Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sun, 27 Sep 2020 08:46:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 La strage di anarchici di 50 anni fa, impunita e subito dimenticata https://www.micciacorta.it/2020/09/la-strage-di-anarchici-di-50-anni-fa-impunita-e-subito-dimenticata/ https://www.micciacorta.it/2020/09/la-strage-di-anarchici-di-50-anni-fa-impunita-e-subito-dimenticata/#respond Sun, 27 Sep 2020 08:46:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26250 Uccisi per quanto avevano scoperto sull'attentato al Treno del Sole. La misteriosa morte di cinque giovani in uno strano incidente sull’autostrada

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Nella notte tra il 26 e 27 settembre del 1970, proprio nel momento di passaggio all’ora legale, una Mini minor targata Reggio Calabria, finiva sotto un camion, sul tratto autostradale Napoli-Roma, a 58 km dalla capitale. Morivano Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, giovanissimi anarchici calabresi, i primi tre reggini. Annalise Borth, tedesca, compagna di Gianni Aricò, veniva ricoverata al San Camillo a Roma, dove morirà venti giorni dopo. Per molto tempo si parlò di un incidente e molti strani e inquietanti elementi che avrebbero dovuto portare a investigare, non furono presi in considerazione: la polizia politica (sic!) arrivò venti minuti dopo l’incidente, furono prelevati tutti i diari, block notes e documenti dei giovani anarchici e mai restituiti alle famiglie, il camion che provocò l’impatto mortale aveva i fari spenti perché non funzionanti. La procura di Roma chiuse immediatamente il caso e non se ne parlò più finché negli anni ’90 il giudice Salvini riaprì il capitolo delle stragi di Stato e, grazie alle confessioni di un pentito (tale Lauro), scoprì che a Gioia Tauro il 22 luglio del 1970 il deragliamento del Treno del Sole, dove morirono sei persone e ci furono ben 139 feriti, non era stato un incidente. Rientrava a pieno titolo nella strategia della tensione: vennero presi gli esecutori ma, come al solito, non i mandanti, come per tutte le altre stragi di quegli anni in cui i servizi segreti (è un ossimoro definirli “deviati”) hanno avuto la regia. Questi giovani anarchici stavano portando a Roma un dossier che riguardava proprio il deragliamento del treno e, a quanto abbiamo appreso negli ultimi anni, anche alcune informazioni importanti che riguardavano Junio Valerio Borghese e il suo tentativo di golpe. Nel mese di settembre del 1970 Angelo Casile aveva incontrato a Palermo Mauro de Mauro, pochi giorni prima che il direttore dell’Ora di Palermo fosse fatto fuori dalla mafia siciliana. Angelo riferì che gli aveva rivelato che stava indagando su un possibile colpo di Stato in Italia. Nessuno gli credette o lo prese in considerazione, compreso il sottoscritto. Sembravano fantasie di compagni ossessionati da quello che era successo in Grecia con il golpe dei colonnelli. Così come Gianni Aricò che disse alla madre «abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia», e lo ripeté a chi scrive, sembrava ci fosse un po’ di megalomania, malgrado le continue minacce che subivano al telefono avrebbero dovuto allarmarci. Oggi sappiamo che era tutto vero e che questi giovani anarchici del Sud sono vittime di una strage di Stato, come quella del treno fatto deragliare a Gioia Tauro, che il presidente Mattarella ha ricordato quest’anno nel cinquantesimo. Questa storia è stata raccontata per la prima volta da Fabio Cuzzola nel 2001 (Cinque anarchici del Sud, città del sole ed.) e ristampata, con un ricco aggiornamento, oggi dalla Castelvecchi. E’ una storia che ha una rilevanza nazionale perché in quell’estate del 1970 scoppiava la rivolta di Reggio per il capoluogo, che veniva strumentalizzata dal Msi sul piano politico, ma che, come emerge dal libro di Cuzzola, vedeva costituirsi, per la prima volta, una nefasta alleanza tra ‘ndrangheta, destra eversiva, massoneria, servizi segreti, italiani e stranieri. Un’alleanza tragica per il nostro paese che ha prodotto stragi, lutti, e un arretramento del quadro politico proprio nel momento che più forti erano i movimenti per il superamento di questo modo di produzione capitalistico. Un’alleanza che nasce sul terreno di una piccola città del profondo Sud e che dei giovani anarchici, da soli, avevano cercato di smascherare, mettendo a rischio la propria vita per un’ideale di libertà e giustizia. Andrebbero ricordati per questo nei libri di storia come ci ricordiamo di quelli che spesero la loro vita per liberarci dal nazifascismo. * Fonte: Tonino Perna, il manifesto

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Addio a Rossanda, il ricordo di Étienne Balibar https://www.micciacorta.it/2020/09/addio-a-rossanda-il-ricordo-di-etienne-balibar/ https://www.micciacorta.it/2020/09/addio-a-rossanda-il-ricordo-di-etienne-balibar/#respond Fri, 25 Sep 2020 10:46:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26247 Addio Rossana Rossanda. Un’ispiratrice, una guida a un tempo esperta e benevola

