Altre storie e documenti – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 25 Feb 2020 16:11:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Strategia della tensione, una tecnica di governo per i momenti di crisi https://www.micciacorta.it/2012/02/strategia-della-tensione-una-tecnica-di-governo-per-i-momenti-di-crisi/ https://www.micciacorta.it/2012/02/strategia-della-tensione-una-tecnica-di-governo-per-i-momenti-di-crisi/#respond Sun, 19 Feb 2012 08:34:41 +0000 http://localhost:8888/?p=7371 La crisi economica dietro le ragioni della Strategia della tensione, che potrebbe quindi tornare d'attualità  seppur con modalità  differenti

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La strategia della tensione parte nel 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano per proseguire con una serie impressionante di episodi e si conclude con la strage di Bologna dell’agosto 1980 e la strage di Natale del 1984 (Rapido 904).


Alla base di questa strategia ci sono stati i servizi segreti – il Sid fino al 1977 e il Sismi e Sisde dopo la riforma – le forze politiche di governo, la P2 e alti ufficiali dell’esercito, mentre la manovalanza, quella che operativamente ha messo in atto tutte le stragi, è stata ‘assunta’ tra i militanti fascisti di Ordine nero e Ordine nuovo.
Lo scopo era quello di creare le condizioni psicologiche e politiche perché fosse giustificabile una politica repressiva – all’epoca qualcuno ventilò la possibilità di emettere leggi eccezionali – e, in via subordinata, di fare quadrato attorno alle istituzioni democratiche che sembravano essere messe in discussione da quei terribili avvenimenti.
Anche per reazione al terrorismo di Stato, nacque il terrorismo brigatista, che politicamente aveva le proprie radici nel tradizionale antifascismo di origine stalinista e che – soprattutto – nulla ha mai avuto a che fare con la lotta di classe. Governo e servizi segreti, negli anni Settanta, una volta individuate le Br, le gestirono dall’interno, in modo da alimentare l’idea del ‘mostro’ politico da combattere, come fosse l’unica emergenza da prendere in considerazione. In questo quadro va inserito il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

In realtà la vera emergenza era rappresentata dalla crisi economica che, a partire dalla fine degli anni Sessanta/inizio anni Settanta, iniziava a manifestarsi con pesanti ripercussioni sul mondo del lavoro. È stato il periodo delle prime ristrutturazioni industriali – finalizzate all’aumento dei ritmi di produzione – dell’uso massiccio della cassa integrazione e, poi, dei primi grandi licenziamenti di massa. La risposta operaia, pur non intensa, si andava manifestando nei settori trainanti dell’economia italiana. La paura degli industriali era che queste lotte potessero sfuggire di mano ai sindacati e assumere un livello politico tale da scompaginare il quadro di potere.
La coincidenza cronologica tra l’inizio della crisi, le paventate lotte operaie e la strategia della tensione, non è certamente casuale. Quest’ultima prende le mosse appena le prime avvisaglie della crisi e delle lotte operaie si presentano sullo scenario politico italiano.
In più va sottolineato come l’Italia si trovasse all’epoca ancora al centro della guerra fredda, con tutto il suo carico di valenze strategiche internazionali, per cui la salvaguardia dell’apparato politico in carica al momento era una priorità che andava assolutamente perseguita, anche a colpi di stragi e di presunti colpi di Stato.

Fare quadrato attorno alle istituzioni ‘democratiche’, salvare la ‘democrazia’ e il governo che le rappresentava dalle spinte eversive era la struttura dorsale della strategia della tensione, per contenere le lotte operai che l’incipiente crisi poteva gettare sulle piazze e per garantire l’allineamento del governo italiano all’alleato americano in chiave anti-Pci e anti-Unione Sovietica, anche se il partito di Berlinguer e gli zar del Cremlino non avevano nulla a che vedere con il comunismo e la rivoluzione di classe.
Da anni ormai si celebra la strage di piazza Fontana con una cerimonia rituale che ha completamente rimosso e nascosto le vere ragioni che ne sono state alla base. La borghesia di ieri ha fatto il lavoro sporco, quella di oggi lo celebra ben sapendo che, in caso di necessità, farebbe altrettanto, se la situazione lo imponesse. In questo modo, le vittime vengono rese di fatto complici di una pacificazione che scagiona i colpevoli e le loro ragioni nella memoria collettiva degli italiani.

Tenere in piedi in ogni caso il sistema economico capitalista, questo è l’interesse della classe dirigente del Paese. Difendere il proprio dominio in ogni modo, con qualsiasi strumento. Il potere economico, servendosi dei rappresentanti politici, sta scaricando sui salariati i costi della crisi globale ma nonostante tutto oggi bastano i servili – o inutili – sindacati a tenere buoni i lavoratori.
Oggi l’élite economica si accontenta dell’ordinario lavoro svolto dai governi democratici di vario colore – che comunque quando si tratta di manganellare certamente non si tirano indietro – i quali in questi anni hanno saputo ben soddisfare tutte le richieste del padronato: leggi antisciopero, contratti precari, riforma delle pensioni, tagli allo stato sociale, le inguardabili leggi contro gli immigrati… (1).
La guerra fredda è lontana, ma la crisi è ben presente e, qualora si riempissero le piazze di disoccupati, cassaintegrati, immigrati, disperati che non hanno di che sfamare la famiglia, il potere saprebbe ancora una volta ripetersi, con personaggi e modalità esecutive diverse, ma di egual contenuto repressivo e magari racimolando ancora una volta manodopera tra il neofascismo…

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La sovversione del ’77: l’Autonomia operaia https://www.micciacorta.it/2012/02/la-sovversione-del-77-lautonomia-operaia/ https://www.micciacorta.it/2012/02/la-sovversione-del-77-lautonomia-operaia/#respond Sun, 19 Feb 2012 08:33:32 +0000 http://localhost:8888/?p=7370 Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato. Caduto nell'oblio per trent'anni, il cosiddetto movimento del 77 è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007

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Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato

Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto movimento del 77 è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà  è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.

Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.

La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Rosso – di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Senza tregua e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.

L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.

Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.
Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.
Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…

C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.

Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.

Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!

Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.
Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.

Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.

Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!

Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.

Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.

Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere: et voilà!, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.

Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo I giornali a processo: il caso 7 aprile. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.

Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.
Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?

A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.
Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.

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Cesare Battisti: la funzione di un simbolo https://www.micciacorta.it/2012/02/cesare-battisti-la-funzione-di-un-simbolo-2/ https://www.micciacorta.it/2012/02/cesare-battisti-la-funzione-di-un-simbolo-2/#respond Sun, 19 Feb 2012 08:31:06 +0000 http://localhost:8888/?p=7369 Utile alla politica per demonizzare il conflitto sociale e a nascondere la storia non raccontabile degli anni 70. Le ragioni di un accanimento mediatico. Chi ci guadagna e perché?

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Utile alla politica per demonizzare il conflitto sociale e a nascondere la storia non raccontabile degli anni à70. Le ragioni di un accanimento mediatico. Chi ci guadagna e perché?

Nel suo romanzo Il colonnello Chabert, Balzac racconta di un ufficiale dell’esercito napoleonico che, dato per morto durante una battaglia, ritorna anni dopo a Parigi, sfigurato e irriconoscibile. La Francia, nel frattempo è in piena fase di Restaurazione. Napoleone entra nei discorsi con l’appellativo di ‘mostroà, in un periodo in cui la collettività  si è data un gran da fare per dimenticare. Chabert è un fantasma che cammina per le strade perché il suo ritorno rischia di destabilizzare i nuovi equilibri, con il carico di significati che porta sulle spalle. Peccato che, a rigor di burocrazia, egli è morto e deve dimostrare prima di tutto di essere vivo, in un contesto storico che lo identifica come simbolo di un disvalore e non ha alcun interesse a riaccoglierlo.

 

Pensando a Chabert, vengono in mente gli ultimi quindici giorni del 2010, attraversati da tre accadimenti: le proteste studentesche contro la riforma universitaria, il conflitto tra Fiom e Fiat aperto da Marchionne nei mesi precedenti, e la sparata di Gasparri che, a gran voce, auspica un nuovo processo 7 aprile. E proprio quando, nel periodo natalizio, le acque sembrano calmarsi, piomba su tutto lo sberleffo della decisione del presidente Lula di non estradare Cesare Battisti.
Così, nel giro di pochi giorni, questi quattro eventi finiscono per aggomitolare, in un unico groviglio logico, il filo dell’attualità politica e sociale di oggi e quella degli anni Settanta.
Va detto, per amor di verità, che la ricostruzione che da qui conduce laggiù è artificiale; niente a che vedere con il rigore storico o con il ragionamento logico. C’entra semmai con il suo contrario. Tant’è che la mano che aggomitola contesti diversi, l’artifizio, è nelle parole di Gasparri, che vale la pena riportare nel loro splendore: «Qui ci vuole un 7 aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo. Qui serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c’è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città». E ben poco importa per l’effetto che si vuole ottenere, l’ignoranza che fa collocare il processo 7 aprile nel 1978, invece che nel 1979 (1).

In coda a queste parole basta appendere il livore, l’accanimento mediatico e politico insorto al momento della notizia su Battisti, un personaggio meno che marginale di quel periodo, per dedurre che a ricomporre lo gnommero e a chiudere il teorema, rapportando le proteste di studenti e Fiom agli anni Settanta, è l’immarcescibile parolina magica: terrorismo.
Naturalmente non è la prima volta che il lenzuolino bianco del fantasma terrorista viene sventolato davanti agli occhi degli italiani. Era accaduto anche quattro anni fa, in occasione dei raduni di piazza organizzati da Beppe Grillo contro quella che allora veniva chiamata la Casta. Non sorprende, quindi, che sia costantemente sottratto alla naftalina in occasione di tensioni sociali. E puntualmente di terrorismo si è parlato negli stessi giorni delle proteste, in occasione del lancio di uova marce da parte di gruppi di operai contro alcune sedi di Cisl e Uil.

In tale contesto, è superfluo dire che la vicenda Battisti è giunta al momento più opportuno. Quale occasione migliore per concentrare l’attenzione dei media sul pericoloso terrorista, frutto proprio della forte conflittualità sociale degli anni Settanta e, implicitamente, stigmatizzare le recenti tensioni di piazza.
Ora: è ovvio che si tratti di proporzioni: un uovo marcio non è una revolverata. Ed è altresì ovvio che la metafora che trasforma l’uovo in una P38 vale solo se proiettata come ipotesi futura. Ma, proprio come appare dalle parole di Gasparri, la preveggenza deve anche servire al potere per agire preventivamente; ovvero per reprimere prima che avvenga il reato.
Questa sofisticata articolazione concettuale che mira a usare la violenza con il consenso della stessa popolazione violentata, appartiene all’arte del governare. Sembra uno scherzo, ma a onore della classe dirigente italiana va detto che per trasformare con poche semplici parole un uovo in una pistola alle orecchie di un popolo, occorrono anni di duro lavoro, di propaganda, di menzogne e di omissioni. Perché quelle poche parole risuonino con efficacia, bisogna costruire canali di comunicazione immediati, paradigmi solidi che stimolino rapide risposte irriflessive in una popolazione pavlovizzata da una massiccia creazione di simboli.
Il gran polverone sollevato in occasione della mancata estradizione di Cesare Battisti non è stato altro che questo: la trasformazione della vicenda di un uomo in simbolo. Ovvero nella dimostrazione vivente che ideologia di sinistra e conflitto sociale inevitabilmente conducono al terrorismo. Il paradigma politico prodotto dal potere dopo gli anni Settanta per autoassolversi dal proprio criminoso operato.

L’accanimento contro Battisti non punta semplicemente al bersaglio offerto da un passato che d’improvviso ritorna. Come sempre accade, nel caso della creazione di un simbolo, il romanzo di una vita partecipa a un gioco di rimozione. Mettendo in luce la componente terroristica, automaticamente si cerca di chiudere il sipario sull’operato dello Stato; sulla parte non raccontabile della storia, quella dei misteri che lo riguardano, del suo rapporto con mafia ed eversione nera, con la guerra, mai ufficialmente dichiarata, mossa ai movimenti extraparlamentari, aperta con la bomba di piazza Fontana nel 1969 e chiusa con la repressione militare e giudiziaria del 1979.
Di tutto questo gli italiani sono stati tenuti costantemente all’oscuro. Al punto che oggi i giovani ne sanno niente e i loro genitori poco di più dei riverberi del personale passato. Gli spettatori di qualche special televisivo conservano nella testa giusto le parziali ricostruzioni di Zavoli (2), Minoli e Lucarelli, vale a dire il mantra di regime, la storia ad usum delphini: le Brigate rosse, la morte di Moro, la violenza delle manifestazioni… immagini vivide, d’effetto, mirate a fortificare pregiudizi nello spettatore.
Gli italiani sanno che ci furono delle stragi, qualcuno ha sentito parlate di Gladio, pochi conoscono l’operato sotterraneo dei servizi segreti, e ancor meno ricordano i tentativi di colpo di Stato, le leggi speciali e il funzionamento dei processi che hanno messo la parola fine a un’epoca.

Queste le parole scritte da Sciascia in un articolo del 1988: “Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte dell’anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resistito alle torture morali e psichiche, e si è buttato dalla finestra: variante più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù. O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato giù. […] ed è da ribadire che un delitto così consumato ‘dentro’ le istituzioni è incommensurabilmente più grave di qualsiasi delitto consumato ‘fuori’” (3).
Nel 2011 di questo episodio ancora si sa niente, in compenso, parole come quelle di Sciascia sono state sostituite, nella testa degli italiani, da quelle scritte sui libri dai figli delle vittime del terrorismo rosso, Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Andrea Casalegno, Alberto Torregiani…

Niente si sa dei colpevoli delle stragi; non il conforto di una sentenza relativa a mandanti ed esecutori. Riguardo a Piazza Fontana e alla morte di Pinelli non rimangono che due perle giudiziarie: il malore attivo che avrebbe fatto cadere Pinelli dalla finestra, del giudice D’Ambrosio, e l’assoluzione per mancanza di prove di Pietro Valpreda, morto con il peso di una mancata piena assoluzione, come giustizia avrebbe preteso.
Si capisce quanto agio incontrino politici e media, di fronte a ogni piccola vibrazione sociale, nel collegare proteste di piazza di oggi al terrorismo di ieri. Ma ciò dimostra anche quanto colpevole sia stata la rinuncia di storici e ‘intellettuali’ a sondare quegli anni trattandoli a partire dall’analisi dell’operato dei servizi segreti e della magistratura, le due forze cui la politica all’epoca aveva delegato compito di supplenza (in maniera molto simile alla storia raccontata da Shakespeare in Misura per misura), perché svolgessero con i loro strumenti il compito che la politica non era più in grado democraticamente di ottemperare.

La storia non raccontabile è anche storia di una complicità parlamentare, tutt’oggi in corso, che trova il proprio collante nella totale rimozione del conflitto sociale dal discorso politico. Un compito che, a partire dai giorni della caduta del muro di Berlino, è toccato alla sinistra, come condizione indispensabile per sopravvivere alla propria sconfitta di fronte alla Storia.
Il reintegro della sinistra nei nuovi assetti parlamentari non è potuto che passare attraverso il rogo dell’intero impianto ideologico in cui il Pci affondava le proprie radici. Un immenso falò in cui sono andati in fumo anche la difesa dei lavoratori, l’intera storia della sinistra e le sue ragioni fondative.
E se da un lato l’autodafé ha permesso ai dirigenti dell’attuale Pd di purificarsi agli occhi dei poteri forti, da un altro lo ha lasciato nudo, privo di idee e di alternative politiche di fronte al proprio elettorato. Uno stato di inerzia che oggi si palesa in un vuoto politico e culturale, che lo costringe alla perenne ricerca di idee credibili che sostituiscano i vecchi libri ormai sepolti; e che, a causa dell’incapacità di trovarne, ha finito per consegnare il Pd tra le braccia dell’antiberlusconismo e della speranza che i magistrati riescano a fare ciò che loro non sono in grado: defenestrare il ‘mostro’ dal mondo della politica.

Per il momento il giochino regge, ma se la tanto temuta perdita di voti non c’è stata, il centro-sinistra lo deve, oltre che all’esistenza di Berlusconi, anche al forte sostegno ricevuto dai giornalisti e dai suoi intellettuali. Anch’essi presi dall’ansia di liberarsi dal ‘mostro’, si sono lanciati in una campagna a favore dei giudici, dimenticando la propria funzione critica, al punto di rendersi incapaci di guardare oltre il momento in cui Berlusconi non ci sarà più. Arrivando a contribuire alla morte di quella che per tutto il dopoguerra è stata una fonte di ricchezza per la crescita del pensiero politico italiano: alla morte di ogni forma di critica all’interno della sinistra. Cosa che dovrebbe destare qualche preoccupazione e che invece sembra scorrere passando inosservata.

Il che è preoccupante per almeno un paio di ragioni, entrambe rintracciabili nell’atteggiamento assunto dall’intellettualità di sinistra nei confronti del caso Cesare Battisti.
La prima è legata al mondo dei lavoratori e riguarda l’equazione conflitto sociale uguale terrorismo. Che la demonizzazione di un uomo venga utilizzata dai politici per rinforzare i loro paradigmi, rientra nella logica di convenienza perseguita dai dirigenti del centro-sinistra. Può venire dato per scontato. Fanno il loro particolare interesse, e a mare i lavoratori. È semmai meno scontato che a questo gioco partecipino i cosiddetti pensatori di sinistra. Almeno loro dovrebbero aver compreso che oggi la creazione di simboli e la perpetuazione dell’ignoranza, riguardo agli anni Settanta, è uno degli strumenti con cui i politici si fanno garanti dello sfruttamento dei lavoratori e del restringimento degli spazi di protesta rimasti a loro disposizione. Possibile che non abbiano capito quale posta in palio fosse in gioco con l’affaire Battisti?; che contribuendo all’accanimento contro di lui, nel contempo contribuivano a colpire gli studenti e la Fiom?; di cadere, così facendo, nella trappola tesa dal regime che vuole che si parli del simbolo, invece di ragionare sulle ragioni della sua costruzione?

Il problema è che forse nell’era del regno di Berlusconi, nella testa dei detentori della chiacchiera i lavoratori possono essere sacrificati sull’altare della liberazione dal ‘mostro’. E qui subentra il secondo motivo di preoccupazione. Il sostegno ai giudici, la nuova ideologia, il travaglismo il savianismo l’onestismo, con la quale il centro-sinistra ha deciso di sostituire la propria cultura, il marxismo, la ragion critica, la scuola di Francoforte, l’attacco al capitalismo; uno dei pensieri più ricchi del Novecento. Una tendenza che segna un momento di passaggio, che minaccia di essere duraturo, nella dimenticanza di quello che proprio il ricordo (oggi negato) della storia degli anni Settanta dovrebbe insegnare. E cioè che assegnare alla magistratura (e ai servizi segreti), com’è accaduto allora, il compito di supplenza, contribuisce solo a consegnare loro una forza che ha ben poco a che fare con la democrazia.

Smarrimento e contraddizione, per adesso, sembrerebbe essere la prima conseguenza, come dimostra l’esempio di Tabucchi, uno dei tanti scrittori battutisi con forza contro l’arresto di Sofri, criticando le sentenze che lo hanno condannato, al punto di proporre a Gad Lerner, in un articolo scritto nel marzo del 1999, di ripetere il processo in televisione, con l’ausilio di attori, tale quale si era svolto in tribunale. Senza cambiare una parola, perché gli italiani decidessero se secondo loro vivevano in uno Stato di diritto o meno. Ma questo accadeva dodici anni fa.
Oggi, scrivendo di Cesare Battisti, Antonio Tabucchi in un articolo uscito su Le monde e ripreso da Il fatto quotidiano, senza mezzi termini lo definisce assassino, attaccando coloro che in Francia lo difendono. Tecnicamente, il ragionamento dello scrittore è condivisibile per una buona parte, soprattutto nella comparazione tra il diritto italiano e quello francese. Sennonché, nella strenua difesa dei processi italiani rispetto a quelli d’oltralpe, parla di sentenze emesse a seguito di dibattimenti svoltisi con tutte le garanzie e scrive: “Questi intellettuali, nel rifarsi con arroganza alla magistratura italiana, ignorano il prezioso servizio che i magistrati hanno reso alla democrazia e alla Costituzione italiane. Non sanno che se il terrorismo (rosso e nero) non ha avuto derive autoritarie è grazie alla nostra magistratura. Non sanno che la magistratura ha fatto arrestare in questi anni centinaia di camorristi, di politici corrotti di tutti i partiti. E non sanno che molti di questi magistrati hanno pagato con la vita. Ed evidentemente non sanno che Silvio Berlusconi, fin dal suo arrivo, ha definito la magistratura ‘un cancro da estirpare’. E dal suo punto di vista è davvero un pericolo, perché la magistratura in Italia è indipendente, non obbedisce al ministero della Giustizia come in Francia”.
Dimenticando, Tabucchi, che il punto in questione non è tanto il fatto di avere sbattuto in carcere terroristi ecc., ma le procedure con cui in molti casi questo è avvenuto.

Certo, viene da domandarsi se abbia mai sentito parlare dell’inchiesta 7 aprile. Soprattutto per il ruolo pionieristico svolto da questo processo, che ha avuto il ‘merito’ di introdurre alcuni elementi che, da allora, sono diventati protagonisti di buona parte dei processi associativi, inclusi quelli per mafia – non sempre e non tutti cristallini: la costruzione di impianti teorematici, l’introduzione massiccia dell’appesantimento di pena dovuto all’inserimento delle leggi speciali e l’uso e l’abuso delle testimonianze di pentiti, definiti in seguito collaboratori di giustizia. Un armamentario giuridico-giudiziario, come Tabucchi ben sa, utilizzato anche per condannare Sofri.
Nel momento in cui sostiene che i processi di allora non rappresentano il frutto di un’anomalia giudiziaria, lo scrittore sembra non considerare che anche il processo Sofri affonda le radici nell’humus culturale di allora, in quella richiesta di supplenza avanzata alla magistratura che oggi viene rinnovata.
Nel suo saggio scritto in difesa dell’ex leader di Lotta Continua, Carlo Ginzburg riflette sulla possibilità che il processo a Sofri sia il frutto di un complotto e se questo è vero, e se anche Tabucchi lo crede, è lecito anche supporre che possa essersi trattato dell’ultimo regolamento di conti del potere militare e giudiziario. Se non con gli assassini del commissario Calabresi, sicuramente con l’intera epoca.

