Articoli di Sergio Segio – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 25 Aug 2020 13:07:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Carabinieri di Piacenza, droga e tortura, ci risiamo https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/ https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/#respond Wed, 05 Aug 2020 06:31:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26212 Le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità

L'articolo Carabinieri di Piacenza, droga e tortura, ci risiamo sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

Ci risiamo! E vedremo quanto durerà stavolta l’attenzione dei media, lo stupore degli ingenui, l’indignazione degli smemorati. Forse un po’ più del solito, poiché l’accorto magistrato è ricorso al sequestro dell’intera caserma dei carabinieri di Piacenza; il solo arresto dei suoi gestori non avrebbe prodotto la stessa visibilità. Ma se è la prima volta che ciò succede, le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità. Ai riflettori su Piacenza e alla pubblica esecrazione hanno certo contribuito i risvolti a luci rosse ma, più di tutto, la compresenza di droghe e di spaccio. Argomento così rodato e assorbente ma mandare presto in secondo piano pestaggi e arresti ingiustificati. La violenza istituzionale esercitata su stranieri e marginali pare, e non da oggi, essere considerata meno grave di quella, assai più raramente, esercitata nei riguardi di cittadini inseriti. Del resto, vi è chi, in passato, non ha esitato a teorizzare che i “colletti bianchi” finiti in carcere ne abbiano a soffrire molto di più, non essendo quella prospettiva nell’ordine del previsto e del “naturale”. Ci sarà pure un motivo se carcere e tortura sono storicamente – e impunemente – riservati a poveri, tossicodipendenti e ribelli. Come ebbe a raccontare anni fa un commissario che, pur tardivamente, ruppe il muro dell’omertà, senza peraltro provocare alcuno scandalo o inchiesta: i compiti della squadra di torturatori della polizia, del quale ammetteva di aver fatto parte nella lotta al terrorismo, erano quelli di «applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili». Insomma, violenze e torture sui fermati erano la norma, ma in quel momento storico, secondo il funzionario semi-pentito, “dall’alto” arrivò l’autorizzazione a fare lo stesso nei confronti dei militanti armati. In quegli stessi anni (primi ’80) e luoghi (Veneto) di cui il commissario ha raccontato in un’intervista (“L’Espresso” del 9 aprile 2012), era presente un altro personaggio che, in qualche modo, ci riporta a Piacenza: Gianpaolo Ganzer, ufficiale dei carabinieri del nucleo di Dalla Chiesa, a capo dell’Anticrimine di Padova, poi a sua volta generale e comandante del ROS. Nel 2010, ancora in servizio (andrà in pensione nel 2012), con altri 13 carabinieri venne condannato a 14 anni «per aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida» (condanna ridotta nel 2013 a 4 anni e 11 mesi, prescritta nel 2016). In buona sostanza (e qui l’ambivalenza del termine è assai calzante), Ganzer avrebbe fatto in grande quel che i più ruspanti carabinieri piacentini facevano in piccolo. Sono passati pochi anni, ma quella vicenda pare archiviata nella memoria pubblica come tante altre simili, sia pur di minore eclatanza. Tutto dimenticato. O quasi. Tocca infatti ora convenire con un commento Twitter dell’avvocato Carlo Taormina: «In fin dei conti i carabinieri di Piacenza ripagavano i confidenti facendoli spacciare e malmenavano quelli che arrestavano. Routine! Ganzer fu assolto per ben di più». Anche l’avvocato è invecchiato, tanto da confondere prescrizione e assoluzione, ma il resto dell’affermazione è indiscutibile, a prescindere dal suo autore. Ecco. Questa è la routine. Questo è «quello che fanno tutte le squadre mobili». Si eccepisce che il crimine non si può affrontare con i guanti bianchi. Più o meno lo stesso disse Vincenzo Muccioli ai tempi del processo per l’omicidio Maranzano, prima ucciso nella comunità di San Patrignano e poi scaricato tra l’immondizia a Napoli. La droga e il proibizionismo sono stati e continuano a essere la comoda coperta per mille nefandezze. * Fonte: Sergio Segio, il manifesto

L'articolo Carabinieri di Piacenza, droga e tortura, ci risiamo sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/08/carabinieri-di-piacenza-droga-e-tortura-ci-risiamo/feed/ 0
Vite di scarto, silenzi di stato https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/#respond Tue, 28 Jul 2020 05:05:56 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26204 13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo cinque mesi nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella strage

L'articolo Vite di scarto, silenzi di stato sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo quasi cinque mesi poco o nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella vera e propria strage. Fors’anche perché a essa ha fatto immediatamente seguito una campagna, a reti unificate, di certa antimafia che indicava una regia nelle proteste in quel momento in corso nelle carceri, dove crescevano, sino ad esplodere, i timori per la pandemia allora nel momento più espansivo. Complici la scarsa informazione, il blocco dei colloqui e di ogni attività, il sovraffollamento che rende vana qualsiasi prevenzione dal contagio, un’assistenza sanitaria a dir poco tradizionalmente carente. I media hanno prontamente raccolto e rilanciato quell’allarme, al solito senza verifiche e senza contradditorio; certa politica, altrettanto per solito, ha cavalcato e strumentalizzato, al fine di scongiurare scarcerazioni (e limitazione di nuovi ingressi) che in quel momento avvenivano in tutto il mondo, sollecitate dagli organismi sanitari e da quelli sovranazionali. Negli Stati Uniti, per dire, tra marzo e giugno 2020, è stato rilasciato circa l’8% – oltre 100.000 persone – della popolazione detenuta nelle carceri statali e federali statunitensi. Eppure, come noto, si tratta del Paese che ha “inventato” il populismo penale e la “tolleranza zero”, tanto da aver raggiunto il tasso di detenzione più elevato a livello mondiale. Ma i prigionieri sono stati rilasciati a decine di migliaia persino in nazioni prive di condizioni e tradizioni democratiche, come la Turchia o l’Iran. Nei Paesi membri del Consiglio d’Europa, già a metà dello scorso aprile, 128.000 detenuti erano stati rilasciati come misura per prevenire la pandemia. In nessuno l’argomento è però diventato materia di speculazioni politiche come da noi. Forse grazie anche al fatto che il ministro e il capo delle carceri competenti ben poco hanno fatto per evitare le strumentalizzazioni. Offensiva mediatica e politica che ha altresì posto sulla difensiva e spesso costretto al silenzio molte delle associazioni, dei Garanti, del volontariato che in carcere sono impegnati o che comunque i veri problemi del carcere conoscono. Per chiedere verità e giustizia su quelle morti si è comunque subito costituito dal basso un comitato, che, pur negli ostracismi e nel totale silenzio stampa, ha presto raccolto centinaia di adesioni e che da allora cerca di non fare scendere del tutto il silenzio sulla tragica e inedita vicenda, diffondendo informazioni, denunce, sollecitazioni.   I fatti, messi in fila Riassumiamo i fatti, per i distratti. Tra l’8 e il 9 marzo, in contemporanea con l’annuncio del lockdown da parte del governo, si innescano proteste in diverse carceri, in alcune delle quali assumono caratteristiche violente, con danneggiamenti delle strutture. Il bilancio vede 13 detenuti morti, quattro addirittura deceduti il giorno seguente dopo essere stati sfollati o durante il trasferimento ad altro istituto. Da subito, viene diffusa dalle autorità, e ripresa senza controllo dai media, la notizia che la causa di morte è da attribuirsi all’abuso di medicinali sottratti durante la sommossa. La versione assume ufficialità poco dopo con l’intervento del ministro della Giustizia, chiamato a riferire alle Camere l’11 marzo; nelle pochissime parole dedicate alla strage, il Guardasigilli afferma che le morti tra i detenuti sono dipese da «cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Nessun’altra informazione o dettaglio, neppure i nomi dei defunti, che saranno resi noti da un giornalista soltanto parecchi giorni dopo. Dopo di che è calato un integrale silenzio da parte delle istituzioni, a parte qualche indiscrezione fatta trapelare dai magistrati, interrotto solo il 9 aprile, allorché un sottosegretario – neppure alla Giustizia bensì all’Istruzione – viene delegato a rispondere all’interpellanza che un unico deputato, sollecitato dal Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere, aveva depositato. Questa volta, alla genericità e omissività precedente, subentra il tradizionale e comodo rifugio del segreto: «Tutti i dettagli e le informazioni contenute negli atti trasmessi alle procure della Repubblica costituiscono fatti coperti dal segreto investigativo e ovviamente non possono essere disvelati. Allo stesso modo, non sono disponibili gli esiti delle autopsie, effettuate su disposizione dell’autorità giudiziaria, che, all’esito dei percorsi di indagine, potrà valutare la desecretazione degli atti che sono stati compiuti». Nessuno eccepisce. Né in Parlamento né nella libera informazione che, peraltro, neppure pare accorgersi del discutibile pronunciamento. Essendo ormai troppo abituati i media a dare notizie del carcere, e di ciò che vi avviene, solo a seguito e sulla scorta di comunicati e delle dichiarazioni di uno o l’altro dei sindacati della polizia penitenziaria. Di modo che anche quando si tratti di suicidi di detenuti, come da ultimo nel carcere di Como, dove sabato 25 luglio si è ucciso in recluso, la notizia diventa quella della carenza e dell’abnegazione del personale, mentre al tragico evento vengono dedicate quattro righe quattro a fronte delle 40 e più invece riservate alle dichiarazioni dei segretari dello stesso sindacato e ai loro attacchi nei confronti dei Garanti dei detenuti e delle associazioni. Non può dunque stupire che, a quasi 150 giorni di distanza dai fatti, le spiegazioni di fronte a una strage di detenuti senza precedenti che il governo e l’istituzione penitenziaria ritengono di dover fornire ai cittadini, oltre che ai famigliari delle vittime, siano l’appello al segreto. In fondo c’è una pandemia in corso, e qui si tratta nient’altro che di vite di scarto. Valgono ancor meno di quelle altre che, nel tempo del Covid, si sono lasciate spegnere a migliaia in solitudine in qualche ospizio per vecchi, ormai improduttivi e dunque ritenuti inutili, privi di valore ancorché innocenti. A differenza di quelli che sono morti nelle celle. Uccisi perlopiù dal virus del pregiudizio, dell’odio e del rancore sociale lasciati distrattamente crescere – quando non artatamente fomentati – contro i “delinquenti”. Le carceri, ripetono da anni i cinici inventori e utilizzatori di questo rodato e antico meccanismo di distrazione di massa, sono alberghi (a cinque stelle aggiungono i più temerari), da cui è più facile uscire che entrare. Peccato che siano diventati alberghi della paura e della disperazione e che spesso se ne esca con i piedi in avanti. * pubblicato su Vita.it

L'articolo Vite di scarto, silenzi di stato sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/feed/ 0
I dannati della cella. La morte per carcere https://www.micciacorta.it/2020/06/i-dannati-della-cella-la-morte-per-carcere/ https://www.micciacorta.it/2020/06/i-dannati-della-cella-la-morte-per-carcere/#respond Fri, 26 Jun 2020 08:54:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26174 L'XI "Libro Bianco sulle droghe 2020", realizzato da un'ampia rete di associazioni, è stato presentato in occasione della Giornata mondiale sulle droghe. Pubblichiamo qui l'intervento di Sergio Segio sulle morti in carcere

L'articolo I dannati della cella. La morte per carcere sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