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È stato tramite Louis Althusser, di cui fu amica fedele nel periodo più difficile e interlocutrice senza concessioni negli anni di crisi del comunismo occidentale, che ho incontrato Rossana Rossanda, poco dopo il «convegno di Venezia» su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» del 1978. Presto la nostra relazione divenne più personale, coinvolgendo altri compagni e amici, alcuni dei quali sono ancora in vita e non hanno rinunciato alle speranze che convividevamo : « trasformare il mondo» e «cambiare la vita». Ho rispettato in lei una persona più anziana, un’ispiratrice, una guida ad un tempo esperta e benevola. Ho imparato da lei a tenere assieme, nei limiti del possibile, il rigore di una posizione di partito e l’apertura alle novità della storia, a tutte le sorprese buone e cattive del mondo contemporaneo. Con lei e alcuni altri, ho cercato «controcorrente» di immaginare un’Europa dei lavoratori emancipati dallo sfruttamento, donne e uomini in cerca di autonomia e eguaglianza, della solidarietà tra i cittadini di una nazione e gli stranieri che la abitano, un’Europa che resiste a tutti i populismi, in breve un’Europa comunista. Non siamo sempre stati d’accordo al 100% – e per fortuna ! – ma credo che abbiamo coltivato il rispetto, l’ascolto reciproco, la fiducia intellettuale, cose così rare nelle lande della politica, a cui continuerò ad ispirarmi con lei e in sua memoria. * Fonte: Étienne Balibar, il manifesto

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Leggi di emergenza. Rossana e la voce discordante di «Antigone» https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/ https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/#respond Tue, 22 Sep 2020 06:54:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26243 «Ho sempre diffidato della parola verità e del suo uso specie quando riguarda la conoscibilità della persona», diceva. Il 7 aprile 1979, l’inchiesta padovana e poi quella romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività.

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«Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure». Rossana parlava, in quell’occasione di più di trent’anni fa di verità processuale – era un confronto su tale tema con alcuni magistrati, giuristi e parlamentari organizzato da Antigone – e di come attorno ai diversi tentativi di appropriarsi della presunta verità si giocasse un ruolo tutto stretto all’interno di ricostruzioni o giudiziarie o complottistiche. Ricostruzioni che perdevano comunque lo spessore politico e collettivo di azioni, che però solo attraverso tale dimensione potevano essere inquadrate. La verità diveniva solo quella processuale e vite, aspirazioni, progetti sparivano, portando con sé, in tale dissolversi, anche la riflessione doverosa sugli errori commessi e sulle loro conseguenze, spesso gravi.

PROPRIO IL RISCHIO di una lettura della complessità con la sola lente delle ipotesi investigative e il prevalere di una tendenza a rileggere una storia come mero «romanzo criminale» aveva portato Rossana e uno stretto drappello di persone a esaminare sin dall’inizio le conseguenze delle ricostruzioni delle procure e le prassi processuali indotte da misure di emergenza adottate alla fine degli anni Settanta.Una riflessione che, affiancandosi a quella sulle radici e sugli snodi che avevano indotto settori del vasto movimento degli anni precedenti a imboccare la via della lotta armata, apriva anche all’analisi delle regole e alle garanzie. Tema, questo, certamente non usuale nel pensiero e nella tradizione comunista, ma che proprio perché non scisso dall’altro relativo all’analisi dei processi che si erano sviluppati nella complessità sociale, non rischiava di concedersi al pensiero liberale. Al contrario, apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento. Il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza che avviammo insieme in quel periodo, con alcuni altri e sostenuti dal sapere giuridico di Papi Bronzini, Luigi Ferrajoli, Gianni Palombarini, si mosse nella direzione di esaminare i primi processi e darne sul manifesto un resoconto diverso dal coro che caratterizzava l’informazione. TROVÒ POI TERRENO di sviluppo quando il 7 aprile 1979 l’inchiesta padovana e quella successiva romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività e pensiero. Tutte le udienze del processo che si tenne anni dopo, vennero da me seguite accanto a un’attenta Rossanda e alla lettura della sentenza di appello che smantellò quell’impianto non gioimmo perché pezzi importanti di vita erano stati fatti trascorrere in carcere, per molti. IN QUEGLI ANNIil manifesto giocò un ruolo importante: era la voce non soltanto dissenziente rispetto al coro, ma la più documentata. Per questo, si avviò l’iniziativa della rivista Antigone che portava nel suo sottotitolo Bimestrale di critica dell’emergenza. Era la metà degli anni Ottanta e la necessità di ricercare una soluzione politica che non abbandonasse un periodo all’oblio e non destinasse una generazione al dissolvimento del proprio futuro portò a elaborare ipotesi che facessero uscire dalla secca alternativa tra la collaborazione attiva e l’irriducibile conflitto armato con lo Stato. NEL PRIMO NUMERO della rivista, proprio Rossanda scrisse attorno alla mancata risposta da parte delle istituzioni alla richiesta di uscita di chi prendeva atto del venir meno delle presunte condizioni iniziali del proprio agire. Il primo numero di Antigone venne presentato in un giorno triste: la fatale coincidenza con un grave omicidio da parte di gruppi residui della lotta armata attuato pochi giorni prima. E ciò consentì a Repubblica – che pure oggi sembra aver trovato un residuo di apprezzamento di quelle riflessioni e di quel dibattito – di titolare l’uscita della rivista in modo infamante: «Ma Antigone non uccideva». Il manifesto è stato da solo nella costruzione di un pensiero che riuscisse a leggere le ferite di quel periodo per capire, non per giustificare, ma per evitare la rimozione secondo le due linee prevalenti: una qualche eterodirezione o una storia solo di competenza giudiziaria. PER QUESTO TUTTE le facili ricostruzioni sono state sottoposte al criterio della possibile falsificazione, inglobando in questo garantismo critico strutturalmente ancorato ai principi costituzionali, anche l’attenzione a inchieste che riguardavano l’ambito politico culturalmente e operativamente avverso. Accanto, l’attenzione che Rossana ha sempre avuto ai destini individuali: di chi era in carcere e di chi aveva ricostruito una vita lontano. Quando negli anni trasformammo le iniziali conoscenze costruite attorno al tema settoriale della detenzione dell’emergenza in attenzione alla totalità della detenzione stessa, dando luogo ad Antigone, non più rivista, ma associazione, Rossana mantenne il punto di un’attenzione specifica del manifesto al carcere chiedendo sempre che si coniugassero la funzione del diritto penale, la sua regolazione e la sua materialità. Nei nostri incontri parigini, nel mio periodo a Strasburgo, mi interrogava su come il carcere riproponesse nella sua composizione sociale e nella sua quotidianità le asimmetrie classiste della società esterna e subito il pensiero era: «questo il giornale deve riportarlo perché solo il nostro giornale ha la capacità di dirlo» * Fonte: Mauro Palma, il manifesto

