7 Aprile – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sat, 11 Apr 2020 17:45:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Marione Dalmaviva, una memoria «Viva», nei sorrisi e nel cuore https://www.micciacorta.it/2020/04/marione-dalmaviva-una-memoria-viva-nei-sorrisi-e-nel-cuore/ https://www.micciacorta.it/2020/04/marione-dalmaviva-una-memoria-viva-nei-sorrisi-e-nel-cuore/#respond Sat, 11 Apr 2020 17:42:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26070 Vicino al nostro giornale, militante di Potere Operaio e pubblicitario, venne coinvolto nell’inchiesta del 7 Aprile 1979 su Autonomia Operaia e subì un lungo periodo di detenzione preventiva

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Il 21 marzo di quattro anni fa ci lasciava Mario Dalmaviva. Se ne andava dopo una lunga malattia una persona speciale, molto vicina alla storia de «il manifesto» nel periodo delicatissimo che fu la fine degli anni Settanta e l’avvio degli anni Ottanta. A lui questo giornale ha davvero voluto molto bene. Mario Dalmaviva era stato militante di Potere Operaio e pubblicitario, venne coinvolto nell’inchiesta del 7 Aprile 1979 su Autonomia Operaia e subì un lungo periodo di detenzione preventiva prima di essere condannato ad una pena di sette anni, poi ridotta a quattro (già scontati). Fu quello della battaglia contro il teorema del magistrato Calogero, un impegno costante del quotidiano comunista «il manifesto» e dell’iniziativa di Rossana Rossanda. Come scrisse salutandolo per l’ultima volta il «fratello» Alberto Magnaghi «la sua ribellione all’ingiustizia era cominciata nel 1981, con uno sciopero della fame di sessanta giorni, per rivendicare la propria innocenza: il giudice Caselli lo aveva, poco prima del “teorema” del giudice padovano Calogero, prosciolto da tutti i reati torinesi per cui era inquisito. Ma anche per rivendicare la propria estraneità, dal carcere speciale di Fossombrone, al progetto delle Br di rilancio della lotta armata, attraverso le rivolte carcerarie». Mario è stato un rivoluzionario gentile, sempre incline al sorriso. Veniva da lontano, da sociologia di Trento; aveva conosciuto Sergio Bologna a Milano e Vittorio Rieser a Torino, con il quale aveva fondato la Lega studenti–operai, anticipatrice, con gli scioperi alla Lancia, dell’incontro sociale fra università e fabbrica ai cancelli della Fiat: così nacque la fondativa assemblea permanente operai-studenti. Dal carcere di Torino l’autore cominciò a inviarci una serie di vignette fatte in scarsità di mezzi e spazi, facendo così di necessità virtù. Tutte avevano come unico protagonista la porta sbarrata di una cella: dall’interno e dall’esterno quei tratti contaminati di parole e sbarre rappresentavano un infinito recluso. Pareva impossibile che da quella condizione uscissero delle nuvole pensierose e divertite che ponevano domande sui contenuti della nostra residua libertà. La libertà di tutti. La cella diventava un espediente narrativo che chiedeva l’ascolto di una generazione, dando la misura dell’angoscia e della claustrofobia non solo della detenzione carceraria, in una forma e misura grafica. Furono quelle le prime vignette uscite sul «manifesto». Ebbero subito un grande successo, anche perché fortemente segnate dalla volontà di restituire nel segno e nello spazio breve del fumetto dentro la nuvola e nel modo della satira, tutta la pesantezza del tempo. Mario Dalmaviva, non volle mai rinunciare alla cifra poetica della sua serenità. E utilizzava – come abbiamo scritto per ricordarlo quattro anni fa – ogni vignetta, ogni balloon, come fossero una lima per segare le sbarre delle prigioni, concrete e mentali di una generazione. Sempre siglando «Viva», una nuova firma per noi, una sigla luminosa, un neon fantasmagorico dal nero-cella, un «segno» del suo rimanere in vita nonostante tutto, a memoria della radice «umanitaria» del suo cognome. Un timbro di testimonianza lucida e allegra. * Fonte:Tommaso Di Francesco, il manifesto

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Addio a Nanni Balestrini. Nella moltitudine seminale del Novecento https://www.micciacorta.it/2019/05/addio-a-nanni-balestrini-nella-moltitudine-seminale-del-novecento/ https://www.micciacorta.it/2019/05/addio-a-nanni-balestrini-nella-moltitudine-seminale-del-novecento/#respond Tue, 21 May 2019 09:26:51 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25443 Se ne va all’età di 84 anni. Poliedrico, irriverente pioniere, poeta, artista visivo, maestro nel collage di immagini e parole, narratore, militante da Potere Operaio ad Autonomia. La sua figura di organizzatore culturale e animatore editoriale, ha segnato generazioni di intellettuali Ce n’è per tutti è un titolo, fra gli ultimi di Nanni Balestrini, che vale […]