In carcere si muore: constatazione di per sé ovvia, che diventa però inquietante se si comparano percentuali e frequenze rispetto alla popolazione generale e laddove si riscontrino casi di morti evitabili che non lo sono state a causa della struttura penitenziaria o di sue specifiche carenze e disfunzioni. In base al meritevole e storico lavoro di raccolta dei dati svolto da “Ristretti orizzonti” nell’ultimo ventennio, dal 2000 a oggi (al 14 maggio 2020), i decessi in prigione risultano 3087, di cui 1125 per suicidio. Quest’ultimo, in Italia, è la prima causa di morte nelle celle, con un caso ogni 924 detenuti (che sale addirittura a uno su 283 tra i reclusi in 41bis) , a fronte di uno ogni 20.000 nella popolazione generale. Cifre che ci introducono a una considerazione forse meno scontata: ovvero, che di carcere si può morire ed effettivamente si muore. Una verità sottaciuta, ma da sempre nota a chi conosce davvero le patrie galere. Neppure questi, però, avrebbero potuto immaginare che l’anno in corso avrebbe portato – oltre a rivedere dopo quasi mezzo secolo i detenuti salire sui tetti per protesta – un tragico record, con 13 reclusi morti nel giro di poche ore. Non si era mai visto, neppure nella storica Pasqua Rossa del 21 aprile 1946 raccontata dallo scrittore Alberto Bevilacqua, allorché, in «una delle rivolte più imponenti del sistema carcerario mondiale» guidata da Ezio Barbieri, un rapinatore milanese capo della “banda della Aprilia nera”, «un eroe maledetto capace di amicizie e di amori intensi», nella Milano dell’immediato dopoguerra migliaia di reclusi in armi insorsero in quel di San Vittore. Furono costretti ad arrendersi, solo dopo quattro giorni, a colpi di mitragliatrice e addirittura di cannone, come mostrano le impressionanti immagini dell’epoca. Eppure, il bilancio fu di tre detenuti e un agente morti, oltre a numerosi feriti. Del solo poliziotto, a differenza dei reclusi, non da oggi considerati anonime e irrilevanti scorie sociali, è rimasto tramandato il nome: Salvatore Rap. Quello odierno è un drammatico primato, insuperato neppure dalla famosa rivolta nel carcere di Alessandria del 10 maggio 1974, repressa sanguinosamente dai carabinieri; vi morirono due detenuti, due agenti di custodia, il medico del carcere, un’assistente sociale e un insegnante. L’unico precedente che si avvicini in termini di numeri e di gravità è l’incendio accidentale della sezione femminile del torinese carcere delle Vallette, che il 3 giugno 1989 portò alla morte di nove recluse e di due vigilatrici. Episodio presto dimenticato, nonostante la sua tragicità e malgrado l’attivismo di alcune ex detenute politiche che si erano salvate dal rogo e dell’Associazione 3 giugno, allora costituita, che realizzò un dossier per ricordare le morti e per denunciare le disfunzioni e negligenze alla base della strage. Ancora nel 2019, con l’Associazione Sapere Plurale, hanno promosso e realizzato a Torino lo spettacolo Lascia la porta aperta per conservarne la memoria; invece già dolosamente inficiata, laddove nel Museo del carcere de Le Nuove di Torino si ricordano come vittime solo le vigilatrici. Le detenute, semplicemente, sono state espunte dalla narrazione della vicenda. Non a caso, dunque, la vicenda torinese è richiamata dai promotori di un appello a costituire un Comitato per la verità e la giustizia sui 13 detenuti deceduti l’8 e 9 marzo 2020. Una nuova e ancor più ampia strage, sulla quale immediatamente si è cercato di fare calare una pesante cappa di silenzio, complice l’emergenza da coronavirus. Le misure disposte dalle autorità penitenziarie per contrastare il contagio attraverso la sospensione dei colloqui, unite alla paura generalizzata e ai timori dovuti alla scarsa informazione fornita ai reclusi, avevano determinato le proteste in decine di istituti, in alcuni casi degenerate in vere e proprie rivolte e in un caso, a Foggia, in una fuga di massa. Quella stessa emergenza ha più facilmente consentito a media e autorità una subitanea rimozione dell’accaduto e al ministro competente un’imbarazzante reticenza. La discarica sociale Come abbiamo già visto, del resto, nelle carceri da tempo divenute discarica sociale, deposito di vite a perdere, la morte non fa notizia e non lascia eco, come non l’aveva lasciata la loro vita. Scorre subito via, come schiuma nella risacca. Altro che carceri popolate da boss, come vorrebbe la cronaca bugiarda o approssimata dei media e l’indecente incitazione dei maggiori commentatori a rimettere prontamente in galera chi fosse stato scarcerato nei giorni della pandemia, anche se anziano, malato e a rischio, revocando le decisioni dei giudici, la cui autonomia e le cui prerogative, in questo caso, sono state stracciate senza remora e contra legem. Su “Giustizia News on line”, il quotidiano del Ministero della Giustizia, al tragico evento dei 13 morti, nonostante sia di inedita gravità nella storia dei penitenziari italiani, vengono dedicate poche righe in due articoletti. Nel primo, dal titolo Carceri: rientrate quasi tutte le proteste. Nono morto a Modena, datato 10 marzo, si dà atto, con una manifesta contraddizione, che «si sono conclusi quasi ovunque» i disordini «iniziati o ancora in atto» e che vi è stato un «Nono decesso a Modena: si tratta di un detenuto tunisino di 41 anni; anche nel suo caso si sospetta che la morte possa essere stata provocata dall’assunzione sconsiderata di farmaci presi durante il saccheggio dell’infermeria» (le sottolineature sono nostre). A poche ore dai tragici avvenimenti e in assenza di esami autoptici, dunque, sulle cause di morte vi sono “sospetti” che vengono subito diffusi alla stampa. Sull’argomento, nella stessa data, vi è un’altra news: Carceri: detenuti ancora in protesta. Presi 50 degli evasi da Foggia. Vi si afferma che «a Modena è deceduto un altro detenuto, presumibilmente – come gli altri tre – a seguito di overdose da farmaci: ricoverato in gravi condizioni, è l’ottavo decesso dalla rivolta di domenica scorsa. Nell’istituto i disordini si sono conclusi e si stanno trasferendo gli ultimi detenuti». Dalla comunicazione istituzionale, insomma, non è dato di capire se i disordini siano o no conclusi e neppure ancora quante siano le vittime. Quel che è certo, si fa per dire, è che presumibilmente siano rimaste uccise da overdose di farmaci. Il cronista del ministero, sia pure a livello di ipotesi, anticipa così quanto affermerà in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio solo quattro giorni dopo. La dichiarazione diffusa sollecitamente dalla procura, tuttavia, deve precisare che «l’esito definitivo degli accertamenti sarà disponibile nelle prossime settimane». Cautela non rilevata dai media, che titolano sul fatto che sarebbe stata confermata come causa di morte l’overdose di farmaci. I giornalisti più prudenti, di nuovo con qualche incoerenza espositiva, informano che «si sono concluse le autopsie sui detenuti deceduti durante i disordini: i primi esiti escludono una morte violenta e sembrano confermare l’ipotesi di overdose di farmaci» (di nuovo le sottolineature sono nostre). In sostanza, dopo alcuni giorni e nonostante i primi esami, siamo ancora al livello delle presunzioni, pur se ora dotate di ufficialità. Inutile – o forse no – rilevare che nelle successive settimane dell’esito definitivo degli accertamenti autoptici sulla stampa non si troverà più traccia. Dare un nome alle vittime Del resto, il riserbo o l’indifferenza delle autorità è tale che a lungo non saranno neppure resi pubblici i nomi dei deceduti. E forse sarebbero rimasti anonimi a tutt’oggi, senza il decisivo intervento della stampa locale e di quella nazionale. Laddove singoli giornalisti hanno meritoriamente supplito ai silenzi e inadempienze delle autorità politiche e penitenziarie, così come alla distrazione e reticenza di gran parte dei loro colleghi. I detenuti di Modena deceduti sono stati nove: cinque la domenica 8 marzo, altri quattro il giorno successivo, dopo o durante il trasferimento in nuovi penitenziari. Ulteriori tre sono morti a Rieti e uno a Bologna (pur se, inizialmente, qualcuno erroneamente ne conterà due). Tre nomi erano stati ricostruiti nell’immediatezza dalla stampa locale, ma l’elenco completo arriverà solo grazie a Luigi Ferrarella, cronista di giudiziaria del “Corriere della Sera”, che riuscirà finalmente a pubblicarlo il 18 marzo: «Un nome, ce l’avevano pure loro. E anche una storia». Due soli gli italiani, il 35enne Marco Boattini, morto a Rieti e il 40enne Salvatore Cuono Piscitelli, deceduto ad Ascoli dopo il trasferimento da Modena. Gli altri erano stranieri, alcuni in attesa di giudizio, spesso per piccoli reati, talvolta connessi alle droghe. Diversi tunisini: Slim Agrebi, 40 anni; Lofti Ben Masmia anche lui quarantenne; Hafedh Chouchane, 36 anni; Ali Bakili, 52 anni; Haitem Kedri, 29 anni, Ghazi Hadidi, 36 anni. Dal Marocco venivano Erial Ahmadi, 37 anni, e Abdellah Rouan di 34. Infine, Ante Culic, 41 anni, croato, Carlo Samir Perez Alvarez dell’Ecuador e Artur Iuzu, 31 anni, moldavo; avrebbe avuto il processo il giorno successivo la morte. Altri dettagli sulle 13 vittime arriveranno dalla giornalista Lorenza Pleuteri, con un articolo pubblicato il 2 aprile, che si è presa la briga di cercare e sentire volontari, operatori, magistrati, avvocati e di rintracciare famigliari. Di fare, insomma, il suo mestiere, a differenza di tanti altri colleghi. Tutto ciò «nel totale silenzio del Ministero di Grazia e Giustizia e delle autorità», come scriverà a fine marzo la testata locale, “La Gazzetta di Modena”, che ricorderà come dei 13 morti non sia mai stata data la lista e neppure una spiegazione né dal ministro Alfonso Bonafede né dal Dipartimento dell’Autorità Penitenziaria. Il ministro, in verità, aveva preso parola tempestivamente, con una informativa al Parlamento datata 11 marzo. Peccato che, con la stessa, non avesse chiarito alcunché. Né, appunto, fornendo i nomi e la posizione delle vittime; né, ancor meno, particolari sulla vicenda e sulle cause della strage. Vittime cui, in tutta la lunga relazione, il Guardasigilli dedica un unico passaggio. Dopo aver ricostruito nel dettaglio e stigmatizzato i disordini, «fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali», espresso la propria solidarietà agli «oltre 40 feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione», vi è un solo, lapidario, inciso al bilancio «purtroppo di 12 morti tra i detenuti, per cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Nessun particolare, nessuna specificazione, nessun chiarimento su chi e quanti siano gli abusatori di farmaci e quanti e quali gli altri, sui primi riscontri, sugli accertamenti in corso e quelli da fare. Nessuna informazione, in quella sede o altrove, neppure successivamente, è stata data sulle visite mediche che obbligatoriamente dovrebbero essere effettuate sui detenuti tradotti, tanto più che si sarebbe potuto – e dovuto – facilmente riscontrare anche da parte loro un abuso di farmaci che li portavano a rischio di decesso, come in effetti per alcuni avvenuto. Nessuno, in ogni caso, ha contestato al ministro, sui media o in parlamento, quel che ha giustamente rimarcato in un comunicato la Camera Penale di Modena: «risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l’istituto di destinazione». Vi sono dunque chiarimenti che doverosamente il ministro avrebbe dovuto dare – e che altrettanto doverosamente chi ne ha titolo avrebbe dovuto richiedere – anche riguardo le morti che effettivamente rientrino in quella sfuggente e ambigua definizione: “per lo più”. Degli altri, dei “per lo meno”, a tutt’oggi, non si hanno notizie. **** * Questo scritto di Sergio Segio è pubblicato nel XI Libro Bianco sulle droghe 2020, dal titolo  "Droghe e Carcere al tempo del Coronavirus". Sommario e materiali dal Rapporto e dalla sua presentazione, in occasione della Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illecito di droga, sono disponibili qui. Il Libro Bianco, disponibile in versione cartacea in tutte le librerie e i rivenditori on line, sarà consultabile sul sito di Fuoriluogo.  