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NoTav. Accanimento di Stato, l’attivista Dana Lauriola arrestata in Valle https://www.micciacorta.it/2020/09/notav-accanimento-di-stato-lattivista-dana-lauriola-arrestata-in-valle/ https://www.micciacorta.it/2020/09/notav-accanimento-di-stato-lattivista-dana-lauriola-arrestata-in-valle/#respond Fri, 18 Sep 2020 07:21:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26239 Bussoleno. Dana Lauriola è stata prelevata dalla sua abitazione da un massiccio apparato di forze dell'ordine che si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell'attivista No Tav

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Dana Lauriola, educatrice torinese che lavora con i senza dimora, è stata prelevata ieri mattina nella sua abitazione di Bussoleno da un massiccio apparato di forze dell’ordine che, per qualche attimo, si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell’attivista No Tav. Epilogo non scontato di una storia iniziata otto anni fa, quando Dana Lauriola, insieme a molti militanti del movimento, entrò in autostrada per una protesta pacifica: venne alzato uno sbarramento, al fine di non creare imbuti pericolosi, e fu srotolato uno striscione. Alcuni parlarono da un megafono, tra questi era presente la militante Notav. Delle centinaia di manifestazioni che hanno costellato la ventennale storia della Torino-Lione, la protesta in autostrada viene ricordata tra le più innocue e pacifiche. Un blitz che si risolse in breve tempo, ma che è già costato diverse condanne. Ieri è stata la volta della portavoce, una delle molte, del movimento, a cui non sono state riconosciute pene alternative alla carcerazione. Da diversi giorni era stato approntato un presidio «protettivo», che però nulla ha potuto di fronte ai reparti mobili giunti per tradurre in carcere la militante Notav. Una carica ha fatto indietreggiare i manifestanti, mentre la Lauriola veniva prelevata e portata nel carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Posto agli arresti domiciliari anche un altro volto storico del movimento Notav, Stefano Milanesi, anch’egli di Bussoleno. Dovrà scontare cinque mesi nella sua abitazione, in quanto condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Nicoletta Dosio, condannata per la stessa manifestazione della Lauriola e uscita dal carcere lo scorso inverno a causa dell’emergenza sanitaria, commenta: «Provo una agitazione insostenibile perché rivivo i passi dolorosi di quel mio viaggio verso il carcere: immagino e non posso che star male. Un’ingiustizia enorme, perpetrata contro una ragazza buona e solidale, la riprova del fatto che questo mondo sta perdendo il senso della misura, cieco di fronte all’abisso dove stiamo precipitando. Son tempi duri, in cui si viene mandati in carcere per ciò che si è e non per cosa si fa. È lo sfascio dell’etica e del diritto. Che senso ha accanirsi contro una donna come Dana, da parte dello Stato? In questi giorni in cui si spostano montagne di rosmarino da un punto all’altro della valle, sorvolando su ogni regola che viene piegata alla pura volontà, la rigidità della legge rivela la debolezza di un mondo privo di ragioni». Alle otto e mezza di ieri sera il movimento Notav ha sfilato per le vie di Bussoleno impugnando centinaia di fiaccole. La prima manifestazione di solidarietà per la militante rinchiusa nel carcere di Torino. Ieri mattina, presso il Tribunale di Torino, gli imputati del maxi processo ai No Tav – secondo grado inerente gli importanti scontri del 2011 che coinvolsero decine di migliaia di persone – hanno letto un comunicato di solidarietà a Dana Lauriola, in cui hanno sottolineato che «l’unica colpa dei militanti del movimento è quella di continuare nella lotta» * Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto https://www.facebook.com/watch/?v=755417551670823&extid=CPt8WtbMNPbpdPQm

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Antifascismo. La nostra migliore gioventù processata a Torino https://www.micciacorta.it/2020/09/antifascismo-la-nostra-migliore-gioventu-processata-a-torino/ https://www.micciacorta.it/2020/09/antifascismo-la-nostra-migliore-gioventu-processata-a-torino/#respond Thu, 03 Sep 2020 08:07:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26232 31 giovani torinesi domani saranno davanti al giudice del riesame di Torino per chiedere la revoca delle limitazioni alla libertà: liberateli e non incriminateli. Incarnano lo spirito migliore della nostra repubblica. Per loro l’antifascismo non è una parola vuota