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Se ne va all'età di 84 anni. Poliedrico, irriverente pioniere, poeta, artista visivo, maestro nel collage di immagini e parole, narratore, militante da Potere Operaio ad Autonomia. La sua figura di organizzatore culturale e animatore editoriale, ha segnato generazioni di intellettuali Ce n’è per tutti è un titolo, fra gli ultimi di Nanni Balestrini, che vale come il suo più fedele autoritratto «pratico». Artista renitente alle poetiche quanto uomo su di sé riservato, nei rendiconti infittitisi negli ultimi anni (se non altro per l’incombenza uggiosa degli anniversari; per non parlare degli epicedi, a lui tanto discari), Balestrini preferiva scrivere una nuova opera, quando si trovava nell’incombenza di commentarne un’altra, propria o altrui. Ce n’è per tutti s’intitolano i collage del 2017 in coda al terzo volume dei suoi Omnia poetici (Caosmogonia e altro, uscito l’anno scorso da DeriveApprodi dopo i precedenti Come si agisce e altri procedimenti del 2015 e Le avventure della signorina Richmond e Blackout del 2016); e lo stesso titolo ha dato Nanni alla sua ultima mostra, a Bologna lo scorso gennaio. Vengono in mente i personaggi pluriprospettivisti della narrativa modernista, come lo Jakob Abs delle Congetture di Uwe Johnson (uno dei libri «eroici» della nuova Germania, che segnarono la «sua» Feltrinelli nei primi Sessanta; di lì era originaria la sua famiglia materna, e dai protocolli del Gruppo 47 prese ispirazione per quelli del nostrano 63) o il Charles Foster Kane del Quarto potere di Orson Welles, o ancora i ritratti cubisti di Picasso e, forse meglio, quelli post-tali di Francis Bacon (da sue frasi icastiche, oltre che di John Cage e Jean-Luc Godard, aveva tratto le parole dei tre magnifici poemetti dell’ultima raccolta Caosmogonia, pubblicata nel 2010). O magari soprattutto – considerando il sorriso sempre sulle sue labbra – il Figaro di Rossini (che in Beaumarchais, si ricorderà, è un eroe rivoluzionario): il «factotum» che è «pronto a far tutto» e «la notte e il giorno sempre d’intorno in giro sta». L’individuo non è ineffabile per l’insondabile sua supposta interiorità (come nella tradizione umanistica e idealistica); viceversa è tale per come è tutto rivolto all’esterno – scuoiato ed eviscerato, come in una certa terribile poesia del maestro Sanguineti –, diffratto ed «esploso» in tutte le direzioni: in quella che Lacan definiva estimità. Ricordo che quando avevo azzardato un parallelo fra il cut-up dai giornali, nei collage verbali che da molto presto sono stati il suo metodo di composizione preferito, e l’attrazione che per lo stesso materiale aveva avuto Andy Warhol, Nanni mi disse che di lui gli era sempre piaciuta una frase tra le più provocatorie ma anche, a suo modo, fra le più vere: «Guardate semplicemente la superficie delle mie opere. Lì sono io. Dietro non c’è nulla». È ineffabile, l’individuo, perché non lo si può appunto vedere quale individuo. Perché è uno, nessuno e centomila. Sicché ciascuno si trovi nei pressi, di quell’esplosione centrifuga, si trova a essere investito da uno dei suoi aspetti, fra loro diversi e anche contraddittori. Oggi dunque si dovrà ricordare anzitutto il poeta, che nell’adolescenza acerba sottopone i primi tentativi all’altro maestro Luciano Anceschi, capitatogli un certo anno scolastico dei primi Cinquanta, e poi non ha più smesso; ma anche l’artista visivo, maestro nel collage di immagini non meno che di parole; e poi il narratore «furioso» che, a partire da Vogliamo tutto del ’71, imprime alla sua opera una svolta «politica» tanto discussa quanto seminale; nonché appunto il militante, da Potere Operaio ad Autonomia, che dalle conseguenze del teorema del «7 aprile» di giusto quarant’anni fa si salva (come mitobiograficamente si legge in quello che è forse il suo capolavoro, Blackout del 1980) sciando a valle verso la Francia: dove resterà esule sino all’assoluzione, cinque anni dopo, in contumacia. In questa peripezia c’è tutto Nanni: la souplesse di ogni suo gesto, la sprezzatura dandistica, la soavità con la quale pronunciava le frasi più sferzanti; scivolare fra luce e buio nella primavera frizzante, librarsi a valle sfruttando e negando il proprio stesso peso, slittare verso una béance tanto più dolce quanto più peritosa. C’è infine un quinto Balestrini, a lungo il più considerato (dai più, per ridurre la portata degli altri). Parlo dell’organizzatore culturale, del redattore editoriale, dell’artefice instancabile di riviste ed eventi: «oggetti» che hanno modificato in profondità il paesaggio del secondo Novecento e dei primi due decenni del nuovo secolo. È il Balestrini che ha contato in misura decisiva – posso testimoniare – nella formazione e nella crescita di almeno tre generazioni di giovani intellettuali. Ma questo Balestrini «relazionale» non può essere considerato, avrebbe detto un filosofo d’antan, «allotrio». Perché è quello che tiene insieme tutti gli altri. Nell’ultimo suo libro, il poemetto dedicato al ’68 e intitolato proprio L’esplosione (pubblicato lo scorso febbraio dalle Edizioni del «verri»), si legge che «non c’è un’immagine ci sono solo rapporti tra», perché è appunto la «relazione fisica / tra esseri sensibili e coscienti» la natura effettiva della nostra condizione umana. In ogni situazione, politica o artistica (ove poi, viste in questo modo, tali sfere possano essere disgiunte), essenziale è vedere «non le cose ma quello che c’è tra le cose». Solo così gli individui possono uscire dal carcere di sé, lasciare Vuota la Gabbia dei ruoli e delle identità. Per questo «ogni storia appartiene a tutti»; e per questo, quando più scura appare la tenebra in cui siamo gettati, «l’importante è sentire di esistere / poi all’improvviso arriva qualcosa / prima non c’è nulla poi all’improvviso». * Fonte: Andrea Cortellessa, IL MANIFESTO

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Il 7 aprile e il teorema Calogero https://www.micciacorta.it/2019/04/il-7-aprile-e-il-teorema-calogero/ https://www.micciacorta.it/2019/04/il-7-aprile-e-il-teorema-calogero/#respond Mon, 08 Apr 2019 06:48:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25343 Una data che segna l’operazione giudiziaria e il processo politico con la quale vengono regolati i conti con pezzi importanti dei movimenti degli anni Settanta

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Accusati per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”

Il 7 aprile 1979 decine di militanti (che diventeranno centinaia nel corso dell’inchiesta) dell’area dell’Autonomia furono arrestati, in esecuzione di un duplice mandato di cattura emesso dai giudici Pietro Calogero e Achille Gallucci delle procure di Padova e Roma, con l’accusa di associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a diciannove omicidi, fra i quali spiccava quello di Aldo Moro. L’accusa era di aver costituito una organizzazione segreta che dirigeva dietro le quinte ogni possibile formazione armata: come scriverà l’Unità due giorni dopo, «un unico filo, insomma, percorrerebbe tutte le formazioni terroristiche, dalla nebulosa del “terrorismo diffuso” alla perfezione militare delle Br. La mano che questo filo tira e manovra sarebbe quella dell’Autonomia», organizzazione nata dopo lo scioglimento di Potere Operaio e poi cresciuta nel corso degli anni Settanta, ovvero quella di Toni Negri, per il quale il giudice Calogero ricorre, prima volta nella storia dell’Italia repubblicana all’articolo 284 del codice penale «per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato».