L'articolo I dannati della cella. La morte per carcere sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/06/i-dannati-della-cella-la-morte-per-carcere/feed/ 0
Forum Droghe ha un quarto di secolo, e lo dimostra tutto https://www.micciacorta.it/2020/06/forum-droghe-ha-un-quarto-di-secolo-e-lo-dimostra-tutto/ https://www.micciacorta.it/2020/06/forum-droghe-ha-un-quarto-di-secolo-e-lo-dimostra-tutto/#respond Wed, 03 Jun 2020 06:24:50 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26157 Sergio Segio ripercorre 25 anni di storia di Forum Droghe e Fuoriluogo per lo speciale del 25ennale dalla fondazione dell’associazione

L'articolo Forum Droghe ha un quarto di secolo, e lo dimostra tutto sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

La memoria, specie di questi tempi in cui la verità pare divenuta un’opinione tra le tante, è strumento fondamentale. Si può anzi considerare tra le armi principali a disposizione per chi non si rassegni alla dittatura del presente, all’immodificabilità delle cose e a quel brusio di sottofondo che ha sostituito la comunicazione sociale e lo sguardo critico sulla realtà. La storia di Forum Droghe e di “Fuoriluogo” sono strettamente avvinte e interdipendenti, oltre che coeve. Cercandone traccia nelle agenzie dell’epoca, la prima menzione riguarda quest’ultimo e in particolare il suo debutto, annunciato il 12 ottobre 1995. «Un giornale per parlare di droga ma non solo, prostituzione, carceri e Aids, immigrati e giovani “disobbedienti”, riduzione del danno e della illegalità», recitava la presentazione. Propositi ambiziosi, a tratti rispettati, ad allargare giustamente il discorso dal solo aspetto evidenziato dal nome scelto per l’associazione. Delimitante eppur centrale, poiché, allora come oggi, rimane indiscutibile – poiché dimostrato dai dati e dai fatti – quanto affermava il documento che annunciava l’assemblea fondativa di Forum Droghe il 13 maggio 1995: «La questione droga diventa cruciale per interpretare l’ipertrofia del sistema penale». Si era infatti nell’onda (che continua, persino con peggioramenti, a tutt’oggi) della legge sulle droghe varata definitivamente nel 1990, cosiddetta Iervolino-Vassalli, sorta e voluta nel solco e a imitazione della statunitense war on drugs di reaganiana memoria e temporalmente di poco precedente, alla cui linea si adeguarono presto i grandi media italiani, con una campagna ossessiva a sostegno: Guerra mondiale alla droga, titolava in quei mesi il “Corriere della Sera”; Droga, nuovo Vietnam era l’allarme del quotidiano dei vescovi “Avvenire”, per indirizzare a sua volta le comunità terapeutiche, spesso gestite da sacerdoti o gruppi di ispirazione cattolica, che, per fortuna, in molti casi non si allinearono, divenendo invece l’anima di una coalizione dal programmatico nome di “Educare, non punire”.

Fare terra bruciata

La filosofia della nuova legge-manifesto era esattamente opposta: prima e in ogni caso punire. Si fondava sulla dichiarata necessità – anzi sul valore – della punizione al fine “pedagogico” di “fare raggiungere il fondo” ai tossicodipendenti, per costringerli poi a risalire. Incurante del fatto che, invece e nel frattempo, molti morivano, costretti sui marciapiedi e nelle celle o infettati dall’AIDS e tutti erano costretti a nascondersi, sfuggendo quindi alle possibilità di aggancio terapeutico e alla prevenzione. Persino i medici venivano costretti alla denuncia, alla faccia del rapporto fiduciario con il paziente. «L’unico modo per costringere il tossico a smettere è fare terra bruciata intorno a lui. Ai drogati deve essere proibito qualunque tipo di attività lavorativa», ammonivano e incitavano i capi delle comunità embedded. Gli effetti si videro subito e furono drammatici. Nel luglio 1991, nel giro di pochi giorni, tre persone arrestate per droga si suicidarono in carcere. Tra di esse Stefano Ghirelli: 18 anni appena compiuti, incensurato, condotto nel carcere di Ivrea poiché trovato con 25 grammi di hashish, si impiccò dopo il rifiuto del giudice di concedergli la libertà provvisoria per “pericolosità sociale”. Nelle prigioni cominciò presto una tendenza ipertrofica che da allora non si è più arrestata. Il 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti ufficialmente presenti in carcere erano 7.299, sei mesi dopo erano già saliti a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre 1992. In crescita anche le morti: nel 1990, per la prima volta, il numero dei decessi per overdose superò le mille unità, arrivando a 1.161; l’anno seguente giunse a 1.383 e, nel 1992, a 1.217. Ancora più appariscenti le cifre degli ingressi totali annuali in carcere: dopo la Iervolino-Vassalli vedono un’impennata, passando dai 56.076 del 1990 ai 75.786 del 1991, ai 93.328 del 1992, ai 98.119 del 1993, per poi scendere leggermente, anche grazie alla vittoria del referendum abrogativo nel 1993 di alcune parti di quella micidiale legge, agli 88.415 del 1995. In quell’anno, dopo un decremento nel 1993 e 1994, i decessi per droghe sono risaliti ai 1.195, per arrivare l’anno seguente al picco storico dei 1.566.

La progressiva deriva securitaria della sinistra

Insomma, quello era il quadro precedente e motivante la nascita di Forum Droghe/Fuoriluogo. Così come l’associazione nasceva con lo scopo di essere luogo ospitale e aggregatore rispetto a realtà politico-organizzative già esistenti, così la testata intendeva programmaticamente indagare e approfondire i nessi, purtroppo non a tutti evidenti, tra differenti aspetti e problematiche del sociale (e del penale). Lavorando su binari paralleli, e spesso divaricantisi, nel tentativo di renderli invece maggiormente comunicativi, dialoganti e sinergici: quello dei movimenti e quello dei partiti della sinistra, allora ancora presente, anche in modo numericamente significativo, entro il parlamento, le istituzioni e per qualche periodo persino al governo. Meglio precisare: senza alcuno sconto o compiacenze non meritate. Basti qui citare un testo tra i mille possibili. Riguarda un tema in apparenza eccentrico rispetto alla dichiarata ragione sociale di Forum Droghe, forse rimasto troppo trascurato nella ormai lunga storia dell’associazione, quello dell’immigrazione. Scriveva “Maramaldo” nella sua rubrica Facce di bronzo: «“È davvero singolare che il vice presidente Fini si congratuli con Cofferati per la sua fermezza sulla legalità, dimenticando che le norme severe sul contrasto dell’immigrazione clandestina le ha introdotte il centrosinistra”. Così Livia Turco rivendica il primato della tolleranza zero verso l’immigrazione. A differenza di Cofferati, rigorista tutto l’anno, a giorni alterni Turco professa invece la vocazione solidale: questo era un giorno dispari. Speriamo che il programma di governo del centrocentrocentrosinistra (non è un refuso, ma una constatazione) si faccia in un giorno pari». Pur non essendo ancora i tempi dei Minniti, è ben vero che la questione dei migranti – di nuovo: allora come adesso – risultava tra le più spinose e laceranti anche all’interno del centrosinistra. Più suscettibile di consensi, anche trasversali, era senz’altro la proposta di legalizzazione della cannabis. Oggi può sembrare incredibile, ma una proposta legislativa in tal senso, con primo firmatario Franco Corleone, nel 1996 arrivò a essere sottoscritta da ben 118 deputati, di maggioranza e di opposizione, dai Michele Salvati e Fabio Mussi ai Vittorio Sgarbi e Roberto Maroni. Si era a cavallo del governo Dini, con alla guida del ministero della Famiglia e Solidarietà sociale un galantuomo, ex partigiano, come Adriano Ossicini, cui subentrarono rispettivamente Romano Prodi e, appunto, Livia Turco, mentre Corleone entrava come sottosegretario alla Giustizia. Seguì, a ottobre 1998, il primo governo D’Alema, con Sergio Mattarella alla vicepresidenza e Oliviero Diliberto alla Giustizia, mentre la Rosa Russo Iervolino della legge sulla droga assumeva il dicastero dell’Interno, prima donna arrivata a guidare il Viminale; la Turco veniva confermata alla Solidarietà sociale, così come Corleone sottosegretario a via Arenula. Per la prima volta arrivò al governo anche Domenico Minniti detto Marco, con la delega all’Informazione ed editoria. A posteriori, un piccolo indizio che qualcosa stava forse cambiando e che la sinistra securitaria aveva silenziosamente conquistato parecchie posizioni in poco tempo. Nelle aule parlamentari ma anche nel sociale, nelle stesse associazioni, in un progressivo slittamento di baricentro, di priorità, di riferimenti politici e culturali. E proprio questo è il tema di una lettera che il Forum scrisse al nuovo premier D’Alema all’indomani del suo insediamento, chiedendo in generale nuove politiche sulle droghe e anche sperimentazione dei trattamenti terapeutici con eroina sul modello di quanto avveniva in altri paesi europei, a cominciare dalla Svizzera con la sua strategia dei quattro pilastri. Le città, anche quelle italiane, potevano e dovevano cioè diventare territori di innovazione e integrazione, anziché ripiegarsi in scelte securitarie e di “tolleranza zero”, come in molti casi stava avvenendo. Non c’è qui modo di ripercorrere tappa per tappa, ma la storia ci racconta che, non solo in Italia, lo Stato penale ha travolto e svuotato quello sociale su tutti i piani e terreni sino ad arrivare al populismo e all’ipertrofia carceraria dei tempi nostri, alla legalità divenuta totem e feticcio, a un’antimafia divenuta in certe sue parti cavallo di troia del sostanzialismo giuridico e della pena ritorsiva.

