Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 19 Nov 2020 10:06:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Omicidi di stato. In Colombia continua la strage di ex combattenti Farc, leader sociali e studenti https://www.micciacorta.it/2020/11/omicidi-di-stato-in-colombia-continua-la-strage-di-ex-combattenti-farc-leader-sociali-e-studenti/ https://www.micciacorta.it/2020/11/omicidi-di-stato-in-colombia-continua-la-strage-di-ex-combattenti-farc-leader-sociali-e-studenti/#respond Thu, 19 Nov 2020 10:06:15 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26269 Colombia. Omicidi senza soluzione di continuità di attivisti, leader sociali ed ex combattenti: "Ci hanno disarmato per ammazzarci". Una carovana arriva da Duque per chiedere il rilancio del processo di pace, ma Bogotà non dà risposte

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«Nos están matando», ci stanno ammazzando, è il grido che risuona in tutta la Colombia, scritto sui muri, ripetuto durante le manifestazioni e rilanciato dalle reti sociali. È il grido dei dirigenti sociali, dei leader indigeni, dei militanti di sinistra, degli studenti, degli ex combattenti, di fronte a una lista di omicidi selettivi e ora anche di stragi che sembra non avere mai fine. «Questo non è un paese, ma una fossa comune con inno nazionale», si leggeva in uno striscione di una delle tante manifestazioni di quest’anno. Della speranza che avevano suscitato nel paese, nel 2016, gli accordi di pace tra il governo e le Farc non c’è più traccia: «Stanno facendo a pezzi gli accordi», denuncia la senatrice Aida Avella, presidente dell’Unión Patriótica, e con essi «i difensori dei diritti umani, quanti lottano per la terra, le persone inserite nei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite». Sembrerebbe, continua, che abbiano disarmato i guerriglieri per poterli uccidere più facilmente. E anche l’Onu alza la voce, evidenziando come «la violenza incessante contro gli ex combattenti continui a ostacolare il consolidamento della pace». Né pare sia servito a qualcosa l’incontro che i rappresentanti del partito Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común) – al termine della carovana di circa 2mila ex combattenti partita il 21 ottobre da varie parti del paese in direzione di Bogotá – hanno sostenuto il 6 novembre con il presidente Duque, una volta tanto presente di persona, per affrontare temi relativi al rilancio del processo di pace. A partire da quello, cruciale, del reinserimento degli ex guerriglieri nella vita sociale ed economica, per il quale finora poco o nulla si è fatto: «I progetti produttivi sono fermi – spiega un partecipante della carovana, José Mosquera – Ma poiché abbiamo preso la decisione di deporre le armi stiamo resistendo e sopportando». Un’ennesima forma di pressione sul governo, quella della carovana della Farc «per la vita e la pace», immediatamente seguita alla minga promossa dal Centro regionale indigeno del Cauca e allo sciopero nazionale organizzato proprio il 21 ottobre dal Comité nacional del paro, costituito da sindacati e organizzazioni che hanno guidato le proteste iniziate nel novembre dello scorso anno. Tuttavia, già il 14 novembre, il partito Farc ha dovuto denunciare l’assassinio di un altro ex guerrigliero, Heiner Cuesta Mena, nel dipartimento di Chocó, e il lunedì successivo quello di altri due, Jorge Riaños Ramos nel Caquetá e Enod López nel Putumayo, con i quali salgono a 241 gli ex combattenti uccisi dalla firma degli Accordi di pace. Un numero che va ad aggiungersi ad altri ugualmente agghiaccianti: più di 250, secondo l’Instituto para el Desarrollo y la Paz (Indepaz), i leader sociali assassinati nel 2020, mentre le stragi sono arrivate addirittura a 70. E non è lecito farsi troppe illusioni sulle prospettive che si aprono con la sconfitta di Trump, convinto sostenitore di Duque e del suo mentore Álvaro Uribe, il più acerrimo nemico della pace, descritto da The Donald come «alleato del nostro paese nella lotta contro il castro-chavismo». Se è probabile che l’uribismo risentirà della perdita di appoggio da parte di Trump, lo è molto meno che Biden decida di sostenere un candidato progressista come Gustavo Petro. Piuttosto, la sua scelta potrebbe cadere su un esponente di destra vicino all’ex presidente Juan Manuel Santos, magari più aperto di Duque al processo di pace, ma sicuramente poco incline a una trasformazione del paese come quella che chiede buona parte del popolo colombiano * Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

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Cile. La squadra di aguzzine del dittatore Pinochet https://www.micciacorta.it/2020/11/cile-la-squadra-di-aguzzine-del-dittatore-pinochet/ https://www.micciacorta.it/2020/11/cile-la-squadra-di-aguzzine-del-dittatore-pinochet/#respond Tue, 17 Nov 2020 13:49:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26266 Durante la dittatura un gruppo di donne era stato addestrato per sequestrare, torturare e uccidere gli oppositori. Di recente una di loro, rifugiata in Australia, è stata estradata

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Sono un gruppo di giovani ragazze, meno di una decina. Hanno fra i 20 e i 30 anni, vestiti e tagli di capelli ricercati. Sono tutte sorridenti nelle immagini di archivio in bianco e nero. In alcune fotografie sono a una festa, tengono in mano bicchieri di vino e ridono, in altre salutano con la mano mentre siedono fra gli spalti allo stadio. Sembrerebbero ragazze qualunque in un album di ricordi degli anni ’70, ma guardando meglio le immagini si nota che sono sempre circondate da militari in alta uniforme. Quelle giovani donne sorridenti durante gli anni della sanguinaria dittatura cilena di Pinochet sono state agenti segreti con il compito di sequestrare, torturare e uccidere gli oppositori e oggi quelle foto sono materiale probatorio nelle aule giudiziarie.