L’operazione 7 aprile svolge un ruolo nevralgico nello scontro sociale che si è consumato negli anni Settanta, un decennio eccezionale dal punto di vista delle lotte sociali e del protagonismo operaio. La sostenne un battage giornalistico impressionante. Nel giro di pochi giorni l’Italia apprendeva l’esistenza di una sorta di Spectre nostrana, la cui esistenza si affermava con certezza essere comprovata da solidi elementi e testimoni inconfutabili: fra questi un uomo del generale Dalla Chiesa e un brigatista pentito padovano. In particolare, era l’Unità a distinguersi nel distillare, giorno per giorno, le rivelazioni provenienti dalla procura di Padova: Negri era ideatore dei primi sequestri di persona effettuati dalle Br, membro della direzione Br sin dalla metà del ’73, il telefonista che comunicava con la famiglia Moro durante il sequestro del leader Dc, ma anche, con estrema versatilità, l’uomo che «insegnava la tecnica di costruzione delle bottiglie molotov». E, si insinuava, mandante dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini (ucciso da Prima Linea, una organizzazione armata distinta dalle Br), che, avendo condiviso una cena con Negri in casa del giudice Antonio Bevere, avrebbe riconosciuto la sua voce come quella del telefonista Br, il dottor Nicolai, che chiamava casa Moro. Per quanto incredibile sembri, ci vorrà la perizia linguistica di Tullio De Mauro per certificare la differenza fra l’evidente cadenza marchigiana del “dottor Nicolai” (che poi si sarebbe scoperto essere Mario Moretti) e quella padovana di Negri. L’impianto accusatorio costruito da Calogero e Gallucci si configurava come l’applicazione di leggi speciali di fatto, che aggirando la lettera del diritto si collegavano, in qualche caso anticipandole, alla “legislatura d’emergenza” che costituì per anni una vera e propria sospensione dei diritti della difesa: lo spezzettamento dell’inchiesta in tre processi metteva infatti gli imputati in condizione di essere accusati a Roma di aver costituito un’organizzazione armata (la misteriosa “O”), a Padova dei reati che costituivano la sostanza della “O”, e a Milano del carattere tentacolare della “O” in concorso con altre sigle. Come in un paradosso, a Roma i reati erano dati per presupposti, a Padova e Milano era data per presupposta l’organizzazione. Al tempo stesso, col passare del tempo e il cadere dei primi capi di imputazione, sostituiti da nuove accuse scaturite dai diversi “pentiti” – dapprima Carlo Fioroni, in seguito Marco Barbone – venivano emessi mandati sostitutivi che aggiravano nei fatti il limite della custodia cautelare fissato dalla “legge Valpreda” (legge 773/1972). Gli imputati vennero così sottoposti al regime delle carceri speciali – come se fosse già comprovata la loro colpevolezza – fino alla sentenza di primo grado, quasi sempre senza avere un confronto con i pentiti che li accusavano, a volte (come nel caso di Negri) senza mai incontrare il giudice istruttore. Carceri speciali nelle quali si costituiva un ulteriore elemento di tortura psicologica la coabitazione con i “boia delle carceri” brigatisti, che li consideravano traditori cui promettere un esplicito “colpo di grazia”; né va dimenticato che il duro regime carcerario avrà effetti devastanti sul fisico di alcuni di loro (come Ferrari Bravo, Vesce, Serafini), che patiranno una morte prematura. Al termine di una vicenda giudiziaria durata anni (la sentenza di secondo grado è dell’8 giugno 1987), dopo che il processo padovano aveva fatto giustizia dell’impianto accusatorio e il pm Giovanni Palombarini aveva smentito e confutato Calogero, gli imputati, in primo grado condannati a pene pesantissime, furono assolti da quasi tutte le accuse, e le loro pene quasi sempre ridotte a misura della carcerazione preventiva già patita. Ma ormai si era entrati in quei lunghi anni Ottanta. Questa raffinata macchinazione giudiziaria era al servizio di un disegno generale, che prese il nome di “teorema Calogero” e che pretendeva di ricondurre un movimento di critica e sovversione dello stato di cose presenti a un’associazione criminale eterodiretta da un pugno di “cattivi maestri”. Il teorema si basava su tre presupposti: che non fosse possibile un movimento autonomo e spontaneo; che il suo carattere molteplice e plurale costituisse una semplice variazione rispetto a una sostanziale uniformità che appiattiva sul terrorismo brigatista ogni manifestazione di  antagonismo e lotta di classe; che la lotta di classe dovesse essere depurata da ogni espressione di violenza, a dispetto della storia e tradizione degli oppressi – da cui la necessità di una direzione politica e sindacale del conflitto sociale, che non poteva ammettere alcuna obiezione. Il “teorema Calogero”, insomma, nasceva come emanazione (esplicita o meno che fosse) di quel Partito comunista che si attribuiva l’incarico di rappresentare e dirigere «la classe operaia che si fa Stato», e come tale si incaricava, illudendosi, di porre rimedio alla crisi dello Stato-piano. Il conflitto sociale che, non solo in Italia, promanava dal ’68 metteva in crisi i fondamenti stessi della dottrina keynesiana dello Stato sociale che, operando una certa redistribuzione del reddito, manteneva entro confini accettabili l’antagonismo sociale, al prezzo di qualche buona riforma. La crisi economica globale aveva mostrato in tutta la sua nudità questo buon sovrano, e messo all’ordine del giorno il suo superamento. Il Pci, prigioniero delle politiche del compromesso storico e impegnato a dimostrare l’affidabilità nella gestione della crisi, rispondeva invece con la politica dei sacrifici sancita sul piano sindacale dalla “svolta dell’Eur”, la scelta della Cgil di accettare il taglio del salario per favorire la ripresa economica e su quello governativo dal piano Pandolfi del 1978 con cui il governo Andreotti varò un generale taglio alla spesa pubblica: i costi della crisi (in primo luogo gli alti tassi di disoccupazione) venivano scaricati sui lavoratori, ai quali si chiedeva di accettare le politiche di licenziamento, di mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni (scaglionamento dei miglioramenti contrattuali, revisione «da cima a fondo» del meccanismo di Cassa integrazione), e di accettare l’idea che il salario dovesse essere considerato una «variabile dipendente». Pci e sindacato non riuscivano a comprendere che il declino della pianificazione statale si traduceva nell’uso politico della crisi; non coglievano il significato di quelle politiche di ristrutturazione capitalistica – allungamento delle linee di produzione, automazione, delocalizzazione – che già alludevano al capitalismo di fine secolo, ed anzi le assecondavano; e non comprendevano il mutamento profondo della composizione sociale dei movimenti cui alludeva il dislocamento del conflitto dalla fabbrica all’intero territorio metropolitano – e dunque dalla giornata lavorativa alla qualità dell’intera vita. Che fosse concepibile una vita liberata dal dominio del lavoro salariato e dalle determinazioni economiche; che ci fosse vita, oltre l’orizzonte della fabbrica; che questa vita venisse non solo teorizzata, ma praticata in stili di condotta collettivi e comunitari; che nuovi soggetti sociali producessero forme di lotta innovative e trasversali; che a tutto questo si accompagnasse una riflessione teorica all’altezza della sfida: questo, il partito di Berlinguer, il sindacato di Lama e la procura di Calogero non potevano accettarlo, e neanche concepirlo. Emblematica era la riduzione a scena indiziaria di un futuro crimine la cena nella quale era presente, assieme a Bevere (fondatore e direttore della rivista Critica del diritto), Toni Negri (che con Critica del diritto collaborava) e sua moglie Paola, e il giudice Alessandrini. Ai giornalisti de l’Unità, non passò per la mente che attorno a una rivista che praticava la critica del diritto magistrati e militanti che avevano a cuore le lotte in fabbrica e i conflitti sociali potessero incontrarsi e discuterne, socializzando conoscenze e punti di vista – magari a partire dalla comune lettura di Boris Pasukanis, il giurista sovietico che ha analizzato l’interazione tra diritto e capitalismo. Interpretare quelle discussioni conviviali come paralipomena dei Demoni di Dostoevskij è una chiave di lettura più comoda e ammiccante, efficace se si vuol credere che ogni manifestazione di conflitto radicale – condivisibili o meno che fossero – sia causata da alieni e non sia riconosciuta come originata da una storia comune: persino quando, come nel caso di una delle componenti del brigatismo, i marziani provenivano dallo stesso album di famiglia del Pci e ne conservavano le peggiori tare terzinternazionaliste, senza neanche far la fatica di tagliarsi i baffoni. D’altro canto, la messa in relazione, in comune, delle pratiche era un tratto costitutivo di quel movimento: con buona pace di Nadia Urbinati, che si è figurata «una visione liberale e individualista», peraltro contraddetta dalle sue stesse citazioni dei giornali di movimento. Che la dimensione orizzontale di quel movimento fosse reticolare e comunicativa, informativa e territorializzante, lo avevano purtroppo ben presente le procure e le forze della repressione, che nei mesi seguenti, anche grazie alle diversamente spontanee e veritiere “confessioni” dei pentiti, riuscirono a disarticolare quelle reti: basti ricordare la distruzione del circuito delle librerie Punti Rossi, delle quali furono imprigionati – individuati con chirurgica precisione – i responsabili locali, ma gli stessi lettori (la sola Libreria Calusca di Milano nel giro di un anno si trovò ad avere in rubrica, 681 arrestati), la chiusura della Cooperativa Ar&a di Primo Moroni e Nanni Balestrini, una struttura editoriale che riuniva tante realtà editrici autogestite in grado di contrapporsi alla grande distribuzione editoriale, la fine del circuito musicale che ruotava attorno alla Cramps Records. Negli anni di carcere preventivo, prima ancora che il processo fosse non solo celebrato ma istruito e che i capi d’accusa venissero formulati con precisione, i detenuti del 7 aprile costituivano in carcere quell’esperienza di messa in comune dei saperi che fu  la “Università di Rebibbia”, tesa fra L’anomalia selvaggia di Negri e Convenzione e materialismo di Paolo Virno, due fra i testi più importanti (certamente i due più inattuali) degli anni Ottanta, attraverso i quali l’esperienza dell’autonomia e del (post-)operaismo si è prolungata fino ad oggi. Ha un valore non solo simbolico che nel quarantennale di quella persecuzione sia tradotto in Italia Assemblea di Negri e Hardt – a riprova che il tentativo di impedire a quel cervello collettivo di pensare è fallito. Se un’immagine deve suggellare l’interezza di questa oscena storia di inquisizioni e “colonne infami”, valga allora ricordare, attraverso uno dei suoi attori, cosa significava la libertà per quei militanti: il 12 giugno 1984 Luciano Ferrari Bravo, «mentre attendeva, dopo cinque anni e mezzo di galera preventiva, una sentenza che avrebbe potuto condannarlo a decine di anni di reclusione, invece di farsi tradurre in catene al tribunale, restò a Rebibbia, sereno di una serenità filosofica, a giocare una serissima partita a tennis» (Sandro Chignola, Foucault oltre Foucault, DeriveApprodi, 2014, p. 189). Testimone socratico della verità, Ferrari Bravo non poteva allora sapere che proprio in quella primavera Foucault aveva concluso i suoi corsi, mentre la morte si approssimava, parlando del coraggio della verità e della filosofia cinico-stoica come militanza filosofica «nel mondo e contro il mondo […]: la vita vera come vita altra, come una vita di lotta, per un mondo cambiato». *Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i due volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Fonte: Jacobin Italia