Fuoriluogo, come sempre

Ce le hanno dunque suonate, ma noi non ci siamo mai stancati almeno di dirgliele, con coerenza, costanza e determinazione lungo un faticoso ma anche a tratti entusiasmante quarto di secolo. Basti ricordare che, proprio in quegli anni, nell’aprile 1998, si arrivò al voto positivo per abrogare l’ergastolo al Senato, salvo poi bloccare la legge alla Camera. L’allora Guardasigilli Giovanni Maria Flick si dissociò da quel voto, salvo poi giungere oggi ad ammettere con sincerità di avere sbagliato nell’opinione di allora e pervenendo anzi, in generale, ad auspicare il superamento del carcere in quanto tale. Per un soffio mancammo l’abrogazione della pena perpetua. C’è da non crederci, nel momento in cui, nei giorni più acuti della pandemia del coronavirus e del rischio di trasformare le carceri in un esplosivo lazzaretto, una nuova classe politica e improbabili ministri di Giustizia sono arrivati a bloccare con decreto-legge la scarcerazione di qualche condannato per criminalità organizzata, pur se anziano, malato e a fine pena. Naturalmente, in ciò acclamati all’unisono da quasi tutti i media. E anche questo è cupo segno dei tempi, appena rischiarati da un altro fatto che ha dell’incredibile, vale a dire la permanenza e resistenza di quella fragile testata che è “Fuoriluogo”, piccola mosca bianca assediata dai cantori e fautori del populismo penale. Lasciatemi concludere con un pertinente esercizio di memoria, pur se autoriferito. Alzi la mano chi se lo ricorda: “Fuoriluogo” cominciò le pubblicazioni, con il mio coordinamento, in forma cartacea e di supplemento a “Narcomafie”, la prima rivista antimafia (categoria allora meno equivoca dell’attuale) di cui, da poco ammesso a uscire durante il giorno dal carcere, mi occupavo per il Gruppo Abele. Con forte scandalo in prima pagina del Travaglio, che cominciava la sua fortunata carriera ne “Il Giornale”, e con concrete reprimende da parte del presidente del tribunale di sorveglianza, che intentò la revoca del lavoro all’esterno del penitenziario e infine sentenziò non dovessi più scrivere, convenendo con l’esposto pervenutogli dall’associazione vittime del terrorismo: «Anziché restare in silenzio e godere della benevolenza loro concessa attraverso le garantiste leggi penitenziali, “sputano” nel piatto dove mangiano e finiscono per riaprire le “ferite” dei parenti delle vittime. È pure biasimevole che il Sergio Segio (privato dei diritti politici) sia stato nominato coordinatore del giornale Marcomafie [sic!] edito dal Gruppo Abele su proposta di don Ciotti. Su tale giornale scrivono sia Sergio Segio che Susanna Ronconi. Il contenuto è prevalentemente di scelta politica e dubito che possa diffondere scelte errate e forse nocive». Tiravamo ventimila copie. Ben più del quotidiano che, qualche anno dopo, subentrò nel “cangurarci”. Evidentemente ciò poteva preoccupare, e lo faceva. Molto tempo è passato e molte cose sono cambiate. Quasi sempre non per il meglio. Abbiamo perso qualche compagno di viaggio e altri ne abbiamo trovati in questo cammino, che resta ancora lungo e impervio. * L'articolo di Sergio Segio è stato pubblicato su Fuoriluogo

L'articolo Forum Droghe ha un quarto di secolo, e lo dimostra tutto sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/06/forum-droghe-ha-un-quarto-di-secolo-e-lo-dimostra-tutto/feed/ 0
Il virus in carcere. Aprire le gabbie, cambiare il sistema https://www.micciacorta.it/2020/05/in-virus-in-carcere-aprire-le-gabbie-cambiare-il-sistema/ https://www.micciacorta.it/2020/05/in-virus-in-carcere-aprire-le-gabbie-cambiare-il-sistema/#respond Fri, 08 May 2020 07:37:43 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26112 L'editoriale del nuovo numero del magazine internazionale Global Rights, interamente dedicato al carcere e ai diritti dei reclusi nel mondo nel tempo della pandemia da coronavirus

L'articolo Il virus in carcere. Aprire le gabbie, cambiare il sistema sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

Una grande sperimentazione di semi-detenzione autogestita di massa: è questo uno degli effetti più appariscenti e inediti del lockdown conseguente alla pandemia da Coronavirus che ha ferito il mondo, cambiandone in profondità le abitudini, incrinandone le sicurezze e sconvolgendone le economie. Il tutto con una rapidità stupefacente, sino al giorno prima inimmaginabile. Al 28 aprile 2020 sono oltre tre milioni e 100mila le infezioni coronavirus confermate, 928mila i ricoverati e 218mila le vittime [già saliti, al 7 maggio, rispettivamente a 3 milioni 847mila, 1 milione e 250mila, 269mila, ndr]. Il numero dei confinati in casa ha raggiunto circa quattro miliardi di persone, quasi la metà della popolazione globale. Numeri che in ogni caso sono riduttivi, almeno per quanto riguarda contagi e decessi, essendo molta altra parte sommersa, non censita o addirittura nascosta dalle statistiche ufficiali. Miliardi di persone hanno dunque provato, e stanno ancora vivendo, una condizione di privazione di libertà, per quanto assai attenuata rispetto a quella della carcerazione effettiva. Quest’ultima, sempre a livello mondiale, risulta in crescita e riguarda oltre 11 milioni di persone, di cui la metà è ristretta in soli cinque paesi: Stati Uniti (2,1 milioni), Cina (1,65 milioni), Brasile (690mila), Russia (583mila), India (420mila). Sorvegliare e curare Miliardi di persone rinchiuse costituiscono uno scenario distopico che nessuno scrittore di fantascienza o sceneggiatore era mai arrivato a immaginare. Da un giorno all’altro ci si è trovati a vivere in una società rigidamente disciplinata e altamente controllata. La task force contro le fake news da ultimo introdotta dal governo italiano per controllare le informazioni diffuse sulla pandemia pare, in effetti, ispirata alla fantasia di George Orwell. Ma persino quella dimensione dispotica e allucinata raccontata in 1984 risulta ora surclassata dall’utilizzo massiccio e pervasivo delle più avanzate tecnologie di sorveglianza digitale, anch’esse introdotte di punto in bianco senza resistenza o remora alcuna. In molti paesi europei si è presto affermato un modello cinese. Si è aperta la caccia con droni e geolocalizzazione ai trasgressori delle misure di auto-reclusione e di distanziamento sociale, si stanno introducendo sistemi di sorveglianza di massa attraverso app di tracking o di contact tracing, mentre i parlamenti sono chiusi e resi superflui dalle decretazioni d’urgenza e dai dispositivi dello Stato d’eccezione. Nell’intero Occidente gli istituti e le procedure democratiche, già minati dall’interno da decenni di predominio della grande finanza e delle corporation transnazionali, sono stati ulteriormente svuotati; con un colpo di mano, come nell’Ungheria di Orbán o in maniera più subdola e inavvertita, come nel Belgio, dove la prima ministra Sophie Wilmès dispone ora di poteri speciali senza nemmeno aver dovuto passare per il rito dell’approvazione parlamentare come Orbán. Il primo ministro della Slovenia, Janez Janša, ha immediatamente imitato quello ungherese, forzando i limiti costituzionali e ampliando, oltre ai propri, i poteri delle polizie nel controllare i cittadini e reprimendo la stampa. Nuovi e ampi poteri ha ottenuto anche Emmanuel Macron in Francia, i cui cittadini avevano già dovuto abituarsi a leggi di emergenza, prima come reazione al terrorismo jihadista, poi con il contrasto e la repressione dei movimenti sociali di protesta. Leggi che, more solito, progressivamente si sono invece stabilizzate. Da Erdoğan a Orbán, la debolezza complice dell’Europa Di fronte al golpe bianco di Orbán le istituzioni comunitarie tacciono, forse imbarazzate ma di sicuro distratte o complici. Obiettivamente conniventi, come già con Erdoğan, al quale tutto viene consentito: dalle complicità con Daesh, alla strage di diritti e di oppositori in Turchia, all’aggressione perenne e genocida contro i kurdi, all’invasione del Nord-Est siriano, alla presenza militare nel Mediterraneo e all’ingerenza in Libia, al ricatto permanente, nonostante i miliardi di euro elargitigli per bloccare fuori dalle mura della Fortezza Europa il fiume dolente di profughi siriani. Forse a Bruxelles, nonostante tutto, considerano il premier magiaro un membro presentabile, se pur a vocazione autoritaria: in fondo, una sua proposta di legge promette solo cinque anni di carcere alla stampa non allineata. Può persino essere presentato come moderato, ma solo se paragonato al presidente delle filippine, già tristemente noto per la sua war on drugs, in realtà una guerra contro chi le droghe consuma, la cui polizia ha sterminato in pochi anni migliaia di tossicodipendenti e spacciatori attraverso esecuzioni extragiudiziali. Alle stesse forze dell’ordine, Rodrigo Duterte ha ora ordinato di sparare contro chi violi le misure introdotte per contrastare l’epidemia di coronavirus. Detenzione autogestita, anche in quel caso, ma a rischio della vita. L’eterogenesi del virus La realtà dunque supera spesso la capacità di fantasia e d’invenzione. La sorpassa perlopiù in peggio. Eppure, anche in quest’occasione, dietro e a fianco del dramma e delle tragedie, si sono sviluppate e diffuse in modo altrettanto virale insospettate reazioni solidali, pratiche di mutuo aiuto e di spontaneo supporto ai più deboli e bisognosi. Vale a dire a quella parte di società di sovente abbandonata e trascurata dalle istituzioni o sacrificata nelle logiche dell’emergenza e dei grandi numeri. Effetti indiretti positivi, attuali o potenziali, sono riscontrabili anche sul piano generale e su scala più ampia. La dottrina dell’austerity, amministrata dal suo sommo sacerdote, la cosiddetta Troika, contro la quale in Europa hanno sinora vanamente lottato vasti movimenti e per la quale hanno sofferto interi popoli, come quello greco, ha finalmente collassato. Certo, va osservato che gli scenari determinatisi rischiano di mettere in forse la sopravvivenza dell’intero progetto europeo, peraltro reso costitutivamente fragile dalla centralità della moneta a discapito di un’Europa sociale e dei diritti dei popoli. Passare dal rigorismo a guida ordoliberista al trionfo degli egoismi, delle belligeranze nazionali e delle pulsioni sovraniste, ben rappresentati dal Gruppo di Visegrád o dall’italiano Salvini, equivarrebbe al passare dalla padella alla brace. La guerra è la peggior pestilenza Pochi risultati ha purtroppo prodotto il meritevole appello del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che il 23 marzo ha chiesto un cessate il fuoco ai tanti paesi in armi: «Porre fine alla malattia della guerra e combattere la malattia che sta devastando il nostro mondo: si comincia fermando i combattimenti ovunque. Ora». Pochi e irrilevanti quelli che hanno accolto l’invito, come la guerriglia colombiana dell’Esercito di liberazione nazionale, i guerriglieri marxisti-leninisti del Bagong Hukbong Bayan nelle Filippine, la milizia separatista del Camerun meridionale o, in modo più significativo pur temporaneo, le Forze Democratiche Siriane e la coalizione araba a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen. Gli Stati e le potenze interessati hanno invece fatto orecchie da mercanti, in questo caso di armi. Un mercato sempre più florido, come documenta il SIPRI: nel 2019 il volume delle spese militari globali ha raggiunto 1917 miliardi di dollari, una crescita del 3,6% sull’anno precedente. Per la pandemia della guerra non esiste alcun vaccino; l’unica terapia sarebbe quella di fermare la macchina feroce del business bellico e del warfare, quel “complesso militar-industriale-finanziario” che governa il mondo. In un mondo confinato in casa, in molte sue parti, ad esempio l’Italia, continuano a doverne uscire tutte le mattine i lavoratori anche del settore bellico, compresi gli addetti alla produzione dei cacciabombardieri nucleari F35, senza vergogna considerata “essenziale” dai governanti. Se il piano economico e politico è assai sdrucciolevole e incerto, più agevole è cogliere qualche riflesso positivo in materia ambientale e di diritti. Si è, infatti, registrato un crollo dei valori dell’inquinamento e un recupero di terreno e di possibilità di sopravvivenza da parte della fauna, quanto meno in Occidente: si sono così potuti vedere animali selvatici camminare tranquillamente nei sobborghi di qualche città, oppure delfini giocare davanti alle rive, in acque sino a poche settimane fa avvelenate da scarichi o affollate di grandi navi e rumorosi motoscafi. Diritti animali e diritti umani Come a Chernobyl, quando l’uomo si ritira o è costretto a ridurre la distruttività ambientale che lo caratterizza, gli animali si riprendono e la natura torna a sorridere. La stessa OMS, oltre un quindicennio fa, indicava negli allevamenti industriali, vere e proprie catene di montaggio dell’orrore, una causa delle malattie zoonotiche, qual è anche l’attuale Coronavirus. Non a caso la Cina è il maggior produttore al mondo – di allevamenti e di virus. In 30 anni ha triplicato il numero di animali costretti in condizioni inenarrabili, attraverso il landless systems, vale a dire senza terra e con il massimo di sfruttamento. Se all’uomo in questi decenni è stato sottratto il pensiero critico, una cultura dell’alternativa e del conflitto che lo ha progressivamente – e si spera non irrimediabilmente – reso passivo di fronte agli effetti devastanti del “Capitalocene”, la martoriata natura, invece, prima o poi si ribella. Anche riguardo al carcere, all’invasività che esso ha raggiunto nell’organizzazione sociale, bisognerà decidersi a pensare che il problema comincia da quello della prigione feroce e nascosta in cui vengono da sempre costretti gli animali. Bisognerà decidersi a capire che agire per i diritti umani in modo incisivo e duraturo, modificando le culture e le politiche al riguardo, è impossibile senza mettere in campo e intrecciare anche quelli degli altri animali. Se tra i piccoli segnali positivi emersi nel tempo della pandemia si può registrare il fatto che il Portogallo ha deciso di regolarizzare i richiedenti asilo, in modo da garantire loro l’indispensabile assistenza sanitaria, o che alcuni degli Stati Uniti hanno sospeso le esecuzioni capitali programmate, a partire dal Texas dove storicamente la cultura della forca (in quel caso dell’iniezione letale) è più radicata e praticata, allo stesso modo va considerato il blocco delle corride in numerose città spagnole, che ha consentito la salvezza a centinaia di tori o il fatto che – finalmente – la Cina abbia imposto limitazioni nel commercio di animali vivi e abbia escluso dall’elenco di quelli commestibili i cani (si stima che 10 milioni siano uccisi lì ogni anno per la loro carne) e i gatti. Non si possono enfatizzare, poiché si tratta di provvedimenti contingenti e temporanei, ma si possono considerare pur sempre spunto e premessa di possibili cambiamenti, anzitutto culturali, e di politiche future più attente a quel sistema fragile, vulnerato e interdipendente costituito dai diritti globali. Per il momento, terribili e prevalenti sono naturalmente gli effetti negativi, a partire dalle vittime non tanto e non solo del virus ma di una sanità pubblica scientemente e colpevolmente indebolita a favore di quella privata votata al massimo profitto, da un impoverimento di massa, dalla recessione globale incipiente o dalla massiccia perdita del lavoro; negli Stati Uniti, ad esempio, a metà aprile, oltre 26 milioni di lavoratori hanno chiesto sussidi di disoccupazione. Eppure e perciò, proprio da qui, dopo questa esperienza, si può e si deve rilanciare una riflessione e una proposta per un reddito di base universale e incondizionato per sostenere i cittadini nel dopo-pandemia. La Spagna, tra i paesi più colpiti dal virus, ha annunciato di volerlo fare con le dichiarazioni di Nadia Calviño, ministra dell’Economia e vicepremier. Un buon esempio, che si spera diventi rapidamente contagioso. Il virus in prigione Se il mondo intero pare divenuto una prigione, per quella propriamente tale si sono introdotte misure tese a ridurre il sovraffollamento delle celle, che produce normalmente un quotidiano disagio, ma che con l’epidemia diventa una vera e propria bomba a orologeria. Si è così consentita la scarcerazione di un certo numero di reclusi, attraverso la riduzione o la sospensione delle pene oppure con modalità di detenzione domiciliare. La preoccupazione per il Covid-19 e i rischi di trasmissione moltiplicati nelle celle, assieme alle misure ulteriormente restrittive imposte dalle amministrazioni penitenziarie, nel mese di marzo hanno innescato proteste e rivolte in Italia e in Colombia. Numerosi detenuti sono morti (rispettivamente, 13 e 23, oltre a numerosi feriti), in alcuni casi per cause ufficialmente ancora non definite, in altri sicuramente per una repressione violenta da parte dell’istituzione. Ma rivolte e proteste si sono poi diffuse in numerose carceri di diversi continenti: dall’Europa all’America Latina, dall’Africa all’Asia, dagli Stati Uniti all’Oceania. In alcuni altri casi anche con morti: 12 in Venezuela, cinque in Argentina, tre in Perù, due nello Sri Lanka. Anche per il timore di un’esplosione generalizzata, del virus e delle proteste, numerosi governi hanno pertanto disposto la liberazione anticipata di un certo numero di reclusi. È avvenuto in diversi Paesi Europei e in alcuni degli Stati Uniti. Paradossalmente, quelli che ne hanno scarcerati in misura maggiore sono regimi ben poco sensibili ai diritti umani come in Iran e Turchia: il primo dichiara di averne liberati circa 100mila, mentre il secondo dovrebbe arrivare a 90mila; a fronte, rispettivamente, di una popolazione detenuta complessiva di 230mila e 233mila. Proprio in quest’ultima nazione, le esclusioni dalle misure dei prigionieri politici hanno provocato una rivolta nella città a maggioranza curda di Batman il 4 aprile. Appare dappertutto chiaro che la logica, insomma, è quella di liberare il carcere dai detenuti, non viceversa. Come non è mai il momento della pace, così non è mai tempo di diritti e di libertà. L’una e gli altri non sono mai calati dall’alto come benevolenza del principe, ma conquistati dal basso, quasi sempre a caro prezzo. È una lezione che ci viene dalla Storia. L’epoca della pandemia non fa eccezione. * Editoriale di Sergio Segio nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights. Il magazine è scaricabile gratuitamente in .pdf dal sito Global Rights  