ADRIANA RIVAS, detta «Chani», faceva parte di quel nucleo di agenti. Oggi ha 67 anni e vive dal 1978 in Australia, a Sidney. Il 29 ottobre scorso il tribunale del New South Wales ha dato il via libera per l’estradizione della donna. Arrestata a Sidney lo scorso febbraio, ha due settimane di tempo dalla sentenza per ricorrere in appello contro la decisione del giudice. Rivas, che in Australia ha lavorato come babysitter e collaboratrice domestica, negli anni della dittatura di Pinochet era stata assunta al Ministero della Difesa cileno come segretaria per poi essere arruolata, nel 1974, alla Dina (Dirección Nacional de Inteligencia) la sanguinaria polizia segreta di Pinochet. Aveva poco più di 20 anni quando è stata nominata segretaria personale del secondo uomo più potente della dittatura cilena: Manuel Contreras, capo della Dina condannato a 289 anni di carcere. Ma le mansioni di Rivas non si limitavano al solo lavoro d’ufficio: faceva parte della temutissima «Brigada Lautaro», un nucleo incaricato di sterminare gli oppositori politici, comandato dal capo dell’esercito Juan Morales Salgado e creato dallo stesso Contreras. Il nucleo, formato da più di 70 agenti speciali, si occupava del sequestro, della tortura e della sparizione dei detenuti e operava nella caserma clandestina Simón Bolívar. IL CENTRO DI STERMINIO Simón Bolívar è stato definito «il segreto più custodito della dittatura di Pinochet» dato che non si è saputo della sua esistenza per oltre 30 anni. Come è stato possibile? Non c’è stato nessun sopravvissuto: chiunque sia entrato in quel centro è stato torturato, ucciso e fatto sparire. A svelare il segreto è stato nel 2007 Jorgelino Vergara. Interrogato dagli inquirenti sul caso «Calle Conferencia», un’operazione con cui nel 1976 la Dina ha sequestrato e ucciso i membri del Partito comunista cileno (Pcc), Vergara – detto «El Mochito» – ha spiegato cosa accadeva in quell’anonimo distretto negli anni della dittatura. VERGARA AVEVA SOLO 15 ANNI e lavorava come cameriere a casa di Manuel Contreras, quando è stato portato per la prima volta dentro al centro di sterminio Simón Bolívar, il suo compito era di fare il caffè ai torturatori, controllare i detenuti e ripulire le stanze dopo le torture. Vergara è uno dei testimoni che ha identificato Adriana Rivas come una delle agenti della Brigada Lautaro che operava al Bolívar. Sostiene di averla vista torturare molti detenuti, fra cui Victor Díaz. Vergara durante gli interrogatori degli inquirenti ha parlato più volte delle donne della «Brigada Lautaro» descrivendole come «le più spietate torturatrici del Bolívar» fra cui spicca il caso – molto noto in Cile – di Gladys Calderón, compagna di lavoro di Rivas, che aveva il compito di fare l’iniezione letale ai detenuti dopo le torture. Calderón che prima di entrare nella Dina aveva studiato da infermiera, era conosciuta all’interno del campo come «l’Angelo del cianuro». ARRIVATA AL GRADO di sottoufficiale dell’Esercito, ancora oggi Rivas riceve la pensione militare. L’ex agente della Dina ha sempre negato ogni accusa, ha ammesso di aver fatto parte della polizia segreta, ma ha dichiarato di non aver mai torturato o preso parte a un interrogatorio. Rintracciata nel 2013 dalla radio australiana Sbs ha detto: «I migliori anni della mia vita sono stati quelli trascorsi alla Dina. Sono cresciuta in una famiglia numerosa: siamo 6 fratelli. Mio padre apparteneva alla classe media ed era l’unico nella mia famiglia a lavorare; mia madre faceva la casalinga. Eravamo tutti studenti e le mie sorelle si sono sposate giovani. Io ho potuto studiare a un corso per diventare segretaria bilingue, ho imparato molto bene l’inglese. Quando ho iniziato a lavorare alla Dina ho scoperto un nuovo mondo. Quattro volte all’anno pagavano per il mio guardaroba: mi vestivano dalla testa ai piedi con abiti delle migliori boutique del Paese. Potevo frequentare i gala e le feste più esclusive. Una ragazza come me, di classe media con un’educazione media, quando mai avrebbe avuto la possibilità di cenare all’ambasciata in Cile? Di andare in giro in limousine o di soggiornare nei migliori hotel del Paese? Ho potuto conoscere i presidenti di altri Stati, ho visto perfino l’incoronazione di un re». DURANTE IL CORSO dell’intervista, che ha fatto molto scalpore sia in Cile che in Australia, Rivas ha anche spiegato che: «La tortura è sempre esistita in Cile. È l’unico modo per spezzare le persone perché psicologicamente non c’è un metodo, non esiste l’iniezione che fanno nei film per far dire ai prigionieri la verità. Tutti sanno che è necessario farlo per rompere il silenzio delle persone, soprattutto dei comunisti che hanno una formazione militare migliore di quella dei soldati e che non parlano mai. Chiariamo una cosa: la tortura era necessaria. Lo hanno fatto i nazisti, lo fanno oggi negli Stati Uniti. Non si dice, si nasconde, ma si fa in tutto il mondo! È l’unico modo: nessuno si siede e confessa di aver ucciso qualcuno». Il caso di Rivas in Cile è molto noto anche perché nel 2017 è uscito nelle sale un documentario intitolato El pacto de Adriana che è stato girato dalla nipote, Lisette Orozco. LA REGISTA DESCRIVE l’ex agente come «mia zia Chani, la donna che ammiravo di più al mondo, quella coraggiosa e forte. La zia che mi ha insegnato a far valere la mia opinione e ad essere sempre me stessa». La giovane non sapeva quasi nulla del passato di Rivas, fino a quando non è stata arrestata davanti ai suoi occhi nel 2006 all’aeroporto di Santiago. Da quel momento Lisette, che all’epoca aveva 17 anni e studiava cinema, ha iniziato a intervistare sua zia e la sua famiglia. Poco a poco – rintracciando i testimoni – le certezze che aveva sulla zia, che credeva innocente, si sono sgretolate e si è resa conto dei tentativi di manipolazione della donna. ARRESTATA NEL 2006 a Santiago (era tornata per salutare la propria famiglia come aveva già fatto in altre occasioni) per la sua partecipazione nel «Caso Conferencia», Rivas è stata processata a febbraio dello stesso anno per l’uccisione del segretario nazionale del partito Víctor Díaz. Detenuta per 3 mesi, appena ha ottenuto la libertà condizionata è scappata clandestinamente in Australia. L’ex agente della Dina oggi è accusata della sparizione aggravata di 7 cittadini cileni negli anni della dittatura di Videla: Reinaldo Pereira, Héctor Veliz, Fernando Ortiz, Horacio Cepeda, Lincoyán Berríos, Fernando Navarro e Victor Díaz. Il governo cileno ne ha sollecitato l’estradizione nel 2014 e il 29 ottobre, quando è stata pronunciata la sentenza sulla sua estradizione, il magistrato incaricato della causa Philip Stuart – dopo aver letto per oltre un’ora in aula il materiale presentato dal governo cileno sul caso, compresi i dettagli dei crimini imputati a Rivas – ha dichiarato che, in accordo alla legge australiana, la Dina e la Brigada Lautaro sarebbero considerati gruppi criminali. Sono di altro avviso gli avvocati difensori di Rivas che in aula hanno contestato la sentenza sostenendo che fosse dovuta a pregiudizi per gli ideali politici dell’ex agente. Gli avvocati hanno inoltre dichiarato che i materiali presentati dal governo cileno sono insufficienti e che non provano che Rivas abbia compiuto alcun crimine. Ad attendere la sentenza fuori dal tribunale australiano c’era un numeroso gruppo di cittadini cileni che hanno accolto la sentenza con molta commozione leggendo i messaggi condivisi dalle famiglie delle vittime, fra cui quello dei figli di Lincoyán Berríos sindacalista e militante comunista ucciso nel 1976 a 48 anni: «Dedichiamo questa sentenza a tutte quelle famiglie che per tanti anni hanno lottato per trovare i loro cari scomparsi e ai figli di desaparecidos che sono cresciuti nell’abbraccio delle associazioni per i diritti umani e continuano a cercare i loro genitori». * Fonte: Elena Basso, il manifesto

