare in Italia, Revista Crítica Penal y Poder
2017, n. 13,
Ottobre (pp.233-259) http://revistes.ub.edu/index.php/CriticaPenalPoder/article/download/20385/22504 [3] http://effimera.org/appunti-epistemologia-della-conversione-liberista-della-sinistra-salvatore-palidda/ [4] Sul dispositivo militare-poliziesco fra altri si veda il numero speciale di Limes, 4/2001: https://www.limesonline.com/sommari-rivista/litalia-dopo-genova (ivi in particolare il punto di vista di militari e polizie) [5] [6] Vedi anche “Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica?” su effimera.org [7] http://effimera.org/il-furore-di-sfruttare-e-di-accumulare-di-gianni-giovannelli-e-turi-palidda/   * Fonte: Salvatore Palidda, Effimera.org

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Strage di Ustica, i familiari: ancora tanta rabbia ma non perdiamo la speranza https://www.micciacorta.it/2020/06/strage-di-ustica-i-familiari-ancora-tanta-rabbia-ma-non-perdiamo-la-speranza/ https://www.micciacorta.it/2020/06/strage-di-ustica-i-familiari-ancora-tanta-rabbia-ma-non-perdiamo-la-speranza/#respond Sun, 28 Jun 2020 07:02:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26177 27 giugno 1980. Un altro triste anniversario senza colpevoli

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Ustica

BOLOGNA. Quarant’anni di lavoro instancabile, ma anche di amarezze e di pena. Perché ricordare la strage che portò via il 27 giugno 1980 le 81 persone imbarcate sul Dc9 dell’Itavia abbattuto al largo di Ustica è doloroso, anche a distanza di tanto tempo. Un bagno di sofferenza, e di rabbia, lo fanno tutti gli anni Riccardo, Ivano, Elisabetta e Rosalinda, i quattro figli di Giuseppe e Giulia Lachina, i due coniugi di Montegrotto, provincia di Padova, morti 40 anni fa sull’aereo di linea inabissatosi nelle acque del mare Tirreno. Stavano tornando nella loro Sicilia, come facevano ogni anno. Parla di «rabbia» il figlio Riccardo, rabbia «per i depistaggi che ci sono stati, per la disinformazione e per le coperture subito sono scattate per nascondere la verità». Chiede «rispetto per tutti quei poveri morti», il fratello Ivano, che oggi ha 66 anni e che domandò di persona al Presidente della Repubblica Cossiga se non fosse sconvolto dal silenzio dello Stato su Ustica. Un dramma che in famiglia ha segnato le generazioni, con la figlia di Elisabetta che, una volta compresi i fatti, su un aereo non ci hai mai voluto mettere piede. «Anche lei è una figlia di Ustica», ha detto anni fa la madre. «Ma io la speranza non la perdo, non voglio perderla», dice Giorgio Gjylapian, 61 anni, avvocato bolognese. Il 27 giugno 1980 Giorgio accompagnò suo zio Guelfo Gherardi all’aeroporto di Bologna. Non lo vide mai più. «Quella tragedia ha segnato la mia vita, la mia e quella della mia famiglia. Guelfo per me era come un padre e per ricordarlo ho dato il suo nome a mio figlio». L’avvocato Gjylapian sulla vicenda di Ustica ci ha anche scritto un libro e proprio ieri l’ha consegnato di persona al Presidente della Camera Roberto Fico. Dopo anni di studio si è convinto che il Dc9 sia stato abbattuto dalla turbolenza di scia di un jet militare, e non da un missile. A suo modo un eretico, lo ammette lui stesso, all’interno dell’associazione dei familiari. «Dico solo che la speranza nella verità non la perdo, però le istituzioni facciano quel che non hanno fatto fino ad ora». C’è anche chi non vuole metterci nome e cognome, ma qualcosa da dire sul comportamento dello Stato ce l’ha comunque: «Promettono di aprire gli archivi? Finalmente, ma a me sembra quella storia del giudice che chiede all’imputato di mettere a disposizione le prove della sua colpevolezza. Cosa volete che succeda?». E c’è anche chi ha scelto il silenzio, da 40 anni, sperando così di dare più forza al dramma e alla richiesta di verità e giustizia. E’ la via imboccata dai parenti di Erica e Rita Mazzel, due sorelle trentine che quel 27 giugno del 1980 salirono sul Dc9 per iniziare la loro vacanza.