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Galera ed esilio di Toni Negri. Ipotesi di futuro dentro la sconfitta https://www.micciacorta.it/2018/04/24388/ https://www.micciacorta.it/2018/04/24388/#respond Fri, 20 Apr 2018 14:18:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24388 Il secondo volume dell’autobiografia di Toni Negri. Dall’esame della repressione politico-giudiziaria, all’incontro tra operaismo e poststrutturalismo

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Tempi presenti. «Galera ed esilio».  Spinoza, Leopardi e il Giobbe biblico, come «piste» di ricerca per vincere il nichilismo dell’epoca
Gran parte del mainstream culturale si è mostrata piuttosto irritata da questo Galera ed esilio, secondo volume di Storia di un comunista, autobiografia che Toni Negri sta scrivendo, con la compagnia, più che con la semplice cura editoriale, di Girolamo De Michele (Ponte alle grazie, pp. 447, euro 19,50). Ciò che probabilmente ha disturbato il conformismo di certi osservatori, è il fatto che Negri non rispetta per nulla la tradizione dei memoriali dei filosofi «impegnati». Questi scritti si presentano solitamente in una tonalità melanconica, facendo mostra di una pensosa e «sapiente» distanza con il presente e i suoi conflitti. Negri invece fa tutto il contrario: legge il suo itinerario, di vita, di ricerca e di militanza, iscrivendolo in una storia collettiva, con il preciso intento di ricostruire ipotesi politiche per il presente. Qui, come nel primo volume (ne abbiamo parlato qui e quindr), la vicenda personale è immersa nella vasta rete delle intelligenze e degli affetti incrociati, degli incontri felici e potenzianti come di quelli tristi o feroci. Al tempo stesso, l’autobiografia diventa uno strumento per riaprire l’interrogazione sul senso politico di un passaggio cruciale: la repressione politico-giudiziaria dei movimenti alla fine degli anni Settanta. NEGRI INSISTE con forza su un punto: la storia che cominciò il 7 aprile 1979 non è stata solo la testimonianza di un grottesco impazzimento della macchina giudiziaria italiana. Oltre a un’evidente rottura con i principi dello stato di diritto, s’è trattato di una tragedia del e nel Politico, tutta iscritta in una violenta ragion di Stato. Il «7 aprile» va considerato un processo politico non solo per la logica dell’emergenza che lo struttura, ma soprattutto perché certifica una rottura insanabile nella storia delle istituzioni repubblicane, mostra tutta la loro incapacità di tessere una qualsiasi relazione con i movimenti sociali, che produca uno sbocco anche solo minimamente innovativo: su questa incapacità istituzionale si concentrerà Negri nel discorso parlamentare del 1983, prima della concessione per pochissimi voti dell’autorizzazione al suo arresto. Alla ricerca di una soluzione ragionevole, che riaprisse la dinamica Stato/movimenti, si opposero allora troppi attori, in un mondo politico già segnato dalla sua autoreferenzialità, e, come denunciò in aula Stefano Rodotà, dal prevalere «di una meschina volontà vendicativa, e non di una capacità lungimirante di guardare al futuro». UNA VOLONTÀ in realtà non solo vendicativa, ma anche suicida. La chiusura delle istituzioni in una astratta autonomia del Politico proiettava quella stessa immagine centralizzata e «sacrale» del potere sui movimenti di trasformazione, che infatti furono schiacciati sulla logica dell’accelerazione militare imposta dalle Brigate Rosse. La lettura brigatista del Politico, in fondo, condivideva con le istituzioni la classica matrice «trascendente» della politica, una visione centralizzata e monopolistica del potere «sovrano»: una concezione che invece i movimenti avevano tentato di ribaltare, in nome della sperimentazione di spazi di autorganizzazione dei nuovi soggetti sociali. Quella chiusura delle istituzioni fu poi doppiamente suicida per il Partito Comunista: perché, rivendica energicamente Negri, i movimenti nascevano radicati in profondità nelle trasformazioni produttive. Costituivano certo una metamorfosi complessiva del movimento operaio, ma erano in ogni caso all’interno di quella storia, di una storia comunista: trattarli da «untorelli», fu, per le sinistre, l’inizio della separazione radicale dalla loro gente, che non sarà più recuperata. Il tentativo dei movimenti dell’«autonomia» di uscire da questa doppia tenaglia che li chiudeva tra istituzioni e brigatisti, si riflette allora in Negri nella ricerca teorica di un diverso sfondo ontologico, che liquidi proprio questa maledetta trascendenza del Politico. In particolare, l’incontro con tre figure permette di rilanciare la ricerca: Spinoza, Leopardi, e il Giobbe biblico. IN ANNI SEGNATI dai «viaggi» nei penitenziari italiani, dal confronto con la violenza all’interno delle carceri, dagli scontri laceranti che accompagnano la ricerca di una via politica di uscita alla vicenda processuale, Negri riesce a far emergere una forte concezione produttiva e costitutiva dell’essere: il che non ha nulla a che fare con un qualche ottimismo finalistico o con la cancellazione del negativo. Si tratta piuttosto, per Negri, di rifiutare l’interiorizzazione della sconfitta storica, che pure era stata gravissima e aveva travolto vite e speranze: ma andava compresa intellettualmente e politicamente, resistendo alla tentazione di consegnare anche la sconfitta a una logica della trascendenza, trasformandola in una sorta di destino. PROPRIO NEGLI ANNI in cui una parte del pensiero europeo torna a fare del nichilismo il suo orizzonte ultimo, Negri trova invece in questa concezione costitutiva e produttiva dell’essere, il passaggio necessario per rilanciare l’inchiesta: si tratta ora di analizzare la profonda ristrutturazione capitalista tra gli anni Settanta e Ottanta, in modo da leggervi le nuove forze che l’attraversano e che cominciano a comporre nuove resistenze e nuove sperimentazioni. Alla ricerca ontologica corrisponde, quindi, negli anni trascorsi in Francia – in esperienze come quelle della rivista Futur antérieur, ma anche in molta attività di ricerca sul campo – una rinnovata inchiesta sui nuovi distretti produttivi, sulle reti cognitive e metropolitane: le nuove macchine che informatizzano la forza lavoro. Attorno a questi nuovi dispositivi, al tempo stesso di sfruttamento e di soggettivazione, si sviluppa quell’incrocio tra l’operaismo e il poststrutturalismo di Foucault e Deleuze/Guattari, che produce l’orizzonte teorico attorno al quale si svilupperà Impero (ultima tappa di questo secondo, e non ultimo volume): un orizzonte in qualche senso «postmoderno», ma profondamente materialistico e, ancora una volta, pur nella radicale trasformazione delle modalità di produzione, chiaramente di classe. SOLO L’INCHIESTA di queste nuove forme della produzione, ha permesso negli anni Ottanta, di tentare un’uscita in avanti dalla crisi e dalla repressione. Solo seguendo il filo tracciato dalle soggettività che muovono queste nuove relazioni produttive, è stato possibile attraversare la trasformazione neoliberale senza né piegarvisi da subalterni e trasformisti, né ritirarsi in una infinita meditazione sulla sconfitta, senza energia e senza speranza. L’emergere prima dei grandi scioperi francesi della metà degli anni Novanta, poi del movimento no global transnazionale, avrebbe confermato che quanto intravisto dall’inchiesta aveva una sua solidità materiale. Così, per noi tutti impegnati nelle lotte dell’oggi, è indispensabile continuare ad approfondire questa modalità di inchiesta nata nel deserto degli anni Ottanta. Proseguire l’indagine all’interno dei nodi precari, intermittenti, ma al tempo stesso estremamente socializzati, dell’organizzazione contemporanea del lavoro. COMPRENDERE finalmente le metamorfosi del lavoro vivo è il solo modo per provare a dare un qualche futuro alla “storia dei comunisti”: o, più semplicemente, per ritrovare il filo delle lotte della forza-lavoro, dove e come realmente si danno, superando le fratture storiche, che furono provocate dalla radicale incomprensione delle trasformazioni nel corpo della classe, da parte delle forze che avevano storicamente preteso di rappresentarla. FONTE: Giso Amendola, IL MANIFESTO

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Il fantasma del 7 aprile aleggia ancora a Padova https://www.micciacorta.it/2018/01/24044/ https://www.micciacorta.it/2018/01/24044/#respond Fri, 26 Jan 2018 10:02:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24044 Il procuratore Calogero ha querelato Umberto Contarello per dei commenti espressi sul processo all'Autonomia Operaia nel 1979