Perché, allora, Tabucchi non oppone per Battisti un ragionevole dubbio sulla regolarità di queste sentenze, considerando che l’intero impianto accusatorio, che lo inchioda a quattro ergastoli, è costruito sulla testimonianza di un pentito e su un altro paio di testimoni in seguito delegittimati? Proprio dei collaboratori di giustizia Tabucchi trattava nel suo articolo del 1999, e denunciava che “l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove la parola di un pentito priva di un milligrammo di riscontri obiettivi, ha valore probatorio. Qualsiasi mitomane vi può regalare vent’anni di galera, sostenendo solo con la sua parola che vi ha visto commettere un reato. Secondo la mia opinione questo non si chiama Stato di diritto”. E aveva ragione! E ce l’avrebbe tuttora se lo ripetesse anche nel caso di Cesare Battisti; peccato però che i tempi siano cambiati, e che non convenga più, per ragioni politiche, pigiare certi tasti.

Nel 1999 Berlusconi era all’opposizione ed era stato al governo, dopo le elezioni del 1994, giusto una manciata di mesi, durante i quali non aveva fatto in tempo a varare leggi per salvarsi dai processi. Nel 1999 qualcuno poteva anche credere che il centro-sinistra (che già, coperto dal silenzio dei pensatori di sinistra, aveva iniziato a riformare il mercato del lavoro garantendo un futuro da precario a buona parte dei giovani italiani, e aveva sganciato bombe sui civili in Kossovo) fosse un baluardo attendibile contro la destra berlusconiana. Ma oggi che i dirigenti del Pd hanno pienamente dimostrato di non essere in grado di garantire sopravvivenza politica nemmeno al loro partito, oggi che i giudici, impegnati nell’intento di processare Berlusconi, sono visti, da buona parte dell’elettorato di sinistra e dei salotti televisivi e giornalistici, come l’unica speranza di liberazione dal ‘mostro’, ecco che la magistratura diventa l’intoccabile baluardo della democrazia. Per dirla ancora insieme a Sciascia: “L’amministrazione della giustizia, insomma, viene assumendo un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile – e con conseguenti punte di fanatismo”.

Dire che quelle sentenze sono una macchia per la storia italiana, significherebbe, in questo momento, mettere in discussione l’operato dei giudici e offrire una pericolosa sponda a Berlusconi. Con un paradosso in più: che a destra, lo stesso Berlusconi e i fedelissimi che lo difendono, che avrebbero convenienza a portare quelle sentenze a esempio di quanto dicono contro i giudici, non possono farlo per non diventare impopolari e perché sanno che certi teoremi creativi, inossidabili capi d’accusa negli anni Settanta, venivano allora accolti in quanto offrivano una pulizia contro forze ‘antisistema’, rappresentate non solo da chi sparava, ma anche da chi pensava. E sanno anche che tacere ha contribuito nel tempo a creare un paradigma (di cui Battisti è solamente uno dei numerosi simboli) buono tuttora. Ma sanno che l’armamentario giuridico utile alla repressione, pure costruito nell’intento di salvaguardare il Capitale e i rapporti economici di forza vigenti, agli inizi degli anni Novanta ha finito per ritorcersi contro politici e industriali.
Le inchieste giudiziarie che vediamo oggi, quelle che il premier stesso denuncia a torto o a ragione come teoremi, così come altre del passato recente come Mani Pulite, pure conservando per molti loro aspetti le medesime modalità sperimentate negli anni Settanta, si configurano come una regolazione di conti all’interno del sistema stesso. Eppure, c’è tutta una fascia politica che ritiene che non convenga disturbare il manovratore, pensatori compresi. Con questo accettando, rendendosene responsabili, tutto ciò che politicamente ne conseguirà in futuro, quando qualcuno forse rimpiangerà di non avere reso, oggi, Adriano Sofri ed Enzo Tortora, simboli abbastanza forti in grado di contrastare il potere cresciuto ai giorni nostri.

Walter G. Pozzi

(1) Il cosiddetto processo 7 aprile è l’inchiesta iniziata a Padova (in seguito spostatasi per una parte a Roma), parto della mente del procuratore della Repubblica Pietro Calogero, che ha condotto all’arresto preventivo di giornalisti, accademici e insegnanti, appartenenti al movimento Autonomia Operaia, con l’accusa di ‘insurrezione contro i poteri dello Stato’; dopo un periodo di carcerazione preventiva dentro carceri di massima sicurezza durato dai quattro ai sette anni, di cui si è occupata anche Amnesty
International per la palese violazione dei diritti civili e umani, il processo si è concluso con l’assoluzione dei 140 imputati
(2) La notte del giornalismo di Giovanna Cracco, Paginauno n. 18/2010
(3) A futura memoria, Leonardo Sciascia, Bompiani

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Generalmente si vede e si immagina il carcere come una realtà  immobile: le sbarre sono sempre le stesse. In realtà , dal Dopoguerra a oggi il carcere è antropologicamente cambiato più volte. Nell’immediato Dopoguerra, a San Vittore c’erano oltre 3000 detenuti. La rivolta del 1946 (la “Pasqua Rossa”) venne stroncata con i carri armati: ma, anche all’interno, c’erano detenuti decisamente armati. Uno strano cocktail, tipico dei periodi di transizione dopo un conflitto aspro e sanguinoso: banditi molto determinati (la banda Bezzi-Barbieri, ad esempio), partigiani che intendevano continuare la lotta contro i fascisti, saloini ancora in cerca della bella morte. L’amnistia Togliatti portò la normalizzazione, anche se qualcuno pagò un prezzo molto caro: l’ultimo esponente della Volante Rossa sarebbe uscito solo negli anni Settanta. Fino alla fine degli anni Sessanta le galere hanno conosciuto un pendolarismo di piccola malavita, qualche mafioso a denominazione di origine controllata, alcuni, pochi, banditi di “classe”, come i rapinatori di via Osoppo a Milano. Il regolamento interno continuava a essere quello emanato da Alfredo Rocco insieme al codice penale, coniugandosi bene con il perbenismo che pervadeva la società civile: dai giornali venivano tagliate le foto di donne in bikini, chiamate con un bel linguaggio burocratico “nudo balneare”. Nelle celle, per i bisogni fisiologici, ci stava il bugliolo. Alla fine degli anni Sessanta si verifica il primo mutamento significativo. In carcere arrivano i ragazzi delle “batterie”, giovani rapinatori con un forte senso di appartenenza. Il gruppo, per loro, è tutto. Un po’ come nel “Mucchio selvaggio”. Sono, per alcuni aspetti, integrati: amano la bella vita degli anni dello sviluppo economico; e, allo stesso tempo, sono ribelli: insofferenti a qualunque ordine e gerarchia. In carcere, rovesciano i rapporti di forza instaurati fino a quel momento. La vita interna, prima di allora, era governata da un tacito accordo tra secondini e mafia. I primi imponevano l’ordine, la seconda la sudditanza. Un esempio interessante del cambio di paradigma è quanto avviene al quinto raggio di San Vittore, tradizionalmente considerato il raggio dei detenuti di rispetto: l’arrivo di questi giovani ribelli fece saltare equilibri radicati da decenni, con gli atteggiamenti dissacranti nei confronti dei mafiosi e la conflittualità permanente con la custodia. Anche personaggi che fino a quel momento erano stati in bilico tra malavita metropolitana e organizzazioni criminali, come Francis Turatello, finirono per accettare il nuovo corso. Poi furono le rivolte, i tetti e la distruzione di interi bracci nelle fatiscenti carceri delle grandi città. Azioni pagate a caro prezzo, con decine d’anni di galera supplementare. Nacquero in quel periodo, erano i primi anni Settanta, i primi gruppi di detenuti fortemente orientati in senso rivoluzionario. Rilevante fu l’esperienza dei Nuclei Armati Proletari, formati da detenuti in carcere e da ex detenuti, oltre a militanti politici, all’esterno: una storia intensa e drammatica, di fragole e sangue. Lo Stato reagì con la repressione ma anche con la riforma dell’ordinamento penitenziario: nel 1975 venne approvata la legge n. 354 che ridefiniva mondo e regole delle prigioni. In senso più democratico e aperto, con l’introduzione delle prime forme di pene alternative. Ma spirito riformista ed etica della rivolta non sono mai andati troppo d’accordo. I detenuti avevano cominciato a prendere gusto ad assaporare la libertà evadendo, anche armati. E sempre più numerosi. Si affermò allora una nuova spirale repressiva, culminata con l’apertura di nove carceri di massima sicurezza nel 1977: Cuneo, Novara, l’Asinara, Nuoro, Fossombrone, Pianosa, Trani, Favignana, Termini Imerese, oltre al carcere femminile di Messina. In seguito, Palmi e Ascoli Piceno avrebbero sostituito Termini Imerese e Favignana. A dirigere quell’operazione venne chiamato  il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. I luoghi vennero scelti in base alla loro inaccessibilità o alla struttura fortificata: in alcuni casi anche in base all’organizzazione agguerrita degli agenti di custodia che vi agivano. Dalla Chiesa chiamò quel pugno di carceri “circuito dei camosci”, a dire di un percorso aspro e difficile. Venne accolta in quelle prigioni l’aristocrazia ribelle del crimine: politica e comune. Da lì non evase più nessuno, mentre le condizioni interne divennero sempre più pesanti. Fino all’applicazione integrale dell’articolo 90: colloqui con il vetro divisorio, nessun pacco viveri, posta censurata, libri smembrati in fascicoli, nessuna forma di socialità interna, un’ora d’aria al giorno, in sei per volta, con i cavalli di frisia ai lati. Ma, fuori, arrivò anche la sconfitta della lotta armata; e, dentro, l’irruzione del pentitismo. Ne derivò un imbarbarimento collettivo, con la caccia all’“infame”, che finì per vedere il nemico semplicemente in chi, senza aver detto alcunché,  aveva un pensiero divergente. Furono anni cupi e bui, quelli tra il 1981 e il 1984. Nel 1986, dal primitivo intento di regolamentare l’applicazione dell’articolo 90 dell’Ordinamento Penitenziario, uscì la legge Gozzini, che, pur tra scelte discutibili e titubanze, apriva le  porte del carcere alle misure alternative. La guerra, quella guerra, era finita. Negli anni Novanta il carcere ha iniziato una nuova mutazione antropologica. Da una parte i sepolti vivi del 41 bis, la riedizione aggiornata dell’articolo 90, per gli affiliati di peso, veri e presunti, alla criminalità organizzata; poi un gruppo consistente sottoposto all’alta sorveglianza per reati come l’associazione a delinquere, l’associazione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e il sequestro di persona. Al centro si trova un assembramento di poveri disgraziati, ammassati e sovraffollati in celle senza nulla, se non la disperazione. Sono perlopiù tossici che cercavano droga e stranieri che cercavano cibo o rifugio, ma che hanno trovato davanti a sé solo sbarre. In quindici anni, la popolazione carceraria è raddoppiata e le carceri sono diventate il luogo, in senso letterale, dei miserabili: coloro che, costretti al di sotto del livello di povertà, non ce la fanno a sopravvivere. Sono le scorie della globalizzazione. Zygmunt Bauman, nelle ultime pagine di “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone”, traccia le linee del legame forte che unisce l’irrompere della globalizzazione con il grande aumento della popolazione carceraria: negli stati Uniti, dal 1975 a oggi, i detenuti sono aumentati del 700%; in Francia, il direttore dei servizi penitenziari di Parigi, nel corso di un’audizione alla Commissione di inchiesta sulle condizioni negli istituti di pena dell’Assemblea Nazionale, ha detto che le prigioni sono tornate a essere gli ospedali generali di un tempo: l’auberge des pauvres, il ricovero di ogni categoria di emarginati. Una sintesi efficace della situazione in molti Paesi d’Occidente. Le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione sono accompagnate da squilibri sociali sempre più forti, che incidono sulle fasce deboli della popolazione, nei movimenti migratori dal Sud del mondo e all’interno degli Stati dell’Occidente. La povertà disseminata è la vera altra faccia della medaglia  della globalizzazione. Negli Stati Uniti nel 1973 c’erano stati 96 detenuti ogni 100.000 abitanti, nel 2005 sono saliti a 726: in numeri assoluti si era passati da 204.000 a oltre due milioni di reclusi. Tra il 1983 e il 1995 il numero dei detenuti è passato da 43.000 a 55.000 nel Regno Unito, da 39.000 a 53.000 in Francia, da 14.000 a 40.000 in Spagna. La popolazione carceraria in quindici anni è triplicata in Olanda ed è aumentata anche in  Paesi tradizionalmente fautori di politiche di decarcerizzazione come quelli scandinavi. In Italia, sempre in 15 anni, dal 1991 al 2006, la popolazione carceraria è passata da trentamila a oltre sessantunmila detenuti, nonostante una capienza massima di 46.000 posti. Di più: alla vigilia dell’indulto quasi 50.000 persone rientravano nella dimensione  dell’area penale esterna, vale a dire nel circuito delle misure alternative, a fronte delle 12.000 presenti dieci anni prima. Le pene al di fuori delle mura del carcere avevano poco di alternativo, come invece erano state immaginate, e molto di complementare. Semplicemente, la strategia del controllo si era ampliata dall’interno all’esterno, andando a costituire una continuità di fatto tra sistema penitenziario e sistema assistenziale, tra carceri e centri di accoglienza (De Vito, 2009). Non a caso, la legge Fini-Giovanardi del 2006 chiede alle comunità una funzione di controllo ancor prima che terapeutica. Immigrati e tossicodipendenti sono diventati i due terzi della popolazione carceraria complessiva: da qui il termine di discarica sociale attribuito al carcere. In questo periodo si è passati dallo stato sociale allo stato penale. Complessivamente, l’area penale nel 1990 coinvolgeva 36.300 persone, nel 2005 si è arrivati a 190.000 persone (Maisto, 2011). In carcere oggi ci stanno soprattutto i poveri: sono gli occupanti abusivi del carcere (Castellano, Stasio, 2009). Circa un detenuto su quattro, quando termina la pena, non sa dove andare: i cambiamenti veloci e traumatici della società lasciano sul terreno delle vittime incolpevoli, i poveri, e delle vittime colpevoli, i disperati che compiono reati per fame di cibo o di droga. Dell’indulto, nel 2006 hanno potuto usufruire 24.500 detenuti, tra cui oltre 15.000 italiani e oltre 9.000 stranieri, e 17.500 persone in misura alternativa. Sono usciti in molti casi solo con i sacchi neri e spesso senza sapere dove andare. Nessuna rete di protezione e di inserimento è stata approntata per loro, come invece previsto dalla proposta avanzata nel 2000 dagli ex detenuti Sergio Segio e Sergio Cusani, chiamata “20” per le carceri, che aveva ottenuto l’adesione di migliaia di associazioni, di cooperative sociali, di imprese. I detenuti, scesi a meno di 40.000 con l’indulto, sono tornati a 49.000 unità alla fine del 2007 e a oltre 56.000 alla fine del 2008, nonostante sia rientrato un numero modesto di persone che avevano ottenuto lo sconto di pena. Al 31 ottobre 2011 i detenuti ammontano a 67.428 unità, seimila in più rispetto al momento dell’indulto. La povertà continua a essere incarcerata. In prigione i poveri cristi entrano con grande facilità ed escono con grande fatica. Giustizia e povertà non si sono mai amate: oggi i poveri non sono in grado di far valere i loro diritti, anche quando le leggi parlano teoricamente a loro favore. Nei loro confronti vincono la disattenzione, l’indifferenza, il cinismo. Sarebbe ora di cambiare rotta, verso l’attenzione, l’accoglienza, l’inclusione nella sfera dei diritti essenziali e delle relazioni sociali. Cecco Bellosi, Relazione introduttiva al 5° master in medicina delle emarginazioni, delle migrazioni e delle povertà, 18 novembre 2011 ************************* Citazioni bibliografiche Bauman Zygmunt (1999), Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Editori Laterza, Roma-Bari Bevilacqua Alberto (2003), La Pasqua Rossa, Einaudi, Torino Castellano Lucia, Stasio Donatella (2009), Diritti e castighi, il Saggiatore, Milano De Vito G. Christian (2009), Camosci e girachiavi, Editori Laterza, Roma-Bari Maisto Francesco, Il corpo e lo spazio della pena, a cura di Anastasia Stefano, Corleone Franco, Zevi Luca, Ediesse, Roma

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CONTRO IL CARCERE. Non càè detenuto di qualsiasi prigione del mondo che non sogni gli capiti come a Pietro di Alife, che venga san Francesco a sciogliergli i ceppi e aprirgli le porte verso la libertà .I miracoli, però, non succedono mai ai detenuti o accadono di rado.

E per evadere, come dice Renato Vallanzasca, «ci vogliono almeno cinque minuti», cioè ci vogliono organizzazione, amici fuori che ti sostengono prima e dopo, complici, armi, strutture, soldi, corruzione, tutto un ambaradam che non metti in piedi in cinque minuti e dove non basta il fegato o il culo.

Io lo so.

Ci ho provato anch’io nei miei anni di carcere.

Da solo.

Senza successo.

A Napoli, a Poggioreale,m’avevano sbattuto al padiglione San Paolo, che funzionava da ospedale interno, dopo un lunghissimo sciopero della fame per evitare di finire negli speciali (dove, invece, dopo un primo accomodamento, dalla Chiesa ci spedì) che m’aveva ridotto uno scheletro; e lì c’era una maggiore libertà di movimento.

Quasi tutti ci stavano per motivi che poco avevano attinenza con le malattie, erano dei privilegiati o per motivi propri o per motivi graditi alla direzione del carcere.

Il padiglione era a ridosso del portone di accesso di Poggioreale.

Una posizione strategica.

Da una finestra con le inferriate vedevo proprio il portone, un pezzo di camminamento e la garitta delle guardie.

Non era impossibile arrivarci.

E avrei potuto fare tutto da solo.

O quasi.

Però, a Napoli, una volta scappato, potevo contare su appoggi esterni, mi avrebbero nascosto e protetto, per il periodo necessario.

E questo, dove andare subito dopo l’evasione, è proprio un elemento fondamentale, che devi programmare prima.

Cominciai a muovermi su e giù nel padiglione, con prudenza ma forse troppo, e ebbi la sventatezza – ero ancora fresco di galera – di parlarne con qualcuno.

Mi spedirono negli speciali in quattro e quattr’otto.

Ancora a Napoli anni dopo, di passaggio per un processo in una sorta di specialino, da fuori erano riusciti a farmi entrare una lima nascosta in un blocco notes, sottilissima ma efficientissima, professionale.

Non sapevo bene dove era meglio segare, dove sarei finito uscito dalla cella, però da dove stavo io si raggiungevano dei tetti e magari da lì…

Cominciai a provarci, senza tagliare a fondo le sbarre perché le sbattevano ai turni di controllo.

Funzionava.

Avevo poco tempo, perché il processo sarebbe durato poco.

Ero indeciso se provarci subito o tenermi l’occasione per un’altra volta, organizzandola meglio, magari non da solo.

L’incertezza mi fregò.

Fui rispedito negli speciali, d’improvviso e di notte e non potei portarmi dietro la lima che avevo nascosto nel bagno perché furono le guardie della squadretta a mettere assieme le mie cose – facevano così: arrivavano in sette, otto e ti prendevano com’eri nel letto e ti impacchettavano senza il tempo di dire bah.

Io non ci tornai più là e non l’ho mai detto a nessuno.

Magari è ancora là, quella lima.

* Pubblichiamo parte dell’introduzione «Abolire il carcere» da La fuga dal Carcere – Le evasioni diventate Storia. Volume I. In attesa della Timothy Leary… DeriveApprodi editore

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Senza Tregua, Gli operai e la giustizia https://www.micciacorta.it/2011/03/senza-tregua-gli-operai-e-la-giustizia/ https://www.micciacorta.it/2011/03/senza-tregua-gli-operai-e-la-giustizia/#respond Tue, 29 Mar 2011 08:12:24 +0000 http://localhost:8888/?p=3528 Numero del giornale Senza tregua del 14 luglio 1976

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Gli operai e la giustizia. Il processo operaio, oggi
Numero del giornale Senza tregua del 14 luglio 1976

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st-operaigiustizia 14071976

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Senza Tregua, 1978 – Commento al rapimento Moro https://www.micciacorta.it/2011/03/senza-tregua-1978-commento-al-rapimento-moro/ https://www.micciacorta.it/2011/03/senza-tregua-1978-commento-al-rapimento-moro/#respond Tue, 29 Mar 2011 08:08:45 +0000 http://localhost:8888/?p=3527 Editoriale del giornale" Senza Tregua" a commento del rapimento Moro, 1978

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Le brigate rosse rapiscono Moro e gli apparati ideologici dell’opportunismo e del revisionismo praticano la rimozione collettiva della realtà  della lotta di classe.
Editoriale del giornale” Senza Tregua” a commento del rapimento Moro, 1978

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st-moro 1978

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Icone del dopoguerra https://www.micciacorta.it/2010/08/icone-del-dopoguerra/ https://www.micciacorta.it/2010/08/icone-del-dopoguerra/#respond Tue, 24 Aug 2010 17:08:59 +0000 http://localhost:8888/?p=1228 La guerra e il dopoguerra sono anche uno status della coscienza e della mente nelle situazioni di ordinarietà e nelle relazioni della quotidianità

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1. L’immaginifica ombra –  2. Gli ostaggi –  3. La vita marchiata –  4. Il filo di speranza

1. L’immaginifica ombra

Un quadro imperfetto è anche il risultato dello sguardo imperfetto di chi lo contempla. Le imperfezioni del quadro si mescolano con le imperfezioni del nostro sguardo. L’autore proietta le imperfezioni oltre il quadro, mentre noi le proiettiamo oltre lo sguardo. Il prima e il dopo di quadro e sguardo si scambiano continuamente di posto. È un sottile gioco di rimandi estetici ed etici.