L'articolo Il virus in carcere. Aprire le gabbie, cambiare il sistema sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/05/in-virus-in-carcere-aprire-le-gabbie-cambiare-il-sistema/feed/ 0
Primo Maggio. Per un reddito di esistenza e dignità https://www.micciacorta.it/2020/05/primo-maggio-per-un-reddito-di-esistenza-e-dignita/ https://www.micciacorta.it/2020/05/primo-maggio-per-un-reddito-di-esistenza-e-dignita/#respond Fri, 01 May 2020 05:03:13 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26105 Questo è un Primo Maggio probabilmente unico nella storia e speriamo non ripetibile. Il modo migliore per festeggiarlo sta nell’impegno a far sì che davvero nulla possa rimanere come prima

L'articolo Primo Maggio. Per un reddito di esistenza e dignità sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

La pandemia da coronavirus ha indirettamente costretto ciascuno a rideclinare l’ordine delle priorità, a riscoprire la centralità della nuda vita, a rivedere abitudini troppo spesso lontane dall’essenziale. Il dibattito sulla cosiddetta “decrescita”, o comunque su un diverso modello di sviluppo, di produzione e di consumo, accentuatosi a ridosso della precedente crisi globale una dozzina di anni fa, era forse stato troppo precipitosamente accantonato. L’attuale emergenza, pur lasciando profonde ferite, pare ora riportare in superficie consapevolezze che avevano avuto robuste radici nel secolo scorso: l’importanza della sanità pubblica, ad esempio. Oppure, quella del lavoro; anche di quello manuale, da tempo trascurato e nascosto. E che occultato ha continuato a essere in queste settimane, mentre crescevano gli asfissianti, ancorché dovuti e necessari, richiami istituzionali allo “stare a casa”, accompagnati da sanzioni ed esorbitanti dispiegamenti di uomini e mezzi tecnologici ad assicurarne il rispetto. Peccato che, parallelamente e all’opposto, le medesime norme disponevano che diversi milioni di persone dovessero invece uscire dalla relativa protezione – per sé e per gli altri – della propria abitazione. Costrette a recarsi, magari con mezzi pubblici diradati e dunque affollati, a svolgere un lavoro qualificato indispensabile non già da criteri oggettivi, di effettiva utilità e urgenza, ma dalle autodichiarazioni dei datori dello stesso. I quali appaiono interessati alla buona salute della propria attività e dei profitti ben più che a quella dei propri dipendenti. Fatto sta che, secondo ISTAT, il 48,7% delle attività economiche sono rimaste attive. Il costo umano e sociale di questa logica è evidente, certificato dai numeri dell’epidemia, in particolare di quelli che riguardano la Lombardia, dove sono rimaste aperte 450mila imprese su 800mila. Cifre che fanno risaltare il vuoto di visione e di gestione della politica, che dovrebbe essere attenta all’equilibrio degli interessi e, nel caso di conflitto insuperabile, capace di assicurare la predominanza di quelli pubblici e generali. Non solo perché ovvia e necessaria a contenere il disastro che stiamo vivendo, ma perché dovuta al rispetto delle leggi, a cominciare da quella suprema costituzionale. Vi sono certo anche leggi o comunque necessità del sistema economico che occorre tenere presenti, ma non a ogni costo, non a discapito della vita di ciascuno e della salute di tutti. Per costruire il “dopo” occorre allora ragionare sul prima. Tanto più che una delle lezioni che andrebbero ricavate è esattamente l’esigenza, non più rinviabile, di una rivisitazione del sistema globale, perché è anche dalle sue storture – in specifico quelle legate all’agribusiness, alle deforestazioni e agli allevamenti intensivi – che originano quelle malattie zoonotiche di cui fa parte anche il dannato coronavirus. Come in tutte le situazioni-limite, anche in questa si è tuttavia assistito a un contagio benefico e rovesciato rispetto agli egoismi dei profittatori: quello del mutuo aiuto e del pronto soccorso a chi – e sono tanti, destinati a crescere – in mezzo a questa crisi si è ritrovato senza assistenza e perfino senza cibo o alloggio. Qualche sindaco, come a Grugliasco, è arrivato a organizzare ronde di “volontari” per vigilare sull’osservanza dei divieti, come non bastassero esercito, droni, elicotteri e geolocalizzatori. In molti luoghi si è invece attivata una ben diversa solidarietà, spesso favorita da altri e più avveduti sindaci, ma perlopiù nata dal basso: da quelle ONG e associazioni osteggiate e criminalizzate dai Minniti prima e dai Salvini poi. Ma anche, e forse meno prevedibilmente, da quel tessuto informale e molecolare di buoni sentimenti e buone pratiche che ha resistito a questi decenni di predicazione di darwinismo sociale, di enfatizzazione dell’individuo e della competizione come fondamento della struttura della società. L’idea di selezione del più forte, quale quella inizialmente teorizzata dai Boris Johnson quale miglior fronteggiamento della pandemia, è stata rifiutata dai cittadini. Così si è assistito al proliferare della solidarietà di condominio, di isolato e di quartiere, accompagnata da fantasiose e vitali forme di socialità a distanza, a ribadire che il legame sociale è ciò che dà senso, forma e futuro alla vita di ciascuno. Il Primo Maggio è Festa dei Lavoratori, più che del lavoro. Storicamente, ha radici nei loro diritti negati e nelle lotte e rivendicazioni per ottenerli, a partire da quello alla sicurezza e dunque, di nuovo, alla salute e alla vita. Seppure in taluni casi – decisamente assai limitati – quest’ultima viene gratificata dal lavoro, quando esso non venga ridotto e svilito a merce, è invece il reddito che la garantisce e ne consente condizioni di dignità. Un reddito per tutti come condizione di esistenza, o, se si preferisce, un «salario universale», quale quello che il Papa ha proposto il giorno di Pasqua, pensando in particolar modo all’universo crescente, dolente e trascurato dei precari. Questo è un Primo Maggio decisamente eccezionale, probabilmente unico nella storia e speriamo non ripetibile. Il modo migliore per festeggiarlo consiste nella promessa e nell’impegno a far sì che davvero nulla possa rimanere come prima. Cambiare o morire: è la lezione che ci viene da una natura stressata all’estremo, da diseguaglianze ormai intollerabili, da un pianeta troppo a lungo violentato. Esigono una riconversione ecologica dell’economia e stili di vita profondamente differenti. Ascoltiamo finalmente quel grido, prima che sia troppo tardi. Sergio Segio