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Violenza di Stato. La «continuità» e l’ordinaria impunità degli apparati https://www.micciacorta.it/2020/11/violenza-di-stato-la-continuita-e-lordinaria-impunita-degli-apparati/ https://www.micciacorta.it/2020/11/violenza-di-stato-la-continuita-e-lordinaria-impunita-degli-apparati/#respond Fri, 13 Nov 2020 17:14:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26263 Polizia e G8 di Genova. Le promozioni dei poliziotti condannati per i fatti di Genova danneggiano la credibilità delle istituzioni

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Nel 1968 all’indomani di violenze di polizia contro il movimento studentesco, Giancarlo Pajetta dichiarò: «Quelli che hanno ordinato l’attacco contro gli studenti, che li hanno fatti bastonare, che li hanno portati in questura, non sono uomini nuovi. Sono quelli del 1964, quelli del 1960. Un generale dei carabinieri che preparava campi di concentramento adesso comanda un po’ di più; un generale di brigata è diventato generale di divisione; il generale che ha falsificato i documenti perché il processo andasse com’è andato, quello è stato promosso ha ricevuto una stella di più. Una stella al merito della menzogna». Anche le tante promozioni, succedutesi nei venti anni che ci separano dal G8 di Genova, di funzionari delle forze dell’ordine condannati in via definitiva interessano non «uomini nuovi» ma figure di lungo corso.  Uno è diventato vice direttore del Cesis; uno è stato assunto in Finmeccanica dal suo ex-capo in Polizia che intanto ne era salito al vertice; uno è andato a guidare l’antiterrorismo e la Divisione anticrimine e un altro ancora il Centro operativo della Polizia stradale a Roma, prima di diventare vicequestore. La lista si allunga di anno in anno senza che i cambi di governi siano in grado di arrestare quella «procedura amministrativa obbligata» posta a giustificazione ufficiale di tali avanzamenti. La continuità dello Stato, fatta di rimozione del passato e persistenza negli apparati, è questione che interroga il corpo e la materia costituente del Leviatano di Hobbes e ritrae la capacità di «riproduzione nell’immutabilità» delle istituzioni e delle sue prassi. Claudio Pavone insegna che «continuità non è sinonimo di immobilismo» e analizzarne la dinamicità e la sua ricaduta nel tempo consegna strumenti interpretativi per agire sugli assetti del presente. La transizione dal fascismo alla democrazia (mancata Norimberga italiana e fallimento dell’epurazione) non solo consentì il mantenimento degli uomini di Mussolini (a metà anni Sessanta in Italia venivano dal regime 62 prefetti di prima classe su 64; 64 prefetti di seconda classe su 64; 241 viceprefetti; 7 ispettori generali di Ps su 10; 120 questori su 135; 139 vicequestori su 139 mentre su 1642 commissari e vicecommissari solo 34 avevano vaghi legami con la Resistenza) ma costò fino al 1954, nella relazione democrazia-ordine pubblico 62 morti; 3126 feriti; 92169 arresti; 19306 condannati tra operai e contadini impegnati nelle lotte per lavoro e terra. Erano gli anni in cui nella Sicilia della strage di Portella della Ginestra si alternarono a capo dell’Ispettorato di Ps gli ex questori fascisti di Lubiana Ettore Messana (accusato di crimini di guerra) e Ciro Verdiani, già capo-zona dell’Ovra a Zagabria e questore di Roma nel 1946. Negli anni Sessanta rapidi furono gli avanzamenti di carriera dei militari coinvolti nel «Piano Solo» del generale De Lorenzo: il colonnello Mario de Julio, incaricato di emettere l’ordine d’arresto contro dirigenti di Pci e Psi, fu promosso comandante della Legione di Livorno; Dino Mingarelli, capo di Stato Maggiore della Divisione Pastrengo di Milano, responsabile degli ordini d’assedio delle zone operaie della città, diverrà direttore della scuola sottufficiali prima di essere condannato per il depistaggio della strage di Peteano del 1972; il colonnello Romolo Dalla Chiesa capo di Stato Maggiore della Divisione Ogaden di Napoli divenne comandante della Legione Lazio. Negli anni Settanta la torsione democratica deflagrò con lo stragismo e con l’immutabile regola delle promozioni sul campo. Ecco, dunque, l’ex-direttore del confino fascista di Ventotene Marcello Guida gestire l’ordine pubblico a Torino e poi, sempre nel 1969, da questore di Milano accogliere dopo la strage di Piazza Fontana il presidente della Camera Pertini, suo ex-detenuto; Silvano Russomanno repubblichino arruolato nella Luftwaffe nazista divenire numero due dell’Ufficio Affari Riservati negli anni di stragi e golpe; gli agenti Pietro Mucilli, Vito Panessa, Carlo Mainardi e il carabiniere Savino Lograno tutti promossi e presenti al momento della morte di Giuseppe Pinelli in questura a Milano; Giuseppe Pièche, ai vertici del SIM fascista e uomo di fiducia di Mussolini diventare referente del ministro dell’Interno Scelba e poi essere indagato, e assolto, per il golpe Borghese del 1970 mentre il figlio Augusto, nel 1968, organizzava il viaggio dei neofascisti italiani nella Grecia dei colonnelli. La continuità giunge così fino a noi con i protagonisti del 2001 penalmente salvati dall’assenza del reato di tortura nel nostro codice (introdotto nel 2017) e poi promossi.  