A una fenomenologia del genere non si sottraggono gli eventi storici, quanto più complessi e dolorosi essi sono. Il tempo storico ha anche un andamento subdolo: è anche tempo vuoto dell’avanzare attraverso un accumulo di giacenze inerti, in cui il prima spiega interamente il dopo e il dopo interamente il prima. L’astuzia del tempo è ben più temibile di quella della ragione. Liberare il tempo significa stanarne l’intima astuzia che lo afferra e governa. Un’astuzia fatta di dominio e manipolazioni che si tratta di smascherare.

L’ombra dell’astuzia ricopre il tempo e lo manipola, diluendolo in icone che, una volta raffigurate, condannano il tempo all’eterna prigionia. In un tempo che non è mai lo stesso, le icone dell’astuzia spandono in eterno le stesse sequenze logiche avvelenate, quanto più le riproducono interstizialmente. Archetipi e stereotipi diventano un tuttàuno: gli uni costruiscono e giustificano gli altri. Fino a diventare luoghi comuni della coscienza collettiva e dell’immaginario sociale: cioè, pseudocertezze simboliche irremovibili.

La trasformazione delle immagini in icone e delle icone in pseudocertezze è qualcosa di più raffinato e complesso della falsa coscienza della rappresentazione ideologica della realtà  e, perfino, della liofilizzazione massmediatica della comunicazione interumana. Le icone, cristallizzandosi, costruiscono la storia per immagini: la congelano in una immaginifica fissità . Diventano una sorta di mare del vuoto in movimento. La dinamica delle icone può essere descritta come movimento del vuoto che finge di riempirsi, replicando, in realtà , l’identico con figurazioni apparentemente diverse.

Ogni guerra ha il suo dopoguerra e proviene da una pace armata che l’ha preparata in maniera certosina [1]. E intendiamo qui guerra e dopoguerra non in senso esclusivamente o eminentemente militare. La guerra e il dopoguerra sono anche uno status della coscienza e della mente nelle situazioni di ordinarietà  e nelle relazioni della quotidianità . Come ben ci ha insegnato la grande Ingeborg Bachmann, esiste una trincea umana che anticipa la guerra e al suo interno si commettono gli omicidi più crudeli, nell’indifferenza generale: in essa, le atrocità  sono l’amaro pane quotidiano di cui, in silenzio, gli umani si cibano [2].

Qual è il dopoguerra di questa trincea? Come questa trincea silente accoglie e fa suo il cessato crepitare delle armi? Ma le armi smettono mai di crepitare? Non càè sempre qualcuno, nel mondo, contro cui scaricano la loro macabra musica?

Si è tutti braccati dal dolore e dal male. Le vittime sono prese d’assalto dal sentimento di ingiustizia che, non di rado, fa loro invocare vendetta. Come ha modo di osservare Dostoevskij, gli esseri umani si vendicano, perché solo nella vendetta riescono a trovare giustizia, convincendosi, così, di compiere una cosa giusta e onesta[3].  Il loro furore è giustificato: è umano; come disumano è il loro dolore. I colpevoli, per parte loro, sono bollati: icone del male in forma di dèmoni. E lo sono soprattutto i colpevoli sconfitti. Il destino dei vinti somiglia al destino delle vittime. Con la ragguardevole differenza che, in guerra, i vinti hanno varcato la soglia dell’offesa della vita altrui; mentre le vittime no. Diventati vittime, i colpevoli sconfitti hanno da attraversare una immensa distesa, cominciando dal loro proprio deserto interiore. Se sono convertiti (oppure si lasciano convertire) in icone, questo percorso di riflessione e trasformazione è inibito.

Il cammino di liberazione dall’ombra delle icone è un viaggio per uscire dal pianeta oscuro del (proprio) tempo e della (propria) vita. Ma non solo le vittime e i colpevoli sono immersi in questo pianeta: tutti siamo sprofondati in esso e ognuno a suo modo. Ognuno e tutti devono a loro modo balzarne fuori. Ognuno deve entrare in rotta di collisione con l’icona di sé che per lui è stata confezionata e che  si è cucito addosso con le proprie mani, infrangendo l’icona dell’Altro che trova interposta sulla strada che lo conduce verso di lui.

Lottare contro le icone richiede, però, due mosse preliminari: scendere dal piedistallo del moralismo e rifuggire le pulsioni dell’odio e del rancore. In ciò, nostro grande maestro è Feodor Dostoevskij [4]. Fatte queste due mosse, dobbiamo avere il coraggio di partire da due princìpi cardine, posti con grande nettezza sempre da Dostoevskij:

  1. noi ignoriamo completamente cosa sia veramente la vita umana e, perfino, ognuno ignora di sé chi e cosa veramente sia [5];
  2. nessun essere umano, per quanto posto in cattività , può mai essere considerato totalmente inerme o reso un cadavere spettrale, sino a quando la vita gli scorre nelle vene [6].

Aggirare l’ombra paludosa delle icone vuole dire viaggiare verso le profondità  della vita e del proprio Sé. Qui ricomincia il contatto con l’Altro. Qui, a maggior ragione, nasce l’energia per la redenzione dalla guerra e dal dopoguerra: non si è più controfigure di un copione crudele e mal recitato; ma esseri vitali in movimento e in dialogo. Nessuno è totalmente innocente in queste regioni oscure. L’innocenza è solo la speranza che alimenta il dialogo di avvicinamento al Sé e all’Altro. Gli occhi e il cuore vanno al di là  delle maschere: aggirandosi tra le imperfezioni del quadro e quelle dello sguardo, si può iniziare a distinguere il dolore dal male e si può fare del male un transito, non più ossessionati dalla colpa e dalla punizione.

Le icone del dopoguerra si caratterizzano, principalmente, per il fatto di generare, sublimare e distribuire colpa; ma è un discorso di potere che, a sua volta, le genera[7]. Alla base, il potere è il discorso che produce colpa, per assoggettare i colpevoli. Ancora meglio: per il potere, a rotazione, tutti sono colpevoli e, dunque, tutti sono da assoggettare. L’essenza del potere è l’estensione generalizzata del rapporto di sudditanza, in maniera può o meno esplicita e più o meno mascherata. Per questo, il potere si serve strumentalmente della giustizia, quanto più la riduce a una macchina senza cuore. Ed è questa macchina che, in modo selettivo e differenziato, colpisce tanto le vittime che i colpevoli: subdolamente, mobilita le vittime contro i colpevoli e i colpevoli contro le vittime.

Tutti qui finiscono con l’essere a rotazione vittime e colpevoli. Ciò rende possibile al potere di blandire all’infinito le vittime e apporre, altrettanto infinitamente, lo stigma sui colpevoli. A ben guardare, però, vittime e colpevoli sono messi ai margini del discorso pubblico. Le retoriche della vittimizzazione sono un dispositivo terribile di evacuazione del principio di libertà : in quanto vittime, non si è liberi e la propria parola è resa un rituale inascoltato e inefficace. La libertà  delle vittime è surrogata dalla punizione dei colpevoli: il dolore del Sé trova qui unico lenimento nel dolore dell’Altro. Il governo del Sé si prolunga, così, in governo dell’Altro e, reciprocamente, il governo dell’Altro retroagisce come governo del Sé.

Queste tecniche di controllo e di comando servono e segnano un permanente regime di stato di eccezione, entro cui sono confinati vittime e colpevoli: inascoltate e usate le prime; stigmatizzati i secondi. L’ombra delle icone diluisce e, insieme, protegge dallo sguardo critico il quadro di questo stato di eccezione: non si limita a ereditarlo, ma lo riproduce e innova indefinitivamente. Il governo dei corpi e del corpo sociale passa qui non per il tramite dell’istituzione del regime perturbante della paura, ma attraverso l’istituzionalizzazione dello status furente del dolore.

Il governo del dolore assoggetta i corpi e il corpo sociale, piantando le pietre miliari di uno stato di eccezione che socializza una condizione di sudditanza psico-politica, su scale progressivamente più intense e ampie. Il potere di elargizione della sovranità  è qui spuntato e surclassato. La sovranità  ora si costruisce come negazione del dono: il potere, più esattamente, cancella la donazione dai sistemi delle relazioni sociali e interpersonali. La sovranità -mondo accelera ed espande i propri poteri globali e locali, quanto più cancella le forme della gratuità  e del dono dal tessuto sociale e dall’esperienza umana [8]. Possiamo, così, concludere: la sovranità -mondo si regge sulle architetture della crudeltà  e del cinismo che consolidano e rendono produttivo lo stato di eccezione del governo del dolore. In tale stato di eccezione, vittime e colpevoli sono intossicati dalla stessa sostanza letale.

Quale differenza incolmabile si può cogliere tra l’uomo perduto e l’uomo giusto? Nessuna, ci insegna Dostoevskij [9]. Anzi, è proprio questa differenza lo spazio che siamo chiamati a colmare. Ma possiamo formulare un interrogativo ancora più temerario: è proprio vero che tra l’uomo giusto e l’uomo perduto vi sia una cesura netta e definitiva? Non è, forse, vero (ed è ancora Dostoevskij a dirlo) che l’uomo giusto che non riesce a sfiorare il corpo e sentire il palpito dell’uomo perduto finisce col perdere irrimediabilmente se stesso [10]? E non è qui che Dostoevskij tocca le vette del suo supremo e permanente dialogo con Cristo?

Che la legge sia eguale per tutti è un principio giusto. Ma il principio di eguaglianza formale nasconde delle insidie assai pericolose. Parificando, la giustizia si allontana dai cuori e non riesce a essere dono della vita. Ispirandoci ancora a Dostoevskij, possiamo dire: eguagliando secondo formalità  astratte, la giustizia rischia di trasformare i colpevoli in mummie, poiché non ne avverte il respiro, l’anelito di libertà  e le speranze di redenzione. Una giustizia così fatta rischia di scivolare verso l’impostura, perché finisce catturata dall’ammasso di insensatezze e crudeltà  di cui è costellata l’esistenza umana.

Ora, le icone della guerra e del dopoguerra strappano alle vittime e ai colpevoli proprio la speranza e, con essa, la possibilità  di lavorare a un progetto di felicità : la felicità  è qui, addirittura, impensabile. Tutt’al più, si è qui destinati al calvario della sofferenza e della penitenza irredimibili. La disperazione che non spera: ecco ciò che, secondo questi glaciali dispositivi di comando e di controllo, unisce vittime e colpevoli, per i quali sono forgiate catene tanto diverse quanto riunificanti. La giustizia che livella secondo icone giuridiche perverte se stessa, perché non riesce più a difendere la vita: dimentica che mai, fino alla morte, tutto è perduto e che, dunque, tutto può cambiare e, quindi, va salvaguardato e salvato in funzione di questa possibilità .

Allora, propriamente parlando, la giustizia va coniugata come trasformazione e speranza: trasformazione della speranza e speranza nella trasformazione. La giustizia può mantenere accesa la fiammella della vita, se la sua frequentazione degli orrori umani non la riempie di disprezzo, risentimento o indifferenza per l’umanità  e i suoi disastri. Ed è ancora Dostoevskij a soccorrerci. Egli ci insegna che il principio giustizia non è equivalente al principio verità , ma a esso deve ispirarsi: la verità  dell’umanità  sta nei suoi inferni ed è in essi che va ricercata e risvegliata [11].

Il delitto e il male agiscono come fermenti della morte; ma è proprio lì che la vita deve rinascere. La giustizia che si ispira alla verità  deve essere una sorgente di donazione proprio di questa rinascita [12]. La sofferenza di essere nel precipizio è la molla della risalita da esso: dal nulla all’esistenza, si potrebbe dire, è il cammino qui tracciato. Le icone della giustizia, quanto più inclinano verso gelide alchimie formali, finiscono ingabbiate in un nulla ontologico e, quindi, non possono che distribuire gabbie. Ciò ci fa pertinentemente dire: la giustizia che ambisce a farsi macchina di produzione della verità  si avvicina alla realizzazione pura e semplice dell’inquisizione. Le icone immaginifiche della guerra e del dopoguerra non sono altro che strumenti letali di questo discorso e di queste pratiche di potere.

2. Gli ostaggi

Scendendo più nel dettaglio, dobbiamo osservare che le icone della guerra e del dopoguerra producono un’immagine della società , non solo il reticolo simbolico e comunicativo entro cui rimangono impigliati i vari comportamenti degli attori sociali. È su questo versante che possiamo cogliere, con maggiore precisione, le linee di continuità  e di discontinuità  che si distendono tra le icone della guerra e quelle del dopoguerra. Ogni dichiarazione di guerra porta con sé un’immagine della società . A guerra conclusa, vinti e vincitori producono nuovamente immagini di società : la società  vittoriosa costruisce e reclamizza se stessa come la società  virtuosa (il migliore dei mondi possibili).

In genere, l’opzione lasciata ai vinti è l’alternativa dissolvente tra assimilazione e silenzio coatto. Insorgendo contro questa alternativa, i vinti continuano a produrre un’immagine di società  che non necessariamente è quella che avevano azionato come “combattenti”. Anzi, attraverso il discostamento dall’immagine di società  belligerante prima coniata, nel loro DNA originario viene incuneata una linea di rottura. Ora, la lacerazione del loro DNA vale come convalida e, insieme, metamorfosi della loro posizione critica dell’ordine politico, sociale e culturale dato. Qui i vinti impattano, in un sol colpo, contro le icone della guerra e del dopoguerra che essi stessi avevano potentemente contribuito a costruire. La sconfitta dà  qui luogo alla rinascita, come in una narrazione dostoevskijana. Dalla menzogna viene estratta la verità  che, in quanto tale, è sempre scomoda per il potere che, per definizione, è esercizio della menzogna. Per questo, i vinti e gli sconfitti che aspirano all’esercizio della parola altra vengono supremamente avversati dal potere.

I vinti e gli sconfitti compiono un ulteriore passo in avanti, laddove fanno impiego di linguaggi creativi, anziché far uso di discorsi. Come ci ha insegnato Foucault, il discorso ha sempre finalità  di potere, dal quale è indissociabile; il linguaggio, invece, compone la libera dialogica tra i soggetti parlanti e, in questo senso, ha una natura polemica costruttiva e inventiva [13]. Il potere è il prodotto di un discorso che, a sua volta, mette insieme ed esercita un effetto di dominazione. Il discorso celebra e, insieme, occulta i conflitti per il potere che, via via, assettano le forme della società  e la posizione che i dominati in essa assumono. Foucault, non a caso, critica puntigliosamente la legittimazione della sovranità  e le teorie che le corrispondono. Grazie a lui, siamo introdotti in vere e proprie lezioni di storia dalla parte dei dominati.

Il potere di dominazione sposta qui i codici della guerra verso un nuovo ordine del discorso: la politicizzazione degli strumenti della guerra. La politica si fa guerra, travestendosi sotto le forme di una sovranità  ipertrofica che costruisce e dilata lo stato di eccezione. Ciò ha reso possibile non solo la riproduzione allargata, nel tempo e nello spazio, dei codici eccezionali della “lotta al terrorismo”, ma ha trasformato il governo dell’emergenza dapprima in regolarità  del ciclo politico e successivamente in elevazione dell’eccezione a norma.

La normativizzazione dell’eccezione e la regolazione normativa per via eccezionale costituiscono i fulcri del nuovo ordine di discorso di un potere che si fa tanto più complesso e capillare quanto più dosa e integra sapientemente norma ed eccezione, politica e guerra. Di questa sovranità  complessa e decentrata sono ora vittime i vinti e gli sconfitti; e con loro tutte le classi e sottoclassi spoliate dalla globalizzazione. Gli effetti di coercizione sono serrati e implacabili, di carattere materiale e, ancora di più, simbolico e culturale. A questo stadio, le icone della guerra assorbono quelle del dopoguerra e la pace, così, non è mai pace, ma – parafrasando von Clausewitz – “la continuazione della guerra con altri mezzi”.

Già  Foucault, aveva individuato questa crepa nelle teorie della sovranità  e nella polemologia clausewitziana, rovesciando la gerarchia delle priorità  tra politica e guerra[14]. A dire il vero, egli si era spinto ancora più lontano, fino a configurare apertamente il conflitto e/o la politica come guerra e la storia come storia della guerra [15]. Il sovrano è qui il vincitore e la sovranità  è relazione di potere, per così dire, emanata da una molteplicità  di rapporti di forza, attraverso una guerra di conquista [16]. Insomma, per Foucault, il potere è la stratificazione differenziale e mobile di concatenazioni di forze e lotte che costituiscono e finalizzano la guerra in funzione della dominazione. Ciò rende conto di un doppio postulato foucaultiano: (i) non vàè potere senza resistenza e (ii) non vàè resistenza senza potere [17]. Dal che è possibile farne discendere un terzo: (iii) il gioco tra potere e resistenza non cristallizza mai risultati definitivi e immodificabili, ma mette in campo effetti reversibili, a seconda del mutevole bilanciamento e scatenamento delle forze [18].

L’analisi foucaultiana, sul cui merito non mette conto qui pronunciarsi, ci serve per dispiegare uno stringente filo di ragionamento. Se la guerra è il campo reale in cui si esercitano i mutevoli rapporti di forza, la posta in gioco vera non è la conquista del potere in sé, ma l’assoggettamento degli sconfitti e dei dominati ai codici dell’assimilazione e del silenzio. La sovranità  come sovranità  politica della guerra si sfrena come assoggettamento delle svariate resistenze che si sono opposte al potere e che sono continuamente insorgenti. L’ombra della guerra, di nuovo e più pervasivamente, incorpora il dopoguerra, per estendere all’infinito il suo cupo orizzonte. La guerra qui governa la pace, tentando di trasformare la resistenza in pura energia inerziale e l’immaginario sociale in neoconformismo diffuso.

La sovranità , allora, è l’icona della guerra che produce le icone del dopoguerra, regolandone forma e sostanza. Una volta di più: i vinti, gli sconfitti, i dominati devono tacere, esiliati nella loro terra di origine che qui deve valere in perpetuo come origine della sconfitta e del silenzio. Ecco perché, per i vinti, gli sconfitti e i dominati, le icone del dopoguerra sono la strutturazione delle immagini di una messa al bando. La sovranità  è qui sovranità  del potere di esilio in patria. La topologia della guerra struttura uno spazio genealogico che non è altro che la storia delle lotte dei dominati contrapposte ai giochi di potere dei dominanti: cioè, linguaggi e racconti di resistenza contro discorsi di potere [19].

Il punto di crisi è qui dato dall’irruzione del campo dell’etica dentro lo spazio politico. Quello che appare politicamente chiuso e risolto nella sovranità  politica della guerra, non lo è affatto nella genealogia delle forme storiche delle soggettività  dei dominati. Nelle lotte di resistenza al potere cogliamo unàetica della salvezza di sapore dostoevskijano, a misura in cui esse prendono la distanza dal titanismo dell’utopia politica e si fanno frammento della forza-immaginazione utopica. La svolta è qui data, in contemporanea, dal ripiegamento riflessivo dentro di sé e dall’estroflessione contro i meccanismi di dominio di cui si è vittime e, insieme, partecipi.

Quelli che in Dostoevskij si delineano come processi di salvezza, qui possiamo definirli come consapevolizzazione etica del Sé in relazione all’Altro, per la costituzione di relazioni affrancate dal potere. L’etica viene qui alla luce come critica e fuoriuscita dalla menzogna (del potere). La salvezza è, allora, creazione del campo della irriducibilità  etica alla sovranità  politica e alle logiche di dominio presenti in ogni forma di relazione interumana [20]. Qui il flusso continuamente aperto è tra il Sé e l’Altro, il Qui e l’Altrove. In tale vortice si rimescolano continuamente le carte della libertà  e della salvezza. Non casualmente, è proprio il campo di tensione dell’etica che le icone del dopoguerra intendono asportare.

Il narcotico del potere si esercita a vuoto, quanto più le verità  dei dominati appaiono chiaramente in opposizione alle verità  dei dominanti. I due elementi sconfinano continuamente uno nell’altro, determinandosi e rideterminandosi a vicenda. Le verità  della resistenza contro le verità  del potere: pare, questo, lo scenario entro cui scorre la dialettica storica. Ma pare, appunto. Il potere non è mediazione tra le opposizioni: soprattutto, non è la ricomposizione mimetica dei contrari. È, sì, vero che occupa tutti i territori politici e socio-culturali, riarticolando di continuo il rapporto tra locale e globale; ma è altrettanto certo che è chiamato a governare spazi e soggetti di cui deve negare la dimensione etica.

Ciò appare particolarmente vero per i poteri accentratori e, insieme, decentrati e decentranti della globalizzazione. La sovranità -mondo dell’epoca della globalizzazione pone alla base della sua legittimazione la sospensione definitiva della giustificazione etica del potere [21]. In un movimento di estrema complessità  e articolazione, essa:

  1. fa esplodere tutte le retoriche mercatistiche, le pulsioni individualistiche e le spinte narcisistiche tipiche della società  capitalistica;
  2. rialloca simbolicamente e topograficamente la legalità  della guerra: làumanità  guerriera della modernità  (dai Conquistadores alla schiavitù fino al colonialismo) [22]cede il passo alla inimicizia globale guerreggiata che prende in ostaggio il pianeta, persino in nome dell’affermazione dei diritti umani [23].