L'articolo Primo Maggio. Per un reddito di esistenza e dignità sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/05/primo-maggio-per-un-reddito-di-esistenza-e-dignita/feed/ 0
IL VIRUS DELLA GUERRA https://www.micciacorta.it/2020/03/il-virus-della-guerra/ https://www.micciacorta.it/2020/03/il-virus-della-guerra/#respond Thu, 26 Mar 2020 15:46:53 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26047 Il sistema della guerra e la catena di enormi interessi che lo sorregge è concausa di quella complessiva devastazione del Pianeta che, a sua volta, è corresponsabile della pandemia da Coronavirus in corso

L'articolo IL VIRUS DELLA GUERRA sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

«La furia del coronavirus mostra la follia della guerra. Ecco perché oggi chiedo un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. È tempo di bloccare i conflitti armati e concentrarsi sulla vera lotta delle nostre vite. Alle parti in guerra dico: ritiratevi dalle ostilità». Non è Gino Strada che parla: la follia criminale della guerra, lui la denuncia e combatte da decenni; in questo caso, l’esortazione è stata invece lanciata con forza dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres. Il sistema della guerra e la catena di enormi interessi che lo sorregge è concausa tra le principali di quella complessiva devastazione del Pianeta che, a sua volta, è corresponsabile anche della terribile pandemia da Coronavirus in corso. La catastrofe ecologica, prodotta dall’attività umana, dalle scelte politiche e dai crimini di sistema, si evidenzia in varie forme, tutte più distruttive. Come scrive il WWF in un recente report, molte delle malattie emergenti sono conseguenza indiretta dell’impatto sugli ecosistemi naturali.   La piovra militar-industriale Il warfare è un sistema tentacolare e multiforme. Per comprenderne natura, estensione e attualità è utile risalire al secolo scorso, in particolare al secondo dopoguerra. Paradossalmente, la prima e più autorevole denuncia, rimasta nella storia, della sua articolazione e potere è venuta dal presidente di una delle nazioni che maggiormente alimentano e beneficiano di tale sistema: «Dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici»: così Dwight D. Eisenhower nel suo Discorso di addio alla nazione del 17 gennaio 1961. Essendo stato, prima che presidente degli Stati Uniti, anche generale, sapeva esattamente ciò di cui parlava e i pericoli che quel «complesso» rappresentava. E rappresenta. Vi sono infatti due aspetti che lo rendono oggi assai più pericoloso rispetto a quell’epoca per le sorti della democrazia e della stessa umanità. Il primo è la sostanziale assenza, o meglio la debolezza del pensiero e della pratica di movimenti e di forze politiche organizzate pacifiste e antibelliche, invece ben più attivi e incisivi nel secolo scorso. Con eccezioni, lodevoli ma purtroppo episodiche e limitate manifestazioni: si pensi, da ultimo, al blocco nei porti delle navi utilizzate per trasportare armamenti in Arabia Saudita o le contestazioni alla produzione di bombe in Sardegna, destinate sempre all’Arabia Saudita che le impiega nella guerra contro lo Yemen. Un conflitto, cominciato esattamente cinque anni fa, il 25 marzo 2015 e definito dalle Nazioni Unite come uno dei peggiori disastri umanitari, di cui anche l’Italia ne è complice: si vedano qui i dati della produzione ed export bellico e le cifre delle vittime. Il lavoro, considerato o meno necessario, può talvolta essere anche un crimine. Una seconda, e determinante, differenza è l’enorme sviluppo delle tecnologie da allora a oggi. Applicate al settore bellico, hanno moltiplicato a dismisura il potere, i profitti e le potenzialità distruttive di quel sistema.   La fantascienza è superata dalla realtà Anche da questo punto di vista, oltre che da quello del controllo sociale totale, che vediamo in atto e che subiamo in questi giorni, la fantascienza è attualizzata e addirittura superata; il futuro (ma in parte già il presente) delle guerre è già stato immaginato, preparato, costruito. Somiglia terribilmente a quello visto in tanti film e perfino ne supera gli scenari. Basti pensare ai “robot assassini”, i Lethal Autonomous Weapons Systems, ovvero sistemi d’arma in grado di individuare e colpire bersagli, anche umani, in modo indipendente e senza l’autorizzazione da parte di una persona. L’intervento umano si limiterà, infatti, alla sola loro attivazione iniziale: dopo, sarà il sistema d’arma a selezionare e colpire in modo appunto autonomo gli obiettivi. Si configurerebbero così, oltre tutto, enormi e inediti problemi morali e giuridici. Si tratta di armi che possono essere considerate l’evoluzione dei droni comandati a distanza. Ovvero di quegli strumenti che stanno venendo ora utilizzati per monitorare – in modo da poter eventualmente sanzionare i trasgressori – il rispetto delle regole di comportamento individuale fissate, e quasi giornalmente irrigidite, dai ripetuti decreti del presidente del Consiglio sulle misure di contrasto al Coronavirus. Ma, oltre che per controllo, ad esempio dei confini nella repressione dei migranti in fuga, i droni sono da tempo usati in diversi teatri di guerra, in particolar modo da parte degli Stati Uniti (e significativamente gestiti direttamente dalla CIA), che da parecchi anni mietono vittime, spesso civili, nei conflitti in corso in Africa e in Medio Oriente, attraverso il comando da remoto. Vengono usati, peraltro, anche nella vicina Libia, con partenza da territorio italiano, dalla base NATO di Sigonella. Secondo insistenti voci, naturalmente smentite dal ministero della Difesa, da lì sarebbe partito pure il drone USA che, il 3 gennaio scorso, ha assassinato Qassem Soleimani, il comandante iraniano delle Guardie della Rivoluzione Islamica, rischiando di fare degenerare ulteriormente e irrimediabilmente il quadro internazionale.   La guerra batteriologica Sempre fantascientifiche, ma solo in apparenza, essendo anche queste da tempo studiate e dunque potenzialmente preparate, sono le guerre batteriologiche. Non servivano certo il maldestro tentativo di strumentalizzazione politica da parte di Salvini del video di Tg Leonardo del 2015 o complottismi e idiotismi di varia natura per svelare una realtà, che, seppure non direttamente legata all’attuale pandemia, dovrebbe preoccupare tutti. Le ricerche su virus e batteri hanno possibili risvolti e utilizzi anche in campo bellico. Tanto più che la ricerca scientifica e quella militare hanno numerosi punti di contatto e sovrapposizione, con il fatto che la seconda ha possibilità di maggiori dotazioni finanziarie ed è favorita dalla maggiore segretezza. Per fare solo uno dei tanti possibili esempi, l’autorevole rivista “Science” ha pubblicato uno studio su di un progetto di ricerca avanzata (finanziata con 45 milioni di dollari) gestita dall’agenzia del Pentagono DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) denominata Insects Allies, Insetti alleati. Il direttore, Blake Bextine, ha dichiarato che si tratta di una misura pensata per proteggere l’agricoltura statunitense. Secondo “Science” potrebbe invece rivelarsi un’arma adatta a usi militari, in violazione della Convenzione internazionale sulle armi biologiche. Il programma, infatti, mira a disperdere virus infettivi geneticamente modificati progettati per alterare i cromosomi delle colture, utilizzando gli insetti per diffondere i virus alle piante, potenzialmente in grado dunque di distruggere la produzione alimentare di un Paese (Robert Guy Reeves, Silja Voeneky, Derek Caetano-Anollés, Reldon F. Beck, Christophe Boëte, Agricultural research, or a new bioweapon system?, “Science”, Vol. 362, Issue 6410, pp. 35-37, 5 ottobre 2018). Sono scenari che erroneamente si potrebbero pensare avveniristici e futuribili; è invece già la realtà delle armi biologiche, di quelle genetiche e di quelle basate sull’intelligenza artificiale, cui si dedicano numerose agenzie di paesi e potenze diverse, sostenute da ingentissimi finanziamenti, protette dal segreto militare. Solo la DARPA è impegnata in circa 250 programmi.   Cambiare il sistema, dal basso Tutto ciò ci sollecita a sperare che – e agire affinché – la pandemia in corso, oltre alle migliaia di morti e al disastro economico globale, almeno residui un soprassalto di consapevolezza su quello che va radicalmente cambiato nel nostro modo di vivere, nelle priorità che ci si danno e, soprattutto, nel modello sociale ed economico che determina la vita collettiva e le sorti comuni: mai come in questi giorni è facile comprendere quanto i problemi siano inevitabilmente globali, ad onta dei muri e delle fortezze, e come di conseguenza debbano esserlo le risposte. Non vi è certo da essere ottimisti. Rimanendo all’Italia, basti vedere che, almeno inizialmente, nel decreto sui lavori necessari sono stati inserite anche produzioni legate al bellico. Se il “complesso militar-industriale” (e finanziario, va ora aggiunto) è più potente che mai, se i governi ne sono espressione o ne sono succubi, occorre allora che l’alternativa venga pensata e costruita dal basso. Perché è lì che si pagano da sempre, e pure oggi con la pandemia e la crisi globale, i maggiori prezzi. Reagire, ribellarsi, costruire un modello e un futuro diverso, pacifico, rispettoso di diritti umani ed ecosistemi, è allora questione di autodifesa, assai concreta e vitale, non ideologica. È la sfida e scommessa di domani che bisogna cominciare a pensare oggi, pur dal chiuso delle nostre case o nei luoghi della costrizione al lavoro voluto necessario per decreto, quando invece è il reddito semmai a esserlo. E anche questo oggi dovrebbe essere più evidente a tutti. Nel pensare e preparare quel futuro nuovo, ora, intanto, usciamo sui balconi a esigere la fine di ogni guerra, non a partecipare a riti patriottici. Consapevoli, con Friedrich Dürrenmatt, che «Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a compiere assassini di massa». Sergio Segio   ph by U.S. Navy photo by Chief Mass Communication Specialist Michael B. Watkins / Public domain

L'articolo IL VIRUS DELLA GUERRA sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/03/il-virus-della-guerra/feed/ 0
«Perlopiù» morti. Il carcere uccide https://www.micciacorta.it/2020/03/perlopiu-morti-il-carcere-uccide/ https://www.micciacorta.it/2020/03/perlopiu-morti-il-carcere-uccide/#respond Wed, 25 Mar 2020 11:45:23 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26043 Si è tornati indietro di decenni, con detenuti sui tetti e celle bruciate. Ma con la non piccola differenza, rispetto ad allora, che ben pochi si sono premurati di approfondire l’accaduto, ragionare sulle sue cause

L'articolo «Perlopiù» morti. Il carcere uccide sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