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Il 13 febbraio scorso all’università di Torino si è svolto un convegno intitolato «fascismo, colonialismo, foibe» autorizzato dall’istituzione universitaria e promosso da alcune sezioni dell’Anpi, Nizza Lingotto, 68 martiri di Grugliasco, V sezioni riunite, Nichelino. E dal Comitato delle mamme in piazza per la libertà del dissenso. Io ero invitato come relatore. Prevista la proiezione dell’importante documentario della Bbc, The fascist legacy (L’eredità fascista). Film acquistato dalla Rai oltre 25 anni fa, doppiato a cura del regista Massimo Sani ma la tv di stato non lo ha mai messo in onda. Mentre il convegno si svolgeva, secondo quanto mi è stato riferito da alcuni degli organizzatori, sono arrivati gli immancabili neofascisti a fare un volantinaggio scortati da tre camionette della celere con agenti in tenuta antisommossa. Gli studenti antifascisti si sono contrapposti ai fascisti al grido di: «Fuori i fascisti dall’Università». Sono seguite cariche di «allegerimento» da parte delle forze di polizia a cui hanno fatto seguito l’arresto di alcuni militanti antifascisti che sono stati subito oggetto di durissimi provvedimenti costrittivi. Per dovere di onestà ripeto che non sono stato testimone oculare dei fatti ma riferisco ciò che mi è stato detto da persone che personalmente ritengo degne della massima fiducia. Io mi trovavo all’interno dell’aula in cui si teneva il convegno. Ma, a prescindere da come si è svolta la dinamica dei fatti c’è una domanda che dovrebbe sgorgare spontanea dal cuore di ogni cittadino italiano degno di tale qualifica: per quale ragione le nostre forze dell’ordine che giurano fedeltà alla Costituzione repubblicana debbano scortare fascisti, neofascisti e affini.
La nostra Carta non è neutra, è ontogeneticamente e intrinsecamente antifascista.
I fascisti e coloro che si ispirano alla «ideologia» di quel regime criminale non hanno titolo né diritto ad esprimersi negli spazi pubblici in quanto ogni loro manifestazione viola il dettato costituzionale e si configura come crimine contro la democrazia. Tengano le loro kermesse nostalgiche in luoghi privati e i cittadini italiani ricordino che si tratta di nostalgia per la guerra, il colonialismo, il razzismo, il genocidio, il razzismo.
25 aprile la liberazione è bella vignetta biani il manifesto
La vignetta di Biani per il manifesto, 2018
La democrazia italiana ha ricevuto dalla permanenza del veleno fascista nelle fibre più delicate del tessuto nazionale, micidiali ferite purulente a partire dallo stragismo. L’Italia all’uscita dalla seconda guerra mondiale si collocò nell’area atlantica sotto l’egemonia degli Stati Uniti per i quali il nemico era diventato l’Unione sovietica. Le amministrazioni stelle e strisce non si fidavano degli antifascisti e pretesero che nei gangli vitali dello stato fossero reintegrati i compromessi col regime e «licenziati» coloro che avevano combattuto contro il fascismo. Per questo principale motivo, a mio parere, l’Italia non si è mai liberata dalla micidiale eredità fascista. Ora, tornando ai giovani antifascisti torinesi, 31 dei quali il 4 settembre, domani, saranno davanti al giudice del riesame di Torino per chiedere la revoca delle limitazioni alla libertà: liberateli e non incriminateli. Essi incarnano lo spirito migliore della nostra repubblica. Per loro l’antifascismo non è una parola vuota da far risuonare retoricamente alle manifestazioni celebrative e commemorative, non è un simulacro buono per simulare appartenenze di comodo, per loro l’impegno antifascista è un orizzonte di lotta per edificare una società di giustizia, di uguaglianza. È una forza propulsiva che si contrappone alla barbarie della guerra, del razzismo, dei privilegi intesi come forma di rapina che disgrega l’integrità sacrale della vita. Questi non sono i giovani delle discoteche, degli apericena o delle happy hour, vivono la vita come partecipazione ai valori che istituiscono e difendono la civiltà democratica e sanno vivere con passione e con la gioia di chi ha iscritto il proprio cammino nel solco che porta dalla tirannia alla libertà come fecero i nostri partigiani che si sacrificarono per amore della vita e per fermare i cultori della morte. * Fonte: Moni Ovadia, il manifesto

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Carabinieri di Piacenza, droga e tortura, ci risiamo https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/ https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/#respond Wed, 05 Aug 2020 06:31:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26212 Le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità