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POLEMICHE. Lo sceneggiatore ha poi fatto marcia indietro parlando di «scherzi della memoria» PADOVA. Padova è sempre «impiombata» dal 7 aprile. Anche dopo quasi 40 anni scatta il riflesso pavloviano. E si riapre il campo di battaglia sul teorema di Pietro Calogero (sposato dal Pci) e sulla «supplenza giudiziaria» (contestata dai garantisti dell’epoca) nei confronti dell’Autonomia e dei «cattivi maestri» di Scienze Politiche. Mercoledì sera al Centro universitario di via Zabarella si discuteva, senza tanti problemi e con una completa gamma di opinioni, la tesi di laurea di Giulia Princivalli (che è nata nel 1993) Padova di piombo. Lo scontro fra Pci e Autonomia Operaia negli anni ’70 (Alba Edizioni, pagine 102, euro 10). È il medesimo sforzo di libera riflessione che nel 2002 aveva prodotto Luca Barbieri con I giornali a processo: il caso 7 aprile al termine del corso in Scienze della comunicazione. Ma paradossalmente non fa notizia. È squillato l’allarme rosso per combattenti e reduci. Calogero ha querelato Umberto Contarello, in gioventù segretario cittadino della Fgci, per la sua testimonianza nel web che faceva passeggiare il pm dentro le stanze della Federazione di via Beato Pellegrino. Nello stesso modo social lo sceneggiatore da Oscar si è rimangiato lo «scherzo della memoria», ottenendo una raffica di insulti da Flavio Zanonato, padre-padrone del Pci-Pds-Ds ora eurodeputato dopo un ventennio da sindaco. Così Padova torna ad avvelenarsi, come se il tempo si fosse cristallizzato. Per fortuna, la storia restituisce quella stagione tutt’altro che univoca. E la città dell’altro secolo si è «riconciliata», soprattutto grazie a chi ha preservato passioni meno tristi e più critiche. Un altro «ricordo» di Contarello era passato sotto silenzio: il 17 novembre 2011 aveva già scritto on line di Pecchioli, Folena e Longo, ma anche del faccia a faccia con Calogero prima della deposizione in tribunale. «Arriva con la toga sotto braccio che mi pare un cencio. Mi dice ciao perché ci conosciamo…». Per la giustizia, valgono sempre le parole di Giovanni Palombarini che ricopriva il ruolo di giudice istruttore: «L’impostazione del pm ha goduto a lungo di forza interna, nell’ideologia della magistratura del tempo prima ancora che nel sistema delle impugnazioni, e sostegni esterni, anche di un partito politico, affidati a strumenti di informazione spesso partecipi di quella impostazione. È ipotizzabile che si possa sviluppare una riflessione su questo dato, che nella sua drammatica oggettività è emerso dalla storia del processo 7 aprile?». Per «il manifesto», parla l’editoriale di Rossana Rossanda: «Un uomo come Luciano Ferrari Bravo, assolto, fu condannato in primo grado a 14 anni e 5 ne aveva già fatti in carcere. Chi glieli restituirà? Forse “l’Espresso”, che regalò ai lettori la voce del telefonista delle Br a Eleonora Moro, perché fosse riconosciuta come quella di Negri? “Repubblica” che ne titolò festosamente l’arresto come capo delle Br a piena pagina? Questa non è stata soltanto una pagina scandalosa della giustizia italiana, come rilevava da tempo Amnesty International. È stata una storia di silenzi,codardi e coperture. Abbiamo contato sulla punta delle dita giuristi e intellettuali disposti a spendere impegno e riflessione, a trovare abominevole che un’idea politica che si poteva non condividere affatto fosse consegnata non alla lotta politica ma a un trucco giudiziario». Per la politica, infine, a Padova chiunque può sorridere. Chi aveva l’indice puntato e chi stava alla sbarra, massimi dirigenti del Pci e militanti del Movimento del ‘77, funzionari e portavoce dei centri sociali nella campagna elettorale del 4 marzo si ritrovano insieme nello stesso «contenitore» guidato da un ex magistrato. Comunque, ben oltre il fantasma del 7 aprile e il desueto ring scenografico, a Padova ci si preoccupa ancora del futuro. Senza più «cassaforti» né rendite di posizione, bisogna preservare dalle lobby sussidiarie al declino almeno la libertà dell’Ateneo e il servizio pubblico nella «fabbrica della salute». FONTE: Ernesto Milanesi, IL MANIFESTO

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In memoriam, Paolo Pozzi https://www.micciacorta.it/2016/01/in-memoriam-paolo-pozzi/ https://www.micciacorta.it/2016/01/in-memoriam-paolo-pozzi/#respond Wed, 13 Jan 2016 16:39:38 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21131 Il 7 gennaio è scomparso improvvisamente Paolo Pozzi, comunista. Il ricordo di un compagno della redazione di Rosso, attraverso le vicende della comune "epoca dei fatti"