Mai come al tempo del Coronavirus è divenuto a tutti facile capire quanto siano fondamentali la sanità pubblica e la prevenzione: da un quarto di secolo viene invece falcidiata la prima e trascurata la seconda. Altrettanto determinante è l’informazione corretta e tempestiva sulla pandemia; tanto più in quel luogo scuro e separato che continua a essere il carcere. In queste settimane anche lì si è visto come errori, ritardi e sottovalutazioni producono disastri e perdita di vite. Si è tornati indietro di decenni, con detenuti sui tetti e celle bruciate. Ma con la non piccola differenza, rispetto ad allora, che ben pochi si sono premurati di approfondire l’accaduto, ragionare sulle sue cause, chiedere spiegazioni ai poteri competenti (si fa per dire). Rese tanto più necessarie dalla morte di ben 13 persone detenute. La storia italiana (e non solo) della seconda metà del Novecento ci aveva insegnato come silenzi e bugie di Stato siano spesso la regola. Ma è forse la prima volta che, di fronte a fatti tanto gravi, opacità e reticenze di ministri e governi in carica non trovano significativa attenzione e opposizione. Il ministro della Giustizia, informando il Parlamento, sul punto si è limitato a un inquietante inciso, sostenendo che i decessi «sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Poche parole, all’incirca una per ogni morto, che non spiegano nulla e omettono tutto. Neppure un vago accenno alle altre cause, oltre a quella dichiarata principale. Non un dettaglio, nessun chiarimento. Neppure lo sforzo di indicare i nomi: l’identità dei 13 solo dopo parecchi giorni sarà resa nota da un giornalista. Undici nordafricani, slavi, latinoamericani, due soli italiani. In qualche caso pene scontate quasi per intero, in altri ancora in attesa di giudizio. Chi sia morto per cosa, non è dato però sapere. Il ministro non dice e nessuno domanda. Le obiezioni più accese in Senato hanno piuttosto invocato maggior repressione, giungendo ad accusare il governo di voler «legalizzare la droga». Come non fossero pubblici i dichiarati propositi del ministro dell’Interno attuale di mandarne ancora di più in galera per fatti di droga, in perfetta continuità di intenti con il suo predecessore. Quello dei tossicodipendenti in carcere, principale causa del sovraffollamento assieme al piccolo spaccio – come ben documenta il Libro Bianco sulle droghe, curato dalla Società della Ragione e altre associazioni –, continua a essere tema falsato e dolosamente omesso dal confronto politico. Nessuna riflessione o interrogativo ha suscitato il fatto che così tanti detenuti siano morti perlopiù per l’assunzione smodata di metadone, un potente analgesico, sostituto di sintesi dell’eroina, usato a scopo terapeutico. Un farmaco che aiuta a superare le astinenze e attutisce dolore e sofferenze, che sono la condizione usuale e perenne del prigioniero, tossicodipendente o meno. Pur in tempi assai difficili e luttuosi per la società libera, ci si sarebbe aspettati che la reazione, politica e amministrativa, di fronte all’inedita strage fosse appunto e semmai di provare a ridurre quella sofferenza, amplificata dai timori per l’epidemia e dalle misure di ulteriore isolamento imposte ai reclusi. Un isolamento ben diverso, integrale e spossessante, da quello cui siamo tutti costretti dal coronavirus: lì si è non solo reclusi ma ridotti a cose, distrattamente ammucchiate in una stanza. Se il ministro omette, parla d’altro e guarda altrove, dal capo del DAP nulla è pervenuto. Assente non giustificato. Di nuovo e sempre, tocca allora provare a costruire verità e giustizia dal basso. È quello che si propone il Comitato nato a questo scopo, che ha raggiunto 500 adesioni in due soli giorni (https://www.dirittiglobali.it/coronavirus-morti-carceri-appello/). Non sarà facile, ma occorre provarci. * Fonte: Sergio Segio, il manifesto

L'articolo «Perlopiù» morti. Il carcere uccide sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/03/perlopiu-morti-il-carcere-uccide/feed/ 0
I giorni del virus, del coraggio e dell’infamia https://www.micciacorta.it/2020/03/i-giorni-del-virus-del-coraggio-e-dellinfamia/ https://www.micciacorta.it/2020/03/i-giorni-del-virus-del-coraggio-e-dellinfamia/#respond Mon, 23 Mar 2020 14:11:10 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26039 Nei tempi del Coronavirus, in queste settimane, la narrazione tossica che rovescia verità e responsabilità si è fatta massiccia e intimidatoria

L'articolo I giorni del virus, del coraggio e dell’infamia sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

La tecnica è più che collaudata, antica quanto il potere di uno su tanti, di pochi su tutti. Colpevolizzare chi sta in basso, per garantirsi che non alzi la testa, non si accorga che il Re è nudo. Non osi ridere o contestare, non arrivi a comprendere che i problemi e drammi che lo colpiscono derivano proprio da chi sta in alto, dalle sue azioni, errori o omissioni. Nei tempi del Coronavirus, in queste settimane, la narrazione tossica che rovescia verità e responsabilità si è fatta massiccia e intimidatoria: se i cittadini non si disciplinano con le buone, bisognerà passare alle cattive, sono arrivati a minacciare politici della rude razza padana, dallo stile meno ovattato. Quegli stessi che, magari, appena pochi giorni prima invitavano alla “normalità”, preoccupati delle sorti dell’economia o, meglio, di quelle di imprese e padroncini. Soggetti economici di cui la medesima narrazione fraudolenta ha costruito da decenni – con generalizzato successo, occorre riconoscere – l’immagine di architrave fondamentale dell’intera società. Insostituibili, quali che siano i disastri che determinano. Siamo ormai in una Repubblica non già fondata sul lavoro ma sui datori dello stesso, vale a dire su coloro che lo organizzano, lo disciplinano, lo rendono massimamente produttivo in modo da trarne il massimo profitto. Naturalmente, facendone poi gocciolare qualche piccolo rivolo verso il basso, che la macchina non si deve inceppare, l’asino non deve morire di stenti se si vuole che la ruota continui a girare. La pandemia in corso ho però imposto un salto, una deroga, all’antica regola. Si può, anzi si deve, rischiare di perdere l’asino se vi è il rischio concreto che la ruota si fermi. Non tanto perché ciò danneggerebbe i risultati, diminuirebbe o sia pure arresterebbe il flusso del profitto. Sarebbe pur sempre un fatto temporaneo, e nei forzieri si sono accumulate inesauribili ricchezze, tanto più da quando queste dipendono dai giochi finanziari, cui è subordinata l’economia e la stessa produzione di beni materiali. Denaro a mezzo di denaro. Bisogna perciò imporre che la ruota non si fermi, a costo della strage, perché, diversamente, diverrebbe più evidente chi produce quella ricchezza sociale che viene poi in larga parte sequestrata dai pochi. Se vi sembra un ragionare datato, ideologico o astratto, basti guardare senza pregiudizi alla vicenda dell’ultimo decreto Conte, che avrebbe dovuto fermare i lavori non indispensabili e invece non lo ha fatto, cambiando all’ultimo le carte in tavola e infrangendo impegni e promesse, nonostante gli annunci e le necessità. Oltretutto, i buoi erano fuggiti dalla stalla già da settimane, a prezzo di migliaia di morti. I padroni della ruota ordinano, la politica obbedisce. È storia di sempre e non basta ancora il numero impressionante di vittime per metterne in discussione i fondamenti e la vigenza.   Alle radici dell’austerity Ricordate nei dettagli il primo periodo successivo alla precedente crisi globale del 2007-2008? È improbabile, poiché i ricordi ormai funzionano solo a breve, la corrosione della memoria è una malattia sociale scientificamente inoculata che pare colpire quasi tutti. In ogni modo, allora il disastro provocato dal castello di carte della finanza speculativa (ma ne può esistere una che non lo sia?) indusse nell’immediato una assai fondata reazione di rabbia contro i padroni di quel castello. La strategia di chi governava e governa, o meglio comanda, quei processi e il sistema, fu divisa in due fasi. La prima, difensiva e di sopravvivenza, centrata sul salvataggio (con soldi pubblici, naturalmente) delle banche private e della finanza nel suo complesso, costato almeno 20.000 miliardi di dollari a livello globale. La seconda è stata invece una fase di attacco e di rilancio: un’articolata decostruzione del senso comune e delle evidenze (la responsabilità di banche, grandi istituti finanziari e assicurativi, agenzie di rating e di controllo nello scatenamento della crisi e nella determinazione dei suoi presupposti) e della successiva costruzione di un nuovo senso comune e di una credenza (l’eccesso di spesa pubblica, il costo insostenibile della politica, l’impossibilità di continuare a garantire ai cittadini il “lusso” del welfare). Quella è stata la necessaria premessa per aprire un nuovo corso di ulteriore saccheggio delle ricchezze pubbliche e dei beni collettivi. In particolare, della loro privatizzazione, a cominciare dal complesso dei servizi di protezione sociale sino ad allora garantiti dal modello europeo, anche se già da tempo in progressiva erosione. Si trattò di una nuova e gigantesca occasione per soddisfare gli appetiti famelici e socialmente irresponsabili della grande finanza e delle corporations transnazionali. «Il modello sociale europeo è superato, servono liberalizzazioni e riforma del lavoro», esultava all’inizio del 2012 l’osannato presidente della Banca centrale. La lotta di classe dall’alto aveva abilmente e rapidamente trasformato l’evidenza della distruttività del paradigma liberista, la crisi globale, in una vittoria, mettendo nell’angolo i riottosi, aggredendo i fondi sovrani e preparandosi a spolpare la Grecia. Mentre quel gigantesco crimine veniva compiuto, a livello politico nazionale e comunitario quasi tutti si allineavano complici, parecchi guardavano da un’altra parte, pochissimi perseveravano nel vizio scandaloso della verità. Molti tra i primi sono gli stessi che governano ancora oggi, decidono e gestiscono le risposte alla pandemia in corso, che ha bruscamente richiamato tutti alla consapevolezza e che, se non altro – ma a caro prezzo – ha decretato il superamento di quell’austerity e l’accantonamento del dogma autoritario dei trattati di stabilità e del Fiscal compact. Eppure, persino adesso, le amnesie permangono e rischiano di pregiudicare quel futuro che, in ogni modo, sarà inevitabilmente diverso: dopo il coronavirus nulla tornerà come prima. In questi giorni anche la memoria a breve sembra ormai compromessa e svaporata: paiono già dimenticate le esternazioni dei governatori del nord Italia e dei segretari politici di soli pochi giorni fa. Per non dire dei Trump e dei Johnson e della menzogna eretta ad arte e portata a livelli inimmaginabili, sempre con la condiscendenza del sistema mediatico mainstream. La nuova narrazione dominante pare infatti ipnotizzare con successo la gran massa dei cittadini, reclusi in casa dai decreti governativi e dalla paura. Mobilitati sui balconi a ballare e cantare, meglio se l’inno nazionale, o, peggio, a inveire contro i supposti disertori, nell’antica e sempre funzionante induzione all’odio e alla guerra tra poveri, che preserva il potere: proprio come Cadorna a Caporetto.   Il virus del capitalismo e il vaccino della memoria La pandemia da Covid-19 è stata fatta diventare un capitolo della shock economy, l’uso catastrofi e delle emergenze, provocate o cavalcate, per rafforzare il proprio potere e per drenare ancora maggiori ricchezze nel truffaldino trickle up turboliberista. Anche il depauperamento della sanità pubblica, di cui subiamo ora con maggiore drammaticità gli effetti, è stato parte del percorso che ha istituito l’austerity quale religione europea indiscutibile sotto l’inflessibile guida dell’ordoliberismo teutonico. Dunque, si tratta di precise scelte, non di casualità o accidenti. Con altrettanto precise responsabilità, individuali e di sistema. Per occultare le quali in questi tempi terribili, con le migliaia di morti che dovrebbero gridare vendetta o almeno giustizia, si è prontamente allestita e articolata, complici di nuovo gran parte dei media e dei commentatori, la campagna di manzoniana memoria contro i novelli untori, i runner, e la colpevolizzazione dei cittadini dubbiosi o riottosi. Tanto indisciplinati da dover essere sottoposti al controllo capillare, persino con droni e geolocalizzazione; forse dalla Cina, oltre che mascherine e medici, sono arrivati anche tecnici e consulenti della sorveglianza. Cittadini che, nel caso, se non bastano le ferme raccomandazioni e poi le minacce, vanno sottoposti all’energica repressione dei militari (leggere qui uno dei tanti possibili esempi). Soldati e poliziotti che a nessuno viene in mente di utilizzare ben più utilmente semmai per recapitare la spesa a chi è a casa, supplendo all’incapacità delle catene dei supermercati, lesti ad alzare i prezzi assai meno bravi a reggere situazioni straordinarie, nonostante l’ammirevole impegno di lavoratori e cassiere.   La strategia di progressione dell’autoritarismo È un paternalismo autoritario e progressivo (cfr. Pierre Dardot e Christian Laval) che difficilmente verrà revocato a emergenza conclusa. La storia ci ha insegnato proprio in Italia – con la “madre di tutte le emergenze”, quella degli anni ’70 – che le procedure d’emergenza si stabilizzano e perpetuano, riproducendosi di continuo in forme o per cause simili o nuove ma sempre finalizzate a rendere più verticali, indiscutibili e incontrollabili i poteri affermatisi o consolidatisi grazie all’eccezione. A ciò, peraltro, è funzionale l’abuso del linguaggio e delle metafore belliche con cui si parla del contagio in queste settimane. Quanto sia fondato il rischio della permanenza della militarizzazione della vita sociale anche dopo, ce lo ha ricordato il quotidiano dei vescovi (qui), non gli antagonisti dei centri sociali; i quali invece in questi giorni sono impegnati nel soccorso dei più deboli, di anziani soli, malati, senza dimora (e la ferocia delle denunce nei loro confronti, poiché trovati per strada, ancor più abbandonati e impossibilitati, è una vergogna che dovrebbe rimanere scolpita negli annali). Come spesso nelle situazioni-limite, in effetti, emerge il peggio ma anche il meglio, l’arroganza del potere e della repressione ma pure la solidarietà, le buone prassi, una visione e una pratica di società alternativa. I cittadini si trovano reclusi in casa, e in questo caso giustamente, ma assieme vengono infantilizzati e intimiditi. Proprio come avviene nel carcere vero nei confronti dei detenuti. Gli unici, peraltro, che sinora hanno provato a ribellarsi, sia pur in modo controproducente e autolesionistico, assieme a qualche pezzo dei lavoratori della logistica. Di fronte alla marcia indietro del presidente del Consiglio si protesta, e meno male (loro ce ne hanno date, noi gliene abbiamo dette, pur con molto rispetto), ma a voce non sufficientemente alta e decisa, senza ancora arrivare a già tardivi scioperi generali. Lo si farà, forse e sperabilmente, tra poco. Con qualche centinaio o migliaio di morti in più sulla impermeabile coscienza dei padroni del castello di carte. La strage dolosa è destinata così a continuare, tra i cittadini e tra i soccorritori. Continua privandoci addirittura del rito del cordoglio. A causa di essa scompare e ci viene sottratta ancora di più la memoria di uomini e donne del secolo scorso, che hanno vissuto guerra, Resistenza e dopoguerra, la cui vita pare oggi trattata come depositaria di un minor valore, come meno meritevole di speranza, sforzi e considerazione. C’è da augurarci – per sé e per tutti – che da loro, e nel loro ricordo, vi sia un passaggio di testimone ai giovani di oggi, che stanno vivendo una situazione inimmaginabile sino al giorno prima e la cui rapidità di evoluzione ancora colpisce profondamente, assieme ai ritardi di reazione. Che rimanga almeno questo, che i sopravvissuti conservino precisa e implacabile memoria di questi giorni. I giorni dell’impegno e della dedizione di medici e infermieri, in primo luogo (e chissà se in trincea ci sono anche i manager delle Aziende in cui sono stati trasformati gli ospedali). Ma anche giorni dell’infamia, degli errori evitabili, della situazione sanitaria e strutturale drammatica dovuta alle scelte politiche bipartisan degli ultimi trenta o quarant’anni, del sacrificio imposto d’autorità a tanti lavoratori. Per i padroni del castello di carte, evidentemente, anche la loro vita è leggera come piume. * articolo di Sergio Segio, pubblicato anche su Vita.it