Ad essere danneggiate nella loro credibilità sono le istituzioni, in un momento storico in cui le stesse dispongono Stati d’emergenza da affidare ai loro uomini.  «Tutto ciò poteva essere evitato solo destituendo i funzionari», si legge nelle spiegazioni ufficiali, ma tale «scelta non fu intrapresa dall’Amministrazione». Su quella scelta si misura la stato della nostra democrazia * Fonte: Davide Conti, il manifesto

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G8. Promossi due poliziotti condannati per la «macelleria messicana» alla Diaz https://www.micciacorta.it/2020/11/g8-promossi-due-poliziotti-condannati-per-la-macelleria-messicana-alla-diaz/ https://www.micciacorta.it/2020/11/g8-promossi-due-poliziotti-condannati-per-la-macelleria-messicana-alla-diaz/#respond Wed, 04 Nov 2020 09:38:49 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26260 La denuncia di Amnesty. Pietro Troiani e Salvatore Gava sono stati recentemente nominati vicequestori dalla ministra Lamorgese e dal capo della polizia Gabrielli

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Due funzionari di polizia condannati per fatti relativi al G8 di Genova del 2001 sono stati recentemente promossi a vicequestori. La notizia, fatta circolare lunedì da Amnesty International, ha immediatamente sollevato polemiche politiche. Pietro Troiani e Salvatore Gava parteciparono all’irruzione nella scuola Diaz la sera del 21 luglio. Il primo introdusse due molotov nell’edificio e il secondo ne accertò il «ritrovamento». Per questo furono condannati a 3 anni e 8 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Il 28 ottobre scorso la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli li hanno promossi entrambi a vicequestori. I fatti della Diaz sono ricordati come la «macelleria messicana». L’espressione fu utilizzata nel 2007 in un’aula di tribunale da Michelangelo Fournier, che partecipò all’irruzione come vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma. Quella notte nell’edificio dormivano manifestanti legati al Genoa Social Forum. L’operazione portò all’arresto di 93 persone. Di queste 63 finirono in ospedale. Tra loro c’era anche il giornalista inglese Mark Covell, che ci arrivò in coma. Il «ritrovamento» delle molotov servì a giustificare l’intervento, che si configurò come una vera e propria mattanza. Per quella vicenda la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia in due diverse occasioni, nel 2015 e 2017, stabilendo che le forze dell’ordine avevano commesso veri e propri atti di tortura. Il regista Daniele Vicari ha ricostruito l’episodio nel film-denuncia «Don’t Clean Up This Blood» (2012). «Desta sconcerto che funzionari di polizia condannati per violazioni dei diritti umani restino in servizio e, anzi, vengano promossi a ulteriori incarichi», ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. La decisione ha provocato reazioni tra gli esponenti di diversi partiti politici. «Lamorgese e Gabrielli revochino la promozione – ha detto il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Ferrara – Chi è stato condannato per reati così gravi dovrebbe essere radiato». Di «insulto allo stato di diritto e alle tante persone che hanno subito la brutale violenza poliziesca» ha parlato Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, partito che prese parte alle proteste. «Questa incomprensibile promozione non può che minare la fiducia già precaria verso lo Stato», hanno scritto in una nota Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, dei Radicali italiani. Per il parlamentare di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto: «È grave che siano concesse promozioni e avanzamenti a membri delle forze dell’ordine già condannati per violazione dei diritti umani. Serve introdurre i codici identificativi per le forze dell’ordine». L’esponente di LeU presenterà un’interrogazione parlamentare alla ministra Lamorgese * Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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Ciao Rossana. Il reportage fotografico di una grande storia https://www.micciacorta.it/2020/10/ciao-rossana-il-reportage-fotografico-di-una-grande-storia/ https://www.micciacorta.it/2020/10/ciao-rossana-il-reportage-fotografico-di-una-grande-storia/#respond Fri, 09 Oct 2020 07:20:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26255 Una grande storia . Immagini dal tributo a Rossana Rossanda che si è svolto a Roma, in piazza Santi Apostoli, il 24 settembre 2020. A cura del fotografo Marco Cinque