Storie che testimoniano come Ustica non fu una strage bolognese, ma qualcosa che toccò famiglie di tutta Italia.
E’ il caso di Monreale, sui monti sopra Palermo, che ogni anno ricorda Antonella e Giovanni Pinocchio, di ritorno da Bologna dopo una visita alla madre malata. Anche quest’anno il Comune li ha ricordati con una cerimonia di fronte alla lapide a loro dedicata e un mazzo di fiori. A chiedere di fare luce sulla vicenda, come sempre, è Daria Bonfietti, ex parlamentare e presidente dell’associazione che riunisce molti di coloro che hanno perso i propri parenti su quel volo. «Siamo ancora qui, a quaranta anni di distanza, a chiedere verità e giustizia. Per i nostri cari e per la dignità stessa del nostro Paese», dice Bonfietti, che nel 1988 fondò assieme ad altri l’associazione e che da quel momento non ha mai smesso di far sentire con forza la sua voce. Anche a costo di essere presa di mira dai sostenitori dell’ipotesi dell’esplosivo a bordo, solitamente anche difensori di ufficio delle forze armate italiane. «Non posso accettare da una polemica bieca e piena di falsità di passare per chi vuol nascondere, è davvero offensivo e indegno», aggiunge Bonfietti, che sul volo Itavia Bologna-Palermo del 27 giugno 1980 perse il fratello Alberto. «Noi dell’associazione non ci siamo mai arresi», conclude Stefano Filippi, vicepresidente dell’associazione. Filippi, che oggi ha 55 anni, perse suo padre Giacomo a soli 15 anni. Ogni anno Giacomo Filippi è ricordato nella sua città natale, Forlì. Anche lui una delle vittime della strage del 27 agosto 1980 dove persero la vita in 81: 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi, 2 bambini e 4 componenti d’equipaggio. * Fonte: Giovanni Stinco,  il manifesto

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I dannati della cella. La morte per carcere https://www.micciacorta.it/2020/06/i-dannati-della-cella-la-morte-per-carcere/ https://www.micciacorta.it/2020/06/i-dannati-della-cella-la-morte-per-carcere/#respond Fri, 26 Jun 2020 08:54:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26174 L'XI "Libro Bianco sulle droghe 2020", realizzato da un'ampia rete di associazioni, è stato presentato in occasione della Giornata mondiale sulle droghe. Pubblichiamo qui l'intervento di Sergio Segio sulle morti in carcere

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In carcere si muore: constatazione di per sé ovvia, che diventa però inquietante se si comparano percentuali e frequenze rispetto alla popolazione generale e laddove si riscontrino casi di morti evitabili che non lo sono state a causa della struttura penitenziaria o di sue specifiche carenze e disfunzioni. In base al meritevole e storico lavoro di raccolta dei dati svolto da “Ristretti orizzonti” nell’ultimo ventennio, dal 2000 a oggi (al 14 maggio 2020), i decessi in prigione risultano 3087, di cui 1125 per suicidio. Quest’ultimo, in Italia, è la prima causa di morte nelle celle, con un caso ogni 924 detenuti (che sale addirittura a uno su 283 tra i reclusi in 41bis) , a fronte di uno ogni 20.000 nella popolazione generale. Cifre che ci introducono a una considerazione forse meno scontata: ovvero, che di carcere si può morire ed effettivamente si muore. Una verità sottaciuta, ma da sempre nota a chi conosce davvero le patrie galere. Neppure questi, però, avrebbero potuto immaginare che l’anno in corso avrebbe portato – oltre a rivedere dopo quasi mezzo secolo i detenuti salire sui tetti per protesta – un tragico record, con 13 reclusi morti nel giro di poche ore. Non si era mai visto, neppure nella storica Pasqua Rossa del 21 aprile 1946 raccontata