Nel nuovo scenario globale, è la situazione della vittoria, non tanto della conquista, che il potere difende e perpetra all’infinito: la perdita progressiva della parola, dei linguaggi e dei diritti costituisce ora la condizione dei dominati. In ragione di ciò, le guerre contro l’umanità  sono diventate preventive [24]. Si può conquistare, senza riuscire a vincere. Vincere non è semplicemente rendere inermi o espandere, da una posizione di signoria assoluta, il gioco e il giogo delle armi. Vincere, piuttosto, significa integrare attraverso la sconfitta: cioè, diffondere ad arte un pensiero e una cultura della disfatta, con cui tumulare i corpi e le anime degli sconfitti.

I vinti e gli sconfitti debbono avere come loro perpetuo orizzonte di vita l’interiorizzazione della disfatta, i cui codici garantiscono ai dominanti la trasformazione della conquista in vittoria, poiché costituiscono il mezzo migliore della diffusione enfatica e dell’assimilazione irriflessiva del quadro di valori della società  vittoriosa. Siamo qui posti innanzi alla dismisura dei poteri globali e alla loro sconfinata sete di dominio [25]. Ma quella che, sul punto, reperiamo è una dismisura illusoria: nessun potere può cancellare la resistenza; anzi, quanto più intende perseguire questo obiettivo, tanto più lo fallisce. Emerge qui una delle controfattualità  più dirompenti dei poteri globali: la regressione continua dalla vittoria alla conquista, con tutto il carico di eventi cruenti che ne deriva.

La guerra contemporanea è un processo assai più complesso sia a paragone dell’analisi consegnataci da Clausewitz che della penetrante ricostruzione genealogica trasmessaci da Foucault. Guerra e politica non sono soltanto ognuna la continuazione dell’altra con mezzi diversi, ma impastano un ordine politico e simbolico di nuova generazione, incardinato sulle verità  menzognere della comunicazione massmediatica [26]. La tecnoscienza moderna esplode nella scienza del grado zero della comunicazione della verità : non è più l’eccesso di informazioni che qui rende ignoranti; ma è il comunicare stesso che si fa menzognero, coltivando, per questa via, la soppressione dei diritti e l’analfabetizzazione culturale di massa. L’inimicizia globale guerreggiata configura l’estremo del grado zero della comunicazione massmediatica.

Di questo nuovo ordine politico-simbolico i vinti e gli sconfitti costituiscono l’ostaggio su cui non viene mai mollata la presa. Essi sono catturati da dispositivi di controllo tentacolari, incistati nel tessuto sociale come ethos della guerra. La contro-etica della sovranità -mondo coniuga un ethos belligerante, secondo il quale ai vinti e agli sconfitti non va riconosciuta nessuna dignità  e alcuna moralità . La grande Marguerite Yourcenar, invece, commentando un altrettanto grande libro [27], ammira il “senso di identità  con l’universo” degli sconfitti, poiché si lascia prendere dalla “pietà  per il vinto e l’amore delle cause perdute” [28]. Per lei: “l’amore delle cause perdute e il rispetto di quelli che muoiono per esse mi sembrano propri di tutti i luoghi e di tutti i tempi” [29]. Questa etica della dignità  umana si eclissa del tutto: l’ethos della guerra disonora i vinti e gli sconfitti, piantando uno stigma perpetuo nelle profondità  della loro carne.

Ora, l’ethos della guerra è anche un pensiero per immagini e, quindi, produce e riproduce le sue icone [30]. Se continuiamo a soffermare la nostra attenzione sui vinti e sugli sconfitti, ci rendiamo agevolmente conto che le icone dentro cui sono liofilizzati non sono altro che la materializzazione simbolica dell’estraneità  al mondo. La sconfitta e la sottomissione devono comportare lo smarrimento delle vie del mondo che è loro restituito soltanto in forma estraneante, come perdita irreparabile. A questa perdita non possono e non debbono ribellarsi; debbono, anzi, rassegnarsi e abituarsi a essa, accettandola come loro più vera natura.

La forza viva dell’etica della libertà  viene qui smorzata sul nascere e sul nascere riconvertita in ripiegamento spossessante. La sospensione dell’etica precipita qui in uno dei suoi più profondi abissi: la condanna del passato vale come sottrazione del mondo presente e messa in cattività  del futuro. Essere schiacciati alla condizione di ostaggi significa essere ridotti alla passività  verso il mondo e all’attività  verso il potere. La perdita del mondo da parte dei vinti e degli sconfitti è compensata, in maniera perversa ma coerente, con un movimento speculare e complementare: la cattura possessiva che di essi fa il potere.

Il rischio di finire ostaggi del potere è quello di vivere come dei morti, come lo straniero di Camus [31]. Ed è proprio dal e nel silenzio del mondo che i vinti e gli sconfitti si ribellano alla condizione di ostaggi. Diventa qui definitivamente chiaro come e perché essi non possano smettere di prendere la parola e di tuffarsi nel mondo, dalle finestre del presente e definitivamente oltre gli impulsi di dominazione. Questo movimento di emancipazione contrassegna la presenza nel mondo come negazione dell’appropriazione del mondo. In ciò è, forse, possibile cogliere il più autentico elemento di nobiltà  che trova riposo nella sconfitta. Gli ostaggi si ribellano alla condizione di servitù cui sono inchiodati, ma non per fare prigionieri o vittime: con più coerenza e più limpido trasporto morale, si ricollocano dalla parte della libertà  dei dominati.

3. La vita marchiata

Non è il corpo a essere marchiato, come accade ancora agli internati del racconto di Kafka Nella colonia penale [32]. Nella pienezza della globalizzazione, quella degli ostaggi è vita marchiata in eterno e lo stigma che ne consegue non è meramente coercitivo; piuttosto, delinea uno spazio reintegrativo inferiorizzante [33]. Come si vede, siamo ben oltre gli spazi simbolici coattivi delle società  arcaiche. Vita marchiata significa che l’iscrizione dolorosa dello stigma non conduce alla morte; anzi, la previene, perché è una vita inferiorizzata che l’iscrizione deve portare in giro, fino alla morte. La reintegrazione degli ostaggi come inferiori ricostituisce la forza del potere che fa, così, dalla colpa e dalla punizione una riserva di energia vitale.

Ma non soltanto quella degli ostaggi è vita marchiata. Lo è ancora di più quella delle vittime, sotto la doppia azione concentrica dei colpevoli e del potere. L’iscrizione dolorosa sulla vita delle vittime è stata originariamente incisa dai colpevoli, i quali hanno offeso e mutilato per sempre il loro destino. Su questa iscrizione originaria il potere ordisce la sua tela: conferma le vittime nel ruolo di soggetti lesi e i colpevoli nel posto di ostaggi. L’offensore e l’offeso vengono giocati l’uno contro l’altro: la punizione dei colpevoli vale come catarsi del dolore delle vittime. La guerra, così, continua con i mezzi della pace e della legge. Lo stigma e il dolore si inseguono e susseguono, in un vortice senza fine che stringe in un unico nodo scorsoio il dolore delle vittime e la punizione dei colpevoli. La vita è qui marchiata indiscriminatamente dalle strategie differenziate di riproduzione del potere attraverso i dispositivi del governo del dolore.

Soprattutto per le vittime, nei giorni della vita marchiata il supplizio non è la morte, ma il puro e semplice vivere. Il marchio ricongiunge i colpevoli con le vittime. Ma lo fa, riconfermando ed esaltando gli antagonismi della guerra con gli strumenti della pace: dolore infinito, a un polo; punizione senza fine, all’altro. Pace e guerra continuano a marchiare la vita, governandone autoritativamente i corsi e ricorsi. Non appare, quindi, strano che i dispostivi di potere della pace si sentano particolarmente legittimati ad applicarsi contro i vinti e gli sconfitti, trasformandoli in ostaggi. Col che è il dolore stesso delle vittime ad essere eternizzato. Le fratture della guerra sono confermate e sedimentate dalla pace a livelli più profondi ed estesi.

Il dolore delle vittime è azionato come una delle cause primarie dell’irriflessività  del potere che, così, non ha bisogno di ripensarsi e di responsabilizzarsi, per il passato, il presente e il futuro. Anzi, il potere fa delle lacrime delle vittime una delle fonti strumentali dei suoi apparati legislativi belligeranti. Il cinismo del potere non esita ad alimentarsi del pianto delle vittime, pur di conservarsi e riprodursi su scala allargata. L’ombra delle icone del dopoguerra è molto più fitta e inquietante di quella delle icone della guerra.

La vita marchiata trasforma le vittime, da innocenti, in colpevoli. E colpevoli dell’indefinito e indefinibile reato di esistere. Un reato che nessuna legge può scrivere e che, tuttavia, vale come un monito severo che si distende tra l’assoluta indifferenza e le strumentalizzazioni più bieche. Con ciò si disonorano i morti, caduti per mano dei colpevoli. Non vàè più dignità , né per i vivi e né per i morti. L’azione di questo meccanismo perverso ci fa ben comprendere come la solitudine delle vittime (del terrorismo, in primis) si prolunghi dalla guerra al dopoguerra, contribuendo e rendere ancora più letale il composto indissociabile pace/guerra. Le vittime, ieri come oggi, sono lasciate sole e, ieri come oggi, poste in faccia ai loro carnefici. L’esistenza di questi ultimi, ieri come oggi, è resa necessaria, per acutizzare il dolore delle vittime e trasformarlo in sorgente di odio. Proprio sul dolore e sull’odio si basa la contro-etica del potere, quanto più esso si globalizza.

Ripercorrere i sentieri delle vittime, dal cuore della loro vita marchiata, non è un mero esercizio pedagogico; così come rivisitare la nobiltà  della sconfitta non è un test di romanticismo etico. Riannodare i fili del dolore e delle rotture significa spiccare un salto fuori dalla vita marchiata: al di là  della solitudine e al di là  dello stigma, oltre il filo spinato degli orrori. La riproduzione infinita del dolore è riproduzione irrisolta del lutto, nel cui fuoco bruciano, così, risentimenti che non si riesce e non si vuole estirpare e nemmeno lenire. I mali del passato sono trasferiti nel presente e qui resi più intensi e nuovi, per essere replicati all’infinito.

Le figure a cui è marchiata la vita non abitano i margini della società , ne popolano, piuttosto, gli snodi gravitazionali. Uno dei centri delle strategie del potere, del resto, è il governo del dolore. Qui, in forza di un coerente paradosso, il dolore non esclude, bensì include in posizione di inferiorità  sociale, culturale ed etica. La disseminazione dei processi di inferiorizzazione è ora uno dei baricentri della dismisura del potere. Intorno a questo nodo si stringe il rapporto di cooperazione attiva tra norma ed eccezione. Discopriamo qui la sostanza letale dello stato d’eccezione che, secondo un doppio movimento inferiorizzante, esclude per includere e include per escludere. L’inferiorizzazione è l’ordigno eccezionale che scandisce i tempi del ‘politicoà e, insieme, lo normalizza secondo procedure speciali.

Vittime, vinti e sconfitti sono soltanto alcune delle figure inferiorizzate dallo statuto eccezionale che ora norma il ‘politicoà. La dominazione si esprime e giustifica come inferiorizzazione: non si tratta più di stabilire l’arcaicità  di culture altre, per ridurle allo stato di minorità , attraverso guerre di conquista; più esattamente, si deve ora accoglierle come inferiori nei dispositivi di potere, per alimentarsene, replicandone la disfatta all’infinito, attraverso la pace che continua la guerra in funzione della vittoria. La vita è marchiata non nella prospettiva della morte, ma di un dolore inestinguibile, eterno quanto eterne possono qui essere l’esistenza e la sofferenza umane.

La vita marchiata è un tremendo simbolo di potere, quanto più l’apertura del Sé all’Altro è coattivamente capovolta in chiusura al mondo; quanto più l’esperienza della morte è diluita in una quotidianità  spoglia di slancio etico. La morte diventa irrappresentabile, proprio perché la vita è offesa e umiliata. L’estrema solitudine del morente è anticipata e quotidianizzata dall’estrema solitudine della vittima e del colpevole. Il potere ha ora un pieno controllo sul vivente e sul morente, tanto che vita e morte diventano difficilmente rappresentabili, se non si riesce a sfuggire all’esizialità  di questa spirale.

All’interno dei giochi di potere si è sempre tutti colpevoli, anche (o soprattutto) quando si è innocenti. La colpa attribuita all’innocenza rende impossibile il vivere e il morire nella piena dignità , come avviene nel Processo di Kafka [34]. Andando più al fondo, vita marchiata e colpa degli innocenti costituiscono due delle condizioni che più crudamente ci parlano dello scacco dell’etica contemporanea, ben al di là  delle pressioni castranti esercitate dalla storia e dalla politica [35].

Il marchio ora inciso sulla vita non è impresso con mezzi fisici, bensì da ordigni metagiuridici che fanno particolare ricorso agli strumenti del comunicare che, ben lungi dall’avvicinarle, distanziano tra di loro parole, soggettualità  e persone [36]. E sono i cristalli di questa distanza a predisporre la via di uscita definitiva dalla profondità  e nobiltà  della vita umana. Si è, così, eteroguidati verso l’ingresso nei mondi sfavillanti della menzogna comunicativa, dentro i quali il potere condanna a permanere. La comunicazione, in realtà , non inaugura il superamento euforico dell’alienazione; bensì ne segna l’approdo ipercomplessificato. Si afferma il dominio della simulazione, entro cui l’evacuazione estetizzante della vita è pilotata da strategie di potere che governano il dolore, anestetizzandolo. Alla vita ridotta a voce silente corrisponde un dolore afono. Il silenzio del dolore è il caleidoscopio narrativo che dovrebbe domare la resistenza e celebrare l’apoteosi del potere.

Il dolore dell’Altro è qui la fonte essenziale e inesauribile del potere. Allora, non lo sterminio massmediatico [37], ma il dolore silente dell’Altro è il delitto perfetto perpetrato dal potere comunicativo. Sterminare l’alterità  equivale a prosciugare le principali fonti di potere (gli “strumenti del comunicare”) che, invece, si rianimano proprio succhiando all’alterità  la sua infinita energia vitale, per farne un uso malevolo, attraverso fantasmagorie reprimenti e deprimenti. Soprattutto nell’epoca globalizzata, il potere cura le proprie metastasi, iniettandosi dosi crescenti di alterità , spogliandole della loro carica creativa e inibendo – da questo livello di profondità  – la possibilità  della metamorfosi.

I dominanti si annettono qui il potere di sovversione dell’alterità , per rigenerarsi e rigenerare la loro signoria sul mondo. La trasformazione del potere di sovversione in potere di conservazione è la strategia sublime dei dominanti della nostra epoca, i cui primi pallidi segnali sono stati lanciati, negli anni Ottanta, dalla “controrivoluzione reaganiana”. L’umanità  è stata fatta scorrere fino all’orlo della catastrofe permanente, la quale ha saturato i dispositivi di controllo di una neobarbarie sempre più sofisticata e rarefatta in termini di enunciati formali e sempre più immiserita e opprimente in termini di realtà . Al punto che il principio realtà  è predato, circonfuso e riallocato dal principio virtualità , il quale esibisce realisticamente il dolore come lo spettacolo supremo. E quanto più è sovvertita la carica liberatoria del dolore, tanto più la vita è marchiata, secondo linee di progressiva generalizzazione.

4. Il filo di speranza

Non si tratta di riconquistare il mondo umano perduto; ma di riacquistare l’umanità  che nel mondo perduto è stata esiliata. Per questo, occorre partire dalla vita marchiata, diventata il luogo/logo della neobarbarie. Occorre ridare voce al dolore, esplorandone tutta la dignità  sovversiva: strapparlo agli ingranaggi metacomunicativi del potere. La resistenza del dolore può rompere gli schemi di asservimento dei linguaggi al discorso, della parola alla chiacchiera, della vita alla simulazione. Vi riesce se, a sua volta, non si lascia catturare e predare dalle macchine metacomunicative che padroneggiano la realtà .

Si apre, allora, uno spazio che a priori è indecidibile. E che, per questo motivo, più che uno spazio politico, è uno spazio poetico, se con poesia intendiamo la restituzione alla vita della sua parola. Che la vita parli di sé – e non la poesia parli della vita – è la sfida politica estrema, di cui i poeti stessi non sempre sono consapevoli. In questo senso, come ben sapeva Alda Merini [38], diventa ancora più vero che: solo la poesia può salvarci. L’etica poetica e la poetica dell’etica si decentrano rispetto alla catastrofe morale che ha segnato a lutto il nostro tempo. Si rituffano nel magma della vita, di cui inseguono la via, la musica, le immagini, le parole e i silenzi. Ogni svolta puramente etica, del resto, soccombe sotto il titanismo dell’amoralismo diffuso che tiranneggia la società  civile e fa del sovrano globale il signore del tempo: finisce invariabilmente nelle fauci di quello che plasticamente Baudrillard ha definito nuovo ordine vittimale.

La vittimizzazione manda in cancrena le ferite. Cominciando con quelle delle vittime. Occorre aprire un varco nel suo tempo lineare e nella giustizia algida che le corrisponde. Sono necessari linguaggi che sappiano attraversare il dolore, restituendogli la vita vibrante che in esso è celata e ammutolita. Niente più della poesia che dà  parola alla vita buca la pienezza compatta dei discorsi vittimali e l’astuzia delle simulazioni comunicative. L’etica poetante riparte dalla vita messa in lutto dal marchio e la rende un principio attivo: un inizio e, insieme, un ritorno. La lingua poetica scampa al suo naufragio, nel punto preciso in cui aggira la barriera dell’esilio entro cui era stata confinata.

Solo la poesia può salvarci, perché solo la poesia non arretra davanti al dolore e non tace davanti al silenzio, cercandone le voci, non già  il senso. Vivere senza poesia è, forse, possibile; ma non è possibile vivere senza la voce poetica del dolore e del silenzio. Solo la poesia può salvarci, perché – come diceva Alda Merini – solo la poesia (quella degna di questo nome) non sta mai dalla parte dei forti. Dalla parte delle vittime, dunque. Dalla parte dei vinti e degli sconfitti, dunque. Dalla parte dei dominati, dunque. Ed è in questa sua impolicità  estrema che la poesia è supremamente politica. Cioè: dalla parte della felicità . Cioè: contraria a tutte le prese di partito.

Le lotte di resistenza che si muniscono di linguaggi poetici a favore della felicità  sono quelle che più e meglio possono sperare di inceppare i dispositivi di controllo del potere e ambire a fuoriuscire dai cicli di reversibilità  dei conflitti sociali. La resistenza che perfora il cerchio dell’eterno ritorno del potere si incammina sulla strada del superamento di se stessa: rompe la linearità  storica e immette elementi discontinui. Si intesse da qui il filo di speranza del cammino di una vera salvezza. E a salvarsi iniziano le vittime, i vinti, gli sconfitti e via via tutti i dominati. Ed è così che può vacillare l’ordine vittimale e con esso tutte le sue icone, sia quelle della guerra, sia quelle del dopoguerra.

(agosto 2010)

Note

[1] Sul legame di coappartenenza tra pace e guerra, sia permesso rinviare ad A. Chiocchi, Simbolica e globalizzazione. Stratificazioni concettuali e ossessioni dello spazio globale, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2005.

[2] Cfr. Ingeborg Bachmann, Il caso Franza, Milano, Adelphi, 1988.

[3] Cfr. F. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Torino, Einaudi, 2005.

[4] Di F. Dostoevskij, sul tema, si veda soprattutto: Delitto e castigo, Milano, Mondadori, 2005; I fratelli Karamazov, Torino, Einaudi, 2005; I dèmoni, Milano, Feltrinelli, 2009;L’Idiota, Milano, Garzanti, 2008.

[5] Cfr. F. Dostoevskij, Diario di uno scrittore, Milano, Bompiani, 2007.

[6] Cfr. F. Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, Roma, Newton Compton, 1995.

[7] Il discorso di potere come generatore di colpa è, come noto, uno dei temi della lezione inaugurale di Roland Barthes al corso di semiologia letteraria, tenuta il 7 gennaio del 1977 al Collège de France: cfr. M. Dotti, Frammenti di un discorso sedizioso, “il manifesto”, 26/03/2010. Quello del discorso di potere è un tema squisitamente foucaultiano, come si accennerà  più avanti.

[8] Per un più approfondito discorso su queste problematiche, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Dismisure. Poteri, conflitto, globalizzazione, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2002; Id., L’Altro e il dono. Del vivente e del morente, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2010.

[9] Cfr., soprattutto, Memorie dalla casa dei morti, cit.

[10] Cfr., soprattutto, Delitto e castigo, cit.; I fratelli Karamazov, cit.; L’Idiota, cit.; Memorie dalla casa dei morti, cit.

[11] Cfr., soprattutto, Delitto e castigo, cit.; I fratelli Karamazov, cit.; I dèmoni, cit.

[12] Il tema è più propriamente affrontato in A. Chiocchi, Carcere, giustizia e dono, “Dignitas”, n. 7, 2005.

[13] Di M. Foucault, sul punto, sono particolarmente rilevanti: L’ordine del discorso, Torino, Einaudi, 1972; La verità  e le forme giuridiche, in Archivio Foucault II, Milano, Feltrinelli, 1997. Tra le due opere, tuttavia, non mancano scostamenti e attriti; ma ciò rende l’analisi di Foucault ancora più interessante e penetrante.

[14] Cfr., sul punto, Microfisica del potere, Torino, 1977; Bisogna difendere la società , Milano, Feltrinelli, 1998. Per una puntuale disamina della critica foucaultiana alla polemologia di Clausewitz, cfr. M. Guareschi, Ribaltare Clausewitz. La guerra in Michel Foucault e Deleuze-Guattari, “Conflitti globali”, n. 1, 2003.