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Ritratti individuali e collettivi di un addio commosso. Il saluto a Rossana Rossanda che si è tenuto il 24 settembre a Roma è stato immortalato dall’amico e fotografo Marco Cinque. Una serie di scatti che intrecciano storie, umori, generazioni diverse. Al centro al figura di una donna straordinaria. Protagonista di una grande storia.
foto:  Filippo Maone  © Marco Cinque
* Fonte: Marco Cinque, il manifesto

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La strage di anarchici di 50 anni fa, impunita e subito dimenticata https://www.micciacorta.it/2020/09/la-strage-di-anarchici-di-50-anni-fa-impunita-e-subito-dimenticata/ https://www.micciacorta.it/2020/09/la-strage-di-anarchici-di-50-anni-fa-impunita-e-subito-dimenticata/#respond Sun, 27 Sep 2020 08:46:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26250 Uccisi per quanto avevano scoperto sull'attentato al Treno del Sole. La misteriosa morte di cinque giovani in uno strano incidente sull’autostrada

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Nella notte tra il 26 e 27 settembre del 1970, proprio nel momento di passaggio all’ora legale, una Mini minor targata Reggio Calabria, finiva sotto un camion, sul tratto autostradale Napoli-Roma, a 58 km dalla capitale. Morivano Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, giovanissimi anarchici calabresi, i primi tre reggini. Annalise Borth, tedesca, compagna di Gianni Aricò, veniva ricoverata al San Camillo a Roma, dove morirà venti giorni dopo. Per molto tempo si parlò di un incidente e molti strani e inquietanti elementi che avrebbero dovuto portare a investigare, non furono presi in considerazione: la polizia politica (sic!) arrivò venti minuti dopo l’incidente, furono prelevati tutti i diari, block notes e documenti dei giovani anarchici e mai restituiti alle famiglie, il camion che provocò l’impatto mortale aveva i fari spenti perché non funzionanti. La procura di Roma chiuse immediatamente il caso e non se ne parlò più finché negli anni ’90 il giudice Salvini riaprì il capitolo delle stragi di Stato e, grazie alle confessioni di un pentito (tale Lauro), scoprì che a Gioia Tauro il 22 luglio del 1970 il deragliamento del Treno del Sole, dove morirono sei persone e ci furono ben 139 feriti, non era stato un incidente. Rientrava a pieno titolo nella strategia della tensione: vennero presi gli esecutori ma, come al solito, non i mandanti, come per tutte le altre stragi di quegli anni in cui i servizi segreti (è un ossimoro definirli “deviati”) hanno avuto la regia. Questi giovani anarchici stavano portando a Roma un dossier che riguardava proprio il deragliamento del treno e, a quanto abbiamo appreso negli ultimi anni, anche alcune informazioni importanti che riguardavano Junio Valerio Borghese e il suo tentativo di golpe. Nel mese di settembre del 1970 Angelo Casile aveva incontrato a Palermo Mauro de Mauro, pochi giorni prima che il direttore dell’Ora di Palermo fosse fatto fuori dalla mafia siciliana. Angelo riferì che gli aveva rivelato che stava indagando su un possibile colpo di Stato in Italia. Nessuno gli credette o lo prese in considerazione, compreso il sottoscritto. Sembravano fantasie di compagni ossessionati da quello che era successo in Grecia con il golpe dei colonnelli. Così come Gianni Aricò che disse alla madre «abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia», e lo ripeté a chi scrive, sembrava ci fosse un po’ di megalomania, malgrado le continue minacce che subivano al telefono avrebbero dovuto allarmarci. Oggi sappiamo che era tutto vero e che questi giovani anarchici del Sud sono vittime di una strage di Stato, come quella del treno fatto deragliare a Gioia Tauro, che il presidente Mattarella ha ricordato quest’anno nel cinquantesimo. Questa storia è stata raccontata per la prima volta da Fabio Cuzzola nel 2001 (Cinque anarchici del Sud, città del sole ed.) e ristampata, con un ricco aggiornamento, oggi dalla Castelvecchi. E’ una storia che ha una rilevanza nazionale perché in quell’estate del 1970 scoppiava la rivolta di Reggio per il capoluogo, che veniva strumentalizzata dal Msi sul piano politico, ma che, come emerge dal libro di Cuzzola, vedeva costituirsi, per la prima volta, una nefasta alleanza tra ‘ndrangheta, destra eversiva, massoneria, servizi segreti, italiani e stranieri. Un’alleanza tragica per il nostro paese che ha prodotto stragi, lutti, e un arretramento del quadro politico proprio nel momento che più forti erano i movimenti per il superamento di questo modo di produzione capitalistico. Un’alleanza che nasce sul terreno di una piccola città del profondo Sud e che dei giovani anarchici, da soli, avevano cercato di smascherare, mettendo a rischio la propria vita per un’ideale di libertà e giustizia. Andrebbero ricordati per questo nei libri di storia come ci ricordiamo di quelli che spesero la loro vita per liberarci dal nazifascismo. * Fonte: Tonino Perna, il manifesto