dallo scrittore Alberto Bevilacqua, allorché, in «una delle rivolte più imponenti del sistema carcerario mondiale» guidata da Ezio Barbieri, un rapinatore milanese capo della “banda della Aprilia nera”, «un eroe maledetto capace di amicizie e di amori intensi», nella Milano dell’immediato dopoguerra migliaia di reclusi in armi insorsero in quel di San Vittore. Furono costretti ad arrendersi, solo dopo quattro giorni, a colpi di mitragliatrice e addirittura di cannone, come mostrano le impressionanti immagini dell’epoca. Eppure, il bilancio fu di tre detenuti e un agente morti, oltre a numerosi feriti. Del solo poliziotto, a differenza dei reclusi, non da oggi considerati anonime e irrilevanti scorie sociali, è rimasto tramandato il nome: Salvatore Rap. Quello odierno è un drammatico primato, insuperato neppure dalla famosa rivolta nel carcere di Alessandria del 10 maggio 1974, repressa sanguinosamente dai carabinieri; vi morirono due detenuti, due agenti di custodia, il medico del carcere, un’assistente sociale e un insegnante. L’unico precedente che si avvicini in termini di numeri e di gravità è l’incendio accidentale della sezione femminile del torinese carcere delle Vallette, che il 3 giugno 1989 portò alla morte di nove recluse e di due vigilatrici. Episodio presto dimenticato, nonostante la sua tragicità e malgrado l’attivismo di alcune ex detenute politiche che si erano salvate dal rogo e dell’Associazione 3 giugno, allora costituita, che realizzò un dossier per ricordare le morti e per denunciare le disfunzioni e negligenze alla base della strage. Ancora nel 2019, con l’Associazione Sapere Plurale, hanno promosso e realizzato a Torino lo spettacolo Lascia la porta aperta per conservarne la memoria; invece già dolosamente inficiata, laddove nel Museo del carcere de Le Nuove di Torino si ricordano come vittime solo le vigilatrici. Le detenute, semplicemente, sono state espunte dalla narrazione della vicenda. Non a caso, dunque, la vicenda torinese è richiamata dai promotori di un appello a costituire un Comitato per la verità e la giustizia sui 13 detenuti deceduti l’8 e 9 marzo 2020. Una nuova e ancor più ampia strage, sulla quale immediatamente si è cercato di fare calare una pesante cappa di silenzio, complice l’emergenza da coronavirus. Le misure disposte dalle autorità penitenziarie per contrastare il contagio attraverso la sospensione dei colloqui, unite alla paura generalizzata e ai timori dovuti alla scarsa informazione fornita ai reclusi, avevano determinato le proteste in decine di istituti, in alcuni casi degenerate in vere e proprie rivolte e in un caso, a Foggia, in una fuga di massa. Quella stessa emergenza ha più facilmente consentito a media e autorità una subitanea rimozione dell’accaduto e al ministro competente un’imbarazzante reticenza. La discarica sociale Come abbiamo già visto, del resto, nelle carceri da tempo divenute discarica sociale, deposito di vite a perdere, la morte non fa notizia e non lascia eco, come non l’aveva lasciata la loro vita. Scorre subito via, come schiuma nella risacca. Altro che carceri popolate da boss, come vorrebbe la cronaca bugiarda o approssimata dei media e l’indecente incitazione dei maggiori commentatori a rimettere prontamente in galera chi fosse stato scarcerato nei giorni della pandemia, anche se anziano, malato e a rischio, revocando le decisioni dei giudici, la cui autonomia e le cui prerogative, in questo caso, sono state stracciate senza remora e contra legem. Su “Giustizia News on line”, il quotidiano del Ministero della Giustizia, al tragico evento dei 13 morti, nonostante sia di inedita