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Ci risiamo! E vedremo quanto durerà stavolta l’attenzione dei media, lo stupore degli ingenui, l’indignazione degli smemorati. Forse un po’ più del solito, poiché l’accorto magistrato è ricorso al sequestro dell’intera caserma dei carabinieri di Piacenza; il solo arresto dei suoi gestori non avrebbe prodotto la stessa visibilità. Ma se è la prima volta che ciò succede, le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità. Ai riflettori su Piacenza e alla pubblica esecrazione hanno certo contribuito i risvolti a luci rosse ma, più di tutto, la compresenza di droghe e di spaccio. Argomento così rodato e assorbente ma mandare presto in secondo piano pestaggi e arresti ingiustificati. La violenza istituzionale esercitata su stranieri e marginali pare, e non da oggi, essere considerata meno grave di quella, assai più raramente, esercitata nei riguardi di cittadini inseriti. Del resto, vi è chi, in passato, non ha esitato a teorizzare che i “colletti bianchi” finiti in carcere ne abbiano a soffrire molto di più, non essendo quella prospettiva nell’ordine del previsto e del “naturale”. Ci sarà pure un motivo se carcere e tortura sono storicamente – e impunemente – riservati a poveri, tossicodipendenti e ribelli. Come ebbe a raccontare anni fa un commissario che, pur tardivamente, ruppe il muro dell’omertà, senza peraltro provocare alcuno scandalo o inchiesta: i compiti della squadra di torturatori della polizia, del quale ammetteva di aver fatto parte nella lotta al terrorismo, erano quelli di «applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili». Insomma, violenze e torture sui fermati erano la norma, ma in quel momento storico, secondo il funzionario semi-pentito, “dall’alto” arrivò l’autorizzazione a fare lo stesso nei confronti dei militanti armati. In quegli stessi anni (primi ’80) e luoghi (Veneto) di cui il commissario ha raccontato in un’intervista (“L’Espresso” del 9 aprile 2012), era presente un altro personaggio che, in qualche modo, ci riporta a Piacenza: Gianpaolo Ganzer, ufficiale dei carabinieri del nucleo di Dalla Chiesa, a capo dell’Anticrimine di Padova, poi a sua volta generale e comandante del ROS. Nel 2010, ancora in servizio (andrà in pensione nel 2012), con altri 13 carabinieri venne condannato a 14 anni «per aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida» (condanna ridotta nel 2013 a 4 anni e 11 mesi, prescritta nel 2016). In buona sostanza (e qui l’ambivalenza del termine è assai calzante), Ganzer avrebbe fatto in grande quel che i più ruspanti carabinieri piacentini facevano in piccolo. Sono passati pochi anni, ma quella vicenda pare archiviata nella memoria pubblica come tante altre simili, sia pur di minore eclatanza. Tutto dimenticato. O quasi. Tocca infatti ora convenire con un commento Twitter dell’avvocato Carlo Taormina: «In fin dei conti i carabinieri di Piacenza ripagavano i confidenti facendoli spacciare e malmenavano quelli che arrestavano. Routine! Ganzer fu assolto per ben di più». Anche l’avvocato è invecchiato, tanto da confondere prescrizione e assoluzione, ma il resto dell’affermazione è indiscutibile, a prescindere dal suo autore. Ecco. Questa è la routine. Questo è «quello che fanno tutte le squadre mobili». Si eccepisce che il crimine non si può affrontare con i guanti bianchi. Più o meno lo stesso disse Vincenzo Muccioli ai tempi del processo per l’omicidio Maranzano, prima ucciso nella comunità di San Patrignano e poi scaricato tra l’immondizia a Napoli. La droga e il proibizionismo sono stati e continuano a essere la comoda coperta per mille nefandezze. * Fonte: Sergio Segio, il manifesto

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Vite di scarto, silenzi di stato https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/#respond Tue, 28 Jul 2020 05:05:56 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26204 13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo cinque mesi nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella strage

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13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo quasi cinque mesi poco o nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella vera e propria strage. Fors’anche perché a essa ha fatto immediatamente seguito una campagna, a reti unificate, di certa antimafia che indicava una regia nelle proteste in quel momento in corso nelle carceri, dove crescevano, sino ad esplodere, i timori per la pandemia allora nel momento più espansivo. Complici la scarsa informazione, il blocco dei colloqui e di ogni attività, il sovraffollamento che rende vana qualsiasi prevenzione dal contagio, un’assistenza sanitaria a dir poco tradizionalmente carente. I media hanno prontamente raccolto e rilanciato quell’allarme, al solito senza verifiche e senza contradditorio; certa politica, altrettanto per solito, ha cavalcato e strumentalizzato, al fine di scongiurare scarcerazioni (e limitazione di nuovi ingressi) che in quel momento avvenivano in tutto il mondo, sollecitate dagli organismi sanitari e da quelli sovranazionali. Negli Stati Uniti, per dire, tra marzo e giugno 2020, è stato rilasciato circa l’8% – oltre 100.000 persone – della popolazione detenuta nelle carceri statali e federali