[15] «Mi si dirà  che non si può, di primo acchito, confondere rapporti di forza e relazione di guerra. È  vero. Ma io assumerò questo dato solo come un caso estremo, nella misura in cui la guerra può essere considerata come il punto di massima tensione, ovvero come manifestazione dei rapporti di forza allo stato puro» (Bisogna difendere la società , cit., p. 102). Più esattamente ancora: «Dietro l’ordine calmo delle subordinazioni, dietro lo Stato, dietro gli apparati dello stato, dietro le leggi, non è forse possibile avvertire e riscoprire una sorta di guerra primitiva e permanente?» (Ibidem, p. 46). Con un ulteriore ed esplicito riferimento a Clausewitz: «Se è vero che il potere politico arresta la guerra, fa regnare o tenta di far regnare una pace nella società  civile, non è affatto per sospendere gli effetti della guerra o per neutralizzare lo squilibrio che si è manifestato nella battaglia finale della guerra. potere politico, in questa ipotesi, ha infatti il ruolo di reinscrivere perpetuamente, attraverso una specie di guerra silenziosa, il rapporto di forze nelle istituzioni, nelle disuguaglianze economiche, nel linguaggio, fin nei corpi degli uni e degli altri. (…) Definire la politica come guerra continuata con altri mezzi significa che la politica è la sanzione e il mantenimento del disequilibrio delle forze manifestatosi nella guerra» (Ibidem, p. 23). Infine, con un nuovo richiamo al generale prussiano: «il capovolgimento della frase di Clausewitz vuol dire anche che, all’interno della “pace civile” ovvero in un sistema politico, le lotte politiche, gli scontri a proposito del potere, col potere, per il potere, le modificazioni dei rapporti di forza (con i relativi consolidamenti, rovesciamenti ecc.), non dovrebbero essere interpretati che come la prosecuzione della guerra. Andrebbero cioè decifrati come episodi, frammentazioni, spostamenti della guerra stessa. E in questo modo – quand’anche si scrivesse la storia della pace e delle sue istituzioni – non si scriverebbe mai nient’altro che la storia della guerra» (Ibidem, p. 23).

[16] Cfr. M. Foucault, Bisogna difendere la società ,  cit., p. 29 e pp. 88-89; Id., La volontà  di sapere, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 82-83.

[17] Cfr. M. Foucault, Poteri e strategie, “aut aut”, n. 164/1978, p. 28.

[18] «Bisogna anche dire, infine, che non si possono concepire le relazioni di potere come se si trattasse di una sorta di dominio brutale che assume la forma del “fai questo altrimenti ti uccido!”. Queste, per il potere, sono solo situazioni estreme. Di fatto, le relazioni di potere consistono in rapporti di forza, in affrontamenti, e sono pertanto sempre reversibili. Non esistono rapporti di potere che risultino del tutto trionfanti, senza residui, e il cui dominio sia pertanto insormontabile» [M. Foucault, Potere e sapere, in Il discorso, la storia, la verità . Interventi 1969-1984 ( a cura di M. Bertani), Torino, Einaudi, 2001, p. 202].

[19] Si rinvia, sul punto, all’Intervista ad Antonello Petrillo, I diritti umani: ovvero il discorso della guerra e i racconti della resistenza, in questo stesso numero della rivista.

[20] Per una più diffusa trattazione del tema, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Attraversamenti. Mondi della vita e vite del mondo, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1996.

[21] Per gli asserti teorici e politici di questo paradigma, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, L’etica tra pace e guerra, “Società  e conflitto”, n. 27/28, 2003.

[22] Cfr., sul punto, AA.VV., Rapporto sui diritti globali 2009 (a cura di S. Segio), Roma, Ediesse, 2009; segnatamente, il cap. 3.8: “Saperi e culture”.

[23] Sul tema, cfr. AA.VV., Rapporto sui diritti globali 2010 (a cura di S. Segio), Roma, Ediesse, 2010; segnatamente, il cap. 5: “I nuovi diritti umani”; si rinvia, del pari, ad A. Petrillo, I diritti umani: ovvero il discorso della guerra e i racconti della resistenza, cit. Originariamente, l’intervista è comparsa nel Rapporto sui diritti globali 2010, cit., pp. 1050-1059; successivamente, è stata pubblicata sulla rivista.

[24] Per la discussione dell’argomento, si rinvia ad A. Chiocchi, La guerra come regolatore universale, “Società  e conflitto”, n. 27/28, 2003.

[25] Sull’argomento, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Dismisure. Poteri, conflitto e globalizzazione, cit.

[26] Per una acuta critica della comunicazione quale affossatrice della verità , cfr. M. Perniola, Contro la comunicazione, Torino, Einaudi, 2004. Sulle verità  menzognere, invece, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Luce sepolta. La città  vivente, “Società  e conflitto”, n. 39/40, 2009.

[27] Il libro a cui si riferisce la Yourcenar è: I. Morris, La nobiltà  della sconfitta, Milano, Guanda, 1983. Le sue considerazioni si trovano nell’articolo La nobiltà  della sconfitta, presente in Il Tempo, grande scultore, Torino, Einaudi, 1985.

[28] M. Yourcenar, op. cit., rispettivamente p. 67 e p. 69.

[29] Ibidem, p. 74.

[30] «Si può pensare solo per immagini. Se vuoi fare il filosofo, scrivi un romanzo» (A. Camus, Taccuini, Milano, Bompiani, 2004, Libro I, p. 14).

[31] Cfr. A. Camus, Lo straniero, Milano, Bompiani, 2008.

[32] Cfr. F. Kafka, Nella colonia penale, in Tutti i racconti, vol. II, Milano, Mondadori, 1970. Per una densa disamina del posto occupato dal corpo nella storia della civiltà  occidentale, cfr. U. Galimberti, Il corpo, Milano, Feltrinelli, 1987.

[33] Per un’analisi degli spazi simbolici della globalizzazione, si rinvia ad A. Chiocchi, Simbolica e globalizzazione, cit.

[34] Cfr. F. Kafka, Il processo, Rimini, Guaraldi, 1995.

[35] Sulla “catastrofe” dell’etica contemporanea, cfr. A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Milano, Feltrinelli, 1988.

[36] Si rinvia alla esauriente critica di M. Perniola, Contro la comunicazione, cit. Qui, come si vede, siamo in una posizione polare rispetto all’utopia dell’estasi comunicativa formulata da M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 2008. Sugli effetti distanzianti e, insieme, implodenti della comunicazione ha, per primo, insistito J. Baudrillard: La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi, Milano, SugarCo, 1990; Parole chiave, Roma, Armando, 2002.

[37] Cfr. J. Baudrillard, Il delitto perfetto, Milano, Cortina, 1996. Nella posizione di Baudrillard, a dire il vero, non manca una lettura dell’azione vampirizzante esercitata dal potere nei confronti dell’alterità . Ecco, p. es., come si esprime in un articolo (Nessuna pietà  per Serajevo) comparso su “Liberation” il 6 gennaio 1994: «Sono loro che sono forti, siamo noi che siamo deboli, e che andiamo a cercare laggiù qualcosa con cui rigenerare la nostra debolezza e la nostra perdita di realtà . … Tutti questi “corridoi” che apriamo per spedire loro i nostri viveri e la nostra “cultura” sono in realtà  corridoi di miseria, attraverso cui importiamo le loro forze vive e l’energia della loro sventura. Scambio ancora una volta ineguale. Essi trovano nella disillusione radicale del reale e dei nostri princìpi politici una specie di secondo coraggio, quello di sopravvivere a quanto non ha senso – noi ci mettiamo a convincerli della “realtà ” della loro sofferenza, rendendola culturale, certamente teatralizzandola perché essa possa fungere da riferimento al teatro dei valori occidentali, di cui la solidarietà  fa parte» (Il delitto perfetto, cit., pp. 137, 138). Ed è qui che il giudizio di Baudrillard sull’umanitarismo occidentale diventa particolarmente sferzante, non esitando a definirlo «la vittimalità  ben assortita dei Diritti dell’uomo come unica ideologia funebre» (Ibidem, p. 139). Ancora più precisamente, in un altro importante testo: «Interi popoli si precipitano verso un obbiettivo “storico” di libertà  che non esiste più nella forma da loro sognata, verso una forma di rappresentazione  “democratica” che agonizza anchàessa da tempo sotto la speculazione (quella statistica, dei sondaggi, quella mediatica e dell’informazione). L’illusione democratica è universale, legata al grado zero dell’energia civile. Della libertà  resta solo l’illusione pubblicitaria cioè il grado zero dell’Idea, ed è questa illusione che regola il nostro regime liberale dei Diritti dell’uomo» (L’illusione della fine o lo sciopero degli eventi, Milano, Anabasi, 1993, pp. 53-54). Pregnantemente, in proposito, egli parla di “Nuovo Ordine Vittimale” (Il delitto perfetto, cit, pp. 135 ss.). Ed ecco anche delineate le linee di scorrimento di questo nuovo ordine: «Oggi occorre denunciare lo sfruttamento morale e sentimentale di esso [“dell’altro mondo”] – il cannibalismo caritativo è in fondo peggiore della violenza oppressiva. Estrazione e riciclaggio umanitario della miseria – l’equivalente dei giacimenti di petrolio e delle miniere d’oro. Estorsione dello spettacolo della miseria e contemporaneamente della nostra condiscendenza caritatevole: plusvalore mondiale di buoni sentimenti e di cattiva coscienza»  (L’illusione della fine, cit., p. 93).

[38] Per una lettura della poesia di Alda Merini procedente in questa direzione, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Di alcuni passaggi in Alda Merini, in questo stesso numero della rivista.

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Lettera a Camillo De Piaz https://www.micciacorta.it/2010/05/lettera-a-camillo-de-piaz/ https://www.micciacorta.it/2010/05/lettera-a-camillo-de-piaz/#respond Tue, 25 May 2010 15:09:54 +0000 http://localhost:8888/?p=45 Un militante delle Brigate rosse argomenta la consegna della propria arma nelle mani di padre Camillo De Piaz

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Carcere di San Vittore, Milano, agosto 1985

Caro Camillo[1], per quale ragione consegno a te e alle amiche e agli amici dei seminari quest'arma (un fucile d'assalto HK)? Potrei enumerare molti validi motivi, ma preferisco andare all'essenziale: siete venuti qui, a San Vittore, senza giudicare e senza chiedere nulla in cambio, fuori da ogni logica di potere. Siete venuti soprattutto per incontrare degli uomini e delle donne, e abbiamo lavorato insieme per superare le barriere tra carcere e società . In questo clima è stato facile, anzi naturale, parlare anche della storia passata: una storia chiusa, che però non intendiamo rimuovere. Superare la logica armata non deve condurre a esorcizzare ciò che è stato. Ma si può rifiutare la logica armata consegnando armi, cuore e cervello a chi detiene il monopolio della produzione e dell'uso delle armi? L'Italia è la quarta esportatrice di materiale bellico al mondo. Fucile più, fucile meno. Per questo, volutamente, l'arma è stata distrutta. Come ogni arma, era stata concepita per ferire o per uccidere. Consegnata funzionante, sarebbe rientrata nel circuito della morte: venduta all'asta o ceduta a qualche corpo speciale. Questo gesto può sembrare ingenuo. Forse è inutile distruggere un singolo simulacro del passato, in un mondo in cui i poteri si contendono l'archetipo delle armi e la ragion di Stato moltiplica quotidianamente fucili, missili e cannoni. Ma il problema etico rimane. Consegnare un'arma funzionante non mi sembra il modo più appropriato di significare la fine di unàesperienza e di una logica; soprattutto non mi sembra in sintonia con il percorso che abbiamo iniziato e che stiamo facendo. Per comprendere questo gesto, sarebbe sbagliato ricorrere a categorie che non hanno mai spiegato nulla: dissociato o irriducibile, ad esempio. Parole che sono state talmente caricate di significati da non avere più alcun senso. Parafrasando Giorgio Bocca, non ci sono esseri umani cattivi da far morire in galera ed esseri umani buoni da liberare. Esiste invece una storia da chiudere, non per dimenticarla, ma per riuscire finalmente ad affrontarla al di fuori delle contingenze e degli interessi di parte, giudiziari e di partito. Come, rare ma preziose eccezioni, avete fatto voi. Con affetto. Cecco Bellosi  
[1] Padre Camillo de Piaz, assieme a David Maria Turoldo, Carlo Feltrinelli, Sandro Antoniazzi e altri è stato tra i partecipanti e gli animatori di un ciclo di seminari di studio e approfondimento che si sono tenuti nelle due sezioni speciali del carcere di San Vittore tra il 1985 e 1986. A lui, l'autore di questa lettera, già  militante dell'Autonomia e, poi, delle BR-Walter Alasia, ha fatto recapitare, come gesto simbolico, uno dei fucili mitragliatori HK, utilizzati anche nell'evasione di Rovigo. Questa lettera ne esponeva i motivi.

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Storie di Potere Operaio https://www.micciacorta.it/2010/05/storie-di-potere-operaio/ https://www.micciacorta.it/2010/05/storie-di-potere-operaio/#respond Tue, 25 May 2010 14:33:16 +0000 http://localhost:8888/?p=49 Il racconto di Cecco Bellosi, dal libro "La generazione degli anni perduti", di Aldo Grandi