gravità nella storia dei penitenziari italiani, vengono dedicate poche righe in due articoletti. Nel primo, dal titolo Carceri: rientrate quasi tutte le proteste. Nono morto a Modena, datato 10 marzo, si dà atto, con una manifesta contraddizione, che «si sono conclusi quasi ovunque» i disordini «iniziati o ancora in atto» e che vi è stato un «Nono decesso a Modena: si tratta di un detenuto tunisino di 41 anni; anche nel suo caso si sospetta che la morte possa essere stata provocata dall’assunzione sconsiderata di farmaci presi durante il saccheggio dell’infermeria» (le sottolineature sono nostre). A poche ore dai tragici avvenimenti e in assenza di esami autoptici, dunque, sulle cause di morte vi sono “sospetti” che vengono subito diffusi alla stampa. Sull’argomento, nella stessa data, vi è un’altra news: Carceri: detenuti ancora in protesta. Presi 50 degli evasi da Foggia. Vi si afferma che «a Modena è deceduto un altro detenuto, presumibilmente – come gli altri tre – a seguito di overdose da farmaci: ricoverato in gravi condizioni, è l’ottavo decesso dalla rivolta di domenica scorsa. Nell’istituto i disordini si sono conclusi e si stanno trasferendo gli ultimi detenuti». Dalla comunicazione istituzionale, insomma, non è dato di capire se i disordini siano o no conclusi e neppure ancora quante siano le vittime. Quel che è certo, si fa per dire, è che presumibilmente siano rimaste uccise da overdose di farmaci. Il cronista del ministero, sia pure a livello di ipotesi, anticipa così quanto affermerà in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio solo quattro giorni dopo. La dichiarazione diffusa sollecitamente dalla procura, tuttavia, deve precisare che «l’esito definitivo degli accertamenti sarà disponibile nelle prossime settimane». Cautela non rilevata dai media, che titolano sul fatto che sarebbe stata confermata come causa di morte l’overdose di farmaci. I giornalisti più prudenti, di nuovo con qualche incoerenza espositiva, informano che «si sono concluse le autopsie sui detenuti deceduti durante i disordini: i primi esiti escludono una morte violenta e sembrano confermare l’ipotesi di overdose di farmaci» (di nuovo le sottolineature sono nostre). In sostanza, dopo alcuni giorni e nonostante i primi esami, siamo ancora al livello delle presunzioni, pur se ora dotate di ufficialità. Inutile – o forse no – rilevare che nelle successive settimane dell’esito definitivo degli accertamenti autoptici sulla stampa non si troverà più traccia. Dare un nome alle vittime Del resto, il riserbo o l’indifferenza delle autorità è tale che a lungo non saranno neppure resi pubblici i nomi dei deceduti. E forse sarebbero rimasti anonimi a tutt’oggi, senza il decisivo intervento della stampa locale e di quella nazionale. Laddove singoli giornalisti hanno meritoriamente supplito ai silenzi e inadempienze delle autorità politiche e penitenziarie, così come alla distrazione e reticenza di gran parte dei loro colleghi. I detenuti di Modena deceduti sono stati nove: cinque la domenica 8 marzo, altri quattro il giorno successivo, dopo o durante il trasferimento in nuovi penitenziari. Ulteriori tre sono morti a Rieti e uno a Bologna (pur se, inizialmente, qualcuno erroneamente ne conterà due). Tre nomi erano stati ricostruiti nell’immediatezza dalla stampa locale, ma l’elenco completo arriverà solo grazie a Luigi Ferrarella, cronista di giudiziaria del “Corriere della Sera”, che riuscirà finalmente a pubblicarlo il 18 marzo: «Un nome, ce l’avevano pure loro. E anche una storia». Due soli gli italiani, il 35enne Marco Boattini, morto a Rieti e il 40enne Salvatore Cuono