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Non so quanto possa inoltrarmi nella morte di Paolo.
I nostri sempre più rari incontri, non più di tre negli ultimi dieci anni, non mi permettono di parlare di lui al presente: non so quanto il suo aspetto potesse essere cambiato, non so che libri avesse appena letto, cosa gli piacesse mangiare e che vini amasse bere, se guardasse la tv, che cosa pensasse di Renzi o di Grillo. Certo so di Laura, che conosco, e di Irene, che però ho visto solo piccolissima. So di ripetuti lunghi viaggi verso mete sconosciute, mi viene in mente Samarcanda; ho letto naturalmente Insurrezione e ho comprato la nuova edizione dell’intervista del ‘79 a Toni sull’operaismo, sempre molto attuale; abbiamo condiviso almeno una postfazione per Sergino e DeriveApprodi. Non ci frequentavamo, non ci sentivamo più. Non ho, per questo mio distacco da lui, alcuna recriminazione, alcun particolare rincrescimento. Sua scelta e dunque mia scelta. Ma è proprio questa “sospensione” degli affetti tra di noi, degli automatismi emotivi “di tutti i giorni”, che mi fa sentire e credere, oggi, che il nostro legame, sia sempre rimasto forte, fortissimo: al suo apice, al vertice della tensione. Paolo è di Rosso, io sono di Rosso. Nelle nostre biografie, e dunque nelle nostre vite, Rosso si prende dai primi anni ’70 ai primi anni ’90. Diciotto anni, più o meno. Dalla nascita dell’AutOp alla Cassazione. Ed è questo legame credo, che qui mi spinge a parlare, a dare conto se non di tutta la sua vita, almeno di quegli anni, di quella comune “epoca dei fatti”. Non so se questo possa essere un vero, giusto necrologio per una persona che scompare. So, però, che è un sincero elogio per l’amico, il compagno che non c’è più. Tempo, comincio qui la storia di Lenin… Più seriamente, e più da vicino: Paolo nasce a Fano, dove rimane sino alla maturità. Studente modello, anche la media del 10, Pagella d’Oro del Corriere della Sera. Va a Trento per Sociologia. Credo che tutti ricordino il ruolo dell’ISSS, l’Istituto Superiore di Scienze Sociali, nella nascita e nella crescita del movimento degli anni ’70. Da laboratorio dell’ingegneria sociale neocapitalista che doveva essere, Sociologia si trasforma in un centro di elaborazione culturale e politica di piena avanguardia e poi di totale “rottura”: un passaggio critico di valore epocale e di larghissima portata, ben al di là della vulgata che si limita a descrivere questa Trento come il “nido d’infanzia” delle Brigate Rosse. È a Trento che Paolo vive brillantemente tutti i capitoli del suo “romanzo di formazione”, nel quale agli studi canonici si affiancano sempre di più, sino a mutarne completamente il segno, momenti di ricerca e di critica “alternativa” sempre più spinta e radicale, nuovi linguaggi interpretativi, nuove ipotesi di progetto e di lotta. È quasi obbligatorio, dunque, che a Trento Paolo sia nella fondazione del Gramsci. Il Gramsci che si prepara a occupare un sia pur breve ma importantissimo ruolo negli orizzonti di attesa di quegli anni: quello di voler dare corpo politico non solo all’antagonismo di classe, ma anche, in uno spettro sempre più ampio, a tutti i temi della liberazione della persona e dell’appagamento dei bisogni e dei desideri di ogni individuo, uomo o donna. Nel 1972 Paolo si laurea a pieni voti e viene a Milano. Una scelta, un’opzione personale e politica anch’essa quasi obbligata e conseguente. Formidabili quegli anni, ha declamato qualcuno. Lo sono stati: di più. Milano è diventata sempre più rapidamente, la città ideale della sovversione e di ogni tentativo “rivoluzionario”; accoglie in quegli anni centinaia di nuovi militanti, dando a essi territorio, spazio e luoghi per l’intervento, dal tessuto delle piccole officine e dalla cintura operaia delle grandi fabbriche-stalingrado sino alle sedi universitarie del centro. In Via Disciplini, dove sta il Gramsci (nei locali, Paolo lo ricordava sempre, che fino al 1958 erano stati l’atrio della più famosa casa di prostituzione cittadina) comincia a occuparsi del nuovo giornale “dentro il movimento” che si chiama con una felicissima tautologia anche visiva “Rosso”. Tenta anche, come potenziale insegnante, un qualche approccio con il mondo della scuola ma desiste subito. E “professionalizza” il suo impegno con il giornale. Della prima serie di Rosso escono una decina di numeri. Bella rivista. Ci scrivono compagni del calibro di Arrighi e di Madera.
C’est ne qu’un debut - il salto in avanti, lo dico credendoci ancora, è la crisi e lo scioglimento del Gramsci, l’incontro con gli ex PO del “gruppo Negri”, la nascita dei Collettivi Politici Operai, che subito tutti chiamano Rosso. Subito nel cuore del nuovo movimento, subito nel cuore di Milano. Rosso è immediato programma, fortissima urgenza di progetto: la militanza diventa subito appartenenza, impegno quotidiano, obbligo di tempi e di luoghi. Ma anche, oltre ogni formalismo e ogni ideologismo, nuove, più forti relazioni emotive e affettive tra i compagni, nuove forme sempre più libere di vita e di condivisione, spesso anche radicali ed estreme. Paolo è anche l’Esterno nel collettivo Siemens, ma il giornale lo assorbe sempre di più e gli offre sempre di più una quasi perfetta fusione di intenti politici e di lavoro culturale. È Paolo che dà corpo concreto a ogni numero, coordina la raccolta degli articoli, prepara i menabò, fa i titoli, impagina, segue la stampa in tipografia, organizza la distribuzione. Con Paolo, cresce sempre di più, numero per numero, la forza comunicativa di Rosso: controcultura, proletariato giovanile, femminismo