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Sono nato e cresciuto in un paese sul lago di Como, Colonno. Negli anni Sessanta era la piccola capitale di un faticoso lavoro di contrabbando di sigarette con la Svizzera. Molta gente viveva di quello. Quando andavo in giro e mi chiedevano di dove ero, e io rispondevo che ero di Colonno, il commento scontato diventava: “Ah, il paese dei contrabbandieri”. Trent'anni dopo, sarebbe diventato il titolo di un racconto che ho dedicato a quella gente. Mi sentivo in qualche modo in dovere. Quando ero piccolo, e nelle sere d'estate giocavamo sulla riva del lago, a una certa ora, e non faceva ancora buio, venivamo richiamati in casa. Noi, in quel momento, eravamo sempre bambini ubbidienti. Iniziava il rito del carico delle barche piene di bricolle verso l'altra parte del lago. Tutto il paese era all'erta, per segnalare la presenza di qualche burlanda, il nemico che vestiva la divisa della finanza. Da noi il gioco a guardie e ladri non poteva esistere perché nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe mai fatto la guardia. Quasi vent'anni dopo, due sbirri vestiti da pescatori ebbero la ventura di tampinare due ragazze del paese. In realtà , cercavano notizie su di me, che ero ricercato e latitante. Chiesero alle due ragazze se conoscevano il figlio del sindaco. E quelle: “Perché, il sindaco ha un figlio?”. In realtà  i figli erano due, in un paese che non ha mai superato i mille abitanti. Di Colonno mio padre è stato sindaco per oltre vent'anni, e ha abbandonato solo perché stanco e malato: era stato il padre nobile di quel paese un poà malandrino. Del resto, a ogni mia disavventura giudiziaria, i voti nei suoi confronti, invece di diminuire, aumentavano. Della sinistra socialista lombardiana, aveva la passione politica nel sangue. Mia madre era la segretaria della cooperativa, la casa del popolo, che ogni anno distribuiva i dividendi in vino e salamelle di maiale appena ucciso. Quasi tutte le sere venivano in casa il prete, don Biagio, un uomo di spessore e cultura, irrimediabilmente di destra, e il presidente della cooperativa, il Domenico, un falegname comunista di quelli che non ne nascono più. Tanto è vero che non era iscritto al PCI, ma allo PSIUP. E ogni volta la discussione politica era accanita. Io stavo ad ascoltarli appassionato. A sedici anni, per prendere un poà le distanze, mi iscrissi alla FGCI, ma non facevo vita di partito. Anche se ogni tanto mi esibivano come il ragazzo studioso e per bene. A 18 anni giocavo in una squadra di amici di scuola e di paesi. Alcuni di noi, come il Dino, che era stato una precoce promessa della Primavera del Como, o il Bebola, che aveva il calcio nel DNA, o il Tullio, le cui finte ubriacavano gli avversari, erano molto bravi. Altri, come me, meno. Ma eravamo un gruppo, prima che una squadra di calcio. E questa cosa la sentivano gli altri, quelli che giocavano per dovere o per soldi, e quelli che come folle da piccolo stadio venivano a vedere le partite. Eravamo diventati, malgrado noi, un piccolo mito. Dal nome provocatorio: ci chiamavamo Corea, come la squadra che aveva abbattuto la nazionale degli abatini azzurri, e dallo charme inatteso. Non lo sapevamo, ma eravamo diversi. E la diversità , in quel periodo, colpiva bene. Anche in provincia. Mi chiamavano affettuosamente Ho Chi Min. Il luogo di ritrovo era la piazza di Bolvedro, una frazione di Tremezzo. Una piazza vivace con presenze interessanti: i comunisti della sezione che stava in un buco d'angolo; i tifosi del Toro, che avevano proprio lì un nucleo duro; i figli dell'architetto Lingeri, uno dei padri del razionalismo; vecchi partigiani come Michele Moretti, il commissario Pietro della 52° Brigata Garibaldi che aveva partecipato alla fucilazione di Benito Mussolini; artisti decoratori come il Titti o il Barba, che sarebbe andato anche a Cuba a restaurare chiese; e noi, giovani curiosi. Poi, quando non mi perdevo fino a notte fonda nelle discussioni sui destini del mondo, càera qualche ragazza con cui approdare a qualche fugace pastrugno. Dopo l'invasione sovietica in Cecoslovacchia, entrai nella sezione del PCI strapiena per vedere come buttava il dibattito. I dirigenti provinciali volevano imporre la linea del partito. Ma loro, i tremezzini, non mollavano. Volevano costruire un muro attorno a tutta la Cecoslovacchia. Quella era la vera base del Partito: assolutamente passionale e intollerante. A scuola facevo il liceo scientifico Paolo Giovio, in quegli anni la scuola in, frequentata da molti ragazzi e poche ragazze della Como bene. In buona parte iscritti alla Giovane Italia, l'organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Ero quindi una mosca bianca. Ma non esistevano problemi: anche a quelli di destra piaceva Fabrizio De Andrè. La storia cominciò a cambiare a novembre del 1966, dopo l'alluvione di Firenze. Ci sono dei momenti in cui la spinta al volontariato è un dovere, altri in cui diventa naturale. Quando è così, vuol dire che nella società  càè fermento. A Firenze, nelle caldaie della stazione, pulimmo per un mese i volumi a stampa del à500 e del à600. A scuola ci diedero per dispersi, accelerando di brutto il programma. Al ritorno i professori ci trattarono come degli irresponsabili. E questo provocò la nostra ribellione. Da lì in poi, i tempi, che anche a noi giovani, tradizionalmente abituati alla velocità , sembravano fisiologici, sono precipitati in una dimensione vorticosa. Nell'inverno del à67, mi iscrissi all'università  Statale di Milano. A febbraio del à68 ci fu la prima occupazione. Era di Carnevale, votammo in mille, ma di notte rimanemmo in cinquanta. Nei mesi successivi, mi avvicinai a un gruppo emmeelle che spopolava in Statale: il PCDI (ML)-linea rossa. Ohibò. Entrai nell'Unione della gioventù e fui assegnato al glorioso nucleo vietcong, zona San Siro. Eravamo un bel gruppo di matti. A una manifestazione al consolato americano per protestare contro la guerra in Vietnam, dopo le prime cariche della polizia, cominciammo a tirare sassi, rimediati in un cantiere, contro i celerini. E furono scontri. Nei giorni successivi, il partito ci mise sotto inchiesta per deviazione avventurista e militarista. Di lì a qualche mese, alla fine di una manifestazione sindacale, su decisione del partito, andammo all'Assolombarda. Ci venne dietro un sacco di gente. E, davanti all'Assolombarda, partirono delle cariche violentissime da parte della polizia. La mia ragazza venne arrestata, io presi un bel poà di botte e altri compagni si ritrovarono decisamente malconci. Eravamo neri di rabbia. Noi saremo stati anche dei militaristi, ma loro erano delle emerite teste di cazzo. L'Unione della gioventù, e poco dopo il PCDI, implosero sciogliendosi. Non ne sentimmo proprio la mancanza. Nell'estate del 1969, con alcuni compagni reduci da quella poco esemplare esperienza, andai in Calabria. Eravamo mossi dalla curiosità  e dalla voglia di capire. Ci avevano detto che l'Unione dei Comunisti (marxisti leninisti), fondata da Aldo Brandirali, stava radicandosi con un lavoro efficace tra i contadini. Brandirali era un personaggio interessante, a fronte dei grigi burocrati che animavano i cadaveri degli altri gruppi m-l. Di rude origine operaia, era stato vicesegretario nazionale della FGCI, ai tempi di Achille Occhetto. Non era difficile credere a chi diceva che avesse molto più fascino. Tanto che sconfinò nel culto della personalità . A Vibo Valentia non trovammo i quadri dell'Unione nelle campagne con i contadini, ma rinchiusi in alcuni tuguri ammuffiti di sedi di partito. Ci fecero le solite prediche sulla linea giusta, salutammo con cortesia e ce ne andammo. Meglio il mare. Prima di congedarci però il giovane burocrate di cento anni ci aveva detto: “Noi siamo dei militanti comunisti, non dei banditi come quelli del movimento studentesco romano, Scalzone, Piperno…”. Quel termine, banditi, mi suonò decisamente attraente. E così, quando un compagno di Como trovato da quelle parti (nel 1969 tutto il movimento sembrava raccolto in Calabria) mi disse che càerano dei seminari interessanti sulle lotte autonome di primavera alla FIAT, trovai un buon motivo di curiosità  da soddisfare. Conobbi così Oreste, e la mia vita cambiò. Tra noi fu simpatia immediata, frequentazione intensa, arrivederci a settembre a Milano. Avevano infatti deciso di fondare Potere Operaio e di aprire l'intervento nella città  della nebbia e dei panettoni, dove la presenza degli operaisti era decisamente scarsa, ridotta a una piccola aristocratica cerchia di intellettuali. A Milano dominava il movimento studentesco di Capanna e Cafiero, una paccottiglia di stalinismo reale e di maoismo di maniera, mentre i loro antagonisti, quelli di Avanguardia operaia, affondavano le radici nella tradizione trotzkista. Cominciai una dura e affascinante educazione sentimentale davanti alle fabbriche. Autobianchi, Alfa Romeo, Pirelli Bicocca, Farmitalia, Face Standard, nomi in parte ancora vivi, in parte scomparsi con l'avvento del postfordismo. Si cominciava prima delle sei del mattino, per finire alle dieci di sera. Discussioni con gli operai in entrata e in uscita, volantini, capannelli. D'inverno, spesso accanto a dei fuochi accesi con le cassette della frutta. Neanche fossimo delle puttane. Si parlava di ritmi e di tempi di lavoro, di organizzazione delle lotte, di salario, di aumenti uguali per tutti. E, anche, di violenza operaia. I miei compagni valorizzavano le lotte autonome, insistevano sul concetto di operaio massa, affermavano il senso politico delle lotte. Mentre buona parte degli altri gruppi erano fermi ai contadini cinesi. Capivo che Toni Negri e gli altri avevano ragione, erano gli unici capaci di leggere quanto stava succedendo. Ma parlavano difficile e scrivevano come filosofi tedeschi. Feci non poca fatica per tradurre dentro di me quei linguaggi. A Como càera un gruppo di intellettuali, anche operai intellettuali: più grandi di me, avevano seguito e partecipato a tutta l'evoluzione dell'operaismo, dai Quaderni Rossi a Classe Operaia. Mi rifornirono di tutto quel materiale teorico, su cui passavo intere giornate. E, finalmente, la nebbia si diradò. Cazzo, la storia, la voglia di comunismo erano lì, nelle lotte per l'autonomia dell'operaio massa nella grande fabbrica e, poi, nella fabbrica diffusa. Quasi tutti fino ad allora avevano visto il comunismo come invidia di classe, i ricchi che dovevano diventare poveri; e i poveri che dovevano produrre trattori per altri poveri. Ad ascoltarli, gli emmeelle, il movimento studentesco, ma, poi, anche le Brigate Rosse avrebbero riempito l'Italia di trattori. Per coltivare anche il Cervino. Invece quelli di Potere Operaio e, in modo meno sfrontato, quelli di Lotta Continua, dicevano che gli operai dovevano avere salari alti, sempre più alti, la macchina per poter inquinare impunemente, la casa con l'affitto autoridotto. Tutta un'altra storia. La mia vita in quel periodo si divideva nella militanza tra la sede di Milano e quella di Como, l'università  solo per dare gli esami, qualche ritorno a casa a trovare i miei, a rivedere i vecchi amici, a uscire con qualche ragazza. Chissà  cosa pensavano di quella mia vita. Sempre di corsa, sempre con lo stesso eskimo poco innocente, qualche veloce panino. Perché la vita era ormai nelle lotte. E nelle manifestazioni, sempre più violente. Nel corso dell'autunno del 1969 presi tre denunce, tutte per gli stessi reati: violazione di domicilio, danneggiamento, oltraggio e resistenza. Era la dura legge dei picchetti, degli scontri di piazza e della caccia ai crumiri. Poi sarebbe arrivata l'amnistia. No, i nostri eskimo non erano innocenti prima di Piazza Fontana. Troppo facile e autoassolutorio attribuire alla strage la nostra torsione verso la violenza e le armi. La ricerca era già  in atto. Piazza Fontana fu però il corto circuito che accelerò la corsa in maniera vorticosa. Dandoci maledettamente ragione. Il 12 dicembre 1969 non fu tutto subito chiaro. Era come se ci fossimo allenati per il campionato di boxe dei pesi leggeri e ci fossimo trovati di fronte Mike Tyson. Vedemmo le stelle e per un poà fu notte fonda. Alla prima manifestazione per Pino Pinelli eravamo neanche in mille, nulla rispetto alle manifestazioni di solo qualche settimana prima. Lo choc era stato tremendo, per tutti. Nell'ombra agiva un drago. La verità  cominciò ad affiorare poco a poco, grazie alle campagne di controinformazione, anche quella di Lotta continua: la sua campagna non fu solo maniacalità  contro il commissario Calabresi, ma rivelò capacità  e tenacia nella ricerca delle cause e delle origini della strage. Quelle trame, più che nere, sembravano bianche, quindi più pericolose. “Agli italiani non far sapere quanto sono bianche le trame nere”, era uno slogan coniato dagli stessi fascisti. Non troppo infondato. O volevano fare un colpo di Stato o volevano cacciarci in clandestinità ; il che, per molti aspetti, era la stessa cosa. Nei giorni successivi a Piazza Fontana venni convocato dai vertici di Potere Operaio. Dicevano della possibilità  di spostare in Svizzera redazione e stampa del giornale: sapendo delle mie conoscenze nel mondo dei contrabbandieri, non volevano trovarsi impreparati di fronte alla necessità  dell'espatrio. Questo era il clima, per nulla paranoico. Unàunica marea nera lambiva le coste di Portogallo, Spagna e Grecia; in Francia la svolta gollista si presentava come autoritaria; in Turchia càera un regime militare. Nello scacchiere mediterraneo, solo l'Italia non era ancora allineata a quell'aria pesante. Ma sembrava solo questione di tempo. Le indagini su Piazza Fontana puntarono dritte verso gli anarchici, cercando però di coinvolgere altri ambienti della sinistra rivoluzionaria. In particolare, una persona che con la produzione di libri e pamphlet antimperialisti e filoguerriglieri, dava particolarmente fastidio: Gian Giacomo Feltrinelli. Lo volevano prendere a tutti i costi, anche se non vi era alcun indizio contro di lui. La sua foto campeggiava maliziosamente allusiva sui giornali. Il 30 dicembre mi chiamarono: càera un compagno da portare in Svizzera, ma non immaginavo minimamente chi potesse essere. La cosa si fece il primo dell'anno, di pomeriggio. Arrivarono al cimitero di Muronico, il primo paesino della Val d'Intelvi, alcuni dirigenti di Potere Operaio con un personaggio bardato come uno sciatore d'epoca e il passamontagna calato sulla fronte. Mi sembravano tutti nervosi. Noi eravamo in tre: io, il Cinto, un capo contrabbandiere mio amico che conosceva bene tutti i passaggi in Svizzera, e un altro compagno. Nei giorni precedenti avevamo deciso per un tragitto piuttosto facile, ma la neve caduta proprio in quelle ore ci costringeva a cambiare percorso. Saremmo passati da Lanzo, aggirando la dogana e scendendo in Val Mara. Lì avremmo trovato gli altri, che sarebbero entrati senza problemi da Chiasso. In Val Mara, oltre alla dogana svizzera, càerano soltanto un benzinaio e un'osteria. Dentro il locale, ormai al sicuro, davanti a una buona grappa ticinese, la persona che avevamo accompagnato si tolse il passamontagna. Ci salutammo alla stazione di Mendrisio, dove prese un treno per Zurigo. Sorridendomi, mi disse: “Ci rivedremo presto”. Era Gian Giacomo Feltrinelli. In realtà  il primo appuntamento con lui clandestino, militante dei GAP, fu dopo l'estate del 1970. Da allora, la frequentazione divenne intensa. Quando, dopo la sua morte, venne ritrovata la sua agenda, magistrati e poliziotti furono incuriositi da un nome che tornava spesso negli appuntamenti: Cocco Bill. Me lo aveva attribuito lui, con l'ironia di cui era capace: suonava come un anagramma del mio nome e cognome. Cocco Bill. Cecco Bellosi. Ma non arrivarono a me. Per tutta la prima parte del 1970 continuò la mia educazione politica ai cancelli delle fabbriche, ai coinvolgenti seminari su Marx tenuti alla Casa dello studente da Ferruccio Gambino e Giairo Daghini, persino con gli esami alla facoltà  di Filosofia, dove il programma un poà fuori dalle righe andava dai Manoscritti del 1844 fino ai Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica. Lungo tutta la traccia di sviluppo dell'eresia operaista. Cominciai però anche a occuparmi in maniera stabile del servizio d'ordine alle manifestazioni, il cui nucleo più consistente e affidabile era costituito dai compagni di Como. Nell'estate venne a Milano Valerio Morucci, per tenerci un breve corso intensivo sulla confezione delle bottiglie molotov a innesco chimico. Diventai un bravo allievo. Valerio era già  allora, di fatto, il capo militare di Potere Operaio, anche se non era stata ancora formalizzata la costituzione di Lavoro Illegale. Nel 1970 ci fu anche un tentativo demenziale di unificazione con il Manifesto, nel corso di un convegno tenuto non a caso in un circo. Non ho mai capito che cosa centrassimo noi con quei puristi comunisti snob, che non solo non si sarebbero mai sporcati le mani, ma non si sarebbero nemmeno mai macchiati l'abito bianco. Quel matrimonio innaturale durò lo spazio di un mattino, forse anche meno. Durante l'inverno si intensificarono i rapporti con i GAP e la corsa verso l'armamento: Gian Giacomo veniva spesso nella casa in cui abitavo, in via Buschi. Lo stesso stabile dove, anni dopo, venne trovata la tipografia milanese delle BR. L'appartamento era di un compagno ritenuto da tutti affidabile, intellettualmente preparato, anche se piuttosto pasticcione sul piano pratico: Carlo Fioroni. Alcune sue stranezze, come andare al lavoro con una vecchia Glisenti scarica nella borsa, ci sembravano soltanto come una forma esasperata di militanza. In realtà  gli anni successivi ci dissero che si trattava di una persona mentalmente disturbata. E infame. Per la sua responsabilità  nel sequestro e nella morte di un amico, Carlo Saronio, prima ancora che per il suo “pentimento”, che ha portato in carcere decine di persone. Spesso innocenti, anche se non è il mio caso. Carlo Saronio era un ragazzo di una dolcezza e di una timidezza inaudite. Alto e magro, lo chiamavamo con affetto “il salice piangente”, per la sua tendenza a incurvarsi e la tristezza che attraversava il suo sorriso. Ingegnere, apprezzato ricercatore dell'Istituto Mario Negri, apparteneva a una delle famiglie più ricche di Milano. Arrivato a Potere Operaio attraverso un suo vecchio compagno, aveva subito costruito un rapporto di amicizia con alcuni di noi. La sua ingenuità  appariva disarmante e strepitosa. L'unico vezzo alto borghese, in una semplicità  spartana, erano le automobili. Aveva una Porsche e un Giulia 1600 super. Una volta dovevo andare di fretta a Torino con la mia 500 per portare dei volantini a una manifestazione, ma mi lasciò a piedi. Lo chiamai, per chiedergli in prestito la macchina. Mi disse: “Se hai fretta, ti conviene prendere la Porsche, va più forte”. Gli chiesi se avesse idea di che cosa voleva dire presentarmi a una manifestazione di comunisti incazzati con un'auto del genere: una brutta fine per la macchina e per chi ci stava dentro. Andai così con il Giulia, che non era comunque il massimo per l'occasione, provando l'ebbrezza di una velocità  folle con la scusa di arrivare in tempo. Al ritorno, feci una strada provinciale: provando una ripresa, sbandai sulla ghiaia ai lati, andando a finire in mezzo ai tavoli di una trattoria imbandita per un matrimonio. Per fortuna, senza danni per nessuno. Una sera d'inverno, con Oreste, vedemmo prima Gian Giacomo e poi Carlo Saronio. Terminate le due riunioni, dovevamo prendere l'ultimo tram. Il biglietto costava 75 lire. Frugando nelle tasche, riuscimmo a mettere insieme 120 lire: non avevamo nemmeno i soldi per salire. Oreste mi guardò e disse: “Ti rendi conto? Siamo stati finora con due delle persone più ricche di Milano, forse d'Italia, e dobbiamo fare la colletta per il biglietto del tram. Ma non mi cambierei con nessuno dei due: sono troppo tristi”. Già , l'infelicità  di una ricchezza vissuta come un macigno da portare sulle spalle. E un prezzo pesantissimo da pagare, con una morte drammatica. Così diversi, così uguali. Con i GAP il rapporto stava diventando sempre più intenso, forse troppo. Portammo dalla Svizzera gli apparecchi tedeschi che avrebbero permesso le trasmissioni di Radio GAP, una nuova, grande intuizione di Feltrinelli. Sei anni prima delle radio libere. Dieci anni prima di Silvio Berlusconi: per la rivoluzione, non per le proprie tasche. Diffondevamo i volantini degli attacchi ai cantieri del lavoro nero. Poi Gian Giacomo mi chiese di portar fuori due fucili mitragliatori. A questi livelli non potevo più ragionare con il Cinto. Sicuramente un amico, ma non potevo coinvolgerlo in queste storie. In quel periodo avevo conosciuto un personaggio interessante, Silvano: frequentava lo PSIUP, ma non perdeva occasione per chiedermi di rendersi attivo. In quel periodo càera un silenzio che parlava. Nella sua vita aveva fatto, in modo molto personale e riservato, il contrabbandiere. Poi aveva aperto uno studio di disegni per tessuti. Silvano, che da allora sarebbe diventato Siro, conosceva una precisione maniacale. Acquistò, e fece acquistare ad altri compagni, la NSU Prinz (con me non ci riuscì, era troppo brutta), funzionale ai nostri scopi. Smontando i fanali posteriori, ci stava un fucile. Ma non un M16. Erano i fucili mitragliatori usati dagli americani in Vietnam: troppo lunghi, e non riuscivamo a smontarli. Alla fine, facemmo l'unica cosa che non andava fatta. Uscire con i due M16 sotto il sedile. Ci andò bene. Non potevamo deludere Gian Giacomo, che ci aspettava in viale Sarca, a Milano. Arrivammo disinvolti: il sudore del passaggio ce lo eravamo tolto lungo la strada. Nell'estate del 1971 andammo a Saint Vincent: prima un gruppo di romani, poi noi di Milano. Gian Giacomo ci aveva affidato un'inchiesta per studiare la possibilità  di una rapina al Casinò. Ai romani toccò ovviamente la ricognizione interna, con divertimento annesso; a noi quella esterna con levatacce prima dell'alba e ore e ore passate con i binocoli su una collina per cogliere i momenti di passaggio del denaro. Capimmo tempi e modi dei movimenti, preparai una relazione dettagliata. Al ritorno a Milano dopo l'estate, incontrai di nuovo Gian Giacomo. Venne all'appuntamento con due libri sui Tupamaros, il gruppo guerrigliero uruguagio, e una bottiglia di grande rum cubano. Apprezzò la meticolosità  della relazione (compreso il rendiconto delle spese), mostrando scetticismo sulla fattibilità  dell'azione. Ma questo si sapeva anche prima: la valle d'Aosta ha una sola entrata e una sola uscita. Come sempre in questi casi, il problema è la via di fuga. Ebbi netta l'impressione che ci aveva solo voluto sperimentare. Quella sera andammo avanti a parlare (e a bere rum) fino a notte inoltrata: Gian Giacomo mi raccontò della sua vita, dei suoi desideri, dei suoi affetti, delle sue speranze. Eà il ricordo più bello che ho di lui. In autunno ci fu anche il convegno nazionale di Potere Operaio a Roma, che definì in modo esagerato e ridondante il tema dell'insurrezione. Fu una battaglia contro la destra di Potere Operaio, gli operaisti classici, messi in netta minoranza. Ma profetici; sia chi se ne andò: Franco Piro disse che saremmo diventati clandestini alle masse e noti alla polizia; sia chi non se ne andò: Alberto Magnaghi ci prospettò un futuro di galera. Cosa che sarebbe toccata anche a lui, nonostante fosse il più innocente di tutti, sempre impegnato a combattere ogni forma di militarizzazione della politica. Potenza dei pentiti e dei loro burattinai. Quando lo trovai in carcere, mi venne spontanea la battuta : “Ma tu che cosa ci fai qui?”