L'articolo I giorni del virus, del coraggio e dell’infamia sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2020/03/i-giorni-del-virus-del-coraggio-e-dellinfamia/feed/ 0
Tutto il mondo sta esplodendo, ma noi vediamo solo il nostro ombelico https://www.micciacorta.it/2019/12/tutto-il-mondo-sta-esplodendo-ma-noi-vediamo-solo-il-nostro-ombelico/ https://www.micciacorta.it/2019/12/tutto-il-mondo-sta-esplodendo-ma-noi-vediamo-solo-il-nostro-ombelico/#respond Tue, 17 Dec 2019 09:05:48 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25874 Dall’Ecuador alla Bolivia, dalla Colombia al Brasile, dal Cile ad Haiti, dall’Iraq all’Iran, dal Libano all’Arabia Saudita, dalla Turchia alla Francia, ovunque stanno crescendo le proteste sociali, ma anche la repressione e la tortura

L'articolo Tutto il mondo sta esplodendo, ma noi vediamo solo il nostro ombelico sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

Poche settimane fa i social sono stati invasi da post attorno alla vicenda della morte avvenuta in Cile di Daniela Carrasco, attivista e artista di strada soprannominata “El mimo” che, secondo l’iniziale denuncia del collettivo Ni Una Menos, sarebbe stata violentata, torturata e uccisa dalla polizia. Diverse invece le convinzioni e dichiarazioni della famiglia e di un’associazione di avvocate, propense a credere a un suicidio. La questione è poi tracimata anche su media tradizionali, ma è sui social che, con i consueti meccanismi virali e di schieramento, si sono immediatamente scontrati i sostenitori dell’una o dell’altra tesi e versione, come fosse sempre e comunque obbligatorio e necessario dividersi in opposte fazioni e tifoserie. Sino a porre in secondo piano la vera e centrale questione (oltre a quella di una giovane donna che, in ogni caso, è morta, per propria o altrui mano): i diritti umani e la sanguinosa repressione con cui il Cile del presidente Sebastián Piñera ha cercato di soffocare le grandi lotte e proteste sociali in corso dallo scorso ottobre. Ora l’intensità, la violenza e le cifre di quella repressione sono certificate da un report dell’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (United Nations High Commissioner for Human Rights, UNHCHR), ma non se ne è accorto quasi nessuno, compresi quelli che si sono appassionati alla contesa sulle differenti ricostruzioni della morte di Daniela Carrasco. E così pure di quella, analoga, di Albertina Martínez, fotografa cilena divenuta famosa per i suoi scatti nel corso delle proteste, trovata uccisa nella propria abitazione di Santiago attorno alla quale, di nuovo, si sono diffuse ipotesi contrastanti sulla responsabilità o meno delle forze di polizia. Il Rapporto descrive in dettaglio accuse e casi di tortura, maltrattamenti, stupri e altre forme di violenza sessuale da parte della polizia contro persone in detenzione, molte delle quali sembrano essere state trattenute arbitrariamente. Il numero complessivo di persone fermate o arrestate, tra il 18 ottobre e il 6 dicembre, è enorme: oltre 28.000. L’UNHCHR documenta poi 113 casi specifici di tortura o maltrattamenti e 24 casi di violenza sessuale (inclusi stupri e minacce di stupro) contro donne (14), uomini (6), ragazze adolescenti (3) e ragazzi adolescenti (1) nel contesto delle proteste. Il National Human Rights Institute (NHRI), con cui il team delle Nazioni Unite si è incontrato durante le tre settimane di ricognizione trascorse visitando sette regioni cilene, ha presentato 108 denunce penali per tortura riferite a 166 casi di presunta violenza sessuale (in 47 casi verso donne, in 28 verso ragazze e adolescenti, in 52 verso uomini, in 27 verso adolescenti maschi); si tratta di cifre quadruple rispetto alle cause legali presentate per tortura con violenza sessuale negli ultimi nove anni. I presunti autori sono membri della polizia e dell’esercito. Secondo informazioni fornite dalla Procura della Repubblica, dal 26 novembre sono state aperte 44 inchieste relative alle accuse di tortura e 90 in relazione a episodi di nudità forzata. Sono in corso indagini su 26 decessi avvenuti nel contesto delle proteste. Migliaia di feriti, compresi circa 350 persone ferite agli occhi e al viso per un uso «non necessario e sproporzionato di armi meno letali, in particolare fucili anti-sommossa, durante manifestazioni pacifiche e/o al di fuori del contesto di scontri violenti tra manifestanti e forze di sicurezza». Una pratica, quest’ultima, divenuta una costante anche più vicino a noi, ovviamente e però invisibile ai media, invece appassionati – anche giustamente, non fossero strabici e autocensuranti – a registrare le violenze poliziesche contro i giovani di Hong Kong. In Francia, difatti, sono tantissime le gravi ferite agli occhi causate dei proiettili di gomma sparati da poliziotti nel corso delle manifestazioni dei gilet gialli e di altri movimenti. Tutto il mondo sta esplodendo, diceva il ritornello di una canzone di lotta degli anni Settanta del secolo scorso. Lo sta facendo anche oggi, dove però, nonostante Internet, social e la comunicazione globale sembriamo accorgercene di meno, incapaci di sguardo critico e di collegamenti tra i pezzi di una stessa realtà. Dall’Ecuador alla Bolivia, dalla Colombia al Brasile, dal Cile ad Haiti, dall’Iraq all’Iran, dal Libano all’Arabia Saudita, dalla Turchia alla stessa Francia, dove la convergenza delle lotte contro la riforma delle pensioni sta paralizzando il Paese e mettendo in difficoltà Macron e il suo governo (l’erba del vicino, ahimè, è sempre più verde). Naturalmente, si tratta di realtà differenti, come diverse sono le cause scatenanti e quelle remote, i contesti politici, le caratteristiche sociali, ma comune è la rivolta contro le ingiustizie e le iniquità, la spinta al cambiamento da parte di coloro che “stanno in basso”. Il dato comune, se vogliamo trovarlo è che ovunque la repressione e le violenze poliziesche sono cresciute in modo esponenziale, con centinaia e centinaia di uccisi tra i manifestanti, con arresti di massa e torture. Questo dovrebbe infiammare i social, assai più delle ipotesi sulla causa di morte di Daniela e Albertina. Le più pericolose fake news sono le notizie (e le realtà) di cui non ci accorgiamo, che vengono sottaciute dal mainstream, di cui non sappiamo individuare la valenza, che non sappiamo e vogliamo andare a cercare, anche perché costa impegno e fatica e ormai leggiamo solo i titoli, peraltro di notizie che seleziona al posto nostro il misterioso algoritmo, mentre ci dilettiamo nelle polemiche facili e sterili da tastiera a fare l’esame del sangue e delle intenzioni all’unico movimento che per il momento ci è toccato (e di nuovo cresce l’indivia per l’altrui giardino), rinchiusi nelle nostre solipsistiche bolle digitali. Una volta c’era la rivoluzione e non sapevamo che abito metterci. Ora il mondo esplode (e, surriscaldato, brucia) e non ce ne stiamo neppure accorgendo. Auguri *** photo by Carlos Figueroa, licencia Creative Commons Atribución-CompartirIgual 4.0 Internacional

L'articolo Tutto il mondo sta esplodendo, ma noi vediamo solo il nostro ombelico sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2019/12/tutto-il-mondo-sta-esplodendo-ma-noi-vediamo-solo-il-nostro-ombelico/feed/ 0