sempre più forte e dirompente, movimenti di liberazione e di autovalorizzazione come quello omosessuale. Scrive articoli che lasciano il segno: il suo pezzo più carico è del ‘75, si intitola “A Lenin non piaceva Frank Zappa”. Paolo descrive la tristezza del “militante perfetto [che] vive dei cascami della cultura riformista” eredità della Terza Internazionale, e a questo “comunista modello” intima che “… a noi piacciono i film western, quelli della 'crisi', il teatro-provocazione, il rock, i fumetti più illogici possibili, i libri senza martiri ed eroi, la riscoperta del proprio corpo […] e il comunismo lo pensiamo come una cosa molto lussuosa, dove nessuno starà in piedi su una zolla di terra a sudare piscia e sangue”. “Il comunismo è giovane e nuovo”. Certo è che Rosso, in ogni caso, è davvero nel cuore del nuovo movimento, si pone in maniera forte e autorevole (“Illegalità di massa”) al centro dell’Autonomia. Rosso è la Face di Fizzonasco, l’Esselunga di Quarto Oggiaro e di decine di altri negozi e supermercati, l’Assolombarda, la Stazione Centrale, la Face di Viale Certosa, la Siemens, l’Alfa; con Rosso partono le campagne contro i primi centri del lavoro nero, contro lo spaccio nelle “piazzette”, contro i presidi della repressione nei quartieri; nascono le reti sempre più larghe dell’AutOp, collettivi operai e proletari, circoli giovanili, gruppi di quartiere…
… Rosso della campagna contro il compromesso storico, Rosso contro ogni forma di riformismo, contro le illusioni del “lungo cammino attraverso le istituzioni”, contro ogni formalismo della politica e del suo ceto, anche quello di più recente vocazione… Sembra una stagione che non tramonterà. Almeno nel nostro pianeta, nel nostro universo. Lasciamo ad altre pagine, non è questo il luogo, il racconto della fine, ingiusta e maliconica, soprattutto in un’altra galassia, dell’Autonomia e di Rosso. L’ultimo numero del giornale esce nella prima estate del ’78, la stagione sconvolta del “dopo Moro”. Ci sono anch’io in tutto questo. Conosco Paolo praticamente agli inizi, perché vengo dal “gruppo Negri” e sono l’esterno della Face. Non posso dire di frequentarlo molto, se non nei momenti d’obbligo della nostra contigua militanza, anche se alcuni aspetti del suo carattere e della sua personalità non mi sfuggono: cultura a largo spettro, mai troppo ostentata, anche se al servizio di una dialettica spesso pungente però, e comunque mai ferma e in continuo movimento. Un carattere chiuso e mai condiscendente, che conserva tracce di timidezze e ritrosie, ma che all’occorrenza sa farsi sarcastico e vagamente aggressivo. Proverbiali anche certe sue esplosioni d’ira: non seconde anche a quelle di Francone. È proprio grazie a Francone, che con Paolo ha contatto continuo, e con me un rapporto molto stretto, che mi capita ogni tanto di incontrarlo a cena, in privato. Capita qualche volta anche lui, in ogni caso, al Torricelli o da Zia Carlotta. Inutile dire che ho comunque molta stima e considerazione per lui. E poi, siamo compagni, e compagni di Rosso, e questo è molto. Dobbiamo cominciare a vederci spesso dopo il 7 aprile del ’79. Impegnati come possiamo, inutilmente, nella campagna contro le mostruosità del teorema Calogero e per la liberazione di Toni e degli altri compagni. Viene spesso a Roma, e andiamo a incontrare giornalisti, avvocati, qualche raro esponente del ceto politico e delle istituzioni. È con me la sera del 20 dicembre, io sarò arrestato all’alba del giorno dopo. È comunque anche lui ricercato: lo prendono nel marzo dell’80, e lo spediscono a Fossombrone. Lo rivedo a Rebibbia, quando dopo un po’ di mesi riusciamo a farlo uscire per il processo dal circuito dei camosci. Il nostro sodalizio, meglio: quello mio, di Paolo e Francone, è sempre più stretto. Il 7 Aprile dell’Aula Bunker pesa come un macigno, un anno e mezzo durissimo e combattutissimo, noi tre, stessa linea processuale, stessi avvocati, ma soprattutto stessa catena, stesso blindato, spesso anche la stessa panca nella gabbia. E come se ciò già non fosse “vera galera”, i continui e sempre più roboanti mandati di cattura che arrivano a valanga da altre città, da altre inchieste e da altri giudici. Sempre noi, Tommei, Pozzi e Funaro... Paolo, comunque, continua sempre a essere se stesso: lucido, sempre fortemente critico, poco condiscendente ma sempre determinato e coraggioso, capace in ogni momento di offrire nel dialogo e nella discussione comune, che spesso tende a fuggire verso l’astratto e l’irreale, una sponda di concretezza e di intelligenza indispensabili. Anni: poi finalmente la libertà. Per Paolo anche quella piena del nuovo futuro con Laura, e la loro figlia Irene, il lavoro, una certa fama di convincente narratore. Ma qui, come prima dicevo, deve terminare il mio racconto, da qui, come ho detto, oltre non so andare nella vita e nella morte di Paolo… del Pozzi, come lo chiamavamo con vezzo milanese. Ma qualcosa, ancora, rimane da dirci. Con la tua fine tu mi hai chiamato, non poteva essere diverso, in quel tempo che abbiamo condiviso: scopro di trovarmi di colpo in un “non passato” che con la sua forza unisce la memoria e i ricordi al presente e li rende il nostro “qui e ora”. E io rispondo a questa tua inevitabile, necessaria chiamata. Della tua morte, Paolo, della tua fine, io mi sento, sono in qualche modo partecipe. Il dolore di Laura e di Irene mi arriva da vicino, nella “scena” del loro lutto sono silenziosa comparsa, non separato spettatore. Ed è in nome di questa mia presenza nel tuo “atto tragico” che ti rivolgo il mio chaire, il mio ave atque vale.