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Addio a Rossanda, il ricordo di Étienne Balibar https://www.micciacorta.it/2020/09/addio-a-rossanda-il-ricordo-di-etienne-balibar/ https://www.micciacorta.it/2020/09/addio-a-rossanda-il-ricordo-di-etienne-balibar/#respond Fri, 25 Sep 2020 10:46:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26247 Addio Rossana Rossanda. Un’ispiratrice, una guida a un tempo esperta e benevola

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È stato tramite Louis Althusser, di cui fu amica fedele nel periodo più difficile e interlocutrice senza concessioni negli anni di crisi del comunismo occidentale, che ho incontrato Rossana Rossanda, poco dopo il «convegno di Venezia» su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» del 1978. Presto la nostra relazione divenne più personale, coinvolgendo altri compagni e amici, alcuni dei quali sono ancora in vita e non hanno rinunciato alle speranze che convividevamo : « trasformare il mondo» e «cambiare la vita». Ho rispettato in lei una persona più anziana, un’ispiratrice, una guida ad un tempo esperta e benevola. Ho imparato da lei a tenere assieme, nei limiti del possibile, il rigore di una posizione di partito e l’apertura alle novità della storia, a tutte le sorprese buone e cattive del mondo contemporaneo. Con lei e alcuni altri, ho cercato «controcorrente» di immaginare un’Europa dei lavoratori emancipati dallo sfruttamento, donne e uomini in cerca di autonomia e eguaglianza, della solidarietà tra i cittadini di una nazione e gli stranieri che la abitano, un’Europa che resiste a tutti i populismi, in breve un’Europa comunista. Non siamo sempre stati d’accordo al 100% – e per fortuna ! – ma credo che abbiamo coltivato il rispetto, l’ascolto reciproco, la fiducia intellettuale, cose così rare nelle lande della politica, a cui continuerò ad ispirarmi con lei e in sua memoria. * Fonte: Étienne Balibar, il manifesto

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Leggi di emergenza. Rossana e la voce discordante di «Antigone» https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/ https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/#respond Tue, 22 Sep 2020 06:54:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26243 «Ho sempre diffidato della parola verità e del suo uso specie quando riguarda la conoscibilità della persona», diceva. Il 7 aprile 1979, l’inchiesta padovana e poi quella romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività.

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«Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure». Rossana parlava, in quell’occasione di più di trent’anni fa di verità processuale – era un confronto su tale tema con alcuni magistrati, giuristi e parlamentari organizzato da Antigone – e di come attorno ai diversi tentativi di appropriarsi della presunta verità si giocasse un ruolo tutto stretto all’interno di ricostruzioni o giudiziarie o complottistiche. Ricostruzioni che perdevano comunque lo spessore politico e collettivo di azioni, che però solo attraverso tale dimensione potevano essere inquadrate. La verità diveniva solo quella processuale e vite, aspirazioni, progetti sparivano, portando con sé, in tale dissolversi, anche la riflessione doverosa sugli errori commessi e sulle loro conseguenze, spesso gravi.