statunitensi. Eppure, come noto, si tratta del Paese che ha “inventato” il populismo penale e la “tolleranza zero”, tanto da aver raggiunto il tasso di detenzione più elevato a livello mondiale. Ma i prigionieri sono stati rilasciati a decine di migliaia persino in nazioni prive di condizioni e tradizioni democratiche, come la Turchia o l’Iran. Nei Paesi membri del Consiglio d’Europa, già a metà dello scorso aprile, 128.000 detenuti erano stati rilasciati come misura per prevenire la pandemia. In nessuno l’argomento è però diventato materia di speculazioni politiche come da noi. Forse grazie anche al fatto che il ministro e il capo delle carceri competenti ben poco hanno fatto per evitare le strumentalizzazioni. Offensiva mediatica e politica che ha altresì posto sulla difensiva e spesso costretto al silenzio molte delle associazioni, dei Garanti, del volontariato che in carcere sono impegnati o che comunque i veri problemi del carcere conoscono. Per chiedere verità e giustizia su quelle morti si è comunque subito costituito dal basso un comitato, che, pur negli ostracismi e nel totale silenzio stampa, ha presto raccolto centinaia di adesioni e che da allora cerca di non fare scendere del tutto il silenzio sulla tragica e inedita vicenda, diffondendo informazioni, denunce, sollecitazioni.   I fatti, messi in fila Riassumiamo i fatti, per i distratti. Tra l’8 e il 9 marzo, in contemporanea con l’annuncio del lockdown da parte del governo, si innescano proteste in diverse carceri, in alcune delle quali assumono caratteristiche violente, con danneggiamenti delle strutture. Il bilancio vede 13 detenuti morti, quattro addirittura deceduti il giorno seguente dopo essere stati sfollati o durante il trasferimento ad altro istituto. Da subito, viene diffusa dalle autorità, e ripresa senza controllo dai media, la notizia che la causa di morte è da attribuirsi all’abuso di medicinali sottratti durante la sommossa. La versione assume ufficialità poco dopo con l’intervento del ministro della Giustizia, chiamato a riferire alle Camere l’11 marzo; nelle pochissime parole dedicate alla strage, il Guardasigilli afferma che le morti tra i detenuti sono dipese da «cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Nessun’altra informazione o dettaglio, neppure i nomi dei defunti, che saranno resi noti da un giornalista soltanto parecchi giorni dopo. Dopo di che è calato un integrale silenzio da parte delle istituzioni, a parte qualche indiscrezione fatta trapelare dai magistrati, interrotto solo il 9 aprile, allorché un sottosegretario – neppure alla Giustizia bensì all’Istruzione – viene delegato a rispondere all’interpellanza che un unico deputato, sollecitato dal Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere, aveva depositato. Questa volta, alla genericità e omissività precedente, subentra il tradizionale e comodo rifugio del segreto: «Tutti i dettagli e le informazioni contenute negli atti trasmessi alle procure della Repubblica costituiscono fatti coperti dal segreto investigativo e ovviamente non possono essere disvelati. Allo stesso modo, non sono disponibili gli esiti delle autopsie, effettuate su disposizione dell’autorità giudiziaria, che, all’esito dei percorsi di indagine, potrà valutare la desecretazione degli atti che sono stati compiuti». Nessuno eccepisce. Né in Parlamento né nella libera informazione che, peraltro, neppure pare accorgersi del discutibile pronunciamento. Essendo ormai troppo abituati i media a dare notizie del carcere, e di ciò che vi avviene, solo a seguito e sulla scorta di comunicati e delle dichiarazioni di uno o l’altro dei sindacati della polizia penitenziaria. Di modo che anche quando si tratti di suicidi di detenuti, come da ultimo nel carcere di Como, dove sabato 25 luglio si è ucciso in recluso, la notizia diventa quella della carenza e dell’abnegazione del personale, mentre al tragico evento vengono dedicate quattro righe quattro a fronte delle 40 e più invece riservate alle dichiarazioni dei segretari dello stesso sindacato e ai loro attacchi nei confronti dei Garanti dei detenuti e delle associazioni. Non può dunque stupire che, a quasi 150 giorni di distanza dai fatti, le spiegazioni di fronte a una strage di detenuti senza precedenti che il governo e l’istituzione penitenziaria ritengono di dover fornire ai cittadini, oltre che ai famigliari delle vittime, siano l’appello al segreto. In fondo c’è una pandemia in corso, e qui si tratta nient’altro che di vite di scarto. Valgono ancor meno di quelle altre che, nel tempo del Covid, si sono lasciate spegnere a migliaia in solitudine in qualche ospizio per vecchi, ormai improduttivi e dunque ritenuti inutili, privi di valore ancorché innocenti. A differenza di quelli che sono morti nelle celle. Uccisi perlopiù dal virus del pregiudizio, dell’odio e del rancore sociale lasciati distrattamente crescere – quando non artatamente fomentati – contro i “delinquenti”. Le carceri, ripetono da anni i cinici inventori e utilizzatori di questo rodato e antico meccanismo di distrazione di massa, sono alberghi (a cinque stelle aggiungono i più temerari), da cui è più facile uscire che entrare. Peccato che siano diventati alberghi della paura e della disperazione e che spesso se ne esca con i piedi in avanti. * pubblicato su Vita.it