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L’irriverente penna di Paolo Pozzi https://www.micciacorta.it/2016/01/lirriverente-penna-di-paolo-pozzi/ https://www.micciacorta.it/2016/01/lirriverente-penna-di-paolo-pozzi/#respond Sat, 09 Jan 2016 08:10:35 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21097 Ricordi. Militante di Rosso, fu arrestato e condannato all’interno dell’inchiesta del 7 Aprile. Dopo la prigione scrisse romanzi e saggi sugli anni Settanta

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È morto a Milano Paolo Pozzi. Molti lo ricorderanno tra i principali imputati del processo 7 Aprile e di numerosi altri procedimenti contro l’Autonomia operaia milanese. Quest’anno avrebbe compiuto 67 anni. Nato a Fano, aveva compiuto nella sua città gli studi superiori con risultati tra i più brillanti mai registrati nella scuola marchigiana. Iscrittosi alla Facoltà di Sociologia di Trento, ne era uscito laureandosi a pieni voti nel 1972. Trasferitosi a Milano, i suoi interessi politici e culturali si erano immediatamente rivolti all’esperienza del nascente Gruppo Gramsci, formato da intellettuali e da militanti per dar vita, tra Milano e il Varesotto, a ipotesi di progetto e di intervento capaci di superare ideologismi e dogmatismi; e di allargare la ricerca politica e culturale, ma anche e soprattutto le lotte, a tutte le «nuove» tematiche della società e della persona. Nel gruppo Gramsci Paolo si era occupato sin dagli inizi di «Rosso»: la rivista, che con tratto originale, a partire dal suo stesso nome/testata, una sorta di tautologia anche visivamente molto efficace, stava aprendo un dialogo e una discussione sempre più serrati con settori sempre più larghi del movimento di quegli anni. Con la confluenza tra il Gramsci e il gruppo di ex Potere operaio che faceva capo a Toni Negri, e la nascita dei collettivi di Rosso, Pozzi contribuì in larghissima parte alla vita politica ed editoriale del giornale, coordinandone non solo gli aspetti tecnici ma anche e soprattutto i contenuti editoriali, quasi sempre molto originali e dal taglio decisamente inconsueto per gran parte dell’immaginario politico di quegli anni. “Rosso”, che adottò sempre un linguaggio spregiudicato e creativo, suscitò un notevole consenso anche per l’interesse non di maniera dimostrato verso tutte le forme di antagonismo nei confronti della società capitalistica e dell’organizzazione del lavoro, dal femminismo alla controcultura, e per l’appoggio concreto fornito ai movimenti del «proletariato giovanile» e a tutte le lotte per la liberazione e l’autovalorizzazione della persona. Di notevole taglio critico fu sempre la polemica incessante contro ogni tipo di riformismo e di compromesso, «storico» o no, tra Partito comunista e Democrazia cristiana. Il giornale e il gruppo furono sempre impegnati a sostenere la necessità che l’Autonomia operaia dovesse sempre e comunque rimanere lontana da ogni progetto di costruzione di un partito. Nel dibattito sulle scelte di fondo che l’insorgere della lotta armata e delle formazione combattenti aveva messo in moto, Paolo non ebbe esitazioni e si schierò contro ogni forma di «clandestinità». Pur nell’incertezza di quel periodo, continuò a guidare le sorti della rivista fino all’autoscioglimento e alla fine politica di Rosso nel 1978. Arrestato nel corso delle operazioni giudiziarie del «7 Aprile», sostenne con grande dignità e coraggio il carcere e, insieme ai suoi coimputati, le durissime battaglie processuali; ma anche il non sempre facile dibattito per il superamento della legislazione d’emergenza e il ritorno a una «normalità» nella vita politica e sociale. Dopo il carcere, si rese promotore di innovative iniziative imprenditoriali nel settore delle biblioteche e dell’archivistica. Scrittore di buona vena rievocativa, pubblicò tra le altre cose Insurrezione, romanzo breve dedicato alla Milano degli anni ’Settanta edito da DeriveApprodi. Lascia una moglie, Laura, e una figlia, Irene.

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