PROPRIO IL RISCHIO di una lettura della complessità con la sola lente delle ipotesi investigative e il prevalere di una tendenza a rileggere una storia come mero «romanzo criminale» aveva portato Rossana e uno stretto drappello di persone a esaminare sin dall’inizio le conseguenze delle ricostruzioni delle procure e le prassi processuali indotte da misure di emergenza adottate alla fine degli anni Settanta.Una riflessione che, affiancandosi a quella sulle radici e sugli snodi che avevano indotto settori del vasto movimento degli anni precedenti a imboccare la via della lotta armata, apriva anche all’analisi delle regole e alle garanzie. Tema, questo, certamente non usuale nel pensiero e nella tradizione comunista, ma che proprio perché non scisso dall’altro relativo all’analisi dei processi che si erano sviluppati nella complessità sociale, non rischiava di concedersi al pensiero liberale. Al contrario, apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento. Il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza che avviammo insieme in quel periodo, con alcuni altri e sostenuti dal sapere giuridico di Papi Bronzini, Luigi Ferrajoli, Gianni Palombarini, si mosse nella direzione di esaminare i primi processi e darne sul manifesto un resoconto diverso dal coro che caratterizzava l’informazione. TROVÒ POI TERRENO di sviluppo quando il 7 aprile 1979 l’inchiesta padovana e quella successiva romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività e pensiero. Tutte le udienze del processo che si tenne anni dopo, vennero da me seguite accanto a un’attenta Rossanda e alla lettura della sentenza di appello che smantellò quell’impianto non gioimmo perché pezzi importanti di vita erano stati fatti trascorrere in carcere, per molti. IN QUEGLI ANNIil manifesto giocò un ruolo importante: era la voce non soltanto dissenziente rispetto al coro, ma la più documentata. Per questo, si avviò l’iniziativa della rivista Antigone che portava nel suo sottotitolo Bimestrale di critica dell’emergenza. Era la metà degli anni Ottanta e la necessità di ricercare una soluzione politica che non abbandonasse un periodo all’oblio e non destinasse una generazione al dissolvimento del proprio futuro portò a elaborare ipotesi che facessero uscire dalla secca alternativa tra la collaborazione attiva e l’irriducibile conflitto armato con lo Stato. NEL PRIMO NUMERO della rivista, proprio Rossanda scrisse attorno alla mancata risposta da parte delle istituzioni alla richiesta di uscita di chi prendeva atto del venir meno delle presunte condizioni iniziali del proprio agire. Il primo numero di Antigone venne presentato in un giorno triste: la fatale coincidenza con un grave omicidio da parte di gruppi residui della lotta armata attuato pochi giorni prima. E ciò consentì a Repubblica – che pure oggi sembra aver trovato un residuo di apprezzamento di quelle riflessioni e di quel dibattito – di titolare l’uscita della rivista in modo infamante: «Ma Antigone non uccideva». Il manifesto è stato da solo nella costruzione di un pensiero che riuscisse a leggere le ferite di quel periodo per capire, non per giustificare, ma per evitare la rimozione secondo le due linee prevalenti: una qualche eterodirezione o una storia solo di competenza giudiziaria. PER QUESTO TUTTE le facili ricostruzioni sono state sottoposte al criterio della possibile falsificazione, inglobando in questo garantismo critico strutturalmente ancorato ai principi costituzionali, anche l’attenzione a inchieste che riguardavano l’ambito politico culturalmente e operativamente avverso. Accanto, l’attenzione che Rossana ha sempre avuto ai destini individuali: di chi era in carcere e di chi aveva ricostruito una vita lontano. Quando negli anni trasformammo le iniziali conoscenze costruite attorno al tema settoriale della detenzione dell’emergenza in attenzione alla totalità della detenzione stessa, dando luogo ad Antigone, non più rivista, ma associazione, Rossana mantenne il punto di un’attenzione specifica del manifesto al carcere chiedendo sempre che si coniugassero la funzione del diritto penale, la sua regolazione e la sua materialità. Nei nostri incontri parigini, nel mio periodo a Strasburgo, mi interrogava su come il carcere riproponesse nella sua composizione sociale e nella sua quotidianità le asimmetrie classiste della società esterna e subito il pensiero era: «questo il giornale deve riportarlo perché solo il nostro giornale ha la capacità di dirlo» * Fonte: Mauro Palma, il manifesto

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NoTav. Accanimento di Stato, l’attivista Dana Lauriola arrestata in Valle https://www.micciacorta.it/2020/09/notav-accanimento-di-stato-lattivista-dana-lauriola-arrestata-in-valle/ https://www.micciacorta.it/2020/09/notav-accanimento-di-stato-lattivista-dana-lauriola-arrestata-in-valle/#respond Fri, 18 Sep 2020 07:21:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26239 Bussoleno. Dana Lauriola è stata prelevata dalla sua abitazione da un massiccio apparato di forze dell'ordine che si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell'attivista No Tav

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Dana Lauriola, educatrice torinese che lavora con i senza dimora, è stata prelevata ieri mattina nella sua abitazione di Bussoleno da un massiccio apparato di forze dell’ordine che, per qualche attimo, si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell’attivista No Tav. Epilogo non scontato di una storia iniziata otto anni fa, quando Dana Lauriola, insieme a molti militanti del movimento, entrò in autostrada per una protesta pacifica: venne alzato uno sbarramento, al fine di non creare imbuti pericolosi, e fu srotolato uno striscione. Alcuni parlarono da un megafono, tra questi era presente la militante Notav. Delle centinaia di manifestazioni che hanno costellato la ventennale storia della Torino-Lione, la protesta in autostrada viene ricordata tra le più innocue e pacifiche. Un blitz che si risolse in breve tempo, ma che è già costato diverse condanne. Ieri è stata la volta della portavoce, una delle molte, del movimento, a cui non sono state riconosciute pene alternative alla carcerazione. Da diversi giorni era stato approntato un presidio «protettivo», che però nulla ha potuto di fronte ai reparti mobili giunti per tradurre in carcere la militante Notav. Una carica ha fatto indietreggiare i manifestanti, mentre la Lauriola veniva prelevata e portata nel carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Posto agli arresti domiciliari anche un altro volto storico del movimento Notav, Stefano Milanesi, anch’egli di Bussoleno. Dovrà scontare cinque mesi nella sua abitazione, in quanto condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Nicoletta Dosio, condannata per la stessa manifestazione della Lauriola e uscita dal carcere lo scorso inverno a causa dell’emergenza sanitaria, commenta: «Provo una agitazione insostenibile perché rivivo i passi dolorosi di quel mio viaggio verso il carcere: immagino e non posso che star male. Un’ingiustizia enorme, perpetrata contro una ragazza buona e solidale, la riprova del fatto che questo mondo sta perdendo il senso della misura, cieco di fronte all’abisso dove stiamo precipitando. Son tempi duri, in cui si viene mandati in carcere per ciò che si è e non per cosa si fa. È lo sfascio dell’etica e del diritto. Che senso ha accanirsi contro una donna come Dana, da parte dello Stato? In questi giorni in cui si spostano montagne di rosmarino da un punto all’altro della valle, sorvolando su ogni regola che viene piegata alla pura volontà, la rigidità della legge rivela la debolezza di un mondo privo di ragioni». Alle otto e mezza di ieri sera il movimento Notav ha sfilato per le vie di Bussoleno impugnando centinaia di fiaccole. La prima manifestazione di solidarietà per la militante rinchiusa nel carcere di Torino. Ieri mattina, presso il Tribunale di Torino, gli imputati del maxi processo ai No Tav – secondo grado inerente gli importanti scontri del 2011 che coinvolsero decine di migliaia di persone – hanno letto un comunicato di solidarietà a Dana Lauriola, in cui hanno sottolineato che «l’unica colpa dei militanti del movimento è quella di continuare nella lotta» * Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto https://www.facebook.com/watch/?v=755417551670823&extid=CPt8WtbMNPbpdPQm