. Noi, nel 1971, eravamo già  oltre. Ogni intervento di minoranza veniva sommerso dal grido “Tupa, tupa, tupa, Tupamaros”. Al di là  del folclore, nei sotterranei del convegno, venne formalizzata la nascita di Lavoro Illegale. Segretario nazionale di Potere Operaio venne eletto (più che eletto, proclamato) Franco Piperno. A capo di Lavoro Illegale venne messo ovviamente Valerio Morucci. I romani avevano quindi in mano tutta l'organizzazione. E questo a Toni e ai veneti non poteva piacere più di tanto. In particolare, cominciò quasi subito ad andare in fibrillazione la sede di Milano, dove erano presenti Scalzone e il nostro gruppo allineato con la segreteria nazionale da una parte e Toni Negri e un gruppo di rete operaia e di militanti padovani dall'altra. A Siro e a me venne affidato il compito di costruire LI sull'asse Milano-Como-Svizzera. La rete dei compagni svizzeri, fino ad allora più che altro tifosi delle lotte in Italia, assunse un valore importante, per il reperimento e il passaggio delle armi e l'accoglienza dei ricercati. Ma all'inizio facemmo da soli. Nel principato del Liechtenstein le armi di tutti i tipi e, posto unico in Europa, anche pistole e revolver, erano in libera vendita. All'ingresso di Vaduz, un cartello con la scritta “Waffen und munitionen” e un'armeria accoglievano strani turisti: arrivavano tutti i brutti ceffi d'Europa, soprattutto il sabato. Noi andavamo ovviamente in altri giorni. La prima volta, a bordo di due NSU Prinz. C'era anche Valerio: comprammo delle Walther Ppk. La vendita era libera, ma solo per un'arma a testa al giorno e dietro presentazione di un documento di identità . Ovviamente falso. Le carte di identità  che avevamo erano di due tipi: rubate o comprate alla Bersagliera, un'osteria in piazza Tirana a Milano, al Giambellino. La Bersagliera era frequentata dai compagni del Luglio à60, un consistente gruppo di quartiere uscito dal PCI su posizioni decisamente di sinistra, ma anche da altri personaggi interessanti. Una Milano trasversale in cui convivevano senza problemi compagni, vecchi pensionati, giovani estremisti, giocatori di bocce, giocatori di dadi, malavita di popolo. Proprio come il Cerutti Gino di Giorgio Gaber. Uno che stazionava sempre lì, quando non stava a San Vittore, veniva chiamato il “Bumba”: vendeva di tutto, con un prezziario fisso e, a suo modo, onesto. Cinquantamila lire per una carta di identità  (ma duecentomila per dieci), un milione per un passaporto, centomila lire per un motorino senza libretto, centocinquantamila per un motorino con libretto. Tutte cose che a noi interessavano. Ma ci volevano soldi. E un conto era fare la rivoluzione, un conto diventare dei ladri. Quella fu la prima linea di discrimine tra chi riusciva a forzare il proprio super-io, e chi si fermava sulla soglia. Molti compagni del servizio d'ordine si arrestarono lì, senza passare a LI. Dopo, a lavarci le coscienze, in molti abbiamo detto che da un certo punto in avanti la lotta armata è stata una scelta obbligata. No, è sempre stata, sin dagli inizi, una libera scelta: semplicemente càè chi si è fermato dopo una molotov, e chi non si è fermato neanche con in mano un bazooka. Trovammo i nuovi compagni per il Lavoro Illegale: alcuni ex studenti di un Istituto tecnico industriale di Como, alcuni operai incazzati, tre compagne, un giovane ladro anarchico. Che ci insegnò i trucchi del mestiere, dall'uso degli spadini al modo per entrare nelle ville abbandonate. Eravamo in piena fase di addestramento. A sparare andavamo in una miniera abbandonata in Val di Scalve, nella Bergamasca, in Valsassina, in una grotta sopra Tremezzo. A dire come erano i tempi, quando in fila indiana salivamo in quella grotta, i ragazzi del posto che incontravamo ci schiacciavano l'occhio complici. A mantenere i rapporti con il centro, io e Siro. In particolare, gestivo carte di identità  e patenti: negli anni successivi, sarebbero emigrate anche verso la RAF e l'ETA. Una volta mi trovai di fronte a una ben strana richiesta: Oreste voleva una patente falsa, ma suo nome. Ero molto avaro nell'erogazione, ma quando Oreste si fissava su una cosa, diventava difficile non accontentarlo. Anche perché si faceva ossessivo. Cedetti quindi alle sue insistenze. Dopo un poà di tempo venne fermato dai vigili perché, naturalmente, era passato a un semaforo rosso. I vigili si insospettirono: Oreste ha sempre portato degli occhiali da piccola talpa, e sulla patente non risultava l'obbligo di lenti durante la guida. Semplicemente, mi ero dimenticato di mettere quel timbro. Fermato, venne processato e rilasciato. Non avevano mai visto nessuno con una patente falsa a suo nome. La cosa sembrava demenziale. Sembrava, perché Scalzone avrebbe dovuto presentarsi una decina di volte all'esame per la patente e non l'aveva mai fatto. Non poteva più raccontare bugie in famiglia. In quel periodo ci imbattemmo anche in due grane politiche, una fastidiosa e una piuttosto grave. Quella fastidiosa riguardava la sede di Como. Con oltre cento militanti, era una sede grossa, relativamente alle dimensioni della città . Aveva diritto quindi a un segretario di sezione. Alcuni compagni della “destra” storica candidarono uno di loro, con l'idea di metterci sotto controllo: non amavano i nostri strani movimenti e non sapevano che erano legittimati dall'alto. A quel punto, consapevole comunque di avere la maggioranza con me, proposi come candidato un compagno che proveniva dal vecchio gruppo operaista, ma che ci guardava con simpatia. Cesare venne quindi eletto, e non ci chiese mai nulla. Soprattutto da dove venissero i soldi per pagare l'affitto della sede. Però, da uomo navigato comàera, con noi si divertiva. La seconda grana era decisamente più insidiosa. I nostri rapporti con i GAP, e in particolare con Gian Giacomo, diventarono sempre più stretti e intensi, al punto che anche noi non capivamo più bene se eravamo militanti di LI, dei GAP, o di una federazione tra le due strutture. A Milano, nella zona di Porta Romana, provammo una trasmissione di radio GAP, vista in pochi isolati per un difetto dell'antenna montata su una macchina che girava per il quartiere. Il telegiornale veniva interrotto dal suono dell'Internazionale e poi dalla voce di una nostra compagna che raccontava degli atti di sabotaggio contro il lavoro nero condotti dalla brigata Valentino Canossi, un operaio morto in cantiere in un incidente sul lavoro. Rispetto alle nostre prime timide azioni di esproprio, Gian Giacomo si mostrava critico, preferendo dare un piccolo salario ad alcuni di noi; anche questo, oltre all'ospitalità  in alcune sue basi, finiva per caratterizzarci come militanti dei GAP. Un giorno decise di mandare Siro a Praga. Doveva presentarsi al consolato cecoslovacco di Zurigo con un passaporto falso per il visto: poi sarebbe andato in aereo nella capitale cecoslovacca, dove un compagno lo avrebbe accolto per discutere di una fornitura di armi. Siro, oltre a essere meticoloso, era anche molto sospettoso. Aveva esaminato il passaporto a lungo, senza trovare nulla di strano; non solo, al passaggio di frontiera, lo mostrò ai doganieri svizzeri: anche loro non obiettarono nulla. Il passaporto sembrava proprio privo di difetti. Sembrava. Perché al consolato ceco gli fecero notare che era falso. Non aggiunsero altro e lo lasciarono andare, ma non gli misero il visto. Questo a dire che i rapporti con i Paesi dell'Est erano molto più deboli e fragili dei ricami che vi sono stati costruiti sopra. E, molto probabilmente, di tipo informale. Al ritorno di Siro, Gian Giacomo abbozzò, dicendo che la cosa era solo rinviata. Ma non se ne fece più nulla. Questi, e altri episodi, portarono il compagno Saetta a rispondere con una dura lettera di chiarificazione su chi era militante di chi a Gian Giacomo, che gli aveva scritto proponendo un'unità  su tutti i fronti tra le due organizzazioni. Le cose continuarono come prima. Il 12 dicembre 1971 a Milano doveva essere una giornata tosta. La sede di PO di Milano intendeva radicalizzare le forme di lotta metropolitana, in accordo con altri gruppi della sinistra extraparlamentare. Guerriglia voleva dire allora l'uso di bottiglie incendiarie, di tante molotov: l'ordine era di prepararne 250, più un certo numero di Lilly, le molotov a tempo da disseminare sotto le auto del nemico. I nuclei di Lavoro Illegale dovevano chiamarsi fuori, tenersi al riparo: movimento clandestino e movimento di massa cominciavano a separarsi. Me ne andai quindi qualche giorno sul lago. Ma il 10 dicembre mi chiamarono per dirmi di rientrare. A Milano non c'era nessuno dei nostri capace di costruire le molotov a innesco chimico. Questa fu la giustificazione ufficiale. Non ho mai capito se fosse vera o una versione di copertura a un dissidio interno che cominciava a prendere corpo: la linea di Toni e dei padovani che si muoveva verso la guerriglia diffusa a bassa intensità  contro la linea di Piperno, Scalzone e dei romani che si era formalizzata nel doppio livello di partito, quello politico e quello militare. Io ero ormai saldamente dentro il livello militare, ma quella volta venni messo in mezzo. E Franco, dopo, si incazzò di brutto. Scesi a Milano con quattro compagni del servizio d'ordine. Ci fermammo in una farmacia industriale a comprare una damigiana di acido solforico, dieci taniche di benzina a un distributore, una ventina di chili di zucchero e uno scaffale di barattoli di diserbante in un consorzio agrario. Il furgone su cui viaggiavamo era diventato una specie di autobomba, fortunatamente senza innesco. Prima di salire nell'appartamento che ci era stato messo a disposizione in via Galilei, dovevamo fare l'ultima sosta per l'acquisto meno amato. I preservativi. Provavamo tutti una maledetta vergogna, anche perché avevamo deciso di acquistarne uno stock consistente, da conservare per azioni future. Una brutta figura, pur corposa, era pur sempre meglio di dieci brutte figure, sia pure minori. L'innesco delle molotov chimiche sta nell'incontro tra la miscela di clorato (contenuto nel diserbante) e zucchero da una parte e l'acido dall'altra, che dà  fuoco alla benzina; ma, nel caso delle Lilly, è necessario che l'acido solforico, racchiuso in un preservativo, abbia alcuni minuti per corroderlo prima di incontrare il clorato e lo zucchero. Dopo una lunga discussione in cui ognuno di noi aveva accampato dei validi motivi per sottrarsi al compito, toccò a me entrare in una farmacia del centro di Milano. “Sei tu il capo”, fu la bieca giustificazione. La farmacia era piena di gente, mi lasciai gentilmente superare anche da chi era arrivato dopo di me. Probabilmente sarei rimasto fino alla chiusura: fu il farmacista, forse preoccupato, a chiedermi che cosa volevo. Con un tono di voce bassissimo e tra alcuni mugugni, mi uscì un confuso: “Vorrei cento preservativi”. “Cosa?”, disse il farmacista tra il sordo e l'incredulo. Al che, come scosso da un riflesso condizionato, dissi veloce, ma forte: “Sì, cento preservativi”. “La madonna, vuole scopare tutta Milano?” fu l'inevitabile battuta del farmacista. La gente rise di gusto. Completamente disorientato, aggravai la situazione con un demenziale: “Mica mi servono per scopare”. “E allora scusi, per fare che cosa, le bolle?”. “Sì, mi servono per fare le bolle”, risposi incazzato. Pagai e uscii. Inutile dire che da allora non ho più acquistato un preservativo, e non perché quelli ci sono avanzati. Lavorammo come matti tutto il giorno, respirando benzina a pieni polmoni. A darci una mano era arrivato un compagno di Roma. Per le sei di sera, era sabato 11 dicembre, tutto doveva trovarsi pronto per essere caricato sulle macchine dei compagni che arrivavano da fuori Milano. La manifestazione infatti era nazionale. Alle otto di sera non si era visto ancora nessuno. Sintonizzati sulle radio della polizia, sapevamo che i controlli all'uscita dell'autostrada si stavano rivelando lunghi e minuziosi. Ma più passava il tempo, più il trasbordo diventava un azzardo e noi nervosi: se qualcuno ti vedeva caricare degli scatoloni in piena notte, non pensava a un trasloco, ma a dei ladri. A un certo punto mi passò per la testa di rinviare tutto alla mattina, ma la zona attorno a piazzale Loreto, da dove doveva partire la manifestazione, sarebbe già  stata piena di carabinieri e poliziotti. Si aspettavano il casino. I compagni arrivarono a mezzanotte. Dopo averli riforniti, uscii per ultimo dall'appartamento con uno del gruppo di Como per spostare una macchina già  carica di bottiglie. Mentre scendevamo le scale, un nugolo di poliziotti, salendo di corsa, quasi ci travolse. Incredibilmente, non ci fermarono. D'accordo, avevamo tutti e due l'aria da bravi ragazzi e cercammo di mantenerci calmi. Appena in strada, vedemmo dei compagni che scappavano. Spostai la macchina; poi, con l'altro compagno, andammo in sede. Nella notte ci fu una riunione piuttosto burrascosa, gli avvocati sostenevano che gli arrestati rischiavano di rimanere in galera vent'anni. Nell'appartamento, oltre ai nostri, c'erano due o tre persone che avevano come unica colpa di essere amici del padrone di casa. Tutti davano per scontato che se la sarebbero cantata, per cui ci fu imposto di darci alla latitanza. Invece quei ragazzi si comportarono in modo esemplare: nessuno di loro disse nulla. E, dopo due mesi, uscirono tutti. Ma qualche traccia di me in giro era rimasta. Vicino alla casa avevano trovato la mia macchina: non potevo spostarne due, avevo preso quella più pericolosa. Sulla mia non c'era nulla, tranne qualche innocente volantino di Potere Operaio. Per cui fui inquisito. E prosciolto. Ma anche un poà bruciato. Noi del Lavoro Illegale avremmo dovuto mimetizzarci, non esporci. Riparai in Svizzera per qualche settimana. Vennero i compagni a trovarmi. Un giorno arrivò Gian Giacomo. Non era incazzato, ma non aveva gradito. Mi portò, come regalo di Natale, il Manuale del piccolo chimico. “Così avrai la possibilità  di esercitarti”: una palese presa per il culo. Decidemmo di comune accordo che, al ritorno in Italia, avrei continuato per qualche mese a occuparmi di servizi d'ordine, anche per vedere in azione dei compagni in grado di passare al lavoro coperto, attivandomi però in una inchiesta che avrebbe dovuto portare al sequestro di un dirigente di fabbrica. Una volta rientrato, ripresi a essere attivo. Anche se, per precauzione, dormivo un poà qui e un po' là , salvo la sera settimanale dell'incontro con Gian Giacomo: allora tornavo in via Buschi. Il personaggio da sequestrare era un alto dirigente dell'Autobianchi di Desio, una fabbrica in cui all'epoca un consistente numero di operai agiva scioperi a gatto selvaggio contro le ristrutturazioni in atto e dove avevamo un intervento aperto; cominciammo a progettare inoltre delle azioni di sabotaggio all'Alfa Romeo, dove pure erano in corso delle lotte autonome. Furono portate a termine due azioni di sabotaggio all'Alfa, con il sigillo dei binari per i treni in uscita e l'incendio di alcune auto in partenza per i mercati. La logica appariva ineccepibile nella sua semplicità : se càè un problema di sovrapproduzione, basta distruggere il prodotto finito. Il feticcio della merce, come avrebbe detto quel vecchio neoluddista di Gianfranco Faina. Il sequestro invece richiedeva un'organizzazione più complessa. Gian Giacomo acquistò un pulmino Volkswagen da attrezzare come piccola casa viaggiante: non esistevano ancora i camper. Ma doveva avere anche un doppiofondo che consentisse di trasportare un uomo rannicchiato su se stesso. Con Siro, portammo il pulmino in una carrozzeria vicino a Como che trasformava le macchine per i contrabbandieri: fecero un buon lavoro. Nessuna modifica visibile, ma un lavoro di fino, che portò come unica conseguenza una forte diminuzione delle capacità  del serbatoio: bisognava continuamente fare benzina. Strano che nessuno, dopo, se ne sia mai accorto. Il pulmino era quello abbandonato a Segrate dopo la morte di Gian Giacomo. I due compagni che lo avevano accompagnato lasciarono lì non solo il pulmino, ma anche ogni idea futura di lotta armata: l'esplosione era stata devastante anche per loro. Le carte ritrovate portarono tuttavia all'identificazione di parte della struttura. Incredibilmente, Carlo Fioroni aveva stipulato il contratto di assicurazione attraverso un suo collega di lavoro. Il bollo invece, risultò pagato alle Poste di Como: il lavoro di modifica in carrozzeria aveva richiesto più tempo del previsto, per cui, al momento del ritiro, il bollo risultava scaduto. Ma chi aveva compilato il modulo aveva firmato con un nome falso. Per cui le indagini finirono lì. Il tardo inverno del 1972 fu particolarmente movimentato. Le Brigate Rosse fecero il primo sequestro volante, quello del dirigente della Sit Siemens Hidalgo Macchiarini. L'11 marzo ci fu la manifestazione per la quale, oltre dieci anni dopo, venni condannato al processo 7 aprile. Quel giorno Giorgio Almirante venne a parlare a Milano in Largo Cairoli e, a tutta la sinistra extraparlamentare, parve una provocazione. Ormai era diventato fin troppo chiaro il coinvolgimento dei neofascisti, anche se non quelli ufficiali del MSI, nella strage di Piazza Fontana. Per cui decidemmo di attaccare il comizio. Ma, dato che per noi l'antifascismo militante era una battaglia necessaria ma di retroguardia, mettemmo in agenda anche un assalto con le molotov al Corriere della Sera, che, sotto la direzione di Spadolini, aveva assunto una posizione particolarmente favorevole alla repressione delle lotte, e a una concessionaria della Renault come azione di protesta contro l'uccisione di un operaio, Pierre Overnay, a opera di un guardiano della fabbrica. A evitare la ripetizione dell'11 dicembre, ciascuno dei militanti del servizio d'ordine (una cinquantina) arrivò alla manifestazione con almeno due bottiglie addosso: da responsabile, ed esagerato, ne avevo quattro. Due compagni vestiti elegantemente, muovendosi per la città  in taxi, avrebbero dovuto portarci altre due borse durante il percorso, ma non ci riuscirono. Ci attardammo negli scontri con la polizia in via Cusani: Oreste, che si era fatto prendere dalla situazione, voleva rimanere lì. Io, temendo una manovra a tenaglia della polizia, volevo invece portare a termine il programma. Gli dovetti dare uno schiaffo, e finalmente ubbidì. Era il mio capo politico, ma quel giorno la responsabilità  toccava a me. Andammo verso via Solferino, seguiti dal servizio d'ordine di Lotta Continua. C'erano rimaste poche bottiglie. Le tirammo, salvo una, contro il Corriere, dove i poliziotti di guardia erano scappati. Il giorno dopo, quando vidi le foto impressionanti della facciata del giornale in fiamme, fui attraversato da un sentimento ambivalente: di orgoglio e di disgusto. Volevamo più libertà , ma allo stesso tempo volevamo distruggere quella degli altri. Sensazione di un attimo, perché allora non càera tempo per ragionamenti che potevano apparire chiacchiere da sofisti. Andammo quindi alla Renault dove, non so per quale ragione, càera in esposizione una Ferrari. Con Mimmo, ci litigammo l'ultima molotov. A quel punto, insieme ai dirigenti di piazza di LC, prendemmo una decisione avventata: rientrare verso Largo Cairoli, per continuare a partecipare agli scontri. Arrivati in piazza San Simpliciano, rimanemmo imbottigliati. Chi di bottiglia ferisce… C'era una sola possibilità  per uscire dalla morsa: sfondare con una controcarica il gruppo di celerini che aveva occupato la piazza sul lato di corso Garibaldi. Non avevamo però idea di quanti fossero. Una buona parte di quelli di Lotta Continua cominciò a sperare in Dio. In senso letterale. Entrarono in chiesa, convinti che fosse un luogo inviolabile come nel Medio Evo. Li arrestarono tutti. Noi, mossi dalla forza della disperazione, ci avventammo contro il cordone dei poliziotti che, colti di sorpresa, aprirono un varco. In corso Garibaldi c'era il cantiere del Teatro Fossati in lenta ristrutturazione: lo attraversammo, arrivando in via Legnano. Completamente sgombra. Nessuno dei nostri era stato preso. Prima di scioglierci ci trovammo in un giardinetto, vicino alla FIAT di Corso Sempione. Giunsero anche i due compagni che avevano cercato di riunirsi a noi per tutto il pomeriggio, con una borsa di molotov residue. La tentazione era forte, la FIAT era lì, a due passi. Ma la giornata era finita. Con un morto, Giuseppe Tavecchio, un pensionato ucciso da un candelotto lacrimogeno della polizia, decine di feriti, centinaia di arresti. Per noi era stata comunque una grande giornata di lotta. Presi la borsa e, con alcuni compagni, tornai a Como. Nel tragitto, rovesciammo il contenuto delle bottiglie in una roggia. Tanto non avremmo aumentato l'inquinamento: di pesci non ce n'erano già  più da un pezzo. Arrivati in città , andammo in trattoria, al Gerbett, finalmente rilassati. Tutto sembrava a posto: avevamo portato a termine il programma di lotta della giornata, nessuno di noi era stato preso, i compagni che avevo contattato per LI si erano mossi decisamente bene, in assoluta sintonia. Mi rimaneva il dubbio sulla fine della seconda borsa, ma il ragazzo che se l'era scarrozzata per mezza Milano, mi aveva assicurato di averla svuotata in un canale. Invece. Invece l'aveva portata a casa di due compagni ignari del contenuto. Voleva, con altri, utilizzare le bottiglie il giorno dopo contro alcune sedi del MSI. In completa e sconsiderata autonomia. Sembra strano, ma allora c'era la corsa per entrare nelle strutture di Lavoro Illegale. I loro adepti apparivano ad altri giovani militanti come una élite. E questo scatenava tentativi di emulazione. A Roma questa inquieta, a volte inquietante, dinamica portò al dramma della famiglia Mattei, con due fratelli morti nell'incendio appiccato al loro appartamento da un piccolo gruppo di apprendisti stregoni. A Milano non fu una tragedia, ma saltò per aria un appartamento, a causa di una crepa in una bottiglia. E due persone senza alcuna colpa finirono in carcere. Certo, gli apprendisti impropri ci avevano messo del loro, in termini di stupidità  e di avventurismo: ma loro erano i drogati. E noi i pusher. Perché noi eravamo comunque contenti dell'ampiezza della domanda. Nei giorni immediatamente successivi all'11 marzo si sparse la voce dell'emissione di numerosi mandati di cattura nei confronti di esponenti della sinistra extraparlamentare. Per Potere Operaio si parlava a mezza voce di Oreste e di me. Andammo, per modo di dire, latitanti. Stavamo in una casa in via Solferino, a cento metri dalla casa di Oreste. Il mattino del 16 marzo uscimmo a prendere il giornale. Il “Corriere della Sera” titolava su un terrorista trovato morto accanto a un traliccio. Accanto, una foto un po' sbiadita da carta di identità , con il nome di Vincenzo Maggioni. Ci voltammo, girando l'angolo senza dire una parola. Appena dentro casa, cominciammo a piangere un pianto di dolore e spaesamento. Non potevano esserci dubbi: era Gian Giacomo. Senza di lui, niente sarebbe rimasto uguale. Ma, da quasi subito, dovevamo muoverci. Prima di tutto per capire cosa fosse realmente successo, anche se sapevamo che era in azione. Poi per tenere botta. Poi per rivendicare l'identità  rivoluzionaria del compagno Osvaldo. Poi, per contrastare i soliti avvoltoi che già  gridavano al complotto. Infine, per valutare le ripercussioni che potevano esserci su di noi. Ma questo era proprio l'ultimo dei nostri pensieri. Facemmo tutto con una fretta frenetica. Trovammo subito alcuni compagni dei GAP e delle BR, che confermarono l'accaduto nei termini in cui l'avevamo pensato. Un maledetto timer difettoso. I due compagni con lui nell'azione erano rimasti uno ferito e l'altro stordito dall'esplosione: poi erano riusciti, prendendo un mezzo pubblico, a raggiungere una base e a farsi curare. Il loro trauma fu irreversibile: era stata la loro prima, ma anche ultima azione. Assolutamente comprensibile. La loro mancata identificazione ha fatto girare per molti anni molte voci sulla loro identità . Una di queste, raccolta nel tempo dagli investigatori, era arrivata con una certa