Piscitelli, deceduto ad Ascoli dopo il trasferimento da Modena. Gli altri erano stranieri, alcuni in attesa di giudizio, spesso per piccoli reati, talvolta connessi alle droghe. Diversi tunisini: Slim Agrebi, 40 anni; Lofti Ben Masmia anche lui quarantenne; Hafedh Chouchane, 36 anni; Ali Bakili, 52 anni; Haitem Kedri, 29 anni, Ghazi Hadidi, 36 anni. Dal Marocco venivano Erial Ahmadi, 37 anni, e Abdellah Rouan di 34. Infine, Ante Culic, 41 anni, croato, Carlo Samir Perez Alvarez dell’Ecuador e Artur Iuzu, 31 anni, moldavo; avrebbe avuto il processo il giorno successivo la morte. Altri dettagli sulle 13 vittime arriveranno dalla giornalista Lorenza Pleuteri, con un articolo pubblicato il 2 aprile, che si è presa la briga di cercare e sentire volontari, operatori, magistrati, avvocati e di rintracciare famigliari. Di fare, insomma, il suo mestiere, a differenza di tanti altri colleghi. Tutto ciò «nel totale silenzio del Ministero di Grazia e Giustizia e delle autorità», come scriverà a fine marzo la testata locale, “La Gazzetta di Modena”, che ricorderà come dei 13 morti non sia mai stata data la lista e neppure una spiegazione né dal ministro Alfonso Bonafede né dal Dipartimento dell’Autorità Penitenziaria. Il ministro, in verità, aveva preso parola tempestivamente, con una informativa al Parlamento datata 11 marzo. Peccato che, con la stessa, non avesse chiarito alcunché. Né, appunto, fornendo i nomi e la posizione delle vittime; né, ancor meno, particolari sulla vicenda e sulle cause della strage. Vittime cui, in tutta la lunga relazione, il Guardasigilli dedica un unico passaggio. Dopo aver ricostruito nel dettaglio e stigmatizzato i disordini, «fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali», espresso la propria solidarietà agli «oltre 40 feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione», vi è un solo, lapidario, inciso al bilancio «purtroppo di 12 morti tra i detenuti, per cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Nessun particolare, nessuna specificazione, nessun chiarimento su chi e quanti siano gli abusatori di farmaci e quanti e quali gli altri, sui primi riscontri, sugli accertamenti in corso e quelli da fare. Nessuna informazione, in quella sede o altrove, neppure successivamente, è stata data sulle visite mediche che obbligatoriamente dovrebbero essere effettuate sui detenuti tradotti, tanto più che si sarebbe potuto – e dovuto – facilmente riscontrare anche da parte loro un abuso di farmaci che li portavano a rischio di decesso, come in effetti per alcuni avvenuto. Nessuno, in ogni caso, ha contestato al ministro, sui media o in parlamento, quel che ha giustamente rimarcato in un comunicato la Camera Penale di Modena: «risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione». Vi sono dunque chiarimenti che doverosamente il ministro avrebbe dovuto dare – e che altrettanto doverosamente chi ne ha titolo avrebbe dovuto richiedere – anche riguardo le morti che effettivamente rientrino in quella sfuggente e ambigua definizione: “per lo più”. Degli altri, dei “per lo meno”, a tutt’oggi, non si hanno notizie. **** * Questo scritto di Sergio Segio è pubblicato nel XI Libro Bianco sulle droghe 2020, dal titolo  "Droghe e Carcere al tempo del Coronavirus". Sommario e materiali dal Rapporto e dalla sua presentazione, in occasione della Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illecito di droga, sono disponibili qui. Il Libro Bianco, disponibile in versione cartacea in tutte le librerie e i rivenditori on line, sarà consultabile sul sito di Fuoriluogo.  

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