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Antifascismo. La nostra migliore gioventù processata a Torino https://www.micciacorta.it/2020/09/antifascismo-la-nostra-migliore-gioventu-processata-a-torino/ https://www.micciacorta.it/2020/09/antifascismo-la-nostra-migliore-gioventu-processata-a-torino/#respond Thu, 03 Sep 2020 08:07:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26232 31 giovani torinesi domani saranno davanti al giudice del riesame di Torino per chiedere la revoca delle limitazioni alla libertà: liberateli e non incriminateli. Incarnano lo spirito migliore della nostra repubblica. Per loro l’antifascismo non è una parola vuota

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Il 13 febbraio scorso all’università di Torino si è svolto un convegno intitolato «fascismo, colonialismo, foibe» autorizzato dall’istituzione universitaria e promosso da alcune sezioni dell’Anpi, Nizza Lingotto, 68 martiri di Grugliasco, V sezioni riunite, Nichelino. E dal Comitato delle mamme in piazza per la libertà del dissenso. Io ero invitato come relatore. Prevista la proiezione dell’importante documentario della Bbc, The fascist legacy (L’eredità fascista). Film acquistato dalla Rai oltre 25 anni fa, doppiato a cura del regista Massimo Sani ma la tv di stato non lo ha mai messo in onda. Mentre il convegno si svolgeva, secondo quanto mi è stato riferito da alcuni degli organizzatori, sono arrivati gli immancabili neofascisti a fare un volantinaggio scortati da tre camionette della celere con agenti in tenuta antisommossa. Gli studenti antifascisti si sono contrapposti ai fascisti al grido di: «Fuori i fascisti dall’Università». Sono seguite cariche di «allegerimento» da parte delle forze di polizia a cui hanno fatto seguito l’arresto di alcuni militanti antifascisti che sono stati subito oggetto di durissimi provvedimenti costrittivi. Per dovere di onestà ripeto che non sono stato testimone oculare dei fatti ma riferisco ciò che mi è stato detto da persone che personalmente ritengo degne della massima fiducia. Io mi trovavo all’interno dell’aula in cui si teneva il convegno. Ma, a prescindere da come si è svolta la dinamica dei fatti c’è una domanda che dovrebbe sgorgare spontanea dal cuore di ogni cittadino italiano degno di tale qualifica: per quale ragione le nostre forze dell’ordine che giurano fedeltà alla Costituzione repubblicana debbano scortare fascisti, neofascisti e affini.
La nostra Carta non è neutra, è ontogeneticamente e intrinsecamente antifascista.
I fascisti e coloro che si ispirano alla «ideologia» di quel regime criminale non hanno titolo né diritto ad esprimersi negli spazi pubblici in quanto ogni loro manifestazione viola il dettato costituzionale e si configura come crimine contro la democrazia. Tengano le loro kermesse nostalgiche in luoghi privati e i cittadini italiani ricordino che si tratta di nostalgia per la guerra, il colonialismo, il razzismo, il genocidio, il razzismo.
25 aprile la liberazione è bella vignetta biani il manifesto
La vignetta di Biani per il manifesto, 2018
La democrazia italiana ha ricevuto dalla permanenza del veleno fascista nelle fibre più delicate del tessuto nazionale, micidiali ferite purulente a partire dallo stragismo. L’Italia all’uscita dalla seconda guerra mondiale si collocò nell’area atlantica sotto l’egemonia degli Stati Uniti per i quali il nemico era diventato l’Unione sovietica. Le amministrazioni stelle e strisce non si fidavano degli antifascisti e pretesero che nei gangli vitali dello stato fossero reintegrati i compromessi col regime e «licenziati» coloro che avevano combattuto contro il fascismo. Per questo principale motivo, a mio parere, l’Italia non si è mai liberata dalla micidiale eredità fascista. Ora, tornando ai giovani antifascisti torinesi, 31 dei quali il 4 settembre, domani, saranno davanti al giudice del riesame di Torino per chiedere la revoca delle limitazioni alla libertà: liberateli e non incriminateli. Essi incarnano lo spirito migliore della nostra repubblica. Per loro l’antifascismo non è una parola vuota da far risuonare retoricamente alle manifestazioni celebrative e commemorative, non è un simulacro buono per simulare appartenenze di comodo, per loro l’impegno antifascista è un orizzonte di lotta per edificare una società di giustizia, di uguaglianza. È una forza propulsiva che si contrappone alla barbarie della guerra, del razzismo, dei privilegi intesi come forma di rapina che disgrega l’integrità sacrale della vita. Questi non sono i giovani delle discoteche, degli apericena o delle happy hour, vivono la vita come partecipazione ai valori che istituiscono e difendono la civiltà democratica e sanno vivere con passione e con la gioia di chi ha iscritto il proprio cammino nel solco che porta dalla tirannia alla libertà come fecero i nostri partigiani che si sacrificarono per amore della vita e per fermare i cultori della morte. * Fonte: Moni Ovadia, il manifesto

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