insistenza ad attribuire la presenza sotto il traliccio di Segrate a me e a Enzo Fontana. Quando, quasi otto anni dopo sono stato arrestato, mi hanno chiesto se avessi una cicatrice su una coscia: non contenti della mia risposta negativa, hanno voluto vedere le mie gambe. Con i nostri compagni decidemmo di rimanere uniti e di partecipare al funerale. Ci presentammo in una cinquantina davanti al cimitero Monumentale, con le bandiere di Potere Operaio. Il vicequestore Vittoria ci chiamò per nome, dicendoci che non era possibile entrare nel cimitero con le bandiere. Non avevamo mai trattato con lui, a differenza di molti altri gruppi della sinistra extraparlamentare. Ma ci conosceva tutti. La polizia sapeva allo stesso tempo di più e di meno di quanto noi immaginavamo. Lasciammo fuori le bandiere, ma ne lacerammo alcune per fare dei nastri rossi da metterci al braccio in segno di lutto: una volta dentro, li deponemmo sulla bara, a comporre di nuovo una bandiera rossa. Poi, la decisione politica. Volai a Roma, da Franco Piperno, e il giornale “Potere Operaio”, non senza alcuni contrasti interni, uscì con il titolo “Un rivoluzionario è caduto”, a rivendicare la figura e il ruolo di Gian Giacomo. Per il suo onore. Per il nostro impegno. Per la verità . E contro quella sinistra per bene e forcaiola, ancora oggi viva e vegeta, che ha sempre pescato con voluttà  nel torbido. Le ripercussioni ci furono quasi subito, anche se limitate. Individuarono Carlo Fioroni per via dell'assicurazione del pulmino. Ma si fermarono lì. Anche se si verificò qualche strano episodio. Ad esempio, la pubblicazione sul Corriere della foto di Oreste Scalzone con la didascalia Carlo Fioroni. Errore? Avvertimento? Di certo, al Corriere lavorava allora un noto agente del SID, Giorgio Zicari. Contro Fioroni, dopo un interrogatorio che lui aveva giudicato positivamente, venne emesso un mandato di cattura. Riuscimmo per un pelo a farlo espatriare, portandolo a Losanna, dove rimase alcuni mesi. Così, almeno in quel periodo, non fece altri disastri. Ma dovevamo fare i conti con la quotidianità . Gian Giacomo non era solo un uomo affascinante, era anche una persona che dava sicurezza, in tutti i sensi. Quando occorreva qualcosa, non c'era problema di soldi. Adesso invece c'era anche un problema di soldi. E la rivoluzione, come la politica, ne ha un maledetto bisogno. Avevamo ancora qualcosa, molto poco, ricavato dal furto di alcune opere d'arte di scarso valore. Qualcosa d'altro uscì dal recupero di parte della cifra che Fioroni aveva anticipato per l'acquisto di un altro pulmino: li usammo per acquistare armi in Svizzera. Venne Valerio, e ovviamente ne portò la maggior parte a Roma. A quel punto ci trovammo con un latitante da mantenere, due altri ricercati dei GAP che non avevano voluto farsi colonizzare dalle BR, e qualche affitto da pagare. Dovevamo darci una mossa. Siro, che aveva dei contatti con dei mercanti d'arte, studiò un colpo alla villa di Guttuso a Velate, sulle colline di Varese. A svolgere l'inchiesta mandammo una compagna, carina e disinvolta, che chiese al custode di poter vedere le opere del maestro, di cui era una grande ammiratrice. Dopo alcune resistenze, il custode la portò all'interno della villa, dove, alle pareti, c'erano numerosi quadri. Il maestro in quel periodo non c'era, quindi in teoria la villa era vuota, perché il custode abitava con la famiglia nella portineria d'ingresso. Si trattava soltanto di non entrare da quella parte. Ma, per arrivare dal retro, dovevamo attraversare i parchi di alcune altre ville. Per scendere dal muro, piuttosto alto, usammo una scaletta da alpinisti. Fuori, ci aspettavano Siro e una compagna. Eravamo in tre, l'unico armato ero io, di una Walther Ppk. I due compagni entrarono con facilità , ormai ci eravamo fatti una certa esperienza nell'aprire le imposte e nel rompere i vetri senza fare rumore. Io dovevo controllare l'esterno. Il lavoro sarebbe durato quasi un'ora, perché i quadri andavano staccati dalle cornici e avvolti con delicatezza. Da una specie di oblò, vedevo ogni tanto le loro pile. D'improvviso, vidi accendersi le luci. Lì per lì pensai che i due compagni si fossero fatti prendere da un'eccessiva confidenza: invece vidi quasi subito un uomo con un fucile puntato verso l'alto, dove i compagni stavano lavorando. E li sentii saltare dalla finestra del primo piano. Per fortuna erano molto agili. Dovevo coprirli durante la fuga, per cui indietreggiai lentamente verso la scaletta, che loro risalirono velocemente. L'uomo intanto era uscito dalla casa con il fucile e me lo trovai di fronte. Alzai il cane della pistola e gli urlai di buttare lontano il fucile. Lo fece, per cui potei risalire anch'io la scaletta. Ce ne andammo di corsa. Su questo episodio, non è uscita una riga sui giornali dell'epoca. Forse per riservatezza, forse perché il fucile non era regolare. A quel punto ci ritrovammo in braghe di tela: gli ultimi soldi li avevamo investiti nei mazzi di fiori che l'ammiratrice aveva portato per il maestro. E, intanto, avevamo con noi tre latitanti. Dopo una discussione durata alcuni giorni, decidemmo di assaltare una banca. La rapina a una banca ha qualcosa di politico in sé. Ma molto in sé. Bisogna prima vincere altri tabu, piccolo borghesi direbbe qualcuno, di buon senso direbbero altri. Ci aiutò l'idea che non avremmo comunque tenuto nulla per noi. Dopo due settimane eravamo in banca. Con un piano ben studiato, soprattutto nella via di fuga. Prendemmo quasi venti milioni, una cifra all'epoca molto consistente. Ma non tutto filò liscio, neppure quella volta. Ci spararono addosso, mancando la macchina. Per fortuna, le Beretta 34 in dotazione alle forze di polizia non erano molto precise. Potevamo respirare: alla sera, davanti ai soldi ammucchiati, ci sentivamo come bambini davanti al gioco di Monopoli. Ma non durarono molto: gli affitti, i latitanti, nuove armi, una piccola base acquistata, qualche finanziamento improprio al giornale: oblazione di amici. E di lì a qualche mese eravamo di nuovo in banca. In certi periodi le rapine diventano la principale attività  politica: vissi di nuovo un momento simile quasi dieci anni dopo, quando, dopo essere sciaguratamente entrati nelle BR a Milano, ci toccò mantenere una quarantina di latitanti che non avevano la minima idea di come si entrasse in una banca. Neanche per pagare un assegno. Il 1973 è stato un anno molto bello sul piano personale, decisamente brutto sul piano politico. Mi era capitato, nell'anno precedente, di sentirmi molto innamorato, per la prima volta nella mia vita. Alcuni compagni lo ritenevano impossibile, visto che sostenevano che io provavo un grande amore per il prossimo, ma non per le persone in carne e ossa. Per l'astratto e non per il concreto. Invece mi è anche capitato di voler bene a delle persone. Ci sposammo, a maggio nacque Chiara. La nuova vita, un po' meno da zingaro, mi piaceva. Ma, oltre agli altri impegni, dovevo anche lavorare otto ore in fabbrica. I ritmi di vita rimanevano frenetici. Sul piano politico, conoscemmo le prime ferite. Dopo la morte di Gian Giacomo, eravamo cresciuti, in tutti i sensi. In Lavoro Illegale post GAP a Como-Milano eravamo ormai una ventina a tempo pieno, con una rete amica di un centinaio di persone. Che cosa intendo per rete amica? Ad esempio, il fatto che tenessimo le riunioni con le BR (venivano Moretti e Franceschini) in una villa di Como, proprio sul lago. I padroni non c'erano mai: in compenso il custode era un nostro compagno. Una volta tornato in Italia, se ne era andato anche Carlo Fioroni: lo avevamo mantenuto per mesi e, appena rientrato, decise di emigrare nel gruppo di Negri. Fortunatamente per noi, meno per loro. Con lui andò anche, stranamente, Carlo Saronio, e questo ci dispiacque molto. I militanti si divisero in tre cellule: una diretta da me, un'altra da Mimmo e la terza, la più grossa e centrale, da Siro. Nei primi mesi del '73 eravamo tutti operativi. La mia cellula doveva portare a termine alcuni attentati significativi a delle sedi fasciste a Milano, la cellula di Siro aveva in programma una rapina a un'armeria svizzera, quella di Mimmo a una banca. Il primo a essere operativo era il mio gruppo. E ci andò bene per caso; o per fortuna. Mentre scendevamo dalla mia cinquecento per salire sulla macchina che ci serviva per l'azione, il compagno seduto dietro, dalla parte opposta al guidatore, mise il colpo in canna alla sua pistola. Ma, mentre riaccompagnava il cane, gli partì un colpo. Il proiettile forò la carrozzeria della macchina venti centimetri dietro il mio sedile: un'angolazione di mezzo centimetro diversa mi avrebbe trapassato la schiena. Un colpo di pistola dentro una 500 ha molti decibel. Rimanemmo storditi per un attimo, poi decidemmo di andare comunque in azione. Il nucleo operativo di Siro fu preso per l'eccessiva meticolosità  e lo spirito civico di un cittadino svizzero. Gli svizzeri, salvo i pochi e generosi sovversivi, erano tutti dei poliziotti senza divisa. Una volta ero andato in un bosco di Mendrisio a recuperare un pacco di munizioni, che avevamo sotterrato in attesa del passaggio in Italia. Stavo lavorando di vanga, quando sentii un brivido freddo lungo la schiena. Il fucile di un solerte cacciatore mi chiese che cosa stavo facendo. “Sigarette”, dissi, sapendo che il cartone era avvolto da un involucro Marlboro. Convinto dall'etichetta se ne andò senza dire nulla. Gli svizzeri sono fatti così: basta sciogliergli i dubbi. Quando puoi. Quella volta invece i compagni stavano cambiando le targhe italiane di una macchina rubata con delle targhe svizzere, ugualmente rubate. Una preoccupazione di troppo: le targhe svizzere davano meno nell'occhio. Invece il solito cittadino dei boschi li vide, e chiamò la polizia. I quattro compagni, tra cui Giorgio, furono arrestati. Se la cavarono con qualche mese, ma per il momento erano bruciati. Siro cominciò a vacillare: li aveva fregati quell'accorgimento di troppo, voluto da lui. Poi successe la storia di Mimmo. In banca, accerchiato, lanciò una bomba depontenziata per farsi largo. Rimbalzando, scoppiò portandogli via un piede. Fu un dramma reale per i due compagni arrestati e uno psicodramma collettivo. In sede, a Como, si respirava un'aria pesantissima. Molti ci guardavano come appestati. In più, Potere Operaio ci mise del suo. Sapevamo che la separazione tra livello politico e livello militare imponeva a chi di noi veniva arrestato di dichiararsi prigioniero comune. E i due compagni lo fecero senza alcun problema, nonostante le campagne di stampa che parlavano di militanti di Potere Operaio. Avevamo addosso tutti: gli sbirri, i partiti, i giornali, i compagni che non capivano. Aspettavamo che Piperno, pur con i necessari distinguo, rivendicasse la loro appartenenza a Potere Operaio. Invece, dopo un arguto pistolotto sociologico, li definì come banditi. Ci incazzammo di brutto, e ci caddero le braccia. Ci fu una chiarificazione a muso duro, in cui Franco ammise di aver esagerato per proteggere l'organizzazione, ma ormai la frittata era fatta. Sullo sfondo c'era ormai Rosolina, il convegno della resa dei conti. Piperno venne a Como per il congresso di sezione. Nonostante le lacerazioni e le ferite, vincemmo di brutto. Il partito del doppio livello sembrava ancora vivo e vegeto. Contro l'azione di Toni Negri, che con il consueto forte acume e la notevole capacità  di agire in modo politicamente scorretto, stava lavorando alacremente per lo scioglimento di Potere Operaio nel nascente movimento dell'Autonomia, sarebbe stata necessaria una forte volontà  di rilancio. Che sarebbe stata comunque di breve respiro, perché era la logica del doppio livello a essere ormai superata dai fatti: da una parte si andava verso il partito armato, le BR, dall'altra verso il movimento dell'autonomia di classe e della violenza diffusa, che avrebbe poi generato dall'interno altre organizzazioni armate. Ma era stata per quattro lunghi, intensi anni, la nostra vita, e non era facile rinunciare. Per cui il rancore nei confronti di Negri era in quel momento molto forte. Ebbi netta l'impressione che Piperno fosse stanco, ormai rassegnato a perdere la battaglia. Per cui, quando mi chiese di partecipare, con alcuni compagni di LI, a Rosolina, dissi di no. Non volevo assistere alla morte di Potere Operaio. Andammo avanti ancora per un poà con Oreste e il suo tentativo di coniugare il passato con il presente delle nuove realtà  che si muovevano sulla scena, a partire dai compagni che stavano uscendo da Lotta Continua. Diventammo un gruppo autonomo da tutti. Anche se con dei legami più forti con chi avrebbe fondato Senza Tregua. Le BR ci fecero il filo per un po', ma ci sentivamo lontani da loro, per cui mantenemmo un rapporto fatto solo di scambi logistici. Dopo l'arresto di Curcio e Franceschini perdemmo ogni rapporto. In quel periodo venne a trovarmi un giorno Carlo Fioroni: voleva dirmi che Carlo Saronio era stato sequestrato dal SID. Argomentava questa sua tesi suggestiva con il fatto che nella base brigatista di Robbiano di Mediglia erano stati trovati dei riferimenti che potevano portare a lui. I brigatisti avevano una ben strana e cinica usanza: i nomi dei loro militanti li scrivevano in codice, quelli degli altri con il nome, e a volte anche il cognome, vero. Per mia fortuna, il nome Cecco corrispondeva anche a un compagno lodigiano su cui si appuntarono i sospetti. Il nome Carlo Saronio invece portava a un indirizzo preciso: la sua casa di Bogliasco, dove si erano tenute delle riunioni. Ma quello di Fioroni era solo un misero tentativo di depistaggio. Di lì a poco lo arrestarono in Svizzera, mentre cercava di cambiare una parte dei soldi del riscatto. Alcuni compagni se ne andarono verso altri lidi meno pericolosi: Siro verso una forma di ricerca new age. Rimaneva il nucleo duro, di cui fui per un po' di tempo il responsabile. Poi, verso la fine del 1975, come spesso capita nei piccoli gruppi in crisi, venni messo in discussione. Me ne andai anch'io. A riflettere, a vedere gente, a fare cose. A godermi, almeno per un po', mia figlia. Sul piano politico, mi limitavo a frequentare il gruppo di Autonomia che si era costituito a Como, dove abitavo ormai stabilmente, a fare attività  sindacale di base a scuola (nel frattempo mi ero laureato e avevo cominciato a insegnare), a mantenere pochi, privilegiati rapporti di amicizia. Avevo probabilmente bisogno di disintossicarmi. Ma la normale vita di un giovane di sinistra non faceva per me. Con alcuni dei nuovi compagni mettemmo su un nuovo gruppo, prendemmo rapporti soprattutto con Prima Linea (dove c'era un amico a me molto caro, Sergio Segio) di cui diventammo una struttura logistica di servizio, in particolare per l'acquisto di armi in Svizzera. Ma anche alcune azioni. Dopo l'epilogo del sequestro Moro, ci fu un nuovo fuggi fuggi verso il privato. Ero convinto, come molti ormai, che non càerano più prospettive, ma proprio per questo che bisognasse andare fino in fondo. Ristabilii i rapporti con i vecchi compagni rimasti: non era più tempo di fratture. Con Giorgio, decidemmo di aspettare l'uscita di Marietto e Vincenzo dal carcere francese (erano stati arrestati a Parigi con delle armi insieme a un esponente dell'OLP) per decidere di nuovo insieme cosa fare, soprattutto con chi sparare quelle che sapevamo essere le ultime cartucce. Intanto però io fui arrestato per il processo 7 aprile, il 24 gennaio 1980. Molti gli indizi contro di me, secondo il pubblico ministero, sulle attività  recenti, ma non avevano in mano nulla. L'unica accusa concreta era decisamente antica, un passaggio del memoriale di Carlo Fioroni, in cui diceva che io avevo guidato gli scontri dell'11 marzo 1972 a Milano. Curiosa la scelta di Fioroni: aveva buttato addosso tutto il suo livore contro i negriani, mentre era andato molto soft con gli scalzoniani. In ogni caso, mi avvalsi della facoltà  di non rispondere. Mi tennero per qualche mese in carcere a Brescia in osservazione, poi mi spostarono negli speciali: Cuneo, Trani, G 7 di Rebibbia. Evidentemente l'osservazione aveva avuto un esito negativo. Ma continuavano a non avere in mano niente. A dicembre venni interrogato dal giudice istruttore Francesco Amato, che, in base all'inconsistenza degli elementi raccolti, non potè far altro che derubricare il capo d'accusa da organizzazione a partecipazione a banda armata. In carcere ormai da un anno, con la nuova formulazione del capo di accusa, ero ampiamente in credito di custodia cautelare. Per cui venni scarcerato. Mi diedi subito latitante. Dovevamo portare a termine l'impegno che ci eravamo presi dodici mesi prima. Sul tavolo, stavano due opzioni: entrare nelle BR (la colonna Walter Alasia di Milano), o costituire un gruppo sperimentato con i Nuclei di Sergio Segio, orientato in particolare a far evadere i compagni dal carcere. Una riedizione del “Mucchio selvaggio”. L'unico impegno era che, qualunque scelta avesse vinto, gli altri sarebbero rimasti: insieme avevamo cominciato, insieme dovevamo finire. Mario e Vincenzo erano nel frattempo usciti dalle prigioni francesi: decidemmo in nove. O meglio, decisero in otto. Una scelta sciagurata. Io non partecipai alla riunione: dato il legame personale con Sergio, era a tutti evidente che avrei preferito la seconda soluzione. Finì quattro a quattro, con un compagno che per rompere un equilibrio senza vie di uscita, si spostò a favore della scelta brigatista. In particolare, fu Marietto a premere per questa decisione: negli oltre tre anni in cui era stato in carcere in Francia, non aveva sentito parlare che di Brigate Rosse. Oggi Marietto si rimprovera quella scelta, e rimprovera a me l'astensione: esprimendomi, avrei fatto vincere l'altra opzione. Che oggi tutti riconosciamo sarebbe stata la più giusta e coerente con la nostra storia. Non c'entravamo niente con i leninisti-stalinisti. Nelle BR trovammo subito un ambiente ostico e in difficoltà . Ci avevano promesso che ci avrebbero lasciato insieme, almeno il nucleo operativo, ma ci sparpagliarono nella varie brigate. Il potere ha sempre una sua logica: eravamo un gruppo efficiente e coeso, quindi pericoloso. Nella colonna milanese navigavano ormai tra i flutti molti latitanti: persone che, in buona parte, erano diventate clandestine per necessità  e non per scelta. Queste non avevano alcuna esperienza militare. Ma andavano sfamate. E nessuno dei compagni, neanche i dirigenti, neanche il gruppo di fuoco, aveva mai fatto una rapina. Erano sopravvissuti fino ad allora con la parte, destinata alla colonna milanese, dei soldi del sequestro dell'armatore Costa. Per cui, ci trovammo in una situazione schizofrenica: dispersi nelle brigate, ma riuniti per rapinare banche. Senza poter parlare della vita delle situazioni in cui eravamo stati collocati. Ovviamente non andava così. Io avevo avuto qualche divieto aggiuntivo: non frequentare Segio, non vedere mia moglie e mia figlia, non andare alle partite dell'Inter. Ovviamente, facevo tutte e tre queste cose. Con molta cautela la seconda e la terza, in maniera smaccata la prima. Nelle BR comunque ho conosciuto anche qualche bella persona. In particolare una, decisamente sopra la media per spessore umano e politico: Aurora, la comandante di colonna. Guarda caso, proveniva da Potere Operaio. Quando, nel 1982, mi ripresero, ero decisamente stanco. Mi dichiarai prigioniero politico, mi portarono a Fossombrone. La cosa mi rallegrò, perché sapevo che Sergio stava lavorando a un'ipotesi di liberazione da quel carcere e che il mio arrivo lì avrebbe accelerato la sua decisione. Infatti, fu così. Solo che il piano venne scoperto per la delazione del solito brigatista arrestato. Fui portato a Nuoro. Lì, tutti mi sembravano matti: guardie e detenuti. Cercai di sopravvivere con l'unica arma che avevo a disposizione: l'ironia. Fortunatamente non era capita dalle guardie, il che non mi stupiva, ma neanche dai detenuti. Mi guardavano come se fossero davanti alle battute surreali di Cochi e Renato. Di lì a qualche mese mi trasferirono a Roma, per il processo 7 aprile. Mi misero di nuovo al G 7: in gabbia stavo con Rossano Cochis, della banda Vallanzasca, finito in quel processo per caso, e Silvana Marelli, una compagna che conoscevo dagli inizi di Potere Operaio, capace di un sarcasmo dolce e devastante. Eravamo considerati degli irriducibili, quindi ci tenevano separati dagli altri. Sì, cercavo di essere irriducibile, ma alla stupidità . Con gli altri coimputati, anche con quelli con cui non mi vedevo da più di dieci anni, i rapporti erano buoni. Avevamo fatto parte della stessa famiglia, anche se ci trovavamo su posizioni diverse. In particolare mi trovavo bene con Egidio Monferdin, Lauso Zagato e Oreste Strano, con cui càerano maggiori affinità . E con persone che trovavo molto simpatiche, come Franco Tommei e Paolo Virno. Ma anche con Toni i rapporti erano stati ampiamente ricuciti. Un giorno mi arrivò una fibbia, in gergo carcerario l'ordine di uccidere qualcuno. Secondo i matti, e i matti in corsivo erano quelli del partito guerriglia che, alleandosi con la Nuova Camorra, avevano istituito un clima di terrore nelle carceri speciali, avrei dovuto compiere il grande gesto rivoluzionario di uccidere Toni Negri, capo dei controrivoluzionari della dissociazione. Rispedii la fibbia al mittente, e da quel giorno non ne volli più sapere. Pur rimanendo alla sezione speciale, chiesi di andare in cella con Rossano e altri detenuti comuni con cui almeno giocavo a scopa e a pallone, invece di passare il tempo a mandare al macero il cervello. Mi interessava preparare il processo di Milano alla Walter Alasia. Avevo una fitta corrispondenza con alcuni compagni, in particolare con Aurora. Decidemmo la strategia: né irriducibilismo d'accatto, né dissociazione, nel tentativo di portare su una terza via di soluzione politica, attraverso la parola d'ordine dell'amnistia, anche i militanti più riottosi. Il processo di primo grado prese quella piega e fu, a suo modo, unico. Aurora, però, dopo un po' si sottrasse. Sulla strada che avevamo intrapreso si erano messi di traverso alcuni ragazzi che avevano fatto dell'irriducibilismo di maniera la loro precaria identità . Erano però i suoi ragazzi, e lei non si sentì di lasciarli orfani. Ho sempre apprezzato questa sua, costosissima sul piano personale, scelta. Alcuni anni dopo alcuni dirigenti storici delle BR, tra cui Renato Curcio, ripresero in mano le bandiere dell'amnistia. Ma ormai era troppo tardi. Rimane il fatto che gli imputati del 7 aprile e di Prima Linea hanno fatto una scelta, quella della dissociazione, collettiva, che ha avuto delle ricadute positive anche su chi, come me, non si è dissociato. E che i loro generali, Toni Negri e Sergio Segio, concretamente e simbolicamente, sono stati gli ultimi a uscire di galera. Mentre nelle scelta soggettiva dei brigatisti, alcuni generali sono usciti prima di molti soldati. Alcuni dei quali sono ancora in galera. Ho preso vent'anni dopo il primo giro di boa; in appello, con il meccanismo del cumulo, sono sceso a dodici anni e mezzo. Ne ho fatti una decina, per banda armata e rapine. Il buon pubblico ministero Armando Spataro, oggi icona dei girotondi, mi aveva chiesto l'ergastolo per un omicidio: sono stato assolto. Uscito dal carcere definitivamente ne 1990, dopo aver usufruito dell'indulto per l'entrata in vigore del nuovo codice penale, ho cominciato a lavorare con persone con problemi di tossicodipendenza e con persone malate di AIDS. Ho iniziato a lavorare nelle comunità  per caso, poi mi sono fermato perché mi piaceva. Con le persone con cui lavoro all'Associazione comunità  Il Gabbiano, abbiamo cercato di inseguire una piccola utopia basagliana, secondo la quale la libertà  e non la costrizione, anche nelle dipendenze, è terapeutica.

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