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Violenze e forze dell’ordine. Quando è marcio il frutteto https://www.micciacorta.it/2020/07/violenze-e-forze-dellordine-quando-e-marcio-il-frutteto/ https://www.micciacorta.it/2020/07/violenze-e-forze-dellordine-quando-e-marcio-il-frutteto/#respond Sun, 26 Jul 2020 07:00:32 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26202 I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto

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Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce. Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea. Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors. All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane. La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni. In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali. È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini. Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti. Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste. Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri. * Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

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Carcere di Torino, Decima sezione https://www.micciacorta.it/2020/07/carcere-di-torino-decima-sezione/ https://www.micciacorta.it/2020/07/carcere-di-torino-decima-sezione/#respond Thu, 23 Jul 2020 14:57:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26196 Lo sa bene chi interviene in carcere, chi ne ha esperienza: il rischio del doppio binario, in superficie le “belle cose”, sottotraccia la violenza taciuta delle “X sezioni” è un rischio che va sciolto, affrontato. E uscire dal silenzio è la sola scelta possibile

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«Celle dedicate alla punizione dei detenuti con scompensi psichici. Venivano obbligati a spogliarsi e a gridare frasi come “Sono un pezzo di m...” mentre gli agenti li malmenavano con schiaffi e pugni, attrezzati di guanti per non lasciare i segni. “Figlio di p..., ti devi impiccare” urlava la guardia carceraria Antonio Ventroni al detenuto Daniele Caruso dopo averlo portato in infermeria. In due gli sputavano addosso e lo colpivano con violenti pugni al volto, provocandogli un ematoma a un occhio, emorragia dal naso e una lesione a un dente incisivo superiore che, dopo qualche tempo, a causa di quel colpo cadeva". Decine di episodi a partire dalla primavera del 2017, denunciati prima dai detenuti e poi dalla garante di Torino, Monica Gallo, ma sempre ignorati a tutti i livelli. È l’intero "sistema carcere" a essere finito sotto inchiesta da parte del pubblico ministero di Torino Francesco Pelosi: inchiesta che si è chiusa con 25 indagati che vanno dal direttore della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino, Domenico Minervini, al capo delle guardie carcerarie, Giovanni Battista Alberotanza, ai rappresentanti del sindacato più attivo della polizia penitenziaria, l’Osapp. Violenze fisiche e vessazioni ai detenuti, denunciate in più occasioni, costano ai principali indagati l’accusa di tortura, per “condotte che comportavano un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona detenuta”, reato mai contestato prima per le violenze all’interno del carcere. Favoreggiamento e omissione di denunce di reati sono invece le accuse per il direttore Domenico Minervini, il quale avrebbe sempre ignorato le lamentele e le segnalazioni della garante, lasciando che gli agenti agissero indisturbati. Erano le celle numero 209, 210, 229, 230 della X Sezione quelle prescelte per isolare i detenuti che davano segno di scompenso psichico, nonostante nel carcere di Torino esista una sezione apposita per quel tipo di problematiche. L’ispettore Maurizio Gebbia e altri agenti penitenziari portavano lì i reclusi per “punirli” nel silenzio generale che consentiva loro di eludere le indagini. E quando i detenuti erano troppo malconci e dovevano farsi visitare li minacciavano dicendo loro che “dovevano dichiarare che era stato un altro detenuto a picchiarlo, altrimenti avrebbero usato nuovamente violenza su di lui, così costringendolo il giorno successivo alle violenze a rendere in infermeria questa falsa versione dei fatti”, come è riepilogato nel documento di chiusura delle indagini». Così le cronache dei giornali riferiscono della chiusura dell’inchiesta sulle violenze contro reclusi nel carcere di Torino (Ottavia Giustetti, “la Repubblica”, 21 luglio 2020). Ora i giudici dovranno pronunciarsi ed eventualmente confermare le accuse emerse dalle indagini che ieri si sono chiuse e che meritoriamente si erano aperte grazie alle denunce degli stessi detenuti e alla Garante di Torino. Quello che, intanto, si sa per certo è che detenuti e Garante hanno portato sul tavolo dei magistrati materiale sufficiente a non far archiviare il caso e un velo è stato squarciato. Quel velo che da molto tempo, ma negli anni più recenti con più aggressività, è stato tessuto anche mediaticamente a copertura di una realtà profonda del carcere, quella della sua perdurante natura violenta di istituzione totale e dell’impunità di chi quella violenza esercita, che nel buio delle notti delle tante “X sezioni” non ha mai smesso di produrre arbitrio, botte, umiliazioni. Torture. Chi scrive sa – per personale esperienza, avendo vissuto a lungo nelle celle anche del carcere torinese, e per conoscenza, dai tanti anni di impegno, lavoro e attività sul carcere – che per una volta che si fa giustizia per altre cento, o mille, volte cala il silenzio. Il silenzio della paura, della debolezza, della mancata tutela di chi subisce; il silenzio dell’opacità dell’istituzione, del mancato o omesso controllo di chi agisce, della sottovalutazione o, peggio, della copertura. La cultura dell’omertà, in questi casi, non solo lascia condotte gravissime impunite e esseri umani indifesi, picchiati e nudi, in balìa della violenza, ma concorre a legittimare, in silenzio ma nei fatti, una violenza che diventa istituzionale, tollerata, ammessa, anche quando la maggioranza degli agenti non la condivida e non la pratichi, o magari pensi che un carcere “costituzionale” sia più gestibile, anche per loro, di un carcere violento. Il silenzio la permette, la reitera, la consacra, questa violenza. Anche per questo, onore ai detenuti che hanno denunciato, rischiando come solo in carcere si rischia, e alla Garante che ha svolto il suo compito, rispettandone il mandato profondo. Da anni, e nei tempi più recenti soprattutto, i media rilanciano, spesso senza approfondimenti e tanto meno contraddittorio, comunicati stampa e prese di posizione di alcuni tra i sindacati di polizia penitenziaria – incluso quello citato nell’articolo – la cui cifra è quella di rimandare alla pubblica opinione un’idea di carcere in mano ai detenuti, gestito in maniera lassista; i reiterati attacchi portati a chiunque voglia introdurre elementi di riforma e maggior rispetto della norma costituzionale, si ripetono, fino al più recente attacco frontale contro la figura e i compiti del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Figura di cui, ancora ieri, uno di quei sindacati ha chiesto l’abolizione. Così, anche le lotte contro la disperazione indotta da una sciagurata gestione dei provvedimenti anti Covid-19, diventa l’immagine di un carcere dominato da pochi caporioni, immagine ridicola per chi di carcere ne sa, ma seducenti per chi non ne sa (e preferisce non sapere). Una comunicazione che ha presa su una società che del carcere tutto ignora, e che al contempo nutre una – ed è nutrita da una – crescente voglia di forca. Una comunicazione mediatica schizofrenica, che a volte concede qualche piccolo spazio alle “belle cose” che si fanno in carcere, quando il mondo esterno, le associazioni, il volontariato, gli enti locali si danno da fare per costruire ponti tra dentro e fuori, per sostenere percorsi di ritorno alla libertà, per smussare l’isolamento e l’opacità della detenzione. “Belle cose”, progetti culturali e sociali, che anche noi, negli anni, anche a Torino, abbiamo fatto, promosso, sostenuto, nella convinzione che “liberarsi della necessità del carcere” sia un percorso, non possa essere uno slogan. Ma se le “belle cose” non sono – sempre, con forza, con consapevolezza – incardinate in una decisa azione di conoscenza, controllo, presidio dei diritti fondamentali di chi è rinchiuso, rischiano di tradire i loro stessi fini. Lo sa bene chi interviene in carcere, chi ne ha esperienza: il rischio del doppio binario, in superficie le “belle cose”, sottotraccia la violenza taciuta delle “X sezioni” è un rischio che va sciolto, affrontato. E uscire dal silenzio è la sola scelta possibile. Forse è anche per questo che il carcere di Torino ha deciso, proprio nel 2017, che a due persone come noi, nonostante la volontà di dialogo, la propositività, le pregresse esperienze e quelle in corso in altri carceri, fosse vietato di entrare e lavorare con i detenuti e le detenute. Dopo una martellante campagna mediatica, condotta soprattutto dal citato sindacato, accolta e rilanciata dai media locali senza chiedersi se ci fossero altri punti di vista, e persino dall’allora procuratore capo, dopo il veto della polizia penitenziaria dell’istituto, che evidentemente conta più di ogni altro potere, siamo stati espulsi. Non un gesto, non una scorrettezza che ci potesse essere imputata, solo il dato biografico di essere stati a lungo detenuti in quelle celle, di portarne una diretta conoscenza, e di pensare, con molti e molte altri, che i diritti di chi è recluso siano una frontiera che nessuno può oltrepassare. Ciò che oggi ci colpisce, ricordando quei giorni e quei fatti, è che era lo stesso anno, erano gli stessi mesi in cui cominciavano ad accadere le violenze e le torture oggi sul tavolo della magistratura. Gli ultimi nostri ingressi, lo spettacolo teatrale con le donne detenute e un incontro con i detenuti nel teatro del carcere, dedicato al tema dell’ergastolo ostativo, con la proiezione del docufilm “Spes contra Spem”, di Nessuno Tocchi Caino, anch’esso spesso, e di nuovo ieri, attaccato da quei sindacati. In questa registrazione dell’evento di Radio Radicale c’è qualcosa che va riascoltato: le prime parole sul quel maledetto 2017, allora trascurate e silenziate ma oggi illuminanti. Ascoltatele con attenzione, dal 45,47° minuto e poi dal 54° del file 2/2 di quel video  

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Le radici dello stato dell’emergenza e le contraddizioni del Paese https://www.micciacorta.it/2020/07/le-radici-dello-stato-dellemergenza-e-le-contraddizioni-del-paese/ https://www.micciacorta.it/2020/07/le-radici-dello-stato-dellemergenza-e-le-contraddizioni-del-paese/#respond Tue, 21 Jul 2020 07:59:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26191 L'ultimo numero di «Meridiana» a partire dalla lotta alla mafia e al terrorismo ragiona su una categoria inaugurata durante i cosiddetti anni di piombo che ha occupato in modo invasivo la scena pubblica, fino a diventare lo strumento principale con cui declinare lo scontro politico

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In tempi di emergenza, quali quelli che viviamo in seguito alla pandemia in corso, sul numero novantasette della rivista Meridiana si discute delle emergenze che hanno segnato la storia italiana degli ultimi quarant’anni, vale a dire il terrorismo e la mafia. Il numero, curato da Paola Maggio e da Nino Blando, mette insieme contributi di storici, giuristi e magistrati per esplorare il nesso tra emergenza e politica che si è articolato attorno a questi due temi. Il percorso di riflessione che gli autori propongono, si snoda su due specifiche direttrici. La prima riguarda quella della tenuta dello Stato di diritto; la seconda concerne il rapporto tra magistrati e storici. Il problema delle garanzie giuridiche, costituisce un nodo tuttora spinoso per l’assetto politico e delle libertà civili. La lotta al terrorismo, infatti, venne condotta attraverso l’implementazione di misure speciali, che vanno dalle supercarceri alla legislazione premiale, nonché alle deroghe alla presunzione di innocenza e all’habeas corpus. Inoltre, la categoria dell’emergenza, una volta introdotta, ha fatto da battistrada per emergenzializzare altri fenomeni sociali, come l’immigrazione clandestina. LA CATEGORIA dell’emergenza inaugurata durante i cosiddetti anni di piombo, ha occupato in modo invasivo la scena pubblica italiana, fino a diventare il principale strumento attraverso cui declinare lo scontro politico. Ne è conseguita la successione quasi automatica di un’altra emergenza, vale a dire quella della mafia, che ha inglobato dentro di sé quella della corruzione. La lotta alla mafia e quella al terrorismo, denotano alcune, cruciali similarità: alla deroga al garantismo penale, si aggiungono il transito di alcune professionalità giudiziario-penali da un’emergenza all’altra, nonché la centralità dei cosiddetti pentiti per costruire la risposta repressiva alla criminalità organizzata. Buscetta e Contorno, nel 1984, rappresentarono per Cosa Nostra quello che Peci aveva rappresentato per le Br quattro anni prima. Attorno alla questione del pentitismo, si snoda il secondo percorso proposto dalla rivista. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia rappresentano il materiale attorno al quale si sviluppa il lavoro della magistratura. La credibilità attribuita ad una fonte, l’oggettivazione di un riscontro rispetto alle evidenze a disposizione, costituiscono il prodotto finale di un’opera interpretativa e razionalizzatrice, ovvero di una costruzione intellettuale, che avvicina i magistrati agli storici. Con la differenza che i magistrati decidono delle libertà individuali, mentre gli storici interpretano i fatti del passato. PER QUESTO MOTIVO bisogna rifuggire il pericolo di una scrittura giudiziaria della storia. A questo proposito, a giudizio di chi scrive, sarebbe stato necessario approfondire questo passaggio più a fondo. Vicende come quella del 7 aprile dimostrano come la sovrapposizione tra il giudice e lo storico rischiano di produrre frutti avvelenati, come la criminalizzazione di un decennio e di una pluralità di soggettività. Un altro rilievo che va fatto, riguarda la categoria di terrorismo così come viene usata all’interno della rivista. Appare come una definizione generica, dentro la quale la strage di piazza Fontana e la lotta armata assumono la stessa connotazione. La criminologia critica, da anni, propone la categoria di violenza politica, che permette di fare luce sul carattere circolare dell’uso della forza, a partire dalla repressione statuale e dall’uso consapevole della violenza da parte dello Stato stesso. Il ricorso a questa categoria, potrebbe permettere di inquadrare meglio i rapporti Stato/mafia e di rilevare con più accuratezza la fallacia dell’uso ripetuto delle emergenze. * Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

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